A vele spiegate il “Roma Jazz Festival 2019”

Tutte le foto sono di ADRIANO BELLUCCI, che ringraziamo moltissimo.

ROMA JAZZ FESTIVAL – NO BORDERS. MIGRATION AND INTEGRATION

Roma, 1 novembre – 1 dicembre 2019

Si è chiusa domenica, 1 dicembre, l’edizione 2019 del “Roma Jazz Festival”. Ancora una volta la manifestazione voluta e disegnata da Mario Ciampà non ha deluso le aspettative rispetto sia al rapporto programma – tema sia alla qualità della proposta musicale.

No Borders- Migration and Integration” era il tema di quest’anno ed in effetti la presenza di alcuni artisti quali – tanto per fare qualche nome – Archie Shepp e Abdullah Ibrahim – sta lì a testimoniare quanto il jazz abbia fatto nel corso della sua non lunghissima storia, per abbattere le barriere che ancora separano gli uomini. Ma in linea di massima tutti gli artisti presenti hanno offerto uno spaccato di qualità delle varie tendenze oggi presenti sulla scena jazzistica internazionale. Infine davvero encomiabile la partecipazione dei molti musicisti italiani sulla cui statura non credo ci siano oramai dubbi di sorta.
Non mi ha viceversa convinto la scelta di coinvolgere diverse locations ma ciò dipende probabilmente dalla mia non giovanissima età per cui non amo particolarmente muovermi a Roma… ma questo è un altro discorso che meriterebbe ben altri approfondimenti.
Ma torniamo alla musica.

L’11 novembre è salito sul palco Archie Shepp con Carl Henri Morisset piano, Matyas Szandai contrabbasso e Steve McCraven batteria.

Parlare di Archie Shepp significa rievocare una stagione particolarmente significativa e non solo per il mondo del jazz: siamo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70; la società statunitense è pervasa da fortissime inquietudini, i giovani manifestano sia per la pace sia per una effettiva eguaglianza tra bianchi e neri, alcuni comportamenti della polizia reclamano profondi cambiamenti e il riferimento è ai disordini avvenuti nel carcere di Attica nel 1971 repressi violentemente. Il jazz non si chiama fuori e tra i grandi musicisti è proprio Archie Shepp a scrivere di getto “Attica” a seguito dell’ondata emotiva causata dalla repressione di cui sopra. Ma è solo un esempio di quanto Shepp si sia speso per affermare l’afrocentrismo e la tradizione musicale del continente africano e quindi per ribadire quanto rispetto meriti la popolazione di colore negli States. Di conseguenza ascoltare un concerto di Shepp è sempre un’esperienza particolare che, a mio avviso, va vissuto sotto un duplice aspetto.

Dal punto di vista emozionale, almeno per chi scrive, è sempre toccante trovarsi davanti uno dei più grandi esponenti della storia del jazz.

Dal punto di vista più strettamente musicale non si può fare a meno di notare come, purtroppo, anche per Shepp il tempo abbia lasciato qualche traccia. Il ruggito del vecchio leone, almeno nel concerto romano, non si è sentito. La voce strumentale si è affievolita, l’imboccatura del sax tenore non è ferma e solida come un tempo, la presa di fiato denota qualche incertezza che si ripercuote immancabilmente sulla qualità del suono. Viceversa quando ricorre al canto, Shepp è più convincente: la voce è sempre roca, graffiante e l’interpretazione sicuramente all’altezza della situazione. Insomma Shepp sa dare un significato preciso a ciò che canta e lo sa comunicare assai bene.
Funzionale a quanto detto la scelta del repertorio che si basa su alcuni classici della tradizione come, ad esempio, “Petit fleur” di Sidney Bechet, “Don’t get around much anymore” e “Come Sunday” di Duke Ellington. Non mancano certo pezzi più moderni come “Ask me now” di Thelonious Monk, “Wise One” un brano di Coltrane tratto dall’album “Crescent” del 1964 particolarmente caro a Shepp… immancabile il già citato “Attica”, mentre come bis un graditissimo “Round Midnight” accolto con un’ovazione dal numeroso pubblico.

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Mercoledì 27 novembre al Teatro studio di scena il quintetto del sassofonista e clarinettista Gabriele Coen, con Benny Penazzi violoncello, Alessandro Gwis pianoforte e live electronics, Danilo Gallo, contrabbasso e basso elettrico e Zeno de Rossi batteria.

