I nostri CD

Carla Bley – “Life Goes On”- ECM 2669
Carla Bley con il fido Steve Swallow al basso e Andy Sheppard ai sax tenore e soprano sono i protagonisti di questo nuovo album registrato nel maggio del 2019 a Lugano. In repertorio tre suite intitolate rispettivamente “Life Goes On”, “Beautiful Telephones” e “Copycat” tutte composte dalla stessa Bley. Chi ha seguito negli anni la Bley, sa bene come ad onta dei suoi ottantaquattro anni, l’artista di Oakland conservi intatta la sua straordinaria vena creativa e una stupefacente capacità di arrangiare e presentare in forme sempre originali le sue composizioni. Altro dato che si può ricavare dall’ascolto di questo suo ultimo lavoro, è la consapevolezza raggiunta dall’artista di poter finalmente trarre le fila di un discorso portato avanti oramai da molti anni. In effetti la musica che si ascolta soprattutto nella prima suite rappresenta un po’ la cifra stilistica della Bley in cui il blues viene coniugato con una certa malinconia di fondo che ben si affianca a quella carica iconoclasta e ironica che nel passato aveva caratterizzato molte composizioni della pianista. Ed ecco infatti la seconda suite che nel polemico titolo “Beautiful Telephones” richiama quella assurda espressione del presidente Trump che installandosi nello studio ovale della Casa Bianca, fu colpito soprattutto dai telefoni che definì “i più bei telefoni che abbia mai visto in vita mia”. Comunque, al di là di tutto, la musica di Carla Bley convince ancora una volta per la straordinaria carica di eleganza, modernità, coerenza in essa contenuta nonché per aver creato un jazz cameristico – se mi consentite il termine – che dovrebbe mettere d’accordo gli amanti del jazz e quelli della musica “colta” dati gli espliciti riferimenti a quel coté artistico che la Bley spesso mette in campo. Ovviamente la bella riuscita dell’album è dovuta anche alla personalità artistica dei due compagni di viaggio. Steve collabora con la Bley oramai da venticinque anni e la loro intesa è parte integrante di ogni loro album dato il peso specifico che il bassista riesca ogni volta ad assumere (lo si ascolti soprattutto nel primo movimento della “Beautiful Telephones”); dal canto suo Andy Sheppard è in grado di inserirsi autorevolmente e coerentemente nel fitto dialogo pianoforte-basso.

Paolo Damiani – “Silenzi luterani” – Alfa Music 214
Due i riferimenti colti esplicitati dallo stesso Damiani nelle note che accompagnano il CD: da un lato la Riforma di Martin Lutero che nel 1517 si staccò dalla Santa Sede romana introducendo il canto in chiesa di tutti i fedeli e componendo egli stesso musica, dall’altro l’evocazione nel titolo del CD… e non solo, delle “Lettere Luterane” di Pier Paolo Pasolini, articoli scritti nel 1975 e pubblicati sul Corriere della Sera. Ambedue, Lutero e Pasolini, si scagliavano contro i mali della società ovviamente delle rispettive epoche: ebbene, Damiani con la sua musica intende protestare contro uno stato di cose per cui l’indignazione non basta più. Di qui una musica a tratti sghemba, difficile, ma di sicuro fascino, impreziosita dal fatto che viene liberamente interpolata con frammenti melodici scritti da Lutero e testi di Pasolini. Ancora una volta Damiani evidenzia la sua ottima conoscenza del mondo musicale, inteso nell’accezione più ampia del termine, riuscendo così a far convivere nella stessa espressione artistica echi di mondi assai lontani con suggestioni derivate dal presente, in un gioco di incastri, di rimandi che disegnano un universo davvero senza confini. Insomma un’operazione tutt’altro che banale per la cui riuscita era necessaria una perfetta intesa degli esecutori. Ecco quindi la formazione posta in campo da Damiani, formata dai migliori ex allievi del dipartimento jazz del conservatorio di Santa Cecilia, dipartimento fondato e guidato dallo stesso Damiani fino al 2018: quattro voci capitanate da Daniela Troilo (in questa sede anche arrangiatrice), Erica Scheri al violino, Lewis Saccocci al pianoforte, Francesco Merenda alla batteria cui si aggiunge, in veste di ospite, Daniele Tittarelli ai sassofoni. In repertorio sette brani, tutti composti dal leader, registrati in occasione di due concerti tenuti presso la Sala Accademia del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma e la Sala Concerti della casa del Jazz di Roma, nel 2017.

