Antonio Baiano: fotografo AFIJ del mese di luglio – la gallery e l’intervista

Nel prosieguo della felice collaborazione di A Proposito di Jazz con l’Associazione Fotografi Italiani di Jazz AFIJ, s’inserisce l’iniziativa “Il fotografo AFIJ del mese”. Luglio mi ha riservato un’inaspettata sorpresa, l’intervista ad Antonio Baiano. Devo dire che le sue risposte e le sue immagini mi hanno trascinata in un viaggio dell’anima che ha messo in moto anche la mia sete di conoscenza, accendendo i sensori della mia curiosità; un viaggio che mi ha portato a scoprire il suo modo intimo di fotografare il jazz e la sua capacità di cogliere l’istante perfetto, come nella foto che ha scattato a Carla Bley e Paul Swallow… delicata, tenera… emozionante. Attraverso le sue foto sulla Santeria, una religione che fonde le pratiche animiste dell’Africa occidentale e il cattolicesimo, mi si è svelato un aspetto inconsueto e affascinante di Cuba. Al netto della passione per il jazz e per i viaggi, ho scoperto di avere in comune con lui anche quella per i Van der Graaf Generator e per i King Crimson!  (Marina Tuni)

Nato a Napoli nel 1962, Antonio Baiano, vive a Torino dal 1990 ed ha iniziato la sua attività fotografica nel 1997 fotografando concerti jazz.
Nel suo percorso formativo ha frequentato i seminari di David H. Harvey, Kent Kobersteen, Tomasz Tomaszewski, Ernesto Bazan e Alexandra Boulat.
Oltre alle immagini di spettacolo, predilige i reportage, che considera il mezzo perfetto per approfondire l’esplorazione e la conoscenza di tematiche sociali e diversità culturali.
Nel 2001 parte il suo progetto “Roots” sulle religioni afro-caraibiche; negli anni ha portato avanti un lungo progetto sui riti della Santeria Cubana e sul Candomblé, in Brasile.
Le immagini di questi reportage sono state esposte a Cuba, in Francia e in Italia e sono conservate nel museo “Casa de Africa” ​​de L’Avana e nel Museo Etnografico “Pigorini” di Roma. Suoi scatti sono pubblicati su varie riviste e giornali come Musica Jazz, Repubblica, Volunteers for Development, Collections Edge ed è anche autore di diverse copertine di CD.
Collabora regolarmente con la webmagazine All About Jazz ed è membro dell’American Society of Media Photographers (www.asmp.org) dal 2002.

Ci racconti qualcosa di te? Cos’è che ti ha fatto capire che la fotografia, di jazz soprattutto, sarebbe stata una parte determinante della tua vita?
“Sono vissuto in una famiglia amante della musica: ho un fratello ed una sorella musicisti classici che, fin da piccoli, hanno riempito la casa e la mia vita di musica. Fra i dischi di Beethoven e Stravinsky c’erano alcuni “V Disc” e una copia di “Giant Steps” di mio padre, ed io ho cominciato con essi ad ascoltare il jazz. Mio padre mi fece avvicinare alla fotografia dandomi la sua Nikon F con la quale ho fatto i miei primi scatti. Il connubio tra fotografia e musica è stato quindi inconsciamente sempre naturale. Mi sono avvicinato alla fotografia di Jazz dopo aver lasciato lo studio della chitarra, forse è stato un atto compensativo per questa rinuncia perché, quando fotografo i concerti, mi sembra di partecipare attivamente ad essi. A volte mi sembra quasi di scattare al ritmo del brano che stanno suonando!”

-Ho letto – e devo dirti che mi ha colpita molto – del tuo progetto dedicato alla Santeria Cubana, con gli scatti che hai realizzato a Cuba in un periodo molto lungo. So che per i cubani la Santeria rappresenta non solo un culto, che peraltro si mescola al cattolicesimo, ma una vera e propria filosofia di vita basata sulla ricerca della felicità e sul fatto che la realizzazione di una persona non può avvenire se ciò arreca infelicità all’altro. Determinante è stato per te l’incontro con Yadira, che hai conosciuto nel 1999 quand’era ancora una bambina e che continui a seguire anche ora che è diventata donna e madre. La sua storia è legata a doppio filo alla Santeria, alla quale fu iniziata dai genitori in tenera età. Credo che un’esperienza così intensa possa aver influito profondamente nella tua vita personale e forse anche nel tuo modo d’intendere la fotografia. È così?

