I nostri CD. I colori del piano jazz

Giovanni Ghizzani – “Lost in the Supermarket” – Dodicilune
“Lost in the Supermarket” è l’album che il giovane pianista e compositore toscano Giovanni Ghizzani ha inciso per la label Dodicilune. Il lavoro prende spunto dal senso di vertigine da smarrimento che si può avvertire in un centro commerciale davanti ai tanti colori della merce esposta. Colori e musica. Val la pena ricordare che la sequenza classica di sette colori era stata associata da Newton alle sette note musicali. Il jazz, se vogliamo, è una sorta di arcobaleno di sottogeneri con vaste venature di suoni. In questo caso, anziché perdersi, Ghizzani esce dal dedalo di corridoi ancor più ispirato nel portare avanti il progetto di un quartetto “over the rainbow” che propone proprie composizioni su testi in inglese scritti dalla cantante Anaïs Del Sordo, supportato da una ritmica che vede schierati il trentino Kim Baiunco al contrabbasso e il siciliano Giuseppe Sardina alla batteria. I musicisti, il cui retroterra curricolare si situa fra blues, funk, rock e free, hanno al proprio attivo ottimi piazzamenti in concorsi fra cui il recente premio della giuria popolare al Conad Jazz Contest. Al versatile team si affianca, nello swing d’apertura (“Claps of Thunder”) il clarinettista Daniele D’Alessandro, presente anche in “Daydream”, omonimo del famoso hit dei Lovin Spoonful; più avanti è la volta del chitarrista Alain Pattitoni in “Living for Tomorrow” e “New Horizons”. Il palinsesto prevede in tutto dodici brani, tre dei quali – “Flows”, “Escape the Wreck”, “30 Ways (to confuse your mind)” – divisi in due parti, in cui risulta centrale, a fini di fluidità dei temi, pur su basi armoniche complesse, lo strumento della voce. In questo, la frontwoman calabrese riesce capacemente “colorando i pezzi di una tinta sonora inconfondibile” per come rileva lo stesso Ghizzani nella nota interna alla cover. È un ‘melodiare’ flessuoso, il suo, in ballad romantiche tipo “Hope” e “Renewal”, che sa spiccare voli felini nei momenti giusti dei pezzi più “metropolitani”. Senza più smarrirsi, il 4et, fra i colori dei prodotti sugli scaffali di un ipermercato della loro Bologna.

Mirco Mariottini, Stefano Battaglia – “Music for Clarinets and Piano” – Caligola
Ernst Ferand, nel volume “L’improvvisazione in nove secoli di musica occidentale”, annota che “non è possibile trovare un solo settore della musica che non sia stato influenzato dall’improvvisazione e neppure una sola tecnica o forma musicale che non abbia avuto origine dalla pratica improvvisativa”. Se si parte da questo assunto l’album di Mirco Mariottini e Stefano Battaglia “Music for Clarinets and Piano” (Caligola) appare una sorta di guida musicale all’agire intenzionale tramite processi improvvisativi in tutte le musiche. Guardando già agli albori della storia della musica, non a caso la prima traccia è dedicata a Ildegarda di Bingen, prima donna a comporre. E senza che manchi il jazz, improvvisativo per definizione, il cui influsso si condensa nelle Impro II e III intitolate, nell’album, a “Jimmy Giuffre” e “Paul Bley”. Poi il percorso abbandona la strada più breve e diviene panoramico. Già nella track su “Igor Stravinsky” emerge il gioco pianistico di cromatismi, policromie, discromie mentre il clarinetto delinea in modo astratto il profilo di un grande contemporaneo in “Bruno Maderna”. La piramide musicale che i due musicisti scalano presenta ulteriori ed impreviste sfaccettature, estranee all’avanguardia novecentesca. Si ritrovano melodie da chanson in “Charles Aznavour”, echi arcaici nel bordone del clarinetto basso nel “ritratto” di “Rosa Balistreri”, ipnotici crepuscoli mediterranei nell’ossessività del flamenco in “Camarón de la Isla”. Scorrono le note come se tastiera ed ancia creassero immagini per una galleria, un’expo di suoni inattesi sparsi nel tempo e nello spazio, che circumnavigano il mondo dall’Ucraina di “Valentin Silvestrov” alla Polonia di “Krzysztok Komeda”, dalla Russia di “Sainkho Namtchylak” fino ancora agli Stati Uniti di “Elliot Carter”. 12 improvvisazioni in totale dove il tema dato è una spiccata personalità musicale su cui l’interpretazione del duo sviluppa possibili esiti alle distinte estetiche e poetiche delle figure di cui sopra. Modelli identitari che si evolvono, come tutta la musica, “con il placido moto che è proprio di un fiume, con l’ininterrotta evoluzione che è propria di un albero di sequoia” (Menuhin).

Giulio Scaramella – “Opaco” – Artesuono
I colori del jazz nella vulgata più diffusa sono il bianco e il nero, come i tasti del pianoforte. Ma ciò è alquanto riduttivo! Ci sono tanti esempi che sconfessano tale stereotipo. L’album del pianista-compositore Giulio Scaramella, “Opaco”, della Artesuono, sta a dimostrare come le tinte di questo gene(re) di espressione musicale possano configurarsi persino in un dimensione coloristica non netta, né trasparente, talora nebulosa, volutamente priva di lucentezza. Che però è capace di trasmettere all’esterno il proprio suono interiore stimolando in chi ascolta i due effetti di cui parla Kandinskij, fisico e psichico, insomma soma e psiche. Il suo trio senza batteria con Federico Missio ai sax e Mattia Magatelli al contrabbasso ne ovatta il guscio ammorbidendolo già dal primo brano che battezza il disco e nella successiva “Musica Ricercata VII” di Ligeti, di minimale raffinatezza. Sarà perché stimolati dal discorso relativo alla “tavolozza” tonale ma il terzo brano in scaletta, “Know Your Knots”, evoca l’idea di un blu opacizzato che implica lento movimento laddove “Over the bar” pare virare, fra il giallo e l’arancione, in sospensione fra energia e instabilità, ambedue ad alta vibrazione metrica. “Time flies (and so do changes)” è uno swing in cui prosegue l’esplorazione “politonale” con “lotte di toni” del trio mentre, dopo “Frammento” e l’omaggio a Coltrane in “Naima”, ecco un “The Wall”, composto stavolta da Magatelli, reso palpitante dalle curate atmosfere impressionistiche replicate in chiusura in “Petite Fleur” di Sidney Bechet. È, quella di Scaramella, una rilettura di orizzonti allargati a più segmenti autoriali – Bach, Bartók, Bill Evans, Ethan Iverson e Mark Turner – beninteso smaltati di opaco.

