I NOSTRI LIBRI

Camilla Poesio – “Tutto è ritmo, tutto è swing”- Quaderni di storia – Le Monnier – pgg.175 – € 14,00
Mai volume fu più attuale, forse al di là delle stesse intenzioni dell’autrice. In un momento storico in cui si parla tanto di fascismo, come se le camice nere fossero nuovamente in agguato alle porte di Roma, Camilla Poesio, Dottore di ricerca in Storia contemporanea presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in cotutela con la Freie Universität di Berlino, ci ricorda in poche pagine cos’era realmente il fascismo. Un regime liberticida, in cui nessuna forma di dissenso era tollerata, un regime che invadeva pesantemente ogni aspetto della vita del cittadino, decidendo per lui cosa fare, quali divertimenti scegliere, con quali restrizioni e quali permessi. Un regime che pretendeva addirittura di comandarti quali canzoni ascoltare e quali no, che censurava anche i titoli dei pezzi americani…arrivando al ridicolo di italianizzare “St. Louis Blues” in ” La tristezza di San luigi”.
Ebbene la Poesio incentra la sua analisi su quale fu, in quegli anni, la sorte del jazz nel nostro Paese, e lo fa con lucidità e precisione. Il jazz era giunto nel nostro Paese con i transatlantici di ritorno da New York, con gli emigrati, le grandi orchestre in tournée, i balli ma soprattutto la radio e il cinema. Per non parlare del fatto che alcuni illustri esponenti della nuova musica, quali Cole Porter, soggiornarono per un certo lasso di tempo, in alcune località italiane quali Venezia.
Ecco quindi uno scenario per lo meno contraddittorio al cui interno le autorità dominanti da un lato cercano di impedire la diffusione del jazz come musica proveniente dagli States, dall’altro, però, si rendono conto che questa musica fa presa sugli ascoltatori italiani, specie i più giovani, e cercano quindi di limitare i danni. Cosa fare, dunque? Giocando di sponda anche con la Chiesa che cannoneggia un giorno sì e l’altro pure contro i nuovi ritmi considerandoli amorali e pericolosi, il regime fascista cerca di incorporare nel suo seno anche queste nuove espressioni artistiche ma non ci riesce ché anche sotto le spire di una censura sempre più opprimente, il jazz conserva una propria identità con cui poi giunge sino ai nostri giorni.
Tutto ciò lo trovate ben illustrato nel libro in oggetto che caldamente raccomandiamo a chi segue queste vicende. Il volume è corredato da una ricca bibliografia e da un utile indice analitico
Un’ultima notazione di carattere metodologico: bisogna una volta per tutte mettersi d’accordo sulle note. Sono importanti o no? Se un autore le mette, e in gran quantità come in questo caso, è perché ritiene che debbano essere lette. Allora perché riunirle tutte alla fine del volume costringendo il lettore volenteroso ad un avanti e indietro con le pagine che alla fine ti stanca e lasci perdere? Non sarebbe molto più opportuno collocarle a piè di pagina?

Neri Pollastri – “Riccardo Tesi – Una vita a bottoni” – Squilibri – pgg 306 con CD – € 22,00

Ho conosciuto Riccardo Tesi nel 1994 a Sassari mentre stava registrando un disco, per altro molto bello, “Islà”, con un gruppo comprendente tra gli altri, Enzo Favata, Marcello Peghin, Federico Sanesi e Salvatore Maiore. Ne ebbi subito un’ottima impressione non solo del musicista, straordinariamente bravo ed originale tanto da essere considerato già allora il migliore organettista italiano, ma anche dell’uomo, aperto, cordiale, simpatico, che se aveva qualcosa da dire te la comunicava senza tanti orpelli.

Devo dire che questa impressione mi è stata confermata tutte quelle volte – in realtà non moltissime – in cui ci siamo successivamente incontrati. Ed in tutti questi anni Tesi si è costruito una solida reputazione affermandosi come uno dei musicisti più autorevoli della scena world europea, un musicista capace di far dialogare le sonorità “contadine” dell’organetto con il rock e con i più sofisticati linguaggi del jazz, della musica colta. Il tutto impreziosito dalle numerose collaborazioni con musicisti di assoluto livello internazionale quali, tanto per fare qualche nome, Caterina Bueno, Patrick Vaillant, Kepa Junkera, Gabriele Mirabassi e Gianlugi Trovesi. Ed è lo stesso Tesi a spiegare questo suo percorso: “ho studiato la musica del centro-sud Italia, quella sarda, ma poi ho capito che non sarei mai potuto diventare un musicista tradizionale. Ed è allora, quando mi sono messo a cercare la mia strada, che sono riaffiorati anche tutti i ricordi delle tante musiche che avevo ascoltato in passato: il rock, il jazz, la canzone d’autore, musiche distanti ma unite da un denominatore comune, il Mediterraneo, inteso come pensiero e come sensibilità”.