“Sicuramente l’incontro con Yadira è stato un elemento determinante della mia vita; siamo profondamente legati e ormai dei momenti della mia vita passata e futura sono legati a lei ed alla sua famiglia. Ma non penso che abbia cambiato il mio modo di intendere la fotografia, perché almeno per me è sempre dipeso dall’etica con cui l’affronto e dai motivi per cui fotografo. Quando affronto un progetto fotografico, avendo il raccontare come elemento di base, il mio principio è prima di tutto quello di essere sincero nei confronti sia del soggetto fotografato sia di chi poi guarda le mie foto e “legge” la mia storia. Così è stato per Yadira e così per altri lavori, come quello sulla Santeria o sul Kurdistan. Poichè la fotografia non descrive la realtà, ma in qualche modo la interpreta o comunque lascia gli spazi all’interpretazione, ritengo sia necessario che il proprio approccio sia quanto più possibile onesto e sincero, perlomeno in un campo come quello del reportage”.

-Da più parti si sostiene che la fotografia è un elemento oggettivo. A mio avviso è esattamente l’opposto dal momento che è il fotografo a scegliere i vari parametri dello scatto. Qual è la tua opinione a riguardo?
“Sono totalmente d’accordo con te! Come ho detto sopra, la fotografia interpreta e lascia interpretare. È il fotografo che decide cosa e come inquadrare, e con che parametri, come la focale o l’esposizione. È il fotografo che decide cosa lasciare all’interpretazione, cosa svelare, cosa nascondere, se ingannare o meno lo spettatore. D’altronde, artisti in altri campi ci hanno insegnato che anche gli oggetti reali possono non essere quello che sembrano. Come potrebbe quindi la fotografia essere oggettiva?”

-Una foto ben fatta ha un’anima e soprattutto mostra l’essenza del musicista, quel filo che lo unisce al suo pubblico. Spesso, quando scrivo un articolo, una recensione, mi soffermo a pensare al peso, all’impatto che ogni singola parola potrà avere in chi mi legge… È una grossa responsabilità, non trovi? Capita anche a te di pensarlo per le fotografie che scatti?

“Sicuramente. Anche io faccio una scelta molto ponderata (di cui magari poi mi pento dopo la pubblicazione) delle foto che ho scattato, cercando di restituire al meglio ciò che ho ascoltato e fotografato. A mio avviso però qui entra in gioco maggiormente (rispetto al reportage) il voler raccontare sé stessi in quella foto o meglio mostrare come si vede  quel musicista e la sua personalità. Rimane sempre presente quel filo legato alla soggettività della fotografia”.

-La musica, si sa, è una fenomenale attivatrice di emozioni… anche estetiche, se vogliamo. Esiste persino una ricerca che dice che le nostre menti hanno la capacità di elaborare una sorta di libreria musicale che riesce a richiamare, attraverso una singola emozione collegata ad un brano, una multiforme combinazione di sentimenti ad esso associati. Quando scatti una fotografia, quanto la tua mente è condizionata dal fatto che ti piaccia o meno la musica dell’artista che stai fotografando e quanto ciò influisce sul risultato finale?
“Penso che in qualche modo la musica che viene suonata mi condizioni, ma in modo limitato. Alla fin fine sono un fotografo, quindi cerco forme, ombre e luci. Sono molto più condizionato da questi elementi e da come e cosa il musicista fa in scena e di come interagisce con gli eventuali partner”.

Immagino che tu, come un padre nei confronti dei suoi figli, ami ogni tuo singolo scatto… tuttavia, ne ricordi qualcuno di cui sei particolarmente orgoglioso?
“Alcune delle mie immagini preferite sono fra quelle che ho scelto per questo articolo, come quella di Carla Bley e Steve Swallow. È un momento così sincero di tenerezza fra i due che penso descriva molto di questi due musicisti e sono sempre stato felice di aver colto quell’attimo. Un’altra foto che mi piace molto è quella di Ralph Towner mentre accorda la chitarra. Ralph è un musicista determinante nella mia vita perché fu ascoltando lui che decisi di studiare chitarra classica. Accordare lo strumento, se vogliamo, è un gesto banale ma fondamentale che il chitarrista ripete spesso durante un concerto. Quella foto coglie l’estrema attenzione con cui il musicista lo compie. Poi la foto di David Jackson (la numero nove, ndr). Non potevo credere di conoscere uno dei musicisti di uno dei miei gruppi preferiti, i Van der Graaf Generator. È una persona estremamente cordiale e disponibile, ricca di umanità; ebbi una bella discussione con lui, che sfociò in quello scatto. Penso che descriva molto della sua personalità. Poi sicuramente (ed ovviamente) tanti degli scatti fatti a Yadira o della Santeria sono parte integrante di me!”