I NOSTRI CD. Le forme del duo

Daniele Di Bonaventura, Michele Di Toro – “Vola Vola” – Caligola Records.
Nel jazz la coppia scoppia … di salute. È il caso di “Vola Vola”, l’album, edito da Caligola Records, in cui il bandoneon di Daniele Di Bonaventura sposa il pianoforte di Michele Di Toro nel mettere le ali a dieci brani esemplari dell’estetica musicale della partnership. Diceva Horacio Ferrer che “il bandoneon è una fatalità del tango”. Non solo tango, verrebbe da aggiungere ascoltando questo lavoro intitolato ad una delle canzoni abruzzesi più famose reinterpretata, fra le altre, su arrangiamento dello stesso bandoneonista. Perché un tale strumento dal suono struggente, se accostato ad una tastiera ispirata, anche quando fuoriesce dal ventre latino, amplia la gamma di possibilità espressive, per aprirsi ad una varietà sconfinata di opzioni.
Con Di Bonaventura e Di Toro la musica “trasvola”, scivola via in modo aeriforme, non imbocca false piste né infila uscite tortuose. E se può sembrare che il giusto grembo per quelle note sia il Piazzolla di “Jeanne y Paul” e i Gardel-Le Pera di “Soledad” e “Sus Ojos se cerraron”, la eccentricità del duo risalta quando è alle prese con “Blossom” di Keith Jarrett. Non c’è, intendiamoci, nessuna “slatinizzazione” del repertorio semmai si è all’approdo verso nuovi mondi sonori. Sono quelli per cui i due musicisti si fanno attori di spirali armoniche, propulsori di sintesi calde fra dimensioni tecnica ed artistica, addensatori colto-popular in pezzi quali “Touch Her Soft Lips And Part” di William Turner Walton. I due solisti si destreggiano inoltre in partiture proprie – Di Bonaventura in “Sogno di primavera”, Di Toro in “Corale” e in “Ninna nanna” – e quando si cimentano con la poesia insita in un brano altrui tipo “One Day I’ll Fly Away” applicano al meglio i propri elegiaci modi al lirismo vibrante di questa intensa composizione di Nils Landgren e Joe Sampler.

Alice Ricciardi, Pietro Lussu –“Catch A Falling Star” – Gibigiana Records.
Come zumare insomma inquadrare dei soggetti musicali tramite la macchina da presa uditiva? Facciamo l’esempio del canto femminile: qual è il contesto strumentale più idoneo a focalizzarne le doti? La soluzione proposta con il disco “Catch A Falling Star” della vocalist Alice Ricciardi col pianista Pietro Lussu è più che idonea: la voce, semplicemente cruda, affidata alla “cura” della tastiera, elettrica in questo caso. Beninteso la materia prima, quella canora, ed il contorno armonico della tastiera devono essere di prim’ordine perché il risultato sia adeguato alle aspettative.
Ed è quanto avviene con la Ricciardi, artista di stile e raffinatezza non comuni, che propone nell’album tredici brani sia di propria scrittura (fra cui spiccano “Clues Blues” a firma anche del pianista e”Y-Am”con i testi di Eva Macali) che standards di Berlin, Vance (vedansi il titolo del cd), Rodgers-Hammerstein, Gershwin, Van Heusen, Porter, Ellington ed una originale immersione nel pop d’annata con “Good Vibrations” dei Beach Boys. La forza del lavoro sta ulteriormente nella capacità di Lussu di inseguire in punta di piedi le di lei giravolte sui registri più acuti, nell’orchestrarla di ornamenti ed arabeschi, nell’abilità di rarefarne le atmosfere swing, nella discrezione nel defilarsi al momento opportuno e lasciare che la cantante segua il proprio filo d’Arianna, jazzisticamente proteso, con l’orientamento deciso che le è proprio.

Josh Deutsch, Nico Soffiato – “Redshift” – Nusica.org
Sembra alquanto inusuale la struttura binomica del piccolo gruppo formato dal trombettista John Deutsch – Grammy Award 2019 per il miglior album latin jazz – con Nico Soffiato alla chitarra baritona. Il duo, artisticamente nato a Boston, nel terzo disco, Redshift appena edito da Nusica.org, si arricchisce di loop, sinth e sovratracce, e si “rinforza” in diversi brani grazie alla presenza “extra” di due batteristi come Allison Miller alternato a Dan Weiss. Dunque un duo plus se si considera il featuring degli ospiti citati che vanno a ben incidere sulla tenuta ritmico-percussiva delle esecuzioni senza per questo minimizzare la validità del costrutto sonoro impastato dalla coppia leader. Il sodalizio ultradecennale di Josh e Nico si basa su una “bilancia” musicale, in bilico fra acustica ed elettronica, su due creste, estetica jazz/rock/pop ed anima classica (“44.2” è un riarrangiamento da Robert Schumann mentre “John My Beloved” è la nota cover di Sufjan Stevens laddove con “Paul” siamo nell’indie rock degli statunitensi Big Thief). Le composizioni di Soffiato si distinguono per scelta sussequenziale di accordi funzionali allo sviluppo melodico ed ad impro contenute (“Endnote”, “Remember”) con qualche deviazione funky (“Tooch Taach”). Dal canto suo il Deutsch autore si caratterizza per l’ondeggiare gravitazionale della tromba che va ad illuminare di rossastro gli antri sonori di “Time Lapse” o le luci basse di “Arrival” mentre in “Triad Tune” e nella stessa “Consolation Prize”, scritta a quattro mani col chitarrista, dà sfogo ad un eloquio modulato e intenso, istintivo e profondo, per rimanere a descrizioni “dual”. Il tutto viene shakerato avendo sullo sfondo la skyline di New York, metropoli in cui i nostri eroi si sono da tempo trasferiti assorbendone in pieno lo spirito innovativo. Da precisare che Redshift, oltre ad essere il nome della storica band inglese fondata da Mark Shreeve, sta ad indicare la maggiore lunghezza d’onda di un qualcosa che si allontana. Da qui il richiamo subliminale al gioco più/meno di frequenze del duo in questione.