Vittorio De Angelis – “Believe Not Belong” – Creusarte Records
Una delle strade maestre su cui oramai si è indirizzato il jazz è quella di far confluire in un unico linguaggio input derivanti da varie fonti, soprattutto jazz mainstream, soul e funk. Certo, se la strada è la stessa, il modo di percorrerla è diverso ed è proprio su questo parametro che si può valutare oggi la valenza di una esecuzione. Da questo punto di vista, l’album in oggetto si lascia ascoltare non tanto per l’originalità delle composizioni (7 brani tutti composti dal leader sassofonista, flautista e compositore napoletano) quanto per il particolare organico. De Angelis ha infatti scelto di puntare sul “double trio” vale a dire due batterie, due tastiere, due fiati; manca il bassista in quattro dei sette brani sostituito dai due tastieristi (Domenico Sanna al basso sinth e Sebi Burgio al piano basso Rhodes). Insomma due trio indipendenti che suonano assieme e che proprio per questo producono una sonorità particolare, pregio principale di queste registrazioni. E non è poco ove si tenga conto che si tratta del primo album di Vittorio De Angelis leader, il quale, tra l’altro ha avuto l’intelligenza di chiamare accanto a sé musicisti di livello tra cui Domenico Sanna pianista di Gaeta, classe 1984, che ha già collaborato con musicisti di livello internazionale quali Steve Grossman, Rick Margitza, Dave Liebman, JD Allen, Greg Hutchinson; Seby Burgio, altro talentuoso tastierista (Siracusa 1989 ) che può vantare collaborazioni con, tra gli altri, Larry James Ray, Tony Arco, Michael Rosen, Alfredo Paixao; Francesco Fratini uno dei più promettenti trombettisti italiani e Takuya Kuroda trombettista e arrangiatore giapponese, classe 1980, che incide per la Blue Note e ha già al suo attivo cinque album sotto suo nome.

e.s.t. – “Live in Gothenburg” – ACT 9046 2
Ascoltando queste registrazioni effettuate live il 10 Ottobre del 2001 alla Concert Hall di Gothenburg si rinnova il rimpianto per aver perso troppo presto e in maniera davvero assurda un talento come Esbjörn Svensson qui accompagnato dai fidi partner Dan Berglund al basso e Magnus Ostrom alla batteria. Siamo negli anni in cui il trio sta consolidando il proprio essere gruppo omogeneo, compatto in grado di dire qualcosa di nuovo nel pur affollato panorama dei trii piano-basso-batteria. Ciò ovviamente per merito di tutti e tre i musicisti ma in modo particolare, del leader, il pianista Esbjörn Svensson affermatosi in brevissimo tempo come uno dei più fulgidi talenti del piano jazz a livello internazionale. In questo concerto, poi riportato sul doppio CD in oggetto, il trio rivisita alcuni dei brani contenuti nei due album già usciti in quel periodo, vale a dire “From Gagarin´s Point of View” del 1999 e “Good Morning Susie Soho” del 2000. E si è trattato di una performance davvero molto rilevante se lo stesso Svensson aveva più volte dichiarato di considerare questo concerto uno dei migliori della sua carriera. E come dargli torto? La musica è assolutamente ben costruita, ben arrangiata e altrettanto ben eseguita con i tre artisti che si ascoltano e interagiscono con immediatezza e pertinenza. Ascoltando in sequenza tutti e gli undici brani dei due CD è davvero difficile, se non impossibile, capire quando i tre improvvisano e quando seguono qualcosa di stabilito in precedenza. E non credo di esagerare affermando che dopo i mitici trii di Bill Evans, che hanno rivoluzionato il modo di concepire il combo piano-batteria-contrabbasso, questa di Svensson e compagni sia stato la formazione che più di altre è riuscita a dire qualcosa di nuovo e originale in materia.

