Anche il Festival di Sanremo si è inceppato

Come sanno quanti seguono questo blog, fino a qualche anno fa avevo l’abitudine di commentare i risultati del Festival di Sanremo. Poi viste le polemiche, spesso senza senso, che tutto ciò provocava, ho finito col lasciar perdere.

Ma, come spesso accade, ogni pazienza ha un suo limite e tale limite questa volta è stato ampiamente superato. Abbiamo assistito a qualcosa che fa il paio con quanto accade nella società dando ragione a quanti affermano che il Festival è in qualche modo lo specchio del Paese reale. E allora il Paese è fermo, impallato, bloccato e il Festival si è impantanato sulle secche di un regolamento tanto assurdo quanto incomprensibile.

Ma, prima di entrare nel vivo del problema, è necessario porre alcune premesse. Innanzitutto non entro nel merito di chi ha vinto o non ha vinto ché, come dice l’amico Massimo Giuseppe Bianchi, “commentare queste cose è impossibile poiché per commentare il nulla musicale ci vorrebbero armi dialettiche troppo affilate che forse non sono state ancora inventate”.

Allora il problema si sposta su chi decide cosa. Il regolamento di quest’anno – lo riassumiamo in poche righe – si basava sul concorso di tre giurie: quella popolare (che si esprimeva con il televoto a pagamento) quella della sala stampa e quella della cosiddetta “giuria di qualità”.

Ora una giuria per essere tale deve basarsi su determinate competenze. Mi spiego meglio: se è previsto un televoto (ripeto a pagamento) allora significa che si vuole premiare la popolarità di un artista, a scapito forse della qualità. Viceversa se si dà la prevalenza ad una giuria di esperti, allora si vuol dare preminenza alla qualità (o presunta tale).

Ma è proprio qui che casca l’asino. Una giuria di esperti dovrebbe essere veramente tale, ma nel caso di Sanremo è davvero così?

Consentitemi di avere qualche ragionevole dubbio. Innanzitutto la giuria della sala stampa è composta da circa quattrocento giornalisti, di tutte le testate italiane; ora avendo ben presente in quale considerazione sia tenuta la musica dalla carta stampata, a come vengono pagati quanti si occupano di questo settore, mi sembra più che ragionevole avanzare qualche dubbio sulla competenza in oggetto. Non aiuta poi la notizia che qui di seguito riportiamo senza commenti. Si tratta di un video postato sui social da Francesco Facchinetti. Siamo al momento finale della kermesse, alla proclamazione del vincitore. Ma si inizia, ovviamente, dal terzo posto. E quando Claudio Baglioni annuncia che in terza piazza ci sono i tre tenorini de Il Volo, si scatena il delirio. In molti, anzi moltissimi, esultano. E c’è anche una donna che urla: “Mer***”. Facchinetti, in calce al video e riferendosi ai giornalisti che insultavano i tenorini, ha commentato: “Io vi prenderei a calci in cu*** fino alla fine del mondo: idioti, cogl*** e buffoni”. E questi giornalisti vi sembrano in grado di valutare alcunché? E, mentre ci siamo, quanti di questi che votano sono davvero “giornalisti” ché non basta scrivere (male) qualche articolo per essere considerato “giornalista”

Ma non basta in quanto oltre a questa cosiddetta giuria ce n’era un’altra pomposamente chiamata “giuria di qualità”. Ma vediamone più da vicino i componenti: Mauro Pagani (musicista), Elena Sofia Ricci (attrice), Ferzan Ozpetek (regista, sceneggiatore e scrittore turco naturalizzato italiano), Serena Dandini (conduttrice televisiva e autrice televisiva), Claudia Pandolfi (attrice), Beppe Severgnini (giornalista, saggista, umorista, opinionista, accademico italiano e chi più ne ha più ne metta…peccato che non risulta particolarmente esperto in fatti musicali), Camilla Raznovich (conduttrice televisiva) e Joe Bastianich (chef e musicista). Quindi solo due soggetti su otto hanno specifiche competenze in materia. E allora che cavolo di “giuria di qualità” è?