I NOSTRI CD. Miatto, Piccioni, Scandroglio, Bardoscia: quando il basso vola alto.

Lorenzo Miatto – “Civico 19” – Caligola Records
Si può dire “il volare del basso” se un basso “vola alto”? Sì, probabilmente.
È quando, in altri termini, uno strumento come il basso elettrico rifugge dal ruolo di mero accompagnatore per librarsi improvvisativo e liberarsi in canto solistico per, appunto, “volare alto”. Questo espediente retorico è utile per meglio connotare il debutto discografico del giovane bassista veneto Lorenzo Miatto con l’album “Civico 19” (Caligola). Gli è a fianco il chitarrista Nicola Privato nell’attuare una coppia aperta agli scambi di ruolo, melodico e di sfondo armonico, per una sezione bass/guitar sorretta dalla bacchetta-misurino di Niccolò Romanin.  L’atmosfera, all’inizio di fusion sericea, si fa man mano più pastosamente sostanziosa. Il contesto è di un jazz non scevro da echi pop e rock in cui le composizioni del leader sono arrangiate in modo da esaltare la cantabilità tipica del basso elettrico, in un certo senso più opalescente rispetto allo strumento che ne è il fratello maggiore, quantomeno per stazza, il contrabbasso. Oltretutto un mirato uso di reverberi e vibrati ne rafforza l’affinità elettiva con la chitarra in una giostra di suoni variopinti e tempi sempre cangianti quasi uscissero imprevisti e insoliti dal compact, porta girevole di dodici tracce, emotive prima ancor che musicali.

Dario Piccioni – “Limesnauta” – Caligola Records
Ancora un debutto a marchio label Caligola col contrabbassista Dario Piccioni.
Il suo disco,”Limesnauta” è un neologismo che riassume un’autodefinizione della personalità del Nostro, cioè un navigatore del confine; verrebbe da aggiungere che è un esploratore del suono, un ‘traversatore’ di stili (nel cd appaiono le tablas di Daniele Di Pentima e l’oud di Stefano Saletti) un condensatore di ricami e richiami (a Renaud Garcia-Fons, per i sapori spanish dell’orchestrare e forse a Gary Peacock per il gusto nel ‘modaleggiare’). La bellezza del jazz è anche questa: il divagare dell’immaginazione di chi ascolta e intravede legami col proprio archivio mnemonico per confrontarli con chi oggi li maneggia e rimaneggia il processo di trasformazione e fusione di materiali preesistenti e nuovi, da solista o in gruppo. Già perché la fucina di Vulcano ha propri aiutanti! E così Piccioni si avvale del timone pianistico di Vittorio Solimene e col motore ritmico del batterista Ivan Liuzzo veleggia su una musica between/on/no borders in cui il contrabbasso si installa senza brontolii contando fra gli altri dell’ausilio “navigato” di Eugenio Colombo al sax e della voce, carezzevolmente erratica, di Veronica Marini.

Michelangelo Scandroglio – “In The Eyes of the Whale” – Auand
La Auand ci regala, con “In The Eyes Of The Whale”, ancora un contrabbassista in bella evidenza. Si tratta del ventitreenne toscano Michelangelo Scandroglio, reduce dall’affermazione del Conad Jazz Contest ad Umbria Jazz 2019 e vincitore del bando Mibac “Nuova generazione jazz” che si propone, prima facie, in veste di compositore dei 7 brani originali in scaletta oltre che come virtuoso. Verrebbe da capovolgere il motto “dimmi con chi suoni e di dirò chi sei” in “dimmi chi sei e ti dirò con chi suoni” nel senso che la scelta dei partners è quanto mai in linea con l’amalgama sonoro prefigurato da Scandroglio dalla sua collodiana “balena” che accoglie e lascia passar fuori, dal proprio grembo, elettrici spruzzi di energia.  Militano infatti nella formazione il pianista Alessandro Lanzoni, il trombettista Hermon Mehari e il batterista Bernardo Guerra. Come dire un fior fiore di musicisti di nuova generazione, in tutto (magnifici) sette se vi si considerano gli ospiti Michele Tinto e Logan Richardson (alto sax) unitamente al londinese Peter Wilson (chitarra). Si avverte, nel suo background, la mano del didatta Ares Tavolazzi in un collocarsi fra rock pop e jazz contemporaneo che ne costituisce la specifica distintiva cifra artistica. In Scandroglio Mente (compositiva) e Cervello (bandlearistico) si coniugano alla Technè ovvero ad un tocco sapiente e sicuro sullo strumento. Cosa che nel jazz non guasta mai!

