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Risentendo alla radio le risposte di fischiettio collocate nel brano sanremese “Viceversa” di Francesco Gabbani, son venuti in mente frammenti di passato e presente di questo “strumento” un po’ Cenerentola che è il fischio.

All’inizio risalendo mnemonicamente, a proposito di favole, al ritornello di “Impara a fischiettar”, la “Whistle While You Work” del film “Biancaneve e sette nani” del 1937,
confluito poi – come “Someday My Prince Will Come” della stessa pellicola – in contesti “maggiorenni” quale ad esempio il 45 giri del 1961 di Piero Umiliani, seguendo cioè la scia di tante canzoni disneyane, già patrimonio dell’umanità giovanile, divenute adulte, “Whistle While You Work” assumeva nel titolo finalità didattica e divulgative a favore di questo strumento non costoso, facile da trasportare e, come la voce, tipicamente umano (In parallelo a quei virtuosi che hanno la capacità di produrre suoni da parti del corpo, Nana Vasconcelos con la cassa toracica, Demetrio Stratos con il canto difonico, in grado di articolare armonici composti di due o tre note).
Il fischio, forse per una strana “triste” leggiadria non scevra dai richiami “aulici” degli antichi aulos, ha un proprio indiscusso fascino. Si associa ad altri contesti come lo yodeling ed è tipico di musiche etniche anche primitive oltre che di musicisti e gruppi contemporanei, vedansi in Italia Vasco Rossi (“Vivere”), Litfiba (“È il mio corpo che cambia”), Lucio Dalla (“Com’è profondo il mare”), il mitico Lucio Battisti (“Umanamente uomo: il sogno”); e, a livello internazionale, gli Scorpions (“Wind of Change”), Bob Sinclair (“World, Hold On”), OneRepublic (“Good Life”), Maroon 5 (“Moves Like Jagger feat. Christina Aguilera”), Flo Rida (“Whistle”) e persino nell’attacco di “Sofia” di Alvaro Soler.

Lucio Dalla

Il fischio ha avuto risalto nel cinema con la colonna sonora di “Per un pugno di dollari”, di Sergio Leone, simbolo maximum del fischio-western e grazie alla Whistle Song resa celebre da Kill Bill di Quentin Tarantino, rielaborata di recente dalla sassofonista salernitana Carla Marciano nell’album “Psychosis”, della Challenge, dedicato al compositore Berhard Herrmann.

Altri esempi-modello la marcetta militare fischiettata, soundtrack del film “Il ponte sul fiume Kway” di David Lean del 1957 e la più recente performance, in “Loro 2” di Sorrentino, di Elena Somaré, una eccellenza italiana e al femminile della “disciplina”, degna erede di Alessandro Alessandroni, storico maestro del fischio in spaghetti-western. E, dato che la Somaré è nell’Italia del jazz, la migliore ‘fischiatrice’, vale forse la pena dedicarle qualche parola in più.

Elena Somaré

Nata a Milano in una famiglia in cui l’arte è di casa, dopo aver studiato fotografia dal 2007 inizia a dedicarsi alla musica per fischio melodico e studia per due anni armonia e ritmica con il maestro Lincoln Almada. Dal 2007 al 2011 collabora con l’orchestra di Massimo Nunzi Nel 2011 incide il suo primo CD, colonna sonora della Mostra multimediale “Il Fischio Magico” alla Casina di Raffaello di Roma. In questi anni avviene l’incontro con il jazz per merito – come racconta la stessa Somaré – di Ada Montellanico che la invita sul palco dello storico di Roma a fischiettare qualche brano. Nell’aprile 2016 esce il suo secondo disco, “Incanto”, dedicato alla melodia napoletana dal 1500 ad oggi. Nell’aprile del 2018 ecco il suo terzo album “Aliento” distribuito da Audioglobe e dedicato alla musica sudamericana.

Insomma anche l’Italia, con la Somaré, fa parte di tutto un mondo che ruota attorno a questo settore “sibilante”. Basta guardare i video disponibili su youtube di varie World Whistling Championships per rendersene conto. Lì si trova una forte presenza di materiali classici.