Marina Tuni

 

La scomparsa del Maestro Morricone: lo ricorda Elio Tatti, uno dei suoi strumentisti

Elio Tatti, contrabbassista e compositore, ricorda il grande Maestro

Ennio Morricone

Ieri purtroppo ci ha lasciato uno dei più grandi compositori del novecento il M° Ennio Morricone e a tale proposito vorrei esprimere un mio ricordo personale di questa figura cosi importante ma anche controversa.

La prima collaborazione con il Maestro risale al 1987, quando fui chiamato a suonare le sue musiche presso l’Auditorium Rai in Roma con l’Orchestra del Conservatorio di Santa Cecilia. Appena diplomato, essere diretto da un grande compositore e soprattutto suonare le sue musiche, ricordo che mi creò, all’inizio, molta apprensione ma anche molta gratificazione!

Lo persi di vista per un po’ di tempo per poi rincontrarlo, a distanza di anni, in una delle tante registrazioni effettuate alla Forum di Roma, quando fui chiamato dal M° Lanzillotta come contrabbassista di fila nella sua orchestra, la Roma Sinfonietta, Orchestra nelle cui file annoverava musicisti di grande spessore come il M° Fausto Anselmo, prima viola della Rai, il M° Carlo Romano, primo oboe della Rai, il M° Stefano Aprile, primo corno della Rai, il M° Vincenzo Restuccia, batterista dell’Orchestra Rai di Musica Leggera in Roma, ecc. La costante collaborazione di questa orchestra con il M° Morricone fece sì che iniziassi una nuova fase di incontri con il Maestro, che mi portò ad effettuare diversi concerti in Italia (Milano, Lucca, Bologna, Verona ,ecc.), in Europa (Francia, Spagna, Iugoslavia,ecc.) e nel  mondo (Cile,Brasile, America,ecc.) solo per citarne alcuni; registrazioni di colonne sonore presso la Forum in Roma (La Sconosciuta, Senso 45, La Leggenda del Pianista sull’Oceano, Baaria ed altri ancora), dandomi la possibilità di conoscere meglio la sua figura.

I miei ricordi del M° Morricone appartengono a momenti meravigliosi e a situazioni vissute meno eclatanti; ricordo i concerti di grande successo, sempre con un’enorme partecipazione di pubblico; ricordo, purtroppo, discussioni accese con colleghi dell’orchestra per incomprensioni – a volte inspiegabili – a cui l’orchestra assisteva impotente ed incredula in religioso silenzio, nel rispetto delle parti. Ricordo la sua grandissima dedizione e professionalità musicale, espressa ogni volta che saliva sul podio per dirigere la sua musica. Non staccava mai gli occhi dalla partitura mentre dirigeva e per questo suo modo di fare fu anche oggetto di molte critiche. Non fu mai definito un grande Direttore; ricordo però anche un uomo semplice, con tutte le sue certezze e fragilità, un uomo che apriva spesso la porta della sua casa ai suoi più fidati collaboratori, una persona educata  che spesso a fine concerti si univa a noi componenti dell’orchestra per  cenare insieme, che viaggiava spesso con noi durante gli spostamenti per i concerti, sempre accompagnato da quella figura vigile di sua moglie, compagna da tanto tempo a cui Lui era abituato a dedicare tutti i suoi successi, la Sig.ra Maria.

Ennio Morricone e la moglie Maria

Ricordo le barzellette raccontate in aeroporto, in attesa di imbarcarsi su un aereo insieme all’orchestra. Ultimamente veniva spesso sopraffatto dall’emozione, ogni qualvolta gli si ricordasse il suo rapporto con la musica, cedendo a quel carattere apparentemente duro e scontroso che a volte lo aveva portato a rompere dei rapporti con grandissimi personaggi della sfera musicale. È stato e resterà per sempre un grandissimo compositore, vanto di tutta la nazione italiana, che ci ha lasciato una infinità di opere da poter eseguire.

Ringrazierò sempre chi mi ha dato la possibilità di collaborare con  il M° Morricone, artista che porterò sempre nei ricordi della mia vita professionale con grande orgoglio.