E’ quindi con grande piacere che mi sono accinto a leggere questo volume di Neri Pollastri sicuro di ritrovarvi tutte quelle caratteristiche umane e artistiche che ai miei occhi avevano caratterizzato Riccardo Tesi. E le mie attese non sono andate deluse.

Con quello stile essenziale e chiaro che lo contraddistingue, Neri Pollastri racconta la carriera di Tesi. Il volume è articolato in ben 30 capitoli che corrispondono grosso modo ad altrettanti momenti della vita artistica del musicista. Si parte, così, dai “primi passi con Caterina Bueno” per chiudere con un contributo di Ezio Guaitamacchi, critico musicale. In mezzo le varie tappe della carriera di Tesi raccontate con dovizia di particolari, impreziosite da un canto da interventi dello stesso Tesi, dall’altro da testimonianze di vari personaggi che con lui hanno collaborato. Ma non basta ché spinto dalla necessità di argomentare al meglio i contenuti del volume, Neri Pollastri illustra brevemente la storia dell’organetto, mentre Tesi ci racconta la bontà degli strumenti costruiti dalla ditta Castagnari, sul mercato da generazioni.

Prima del già citato contributo di Guaitamacchi, il volume contiene una interessante intervista dello stesso Neri Pollastri a Riccardo Tesi nel tentativo, all’approssimarsi del sessantesimo compleanno dell’artista, di “capire meglio l’uomo e il musicista rivolgendogli alcune domande dirette non solo su questioni artistiche ma anche personali e umane”.

Il volume è completato dagli spartiti di “Fulmine” e “Pomodhoro”, due brani di Riccardo Tesi, una ben articolata discografia (comprendente anche le collaborazioni), un ricco corredo fotografico e soprattutto un cd di brani selezionati che illustrano assai bene l’arte di Riccardo.

Gerlando Gatto

CHARLES LLOYD QUARTET Concerto acustico sul cratere del Vesuvio

Una vera e propria icona del jazz sul gran cono del Vesuvio. Dopo il concerto degli Snarky Puppy all’anfiteatro romano di Avella (12 luglio), il secondo ospite internazionale della XXIV edizione del Pomigliano Jazz in Campania sarà il leggendario sassofonista statunitense Charles Lloyd che chiude l’anteprima del festival, prima dei concerti della seconda parte in programma a settembre che vedranno protagonista, tra gli altri, Daniele Sepe con 2 produzioni originali.

Con il suo quartetto, Lloyd si esibirà domenica 28 luglio sulla vetta del vulcano più famoso al mondo, sull’orlo del cratere fino al tramonto. Uno spettacolo di grande impatto e suggestione, in formazione speciale acustica che vedrà esibirsi il contrabbassista Reuben Rogers, il chitarrista Marvin Sewell e il batterista Eric Harland, che per l’occasione userà un corredo minimale di piccole percussioni. Cresciuto sotto l’ala protettiva di musicisti come BB King, Howlin’ Wolf e Johnnie Ace, Charles Lloyd ha portato il suo stile alle vette meditative di John Coltrane. Oggi è un signore che ha superato da poco gli ottant’anni ed ha attraversato in maniera trasversale la storia della musica del ‘900, prestando la sua magistrale bravura anche in formazioni come i Beach Boys, the Doors e Canned Heat, dimostrando di non essere un ortodosso del jazz e di saper guardare in maniera libera alla totalità della musica. Non solo, sotto la sua ala protettiva sono sbocciati musicisti del calibro di Keith Jarrett e Michel Petrucciani, tanto per citare due nomi. E sempre grazie al suo quintetto, Jarrett conobbe il batterista Jack De Johnette, dando poi vita a quel trio che ha influenzato gran parte del jazz moderno. Per dirla con Carlos Santana: “un patrimonio internazionale”.