Elena Somaré

E il jazz whistling? Intanto il blues offre vari esempi possibili a partire dal fischio corposo del nero Whistlin’ Alex Moore a quello “orchestrato” in “Whistler’s Blues” di Milton Orent con Mary Lou Williams e la Frank Roth Orchestra (archive.org/details/78). Nel campo della soul/black music svetta l’inarrivabile Otis Redding in “Sittin’on The Dock of the Bay”.

Uno specialista del fischio jazz è stato Ron McCroby unitamente al clarinettista Brad Terry ed è da segnalare il melodioso canto di Muzzy Marcellino. Gran successo fra i jazzisti ha raggiunto Bobby McFerrin con “Don’t Worry, Be Happy”, precisando che il fischio è solo un esempio del suo vasto repertorio vocale (speech, trumpet like, falsetto, scat, body percussion, beatboxing, twang, qualità operistica; cfr. Marco Fantini, “Le voci di McFerrin”: magia o prestigio? vocologicamente.blogspot.com – vocologicamente.blogspot.com).

BobbyMcFerrin

In Europa vanno citati il vocalist francese Henry Salvador, quello di “Siffler en travaillant” (“Whistle While You Work”) e l’armonicista belga Toots Thielemans, inimitabile nella sua “Bluesette”, unitamente agli italiani Antonello Salis e Livio Minafra i quali spesso sogliono usare il fischio concatenato al tema od alla impro di tastiera o fisarmonica. La procedura è grossomodo quella di Keith Jarrett che doppia con la voce il pianoforte, di George Benson che si sovrappone come un octaver alla chitarra e, in passato, di Slam Stewart che soleva duplicare con la voce la linea del contrabbasso: il “comando” dal cervello, nel prevedere i suoni prodotti, li sdoppia su due binari e cioè strumento e voce (o fischio) che diventa una sorta di eco sincronizzata, un secondo canto unisonico.

Toots Thielemans

L’effetto, anche col fischio, è piacevole. Del resto Giacomo Puccini, in “Madama Butterfly”, ha dimostrato che persino a bocca chiusa si può intonare musica di grande bellezza! Chissà, forse sta arrivando la rivincita di questo strumento “di dentro”, che non va preso in mano come una conchiglia, un fischietto, un sonaglio, un’ocarina, un piffero, strumenti più accreditati causa la loro materialità. In un’epoca di tecnologie di alterazione canora tipo vocoder et similia il recupero esteso di questa tecnica vocale potrebbe valere come occasione per un più generale imparare a fischiettar. C’è infatti un ritorno abbastanza diffuso a tale forma flessibile di comunicazione primordiale che risale a San Francesco d’Assisi, ai crociati che diramavano ordini per gli arcieri, agli abitanti di La Gomera, nelle Canarie, che usano il silbo gomero, antico linguaggio fischiato tipico di quest’Isola dei fischi celebrata dal film di Corneliu Porumboiu del 2019. Darwin insegna. Si confida che il fischiettare continui a fiorire, come uno spontaneo “fenomeno” di normalità, da sorgente sonora che nasce dalla congiunzione delle labbra, massa fluida che diventa tono, suono dal cortile di casa, come quello di mio padre che chiamava i familiari fischiando le prime note di “Summertime”. Un suono cangiante che può dar l’idea di nullafacente, malinconico, malandrino e tentatore, approvazione, buonumore, meraviglia, allegria, aiuto, fatica, utile ai pastori erranti per ordinare al gregge il percorso così come per i mandriani nella prateria nell’orientare le bestie affidate loro. Il fischio è dunque un forte segnale comunicativo, chi sta sulle sue e se ne infischia è colui che “non fa il fischio”. E se il fischio nelle orecchie è stridio fastidioso, il fischio melodico è invece sentimento incantatore, sibilo che diventa musica, jazz quando va oltre la melodia e inventa note che tagliano in tutta libertà l’aria col proprio soffio leggero.

Amedeo Furfaro

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