Ciao Lanfranco!

Frequento il mondo del jazz oramai da più di 50 anni eppure non sono tanti i musicisti che potrei definire “amici”, almeno nell’accezione che attribuisco a tale termine.

Ebbene tra tali artisti c’era sicuramente Lanfranco Malaguti, un musicista assolutamente straordinario, dotato di una tecnica superlativa, sempre e comunque al servizio dell’espressività, mai soddisfatto dei traguardi raggiunti, cercando sempre nuove strade tanto che se si ascolta con attenzione la sua discografia si avverte, immediatamente, quest’ansia di ricerca, questa necessità di trovare nuove soluzioni. Ma Lanfranco non era solo un grande jazzista, era anche e soprattutto un uomo colto (profonde le sue conoscenze matematiche), buono, mite, sensibile, intelligente, un uomo cui mi sentivo particolarmente vicino anche se le frequentazioni non erano così assidue. La notizia mi è arrivata improvvisa, inattesa: una telefonata dell’amica Daniela Floris e un cazzotto terribile nel basso ventre che ti fa piegare in due e purtroppo ti fa piangere dal dolore… anche se questa volta non fisico.

Con Lanfranco c’era un bel rapporto, un bellissimo rapporto incentrato innanzitutto sulla stima reciproca e poi sulla simpatia umana, sulla voglia di parlarsi, di confrontarsi. Eh sì, perché Lanfranco amava parlare, esprimere le proprie idee e soprattutto ascoltare quelle degli altri.

Ci siamo conosciuti verso la metà degli anni ‘80 quando ebbi modo di recensire, più che positivamente, uno dei suoi primi album. Lui non so come, si procurò il mio numero di telefono e mi chiamò innanzitutto ringraziandomi e poi chiedendomi di andare più a fondo sulle mie valutazioni. Cosa che ovviamente feci in quella prima lunga telefonata.

Dopo di allora quella di confrontarci ad ogni sua uscita discografica divenne una nostra piacevolissima consuetudine: ogni volta che Lanfranco pubblicava un nuovo album, mi lasciava il tempo di ascoltarlo e poi mi chiamava chiedendomi un giudizio, un parere. E ovviamente lui non solo accettava le mie poche, pochissime critiche ma si preoccupava di rendere sempre più leggibile il percorso che durante gli anni l’aveva portato ad applicare la teoria dei frattali alla musica che andava producendo e che nel corso degli anni assumeva sempre più i caratteri di una originalità tale da porlo, a mio avviso, in cima ai musicisti di jazz non solo italiani.

Quando gli esprimevo queste mie idee, lui ne era davvero contento, felice di sentire come la sua musica venisse apprezzata. Poco tempo fa ci siamo rivisti a Roma ed è stato un bell’incontro, come sempre. In quella occasione ci siam detti che dato il suo riavvicinamento alla Capitale (si era trasferito dal Veneto a Bologna) sarebbe stato più facile rivedersi anche perché mia moglie mai era stata a Bologna e quindi avevo voglia di fargliela conoscere. Purtroppo non ce l’abbiamo fatta!

Poche settimane dopo, sempre per via telefonica, Lanfranco mi confessò la sua decisione di non incidere più; ne rimasi francamente stupito e ovviamente gli   chiesi spiegazioni ma fu abbastanza vago nelle risposte. A tutt’oggi non sappiamo cosa sia realmente accaduto, cosa abbia provocato questa disastrosa caduta dal quarto piano dell’ospedale di Belcolle a Viterbo, se sia stato un malaugurato incidente, se Lanfranco sia stato sopraffatto da un momento di particolare sconforto, se fosse da tempo afflitto da qualche grande preoccupazione e quindi se questa sua decisione di allontanarsi dagli studi di registrazione trovasse una ratio in qualcosa di molto, molto profondo.

Quel che è certo è che da oggi ho un amico in meno e almeno per me non è cosa da poco!

Se n’è andato Gianni Lenoci

Un altro grande del jazz italiano se n’è andato: Gianni Lenoci è scomparso a 56 anni, la sera del 30 settembre.

Originario di Monopoli, in Puglia era considerato una sorta di orgoglio locale, un personaggio di cui andare fieri… e non solo come artista ma forse anche, e soprattutto, come uomo. Non a caso sui social si leggono frasi del tipo “una persona eccezionale, un amico speciale, un musicista strepitoso, un collega insostituibile”, e proprio oggi su Facebook è possibile leggere un ricordo davvero commovente vergato da Francesco Cusa, altro valente jazzista.