Ora se mettiamo assieme cinque jazzisti di assoluto livello, un compositore di spessore assoluto (Leonard Bernstein) e un arrangiatore di sicura competenza (Andrea Avena), le aspettative non possono che essere molto alte. E tali aspettative sono state assolutamente soddisfatte. Il gruppo ha presentato un progetto incentrato sul compositore di Lawrence, Massachusetts, che confluirà in un album la cui uscita è prevista per il prossimo gennaio.
La prima parte del concerto è stata dedicata a “West Side Story”, il musical con libretto di Arthur Laurents, parole di Stephen Sondheim, rappresentato per la prima volta il 19 agosto 1957 al National Theatre di Washington.
Abbiamo così ascoltato in rapida successione, preceduti da una breve ma esauriente presentazione di Coen, “Prologue”,“Something’s Coming”, “The Dance at the Gym-Cha Cha (Maria)”, “Tonight”, “One Hand, One Heart”, “I Feel Pretty”, “Somewhere”. Particolarmente azzeccate le interpretazioni di “Maria” e “Tonight”, probabilmente i pezzi più noti dell’intero musical.
Sulla scorta degli originali arrangiamenti concepiti da Avena, il gruppo ha leggermente velocizzato i due brani mettendone così in rilievo tutto il potenziale ritmico, grazie anche ad una sezione particolarmente affiatata come quella composta da Zeno De Rossi e Danilo Gallo; i due sono stati semplicemente superlativi… così come d’altro canto tutti i membri del quintetto. In particolare Alessandro Gwis si è meritato applausi a scena aperta per alcuni assolo particolarmente centrati mentre letteralmente trascinanti gli inserti del violoncello di Benny Penazzi che ha avuto l’onore di suonare diretto dallo stesso Leonard Bernstein. A completare la front-line il sassofono soprano e il clarinetto di Gabriele Coen che ha condotto la serata con autorevolezza evidenziando la solita bravura come solista.

Tornando alla cronaca del concerto, ancore più impegnativa la seconda parte, di ispirazione ebraica, che si è aperta con il primo movimento dai “Chichester Psalms”, opera completata nel 1965 su commissione del decano della cittadina inglese di Chichester. Si tratta di una selezione di testi biblici in lingua ebraica, articolata in tre movimenti, scritta per corista ragazzo soprano o contralto, coro e orchestra, quindi un’opera estesa non facile da interpretare in chiave jazzistica e per giunta in quintetto. Difficile la traduzione in chiave jazz anche di “Yigald” altra melodia liturgica scritta nel 1950 per piano e coro.
A chiudere “Some Other Time” scritto nel 1944 per il musical “On the Town” con liriche di Betty Comden e Adolph Green.
Alla fine scroscianti e meritati applausi e viva attesa per l’album che, come si accennava, dovrebbe uscire nel prossimo gennaio.

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Venerdì 29 novembre è stata la volta della chitarrista e vocalist portoghese, di origini capoverdiane, Carmen Souza in quartetto con Ben Burrell piano, Theo Pascal basso, Elias Kacomanolis batteria e percussioni.

In programma la presentazione dell’ultimo album “The Silver Messengers” dedicato, come facilmente comprensibile, a Horace Silver. Ora, dedicare un omaggio ad una figura talmente straordinaria come quella di Silver, è impresa sicuramente molto, molto difficile che comunque Carmen ha affrontato con la giusta dose di consapevolezza, maturità, ed umiltà. In effetti, come più volte dichiarato dalla stessa artista, l’intento è stato quello non tanto di riproporre pedissequamente la musica del maestro quanto di far rivivere su disco e sul palco le peculiarità che hanno fatto grande la musica di Silver, vale a dire uno stile giocoso e colorato di influenze funky, una forte carica ritmica, una melodia riconoscibile e penetrante. Non a caso Carmen ama ripetere, al riguardo che il suo obiettivo è “onorare la musica e il compositore, il gusto, l’innovazione e fare luce sul suo lavoro in modo che la sua musica continui a toccare altre persone che non sono mai venute in contatto con essa”
Di qui l’album di cui sopra che viene ulteriormente valorizzato durante le performance. Non ho assistito ad altri concerti di Carmen Souza ma devo dire che questo all’Auditorium mi ha davvero impressionato e per più di un motivo.
Innanzitutto la straordinaria padronanza scenica dell’artista: Carmen non ricorre ad alcun artificio scenico e sul palco è davvero elegante nella sua squisita compostezza, affidandosi completamente al talento che possiede in sovrabbondanza. La sua voce è molto, molto particolare: centrata prevalentemente sul registro medio-basso è comunque capace sia di scendere con naturalezza nelle tonalità più basse sia di risalire verso l’alto, più alto. Il timbro è screziato, a tratti graffiante, leggermente roco a ricordare alcune delle grandi vocalist del passato. Assolutamente pertinente il contorno strumentale con in primissimo piano Theo Pascal al basso elettrico e contrabbasso, mentore della vocalist con la quale collabora da ben diciotto anni, il quale non a caso firma tutti gli arrangiamenti del gruppo.