Come se ne esce? Secondo me sciogliendo l’equivoco. Si vuol fare di Sanremo un festival davvero di qualità? Allora si selezioni una giuria non mastodontica e composta di “veri” esperti e si lasci loro l’onere di decidere.

Si vuol conservare il carattere nazional popolare del Festival? Allora si lasci la parola agli spettatori (che, lo ripetiamo, per votare pagano mentre i cosiddetti giudici sono lì certo non a loro spese).

Ma evitiamo quanto accaduto quest’anno che il voto popolare sia stravolto da due giurie composte nel modo che abbiamo illustrato.

 

P.S. La Berté meritava un premio se non altro per la straordinaria carriera; qualcuno spieghi a Ultimo che al momento non è nessuno e che se non mette da parte la boria che lo ha contraddistinto nel dopo Festival non andrà da alcuna parte.

Aretha Franklin, addio a Lady Soul

Aretha Franklin, Otis Redding, James Brown, Wilson Pickett… : la loro vocalitá nera, nei fab ’60 ed a seguire, invadeva con LP le stanze dei teenager italiani e con 45 giri i juke box delle piste da ballo, col proprio carico di soul e r&b.
Ma la Franklin era a suo modo speciale, lo si avvertiva sentendo la sua hit “Think” (1968) con quel grido Freedom che echeggiava il riff di Ritchie Havens a Woodstock. Era come se quel canto femminile contenesse i cromosomi di un popolo, in una narrazione racchiusa nelle modulazioni vocali, da paladina della minoranza nera. Ed era una artista che, nonostante i due figli avuti da adolescente, un marito violento, l’alcool in agguato, era riuscita, da pianista autodidatta e autrice, ad imporsi grazie ad un gran talento unito ad un’innata capacità di trasmettere energia, emozioni, immagini di un mondo che si affidava anche alla musica per riscattare la propria condizione e superare le situazioni di diseguaglianza ancora presenti negli U.S.A, specie a sud.
La regina del soul appariva già come icona comunicativa di un black heritage formatosi in più generazioni e non erano pochi i jazzofili che ne ne avrebbero apprezzato le tonalità gospel ed i blues contenuti, per esempio, in ‘Aretha’s Jazz’, inciso per la Atlantic nel 1984, appunto da Lady Soul, nipote di Dinah Washington.
L’avvento della discomusic non appannava evergreen come “I Say A Little Prayer” mentre, con il diffondersi dell’hip hop e del pop di fine secolo scorso, il suo repertorio si trasformava in una sorta di “classico”. Aretha era sempre pronta a esibirsi e a collaborare con Stevie Wonder, Ray Charles, Annie Lennox, George Michael mentre nel suo solco si andavano affermando altre ugole come Whitney Houston. A livello di critica la si sarebbe accostata, per qualità vocali, a Shirley Verrett e a Vanessa Amorosi (cfr. charmingvocals.org/Female Vocal Types All Over The Word).

Tra le numerose medaglie appuntate sul suo petto, figura anche la rivista Rolling Stone che l’ha collocata al primo posto fra i più grandi cantanti di ogni tempo, grazie anche ai 18 Grammy al proprio attivo, di cui due alla carriera, e una serie di singoli di successo a partire da “Respect” (1967) che condivide la maggior fama con “I Never Loved A Man (The Way I Love You)”, “Chain Of Fools” e i brani già ricordati. Per la cronaca è stata la prima donna ammessa nella R’n’R’ Hall of Fame nel 1987.
Aretha, in greco antico, è il duale di aretè che sta per capacitá “di assolvere bene il proprio compito (…) di qui il successivo accostamento al tema semantico del latino virtus per designare il valore spirituale e la bravura morale dell’uomo” (cfr. Treccani, sub voce). Nomen omen anzi woman: perchè Aretha ha rappresentato l’eccellenza artistica non disgiunta dall’anelito alla libertà ed al rispetto dei diritti della propria gente.
Un mito, immortale già in vita!

