Violino e pianoforte, riflessioni congiunte

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Mentre il mondo galoppa verso il tramonto ci ricordiamo che il programma da concerto, come quello discografico, è una forma di civismo. Dimmi che autori vai e come li accosti
(in una “miscela Lavazza” oppure con certosino e filologico criterio) e ti dirò chi sei.
Vi sono le partigianerìe del programma cronologico, quelle del programma geografico, topografico, persino geopolitico, i fautori del programma monografico, gli amanti degli accoppiamenti giudiziosi, quelli delle ammucchiate, della “lectio magistralis”, i fan del “contemporaneismo”, gli adepti museali, i feticisti, i pii devoti, i ragionieri ed i “bad boys”. Per tacere degli eccentrici, dei contaminatori, dei sicari del cross-over, di quelli che “mettiamo Piazzolla alla fine”, dei propugnatori delle rarità, degli spacciatori di chicche, dei cultori delle trascrizioni (autentiche o quasi) oltreché delle colonne sonore. Potremmo continuare. Ma la disamina dei gusti, psicologici, sessuali e di “gender” non esaurisce la questione nel merito: come si compone un bel programma? Lunga sarebbe la risposta; anzi, di risposte, al plurale, sarebbe più giusto parlare.
Il programma di questo disco è bello sia da leggere sia da ascoltare. Abbiamo, messi a confronto, tre grandi autori del Novecento storico, uno ormai da decenni ben piazzato nel novero dei massimi (Bartók), l’altro, almeno fino a qualche tempo fa, di gran successo (Schnittke), l’ultimo (Lutoslawski) forse più noto nei perimetri delle sale da concerto.
A montare per i tipi dell’ECM l’ardimentoso impaginato è il duo formato dalla violinista Miranda Cuckson e dal pianista Blair Mac Millen.
Un duo, diciamolo subito, equilibrato e ragguardevole sia sul strumentale che della personalità, specialmente per quanto riguarda la violinista che, senza scansare certi toni aggressivi, incarna con pertinenza l’aspetto barbarico e umbratile di questo repertorio. Partendo dal fondo, abbiamo la bella “Partita” in 5 movimenti concepita nel 1984 da Witold Lutoslawski, nato a Varsavia e morto nel ’94 a 81 anni. Composizione interessante quanto poco nota ed eseguita: uno scrigno pieno di gustose intuizioni timbriche di segno allucinatorio e, appunto, decisamente post-bartokiano. Lutoslawski è un compositore un po’ inafferrabile, lo definirei un eclettico con il gusto per l’effetto strumentale e il paradosso. Quale lussuosa farcitura del sandwich troviamo la seconda sonata di Alfred Schnittke (1934-1998), degli anni 1967-1968, titolata alla Beethoven, forse con ironia, “Quasi una Sonata”. Un pezzo ampio, stizzoso, cupo, con mosse da ladro, illuminato di quando in quando dalle tremule luci del pianoforte, fustigato da accordi strappati del violino simili ad altrettanti “altolà”. Mi sembra che questo innegabilmente geniale quanto discontinuo compositore e pianista russo abbia prodotto lavori più ispirati ma è opinione mia personale, e del resto non si dice che il pezzo manchi di musicalità; esso è per giunta eseguito in modo impeccabile dagli interpreti, e tanto basti.
Grande cupola che domina, insieme a quella che la precede, il paesaggio del repertorio novecentesco per violino e pianoforte, la Seconda Sonata di Béla Bartók (1881-1945), del 1922, è in due movimenti: riflessivo il primo, maggiormente ritmico ed estroverso il secondo. Più che la struttura di stampo haydniano è qui notevole il trattamento dialettico dei due strumenti, integrati in una sorta di cellula germinativa dalla quale emerge non tanto un’unità di fondo, quanto la tensione dialettica costante, il conflitto. L’invenzione in perpetuo rinnovamento, l’opera si mantiene su splendidi livelli fino alla fine, senza cedimento alcuno. Disco consigliato per l’originalità del programma e la convinzione interpretativa, supportata da mezzi, come si diceva, più che adeguati; nonché, come nella migliore tradizione ECM, molto ben registrato.

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