Storie di jazz e d’amore con il Jim Rotondi 5et e la cantina Villa Russiz, nel secondo appuntamento di Jazz&Wine Experience Trieste

Sorprendente per diversi aspetti il secondo concerto della rassegna Jazz&Wine Experience, con il quintetto del trombettista statunitense Jim Rotondi, svoltosi domenica 16 febbraio all’Hotel Double Tree by Hilton di Trieste, città che figura sempre ai primi posti nel mondo tra le tendenze e le preferenze di viaggio, e questa location da sogno sta diventando in brevissimo tempo un punto di riferimento dell’hôtellerie stellata tergestina, con tutte le potenzialità per candidarsi ad essere anche un rilevante hub culturale, grazie all’offerta di proposte, specialmente musicali.

In questo luogo, dall’appeal indiscutibile, Michela Parolin, direttore artistico di Jazz&Wine Experience, ha scelto di portare il trittico di concerti itineranti (le altre location sono l’Hotel Bauer di Venezia e il Camera Jazz Club di Bologna). L’idea vincente sta nell’accostamento di eccellenze, ovvero concerti di musica jazz di alta qualità e  rinomate aziende vinicole, facendo uscire queste ultime dalle rispettive cantine ed innestando il tutto in ambienti di grande pregio, con una visione sistemica di marketing valoriale del territorio.

Non vi nascondo che ho provato una forte emozione, in apertura di concerto, ascoltando le parole di Giulio Gregoretti, direttore generale della fondazione Villa Russiz. Il mio viaggio in un inconsueto cosmo noetico inizia degustando un Sauvignon Cru De La Tour, frutto della vendemmia manuale di vigneti selezionati che dimorano nella parte più alta e rivolta a nord-est di una collina, dove le piante ricevono e assorbono il primo lucore dell’alba; poi, assecondando la rotazione del sole, rimangono a meditare nell’ombra per il resto della giornata. Lo sorseggio piano, reincontrando sul palato ciò che il mio olfatto aveva percepito.

Tuttavia, lo stupore più profondo si manifesta quando Giulio inizia la sua narrazione sull’origine della cantina, generata dalla storia d’amore tra Elvine Ritter de Zahony e il conte Theodor Karl Leopold Anton de la Tour Voivrè, che proviene da un’antica e nobile famiglia francese. Gli sposi ricevono in dote dal padre di Elvine le terre di Russiz, 100 ettari nel Collio Goriziano, un terroir prezioso per la coltivazione dei vigneti.

Siamo nel 1868 e qualche anno dopo il conte, esperto viticoltore, importa in modo rocambolesco le barbatelle dalla Francia. Come? Accuratamente nascoste in grandi bouquet floreali da regalare alla sua amata sposa. I due coniugi riescono a fondere mirabilmente le rispettive competenze e inclinazioni a Villa Russiz: l’uno rivoluzionando le tecniche di coltivazione e contribuendo a fare del Collio la zona di alta eccellenza vinicola che è attualmente e l’altra seguendo la sua vocazione filantropica avviando, a partire dal 1872, un ente assistenziale per l’infanzia abbandonata a Gorizia, un progetto di accoglienza a Trieste e una struttura di assistenza per bambini bisognosi e per anziani alcolizzati a Treffen, In Austria. Un modello d’impresa etica ante litteram.

Purtroppo, la Grande Guerra blocca le encomiabili attività della Contessa e Villa Russiz diviene, per volere del Generale Cadorna, un ospedale militare nel quale presta la sua opera la crocerossina (poi decorata al valore militare) e nobildonna piemontese Adele Cerruti. Nel 1919 Adele, figlia di un Ministro del Regno d’Italia, sfrutta a fin di bene la sua posizione per riportare alla destinazione originale la struttura creata da Elvine, che diventa quindi un istituto per orfane di guerra. Attualmente, l’anima etica di Villa Russiz esprime la sua vocazione all’accoglienza per i minori in difficoltà (in questo momento 12) nella Casa Elvine, spirito guida di questo importante e caritatevole percorso umanitario.

Ma… “Now’s the Time” (cfr Charlie Parker) di parlare di jazz! Jim Rotondi, trombettista americano di fama mondiale, fa dichiaratamente parte della schiera di musicisti “folgorati sulla via del jazz” ascoltando Clifford Brown, gran maestro dell’Hard bop, nonostante sia morto in giovane età.

Il suo percorso artistico l’ha portato ad esibirsi con il gotha del jazz, finanche con il mitico Ray Charles e con Lionel Hampton. E scusate se è poco… Nel mini tour italiano è accompagnato da Andy Watson, batterista newyorchese, componente stabile del Jim Hall Trio, che figura spesso tra i top 10 di varie riviste specializzate di tutto il mondo, e dagli italiani ma dal respiro internazionale Renato Chicco al pianoforte, Aldo Zunino al contrabbasso e Piero Odorici al sax.

Si parte con una composizione originale di Rotondi: “Blues For BC”. Il titolo è una dedica alla provincia canadese della British Columbia. Tromba e sax dialogano a colpi di riff e il raffinato pianismo di Chicco si palesa immediatamente con un bellissimo assolo elegantemente stilizzato da un tocco cristallino e da una notevole varietà nelle coloriture e nella dinamica.

L’esecuzione di “Martha’sPrize”, un classico di Cedar Walton che, ricordiamolo, faceva parte della line-up dei mitici Jazz Messengers, si contraddistingue per gli ottimi svolazzi bebop del sax di Odorici e per un’idea di groove geniale nella sua essenzialità. Il flicorno di Jim ha movenze morbide e un timbro pastoso. Durante l’assolo di sax, colgo un’espressione estatica di Rotondi, appoggiato vicino ad una finestra della sala, mentre si lascia trasportare dalla musica sorridendo…

I cromatismi di Thelonius Monk irrompono come un arcobaleno dopo una pioggia scrosciante: è la romantica “Reflections”, in un arrangiamento che presenta linee aperte nelle quali trovano un giusto bilanciamento le dimensioni improvvisative e di scrittura. Un Monk riletto in chiave light post-bop. Fantasioso e incisivo l’assolo di Chicco, ricco di fraseggi serrati, ritmicamente incalzanti e aperture melodiche; stretto il giuoco delle parti tra sax e tromba. La sezione ritmica Watson-Zunino? Grandissima classe, elasticità e squisito drive.

Parte “You Taught My Heart to Sing” classicone di McCoy Tyner: “hai insegnato al mio cuore a cantare…”, seguo l’esecuzione canticchiando sottovoce… molto sottovoce… non essendo (purtroppo) Diane Reeves, che ricordo inarrivabile nella sua interpretazione di questo brano, accompagnata al piano da Mulgrew Miller. È Piero Odorici, qui, a dettare la linea melodica principale cogliendone ogni sfumatura e riempiendo ogni spazio con delicatezza rara.