Amedeo Furfaro

Il Direttore e la Redazione di A Proposito di Jazz si stringono con affetto ai famigliari delle vittime di Genova

“Uno squarcio nel cuore di Genova”. Così il Cardinale Bagnasco ai funerali di Stato delle vittime del crollo del ponte Morandi, avvenuto il 14 agosto.

In questa giornata di lutto nazionale, il Direttore Gerlando Gatto, l’editore e la redazione di A Proposito di Jazz esprimono cordoglio per le vittime e profonda vicinanza alle loro famiglie, ai feriti e alla città di Genova, colpita al cuore così duramente da questa tragedia.

Un ringraziamento speciale va a quanti stanno lavorando senza sosta affinché non si fermi la macchina dei soccorsi: Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine, Protezione Civile, Personale medico, unità cinofile.

 

 

Udin&Jazz 2018 e U&J Borghi Swing: a Udine e a Marano per godere il jazz come momento di relax

Puntuale come un orologio svizzero, con l’avvento della bella stagione ecco ricomparire l’estate jazzistica ovvero quel fiorire di iniziative dedicate al jazz che ad onta della conclamata crisi economica continuano ad interessare tutta la penisola. Già questo spazio si è occupato di alcune di queste iniziative che riteniamo di particolare interesse trascurando le più grandi kermesse che a nostro avviso hanno oramai ben poca ragione di esistere.

Eh sì, perché lo ripetiamo per l’ennesima volta, oggi un Festival del Jazz si giustifica solo se è in grado di valorizzare le eccellenze locali, cosa che ben pochi sono disposti a fare. Tra questi ultimi va senza dubbio inserito il Festival Internazionale Udin&Jazz, giunto alla ventottesima edizione e organizzato da Euritmica, per la direzione artistica di Giancarlo Velliscig.

Quest’anno la rassegna si svolgerà dal 27 giugno al 24 luglio a Udine e provincia ma dal 22 al 24 giugno sarà preceduta, presso il borgo di Marano e la sua suggestiva laguna, da una nuovissima manifestazione che si colloca all’interno del progetto “BORGHI SWING”, iniziativa di valorizzazione e riscoperta dei meravigliosi borghi italiani attraverso la musica jazz, patrocinata dal MiBACT.

Il progetto artistico, con un programma costruito ad hoc per valorizzare anche una significativa espressione del panorama jazzistico del Friuli Venezia Giulia, si inserisce in una più ampia proposta di turismo esperienziale, che prevede la partecipazione attiva alle numerose iniziative in programma, attraverso cui conoscere il luogo, l’ambiente che lo circonda, la sua storia, i suoi riti, la cultura e l’enogastronomia in modo più attraente e spontaneo.

Il programma prevede ben undici concerti in tre giorni, tutti ad ingresso gratuito, con la partecipazione di artisti affermati anche a livello internazionale; particolarmente interessante la serata conclusiva che vedrà impegnati, all’alba, l’Afrikanpiano di Claudio Cojaniz; alle 19 “THE HamMonk SPHERE Trio” con Nevio Zaninotto, sax tenore e soprano, Luca Colussi, batteria, Rudy Fantin, Hammond Organ feat. Russ Spiegel, chitarra; alle 20.30 “THE LICAONES” con Francesco Bearzatti, sax, Mauro Ottolini, trombone, Oscar Marchioni, organo, Paolo Mappa, batteria e alle 22 gran finale con la “Udin&Jazz Big Band”.

E veniamo, adesso, a Udin&Jazz la cui insegna quest’anno è “#takeajazzbreak”, ovvero un’esortazione a ridurre il ritmo, a prendere una pausa dalla superficialità frenetica di questi nostri giorni, a uscire dal mondo virtuale, dai social, dalla tecnologia, per assaporare il gusto di emozioni reali, condivise, vissute andando ai concerti ad ascoltare una musica che si rinnova sempre… il jazz, naturalmente! Musica declinata, però, non solo attraverso le note ma anche attraverso incontri, conferenze, libri…

Il festival si apre con due concerti nella provincia di Udine: il 27 giugno, a Tricesimo, si esibirà la cantante Barbara Errico accompagnata dagli Short Sleepers feat. Mauro Costantini e Gianni Massarutto, mentre il 28 giugno, a Cervignano del Friuli, performance di Disorder at the Border, progetto firmato da Daniele D’Agaro, Giovanni Maier, in questa occasione con Marko Lasič alla batteria al posto di Zlatko Kaučič.