Elio Tatti

La scomparsa del Maestro Ennio Morricone: il ricordo del batterista Giampaolo Ascolese

di Giampaolo Ascolese

Premetto che non ho lavorato moltissimo con il grande Ennio Morricone, o almeno, non quanto ci abbiano lavorato molti miei colleghi, strumentisti, cantanti, operatori dello spettacolo, giornalisti, presentatori e quant’altro ci regali lo stupendo mondo della Cultura musicale, audiovisiva e multimediale.

Ennio Morricone

Questo non fa altro che accrescere, semmai ce fosse bisogno, la grandezza di Ennio Morricone: ha fatto lavorare TUTTI, nel mondo dello spettacolo e in ambiti prestigiosi come teatri auditorium, incontri internazionali e quant’altro ci si possa immaginare di estremamente gratificante per qualsiasi  “operaio” della musica, sia egli  cantante lirico internazionale, direttore d’orchestra, strumentista , concertista, solista, accompagnatore ,  sarto, falegname, muratore o operatore delle pulizie.

Ho avuto il piacere di conoscere il Maestro, in due occasioni ben distinte ed in due mie  “versioni”,  una da batterista di Jazz, presentato da Enrico Pieranunzi, con il quale ho collaborato dal 1982 al 1984 nello “Space Jazz Trio”, assieme ad Enzo Pietropaoli.
Pieranunzi  fu chiamato proprio da Morricone, perché voleva un trio di Jazz in un club di Jazz nel film “C’era una volta in America” e, bontà sua, non poteva far suonare dei professori dell’orchestra con la quale collaborava stabilmente, una musica molto lontana dalla loro corde.
E quindi chiamò Pieranunzi, assieme a me e ad Enzo, argomentando la sua convocazione in maniera, diciamo, “molto romanesca” e molto divertente, facendo chiaramente capire a noi, che conosceva Enrico da tanto tempo.

Il secondo mio incontro con il Maestro, fu più difficile, nel senso che mi presentai come turnista di strumenti  a percussione e batteria, quindi completamente “senza filtri”, come fosse un esame, fresco fresco di Diploma di Strumenti a Percussione, conseguito dopo 10 anni di studi.
Il suo batterista d fiducia, Renzo Restuccia non c’era, e allora venne da me e mi disse: “Maestro, qui ci vuole un tempo di batteria che fa così…” e cantò con la voce il tempo che voleva, così come abbiamo sempre fatto tutti noi in cantina, quando eravamo ragazzi, perché non sapevamo scrivere il tempo sulla partitura.
Io, a quell’epoca, come ho detto, mi ero appena diplomato in percussioni e, quasi offeso ma sicuramente con aria risentita dissi temerariamente: “Maestro… ma io mi sono appena diplomato in Strumenti a Percussione! Mi scriva qualcosa che così la leggo”.
Non l’avessi mai detto! Andò via e dopo 10 minuti tornò con una partitura per batteria di 4 fogli, che indicava anche quando dovessi usare l’apertura dell’hh e quando dovessi usarlo, invece, con la bacchetta, tanto era particolareggiata e piena di musica.
Sbiancai… Pentito, quasi piangente, gli chiesi scusa e lui, bonariamente disse: “allora fai il tempo che t’ho detto io”, lo ricantò e aggiunse: “però mettici tutto il sentimento che hai, come se fosse la cosa più importante della tua vita”.
Andò poi tutto bene e ne rimase contento; lo ringraziai e gli chiesi  ancora scusa, facendolo ridere e poi suonai anche molte percussioni su una colonna sonora di un film che, sinceramente, non mi sono poi posto il problema di sapere quale fosse.

Ero ancora sconvolto dalla lezione che mi diede. Lezione che è valsa più di ogni diploma da me conseguito.
Grazie Maestro Morricone.

Giampaolo Ascolese

“Grado Jazz by Udin&Jazz”: un festival all’insegna dell’ottimismo!

Come preannunciato nelle scorse settimane “Grado Jazz by Udin&Jazz” sarà uno dei pochi festival jazz che avranno luogo nel corso di questa travagliata estate 2020. L’occasione è particolare in quanto si festeggia il trentennale di una manifestazione che ha saputo conquistarsi un posto di rilievo nel pur variegato panorama delle manifestazioni jazzistiche grazie alla costante ricerca di una precisa identità declinata attraverso due precise direttive: musica di alta qualità e grande spazio alle eccellenze locali.

Il festival si terrà dal 28 luglio al primo agosto, nel massimo rispetto delle norme anti-Covid, in compagnia di alcune stelle italiane e un’incursione internazionale d’avanguardia con Michael League & Bill Laurance (Snarky Puppy).