Giovanni Falzone – “L’albero delle fate” – Parco della Musica
Il trombettista Giovanni Falzone, il pianista Enrico Zanisi, il contrabbassista Jacopo Ferrazza e il batterista Alessandro Rossi sono i protagonisti di questo album registrato nel febbraio del 2019 all’Auditorium Parco della Musica di Roma. La musica è di segno naturistico, se mi consentite l’espressione, in quanto Giovanni per comporla si è ispirato ai sentieri, ai grandi sassi, agli alberi, agli animali, ai colori, alle fonti d’acqua che vivificano il lago di Endine, in provincia di Bergamo, dove il trombettista ama trascorrere parte del suo tempo libero. Di qui nove brani che lo stesso Falzone definisce “cartoline sonore”; ma attenzione, quanto fin qui detto non tragga in inganno ché quella di Falzone resta una musica ben lontana dal New Age e viceversa ben ancorata alle grandi tradizioni del jazz. Così nel suo linguaggio è possibile riscontrare echi di Armstrong così come, per venire a tempi a noi più vicini, di Kenny Wheeler, di Enrico Rava (al quale in occasione dell’ottantesimo compleanno il 20 agosto scorso ha dedicato una intensa ballad), di Miles Davis (ma quale trombettista non è stato influenzato da Miles?). Quindi un jazz ora vigoroso (“Il mondo di Wendy”), ora più intimista (“Capelli d’argento”) ma sempre splendidamente suonato e arrangiato. Frutto evidente dell’intesa che si respira nel gruppo in cui tutti si esprimono al meglio delle rispettive possibilità.

Claudio Fasoli – “The Brooklyn Option” – abeat 206
Questo album è in realtà la riedizione di un CD pubblicato nel 2015; quindi, dal punto di vista del contenuto musicale, nessuna novità; cambia, invece, la copertina adesso rappresentata da una bella foto scattata dallo stesso Fasoli. Il sassofonista è reduce da una serie di brillanti riconoscimenti: nel 2018 ha vinto il Top Jazz come musicista dell’anno mentre nel 2017 il suo album “Selfie” sul mercato francese è stato votato dalla rivista “JazzMagazine” come “disco shock” del mese. In questa occasione è alla testa di un quintetto all stars comprendente Ralph Alessi alla tromba, Matt Mitchell al pianoforte, Drew Gress al contrabbasso e Nasheet Waits alla batteria. Fasoli è in forma smagliante sia come compositore sia come esecutore. In effetti tutti e tredici i brani contenuti nell’album sono da lui stesso firmati e ci mostrano un musicista maturo, assolutamente consapevole dei propri mezzi ed in grado di scrivere musica a tratti coinvolgente, sempre, comunque, interessante e ben lontana dal ‘già sentito’. Ovviamente almeno parte di queste positive valutazioni dipende anche dall’esecuzione: ebbene al riguardo occorre sottolineare come il gruppo funzioni a meraviglia, con un altissimo grado di interplay che consente ai musicisti di muoversi in assoluta libertà, certo che il compagno di strada saprà quasi percepire in anticipo le sue proposte e sarà quindi in grado di condurle alle finalità desiderate. Straordinario, al riguardo, il modo in cui tromba e sassofono dialogano e suonano anche all’unisono sul filo di un idem sentire non facilissimo da raggiungere. Ancora una volta Alessi si qualifica come una delle più belle e originali voci trombettistiche degli ultimi anni. E non c’è un solo momento nel disco che non si percepisca questa intesa, questa gioia di suonare assieme. Tali caratteristiche si colgono sin dall’inizio, vale a dire dai tre movimenti che compongono la suite “Brooklyn Bridge”, aperta da una esposizione del tema armonizzata dai fiati che lasciano quindi spazio alla sezione ritmica con Mitchell, Gress e Waits a dimostrare quanto sia meritata la fama raggiunta nel corso degli ultimi anni.