Dal 2 luglio eccoci a Udine con una nuova e suggestiva location nel cuore della città: Largo Ospedale Vecchio, una sorta di anfiteatro architettonico di fronte alla Chiesa di San Francesco, ora sede museale.

Le serate, tranne qualche eccezione, si articoleranno con la formula del doppio concerto ad ingresso libero (alle 20 e alle 22) e su un cartellone, che, come al solito, alterna a musicisti di chiaro valore internazionale, jazzisti “nazionali” che hanno saputo comunque conquistarsi una oramai solida reputazione. E’ il caso, ad esempio, del pianista siciliano oramai da tempo ‘emigrato’ a Udine, Dario Carnovale, che sarà di scena il 2 luglio con Simone Serafini, contrabbasso e Klemens Marktl, batteria; sempre lunedì 2 luglio si esibirà la Udin&Jazz Big Band che nasce da un’idea di Emanuele Filippi e Mirko Cisilino, idea che Udin&Jazz ha fatto propria, decidendo di sostenere con forza il collettivo sia come resident band del festival sia offrendogli diverse occasioni per esibirsi e per far crescere un potenziale diventato davvero importante

Il 5 luglio sarà la volta di “Quintorigo” che presenterà in anteprima il suo nuovo CD; il 6 nell’ambito della serata dedicata al Brasile, avremo modo di ascoltare colei che è stata insignita del titolo di “Ambasciatrice della Musica Italiana in Brasile” (Paese in cui vive e dove, da oltre vent’anni, è un’autentica star), ossia Mafalda Minnozzi con il suo abituale partner Paul Ricci alla chitarra cui si aggiungerà come special guest il pianista Art Hirahara; sempre il 6 la vocalist romana Susanna Stivali, riproporrà in quartetto con Alessandro Gwis, pianoforte, Marco Siniscalco, basso elettrico e contrabasso, Emanuele Smimmo, batteria  i brani contenuti nel suo ultimo lavoro “Caro Chico” evidentemente dedicato a Chico Buarque.

A questo punto il Festival si interrompe per riprendere il 24 con il concerto forse più atteso: “LAID BLACK TOUR” con Marcus Miller, basso, Alex Han, sax, Brett Williams, tastiere e Alex Bailey, batteria.

Se Marcus Miller, come si accennava è probabilmente l’artista più atteso, non è l’unica stella di caratura internazionale presente al Festival. Così a chiudere l’importante giornata del 2 luglio ci sarà il trio del celebre contrabbassista Dave Holland, con Zakir Hussain, tabla e Chris Potter, sax.

Il 3 luglio due grandi artiste: la vocalist Norma Winstone con Klaus Gesing, clarinetto basso, sax soprano, Glauco Venier, piano e Helge Andreas Norbakken, percussioni, vale a dire il trio che ha registrato alcuni album di successo per la ECM con l’aggiunta di un percussionista; a seguire un duo di grande spessore costituito dalla vocalist coreana Youn Sun Nah e dal chitarrista svedese Ulf Wakenius.

Il 4 luglio ancora due concerti da non perdere: alle 20 “THRĒQ” il nuovo progetto dei FORQ con Chris McQueen, chitarra, Henry Hey, tastiere, Kevin Scott, basso e Jason ‘JT’ Thomas, batteria: il gruppo nasce da una costola degli Snarky Puppy, ed in breve ha raggiunto i vertici di gradimento in tutto il mondo; in successione, in anteprima e unica data italiana il bassista Avishai Cohen, presenterà il suo nuovo progetto “1970” con Shai Bachar, tastiere, voce, Marc Kakon, chitarra, basso, voce, Karen Malka, voce e Noam David, batteria.