Tornando al concerto del 28 luglio si tratta di un evento imperdibile che consentirà al pubblico di Pomigliano Jazz di confrontarsi con una delle star della musica afroamericana, in un contesto straordinario.  “Il Vesuvio è un luogo pieno di storia e di misteri della natura – dice Lloyd agli organizzatori del festival campano – Non sappiamo, prima di iniziare, come sarà il nostro concerto. Ma quella storia e quella natura così suggestiva e forte sicuramente ci ispirerà. E credetemi, quando la musica inizierà, scorrerà come un fiume in piena”.

E quel “fiume in piena” è forse l’essenza stessa della musica del quartetto di Lloyd. Al tramonto, con il pubblico assiepato lungo il bordo del cratere, il suo sassofono sarà come una preghiera laica a un demone spento da anni. Un luogo unico, di vita e di morte, senza il quale Napoli non esisterebbe. Non esisterebbe la sua storia, la sua forza, le sue rivoluzioni, la sua irruenza. E anche il pubblico è parte stessa dell’evento musicale. Qui non si applaude, non si può applaudire. Si viene accompagnati in cima dalle guide vulcanologiche lungo una serie di tornanti dai quali c’è un affaccio mozzafiato. Al concerto, acustico, si assiste seduti a terra su cuscini e non saranno consentiti applausi al fine di non disturbare la fauna presente sul cratere, nel suo habitat naturale. I musicisti suoneranno fino al tramonto. Al termine del concerto si ritorna al piazzale sempre accompagnati dalle guide vulcanologiche.

Franco Mondini batterista e giornalista lucido, ironico e appassionato

Franco Mondini usava le parole come le bacchette: in modo anticonvenzionale, con profondo feeling, sprigionando personalità, arguzia, spirito critico e a volte sarcastico. Il batterista nonché giornalista torinese è morto il 29 giugno nella sua città, dove era nato nel 1935 e la sua esistenza si può dividere in due sequenze: dal 1951 fino alla fine degli anni ‘60, quando fu essenzialmente un jazzista molto apprezzato sia in Italia che in Europa; dagli anni ‘70 fino a pochi giorni fa, fase in cui si dedicò soprattutto al giornalismo per <<La Stampa>> e <<Stampa Sera>>, con vari incarichi di cronista, redattore, inviato e critico musicale, anche e soprattutto di jazz. In realtà la bruciante passione per la musica afroamericana e la batteria non l’hanno mai lasciato e Mondini ha continuato a suonare – con qualche concerto “privato” – e ad insegnare ad un ristretto numero di allievi. Lunedì 1° luglio si sono svolti i funerali al Cimitero Monumentale di Torino.

Iniziò a sei anni a studiare la fisarmonica sotto la guida di Renato Germonio, passando quindicenne alla batteria come autodidatta, anche se nel 1955 si diplomò in teoria e solfeggio presso un liceo musicale e nel 1956 fu allievo di Kenny Clarke. Fin dal 1951 partecipava alle jam session cittadine schierandosi con i “modernisti”, al fianco di Piero “Peter” Angela, Nini Rosso, Dick Mazzanti ed altri. A metà degli anni ’50 spiccò il volo come batterista del quintetto di Nunzio Rotondo e del trio di Amedeo Tommasi. La fama di Mondini passò ben presto le Alpi portandolo a collaborare con Bill Smith, Tete Montoliu e soprattutto Chet Baker, a partire dal 1959. Il batterista torinese – insieme al pianista bolognese Tommasi e al contrabbassista lucchigiano Giovanni Tommaso – accompagnarono a lungo il trombettista americano in un sodalizio di grande spessore. Nel 2006 il Mondini scrittore ne avrebbe parlato nel libro autobiografico “Sulla strada con Chet e tutti gli altri”, che furono tanti: René Thomas, Stephane Grappelli, Bobby Jaspar, Don Byas, Gato Barbieri, Franco Ambrosetti, Enrico Rava, Peter Brotzmann. Anche negli anni ’70, quando era più dedito al giornalismo, Franco Mondini ha suonato con Benny Bailey,  Palle Danielsson, Pepper Adams. A lungo lo Swing Club di Torino – negli anni ’60 una cave di interesse continentale – ha rappresentato la sua “base”.