Il cuore batte sempre più forte nel riconoscere le “immagini sonore” di George Gershwin, tra i più geniali compositori dell’ “età del jazz”. Il musical “Pardon my English”, che non ebbe certo una vita fortunata, né il successo sperato, continua tuttavia a regalarci diverse perle musicali… tra le quali “Isn’t a Pity”, dove il suono carezzevole e viscerale del flicorno di Rotondi è intriso di lirismo e dove il pianoforte di Renato Chicco sprigiona note che paiono gocce di cristallo lucente.

Un intenso botta e risposta tra la tromba con sordina di Jim e il sax  di Piero e un assolo di batteria al fulmicotone di Andy Watson, sono gli ingredienti principali di “My Shining Hour”, note di pure joy.

Ci si avvia alla conclusione con una dedica al pianista Harold Mabern, figura iconica del bebop recentemente scomparso. La sua “I Remember Britt” (Mabern la scrisse per il trombettista Lee Morgan, ammazzato con un colpo di pistola dalla moglie, a 33 anni soltanto, in un jazz club di New York) inizia in modo spiazzante, con quello che interpreto come un divertissement, ossia con le inconfondibili note della canzoncina “Fra’ Martino Campanaro”, suonate al piano. Non capisco ma mi adeguo. Il resto è uno splendido saggio di jazz, energia cinetica che muove la storia.

Il brillante set si chiude con un richiestissimo bis, la swingheggiante “On a Misty Night” di Tadd Dameron. Ve la ricordate suonata dal pianista di Cleveland con John Coltrane? Si, quella di “Mating Call”, anno 1956. Un richiamo d’amore.

E cos’è, in fondo, il jazz se non un irresistibile e ammaliatore canto, dal quale siamo inesorabilmente sedotti? Chissà se Duke Ellington pensò a questo quando compose “Circe” (una registrazione del 1946 che rimase inedita fino al 1994), dedicandola alla maga che mise in guardia Odisseo sulle insidie del canto delle sirene.

Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera, se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce; poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose…

Grazie alla musica jazz, al Jim Rotondi 5et, al buon vino, alle storie d’amore e di solidarietà, a Trieste e al suo mare per aver evocato tutto questo…

Marina Tuni

Immagini: courtesy Jazz&Wine Experience / Giorgio Bulgarelli / Fondazione Villa Russiz / M. Tuni

In morte di un grande artista: la scomparsa a 66 anni del pianista Lyle Mays

Oggi, come ogni mattina, accendo il pc per lavorare. Le azioni che svolgo sono di routine, quasi meccaniche: posta elettronica, rassegna stampa sui quotidiani online, notifiche sui social. Stamani una notizia, per me particolarmente triste, interrompe la routine e il flusso ordinato dei miei gesti, la cui lettura ha l’impatto di un maroso improvviso e violento che s’infrange dolorosamente contro un post su Facebook: “Con profonda tristezza condivido la notizia che mio zio, Lyle Mays, è morto questa mattina a Los Angeles circondato dai suoi cari, dopo una lunga battaglia con una malattia che si è nuovamente manifestata. Lyle era un musicista e una persona eccezionale, un genio in ogni accezione di questa parola. Era il mio caro zio, mentore e amico e le parole non possono esprimere la profondità del mio dolore. Da parte della sua famiglia, desideriamo ringraziarvi per aver amato lui e la sua musica. Al momento, non ci sono dettagli riguardanti il servizio funebre. La famiglia gradisce elargizioni alla Fondazione Caltech (fondi destinati alla ricerca scientifica N.d.A) al posto dei fiori.”

È di Aubrey Johnson, la nipote di Lyle Mays, anche lei musicista (vocalist jazz e compositrice), come tutta la famiglia del pianista originario del Wisconsin; il post arriva direttamente dalla pagina del famoso zio.

Dopo qualche ora, il messaggio di Pat Metheny: “Lyle è stato uno dei più grandi musicisti che io abbia mai conosciuto, questo l’ho sempre saputo. Per oltre 30 anni, ogni istante che abbiamo condiviso nella musica è stato speciale. Il nostro è stato un legame immediato, sin dalle primissime note che abbiamo suonato insieme. La sua enorme intelligenza e le sue conoscenze musicali hanno influenzato ogni aspetto del suo modo di essere. Mi mancherà con tutto il cuore. ” Anche a noi, Pat…

Mays e Metheny si conobbero nel 1975, al Wichita Jazz Festival e Wichita compare anche nel titolo di uno dei loro album più noti, pubblicato per l’etichetta ECM nel 1981: “As falls Wichita, so falls Wichita falls”. Ho sempre considerato questo titolo tra i più bizzarri della storia della musica e pare che l’idea sia partita dal bassista Steve Swallow.

La prima collaborazione con Metheny si concretizza nell’album solista di quest’ultimo “Watercolors”: siamo nel 1977 e il Pat Metheny Group debutterà ufficialmente nel 1978 con un album che porta il loro stesso nome.

La band, che in realtà non si è mai sciolta formalmente, prima dell’abbandono da parte di Mays, pubblicherà una quindicina di album, in studio e live, aggiudicandosi una decina di Grammy Awards (e tantissime nomination…) anche come miglior album jazz sia con “Speaking of Now” nel 2002 sia con l’ultimo album del 2005, “The Way Up”, composizione unica di 68 minuti, quasi una silloge che racchiude in uno scrigno prezioso l’essenza e la sapienza della vis compositiva di questi due straordinari sodali: Pat&Lyle.

La formazione del PMG che io prediligo è tuttavia quella che riuniva Metheny alla chitarra, Lyle Mays alle tastiere e sintetizzatori, Paul Wertico – che se la batte alla pari con Antonio Sanchez! – alla batteria, Steve Rodby al basso e il grande Pedro Aznar alle percussioni e voce. Di recente i delicati e aeriformi ricami vocali di Aznar avevano trovato un nuovo e degno interprete nel polistrumentista italiano Giulio Carmassi; purtroppo una meteora: la sua esperienza nel PMG è durata poco più di una stagione.

Lyle non era soltanto un pianista, suonava anche la chitarra e la tromba, oltre ad essere un talentuoso compositore, arrangiatore e orchestratore. La sua carriera solistica si è sviluppata parallelamente a quella con il PMG ed è iniziata nel 1986 con un album al quale collaborarono alcune stelle del jazz come Bill Frisell, Marc Johnson e Nana Vasconcelos; sono altrettanto note le sue collaborazioni con artisti del calibro di Joni Mitchell, Rickie Lee Jones e Earth and Wind & Fire.

La firma del Pat Metheny Group e di Lyle Mays è riconoscibile anche nella colonna sonora del film “The Falcon and the Snowman” e la main track “This is not America”, con il featuring di David Bowie, diventò un successo mondiale.

Bisognerebbe scrivere pagine su pagine per contenere tutto quello che questo geniale musicista ha prodotto nella sua lunga carriera, interrottasi ieri a soli 66 anni.