Marco Bardoscia – “The Future is A Tree” – Tûk Music
“The Future Is A Tree” (Tûk Musik) è l’interessante album del contrabbassista salentino Marco Bardoscia inciso con il collaudato trio completato dai corregionali William Greco al pianoforte e Dario Congedo alla batteria. Il lavoro si incentra sul Tempo inteso come cronologia ma anche frazione, scansione, struttura organizzata per lo zampillio dell’espressione musicale. La suite iniziale, divisa in Estate-Autunno-Inverno-Primavera, pur non essendo una rivisitazione vivaldiana, presta il fianco a possibili analogie: il respiro dell’atmosfera estiva, le mezze tinte autunnali, la chiusa pensosità invernale, la leggerezza primaverile. Ma la sua “quattro stagioni” non è né bucolica né arcadica a causa della costante contaminazione di terra mare e natura nel mondo odierno.L’artista scevera in jazz le proprie preoccupazioni sull’emergenza climatica del pianeta mentre guarda alle prospettive future delle nostre comunità, dei nostri figli. È dunque il suo un non-viaggio che lo porta ad enucleare, da fermo, i propri moti d’animo attraverso la musica, che è lirica, ispirata all’albero, quello che nella cover è costruito con rustiche matite dalla punta rossa, una pianta che rinvia idealmente a quella di Tranströmer che “prende vita dalla pioggia come un merlo in un frutteto”. I successivi cinque brani sviluppano in varietà di note la riflessione sulla gravità degli effetti del cambiamento climatico che l’uomo, dopo averli causati, non intende anzi non riesce ad arginare, come lo stregone che non sa esorcizzare gli spiriti del male che ha evocato.
Un jazz dunque impregnato di contenuti, quello di Bardoscia, che è anche un’ulteriore rivendicazione ed “espropriazione” del ruolo di prim’attore che il contrabbasso si è saputo conquistare sulla scia di Mingus, Pastorius ed altri capostipiti.
Insomma jazz bass e doublebass, dopo decenni in retrovia, son sempre più alla ribalta anche nel contemporary jazz di casa nostra. Come l’anatroccolo che finalmente può brillare di luce propria e pavoneggiarsi con gli altri per la propria avvenenza.

Jazz sì… ma col fischio! Cenni di whistling story

Risentendo alla radio le risposte di fischiettio collocate nel brano sanremese “Viceversa” di Francesco Gabbani, son venuti in mente frammenti di passato e presente di questo “strumento” un po’ Cenerentola che è il fischio.

All’inizio risalendo mnemonicamente, a proposito di favole, al ritornello di “Impara a fischiettar”, la “Whistle While You Work” del film “Biancaneve e sette nani” del 1937,
confluito poi – come “Someday My Prince Will Come” della stessa pellicola – in contesti “maggiorenni” quale ad esempio il 45 giri del 1961 di Piero Umiliani, seguendo cioè la scia di tante canzoni disneyane, già patrimonio dell’umanità giovanile, divenute adulte, “Whistle While You Work” assumeva nel titolo finalità didattica e divulgative a favore di questo strumento non costoso, facile da trasportare e, come la voce, tipicamente umano (In parallelo a quei virtuosi che hanno la capacità di produrre suoni da parti del corpo, Nana Vasconcelos con la cassa toracica, Demetrio Stratos con il canto difonico, in grado di articolare armonici composti di due o tre note).
Il fischio, forse per una strana “triste” leggiadria non scevra dai richiami “aulici” degli antichi aulos, ha un proprio indiscusso fascino. Si associa ad altri contesti come lo yodeling ed è tipico di musiche etniche anche primitive oltre che di musicisti e gruppi contemporanei, vedansi in Italia Vasco Rossi (“Vivere”), Litfiba (“È il mio corpo che cambia”), Lucio Dalla (“Com’è profondo il mare”), il mitico Lucio Battisti (“Umanamente uomo: il sogno”); e, a livello internazionale, gli Scorpions (“Wind of Change”), Bob Sinclair (“World, Hold On”), OneRepublic (“Good Life”), Maroon 5 (“Moves Like Jagger feat. Christina Aguilera”), Flo Rida (“Whistle”) e persino nell’attacco di “Sofia” di Alvaro Soler.

Lucio Dalla

Il fischio ha avuto risalto nel cinema con la colonna sonora di “Per un pugno di dollari”, di Sergio Leone, simbolo maximum del fischio-western e grazie alla Whistle Song resa celebre da Kill Bill di Quentin Tarantino, rielaborata di recente dalla sassofonista salernitana Carla Marciano nell’album “Psychosis”, della Challenge, dedicato al compositore Berhard Herrmann.

Altri esempi-modello la marcetta militare fischiettata, soundtrack del film “Il ponte sul fiume Kway” di David Lean del 1957 e la più recente performance, in “Loro 2” di Sorrentino, di Elena Somaré, una eccellenza italiana e al femminile della “disciplina”, degna erede di Alessandro Alessandroni, storico maestro del fischio in spaghetti-western. E, dato che la Somaré è nell’Italia del jazz, la migliore ‘fischiatrice’, vale forse la pena dedicarle qualche parola in più.

Elena Somaré

Nata a Milano in una famiglia in cui l’arte è di casa, dopo aver studiato fotografia dal 2007 inizia a dedicarsi alla musica per fischio melodico e studia per due anni armonia e ritmica con il maestro Lincoln Almada. Dal 2007 al 2011 collabora con l’orchestra di Massimo Nunzi Nel 2011 incide il suo primo CD, colonna sonora della Mostra multimediale “Il Fischio Magico” alla Casina di Raffaello di Roma. In questi anni avviene l’incontro con il jazz per merito – come racconta la stessa Somaré – di Ada Montellanico che la invita sul palco dello storico Alexanderplatz di Roma a fischiettare qualche brano. Nell’aprile 2016 esce il suo secondo disco, “Incanto”, dedicato alla melodia napoletana dal 1500 ad oggi. Nell’aprile del 2018 ecco il suo terzo album “Aliento” distribuito da Audioglobe e dedicato alla musica sudamericana.

Insomma anche l’Italia, con la Somaré, fa parte di tutto un mondo che ruota attorno a questo settore “sibilante”. Basta guardare i video disponibili su youtube di varie World Whistling Championships per rendersene conto. Lì si trova una forte presenza di materiali classici.