Il batterista-giornalista è stato anche autore di un secondo libro, “Fuck Fiction” (2006) in cui narrava con uno stile epigrammatico quanto efficace, schegge della propria vita di uomo e musicista, senza nulla omettere e parlando senza veli della propria tossicodipendenza, dell’infanzia durante la lotta di liberazione, dei tanti musicisti frequentati e conosciuti, degli avventurosi viaggi e concerti in Europa (soprattutto Francia, Olanda e Germania). In “Fuck Fiction” le parti migliori sono, con ogni probabilità, i capitoletti intitolati “Mi ricordo” in cui Mondini con brevi frasi evocava e tratteggiava esperienze e persone, situazioni e sentimenti, riflessioni e pensieri che – se fossero stati sviluppati – avrebbero generato più di un libro. Il tutto scritto, come recita sapientemente la quarta di copertina, <<con uno stile rapido, ritmato come un assolo di batteria e uno sguardo sempre fuori dagli schemi, lucido, ironico e appassionato>>.

E’ morto, in fondo, con Franco Mondini un protagonista di una stagione per certi versi “eroica” del jazz italiano, quella cresciuta suonando con gli americani e con i jazzisti europei, a volte contro tutto e contro tutti, in una stagione creativa e pionieristica.

Luigi Onori

A Cettina Donato il Premio speciale Alumni Eccellenti

 

Finalmente anche in Italia è tempo di jazz al femminile: le nostre jazziste stanno, infatti, ottenendo i riconoscimenti ufficiali che spettano loro a testimonianza dell’elevatissimo livello raggiunto oramai da tempo.

Nei giorni scorsi vi abbiano riferito delle prestigiose onorificenze attribuite a Rita Marcotulli.

Oggi vi segnaliamo un altro premio attribuito a Cettina Donato, pianista, compositrice e direttore d’orchestra messinese, che siamo stati tra i primi a sottoporre alla vostra attenzione perché la ritenevamo assolutamente degna delle più importanti platee e non già perché siamo ambedue siciliani e quindi – come purtroppo mi è capitato di leggere in questi giorni su FCB –un pochino, ma solo un pochino, mafiosi e omertosi.

Ma torniamo a Cettina: il 28 giugno nell’Aula Magna dell’Università di Messina, l’artista ha ricevuto dall’Associazione Alumni ME, con il patrocinio dell’Università di Messina, il Premio speciale Alumni Eccellenti dedicato agli ex studenti dell’Ateneo peloritano che si sono distinti in Italia e all’estero per le loro eccellenti attività.

Cettina ha conseguito proprio all’Università di Messina la Laurea in Scienze dell’Educazione con una tesi in Psicologia Sociale, un percorso di studi completato con due Master sulla didattica speciale, che ha tradotto in una grande passione per la didattica musicale, insegnando nei Conservatori di Livorno, Alessandria e Messina. Attualmente è docente di Pianoforte jazz al Conservatorio “N. Piccinni” di Bari.

In ambito sociale, da anni è impegnata nella realizzazione della Residenza artistica “VillagGioVanna” dedicata all’accoglienza di ragazzi autistici www.villaggiovanna.org, a cui ha devoluto l’intero ricavato della vendita del suo quarto album “Persistency – The New York Project” (ed. Alfa Music) e il cui testimonial è il noto attore e regista Ninni Bruschetta. Proprio con Ninni Bruschetta è nato un sodalizio artistico che l’ha portata a calcare le scene teatrali in qualità di direttore d’orchestra, pianista, arrangiatrice e compositrice per produzioni teatrali quali “I Siciliani di Antonio Caldarella”, Il Giuramento” (Claudio Fava) e “Il mio nome è Caino” (Claudio Fava), attualmente in tour nei teatri italiani.

 

Nella sua formazione musicale, oltre alla Laurea in Pianoforte classico al Conservatorio di Reggio Calabria, ha conseguito la Laurea al Berklee College of Music dove è stata nominata “Best Jazz Revelation Composer and Performer” e ha ricevuto l’ambito Carla Bley Award for “Best Jazz Composer.

Ha ricoperto il ruolo di International President of Women in Jazz del South Florida, associazione volta alla promozione di musiciste e compositrici di tutto il mondo. Attualmente, è membro del Worldwide Association of Female Professionals di New York

Tornando al premio del 28 giugno, lo stesso, come si accennava, arriva a riconoscimento di una carriera oramai prestigiosa che si è sviluppata lungo l’asse Europa – Stati Uniti – Giappone, ottenendo ottimi consensi di pubblico e critica per i diversi ruoli che ricopre: è la prima donna italiana direttore d’orchestra e arrangiatrice ad avere diretto orchestre sinfoniche classiche con repertorio jazzistico, rock e popular e allo stesso tempo ad aver riscosso ampi riconoscimenti come pianista jazz, compositrice e arrangiatrice. Insomma, quel che si dice un’artista a 360 gradi in grado di affrontare imprese musicali le più disparate.