Il mio ricordo finale di questo immenso artista è quello che ho scritto di getto, dopo aver appreso la notizia della sua scomparsa, sulla mia pagina Facebook:

“Tempo fa mi capitò di leggere in un articolo che Lyle Mays e Pat Metheny sono stati per il jazz moderno ciò che furono Lennon e McCartney per la musica pop e George e Ira Gerswhin per i musical (e non solo…). Pensai allora – e lo penso tuttora – che quei paragoni fossero appropriati.

Gli album del PMG con Lyle Mays sono sempre nelle mie playlist e ovunque io ascolti musica.

First Circle credo si possa considerare il capolavoro compositivo della coppia Pat&Lyle, per me uno dei brani più belli che siano stati scritti. Semplicemente perfetto, evocativo, specie per il profilo melodico; l’assolo di piano di Lyle Mays (al minuto 4.33 del video) è pura meraviglia e ha fatto scuola; Pat e Pedro Aznar sono uno stormo di emozioni in volo.

Confesso che io sono tra quelli che non avevano ancora perso la speranza di rivederli dal vivo assieme. Come fu negli indimenticabili concerti al Palasport Carnera del 10 marzo 1988 e in quello di Udin&Jazz, nella splendida scenografia naturale del Castello di Udine, il 16 giugno 2005.

Non accadrà. Purtroppo. Ciao Lyle… e grazie.”

Marina Tuni

 

Una vera Jazz&Wine Experience a Trieste con Dena De Rose 4et e Jermann: la classe non è acqua… è vino e musica!

«Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu», ovvero niente è nell’intelletto che prima non sia stato nei sensi. Calza a pennello l’assioma peripatetico di Tommaso d’Aquino per introdurre il racconto della serata svoltasi il 5 gennaio all’Hotel Hilton Double Tree di Trieste, in occasione del concerto del Dena De Rose Quartet. L’evento è nel cartellone della rassegna Jazz&Wine Experience, con la direzione artistica di Michela Parolin Up Music, itinerante tra Venezia, Trieste e Bologna, fino all’8 marzo 2020 in location prestigiose.

Il progetto è strutturato in modo da abbinare concerti di musica jazz di alto livello con le eccellenze produttive vinicole, valorizzando, al contempo, luoghi simbolo di grande fascino e interesse storico e culturale, come il bel Palazzo di Piazza della Repubblica, risalente ai primi anni del ‘900, che fu la sede della Ras, recentemente e splendidamente restaurato.

Mi perdo già nell’atrio dell’Hotel dove ammiro la riproduzione di un mosaico romano del II° secolo rinvenuto durante i lavori di costruzione del Palazzo e la “Fontana del Gladiatore”, opera di Gianni Marin, che lo storico Salvatore Sibilia descrive come “la più grande opera policroma che esista”. Ma è ora di salire le imponenti scale per giungere al Berlam Coffee Tea & Cocktail, dove mi accoglie Michela Parolin e dove è allestito un punto di degustazione dei vini dell’azienda Jermann di Dolegna del Collio. Assaporo lentamente una morbida Ribolla Gialla mentre mi accomodo al mio posto nell’opulenta sala da concerto (sold-out) con il controsoffitto a cassettoni dorati, nei quali si rincorrono in modo disordinato le lettere R A S (acronimo di Riunione Adriatica di Sicurtà) scolpite in bassorilievo e che io rimescolo e riordino visivamente (e mentalmente!) in A R S… arte.

L’ingresso dei musicisti, dopo una breve presentazione della Parolin e del giovanissimo vignaiolo Felix Jermann, mi distoglie dalle mie elucubrazioni: ed ecco Dena De Rose, voce e pianoforte; Piero Odorici, sassofono; Paolo Benedettini, contrabbasso; Anthony Pinciotti: batteria.

Il set prende avvio con un omaggio, per affinità, alla vocalist e pianista Shirley Horn, della quale ci viene proposto “Sunday in NY”. Dena è superba nel recuperare, ricostruire, reinterpretare gli standard ed eccelle nella prassi improvvisativa e nell’interplay con i suoi musicisti. Il primo dei miei girovaghi pensieri è stato: “questo è jazz in purezza, incontaminato!”

L’anima scivola come sulla seta con la briosa versione di “You stepped out of a dream”, standard del 1940. Ricordavo il brano cantato da Nat King Cole ma questo di Dena ha il giusto swing e raffinate parti di canto scat, ariose e coinvolgenti. Pinciotti accarezza le pelli della batteria in un flow morbido e mai invadente, creando un amalgama sonoro fluido ed estremamente naturale con il contrabbasso di Benedettini. Poi entra Odorici con il suo sax ed io faccio una gran fatica a non muovermi troppo sulla mia sedia… la sala è piena e la mia vicina – molto vicina – mi rivolge sguardi di riprovazione. È straniera: “sorry” le dico, ma non sono affatto convinta di essere dispiaciuta per essermi lasciata trascinare da una musica così coinvolgente!

I tributi di Dena alle sue illustri predecessore continuano con “I have the feeling I’ve been here before” un flashback musicale per un’emozione che riesce a fermare il tempo, pensando a Carmen Mcrae, dalla voce calda e scura…

“Nothing like you has ever been seen before”, di Bob Dorough, è descritta da Dena come una stravagante canzone d’amore ed io aggiungo ricca di colpi di scena, anche perché ha alle spalle una famosa registrazione realizzata da Miles Davis con l’arrangiamento di Gil Evans… e scusate se è poco! In effetti, si potrebbe dire che niente di simile era mai stato visto prima!

Vorrei, a questo punto, soffermarmi su Piero Odorici, perfetto per il repertorio proposto dalla band leader, che rivisita gli standard della tradizione jazzistica con un approccio contemporaneo. Piero è un eccellente sassofonista, di vocazione eclettica, il cui linguaggio affonda nelle radici dell’hard-bop: estetica abbinata ad una solida sostanza melodica e ad un estro improvvisativo notevole.

La scaletta prosegue, tra gli applausi che sottolineano la qualità della performance, e spesso anche i vari assolo, con “ I just found out about love” che Dena rilegge al piano con le giuste sfumature nostalgiche e con una voce che profuma di quel jazz sincero che non necessita di orpelli virtuosistici, pur dimostrando una tecnica raffinatissima.

L’affetto della pianista per Cedar Walton, una delle figure più influenti e amate del jazz, si intuisce nell’esecuzione di “Clockwise”, che lei ha fatto propria scrivendone il testo e che diventa “Listen to your heart”: un misto di poesia e sentimento dove la vera tecnica è espressa dal tocco soave e dall’uso sapiente del pedale… in semplicità, spontaneo come il brindisi di Dena con la Ribolla di casa Jermann!

La mia anima “hipster” e sempre “on the road” per la musica, non poteva non adorare il tributo al crooner, a onor del vero un po’ sui generis, che amo più di ogni altro, (“ogni altro” non me ne voglia!) per me assoluta figura di culto, ovvero Mark Murphy.  Prima della sua scomparsa, avvenuta nel 2015, il cantante di Syracuse si divideva tra gli Stati Uniti e l’Austria, dove ha insegnato per anni canto jazz alla University of Music and Performing Arts di Graz e dove tuttora la De Rose insegna.