Luca Flores – “Innocence” – Auand 2 cd
Ascoltare un inedito di Luca Flores è sempre emozionante e non solo per le vicende umane legate alla prematura scomparsa dell’artista, quanto perché la sua musica è come una sorta di scrigno contenente delle perle rare e preziose. Ovviamente anche quest’ultimo doppio album non sfugge alla regola: sedici tracce inedite incise da Luca Flores tra il 1994 e il 1995 di grande livello. Ma prima di spendere qualche parola sul contenuto artistico di “Innocence” vorrei ringraziare, a nome di tutti gli appassionati di jazz, l’amico Luigi Bozzolan, anch’egli valente pianista, il quale da tempo si sta adoperando per illustrare al meglio il lavoro di Flores, Stefano Lugli, il sound engineer che aveva curato quelle registrazioni, e Michelle Bobko, che ne aveva conservate delle copie, per aver ritrovato questo materiale e averlo regalato all’ascolto di noi tutti. E un doveroso riconoscimento va anche al pianista Alessandro Galati che ha curato selezione e mastering dell’opera. Il titolo di questo doppio cd è quello che Luca aveva indicato al produttore Peppo Spagnoli della Splasc(H) per quello che sarebbe stato il suo nuovo lavoro, un disco dedicato alla sua infanzia in Mozambico e che prevedeva un organico allargato con violoncello, percussioni, vibrafono e armonica, nonché la voce di Miriam Makeba. Data la complessità del progetto, dai costi piuttosto elevati, si decise di pubblicare un piano solo (“For Those I Never Knew”, edito da Splasch Records), con l’aggiunta di nuove tracce registrate il 19 marzo 1995; il pianista sarebbe scomparso dieci giorni dopo cosicché l’album uscì postumo. Tornando a “Innocence” i due CD si differenziano per un particolare non secondario: il primo è dedicato a brani mai incisi mentre il secondo presenta versioni alternative di pezzi già registrati. Ovviamente ciò nulla toglie all’omogeneità delle registrazioni che ci restituiscono ancora una volta un musicista straordinario dal punto di vista sia tecnico sia interpretativo. Il suo pianismo è sempre lucido, fluido, mai teso a stupire l’ascoltatore ma sempre rivolto ad esprimere il proprio io, la propria anima. Di qui una capacità di scavare all’interno di ogni singolo brano che solo i grandi possiedono. Si ascolti al riguardo come sia riuscito a fondere in un unicum “Broken Wing” e “Lush Life” e come dimostri di saper padroneggiare diversi stili, dal bop di “Work” di Thelonious Monk e “Donna Lee” di Charlie Parker, allo swing di “Strictly Confidential” fino ad un pianismo di marca intimista in “Kaleidoscopic Beams” impreziosito da un unisono piano/voce prima e dopo il lungo assolo e “Silent Brother” che chiude degnamente il cd.

Jan Garbarek, The Hilliard Ensemble – “Remember me, my dear” – ECM New Series 2625
Ho conosciuto personalmente Jan Garbarek nel 1982 quando abitavo in Norvegia; in quella occasione l’ho trovato persona squisita, cortese, sensibile…oltre che straordinario musicista. E questa valutazione sull’artista nel corso degli anni non è mutata di una virgola…anzi. Quest’ultimo album mi conferma vieppiù nel considerare Jan Garbarek uno dei musicisti più originali, maturi, straordinari degli ultimi decenni. Ancora una volta accanto all’Hilliard Ensemble (questo è il quinto album da loro inciso nel corso degli ultimi ventisei anni), il sassofonista norvegese ci regala un’altra rara perla, una musica assolutamente inconsueta che affascina chi mantiene mente e cuore aperti. Qui non c’è più la distinzione tra generi: non si tratta di jazz, di musica classica, di folk, di musica religiosa ma di una straordinaria miscela di suoni, ricca di pathos, che ci trasporta in una dimensione trascendente l’attualità per instaurare un colloquio diretto con l’anima di chi ascolta. Ecco quindi un repertorio che abbraccia un lunghissimo arco di tempo, con quattordici brani di cui due firmati rispettivamente da Christ Komitas e Nikolai N. Kedrov autori a cavallo tra Otto e Novecento, cinque di autore anonimo, uno a testa per Guillaume le Rouge, maestro Pérotin, Hildegard von Bingen, Antoine Brumel tutti databili da 1098 al 1500,lo splendido “Most Holy Mother of God” di Arvo Pärt, più due composizioni originali dello stesso Garbarek. L’apertura è affidata a “Ov zarmanali” inno battista del religioso armeno Christ Komitas, interpretato da Garbarek in solitudine ed è questo il brano in cui si ascolta maggiormente il sax soprano del musicista norvegese, dal momento che negli altri pezzi a prevalere sono sostanzialmente le voci. Particolarmente degna di nota l’”Alleluia Nativitas” del Maestro Perotino. Un’ultima notazione: la registrazione, effettuata nella Chiesa della Collegiata dei SS.Pietro e Stefano di Bellinzona risale all’ottobre del 2014; come mai è stata pubblicata solo adesso?