 

Il 5 luglio una delle leggende della batteria jazz, ossia Tony Allen con Mathias Allamane, contrabbasso, Jeff Kellner, chitarra, Jean Philippe Dary, tastiere, Nicolas Giraud, tromba, Yann Jankielewicz, sassofono, tastiere.

Tra gli eventi non musicali ricordiamo martedì 3 luglio presso Largo Ospedale Vecchio ad ingresso libero “I 20 ANNI DI “ARTESUONO” DI STEFANO AMERIO”; dialogano con Stefano Amerio: Glauco Venier e U.T. Gandhi, Ermanno Basso, Cam Jazz e Luca d’Agostino, fotografo.

Il 4 luglio alle ore 18:00, nella suggestiva e intima Corte Savorgnan, sempre ad ingresso libero, verrà presentato il libro del sottoscritto “L’ALTRA METÀ DEL JAZZ” – Voci di Donne nella Musica Jazz (KappaVu / Euritmica ed.)

Gerlando Gatto

 

Jazz e francobolli in Italia, un rapporto da costruire

Il rapporto tra jazz ed emissioni filateliche nel nostro Paese è uno di quegli argomenti non proprio ‘battuti’ che “A proposito di jazz” ha trattato con attenzione grazie soprattutto alla passione del nostro collaboratore Amedeo Furfaro.

Proprio un anno fa, per l’esattezza il 24 marzo 2017, Furfaro con l’articolo “Affrancare il jazz. Con una serie di francobolli sul “grande jazz italiano” si augurava che il jazz italiano potesse costituire oggetto di emissioni molto più ricorrenti dato che, mentre hanno avuto il proprio meritato spazio i vari Leoncavallo e Rossini, Verdi e Puccini, Vivaldi e Casella, Pavarotti e Mino Reitano, come anche “Tintarella di luna” e “Nel blu dipinto di blu” fra le canzoni, l’industria della fisarmonica e persino zampogna e launeddas fra gli strumenti etnici, poca attenzione è stata riservata al mondo della musica afro-americana.

Purtroppo anche quest’anno l’appello è caduto nel vuoto, in quanto ancora i nostri francobolli non ospiteranno alcunché concernente il jazz, come si evince dal programma di emissioni filateliche 2018 definito di recente a cura del competente Sottosegretariato di Stato allo Sviluppo Economico.

Debutta, lo si rileva dal comunicato ufficiale, la serie tematica “Le eccellenze italiane dello spettacolo” con due emissioni dedicate a Domenico Modugno e Mia Martini.

Una lodevole iniziativa che conferma e stabilizza un’attenzione già manifestata in precedenza, come il postcard dedicato a Luigi Tenco dello scorso anno. Per il Mimmo nazionale si tratta di una sorta di bis dopo l’emissione 2008 che ne celebrava ‘Nel blu dipinto di blu’ affiancato a ‘Tintarella di luna’ di Mina (per la cronaca peraltro Volare si cantava a ritmo di swing).

A volte, giustamente, ritornano. Ed ecco ora questo “ritorno” giornalistico per perorare la causa di dar spazio raffigurativo, magari anche all’interno di questa nuova serie tematica, ad aspetti e protagonisti del jazz italiano, secondo quanto proposto, su queste colonne, nel già citato articolo peraltro poi riassunto in una specifica istanza al Ministero dello Sviluppo Economico.