Che Dena abbia proposto “Ode to the Road” (brano firmato da Broadbent di cui Murphy scrisse il testo) oltre all’aver dichiarato il suo amore per la fusion degli Steps Ahead di Mike Mainieri – nella cui line-up ha transitato anche la pianista Eliane Elias –  e degli Yellow Jackets di Robben Ford, artisti che sono nelle fondamenta di quella che è la roccaforte delle mie passioni musicali, mi ha letteralmente conquistata, cosa che le ho anche raccontato discorrendo con lei alla fine del concerto.

I musicisti escono per lasciare spazio ad una Dena romantic mood che, in piano solo, intona “You’re nearer”. E penso che dell’Attimo Fuggente tutti ricordano “O Capitano, mio Capitano” mentre io ho stampate nel cuore queste parole: “La poesia. La bellezza. Il romanticismo. L’amore. Queste sono le cose per cui continuiamo a vivere” e mi lascio trasportare da questa sincera e personale versione, dolce ma senza essere stucchevole… “leave me, but when you’re away, you’ll know…you’re nearer, for I love you so…” Così è.

Inesorabile arriva anche l’ultimo brano. Credete all’amore a prima vista? Ci crede di sicuro la  pianista e compositrice brasiliana Eliane Elias, ascoltata qualche tempo fa proprio qui, a Trieste, con il marito contrabbassista Marc Johnson, autrice ed interprete di “At first sight”.

Dena De Rose ci racconta che la Elias è stata una delle sue muse ispiratrici ma per la pianista di Chicago, che ha composto ed eseguito “That second look”, il secondo sguardo è decisamente più rassicurante! Il suo pianoforte canta, le sue mani scivolano sicure sulla tastiera, il suono è brillante, il ritmo è vibrante, i suoi musicisti sono complici di emozioni… il pubblico le capta.

La jazz woman ci saluta regalandoci come bis “Get out of town” di Cole Porter che ci viene resa in un esclusivo e travolgente arrangiamento dove lei, Piero, Anthony e Paolo sono liberi di esprimere i propri teoremi improvvisativi in un climax finale di inarrestabile e preziosa libertà creativa.

Esco in strada, circonfusa da un alone di distaccato e ineffabile incanto. La Trieste che amo, città di luce, marmorea di salsedine e di storia, sfidata dal vento, luogo dell’anima di poeti, letterati e artisti ammicca con “scontrosa grazia”.

Marina Tuni

A Proposito di Jazz ringrazia Garage Raw per la gentile concessione delle immagini pubblicate nell’articolo.

La scomparsa di Mario Guidi: ci ha lasciato un grande professionista del jazz

Un grave lutto ha colpito il mondo della musica jazz. È scomparso stamani a Foligno Mario Guidi, tra i più noti manager jazz, critico musicale e padre del pianista Giovanni.

È lo stesso musicista, sul suo profilo Facebook, ad annunciarne poche ore fa il decesso: “Questa mattina papà – scrive Giovanni – se n’è andato. È stata una grande sorpresa. Ma a pensarci bene, non potevamo che essere tutti certi che sarebbe riuscito a non soffrire per niente! Esattamente come desiderava… I funerali ci saranno Domenica 29 Dicembre alle 15.30 alla chiesa di Sterpete a Foligno”.

Molti i pensieri da parte di amici, di musicisti e di festival sparsi in tutta Italia, con i quali aveva collaborato e che tutti rispettavano e apprezzavano come un manager illuminato e competente, da Enrico Rava: “Qualcosa che non avrei mai voluto dover scrivere: Mario Guidi se n’è andato. Da più di trent’anni, mio collaboratore indispensabile e geniale, e mio carissimo amico. Non ho parole per esprimere la mia gratitudine nei suoi confronti” a Paolo Fresu: “Mario è stato uno dei primi a intraprendere la strada di una professione che, nell’Italia degli anni Ottanta, non esisteva. Nei suoi lunghi anni di attività si è occupato di artisti come Enrico Rava e Stefano Bollani contribuendo con amore e passione a dare luce artistica anche al suo amato figlio Giovanni, oggi uno dei più creativi pianisti europei…”

Il direttore Gerlando Gatto e la redazione di a Proposito di Jazz porgono sincere condoglianze alla famiglia Guidi.

Sarah-Jane Morris e Antonio Forcione a Madame Guitar: una Musica senza compromessi per riscoprirsi comunità…

A Madame Guitar, Festival della chitarra acustica che si svolge a Tricesimo (Ud), c’ero stata nel 2015, per seguire e raccontare i concerti della decima edizione; ci sono ritornata nel 2019 e ho ritrovato gli stessi, incantevoli elementi “scenici”: tanta musica di qualità – 24 concerti in tre giorni – e un borgo dalla storia antica, con un importante patrimonio di chiese, castelli e case contadine dal fascino sempiterno, tracce di un passato che racconta di insediamenti risalenti niente meno che all’epoca preistorica.

In mezzo a tante perle, ho scelto di recensire il concerto che più mi ha coinvolta, dal punto di vista musicale ma anche emotivo e, se vogliamo, sociale.

Sto parlando del duo composto dal chitarrista Antonio Forcione, molisano d’origine che vive a Londra da quasi quarant’anni e che il Guardian inserisce nel gotha dei chitarristi acustici, e da Sarah-Jane Morris, una voce multi-ottave sbalorditiva, in grado di esprimere uno spettro infinito di colori primari, secondari, terziari… e di contrasti policromi che neppure il cerchio cromatico di Johannes Itten riuscirebbe a circoscrivere!

ph: Angelo Salvin ©

Sul palco del Teatro Garzoni, nella giornata di apertura del festival (venerdì 20 settembre) Morris e Forcione sono stati preceduti da un talentuoso duo di chitarristi provenienti dall’Umbria, i Fingerprint Project, ovvero Michele Rosati e Rachele Fogu, che hanno fatto vibrare la platea con virtuosismi, eseguiti sempre in souplesse, così come il fingerstyle, il tapping, gli arpeggi, con ottimi arrangiamenti e, soprattutto, con un’impronta stilistica un po’ fuori dai canoni.

Il secondo set ci ha riservato una sorpresa inaspettata: l’americano Trevor Gordon Hall e il suono trascendente della sua ‘kalimbatar’, uno strumento da lui stesso inventato che riunisce chitarra e kalimba, corde e denti metallici, in un’unica cassa armonica. I suoi pezzi sono vere e proprie sculture sonore che regalano nuove prospettive di ascolto e arcane sensazioni uditive… Non ci credete? Provate a cercare su Youtube la sua versione di “Clair de Lune” di Claude Debussy, arrangiata per kalimbatar…

Il penultimo concerto della lunga serata è stato quello del  maestro sardo Marino De Rosas, che ha da poco pubblicato un album prezioso «Intrinada» (anche perché ne pubblica uno ogni dieci anni!).