Ghost Horse – “Trojan” – Auand 9090
Ecco la nuova formazione posta in essere sulle orme del precedente gruppo “Hobby Horse” dal sassofonista Dan Kinzelman con Filippo Vignato al trombone, Gabrio Baldacci alla chitarra baritona, Joe Rehmer al basso elettrico, Stefano Tamborrino alla batteria e Glauco Benedetti all’eufonio e alla tuba. Come si nota un organico piuttosto insolito così come insolita è la musica proposta. Una musica che trae spunti dal jazz, dal rock, dalla psichedelia cui si riferisce la frequente reiterazione di brevi frasi musicali che finiscono per ottenere un effetto in bilico tra l’onirico e l’ipnotico. Il tutto impreziosito da una intelligente ricerca sul suono, sulla timbrica e sulla dinamica particolarmente evidente nel brano di chiusura “Pyre” di Kinzelman (autore di cinque degli otto brani in repertorio) caratterizzato sul finire da quella reiterazione cui prima si faceva riferimento. Ma è l’intero album che si fa ascoltare con interesse dal primo all’ultimo minuto. Così, tanto per citare qualche altro titolo, la title track che apre l’album evidenzia la volontà del gruppo di non fermarsi su terreni particolarmente frequentati e di ricercare da un canto una propria specificità con frasi oblique, sghembe, tutt’altro che scontate, dall’altro una dimensione quasi orchestrale con un crescendo in cui tutti i componenti il sestetto hanno modo di mettersi in luce. In “Il bisonte” è in primo piano il sound così particolare della tuba utilizzata in un ruolo tutt’altro che coloristico. Convincente l’impianto narrativo di “Five Civilized Tribes” con in primo piano Gabrio Baldacci e Stefano Tamborrino autore del brano. Più legato a stilemi tradizionali, ma non per questo meno affascinante, “Hydraulic Empire” con un Vignato in grande spolvero mentre in “Dancing Rabbit” è in primo piano la sezione ritmica di Tamborrino e Rehmer. Per chiudere una menzione la merita anche la crepuscolare “Forest For The Trees” (di Kinzelman) in cui si avverte forse più che altrove quel fine lavoro di cesello cui si dedicano i fiati.