Con questa iniziativa “Euritmica”, che organizza il Festival, vuole rispondere alla necessità, da più parti sollecitata, di considerare la cultura per quello che realmente è, vale a dire un bene necessario e vitale. Già con l’iniziativa JazzAid, Euritmica ha voluto dare un importante segnale di vicinanza agli artisti, per rinnovare anche la consapevolezza che… #JazzWillSaveUs. “Grado Jazz” si inserisce in questa logica fornendo una tangibile speranza dato che i concerti si faranno dal vivo in presenza e in sicurezza. E non ci vogliono certo molte parole per spiegare quanto tutto ciò sia costato agli organizzatori anche in termini economici (distanze, sanificazioni, provvedimenti anti assembramento).
I concerti si svolgeranno nel Parco delle Rose, allestito con uno spazioso palco e centinaia di poltroncine distanziate, con un angolo food&drinks ove si potranno gustare i prodotti enogastronomici del territorio.

Ed ora un rapido sguardo al programma.

Martedì 28 luglio apertura con due concerti. Alle 20 saranno di scena i Quintorigo, con il progetto “Between the Lines”. La serata continua alle 22 con lo straordinario duo di Michael League & Bill Laurance (contrabbasso e pianoforte), anime degli Snarky Puppy (già ascoltati a Grado nella passata edizione).

Mercoledì 29 luglio tocca ad Alex Britti in quartetto, protagonista della scena musicale italiana da molti anni con successi quali “Solo una volta”, “Settemila caffè”, “Mi piaci”.

Alex Britti

Giovedì 30 luglio il duo Musica Nuda, vale a dire Petra Magoni (voce) e Ferruccio Spinetti (contrabbasso); dopo diciassette anni di attività, 1500 concerti in tutta Europa, 11 cd, i due continuano a incantare le platee più diversificate.
Alle 22 una prima assoluta: due grandi donne del jazz italiano per la prima volta insieme, la pianista Rita Marcotulli e Chiara Civello (voce e chitarra), supportate dal violoncello di Marco Decimo.

Venerdì 31 luglio l’immagine più rappresentativa del jazz italiano e grande amico di Udin&Jazz, Paolo Fresu; il trombettista sardo porta a Grado “Re-wanderlust”, progetto composto da vecchie e nuove composizioni dello storico Quintetto, nato nel 1984 (Paolo Fresu, tromba e flicorno; Tino Tracanna, sax tenore e soprano; Roberto Cipelli, pianoforte e Fender Rhodes electric piano; Attilio Zanchi, contrabbasso; Ettore Fioravanti, batteria) cui nell’occasione si aggiunge il giovane trombonista Filippo Vignato.

Paolo Fresu 5et feat Filippo Vignato

Finale in grande stile, sabato 1 agosto con un doppio concerto: alle 20 il quintetto di Francesco Cafiso (sassofonista tra i più rappresentativi del jazz europeo) rende omaggio al genio di Charlie Parker nel centenario dalla nascita, con il progetto “Confirmation” (Francesco Cafiso, sax; Stefano Bagnoli, batteria; Alessandro Presti, tromba; Andrea Pozza, pianoforte; Aldo Zunino, contrabbasso).
A chiudere GradoJazz è il piano solo di Stefano Bollani (ore 22) con il suo nuovo progetto “Piano Variations on Jesus Christ Superstar”: una versione totalmente inedita e interamente strumentale dell’opera rock di Andrew Lloyd Webber che custodisce, come un tesoro, l’originale e che è stata registrata per ECM.

 

Gerlando Gatto

Keith Tippett: grande musicista e uomo gentile e affettuoso

Keith Tippett non è più fra noi. Mi sembra impossibile. Sapete com’è, crediamo di essere immortali e che lo siano anche tutti i nostri cari e tutte le cose che fanno parte della nostra vita. Poi succede e si rimane sgomenti, ed è difficile capire veramente cosa accade. Cosicché adesso io non dovrei più suonare con Keith? Niente più concerti e dischi da incidere? Nessun altro dopo concerto bevendo birra insieme? Nessuna confidenza da sussurrare con pudore? Niente più risate che attraversano il silenzio della notte come fulmini improvvisi? No, non riesco a credere che tutto questo e tanto altro non potrà più ripetersi. Pensieri e ricordi affollano velocemente la mia mente.