Un set dal forte carattere stilistico, intenso: chitarra con accordatura alternativa, scale arabe, stratificazioni sonore, mood che mutano dal malinconico crepuscolare alle solari melodie mediterranee e ibridazioni culturali tra la penisola iberica e la Sardegna. Tutto ciò senza dimenticare che la sua anima, un tempo, era decisamente più orientata verso il rock… da qui lo splendido medley finale con, in sequenza, “Eleanor Rigby”, “Paint it Black” e “Jump”.

Marco Miconi, patron di Madame Guitar, fatica non poco a quietare l’entusiasmo del pubblico che lo reclama per un altro bis, “Cannonau”, dall’album «Meridies».

In questa notte infinita – ma che sta per finire – manca solo l’ultimo set, il più atteso: il palco è tutto per Sarah-Jane Morris e Antonio Forcione.

Sarah-Jane sembra uscita da un quadro preraffaelita di Dante Gabriel Rossetti, la “Ghirlandata”, con i suoi capelli rossi e l’elegante l’abito a fiori dalle sfumature autunnali, verde cinabro, ardesia e borgogna; Antonio con il suo cappellino nero pare un filibustiere, un freeboter, libero predatore di note.

Il primo brano, “Awestruck”, parla di una donna dagli amori compulsivi e ci proietta subito in una dimensione alta, dove ritrovi Billie Holiday, Nina Simone, Sarah Vaughn e Janis Joplin, timbri sabbiati e graffianti, ironia e un raffinato latin sound, con un ritornello immediatamente cantabile anche da chi non conosce la canzone.

Un sottile fraseggio di Antonio apre “Comfort zone”, un ricamo delicato che si contrappone alla drammaticità del testo che è pura poesia, pur parlando di violenza sulle donne, ed è dedicata alle 5 prostitute inglesi di Ipswich che nel 2006 vennero trucidate da un serial killer. Sarah la propone in una sorta di Sprechgesang, una forma di recitazione cantata. Molto toccante.

“All I want is you” è un pezzo, come i primi due, scritto dalla Morrris e da Forcione e tratto dal loro più recente album «Compared to what» (senza il punto interrogativo perché – dicono i due artisti – “non è una domanda, non cerchiamo confronti. È il nostro modo di affermare che noi siamo noi!”). Lo ascolto con pensosa leggerezza, immaginando, senza nulla togliere alla splendida interpretazione di Sarah-Jane, che il brano si attaglierebbe perfettamente alla vocalità dell’indimenticato Al Jarreau, inarrivabile, a volte, come in “Roof Garden”, che sento affine a “All I want is you”. E ne rimango affascinata.

Sul fronte delle cover, una “Superstition” di Stevie Wonder versione stripped down che, spoglia della sezione fiati, poteva anche non funzionare e invece è pazzesca! La quintessenza del funk in una chitarra e in una voce… che qui sprigiona tutta la sua energia e potenza soul mentre Antonio, con la sua chitarra acustica, riempie il suono come se sul palco ci fosse un’intera band. “Message in a bottle”, capolavoro dei Police, viene presentato da Sarah usando un ossimoro: loneliness together, solitudine insieme… e la metafora del naufrago è un messaggio che arriva forte attraverso la voce della vocalist inglese, che riesce ad esprimere pienamente il senso di disagio e di emarginazione dell’essere umano nella società moderna. L’ultima cover (il bis), un’evocativa e ieratica “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan, inizia con una intro di Antonio dal languore malinconico… suoni delicati e un graffiare le corde che ricorda, grazie all’effetto delay, il soffiare del vento. La voce di Sarah-Jane, in certi momenti sussurrata, ha la dolcezza di una ninna nanna… e suona meravigliosamente strana, perché da lei ti aspetteresti sempre un approccio più “muscolare”… alla fine lei emette un suono che simula una folata improvvisa e noi ci chiediamo se prima o poi le risposte ai tanti interrogativi delle nostre anime inquiete arriveranno portate da un alito di vento.

In una scaletta che affronta con profondità e partecipazione temi sociali di attualità non poteva mancare l’immane tragedia dei migranti nel mar Mediterraneo, raccontata in “The Sea”, un blues che inizia con un recitativo e una frase ripetuta in loop : “not in my name, not in my name…” che ci fa ricordare come, dopo anni e anni di lotte, ci sia ancora molto da lavorare sul fronte dei diritti civili. Purtroppo…

Nell’ultima parte di questa viscerale performance ascoltiamo anche “All of My Life”, in cui la cantante racconta l’esperienza del divorzio (è stata lungo sposata con David Coulter dei Pogues N.d.R) e “Compared to what”, un brano scritto nel 1966 da Gene McDaniels come denuncia contro la guerra nel Vietnam e reso famoso da Roberta Flack, sebbene per noi jazzofili rimanga memorabile la versione del pianista Les McCann e del sassofonista Eddie Harris al Montreux Jazz Festival del 1969.

Antonio lo ripropone con un incisivo stile slap funk, scelta perfetta per la splendida voce di Sarah-Jane che ti sconquassa l’anima con una tempesta emotiva e passionale.

“Tryin’ to make it real — compared to what?” – recita un efficace ed ossessivo riff –   e alla fine la vocalist sciorina una sequela di personaggi che, ognuno nel proprio campo, per il coraggio e l’unicità delle azioni compiute, che sembravano utopie, hanno reso possibile l’impossibile: Marthin Luther King, Madiba (Nelson Mandela), Stephen Biko, Carl Marx, Leyla Hussein, il Dalai Lama, Indira Gandhi ma anche Oscar Wilde, John Lennon, Woody Guthrie, James Brown, Robert Wyatt e molti altri… tutti mossi dalla stessa enorme passione e dalla voglia di rendere il mondo un posto migliore.

Io esco dal teatro, dopo aver parlato un po’ con Sarah e Antonio, con l’idea che dobbiamo riscoprire una nuova dimensione sociale, un nuovo èthos, un tempo di bellezza, di passione, di impegno, ritrovando il senso della comunità…

Marina Tuni

Si ringrazia Angelo Salvin per le immagini e il direttore artistico, assieme allo staff di Madame Guitar.

 

Forlì Open Music – F.O.M. IV edizione

Forlì Open Music – F.O.M. – IV edizione

L’esclusiva rassegna dedicata a diversi linguaggi musicali dalla tradizione al presente, quest’anno allarga i suoi confini accogliendo il Festival di Musica Contemporanea Italiana: 12 appuntamenti tra cui Joe Morris in esclusiva e la data unica della Paal Nilssen-Love Large Unit – 11, 12, 13 ottobre 2019 ex Chiesa San Giacomo – Piazza Guido da Montefeltro – Forlì

Ingresso libero fino ad esaurimento posti

Dopo l’entusiasmante edizione del 2018, torna Forlì Open Music la rassegna internazionale dedicata ai diversi linguaggi musicali dalla tradizione al presente, che per il 2019 allarga i suoi confini accogliendo il Festival di Musica Contemporanea Italiana e ampliando il cartellone e la durata del festival.