E così brano dopo brano la musica si dipana con naturalezza: si apre con un brano celeberrimo di Edu Lobo, “Upa neguinho”, e già si ha la consapevolezza di poter assistere ad una bella performance. Carmen è perfettamente a suo agio, la sua voce comincia a graffiare il giusto e i compagni d’avventura la seguono fedelmente. Segue un brano scritto da Theo Pascal con liriche della stessa Souza, “Lady Musika”, dedicato espressamente a Horace Silver il quale era solito riferirsi alla musica come “Lady Music”. Ed ecco quindi il primo brano di Horace Silver, “The Jody Grind”, che l’artista interpreta facendo ricorso ai ritmi della “funana”, un genere musicale molto popolare a Capo Verde. Ed è anche questa l’occasione per evidenziare come nello stile di Carmen Souza confluiscono elementi di varia natura che si renderanno più espliciti nel prosieguo del concerto: accenti esotici, africanismi, scat nella più completa accezione jazzistica, bossa nova, samba… il tutto mescolato sì da realizzare un unicum di sicuro impatto. Impatto che si ripropone quando la vocalist intona il celebre “Soul Searching” ancora di Horace Silver.
Gustosa, divertente la riproposizione di un vecchio brano di Glenn Miller, “Moonlight Serenade” adottata dallo stesso direttore d’orchestra come sigla musicale.Ancora due blues, “Capo Verdean Blues” di Silver e “Silver Blues” di Pascal e Souza dopo di che ci si avvia al finale con chiari riferimenti all’Africa. E sulle note di “Pata Pata” e “Afrika” il pubblico risponde positivamente all’invito della vocalist, danzando e applaudendo festosamente Carmen e compagni

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Come accennato, domenica 1 dicembre conclusione alla grande con il progetto Mare Nostrum ovvero Paolo Fresu (tromba e flicorno), Richard Galliano (fisarmonica e accordina) e Jan Lundgren (pianoforte).

L’intesa, nata una decina d’anni fa, e documentata da tre eccellenti album incisi nei rispettivi Paesi di origine, si sostanzia nel tentativo, perfettamente riuscito, di elaborare un linguaggio nuovo, originale, partendo dalle radici proprie di ciascun musicista. In effetti sia Fresu (sardo), sia Galliano (francese di chiare origini italiane), sia Lundgren (svedese) sono artisti profondamente legati alle proprie origini da cui hanno tratto linfa vitale per la loro musica, i cui tratti caratteristici si ritrovano in una ricerca melodica a tutto campo non disgiunta da un senso ritmico-armonico per cui non si avverte la mancanza di contrabbasso e batteria.

L’apertura è affidata a “Mare Nostrum” la composizione che apre il primo dei tre album incisi dal trio e, guarda caso, composta non già dai due musicisti mediterranei ma dallo svedese Lundgren. E già da questo pezzo si ha un’idea precisa della musica che si ascolterà durante il concerto. I tre si muovono secondo un preciso idem sentire, lasciandosi portare dall’onda emotiva che trasmettono al pubblico e che dal pubblico ritorna sul palco con straordinaria immediatezza. Così il concerto non conosce un attimo di stanca, con il trio che si scompone in duo per ricomporsi subito dopo senza che ciò abbia la minima influenza sull’omogeneità del tutto. Le atmosfere sono variegate, così ad esempio l’italianità di Fresu emerge chiaramente in “Pavese”, in “Love Land” sono le atmosfere tipiche del folk svedese ad assurgere in primo piano, mentre in “Chat Pitre” di Galliano è facile scorgere quella dolce malinconia tipica di certa musica francese.

E così è un continuo aggiornamento della tavolozza di colori espressi dal trio grazie ad una maestria strumentale e ad una capacità espressiva che fanno dei tre dei grandiosi interpreti.

Il concerto trova una sua splendida conclusione con due bellissime melodie, “The Windmills of Your Mind” di Michel Legrand e “Si Dolce è il tormento” dal nono libro di madrigali scritto a Venezia nel 1624 da Claudio Monteverdi, compositore innovativo protagonista degli albori dell’opera barocca

 

Gerlando Gatto

 

 

 

 

Nuova presentazione romana per “L’altra metà del Jazz”, di Gerlando Gatto

Dopo il successo e le due ristampe del primo libro “Gente di Jazz”, ritorna nelle librerie Gerlando Gatto, con “L’altra metà del Jazz”, pubblicato per i tipi di KappaVu / Euritmica Edizioni – Udine. Il volume, dopo l’anteprima al Salone Internazionale del Libro di Torino e diverse presentazioni sul territorio nazionale, arriva nuovamente a Roma, all’Elegance Café Jazz Club (Via Francesco Carletti, 5 info www.elegancecafe.it ).