Il fatto è che Gianni Lenoci sapeva davvero conquistare chi a lui si avvicinava grazie ad un carattere deciso ma allo stesso tempo dolce e privo di astrusità. Ma era il coté artistico che l’aveva portato alla ribalta internazionale, ottenendo la stima e la fiducia di pubblico e critica.

Diplomato in pianoforte presso il Conservatorio “S. Cecilia” di Roma e in Musica elettronica presso il Conservatorio “N. Piccinni” di Bari, Lenoci ha studiato jazz ed improvvisazione con Mal Waldron e Paul Bley. Forte di questo bagaglio, si è affacciato sulle scene jazzistiche già nei primi anni ’90, collaborando con alcuni artisti di assoluto livello internazionale come Enrico Rava, Steve Grossman, Harold Land, Carlo Actis Dato, Antonello Salis, Glenn Ferris, Han Bennink, Kent Carter, John Tchicai, David Murray, Roscoe Mitchell, Evan Parker… tra gli altri.

Alla musica ‘attiva’ sul campo affiancava l’attività didattica esercitata nei corsi jazz del conservatorio Nino Rota della sua Monopoli, e i suoi ex studenti lo ricordano oggi con tanto, tanto affetto.

Dal punto di vista artistico, Lenoci si è caratterizzato da un canto per la grande capacità improvvisativa declinata attraverso composizioni originali sempre indirizzate verso una sperimentazione mai fine a sé stessa, dall’altro per l’estremo scrupolo con cui studiava ed eseguiva le composizioni altrui, che quando venivano da lui interpretate nulla perdevano dell’originario fascino. In particolare, Lenoci si è dedicato alla rilettura delle pagine di Morton Feldman, Earle Brown, Sylvano Bussotti, John Cage (su questo stesso blog ricordo la recensione dell’album “One – John Cage Piano Music” – Silta Classics SC002) oltre all’opera completa per strumento e tastiera di John Sebastian Bach. Il tutto impreziosito da un tocco sempre al servizio della scrittura, con una attenzione particolare ad ogni minimo dettaglio sia timbrico sia dinamico e con un linguaggio che cercava di essere fedele alle intenzioni del compositore.

Insomma un artista e un uomo straordinario!

Gerlando Gatto

Le piace il jazz? C’è chi dice no!

Si racconta di un rapporto controverso fra Pietro Mascagni e il jazz. In verità nella recente corposa biografia mascagniana scritta da Cesare Orselli per Nuove Impressioni, della cosa non risultano tracce degne di nota, segno probabile del fatto che il (pre)jazz non stesse in orizzonte all’autore di Cavalleria Rusticana e che certi sporadici aneddoti siano da confinare in ambito più che altro cronachistico.

In tempi moderni succede oltretutto che concertisti come Danilo Rea rielaborino egregiamente in jazz l’Intermezzo di “Cavalleria” e che lo stesso conservatorio di Livorno, intitolato al Maestro, abbia attivi da tempo corsi di jazz.

Certo, più o meno un secolo fa, era nell’aria la tendenza “autarchica” tipica del clima ideologico che andava affermandosi. A. G. Bragaglia, nel ’29, nel volume Jazz Band edito da Corbaccio, auspicava “porti chiusi” (si direbbe oggi) verso ogni accezione negroide nel proporre una musica nazionale.

Altre “frecciate” al jazz provenivano da accreditati ambienti culturali internazionali.

C’è un libro, ristampato di recente da Mimesis, in cui la critica sul/del jazz è più forbita, non affidata a episodi o dichiarazioni estemporanee. Si tratta di Variazioni sul jazz, di Theodor W. Adorno, una serie di scritti a partire dagli anni ’30 introdotti da Giovanni Matteucci.

Quì l’analisi si fa più articolata e, pur essendo l’asprezza di Adorno rispetto al jazz alquanto metabolizzata, ancora oggi il rileggere certi suoi passi non lascia indifferenti, specie per chi di jazz si occupa ed alimenta in modo costante.

A suo tempo fece un certo scalpore la decisa analisi del filosofo-sociologo-musicista rispetto a jazz e popular music nel paventare rischi di totalitarizzazione dell’industria culturale. Il jazz appariva coinvolto in pieno in tale prospettiva, percepito come musica pseudoindividualistica, costruita su regole cieche, interferente, mercificabile come tutta la musica popolare.