Tre giorni, dall’11 al 13 ottobre, ospitati tra le millenarie mura della Chiesa di San Giacomo a Forlì, e 12 appuntamenti di assoluta qualità con artisti considerati internazionalmente le punte di diamante dei rispettivi ambiti musicali, come Joe Morris (in esclusiva), la Paal Nilssen-Love Large Unit (data unica), il Quartetto Maurice, gli Zaum Percussion, Fabrizio Ottaviucci, il duo Monica Benvenuti e Francesco Giomi e tanti altri. Performer diversi tra loro ma allo stesso tempo molto vicini, quasi compenetranti, nonostante le etichette affibbiate.

Non solo musica: il programma di quest’anno abbraccerà anche altre forme d’arte, come la fotografia con la mostra di Žiga Koritnik e la presentazione del suo monumentale Cloud Arrangers che apriranno il Festival, e la letteratura, con la presentazione del libro postumo Non abbastanza per me di Stefano Scodanibbio, contrabbassista virtuoso e compositore che ha illuminato il panorama musicale degli ultimi trent’anni.

Da sempre caratterizzata dentro e fuori i confini nazionali per la sua trasversalità rispetto a vari mondi musicali, Forlì Open Music, quest’anno insieme al Festival di Musica Contemporanea Italiana, porrà attenzione e sensibilizzerà gli ascoltatori su musiche diverse nate nello stesso contesto storico, mostrando non solo il prodotto finale ma anche i luoghi e le espressioni sonore del pensiero. Una musica che può essere scrittura ma anche realizzazione estemporanea, improvvisazione, sperimentazione, evocazione.

La direzione artistica di FOM è sempre a cura dell’associazione culturale Area Sismica che da nove anni organizza anche il Festival di Musica Contemporanea Italiana, con lo scopo di divulgare le opere e l’arte di compositori e interpreti nati e formati nel nostro paese. La quarta edizione di Forlì Open Music è organizzata da Area Sismica con la consulenza di Fabrizio Ottaviucci, e in collaborazione con il Comune di Forlì e i Musei di San Domenico, e il sostegno della Regione Emilia Romagna, del MiBACT e della Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì.

IL PROGRAMMA

Entrando nel dettaglio del calendario, l’apertura – venerdì 11 ottobre, ore 19 – è affidata alla mostra fotografica di Žiga Koritnik, fotografo sloveno di fama internazionale specializzato nella fotografia di spettacolo, in particolare nell’ambito del jazz. Ha ritratto i più grandi musicisti del mondo ed è per questo ospite fisso di moltissimi festival in Europa e Stati Uniti: il Vienna jazz festival e il Saalfelden in Austria, Musique Metisses di Angouleme in France, il Vision Festival di New York, i festival di Skopjie in Macedonia e di Sant’Anna Arresi in Sardegna. Le sue immagini sono pubblicate da prestigiose riviste internazionali come l’italiana Zoom, che gli ha dedicato un intero articolo nel 2005, la giapponese Jazznin, e altre come Time Out, Jazz Times, Jazziz, Signal to Noise, Neue Zeitschrift fur Musik, Village Voice. Ha realizzato numerose mostre e pubblicazioni, e le sue foto sono utilizzate in diverse opere discografiche e letterarie: è di Ziga Koritnik la foto di copertina dell’edizione slovena dell’autobiografia di Miles Davis.  Durante la serata sarà presentato il suo nuovo libro fotografico, Cloud Arrangers, nel quale ha raccolto la sua intera e prestigiosa carriera. Un volume di 376 pagine, con 278 foto quasi tutte in bianco e nero, in cui Ziga Koritnik fa il punto di oltre trent’anni di lavoro sulla musica, anzi nella musica.

Protagonista del primo concerto – sabato 12 ottobre, ore 20.30 – sarà un enfant prodige, il talentuosissimo Jacopo Fulimeni, a sottolineare come una delle vocazioni del Festival sia anche quella di portare alla luce i migliori rappresentanti delle nuove generazioni, che siano interpreti o compositori.  Diciotto anni appena compiuti, ha iniziato lo studio del pianoforte all’età di 8 anni, mentre a 9 anni ha sostenuto l’esame di ammissione per la classe di pianoforte al Conservatorio “G.B.Pergolesi” di Fermo, risultando 1° su 54 candidati. Tra i più interessanti giovani talenti a livello nazionale, già vincitore di numerosissime competizioni pianistiche nazionali e internazionali, Fulimeni è stato insignito del premio Arca d’Oro di Torino, prestigioso riconoscimento nel cui albo figurano nomi come Riccardo Muti e Riccardo Chailly. Nonostante la giovane età ha già un’agenda fittissima di impegni, tra i prossimi è stato  invitato dal governo ungherese a tenere un concerto per la stagione 2019/2020 presso il Liszt Ferenc Memorial Museum di Budapest. A Forlì presenterà un repertorio di notevole difficoltà con musiche di Liszt, Alkan e Rameau.

A seguire, un concerto più vicino alle epoche contemporanee con il Quartetto Maurice, che interpreterà composizioni immaginifiche di Giacinto Scelsi e Francesco Lanza. Insignito di numerosi premi e riconoscimenti, fra i più recenti dei quali spiccano quello ricevuto ai Ferienkurse fur Neue Musik 2016 di Darmstadt come migliori interpreti e il XXXV Premio della Critica Musicale “Franco Abbiati” 2015 dedicato a Piero Farulli, il Quartetto Maurice  di Torino è una formazione ben nota a livello internazionale che vanta ad oggi ben 17 anni di attività oltre a una lunghissima serie di collaborazioni con alcuni dei più importanti compositori viventi. Fondato nel 2002, dopo aver approfondito l’ambito classico, il Quartetto si è dedicato alla musica dei secoli XX e XXI, esplorando ogni tipo di linguaggio contemporaneo. Tra i vari progetti, 4+1 inteso come quartetto d’archi + elettronica, con cui si delinea la volontà del Quartetto Maurice di considerare l’elemento elettronico come un quinto membro del gruppo e di lavorare quindi in senso cameristico con l’elettronica, cogliendo le suggestioni sonore che essa offre per poi rilanciarle in ambito acustico, in un fluire di novità acustiche che si alimentano vicendevolmente. Si è esibito nei maggiori festival in Italia ed in tutto il mondo, oltre ad annoverare nel proprio curriculum anche la direzione e codirezione artistica di festival ed eventi culturali.