Sabato 9 novembre 2019 l’opera sarà illustrata alla presenza dell’autore e della giornalista Marina Tuni, in rappresentanza dell’editore, prima della performance di una delle musiciste intervistate: Lara Iacovini (inizio alle ore 21.30); la vocalist presenterà un repertorio tratto dai suoi ultimi lavori discografici, in particolare “Right Together”, l’album realizzato in collaborazione con il grande bassista newyorkese Steve Swallow, sulla cui musica la jazz vocal ha composto i testi.

Gatto è tra i più importanti giornalisti e critici musicali jazz italiani, nonché Direttore Responsabile di questo portale nazionale da lui stesso fondato.

Dopo la raccolta di interviste “Gente di Jazz”, dunque, in cui il giornalista ci ha fatto scoprire aspetti artistici ed umani di una nutrita schiera di musicisti, tutti protagonisti in varie edizioni del festival Udin&Jazz, casualmente tutti maschi, questa nuova pubblicazione racchiude una serie di interviste raccolte nel ricchissimo panorama del jazz al femminile nazionale e internazionale.

Donne che amano il jazz, lo vivono e ne fanno territorio in cui esprimere una creatività intensa e spesso dirompente, attraverso scelte anche non facili come affiora chiaramente da molte di queste interviste.

Non solo cantanti, ma molte strumentiste, compositrici, arrangiatrici, vere protagoniste del jazz moderno in cui hanno trovato una loro forte dimensione con personalità, capacità, determinazione e con una profondità che può emergere solo dall’Altra Metà del Jazz. Trenta interviste a personaggi assai noti – e meno noti – tutti accomunati dall’essere donna e, in quanto tali, dall’avere una storia da raccontare, da rivivere assieme al lettore.

La prefazione è a cura della giornalista Rai Claudia Fayenz e tra le musiciste intervistate, oltre a Lara Iacovini, figurano Dee Dee Bridgewater, Chiara Civello, Rita Marcotulli, Petra Magoni, Sarah Jane Morris, Tiziana Ghiglioni e molte altre; alcune delle interviste non erano mai state pubblicate, come quella a Dora Musumeci, una delle prime pianiste jazz in Italia, scomparsa nel 2004.

Redazione A Proposito di Jazz

 

Jed Distler e il Monk rivelato

Alcuni musicisti hanno la capacità di travalicare i generi. Leonard Bernstein, oltre che sommo direttore d’orchestra, fu compositore sinfonico e di ‘musical’. Andrè Previn, direttore e compositore assai attrezzato, ed apprezzato, fu un favoloso pianista jazz. Figure come Joseph Schillinger, Gunther Schuller, e prima di loro Ernst Krenek, Erwin Schuloff e soprattutto Kurt Weill (ci fermiamo qui per non appesantire) hanno saputo creare mondi che inglobano contenuti e valori stilistici diversi, spesso eterogenei e, per così dire, intercambiabili.

Non avevo mai pensato, però, di inserire Thelonious Monk (1917-1982) in tale novero.

Non prima, almeno, di aver ascoltato “Fearless Monk” (TNC Jazz) di Jed Distler.

È opportuna una distinzione tra il Monk improvvisatore e il Monk compositore (non molti, in realtà poche decine, i temi da lui congegnati). Il Monk improvvisatore lo potremmo paragonare a un bambino che trae suoni da un giocattolo. Il fascino delle sue improvvisazioni non consiste, credo, nel magistero, nella virtuosità esibita quanto nella capacità di ricreare un ‘ur-ton’, una nuova verginità, oltre che nella gioia che ne scaturisce. Non solo il pezzo eseguito al momento, quindi, ma la Musica stessa sembra ricrearsi quando Monk suona. Come Apollo il sole, Monk porta la musica sul suo carro.

Si sente affermare di quando in quando, da parte di alcuni pedagoghi, che l’artista originario di  Rocky Mount al pianoforte aveva “un brutto suono”. Sorridiamo. Cosa è “brutto” nell’ arte? Dirò invece che possedeva un suono “perfetto” poiché in completo accordo con la sua estetica, scabra e fanciullesca. Il Bill Evans, per fare un esempio, non aveva un “bel” suono in sè, giacché questo non esiste in senso assoluto, ma uno adatto alla poetica che egli veicolava attraverso le dita. Questa era la sua magia. E i pianisti che oggi ripropongono il repertorio di Monk, si osservi, sono giustamente refrattari ad allontanarsi da certe asprezze timbriche tipiche del loro patriarca. All’atto di eseguire “Bemsha Swing”, o “Friday the 13th” li si vede letteralmente ’monkizzarsi’, almeno un poco, farsi spigolosi, apodittici, per risultare non sepolcrali. Tanto si è detto circa l’improvvisazione.