Keith Tippett e Stefano Maltese

A Keith le ripetizioni piacevano: gli piaceva ripetere serie di note fin quando non erano più singole note ma un unico blocco che viveva di vita propria, staccandosi dalla realtà circostante per divenire flusso e vortice, porta verso altre dimensioni. Si avvicinava al pianoforte come se dovesse officiare un rito sacro, appendeva dei sonagli e predisponeva alcuni oggetti che avrebbe usato all’interno del pianoforte, evocando suoni ancestrali e immaginifici. Quasi sempre iniziava lentamente, come se non volesse profanare il silenzio che si crea prima dell’inizio di un concerto, come un bambino che entra in punta di piedi in un luogo sacro. Spesso il pomeriggio del giorno del concerto l’ho visto esercitarsi energicamente e a lungo, a volte suonando musica di Bach con impeto e padronanza inimmaginabili. Ma gli piacevano anche le ripetizioni verbali, aveva delle frasi che amava ripetere come mantra: “Possa la musica non diventare mai un altro modo per far soldi”; “La vita è dura e alla fine si deve anche morire”; Mi piace tutta la musica tranne il country”; “È l’oscurità che ci permette di vedere la luce”.

Keith Tippett e Stefano Maltese

Keith era un grande musicista ma era anche un uomo gentile, affettuoso, attento, generoso. Una volta mi raccontò di un viaggio in inverno per raggiungere una cittadina inglese dove avrebbe dovuto tenere un piano solo. Lungo la strada le condizioni climatiche peggiorarono notevolmente, c’era neve dappertutto e quando arrivò trovò solo un ragazzo seduto in prima fila ad aspettare. A causa del maltempo non arrivò altro pubblico, ma Keith decise di suonare comunque: “Quel ragazzo aveva sfidato la bufera per essere lì, quindi io dovevo suonare!”, mi disse. E lo fece.
Keith Tippett amava allo stesso modo sia improvvisare che comporre. Il piano solo e il gruppo Mujician (gruppo straordinario, con Paul Dunmall, Paul Rogers e Tony Levin) erano le situazioni privilegiate della musica improvvisata, ma era disponibile anche verso altre situazioni. Verso la metà degli anni ’90 lo coinvolsi in un quartetto con Evan Parker, Antonio Moncada e me stesso: credo che Keith ed Evan non avessero mai suonato insieme prima di allora. Insieme realizzammo un disco per la Splasc(h) registrato dal vivo: “Double Mirror”. Il Tippett compositore ha scritto musica per svariati organici, creando nel 1970 la mitica orchestra Centipede – cinquanta musicisti, centopiedi – incidendo il notevole Septober Energy, prodotto da Robert Fripp, il leader dei King Crimson.

Ieri molte testate giornalistiche hanno titolato: “Addio all’icona del jazz rock che lavorò con i King Crimson”. Ecco, questo a Keith non sarebbe piaciuto per niente. Ogni volta che abbiamo suonato insieme ha sempre mostrato grande disappunto nel leggere che i giornali presentando il concerto scrivevano della sua collaborazione con i King Crimson. Mi diceva: “Sono stato con loro meno di due anni e poi per tutta la vita ho suonato altro ma scrivono sempre questa storia come se fosse la cosa più importante.” Infatti, Keith ha tenuto innumerevoli concerti, ha registrato dischi che sono fondamentali, ha creato gruppi e ha collaborato con musicisti notevoli provenienti da svariati contesti: l’elenco sarebbe enorme, ma bisogna ricordare almeno le collaborazioni con Elton Dean, Nick Evans, Mongezi Feza, Dudu Pukwana, Harry Miller, Mark Charig, Robert Wyatt, Louis Moholo, Stan Tracey, e per averne un’idea più completa basta fare un giro nel web.
Fra i dischi, oltre a quelli già citati, vorrei ricordare almeno Dedicated to You But You Weren’t Listening, Blueprint, Frames (Music for an Imaginary Film), Mujician, Une Croix Dans L’Ocean,     The Unholy Rain Dancer, Couple In Spirit, Ark, Supernova, Colors Fulfilled. Vorrei ricordare anche “The Lion Is Dreaming”, l’album che abbiamo inciso insieme nel 2007. Entrammo in studio senza aver provato i pezzi che avevo preparato – tranne uno che avevamo suonato in concerto il giorno prima – e suonammo i pezzi con grande partecipazione emotiva e fra i miei dischi è decisamente uno di quelli che preferisco. Keith suona magnificamente, e per dare un’idea di quale fosse il nostro rapporto di amicizia posso dire che il pezzo che dà il titolo al disco è dedicato a mio figlio Leonardo (che era nato tre mesi prima di questa registrazione), e l’unico assolo del pezzo lo suona Keith: ero sicuro che la sua sensibilità gli permettesse di interpretare la mia composizione con la delicata poesia di cui era capace.
E poi c’è un’altra cosa forte nella vita di Keith: il suo grande amore (assolutamente ricambiato) per Julie, sua moglie, la compagna della sua vita. Si conobbero nel 1969, quando Keith fu chiamato per scrivere degli arrangiamenti per un disco di Julie che ai tempi era ancora Driscoll, notevole e celebre cantante dall’impronta decisamente soul. Ebbene, si sposarono nel 1970 e da allora sono rimasti sempre insieme, compagni nella vita e nella musica formando una vera “couple in spirit”. Anche Julie è una persona speciale, e sono onorato di averla conosciuta e di aver suonato con lei. Quando eravamo in giro non c’era una volta in cui Keith non parlasse di lei. Una volta restammo insieme più di una settimana per un workshop, e infine arrivò anche Julie per un concerto: ricordo l’emozione di Keith nell’attesa del suo arrivo, come se stesse per incontrarla per la prima volta.
Keith Tippett era un grande musicista e un uomo integro che nella sua vita non è mai sceso a compromessi: ci lascia una grande eredità musicale, umana e spirituale.