Elena Somaré

E il jazz whistling? Intanto il blues offre vari esempi possibili a partire dal fischio corposo del pianista nero Whistlin’ Alex Moore a quello “orchestrato” in “Whistler’s Blues” di Milton Orent con Mary Lou Williams e la Frank Roth Orchestra (archive.org/details/78). Nel campo della soul/black music svetta l’inarrivabile Otis Redding in “Sittin’on The Dock of the Bay”.

Uno specialista del fischio jazz è stato Ron McCroby unitamente al clarinettista Brad Terry ed è da segnalare il melodioso canto di Muzzy Marcellino. Gran successo fra i jazzisti ha raggiunto Bobby McFerrin con “Don’t Worry, Be Happy”, precisando che il fischio è solo un esempio del suo vasto repertorio vocale (speech, trumpet like, falsetto, scat, body percussion, beatboxing, twang, qualità operistica; cfr. Marco Fantini, “Le voci di McFerrin”: magia o prestigio? vocologicamente.blogspot.com – vocologicamente.blogspot.com).

BobbyMcFerrin

In Europa vanno citati il vocalist francese Henry Salvador, quello di “Siffler en travaillant” (“Whistle While You Work”) e l’armonicista belga Toots Thielemans, inimitabile nella sua “Bluesette”, unitamente agli italiani Antonello Salis e Livio Minafra i quali spesso sogliono usare il fischio concatenato al tema od alla impro di tastiera o fisarmonica. La procedura è grossomodo quella di Keith Jarrett che doppia con la voce il pianoforte, di George Benson che si sovrappone come un octaver alla chitarra e, in passato, di Slam Stewart che soleva duplicare con la voce la linea del contrabbasso: il “comando” dal cervello, nel prevedere i suoni prodotti, li sdoppia su due binari e cioè strumento e voce (o fischio) che diventa una sorta di eco sincronizzata, un secondo canto unisonico.

Toots Thielemans

L’effetto, anche col fischio, è piacevole. Del resto Giacomo Puccini, in “Madama Butterfly”, ha dimostrato che persino a bocca chiusa si può intonare musica di grande bellezza! Chissà, forse sta arrivando la rivincita di questo strumento “di dentro”, che non va preso in mano come una conchiglia, un fischietto, un sonaglio, un’ocarina, un piffero, strumenti più accreditati causa la loro materialità. In un’epoca di tecnologie di alterazione canora tipo vocoder et similia il recupero esteso di questa tecnica vocale potrebbe valere come occasione per un più generale imparare a fischiettar. C’è infatti un ritorno abbastanza diffuso a tale forma flessibile di comunicazione primordiale che risale a San Francesco d’Assisi, ai crociati che diramavano ordini per gli arcieri, agli abitanti di La Gomera, nelle Canarie, che usano il silbo gomero, antico linguaggio fischiato tipico di quest’Isola dei fischi celebrata dal film di Corneliu Porumboiu del 2019. Darwin insegna. Si confida che il fischiettare continui a fiorire, come uno spontaneo “fenomeno” di normalità, da sorgente sonora che nasce dalla congiunzione delle labbra, massa fluida che diventa tono, suono dal cortile di casa, come quello di mio padre che chiamava i familiari fischiando le prime note di “Summertime”. Un suono cangiante che può dar l’idea di nullafacente, malinconico, malandrino e tentatore, approvazione, buonumore, meraviglia, allegria, aiuto, fatica, utile ai pastori erranti per ordinare al gregge il percorso così come per i mandriani nella prateria nell’orientare le bestie affidate loro. Il fischio è dunque un forte segnale comunicativo, chi sta sulle sue e se ne infischia è colui che “non fa il fischio”. E se il fischio nelle orecchie è stridio fastidioso, il fischio melodico è invece sentimento incantatore, sibilo che diventa musica, jazz quando va oltre la melodia e inventa note che tagliano in tutta libertà l’aria col proprio soffio leggero.

Amedeo Furfaro

I NOSTRI CD. Chitarristi alla ribalta

a proposito di jazz - i nostri cd

Fabrizio Bai Trio –“Comunque sia…” – Dodicilune
Sursum corda, citarae! Su con i cuori … chitarre! E chitarristi (jazz). Parrebbe un loro buon momento, a giudicare dagli album in circolazione curati dagli specialisti delle sei corde. Sette corde, è bene precisare, nel caso del musicista toscano Fabrizio Bai che si presenta con un disco che non potrà che deliziare gli aficionados dell’unplugged.
Ovviamente è un contrabbasso acustico ad accompagnarlo, quello di Raffaele Toninelli, in veste anche di corista in alcune delle 7 (come le corde) tracce del cd, oltre alla batteria e alle percussioni di Emanuele Pellegrini. Comunque sia…il titolo del compact è lo stesso del brano più delizioso, una ballad da cui traspare l’odore del legno di una chitarra che lascia andar via suoni di una nudità a cui non si è ormai abituati.
Chitarrista dall’animo a tratti sudamericano – per esempio in “Milonga d’Autunno” e nella “Quebecoise Maracatù” – Bai fa pensare in qualche flash a Toninho Horta per lirismo ed in qualche segmento di note al Ralph Towner più intriso di spirito world, e non è scevro di classici barocchismi. Da segnalare, infine, che la label è Dodicilune, from Puglia, non a caso terra della famiglia Piazzolla.

Antonio Colangelo – “Tabaco y Azúcar” – Dodicilune
Ancora Dodicilune. Ed ancora chitarra con Antonio Colangelo.
Ma stavolta il clima(x) è differente. Elettrico anzitutto. A maggior tasso jazz. E funky. Basti vedere chi gli è a fianco (Vincenzo Maurogiovanni al basso, Pierluigi Villani alla batteria, Mirko Maria Matera al piano, Cesare Pastanella alle Percussioni) per capirne le ragioni. Tutta gente che ha a che (arte)fare con un sound gagliardo e sincretico. Il che rientra in pieno nel progetto colangeliano secondo cui in musica l’ibrido premia, un po’ come nelle automobili. Ma il “sistema in movimento” che il Nostro ha in mente, nelle nove composizioni, non è altro che il Mare, Atlantico e Mediterraneo, sulle cui rotte esplorare, sperimentare, elaborare, cercare di costruire una identità artistica individuale e collettiva. Operazione che, da nocchiero armato della propria chitarra sfuggevole e curvilinea, conduce egregiamente fino alla direzione prevista.