Subito dopo è il turno dei Zaum Percussion, un trio che riunisce al suo interno 3 dei più grandi percussionisti della scena internazionale per un omaggio al genio di Mario Bertoncini e a quello di Lorenzo Pagliei. Fondato nel 2018, Zaum Percussion è un ensemble formato da Simone Beneventi, Carlota Cáceres e Lorenzo Colombo, provenienti da percorsi di studio e di attività artistica internazionali. Accomunati dall’interesse per la ricerca, la creazione di nuove forme di produzione e fruizione musicale, lo studio e la ripresa delle opere più significative del repertorio per percussioni del XX e XXI secolo, i tre hanno fatto convergere in questo ensemble le loro esperienze, i loro ambiti di azione e i loro interessi artistici affini. Simone Beneventi nato a Reggio Emilia (1982), è stato premiato con il Leone D’Argento alla  Biennale  di  Musica  a  Venezia (Repertorio  Zero).  La sua ricerca nella costruzione di nuovi strumenti e  di  nuove  soluzioni  compositive per le percussioni hanno definito il suo campo d’azione come “Solismo Creativo”. Carlota Cáceres originaria di Badajoz, Spagna (1988), è una percussionista poliedrica che combina le sue passioni per la musica contemporanea, il teatro musicale e l’orchestra. Vincitrice del primo e secondo premio alla Kiefer Hablitzel  Stiftung  competion,  Carlota  vive  a  Palma  di  Maiorca  dove  insegna  al Conservatorio Superiore delle Isole Baleari. Lorenzo Colombo, nato a Milano (1990), ha vinto come solista il Premio Nazionale delle Arti, il Yamaha Foundation Price e l’International Percussion Competition. Nel 2016 è stato identificato come promettente giovane performer dall’ULYSSES NETWORK e da Steven Schick per Manifeste/IRCAM a Parigi. Al momento Zaum percussion è artist in residence al Festival Milano Musica per il triennio 2018/2020.

Anche in questa edizione del FOM ci saranno eventi organizzati in esclusiva mondiale, come il solo abbagliante dell’incredibile chitarrista compositore improvvisatore statunitense Joe Morris, che chiuderà la prima serata di concerti. Definito da Downbeat Magazine “il principale chitarrista di musica libera della sua generazione” e dalla rivista WIRE come “uno dei più grandi improvvisatori viventi”, Joe Morris è uno dei più grandi chitarristi del free jazz e della free music. Ha composto oltre 150 brani musicali originali e ha al suo attivo più di 140 registrazioni incise da etichette quali Leo, Aum Fidelity, ECM, Rare Noise e dalle sue etichette Riti e Glacial Erratic. Dotato di uno stile molto personale che unisce varie ispirazioni – tradizionali, classiche, d’avanguardia – Morris vanta collaborazioni prestigiose tra cui quelle con Matthew Shipp, William Parker, Ken Vandermark, Joe e Mat Maneri, Butch Morris e molti altri. Ha tenuto conferenze e seminari sulla propria musica e sull’improvvisazione negli Stati Uniti, in Canada e in Europa, attualmente insegna presso il Tufts University Extension College e il New England Conservatory nei dipartimenti di jazz e improvvisazione. Nel 1998 e nel 2002 è stato nominato Miglior Chitarrista ai New York Jazz Awards.

La terza e ultima giornata di Forlì Open Music 2019 si apre – domenica 13 ottobre, ore 11 – con l’Open Day delle scuole musicali di Forlì, un progetto che coinvolge e fonde in formazioni diverse gli studenti dell’Istituto Masini e del Liceo Musicale Statale.

Segue L’evoluzione del linguaggio musicale” una conversazione/concerto a cura del maestro Fabrizio Ottaviucci che accompagnerà il pubblico attraverso le epoche musicali, fino a decifrare gli stilemi contemporanei. Le strade principali percorse da alcuni tra i più importanti compositori dei primi decenni del XX secolo, momento cardine per lo sviluppo successivo della musica, saranno oggetto di riflessioni e di ascolto.  Fabrizio Ottaviucci, è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete nella musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Stockhausen, Cage, Riley e Scelsi con cui collaborò direttamente. Pianista eclettico, Ottaviucci unisce alla prassi interpretativa quella compositiva, spostandosi dalla musica minimalista a quella seriale, dodecafonica e aleatoria. Diplomatosi brillantemente in pianoforte presso il Conservatorio di Pesaro, ha inoltre studiato composizione e musica elettronica. Ha tenuto centinaia di concerti nelle maggiori città italiane e tedesche, con tournée in Spagna, Austria, Inghilterra, Polonia, Messico, Stati Uniti, Canada e India; ed è stato più volte invitato a prestigiosi festival come il Festival Pontino, Milano Musica, Rassegna Nuova Musica Macerata, Ravenna Festival, Festival Cervantino Messico, Angelica Bologna, Biennale Venezia, Musica d’hoy Madrid e tanti altri. Quest’anno Ottaviucci ha collaborato con Area Sismica per la realizzazione della quarta edizione di FOM.

Si proseguirà poi con un altro appuntamento organizzato dall’Istituto Musicale Angelo Masini di Forlì, che vede protagonista la formazione Piano & Wind Quintet. In programma il quintetto K 452 di Mozart (1784), che innovativo per scrittura e organico, sembra superare i confini cameristici per incontrare quelli orchestrali e viaggiare tra le epoche divenendo riferimento per Rimsky-Korsakov che col suo quintetto in Si bemolle maggiore (1876), a chiusura del concerto, attua un felice sodalizio tra la tradizione russa e la cultura occidentale. Questo filo che lega le anime di due compositori solo apparentemente lontane si trasforma in una rete fittissima di intese, condivisioni e interazioni che legano le vite dei cinque componenti del Piano & Wind, stabilendo un incontro dei musicisti appartenenti alla storia dell’Istituto Musicale Masini – Roberto Fantini all’oboe, Yuri Ciccarese al flauto, Stefano Bertozzi al clarinetto, Pierluigi Di Tella al piano – con gli esponenti più acclamati del panorama musicale internazionale: Paolo Carlini, primo Fagotto dell’orchestra della Toscana nonché interprete solista di molte opere del repertorio contemporaneo a lui dedicate e Guido Corti considerato tra i migliori cornisti d’ Europa. Il concerto è dedicato al Dott. Giulio Vanitelli e offerto dalla moglie l’artista pittrice Anny Wernert.

Lo sguardo tornerà a posarsi sui mondi contemporanei con un omaggio a uno dei suoi più illuminati rappresentanti, Marco Stroppa, compositore fra i primi in Italia ad aver approfondito lo studio della musica elettronica con una lunga collaborazione all’Ircam di Parigi, attento studioso di informatica, scienze cognitive e intelligenza artificiale. Ad eseguire la sua musica, sarà il giovane e talentuoso Erik Bertsch. Pianista italiano di origini olandesi, Bertsch si dedica con uguale curiosità e spirito di ricerca al repertorio classico, romantico, novecentesco e contemporaneo. Diplomatosi a pieni voti al Conservatorio “Cherubini” di Firenze sotto la guida del maestro Maria Teresa Carunchio, ha seguito corsi di perfezionamento tenuti da Alexander Lonquich, Bruno Canino, Enrico Pace e altri. Ha approfondito la sua conoscenza del repertorio antico attraverso lo studio del clavicembalo e dell’organo; allo stesso tempo si è dedicato con passione alla musica contemporanea, perfezionandosi con pianisti come Pierre-Laurent Aimard e Tamara Stefanovich (Piano Academy, Monaco di Baviera) e Maria Grazia Bellocchio (Divertimento Ensemble, Milano). Svolge un’intensa attiva concertistica, sia in veste di solista che in formazioni da camera, collaborando inoltre con importanti compositori come Ivan Fedele, Alessandro Solbiati, Marco Stroppa, ma anche con giovani compositori che a lui hanno dedicato nuovi lavori. Fra i suoi ultimi progetti di particolare rilevanza è stata l’esecuzione integrale del Primo Libro delle Miniature Estrose di Marco Stroppa, un ciclo di lavori di grande virtuosismo eseguito da Erik per la prima volta in Italia nella sua interezza e di cui ci farà ascoltare un estratto a Forlì.