Al riguardo avrebbe più avanti scritto John Gelder sul numero 19 di “Revue d’ Esthétique” del 1991: “a partire dall’ascolto che si era convenuto di chiamare “swing” degli anni trenta (…) Adorno aveva scritto nel 1937 direttamente in inglese “Sulla musica popolare”. È chiaro, dalla lettura di quel testo, che l’oggetto della ricerca di Adorno si ispira quasi esclusivamente al jazz “edulcorato”, “promozionale”, fortemente impregnato di produzioni hollywoodiane (Ginger Rogers) (…) lontano da ciò che sarà, qualche anno più tardi, la rivoluzione del bop che l’Autore non poteva conoscere (…). Lo scritto, da un punto di vista sociologico, resta un documento premonitorio, di un’analisi ancora attuale. I passaggi della standardizzazione, della pseudo-individualizzazione, della promozione, del glamour, analizzano i modi dell’industria della musica popolare nei decenni a venire”.

Le osservazioni di Gelder sarebbero tuttora da sottoscrivere, visti gli esiti successivi del jazz moderno e contemporaneo, tutt’altro che musica di massa, insomma in controtendenza rispetto agli anni venti e trenta che sono quelli in cui lo si ricollegava all’intrattenimento e al ballo, momenti funzionali al sistema culturale dominante.

Si potrebbero allora estrapolare dei “blocchi” di pensiero adorniano e, come avvenuto in parte per Marx, attualizzarli?

C’è un dato: al bop Adorno non volle accreditare profili rivoluzionari (in polemica persino con Berendt) anche se, col tempo, parrà stemperare i propri accenti versus la musica afroamericana.

La nettezza delle posizioni adorniane si evidenzia anche nella differenza sul tema della riproducibilità dell’opera d’arte trattato da Benjamin.

Riprodurla, per Adorno, significa smarrirne l’aura, l’estasi del momento della fruizione.

Eppure il jazz è soprattutto musica istantanea!

Ma tant’è! Se Adorno viene riproposto ancora oggi ciò è intanto dovuto alla profondità di un pensiero che, strizzata via la forza dialettica ancorata a date fasi storiche, è tuttora in grado di fornire spunti di lettura musicale degni di riflessione.

Per esempio alcune lucide note sulla sincope (op. cit.) od anche l’illuminante tipizzazione dei comportamenti musicali (cfr. Introduzione alla sociologia della musica, 1962).

Quelli che sarebbero da stigmatizzare senza se e senza ma sono invece gli immotivati attacchi al jazz tipo quello dello psichiatra Howard Hanson: “non oso pensare a quello che sarà l’effetto della musica sulla prossima generazione se la presente scuola di hot jazz continuerà a svilupparsi indisturbata. Gran parte di questa musica è grossolana, rauca e banale e potrebbe essere ignorata se non fosse per la radio (…) (cfr. Platoblues, il Jazz fa male? www.accordo.it, 17 apr. 2004).

Anche qualche partito “interno” di sostenitori del “vero” jazz ci ha messo del suo nello spezzare il fronte dei jazzofili. In passato come non ricordare il “tifo amico” di Panassié che sposava il jazz tradizionale a scapito del bebop su Jazz Hot, in diatriba con Delaunay, paladino del jazz moderno?

Pensiamo poi al free, finalmente digerito dalla critica più refrattaria, ma talora ancora oggi bollato sul web da qualche soldato giapponese sperduto su un’isola deserta, non avvertito della fine della guerra (è solo una analogia: in Giappone il jazz è ben stimato seguito ed eseguito!).

“La bufala del Free jazz” si legge su Melius Club (Da Port, 2007) alludendo a musicisti che non avrebbero saputo suonare, scritto criticato sullo stesso web dai fans di Braxton, Coleman, Cecil Taylor…

Oggi constatiamo che il jazz, divenuto un genere “centrale” fra classica/contemporanea e altre musiche (e musiche altre) – quant’anche un noto quotidiano ne solesse catalogare gli appuntamenti in unico calderone jazz pop rock – non concorre alla mercificazione della musica intravista da Adorno. Segue anzi una direzione spesso contraria e non figura nel novero delle musiche precotte, quelle geneticamente modificate e gettonate per un ascolto mordi e fuggi o iterativo ad libitum.