Eccola, quindi, sul palco di teatri celebri come il Petruzzelli di Bari, il Teatro Antico di Taormina e il Teatro Di Verdura di Palermo; eccola a collaborare con l’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari, l’Orchestra del Teatro Vittorio Emanuele di Messina, la Lucca Jazz Donna Orchestra, la New Talents Jazz Orchestra di Roma, l’Orchestra Giovanile “Città di Molfetta”, la Late Night Jazz Orchestra di Los Angeles.  Eccola a Boston fondare un’orchestra a suo nome, la “Cettina Donato Orchestra”, composta da musicisti provenienti dai cinque continenti, con cui ha inciso, nella stessa Boston, un album.

Negli ultimi anni il Jazzit Award la annovera tra i migliori arrangiatori jazz di nazionalità italiana.

Nel corso della sua carriera, si è esibita con alcuni jazzisti di assoluto livello internazionale tra cui Eliot Zigmund, Stefano Di Battista, Fabrizio Bosso, Joanne Brackeen, Greg Hopkins, Jackson Schultz, Dick Lowell, Adam Nussbaum, Scott Free, Matt Garrison… E’ stata invitata in importanti festival italiani, e negli USA si è esibita in vari contesti tra cui il Blue Note di New York City, il South By Southwest di Austin, il Regattabar di Boston.

Gerlando Gatto

Sempre in primo piano il jazz italiano ad “Iseo Jazz”

 

Da ben ventisette anni il festival “Iseo Jazz” organizza le sue serate e articola il suo spazio sulla musica prodotta in Italia da jazzisti del Bel Paese. Con coerenza, rigore, divulgazione, ricerca gli organizzatori (la direzione artistica è di Maurizio Franco) propongono numerosi progetti speciali e artisti di varie generazioni, fornendo di anno in anno uno spaccato significativo delle ultime tendenze. Non a caso la rassegna si fregia del sottotitolo “La casa del jazz italiano” ed ha il patrocinio di MIDJ (l’associazione Musicisti Italiani di Jazz); in più, da sempre, la programmazione interagisce con un territorio di rara bellezza e suggestione, rinnovando quel rapporto tra musica e “luoghi” (anche nella loro dimensione amministrativa) che caratterizza le migliori rassegne della penisola.

“Iseo Jazz” inizia il 7 luglio a Palazzolo sull’Oglio (Palazzo comunale) con il trio del pianista Donatello D’Attoma (con Alberto Fidone ed Enrico Morello); completa la serata un progetto speciale intitolato “Il jazz a Milano negli anni cinquanta e sessanta”, epoca e repertorio proposto da Paolo Recchia, Andrea Dulbecco e Nicola Angelucci (sax, vibrafono, batteria).

Il 9 si prosegue a Sale Marasino (chiesa di San Giacomo di Maspiano) con un solo piano di Michele Di Toro, ispirato alle musiche di Nat Cole, George Shearing, Herbie Nichols e Lennie Tristano; anche questo è un progetto speciale della rassegna. Il 10 ci si sposta nell’Azienda Agricola Barone Pizzini (a Provaglio d’Iseo) per uno dei momenti clou del festival: “L’importanza di chiamarsi Enrico”, ovvero solo, duo e trio con i pianisti Enrico Intra ed Enrico Pieranunzi ed il trombettista-flicornista Enrico Rava (sempre progetto speciale dei “Iseo Jazz).

Le serate dell’11 e del 12 propongono le nuove generazioni di jazzisti: nella prima si approda ad Iseo (Sagrato della Pieve di Sant’Andrea) per il Francesco Diodati Trio (Laila Martial, Stefano Tamborrino) ed il Tony Arco Quartetto (Greg Burk, Sandro Cerino, Mauro Battisti) in “Colors of the soul”. Il 12 l’appuntamento è a Pratico (Parco delle erbe danzanti) per l’eversivo trio del trombonista Filippo Vignato (Yannick Lestra, Attila Gyarfas) arricchito dall’eclettica vocalist Marta Raviglia; la serata si completa con Simone Graziano, Francesco Ponticelli ed Enrico Morello.