A dire il vero il protocollo d’intesa stipulato di recente fra MiBACT e neonata Federazione nazionale “Il jazz italiano”, presieduta da Paolo Fresu, tendente alla valorizzazione e sviluppo dell’attività artistica con particolare riferimento al jazz, aveva fatto ben sperare che si sarebbe estesa, per collegialità, tale motivazione pro-jazz anche ad altri settori dell’attività governativa. Come quello dei francobolli ordinari destinati, oltre che ai collezionisti, a viaggiare ed a portarsi un po’ ovunque per essere visti di sfuggita o semplicemente scrutati, comunque vettori di un messaggio comunicativo importante, “immortalato” in una composizione grafica stampata su pochi millimetri di carta.

da Redazione

Dalla e Battisti: due geni dei nostri giorni

Chiedo scusa ai miei lettori se questa volta esco proprio dal seminato, ma i primi giorni di marzo rappresentano per me un insieme di ricordi indelebili che riguardano tanto la mia vita privata quanto i miei gusti musicali.

Sul primo versante solo pochissime parole: il 2 marzo del 1905 nacque mio padre, il 4 marzo del 2004 è nato mio figlio che come ripeto spesso “è la cosa più bella che ho fatto nel corso della mia vita”.

Veniamo, invece, ai gusti musicali che evidentemente interessano molto di più quanti seguono “A proposito di jazz”.

Il 4 marzo del 1943 a Bologna vedeva la luce Lucio Dalla; il 5 marzo sempre del 1943, quindi a sole dodici ore di distanza, a Poggio Bustone nasceva Lucio Battisti; due fenomeni artistici assolutamente ineguagliabili, ambedue con lo stesso nome, ambedue sotto il segno zodiacale dei pesci.

Solamente un caso? Come diceva Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova»… qua di indizi ce ne sono ben di più per poter concludere che in quei giorni di marzo del ‘43 il Creatore (per chi ci crede) e la natura (per i laici) si son dati particolarmente da fare per regalarci due geni che avrebbero riempito di musica i nostri cuori e le nostre giornate.

Ciò detto, è possibile trovare dei punti di contatto tra i due artisti?

Assolutamente sì. Innanzitutto, come si accennava, ambedue hanno scritto canzoni che sono rimaste nell’immaginario collettivo; basta citare qualche titolo per rendersi conto di cosa si stia parlando: “Il mio canto libero”, “4/3/43”, “La canzone del sole”, “L’anno che verrà”, “Non è Francesca”, “Caruso”, “Emozioni”, “Ma dove vanno i marinai”… e l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo.

E che si tratti di pezzi musicalmente assai validi lo dimostra il fatto che molti musicisti jazz si sono rivolti a questo repertorio, anche se con diverse modalità, declinandolo sì da rendere jazzisticamente attuale la tradizione melodica italiana. Tutto ciò non stupisce più di tanto ove si consideri che il jazz è nato come musica ibrida, come musica, cioè, che si nutre di tutto ciò che la circonda; di qui le riletture di brani celebri che, almeno fino all’avvento del bop, hanno costituito il bacino da cui i jazzisti hanno tratto ispirazione. In particolare nella realtà italiana, negli ultimi decenni sono particolarmente aumentati gli “omaggi a”, divenuti un genere a doppia valenza: per interpretare passioni e sentimenti del popolo italiano, per allargare l’ancora ristretta cerchia degli appassionati di jazz.

Se, come dicevamo, tutto ciò non è una sorpresa, risulta davvero straordinario il fatto che nel 1990, per la ‘Gala’ esce “Ci ritorni in mente” un doppio vinile in cui ben quattordici formazioni diverse, con oltre sessanta artisti, interpretano esclusivamente brani di Battisti. È probabilmente il primo lavoro collettivo dedicato esclusivamente ad un musicista. Ma al cantautore di Poggio Bustone si sono rivolti alcuni dei più grandi jazzisti italiani, da Giorgio Gaslini a Tiziana Ghiglioni, da Ettore Fioravanti a Helga Plankensteiner, da Enrica Bacchia a Enrico Rava, da Enrico Pieranunzi a Rita Marcotulli… a Renato Sellani, tanto per fare qualche nome. E si tratta sempre di produzioni di alto livello artistico; la cosa assume un rilievo ancora maggiore considerando che le riletture dei suoi brani sono tutt’altro che facili sia per la complessità del disegno melodico, sia perché le sue canzoni sono strettamente correlate alla voce e all’interpretazione del testo. Di qui il dilemma che quasi tutti i jazzisti, misuratisi con la musica di Battisti, si sono trovati dinnanzi: procedere ad una difficile rilettura dei brani per coglierne lo spirito e rispettarne il più possibile l’integrità oppure andare dentro il brano, stravolgerlo per farlo rivivere secondo la propria sensibilità. Strade che, in effetti, sono state ambedue percorse. Peccato che tutto questo discorso sia come inficiato da un enorme paradosso: del jazz a Lucio Battisti poco o nulla importava.