Con il pericolo di ritrovarsi, alla fine di un processo di mercificazione della musica tuttora in atto (nei ’60/70 Pasolini parlerà di generale omologazione culturale) escluso dal podio dei vincitori, premiati da masse eterodirette dalla comunicazione filoconsumista. Ma non sempre … in medium anzi in media stat virtus!

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Amedeo Furfaro

JAZZ, INTERNET E GIORNALISTI

Cari amici,

un’avvertenza: mi accingo a scrivere questo editoriale per fatto personale. Sì avete ben capito: per fatto personale in quanto sono stufo di certe inesattezze che leggo sempre più spesso.

L’avvento della rete ha dato la stura ad una serie infinita di improvvisati “scrittori” che hanno analizzato (si fa per dire) anche il microcosmo del jazz. E fin qui nulla da obiettare dal momento che la stessa Costituzione attribuisce a ciascuno il diritto di esprimere appieno le proprie idee (art. 21 “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto ed ogni altro mezzo di diffusione”). Abbiamo così avuto l’opportunità di scoprire nuovi “critici”, alcuni (per la verità pochi) interessanti e altri (molti altri) i cui articoli all’epoca della carta stampata non avrebbero trovato ospitalità nel più piccolo giornale di provincia. Ma va bene così, dal momento che ognuno può scrivere (entro certi limiti) ciò che vuole e ognuno può leggere ciò che preferisce.

In tale contesto si inseriscono, però i cd. ‘social’ e allora la situazione si complica non poco. Facebook, che avrebbe potuto essere una palestra di civile confronto, si è ben presto trasformato in un’arena in cui non ci si confronta ma ci si batte. Chi non la pensa come te deve essere semplicemente distrutto, al momento solo a parole, ma non escludo che qualche “fuori di testa” pensi prima o poi di passare alle vie di fatto. Il tutto nella non corretta valutazione che si possa insultare impunemente. Bene, vorrei al riguardo precisare che non è così dal momento che esiste l’istituto della querela cui il sottoscritto ricorrerà alla prossima valanga di insulti immotivata.

Ciò detto veniamo al nocciolo del problema che vorrei sollevare in questa sede. Purtroppo molti degli “odiatori” cui prima facevo riferimento si autodefiniscono “giornalisti” pur non avendo alcun diritto a una tale qualifica.

Ora come sa pure uno studente delle medie, per fare l’avvocato devi essere prima laureato e poi superare un esame di stato; la stessa cosa per gli ingegneri, gli architetti… per non parlare dei medici. E nessuno si sognerebbe mai di presentarsi come avvocato o ingegnere o medico se non lo è nella realtà, perché tutto ciò configura anche un reato di carattere penale (art.498 codice penale). Non si capisce, perché, viceversa, basta scrivere qualche articolo per sentirsi e definirsi “giornalista”. Forse alcuni non lo sanno ma anche la professione di giornalista è normata: cito testualmente dal vocabolario Treccani della lingua Italiana “giornalista chi per professione scrive per i giornali, e chi collabora come redattore alla compilazione di un giornale; fare il giornalista: essere iscritto all’albo dei giornalisti (come professionista o come pubblicista secondo che si eserciti questa sola attività o che si svolgano anche altre attività retribuite o professioni)”. Insomma per essere giornalista o scegli la strada per cui devi farti assumere da una testata giornalistica e dopo un certo lasso di tempo superare un esame di stato (e diventi “professionista”) o trovi una testata giornalistica disposta ad ospitare e soprattutto a pagare i tuoi articoli in numero variabile da regione a regione e allora diventi “pubblicista”. Tertium non datur.

Si badi bene, non voglio con questo difendere la categoria dei giornalisti contro cui io stesso mi sono scagliato spesso e volentieri denunciandone i molti vizi, cresciuti in dismisura negli ultimissimi anni: troppa vicinanza con il potere, troppa commistione, gusto eccessivo nell’interpretare (si fa per dire) le notizie… insomma una progressiva perdita di indipendenza che dovrebbe caratterizzare l’attività del giornalista. Quindi nessuna difesa d’ufficio… ma il desiderio che almeno nel nostro microcosmo, quello della musica e soprattutto del jazz, si conservi una certa onestà intellettuale: chi non è giornalista smetta di qualificarsi in tal modo ché non ne ricava alcunché di positivo.