Il Monk compositore invece squaderna tale bellezza di temi, ma verrebbe da dire saggezza di temi, un’armonizzazione tanto sofisticata, da librarsi facilmente oltre il recinto pur confortevole dell’idioma jazzistico del suo tempo per approdare a quello della musica “classica”. Proprio da qui muovono le esecuzioni di Jed Distler. Il loro merito principale? Con arrangiamenti e improvvisazioni di alta qualità, esse rivelano il Monk autore in una luce originale. Nelle sue strabilianti perfomance Distler modella ogni tema come recipiente di foggia via via diversa, nel quale il pianista e compositore di New York riversa lo ‘stream of consciousness’ del proprio sconfinato immaginario musicale. Confluisce di tutto in questo fiume: dalla musica euro-colta di Aaron Copland e William Schuman a George Gershwin, da Olivier Messiaen a Cole Porter, da Beethoven allo swing, dallo stride a La Monte Young. Ciò che colpisce naturalmente non è l’accumulo, ma la naturalezza con cui questo materiale viene integrato, la plausibilità con cui leghe differenti sanno coesistere, la capacità del contenitore – Monk, simile alle tasche di Eta Beta, di accogliere tutto.

Non semplici citazioni, parodie o fuochi fatui, ma un periplo oceanico illuminato da molte isole, rischiarate dal sorriso della perpetua immaginazione musicale di Distler. La musica racchiusa in questo album si discosta dalla logica tema-improvvisazione-conclusione per approdare all’universo della composizione più pura, libera dai crismi di genere. E forse, almeno per me, il ‘vero’ Monk è qui. Dobbiamo ringraziare Distler, quindi, non già per

averci riproposto Monk, ma per avercelo fatto riconoscere. Definirei il suo un Monk scatenato nel senso letterale del termine, ossia libero da catene, convenzioni, sovrastrutture. Scatenato e piacevolissimo. Ascoltare “Fearless Monk” è stato per me come scoprire un padiglione nuovo, lussuoso e confortevole, nella casa dove avevo sempre abitato e i cui spazi credevo di padroneggiare. Era lì da sempre e non lo sapevo. Sono grato a questo disco e al suo artefice, che attendiamo a nuove prove.

Massimo Giuseppe Bianchi

Il Jazz contro ogni barriera: presentata la 43° edizione del Roma Jazz Festival

“No borders. Migration and integration: questo il tema di estrema attualità e di grande rilevanza politica scelto da Mario Ciampà per la 43° edizione del “suo” Roma Jazz Festival. Tema che effettivamente si attaglia alla musica jazz che nel corso della sua storia ha sempre abbattuto steccati e barriere di ogni sorta: religiose, di colore, di nazionalità. Peccato che nella terra dove il jazz è nato e si è sviluppato, una vera equiparazione fra bianchi, neri e nativi è ben lungi dall’essere effettivamente raggiunta. Di qui il messaggio che questo Festival intende veicolare: possiamo comprendere il concetto di confine solo se accettiamo anche la necessità del suo attraversamento, attraversamento declinato sia con l’affermazione di una nuova generazione di musiciste che rompono le discriminazioni di genere, sia con le sperimentazioni di inedite ibridazioni dei linguaggi e la riflessione sul dramma delle nuove migrazioni.

La manifestazione che dal 1° novembre al 1° dicembre 2019 animerà la Capitale con 21 concerti fra l’Auditorium Parco della Musica, la Casa del Jazz, il Monk e l’Alcazar, è stata presentata mercoledì 2 ottobre presso l’Auditorium alla presenza di numerosi giornalisti, dei soliti “sedicenti tali”, di Mario Ciampà direttore artistico del Festival e naturalmente dei responsabili della Fondazione Musica per Roma, Aurelio Regina, Presidente e José R. Dosal, Amministratore Delegato. E anche in questa occasione non sono mancati i distinguo tra i due, così mentre Dosal sottolineava come le statistiche dell’ultimo anno ponessero l’Auditorium in cima alle preferenze culturali del pubblico romano, molto più correttamente Regina ribadiva che l’Auditorium fin dalla sua comparsa ha focalizzato attenzione e preferenze degli spettatori capitolini.

Dianne Reeves

E veniamo adesso al folto e interessante programma: come si diceva apertura il primo novembre con due concerti, i Radiodervish alle 21 nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica e gli attesissimi Kokoroko alle 21.30 al Monk Club. Collettivo di otto elementi inglesi di origine africana guidati dalla trombettista Sheila Maurice-Grey, i Kokoroko mescolano le loro radici nigeriane e West Africa con l’urban sound londinese.