Maciek Pysz – “A View” – Caligola Records
A chi, in questi tempi in cui tutto pare caduco, volesse investire nell’acquisto di un disco-rifugio dallo stress che abbia, come l’oro, la prospettiva di implementare il proprio valore (estetico in questo caso) negli anni, consigliamo “A View”, album di solo chitarra del musicista polacco Maciek Pysz, edito da Caligola.
In cui si narra di Trieste e del quartiere Barcola ma La Veduta dell’interprete potrebbe fare da sfondo sonoro a tanti paesaggi, reali e immaginari, del mondo, vero e fantastico.
Un CD che è esempio di fusione dei ruoli di compositore ed interprete, di consonanza melodia-accordi, di concordanze armoniche che si succedono secondo un’idea coerente di partenza, per una musica che par scorrere liquida tanto è cristallina e fluida.
Oltre ai dieci pezzi a sua firma segnaliamo il classico “Sous les ciel de Paris” di Giraud reso stemperando le tinte gipsies a cui tante chitarre ci hanno spesso rimandato . E “Cinema Paradiso – Love Theme” di Andrea Morricone, in cui Pysz fornisce una propria versione, di una delle colonne sonore più intense della storia del cinema che Pat Metheny con Charlie Haden ha reso patrimonio di jazzisti. E lo fa come sempre col proprio tocco composto, che allude ad una ritmica virtuale, con quel tono bluesy che ritroviamo più spiccato nel brano “Sea Blues” e che, alla fine, riesce a trasmetterci la sensazione del suo sguardo che, imbracciando la chitarra, si posa su A View.

Martino Vercesi 4et – “New Thing” – Music Center
Chiamare un disco “New Thing” per omaggio all’incisione storica di Archie Shepp e John Coltrane a Newport? Ma c’è anche “New Thing” di Sun Ra, Art Ensemble of Chicago etc. In realtà il chitarrista Martino Vercesi ha dedicato il suo quinto album, appunto “New Thing”, al figlio appena nato. Un “tributo” di natura affettiva e domestica che comunque non ci toglie dalla testa l’assonanza con quella new thing sinonimo di free jazz (a dir il vero il termine rimanda anche alla rock band Enuff Z’Nuff ed al titolo di un famoso libro di WuMing 1, uno dei cinque scrittori che compongono il collettivo letterario Wu Ming!) In concreto comunque va detto che ciò che suona Vercesi in 4et (Rudi Manzoli al sax, Danilo Gallo al basso e Matteo Rebulla alla batteria) è alquanto “informale” nel senso che comunemente si intende nel linguaggio jazzistico. Perciò il titolo non è fuorviante per chi non sapesse che “la nuova cosa” a cui ci si riferisce è il piccolo Marcellino. Sono sei brani in tutto, avvolgenti, corali, di pari dignità strumentale, il che tradisce la discrezione del chitarrista nell’evitare personalismi anzi aprendo ampi varchi al sax e consentendo alla sezione ritmica di mettersi in buona, e meritata, evidenza. Insomma un trust di cervelli dal pensare collettivo dove i “sidemen” intercettano e coniugano disinvoltamente il canovaccio predisposto dal leader di gruppo.

Andrea Infusino – “Amarene nere” – Emme
Amarene nere è il secondo disco da leader del chitarrista cosentino Andrea Infusino, dopo “Between 3 & 4” della Emme Records. Prodotto dalla stessa etichetta discografica, questo nuovo lavoro costituisce una interessante tappa nella evoluzione del musicista che per l’occasione affida l’esecuzione di otto propri brani ad una formazione di organ-trio plus, ovvero con una base di organ trio alla Wes Montgomery arricchita dal sassofono, tenore o soprano a seconda delle situazioni, a volte con funzione di raddoppio del tema chitarristico. Quella che vien confezionata è una sorta di musica “ratafià”, come il liquore di amarene, un jazz dolceamaro, gradevole al palato musicale, che esibisce in vetrina una variegata gamma di chiaroscuri nel prendere a riferimento più modelli stilistici, tradizionali e contemporanei, da coagulare pur lasciandoli oscillare in equilibrio come su una corda tesa. Particolari salienti di Amarene nere che è fa l’altro il titolo della prima composizione: il fraseggio fra spinto (“Angela’s Wistle”) e accelerato (“Exit”) del leader, il suono smagliante a tratti “americano” (“Goldfinch”) del sax di Andrea Marco Rossin, la congrua tessitura armonica dell’organo di Fabio Guagliardi (da segnalarne il “tappeto” per “Slow Baritone”) e la batteria di Manolito Cortese, pervasiva ed intrigante specie in swing (“Minor Cliff”, “Tavern”) e latin (“Sambat”). Insomma nell’insieme un buon esempio di nuovo jazz Made in Sud.