Dedicated to You, But You Weren’t Listening (1971)

https://youtu.be/Wg2vuM3jD1U

Centipede – Septober Energy, Part 4 (Unite for Every Nation)

https://youtu.be/dmbLATlmF_w

Ovary Lodge (Keith Tippett-Julie Tippetts-Harry Miller-Frank Perry)

https://youtu.be/crjIGfj8XyM

Enter Alloy Exit Rust (Maltese-Moncada-Parker-Tippett) Excerpt from Double Mirror Live at the Labirinti Sonori Festival 1995 – Noto (Siracusa) August 31, 1995 Stefano Maltese – soprano sax Evan Parker – soprano sax Keith Tippett – piano Antonio Moncada – drums & percussion

https://youtu.be/C7-byclGD78

The Lion Is Dreaming (feat. Keith Tippett)

https://youtu.be/1SQpRXOru7Y

Stefano Maltese

I nostri CD. I colori del piano jazz

Giovanni Ghizzani – “Lost in the Supermarket” – Dodicilune
“Lost in the Supermarket” è l’album che il giovane pianista e compositore toscano Giovanni Ghizzani ha inciso per la label Dodicilune. Il lavoro prende spunto dal senso di vertigine da smarrimento che si può avvertire in un centro commerciale davanti ai tanti colori della merce esposta. Colori e musica. Val la pena ricordare che la sequenza classica di sette colori era stata associata da Newton alle sette note musicali. Il jazz, se vogliamo, è una sorta di arcobaleno di sottogeneri con vaste venature di suoni. In questo caso, anziché perdersi, Ghizzani esce dal dedalo di corridoi ancor più ispirato nel portare avanti il progetto di un quartetto “over the rainbow” che propone proprie composizioni su testi in inglese scritti dalla cantante Anaïs Del Sordo, supportato da una ritmica che vede schierati il trentino Kim Baiunco al contrabbasso e il siciliano Giuseppe Sardina alla batteria. I musicisti, il cui retroterra curricolare si situa fra blues, funk, rock e free, hanno al proprio attivo ottimi piazzamenti in concorsi fra cui il recente premio della giuria popolare al Conad Jazz Contest. Al versatile team si affianca, nello swing d’apertura (“Claps of Thunder”) il clarinettista Daniele D’Alessandro, presente anche in “Daydream”, omonimo del famoso hit dei Lovin Spoonful; più avanti è la volta del chitarrista Alain Pattitoni in “Living for Tomorrow” e “New Horizons”. Il palinsesto prevede in tutto dodici brani, tre dei quali – “Flows”, “Escape the Wreck”, “30 Ways (to confuse your mind)” – divisi in due parti, in cui risulta centrale, a fini di fluidità dei temi, pur su basi armoniche complesse, lo strumento della voce. In questo, la frontwoman calabrese riesce capacemente “colorando i pezzi di una tinta sonora inconfondibile” per come rileva lo stesso Ghizzani nella nota interna alla cover. È un ‘melodiare’ flessuoso, il suo, in ballad romantiche tipo “Hope” e “Renewal”, che sa spiccare voli felini nei momenti giusti dei pezzi più “metropolitani”. Senza più smarrirsi, il 4et, fra i colori dei prodotti sugli scaffali di un ipermercato della loro Bologna.