E qui le analogie con Lucio Dalla si fermano ché viceversa l’artista di Bologna ha sempre amato il jazz tanto da suonare con eccellente tecnica il clarinetto. Come strumentista Dalla si affermò negli anni tra i’50 e i ‘60 quando Bologna era considerata una sorta di capitale del jazz italiano. Così a soli 15, 16 anni Lucio suonava in jam session con Chet Baker… poi le imprese con  Jimmy Villotti; un disco con Marco di Marco ( “Lucio Dalla/Marco di Marco” uscito per la prima volta nel 1985 su etichetta Fonit Cetra con Lucio Dalla clarinetto e voce, Marco Di Marco pianoforte, Jacky Samson basso e Charles Saudrais percussioni); la collaborazione con Mario Schiano (nell’album ‘Progetto per un inno’ del 1976 Dalla al clarinetto assieme a De Gregori voce e Antonello Venditti pianoforte propongono una straniante versione dell’ “Internazionale”); la tournée con Stefano Di Battista del 2004; le straordinarie performance con Michel Petrucciani tra cui quelle del 1998 e del 2002 e il prestigioso invito a Juan Les Pins per suonare con  Charles Mingus, Bud Powell e Eric Dolphy. Ma, al di là delle prestazioni jazzistiche di Dalla, vale la pena sottolineare un aspetto più costitutivo del suo rapporto con la musica afro americana, quella capacità di adoperare lo scat, quel suo amore per il ritmo, per i cambi di atmosfera, per quelle soluzioni armoniche così ardite sicuramente riconducibili al jazz.

Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Lucio, di ascoltarlo in diversi concerti e di condurre un programma su RadioUno cui partecipava anche il cantautore bolognese. Ed è stata un’esperienza bellissima in quanto Lucio era una persona gentilissima, dolcissima, divertente, che amava considerare e rispettare qualsivoglia persona con cui si trovasse ad interloquire e che, soprattutto, aveva le idee ben precise sulla musica che voleva fare.

Una musica che, contrariamente a quanto accaduto per Battisti, non è entrata spesso nel repertorio dei jazzisti; così a livello nazionale si sono cimentati con i pezzi di Dalla tra gli altri, Silvia Barba e Pippo Matino, Renzo Ruggieri, i 14 musicisti che hanno inciso “Dalla in jazz”, Enrica Bacchia, Paolo Fresu con Uri Caine, mentre a livello internazionale Richard Galliano e Aldo Romano ci hanno regalato delle toccanti interpretazioni di “Caruso”. Devo confessare che ogniqualvolta ascolto questo pezzo, non posso fare a meno di commuovermi. Una commozione che mi pervade anche in questo momento, quando sto scrivendo del mio cantautore preferito, un artista che avevo cominciato ad apprezzare, ad amare nel 1967 quando alla radio ascoltai “Il Cielo”, con cui Lucio partecipò al Festival delle Rose, vincendo, per la seconda volta, il premio della critica.

A questo punto forse taluni si staranno chiedendo: ma i due, Battisti e Dalla, si sono mai incontrati, hanno avuto modo di collaborare? Sì, i due in vita ebbero modo di conoscersi e apprezzarsi ma non hanno avuto la possibilità di collaborare artisticamente; Dalla aveva lanciato la proposta di una tournée e di un disco in comune ma Battisti rifiutò in quanto era già entrato nella logica di appartarsi dalle scene.

Peccato! Sono sicuro che ne sarebbe scaturito qualcosa di eccezionale!

Gerlando Gatto