Mi ha fatto sorridere la pagina web di un signore, quasi cinquantenne, che si occupa di jazz, pagina chiaramente indirizzata a cercare lavoro: insomma una sorta di curriculum. Ad aprire la pagina, come normale, nome cognome ma subito dopo ecco la qualifica “giornalista”. Peccato che nel prosieguo del curriculum venga specificato di non essere pubblicista: allora se non sei pubblicista, non sei professionista (altrimenti l’avresti indicato) che cavolo di giornalista pretendi di essere? Per la cronaca: chi scrive ha verificato che il soggetto in questione non è iscritto all’albo dei giornalisti. Allora perché non la smettiamo con queste pagliacciate e contribuiamo così ad una maggiore serietà dell’ambiente tutto? Ambiente in cui le persone di qualità abbondano, persone che pur sapendo e scrivendo di musica molto meglio di tanti giovani virgulti hanno sempre specificato di non essere giornalisti.

Ci vuol tanto a dirlo? O almeno ci vuol tanto a non evocare questa categoria? Credo proprio di no, anche perché, ripeto, oggi essere additato come un giornalista non sempre è un complimento!

Gerlando Gatto

Sanremo, la profanazione del Tempio

 

L’ analisi relativa al recente festival di Sanremo fatta dal direttore Gerlando Gatto non fa una grinza. Ne sottolineerei il punto della quasi assenza di esperti musicali all’interno di giurie pur qualificate da presenze autorevoli della cultura e dello spettacolo, da una parte. E dall’altra l’inadeguatezza di un regolamento, quello sanremese, che sottovaluta il voto popolare rispetto a giornalisti, artisti e cooptati vari ad operare la scelta dei vincitori.
Vorrei anche osservare, a titolo personale, che, stavolta, la scelta effettuata incontra il favore e riflette in parte i miei gusti musicali (parlo da semplice telespettatore “silenzioso”, uno di quelli che si astengono dal televoto, e che valuta in concreto i singoli brani molto più dei musicisti, la loro valenza e provenienza), ciò a prescindere da qualsivoglia risvolto politico o ideologico.

Il jazz, per fare un parallelismo, è musica di contaminazione e di sintesi creativa ma sfido chiunque a dimostrare che, in generale, sia di destra o di sinistra.
Così non mi pare sia scandaloso che un nostro connazionale di origine sardo-egiziana si aggiudichi il piazzamento più prestigioso nella maggiore kermesse canora del belpaese.

In occasione dell’affermazione di Mahmoud, invece, stiamo assistendo a talune reazioni sconcertanti che non ci sono state quando, ad esempio, si affermò il grande Riccardo Cocciante, nato in Vietnam, a Sanremo.

O, nello sport, nessuno giustamente obiettò difese di italianità al cospetto dei goal di un centravanti della nazionale quale Balotelli, anch’egli italiano come Mahmoud. Quest’ultimo ha avuto però il torto di dissacrare il tempio della canzone indigena trasformando la manifestazione della città dei fiori in una sorta di “giochi senza frontiere” musicali, in coerenza allo spirito ‘baglioniano’. Visto che le radio e la rete pare stiano dando ragione al suo mood etnopop sarà interessante vederlo in gara all’Eurofestival a rappresentare l’Italia latino/ multiculturale! Mi ritrovo, nel merito, a condividere il verdetto dei giurati, al di là della composizione eterogenea della giuria stessa, ma ritengo per il futuro che si debba lasciare maggior spazio agli addetti ai lavori – critici e/o musicisti – il cui parere potrà tranquillamente coesistere e avere pari dignità del voto “social” e popolare.

Non ci sono, in questo caso, caste o [élites da cui dipendono i destini della patria. Si tratta di affidare visibilità anche al punto di vista di interpreti, analisti e lettori ponderati della nostra musica popolare contemporanea, fuori dalla (legittima) impulsività del televoto popolare. Nel rivendicare uno spazio ai “competenti”, da condividere col pubblico pagante dei televotanti, convengo che il sistema vada rivisto in modo da prevenire accuse di verticismo antidemocratico, del tutto fuori luogo se fatte da chi ha aderito preventivamente al regolamento dell’Ariston e lo contesti chiassosamente a luci spente.

Amedeo Furfaro

Anche il Festival di Sanremo si è inceppato

Come sanno quanti seguono questo blog, fino a qualche anno fa avevo l’abitudine di commentare i risultati del Festival di Sanremo. Poi viste le polemiche, spesso senza senso, che tutto ciò provocava, ho finito col lasciar perdere.