Sabato 2 novembre alle 21 in Sala Sinopoli dell’Auditorium primo appuntamento da non perdere: sarà di scena la statunitense Dianne Reeves, considerata una delle più importanti interpreti femminili di jazz del nostro tempo, mentre il 4 novembre, sempre all’Auditorium ma in sala Petrassi, sarà possibile ascoltare il batterista messicano Antonio Sanchez & Migration. Sanchez ha dedicato il suo ultimo lavoro discografico “Lines in the Sands” al tema dell’immigrazione come risposta alle politiche del Presidente Donald Trump e al suo famigerato muro anti-immigrati.

Altro appuntamento di particolare rilievo mercoledì 6 novembre (h21, Sala Petrassi)  con il Cross Currents Trio, “supergruppo” formato da una leggenda del contrabbasso, l’inglese Dave Holland, affiancato dal sassofonista statunitense Chris Potter e dal percussionista indiano Zakir Hussein, specialista del tabla. La loro musica esplora le relazioni tra la musica folk indiana e il jazz a partire dalla rilevanza che l’improvvisazione ha in entrambe.

Archie Shepp

Lunedì 11 novembre nella Sala Sinopoli dell’Auditorium, une delle chicche del Roma Jazz Festival 2019: di scena Archie Shepp, accompagnato dal suo Quartet. Carismatico, intensissimo, capace di battaglie artistiche e sociali che hanno davvero cambiato il corso degli eventi nel ventesimo secolo, ancora oggi Archie Shepp, dopo ben 60 anni di carriera, è un autentico fuoriclasse e rappresenta la reale incarnazione dell’incontro fra l’avanguardia del free jazz e l’impegno politico.

Mercoledì 13 novembre, alle ore 21 nella Sala Borgna dell’Auditorium PdM, è la volta dell’armeno Tigran Hamasyan, in piano solo.

Il giorno dopo, sul palco della Sala Borgna dell’Auditorium, si presenterà il pianista cubano Dayramir Gonzalez, che ha esordito dal vivo all’età di 16 anni nell’orchestra afrocubana di Oscar Valdes Diàkara. Gonzalez presenta “The Grand Concourse”, il disco che lo ha consacrato come uno dei più autorevoli esponenti della tradizione afrocubana a New York.

Sempre il 14 novembre ma al Monk Club il chitarrista Cory Wong mentre il giorno dopo all’Alcazar arriva il sassofonista Donny McCaslin, noto anche fuori i confini del jazz per la sua partecipazione a “Blackstar”, album canto del cigno di David Bowie.

Sabato 16 novembre alla Casa del Jazz un appuntamento che sento di consigliarvi caldamente: sto parlando della musicista albanese Elina Duni, impegnata in un concerto in solitaria per voce, pianoforte e chitarra. Nata a Tirana, Elina Duni ha lasciato l’Albania insieme alla madre subito dopo la caduta del regime comunista. In Svizzera ha conosciuto il jazz e se ne è innamorata. Il suo ultimo album, “Partir” (ECM 2018) che si apre con un’abbagliante versione di “Amara terra mia” di Domenico Modugno, è composto da 12 brani cantati in nove lingue diverse e da sonorità che evocano le tradizioni albanesi, svizzere, armene, arabo-andaluse, portoghesi e yiddish. Sono canzoni d’amore e di perdita, che cantano la struggente nostalgia di chi si mette in viaggio, fra il dolore della separazione e il coraggio di cercare nuovi inizi.

Abdullah Ibrahim

Domenica 17 novembre alla Sala Sinopoli dell’Auditorium un artista la cui vita è stata interamente dedicata al superamento delle barriere razziali: Abdullah Ibrahim.  Con il nome di Dollar Brand il pianista sudafricano, oggi ottantenne, rimase nel suo paese d’origine fino agli inizi degli anni ’60 suonando al fianco di Miriam Makeba e fondando la prima importante jazz band del continente africano. Costretto all’esilio in Svizzera per fuggire dagli orrori dell’Apartheid, fu scoperto nel 1965 da Duke Ellington che lo portò a New York. Negli States divenne membro dell’avanguardia al pari di John Coltrane e Ornette Coleman, con cui collaborò in diverse occasioni, imponendosi grazie al suo originale stile pianistico. Nel 1968 Brand si convertì all’Islam e prese il nome di Abdullah Ibrahim, che gradualmente negli anni fece svanire il ricordo del precedente nome d’arte. Durante gli Anni Settanta e Ottanta, divenne la figura più rappresentativa per l’integrazione della scena jazz africana. Figura simbolo della lotta al razzismo, il pianista è ritornato in Patria dopo la fine del regime.

Lunedì 18 novembre in Sala Borgna il chitarrista, pianista e compositore statunitense Ralph Towner, capace di padroneggiare i diversi linguaggi della musica classica, del jazz, delle musiche popolari, e di saperli fondere in una sintesi avanzata sempre in linea con lo spirito dei tempi. Componente essenziale della storica band Oregon, Towner ha una carriera solistica documentata da oltre quarant’anni dalla casa discografica ECM.