A seguire il F.O.M. pone sotto i riflettori un altro gigante dei nostri tempi, Sylvano Bussotti, che sarà interpretato dal duo Benvenuti & Giomi, per un evento nato in collaborazione con Tempo Reale di Firenze, centro di ricerca musicale fondato da Luciano Berio. Già da alcuni anni Tempo Reale ha voluto rendere omaggio a uno dei massimi compositori italiani quale è Bussotti, con un ciclo di progetti che reinterpretano in un luce nuova e attualissima una serie di opere della sua produzione musicale meno conosciuta. I programmi – costruiti insieme allo stesso Bussotti e a Rocco Quaglia – ruotano intorno alla voce di Monica Benvenuti, cantante iconica del maestro fiorentino, così come ad un utilizzo inedito per lui degli strumenti elettronici. Il concerto si pone quindi come un unicum originalissimo e sorprendente nel panorama interpretativo della sua musica, ed è affidato alla bravura e alla maestria di due affermati solisti. Monica Benvenuti, cantante soprano nota nel panorama nazionale ed internazionale per le sue interpretazioni di musica contemporanea, ha sviluppato un interesse specifico per la musica del Novecento che l’ha portata a esplorare le potenzialità della voce umana in rapporto ai diversi linguaggi, dalla recitazione al canto lirico, attraverso molteplici livelli espressivi. Ha tenuto concerti in tutto il mondo, spesso interpretando musiche a lei dedicate. Francesco Giomi, compositore e regista del suono, ha maturato una lunga esperienza nel campo della musica di ricerca e dei suoi rapporti con le altre arti. Da molti anni collabora con Tempo Reale, del quale è attualmente direttore; in questo ambito ha diretto l’equipe di produzione del centro nei principali teatri di tutto il mondo per le opere di  Luciano Berio, e collaborando anche con musicisti e artisti come Virgilio Sieni, Henri Pousseur, Micha Van Hoecke, David Moss, Uri Caine, Sonia Bergamasco, Jim Black, Simona Bertozzi, Elio Martusciello.

Da Sylvano Bussotti a Stefano Scodanibbio con la presentazione, curata da una delle penne più illuminate del panorama dei critici musicali, Mario Gamba, del suo libro Non abbastanza per me. Scritti e taccuini, edizioni Quodlibet. Si tratta di un libro che Giorgio Agamben e Maresa Scodanibbio hanno costruito raccogliendo articoli, annotazioni dai taccuini privati e note ai pezzi musicali che il grande contrabbassista maceratese (Macerata 1956 – Cuernavaca 2012) aveva scritto nel corso della sua vita: gli appunti di viaggio (l’India, l’amatissimo Messico, la Svezia, la Spagna, la California), gli incontri decisivi (Scelsi, Berio, Xenakis, Nono, ma anche poeti e scrittori, come Sanguinetti e Agamben), le annotazioni illuminanti sulla musica si compongono in una sequenza vertiginosa, che ricorda la velocità e l’esattezza con cui egli riusciva a trarre dal contrabbasso sonorità prima di lui insospettate. Durante la presentazione saranno proiettate riprese dell’indimenticabile genio maceratese e il M.to Fabrizio Ottaviucci interpreterà “Terre Lontane” per pianoforte, video e musiche preregistrate da Scodanibbio stesso. Nella composizione “Terre Lontane” un nastro magnetico realizzato con i suoni di contrabbasso manipolati elettronicamente avvolge il pianoforte in un viaggio timbrico dal colore scuro e profondo, dove gli scintillanti gesti sonori dello strumento a tastiera si adagiano quasi senza interferire con l’inesorabilità del paesaggio. L’opera si può considerare un lavoro di musica elettronica centrato sulla elaborazione del suono del contrabbasso in cui il pianoforte fa da testimone, assiste, accompagna.

E poi il finale, di quelli col botto, con la data unica italiana della monumentale ed esplosiva orchestra Large Unit del batterista norvegese Paal Nilssen-Love. Assieme alla Fire!Orchestra, ospitata in un’edizione memorabile del F.O.M. del 2016, la Large Unit è la formazione più grande del mondo dedita alla musica libera e all’incrocio e fusione di stilemi diversi. Paal Nilssen-Love è uno dei musicisti più operosi e prolifici che ci siano. Messosi fin da subito in luce con band come The Thing, Ballister, Hairy Bones, Chicago Tentet e Original Silence, nonché con collaborazioni con musicisti come Arto Lindsay, Otomo Yoshihide, Akira Sakata, Ken Vandermark, Jim O’Rourke, Peter Brötzmann, Thurston Moore e molti altri, e con un’impressionante attività dal vivo nei 5 continenti, nel 2013 Nilssen-Love ha deciso che era il momento di creare una sua big band e così i Large Unit hanno preso vita. Composta principalmente da musicisti norvegesi, la Large Unit si manifesta come un’intensa forza motrice sul palco, ma si trasforma anche in passaggi più sottili e materici. Il gruppo si è quasi subito allargato acquisendo membri dalla Finlandia, Svezia e Danimarca. Nel 2015 l’orchestra si è estesa fino a raggiungere i 14 elementi, con l’inserimento di due percussionisti brasiliani e ha registrato dal vivo e in studio il cd “ANA” che precede l’EP del 2013 “First Blow” e l’imponente album di debutto “Erta Ale”. Nilssen-Love ha successivamente scritto nuovi brani per il tour mondiale del 2015 che sono stati registrati e pubblicati in “Fluku”. Nel 2018 la band si è connessa al festival di musica contemporanea nyMusikk Only Connect di Oslo, incidendo “More Fun, Please!”. La musica dei Large Unit parte dalle composizioni scritte da Nilssen-Love, ma i musicisti hanno sempre la massima libertà di dare il proprio apporto anche in maniera importante. La potenza dell’orchestra non è in discussione, basta notare la sezione ritmica, ma sorprende come riesca a disegnare paesaggi sonori di meravigliosa rarefazione. La quiete prima e dopo la tempesta…

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Michela Giorgini –  giorginimichela@gmail.com