Ma, come spesso accade, ogni pazienza ha un suo limite e tale limite questa volta è stato ampiamente superato. Abbiamo assistito a qualcosa che fa il paio con quanto accade nella società dando ragione a quanti affermano che il Festival è in qualche modo lo specchio del Paese reale. E allora il Paese è fermo, impallato, bloccato e il Festival si è impantanato sulle secche di un regolamento tanto assurdo quanto incomprensibile.

Ma, prima di entrare nel vivo del problema, è necessario porre alcune premesse. Innanzitutto non entro nel merito di chi ha vinto o non ha vinto ché, come dice l’amico Massimo Giuseppe Bianchi, “commentare queste cose è impossibile poiché per commentare il nulla musicale ci vorrebbero armi dialettiche troppo affilate che forse non sono state ancora inventate”.

Allora il problema si sposta su chi decide cosa. Il regolamento di quest’anno – lo riassumiamo in poche righe – si basava sul concorso di tre giurie: quella popolare (che si esprimeva con il televoto a pagamento) quella della sala stampa e quella della cosiddetta “giuria di qualità”.

Ora una giuria per essere tale deve basarsi su determinate competenze. Mi spiego meglio: se è previsto un televoto (ripeto a pagamento) allora significa che si vuole premiare la popolarità di un artista, a scapito forse della qualità. Viceversa se si dà la prevalenza ad una giuria di esperti, allora si vuol dare preminenza alla qualità (o presunta tale).

Ma è proprio qui che casca l’asino. Una giuria di esperti dovrebbe essere veramente tale, ma nel caso di Sanremo è davvero così?

Consentitemi di avere qualche ragionevole dubbio. Innanzitutto la giuria della sala stampa è composta da circa quattrocento giornalisti, di tutte le testate italiane; ora avendo ben presente in quale considerazione sia tenuta la musica dalla carta stampata, a come vengono pagati quanti si occupano di questo settore, mi sembra più che ragionevole avanzare qualche dubbio sulla competenza in oggetto. Non aiuta poi la notizia che qui di seguito riportiamo senza commenti. Si tratta di un video postato sui social da Francesco Facchinetti. Siamo al momento finale della kermesse, alla proclamazione del vincitore. Ma si inizia, ovviamente, dal terzo posto. E quando Claudio Baglioni annuncia che in terza piazza ci sono i tre tenorini de Il Volo, si scatena il delirio. In molti, anzi moltissimi, esultano. E c’è anche una donna che urla: “Mer***”. Facchinetti, in calce al video e riferendosi ai giornalisti che insultavano i tenorini, ha commentato: “Io vi prenderei a calci in cu*** fino alla fine del mondo: idioti, cogl*** e buffoni”. E questi giornalisti vi sembrano in grado di valutare alcunché? E, mentre ci siamo, quanti di questi che votano sono davvero “giornalisti” ché non basta scrivere (male) qualche articolo per essere considerato “giornalista”

Ma non basta in quanto oltre a questa cosiddetta giuria ce n’era un’altra pomposamente chiamata “giuria di qualità”. Ma vediamone più da vicino i componenti: Mauro Pagani (musicista), Elena Sofia Ricci (attrice), Ferzan Ozpetek (regista, sceneggiatore e scrittore turco naturalizzato italiano), Serena Dandini (conduttrice televisiva e autrice televisiva), Claudia Pandolfi (attrice), Beppe Severgnini (giornalista, saggista, umorista, opinionista, accademico italiano e chi più ne ha più ne metta…peccato che non risulta particolarmente esperto in fatti musicali), Camilla Raznovich (conduttrice televisiva) e Joe Bastianich (chef e musicista). Quindi solo due soggetti su otto hanno specifiche competenze in materia. E allora che cavolo di “giuria di qualità” è?

Come se ne esce? Secondo me sciogliendo l’equivoco. Si vuol fare di Sanremo un festival davvero di qualità? Allora si selezioni una giuria non mastodontica e composta di “veri” esperti e si lasci loro l’onere di decidere.

Si vuol conservare il carattere nazional popolare del Festival? Allora si lasci la parola agli spettatori (che, lo ripetiamo, per votare pagano mentre i cosiddetti giudici sono lì certo non a loro spese).

Ma evitiamo quanto accaduto quest’anno che il voto popolare sia stravolto da due giurie composte nel modo che abbiamo illustrato.

 

P.S. La Berté meritava un premio se non altro per la straordinaria carriera; qualcuno spieghi a Ultimo che al momento non è nessuno e che se non mette da parte la boria che lo ha contraddistinto nel dopo Festival non andrà da alcuna parte.