Carmen Souza

Beat voodoo, rock haitiano, blues americano è la miscela esplosiva che viene fuori da “Siltane”, l’ultimo album della cantante Moonlight Benjamin, definita dalla stampa la Nina Hagen di Haiti, sul palco dell’Alcazar giovedì 21 novembre alle ore 21.30.

Si ritorna al Monk la sera successiva, venerdì 22 novembre, per l’incontro fra Gary Bartz, un pioniere del genere fusion, e i Maisha, band esponente della nuova scena londinese.

Fra i momenti più attesi di tutto il festival c’è anche il concerto di Carmen Souza venerdì 29 novembre alle 21 nella Sala Borgna per presentare il suo ultimo disco in uscita nel mese di ottobre. Il disco è “The Silver Messengers” ed è un tributo al pianista pioniere dell’hard bop Horace Silver, fra le sue principali fonti di ispirazione.

Domenica 1° dicembre il festival si chiude con il concerto Mare Nostrum, ensemble composto da musicisti che non hanno bisogno di presentazioni: Paolo Fresu, tromba e flicorno, Richard Galliano, fisarmonica e accordina, Jan Lundgren, pianoforte. In Sala Sinopoli dell’Auditorium il viaggio del Roma Jazz Festival termina così dov’era cominciato, richiamando con il nome dell’ensemble quel Mediterraneo che è ricordo e promessa di una convivenza fertile.

Mare_Nostrum_Fresu_Galliano_Lundgren

Particolarmente significativa la presenza italiana; oltre ai già citati Radiodervish e Paolo Fresu, il 9 novembre alla Casa del Jazz la Big Fat Orchestra diretta da Massimo Pirone, ospite speciale Ismaele Mbaye (voce e percussioni), presenterà la produzione originale, “Journey Suite”. Sempre alla Casa del Jazz il 23 novembre Federica Michisanti Horn Trio, una delle musiciste che si stanno imponendo nella scena del jazz italiano come contrabbassiste, compositrici e leader di propri gruppi e progetti. In particolare, nel caso di Federica ero stato facile profeta nel pronosticarle un futuro radioso date le capacità che questa artista ha evidenziato sin dal suo primo apparire sulla scena romana. Per questo importante appuntamento la Michisanti si presenta con Francesco Bigoni al sassofono e Francesco Lento alla tromba e al flicorno.

Mercoledì 27 novembre nella Sala Borgna dell’Auditorium (ore 21) sarà possibile ascoltare il Leonard Bernstein Tribute a opera del sassofonista Gabriele Coen, il musicista italiano che più ha indagato e lavorato sul rapporto tra jazz e musica ebraica in tutte le sue forme e reciproche acquisizioni.

Si rimane in Sala Borgna anche il giorno seguente, giovedì 28 novembre, con Il Jazz visto dalla Luna di Luigi Cinque e la sua Hypertext O’rchestra che vanta come componenti, fra gli altri, la cantante Petra Magoni, il pianista Antonello Salis e il percussionista Alfio Antico. Special guest della serata Adam Ben Ezra al contrabasso e voce. Il progetto e le musiche originali de Il Jazz visto dalla Luna sono di Luigi Cinque con citazioni di grandi del blues e del jazz nonché di Stravinsky, Varèse, Cage, Davis, Balanescu, AREA, Kraftwerk, African and Balkanian music.

Il penultimo concerto della 43° edizione del RJF è affidato al sassofono di Roberto Ottaviano che sabato 3 novembre in Sala Borgna, presenta “Eternal Love”, la sua ultima produzione discografica. In “Eternal Love”, Ottaviano presenta una serie di composizioni di Abdullah Ibrahim, Charlie Haden, Dewey Redman, Elton Dean, John Coltrane, Don Cherry, accanto a suoi brani originali.

Gerlando Gatto

Francesco Branciamore: dalla batteria al piano solo

Francesco Branciamore si è affermato, nel corso degli ultimi anni, come uno dei più originali e preparati batteristi del pur variegato panorama jazzistico nazionale. Non a caso il suo curriculum è ricco di prestigiosi riconoscimenti e di preziose collaborazioni con artisti di assoluto livello internazionale quali, tanto per fare qualche nome, Lee Konitz, Evan Parker, Barre Philips, Ray Mantilla, Keith Tippet, Pier Favre, Paul Rutherford, Michel Godard,  Enrico Rava, Gianluigi Trovesi, Enrico Intra, Eugenio Colombo, Paolo Fresu… Senza trascurare le numerose musiche scritte per spettacoli teatrali e cinematografici nonché i tanti album registrati a partire dal 1987.