Rosario Giuliani – “Love in Translation” – VVJ 133
Una sezione ritmica tra le migliori del jazz non solo italiano (Dario Deidda basso e Roberto Gatto batteria; li si ascolti in “Hidden force of love”) e una front line costituita da due grandi performer quali Rosario Giuliani ai sax alto e soprano e Joe Locke al vibrafono: ecco in poche righe spiegati i motivi del perché questo album si percepisce con grande piacere. Come solo i grandi musicisti sanno fare, i brani si susseguono con scioltezza e si ha l’impressione che tutto sia facile anche quando, ascoltando più attentamente, si scopre che le cose non stanno proprio così. In effetti gli arrangiamenti sono tutt’altro che banali e il modo di interloquire vibrafono-sax è il frutto di un’intesa assai solida, cementificata da un ventennio di collaborazione che i due intendono festeggiare proprio con l’uscita di questo album. Il repertorio è quanto mai variegato passando da classici del jazz (“Duke Ellington’s Sound of Love” di Charles Mingus, o “Everything I Love” di Cole Porter”) a hit della musica pop quali “I Wish You Love”, versione inglese della celeberrima “Que reste-t-il de nos amours?” di Charles Trenet o quel “Can’t Help Falling In Love” di Peretti-Creatore-Weiss che inopinatamente troveremo anche nel CD di Oded Tzur di cui si parla più in basso; a questi si aggiungono alcuni original quali “Raise Heaven” dedicato da Joe Locke a Roy Hargrove e “Tamburo” di Rosario Giuliani per l’amico Marco Tamburini. Come prima sottolineato, tutti e dieci i brani in repertorio si ascoltano con molta piacevolezza, tuttavia mi ha particolarmente impressionato il dialogo di sax e vibrafono in “Can’t Help Falling In Love” e le modalità con cui il gruppo nella sua interezza ha approcciato un brano non facile come il mingusiano “Duke Ellington’s Sound of Love”.

Wolfgang Haffner – “Kind of Tango” – ACT 9899-2
Ad alcuni sembrerà forse strano che dei musicisti nordeuropei si interessino di tango, ma si tratta di una impressione totalmente errata. In effetti il Paese dove il tango è più frequentato, ascoltato, ballato – ovviamente al di fuori dell’Argentina – è un Paese del Nord Europa e precisamente la Finlandia. Chiarito questo equivoco, con questo album siamo in terra di Germania dove il batterista Wolfgang Haffner ha costituito un gruppo di stelle a livello internazionale per affrontare un repertorio piuttosto impegnativo dal momento che sotto l’insegna del tango si ascoltano sia brani di compositori celebri come Astor Piazzolla, Gerardo Matos Rodriguez sia original dei componenti il sestetto. Ecco quindi uno accanto all’altro il già citato Haffner, gli altri tedeschi Christopher Dell al vibrafono e Simon Oslender al piano, il francese Vincent Peirani all’accordion, gli svedesi Lars Danielsson al basso e cello e Ulf Wakenius alla chitarra, “rinforzati” dalla presenza in alcuni brani dei tedeschi Alma Naidu vocalist e Sebastian Studnitzky trombettista, dello svedese Lars Nilsson flicorno e del sassofonista statunitense Bill Evans. E c’è un altro equivoco da chiarire. In questo caso non si tratta della m era riproposizione delle atmosfere tipiche del tango, quanto di un’operazione un tantino più complessa e ben illustrata dallo stesso batterista quando afferma che per lui ascoltare e scrivere un tango non è una semplice traduzione in musica di ciò che ha sentito ma l’assorbire e l’adattare degli input ricevuti in un processo da cui può scaturire qualcosa di nuovo e contemporaneo. Ed in effetti ascoltando la riproposizione dei tanghi più celebri da tutti conosciuti quali “La Cumparista”, “Libertango” e “Chiquilin de Bachin” da un lato non c’è quel pathos che caratterizza le esecuzioni di un Astor Piazzolla, dall’altro si avverte la volontà di distaccarsi dai modelli originari per giungere su spiagge inesplorate. Tentativo riuscito? A mio avviso sì, ma ascoltate e giudicate.