Lirica e jazz: gli antenati

– Lirica e jazz è binomio di cui ci si è occupati su queste colonne il 19 novembre scorso. Volendo ora effettuare quello che, giornalisticamente parlando, è un “ritorno” sul tema, ne abbiamo discusso con Raffaele Borretti, un’autorità in campo jazzistico che non si sa se definir meglio pianista, collezionista, editore, docente, critico, storico. O forse sì, almeno in questo caso, la qualifica di storico del jazz è quella che più gli si addice nella conversazione, con lui intrapresa, sui prodromi del rapporto fra jazz e melodramma e sul quanto e sul come il jazz, musica di sintesi, si sia ispirato, nei primi decenni della propria storia, all’opera ovvero ad un modello per molti versi chiuso e storicamente datato. Un incontro, quello fra jazz e lirica, alimentato dunque più che altro dalla parte jazzistica. Parliamo di un caso che fece epoca. La canzone “Avalon”, di Al Jolson, De Sylva e soprattutto Vincent Rose, un successo dei primi anni venti del secolo scorso. La melodia in apertura si rifaceva a un passaggio di “E lucevan le stelle” dalla Tosca di Puccini. Gli editori fecero causa ad autori ed editori americani. Ma come andarono realmente le cose?
“Al Jolson, il famoso protagonista — tra l’altro — del “primo” film sonoro, The Jazz Singer del 1927, che con i suoi incassi salvò la Paramount dal fallimento, si era reso protagonista di un’altra vicenda, meno felice. Aveva composto nel 1918, assieme a Vincent Rose (autore anche di successi come Whispering, Blueberry Hill, Linger Awhile), nato a Palermo (ma forse di origini calabresi), e lanciato nello show “Sinbad”, “Avalon”, un brano (depositato nel 1920), al secondo posto in classifica nel 1921, e divenuto notissimo specialmente presso i jazzisti tradizionali (ma utilizzato anche da musicisti più moderni), e riproposto anche in diversi film (tra cui Casablanca). Gli editori americani di Giacomo Puccini ricorsero al tribunale, sostenendo che il motivo era copiato da “E lucevan le stelle”, dalla “Tosca”, e riuscirono a vincere in giudizio, ottenendo un risarcimento enorme, di 25.000 dollari (e la partecipazione ai diritti): si pensi che all’epoca in America si comprava — come risulta anche dal “Sears, Roebuck Catalogue”— un pianoforte con 275 $, un fucile Winchester con 40 $, un’auto Ford T con 360 $! Anche la casa discografica che aveva prodotto la gran parte dei dischi di “Avalon” andò in fallimento. Personalmente, questa storia del “plagio” non mi ha mai convinto: la “similitudine” si basa su solo 10 note iniziali, che sono apparentemente uguali, ma armonicamente diverse (“E Lucevan” è in minore, con due cambi di tonalità, Si minore/Mi minore, “Avalon” è in maggiore, tonalità di Fa), e disposte nel primo caso in due battute, e nel secondo in sei. Anche lo sviluppo melodico è totalmente differente tra i due motivi: in particolare, quello di “Avalon” segue la classica impostazione della song americana, con le sue 32 battute (in uno schema A/B/C/D), quello lirico ha uno svolgimento più elaborato. Questo giudizio sfavorevole a Jolson e Rose risulta ancora più incomprensibile se posto a paragone con altre popular songs di successo, che non hanno avuto alcun seguito giudiziario. E’ il caso, ad esempio, di “Always You”, “composta” da Sid Robin e Will Jason, in realtà “Romanza in Fa minore” di Tchaikowsky, o “Once In A Blue Moon”: quest’ultima, lanciata da Nat King Cole nel 1953, reca addirittura la firma di Burt Bacharach (e fu il suo primo successo), che candidamente confessava di averla tratta dalla “Melody In F” di Anton Rubinstein (interpretata, col titolo originale, da diversi jazzisti, tra cui Teddy Wilson). Altrettanto dubbia è la legge americana sui diritti d’autore, che tutela i motivi per quasi cento anni, ma non lo fa per i titoli, sicché è possibile trovare brani totalmente diversi con lo stesso titolo, come è per “Once In A Blue Moon” (almeno altri tre brani omonimi, del 1923, 1934 e 1960) o il “Ridi, pagliaccio”.

– Un musicista al quale sei molto legato, Ralph Sutton, ha inciso appunto il brano “Laugh Clown Laugh”, portato al successo fra gli altri anche dalla cantante Abbey Lincoln, ispirato al “Ridi Pagliaccio” di Leoncavallo. Ma è solo ispirato o c’è qualcosa di più visto che la melodia in effetti non si richiama con evidenza all’aria operistica in questione?

“Diverso è infatti il caso di “Laugh, Clown, Laugh”, show di Broadway del 1923, riprodotto poi in un silent movie della MGM del 1928. Si tratta in effetti di una trama e di una musica diversi dall’opera di Ruggiero Leoncavallo. Ma, a parte l’identità del titolo (e delle parole, “Vesti la giubba!” alle battute 26 e 27 dello spartito), è evidente la totale ispirazione ai “Pagliacci” di Leoncavallo da parte di Fausto Martino (1919), e di Sam Lewis, Joe Young e Ted Fiorito per la musica che accompagnava la proiezione all’inizio, come d’uso. Anche la vicenda ha molte similitudini: si tratta sempre del dramma vissuto dai due protagonisti per l’amore verso la stessa donna, culminante in una tragica fine. Il brano, originariamente un melodico tre quarti, è stato ripreso da vari artisti, dal cantante/attore Harry Richman (singolare figura di entertainer, pianista, compositore, ed… aviatore… che lanciò nel 1930 “Puttin’ On The Ritz” di Irving Berlin nel film omonimo), ai jazzisti Ted Lewis, Duke Ellington, Benny Carter, Ralph Sutton, Abbey Lincoln, che ovviamente ne danno una versione sincopata”.

-Segnaleresti qualche disco in particolare che contiene riadattamenti jazzistici di musiche classiche, anche non liriche?

“Full Moon And Empty Arms”, depositato nel 1945 da Buddy Kaye e Ted Mossman, non è altro che il “Concerto per pianoforte n. 2” di Sergej Rachmaninov . È stato eseguito e inciso da molti jazzisti: è una delle più belle interpretazioni di Sarah Vaughan ma ci sono anche quelle di Garner, Freddie Hubbard e, perchè no, di Caterina Valente, i Platters, Carmen Cavallaro e… Mina”.