Insomma quel che si dice un artista maturo, completo, capace di esprimersi compiutamente. Eppure questa dimensione evidentemente stava stretta all’artista siciliano che, abbandonata l’oramai comoda veste di drummer, fa il gran salto e si presenta al pubblico e alla critica cambiando strumento: eccolo quindi incidere in piano solo «Aspiciens pulchritudinem» per la Caligola.

In repertorio nove pezzi, tutti scritti da Francesco, di durata variabile dal minuti e mezzo a tre minuti, con una ottima presa di suono che esalta lo splendido Steinway a disposizione dell’artista.

Nove brani ispirati dalle parole di Charlie Haden sull’essenza della musica riportate nella copertina dell’album “Voglio allontanare le persone dalla bruttezza e dalla tristezza che ci circondano ogni giorno e portare musica bella e profonda a quante più persone posso”.

Ed in effetti ascoltando l’album si avverte una precisa sensazione: il desiderio dell’artista di lasciarsi trascinare dalle emozioni, di camminare ad occhi chiusi sulla strada suggerita dagli stati d’animo del momento. Di qui un’atmosfera soffusa, profondamente intimista; di qui un pianismo oserei dire delicato, senza alcuno sfoggio di tecnica, ma funzionale all’espressività; di qui una ricerca della linea melodica che caratterizza tutti i brani, alcuni soffusi da una evidente melanconia (“Saudade”).

Particolarmente apprezzato, da parte del vostro cronista, il pezzo dedicato al trio EST del compianto Esbjörn Svensson (“Thinking to EST”).

Questa nuova impresa di Francesco Branciamore sarà presentata il 20 settembre nella sala concerti dello splendido Palazzo Nicolaci di Noto, a metà novembre presso la Libreria Feltrinelli di Messina e quindi all’Auditorium della sede Rai di Palermo.

Gerlando Gatto

 

 

Dino Betti van der Noot presenta “Two Ships In The Night”

Il 18 settembre 2019, ore 20,45, appuntamento da non perdere al Teatro Franco Parenti, di Milano. In programma uno dei massimi esponenti del jazz italiano, Dino Betti van der Noot, che con la sua orchestra presenterà la sua ultima creatura “Two Ships In The Night” (Audissea Records).

Dino Betti è un artista assolutamente anomalo: ad onta della non giovanissima età, conserva una straordinaria freschezza che lo porta a comporre ed arrangiare quasi senza soluzione di continuità sì da poter presentare, anno dopo anno, un nuovo album che puntualmente scala le vette della classifica di gradimento sia del pubblico sia della critica.

Per questa nuova realizzazione, Dino Betti ha assemblato una big band comprendente Gianpiero LoBello, Alberto Mandarini, Mario Mariotti, Paolo De Ceglie, trombe; Luca Begonia, Stefano Calcagno, Enrico Allavena, Gianfranco Marchesi, tromboni; Sandro Cerino, Andrea Ciceri, Giulio Visibelli, Rudi Manzoli, Gilberto Tarocco, ance; Luca Gusella, vibrafono; Emanuele Parrini, violino; Niccolò Cattaneo, pianoforte; Filippo Rinaldo, tastiere; Vincenzo Zitello, arpa bardica; Gianluca Alberti, basso elettrico; Stefano Bertoli, batteria; Tiziano Tononi, percussioni; Federico Sanesi, tabla. Ed è proprio con questa formazione che si esibirà nel teatro milanese.

Rimandando un esame approfondito dell’album ad una intervista con lo stesso artista che pubblicheremo quanto prima, in questa sede è tuttavia necessario – per quei quattro o cinque lettori che ancora non lo conoscono – spendere qualche altra parola su Dino Betti van der Noot. Dino non è uno strumentista ma un raffinato compositore e arrangiatore. La sua musica non è certo facilissima: sofisticata ma allo stesso tempo capace di attrarre e coinvolgere con il suo lirismo, presenta i tratti caratteristici di una musica attuale che trascende qualsivoglia barriera. Certo, siamo nel campo del jazz, ma il linguaggio di Betti va ben al di là evidenziando input che provengono da musiche altre. Non a caso in oltre trent’anni di attività ha avuto modo di lavorare con grandi artisti di estrazione diversificata quali, tanto per fare qualche nome, Franco Ambrosetti, Paul Bley, Mark Egan, Bill Evans, Mitchel Forman, David Friedman, Donald Harrison, Carmen Lundy, Don Moye, Paul Motian, Giancarlo Schiaffini, Steve Swallow, John Taylor, Gianluigi Trovesi.

Il concerto al Teatro Franco Parenti costituisce perciò un appuntamento con una fra le personalità più singolari della musica italiana contemporanea. Sarà una carrellata lungo quarant’anni di pagine capaci di coinvolgere musicisti e pubblico in un dialogo intenso, trascinante.

Gerlando Gatto