Mirco Mariottini, Stefano Battaglia – “Music for Clarinets and Piano” – Caligola
Ernst Ferand, nel volume “L’improvvisazione in nove secoli di musica occidentale”, annota che “non è possibile trovare un solo settore della musica che non sia stato influenzato dall’improvvisazione e neppure una sola tecnica o forma musicale che non abbia avuto origine dalla pratica improvvisativa”. Se si parte da questo assunto l’album di Mirco Mariottini e Stefano Battaglia “Music for Clarinets and Piano” (Caligola) appare una sorta di guida musicale all’agire intenzionale tramite processi improvvisativi in tutte le musiche. Guardando già agli albori della storia della musica, non a caso la prima traccia è dedicata a Ildegarda di Bingen, prima donna a comporre. E senza che manchi il jazz, improvvisativo per definizione, il cui influsso si condensa nelle Impro II e III intitolate, nell’album, a “Jimmy Giuffre” e “Paul Bley”. Poi il percorso abbandona la strada più breve e diviene panoramico. Già nella track su “Igor Stravinsky” emerge il gioco pianistico di cromatismi, policromie, discromie mentre il clarinetto delinea in modo astratto il profilo di un grande contemporaneo in “Bruno Maderna”. La piramide musicale che i due musicisti scalano presenta ulteriori ed impreviste sfaccettature, estranee all’avanguardia novecentesca. Si ritrovano melodie da chanson in “Charles Aznavour”, echi arcaici nel bordone del clarinetto basso nel “ritratto” di “Rosa Balistreri”, ipnotici crepuscoli mediterranei nell’ossessività del flamenco in “Camarón de la Isla”. Scorrono le note come se tastiera ed ancia creassero immagini per una galleria, un’expo di suoni inattesi sparsi nel tempo e nello spazio, che circumnavigano il mondo dall’Ucraina di “Valentin Silvestrov” alla Polonia di “Krzysztok Komeda”, dalla Russia di “Sainkho Namtchylak” fino ancora agli Stati Uniti di “Elliot Carter”. 12 improvvisazioni in totale dove il tema dato è una spiccata personalità musicale su cui l’interpretazione del duo sviluppa possibili esiti alle distinte estetiche e poetiche delle figure di cui sopra. Modelli identitari che si evolvono, come tutta la musica, “con il placido moto che è proprio di un fiume, con l’ininterrotta evoluzione che è propria di un albero di sequoia” (Menuhin).

Giulio Scaramella – “Opaco” – Artesuono
I colori del jazz nella vulgata più diffusa sono il bianco e il nero, come i tasti del pianoforte. Ma ciò è alquanto riduttivo! Ci sono tanti esempi che sconfessano tale stereotipo. L’album del pianista-compositore Giulio Scaramella, “Opaco”, della Artesuono, sta a dimostrare come le tinte di questo gene(re) di espressione musicale possano configurarsi persino in un dimensione coloristica non netta, né trasparente, talora nebulosa, volutamente priva di lucentezza. Che però è capace di trasmettere all’esterno il proprio suono interiore stimolando in chi ascolta i due effetti di cui parla Kandinskij, fisico e psichico, insomma soma e psiche. Il suo trio senza batteria con Federico Missio ai sax e Mattia Magatelli al contrabbasso ne ovatta il guscio ammorbidendolo già dal primo brano che battezza il disco e nella successiva “Musica Ricercata VII” di Ligeti, di minimale raffinatezza. Sarà perché stimolati dal discorso relativo alla “tavolozza” tonale ma il terzo brano in scaletta, “Know Your Knots”, evoca l’idea di un blu opacizzato che implica lento movimento laddove “Over the bar” pare virare, fra il giallo e l’arancione, in sospensione fra energia e instabilità, ambedue ad alta vibrazione metrica. “Time flies (and so do changes)” è uno swing in cui prosegue l’esplorazione “politonale” con “lotte di toni” del trio mentre, dopo “Frammento” e l’omaggio a Coltrane in “Naima”, ecco un “The Wall”, composto stavolta da Magatelli, reso palpitante dalle curate atmosfere impressionistiche replicate in chiusura in “Petite Fleur” di Sidney Bechet. È, quella di Scaramella, una rilettura di orizzonti allargati a più segmenti autoriali – Bach, Bartók, Bill Evans, Ethan Iverson e Mark Turner – beninteso smaltati di opaco.