L’editoriale del direttore sulla nostra iniziativa “Il Jazz ai Tempi del Coronavirus”

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Con le interviste a Nico Morelli e Pippo Guarnera si è chiusa la nostra inchiesta sul “Jazz italiano ai tempi del Coronavirus”.
Solitamente le interviste che pubblichiamo su “” si basano su due presupposti fondamentali: una approfondita conoscenza del personaggio da intervistare e una serie di domande che tendono a far emergere non tanto l’artista quanto l’uomo o la donna che a quell’artista hanno dato vita. Quindi, ovviamente, domande studiate ad hoc per ogni soggetto da avvicinare.
Questa volta le cose sono andate diversamente: la nostra intenzione era quella di tastare il polso ai musicisti di jazz italiani per capire come stessero vivendo questo terribile momento. Per avere un quadro almeno minimamente rappresentativo abbiamo studiato una griglia di una decina di domande che abbiamo rivolto, quasi sempre identiche, a tutti i musicisti sì da poterne ricavare delle indicazioni significative.
Abbiamo quindi parlato con oltre cinquanta musicisti che abbiamo presentato solo con nome, cognome e strumento ‘frequentato’ prescindendo dalla loro notorietà. Ecco quindi stelle di primaria grandezza a livello internazionale accanto a giovani alle prime armi ma forniti di sicuro talento.
E da tutti sono arrivate indicazioni molto significative pur all’interno di un contesto variegato, in cui, per fortuna, solo un artista è stato colpito dal virus.

Le prime domande erano rivolte ad inquadrare la situazione sotto un profilo pratico: “Come sta vivendo queste giornate? Come tutto ciò ha influito sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso? Come riesce a sbarcare il lunario?”.
Sulle prime tre domande le risposte hanno, bene o male, disegnato lo stesso spartito: i nostri amici musicisti hanno per lo più approfittato del tempo a disposizione per studiare, leggere, ripercorre la loro vita artistica. Disastrosa, ovviamente, la situazione lavorativa dal momento che tutto è stato bloccato né si ha una qualsivoglia certezza sul come e sul quando sarà possibile riproporre musica dal vivo. Quanto alla domanda sul dove trarre i mezzi di sostentamento si nota una profonda differenza tra chi è supportato dall’insegnamento e chi no. I primi riescono a cavarsela piuttosto bene, o almeno senza grossi problemi, mentre per gli altri è molto più difficile anche perché il governo non sembra aver dedicato particolare attenzione a questa categoria destinata, a quanto sembra, solo a “divertire” dimenticando ancora una volta quale debba e possa essere il ruolo dell’arte in una società che ami definirsi moderna e democratica.
Sul fatto di vivere in compagnia questo particolare momento gli intervistati sono stati concordi nell’attribuire molta importanza alla possibilità di affrontare questi eventi così difficili non da soli anche se i pochi jazzisti che sono stati da soli non sembrano aver sofferto più di tanto questa situazione.

Proiettate al futuro le successive domande: “Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa? Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento? Se non la musica a cosa ci si può affidare? Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?”.
A questo proposito le risposte sono state piuttosto variegate eccezion fatta per l’importanza determinante che la musica possa avere avuto durante il ‘lockdown’. Così i più ottimisti pensano che le cose, dal punto di vista dei rapporti umani e professionali, possano cambiare in meglio mentre i pessimisti ritengono che questa situazione non farà altro che acuire le caratteristiche di ognuno per cui chi era già una brava persona rimarrà tale mentre chi non lo era probabilmente peggiorerà. Identico discorso per l’eventuale sovraccarico di retorica in questi richiami all’unità.

Abbiamo lasciato volutamente indefinita la successiva domanda: “È soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?”. Abbiamo cioè voluto lasciare all’intervistato la possibilità di esprimersi sia sul governo sia sugli organismi di rappresentanza della categoria. Dobbiamo constatare come la maggior parte abbia inteso la domanda riferita al governo il cui operato è stato valutato per lo più positivamente ferma restando quella mancanza di adeguata attenzione cui prima si faceva riferimento. Anche i commenti verso gli organismi di rappresentanza della categoria sono stati tiepidamente positivi anche se non sono mancati, ad onor del vero assai pochi, valutazioni di segno diametralmente opposto tendenti a lumeggiare la scarsa omogeneità della categoria “musicisti jazz”.
Conseguenti le risposte alla successiva domanda: “Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?”. Per lo più i musicisti hanno insistito sulla necessità di una maggiore presa in considerazione delle difficoltà di tutto il settore.

A nostro avviso assolutamente preziose le risposte fornite all’ultima domanda: “Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?”. Seguendo le suggestioni dei nostri amici jazzisti si avrà, infatti, la possibilità di scegliere nel vastissimo panorama musicale alcune opere che tutti dovremmo conoscere ed apprezzare.
Quindi buon ascolto e che l’attuale fase 3 ci porti definitivamente fuori dal pantano.

                                                                                                              Gerlando Gatto

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