– Sui “prelievi” da Rachmaninov si potrebbe ricordare la querelle sul brano “All By Myself” del 1975 di Eric Carmen il quale trovò un accordo con gli eredi del grande musicista russo. Ma lasciamo da parte il pop. Torniamo al jazz per sottolineare come forse gli italo-americani abbiano tardato nell’imporre oltreoceano il meglio della propria mercanzia culturale. Per rimanere spesso vittime di stereotipi negativi che sono stati costruiti sulla loro pelle senza che si valutasse appieno il valore del proprio background. Un esempio. Il linciaggio di massa avvenuto a New Orleans del 1891 in cui vennero uccisi 11 immigrati italiani in gran parte siciliani, un eccidio che segnò il punto nodale di un sentimento antitaliano da cui i nostri connazionali emigrati si sarebbero gradualmente liberati con il lavoro e i sacrifici ma anche grazie all’affermazione del nostro cultural heritage, alla musica lirica, con l’imporsi di ugole come Enrico Caruso, la programmazione di Opera Houses, la diffusione di 78 giri con canzoni d’arte italiane in uno con lo stile e l’arte italiana. Un processo lento ma costante per diffondere un’idea di Italia fatta anche di Grande Melodia. Lo stesso jazz, musica nero-americana, avrebbe tratto linfa vitale dalla lirica proveniente dall’Europa fino alla nascita di un’opera americana (si veda in proposito su questa rivista l’articolo “L’America di Puccini ne La Fanciulla del West” del 16/11/2017). Potresti meglio schematizzare le tappe più significative di tale influenza?

“Sì. Ma ancora una cosa su Whiteman. Uomo di grande ingegno. Uno dei suoi brani preferiti era “When Day Is Done”, che anni fa, al pari di Antonietto (libro su Reinhardt) vedendo come paroliere Buddy De Silva, pensavo fosse americano, mentre è tratto da un’operetta di Katscher che Whiteman aveva conosciuto nella sua tournée europea, rilanciando poi il brano negli Stati Uniti (dove anche Katscher si trasferì riscontrando notevole successo a Broadway). Al che When Day ritornò in Europa venendo inciso (in tutto il mondo ) dai jazzisti. Dunque, come richiesto, ecco a seguire uno schema che ho predisposto al riguardo.

1926 = Miserere (G. Verdi, “Il Trovatore”, P. IV): Red Nichols, c, & Group, 1926, rec. on cylinder, on Edison phonograph, by Earl Baker (tp) – JA-43, C-1712.

1927 = Avalon (Jolson-Rose) (“E lucevan le stelle”, G. Puccini, “Tosca”, A. III): innume- revoli versioni.

1938 = MIserere (G. Verdi, “Il Trovatore”, P. IV): Jelly Roll Morton, p & vo, L. O. C. Recordings (tre versioni) – J. R. Morton Box.

Anvil Chorus (“Coro degli zingari”, G. Verdi, “Il Trovatore”, P. II): Jelly Roll Morton, p & vo, L. O. C. Recordings – J.R.Morton Box

1939 = Sestetto (G. Donizetti, “Lucia di Lammermour”, A. I, Q. II): Fats Waller, p & org – Palm 22, N 479.

Intermezzo (P. Mascagni, “Cavalleria rusticana”): Fats Waller, p & org – Palm 22, N 479.

1939 = A Little Bit Of Rigoletto (“Bella figlia dell’amore”) (G. Verdi, “Rigoletto”, A. III): Raymond Scott Quintette.

1939 = Miserere (G. Verdi, “Il Trovatore”, P. IV): Sidney Bechet ne fa una appropriata citazione in quella che ritengo una delle più belle (e blues) versioni di Summertime.

1940 = Sextet (G. Donizetti, “Lucia di Lammermour”, A. I, Q. II): John Kirby Orchestra – N-283, Coll 12-11 Radio).

1944 = Anvil Chorus (“Coro degli zingari”, G. Verdi, “Il Trovatore”, P. II): Glenn Miller & The Army Air Force Band – trans., RCA CD 86360

1949 = Laugh! Cool Clown (“On With The Motley”, cioè “Ridi, pagliaccio” o “Vesti la giubba”) (da R. Leoncavallo, “I Pagliacci”, A. I): Nat King Cole Quartet, 1949 – C-37.

1960 = Sextet (G. Donizetti, “Lucia di Lammermour”, A. I, Q. II): Donald Lambert, p – Pumpkin 110.

1962 = Anvil Stomp (“Coro degli zingari”, G. Verdi, “Il Trovatore”, P. II): Firehouse Five Plus Two – GTJ 12049, N 523.

1972 = Inno di Mameli (Novaro): Stan Kenton Orchestra – N 28.

N.B.: Paul Whiteman introduce “Song Of India” nel 1921, poi popolarizza A. Rubinstein, Lehar (e Katscher: ricordare “When Day Is Done”), Massenet, Rimsky-Korsakov, Tchaikovsky, Wagner, Brahms, Grieg, Rachmaninoff; Vi sono poi i tanti brani da opere non italiane, come Wagner (Kenton, etc.), Bizet, e poi operette, in primis “Vilia”, interpretato anche da John Coltrane, ed innumerevoli strumentali, da Chopin a Dvorak, Liszt, von Flotow, Rachmaninoff, C. M. von Weber (sigla di B. Goodman), Debussy, Ravel, Beethoven, Ivanovici, Bach, Prokofiev, Offenbach, Granados, Albeniz, etc.”.

Il materiale musicale è vasto così come lo è il tema delle influenze, anche reciproche, fra generi musicali. Un tema che offre il fianco a diversi aspetti, anche giuridici relativi al diritto morale ed economico d’autore. Ma in questa sede il colloquio con Raffaele Borretti è valso esclusivamente per fissare alcuni punti-base su cui non ci si è probabilmente soffermati ancora abbastanza.
Con lo scopo di avvicinare mondi musicali che, contrariamente a quanto si creda, sono molto più in contatto di quanto ci si possa aspettare.

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Amedeo Furfaro