Il fine settimana conclusivo è tutto ad Iseo e vede artisti di notevole caratura ed esperienza. Sabato 13 al Lido di Sassabanek c’è la Riccardo Fassi Florence Pocket Orchestra; Fassi (piano, composizione, direzione) coinvolge i fiatisti Mirco Rubegni, Stefano Scalzi, Nico Gori e Dario Cecchini e la sezione ritmica composta da Guido Zorn e Bernardo Guerra. Nello stesso spazio si esibisce il gruppo Double Cut guidato da Tino Tracanna, con il “doppio” sassofonista Massimiliamo Milesi e i ritmi Giulio Corini e Filippo Sala. Domenica 14 il gran finale si sposta al Sagrato della Pieve di Sant’Andrea dove riceveranno il “Premio Iseo” alla carriera il contrabbassista-compositore Giovanni Tommaso ed il critico musicale e storico del jazz (in particolare italiano) (nonché nostro validissimo collaboratore) Luigi Onori; Onori anticiperà al pubblico i contenuti del suo libro sul Perigeo, in uscita per Stampa Alternativa in novembre. Tommaso si esibirà in trio con Claudio Filippini ed Alessandro Paternesi. Ultimo concerto per l’Emanuele Cisi Quartet (Dino Rubino, Rosario Bonaccorso, Adam Pache) che omaggerà l’arte sassofonistica di Prez in “No Eyes – Looking at Lester Young”.

 

Per Rita Marcotulli un’altra onorificenza questa volta di carattere internazionale

 

Da quando una decina d’anni fa lanciai assieme a Simone Minzi questa testata, mai ho dato soverchia importanza ai “likes” anche rendendomi conto che si tratta di un parametro, sicuramente incompleto e non esaustivo, per tastare il polso dei lettori e cercare di capire quali sono gli argomenti di maggior gradimento.

Ciò premesso devo dire che sono rimasto particolarmente colpito – in modo assai positivo – dal fatto che il recente pezzo sulla nomina di Rita Marcotulli quale “Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana” abbia ottenuto il più alto numero di likes da quando esiste “A proposito di jazz”. Likes che non sono rivolti alla bontà dell’articolo (un semplice resoconto cronachistico condito da qualche considerazione e ricordo personali) quanto all’affetto e alla stima che Rita Marcotulli ha saputo guadagnarsi in anni di strepitosa carriera condotta anche al di fuori dei confini nazionali (Svezia e Francia soprattutto). E la cosa, francamente, non mi stupisce più di tanto anche perché sono stato io stesso un estimatore ante litteram di Rita, da quando ebbi modo di ascoltarla, ancora giovanissima, accanto all’indimenticato e indimenticabile amico Mandrake.

E’ quindi con grandissimo piacere che vi comunico una nuova grandiosa notizia: Rita Marcotulli ha ottenuto un’altra straordinaria onorificenza questa volta in ambito internazionale. L’antichissima e prestigiosa Royal Swedish Academy of Music le ha appena conferito il ruolo di membro, accanto a nomi importanti come Pat Metheny, Keith Jarret, Björk, Gustavo Dudamel, Riccardo Muti, Jan Garbarek, Marilyn Mazur e Bobo Stenson.

Istituita nella metà del 1700 per volere del Re Gustavo III di Svezia, la Royal Swedish Academy of Music assegna ogni anno il Polar Music Prize, uno dei più importanti riconoscimenti nel mondo della musica, assegnato nelle passate edizioni a grandi personalità come Quincy Jones, Paul McCartney, Ennio Morricone, Robert Moog, Karlheinz Stockhausen, Bruce Springsteen, Patti Smith.

In effetti, come si accennava, Rita può vantare frequenti collaborazioni con il mondo jazzistico del Nord-Europa; nel 1988 si trasferisce in Svezia dove ha modo di collaborare con i più grandi musicisti del Nord Europa: da Palle Danielsson a Jon Christensen, dai già citati Jan Garbarek a Bobo Stenson… solo per fare qualche nome. E che la pianista romana abbia lasciato un ricordo indelebile lo dimostra anche questa nuova onorificenza

La cerimonia ufficiale della nomina di Rita Marcotulli, avverrà il prossimo 25 novembre a Stoccolma presso la sede dell’Accademia.

E consentitemi di chiudere con una notazione personale: cara Rita ti esprimo le mie più sincere congratulazioni nella certezza che il pubblico del jazz, italiano e non, continuerà a seguirti con l’affetto e la stima che meriti.

Gerlando Gatto