Ayler’s Mood “Combat joy” e Pasquale Innarella “Go Dex”Quartet– aut records 051, 053
Due cd dedicati a due giganti del sax: il Trio Ayler’s Mood, costituito da Pasquale Innarella al sax, Danilo Gallo al basso elettrico e Ermanno Baron alla batteria sono i protagonisti di “Combat Joy”, dedicato ad Albert Ayler, e Pasquale Innarella e “Go Dex Quartet” dedicato a Dexter Gordon. Una sfida molto, molto difficile, quella con i mondi sonori di due grandi sassofonisti molto diversi tra di loro e quindi impossibili da ricondurre ad un unicum. Di qui l’intelligenza poetica – mi si passi il termine – di questi due gruppi e di Innarella che, come sassofonista, ben lungi dal voler imitare l’inimitabile, ha voluto con i suoi compagni di viaggio, piuttosto, rileggere le esperienze dei due grandi artisti. In particolare nel primo album, “Ayler’s Mood”, registrato live durante un concerto a “Jazz in Cantina”, zona Quarto Miglio, Roma, il 22 dicembre del 2018, Innarella (nell’occasione anche al sax soprano) coadiuvato da due eccellenti partner quali Danilo Gallo al basso e Ermanno Baron alla batteria, si rivolge all’universo di Albert Ayler (1936-1970) considerato a ben ragione uno dei massimi esponenti del free anni sessanta; lo stile del musicista di Cleveland era caratterizzato da un vibrato molto aggressivo e da un linguaggio che destrutturava gli elementi fondativi della musica, vale a dire melodia, armonia e timbro. Come affrontare quindi, tale musica senza ricorrere a sterile imitazioni? Lasciandosi andare ad una improvvisazione pura, estemporanea (come sottolineato nella presentazione dell’album) è stata la risposta di Innarella e compagni. Un flusso sonoro di circa un’ora che coinvolge l’ascoltatore in una sorta di viaggio senza meta, assolutamente coinvolgente. I tre suonano liberamente ma con estrema lucidità, in un quadro in cui nessuno ha la prevalenza sull’altro e in cui la musica di Ayler rivive in tutta la sua drammatica attualità con lacerti di free che si alternano con accenni di calypso o di R&B…senza trascurare alcune citazioni ben riconoscibili.
Nel secondo CD, “Go Dex”, Innarella è in quartetto con Paolo Cintio al piano, Leonardo De Rose al contrabbasso e Giampiero Silvestri alla batteria. In questo caso il discorso è completamente diverso e non potrebbe essere altrimenti dato che Dexter Gordon (1923-1990) è stato uno degli alfieri del bebop, un artista straordinario di recente ricordato in un bel volume della EDT di cui ci si occuperà quanto prima. Nell’album Innarella esegue sette composizioni di Dexter Gordon con l’aggiunta di un celeberrimo standard, “Misty” di Errol Garner. Ma è già nel termine “Go Dex” che si vuole omaggiare il sassofonista di Los Angeles dal momento che “Go” è il titolo che lo stesso Dexter volle dare ad un suo album registrato nell’agosto del 1962 con Sonny Clark piano, Butch Warren basso e Billy Higgins batteria. Ma Pasquale non si è fermato qui: Gordon ha scritto pochi brani e Innarella ha voluto, quindi, riproporne almeno una parte tenendosi però ben lontano da una pedissequa imitazione. Quindi non un linguaggio boppistico ma un jazz moderno, attuale, che non disdegna incursioni nel mondo del free. Ecco le prime battute dell’album eseguite secondo stilemi molto vicini al free accanto ad una convincente e canonica interpretazione di “Misty” con sonorità più legate alla tradizione; ecco “Soy Califa” dall’andamento funkeggiante, illuminato da uno splendido assolo di Paolo Cintio accanto al conclusivo “Sticky Wichet” che ci riconduce ad atmosfere molto accese… il tutto senza perdere di vista, in alcun momento, quelli che erano i principi ispiratori di Gordon e che ritroviamo intatti in questo pregevole album.

Keith Jarrett – “Munich 2016” – ECM 2667/68
Passano gli anni ma è sempre un’esperienza appagante ascoltare Keith Jarrett specie su disco (ché dal vivo alcune intemperanze sono francamente insopportabili). In questo doppio CD, registrato alla Philarmonic Hall di Berlino il 16 luglio del 2016, ultima sera di un tour europeo, Jarrett, in totale solitudine, ci presenta una suite in dodici parti dal titolo “Munich” totalmente improvvisata e tre bis, “Answer Me, My Love” (versione inglese della canzone tedesca del 1953, “Mütterlein”), “It’s A Lonesome Old Town” e “Somewhere Over The Rainbow”. Com’è facile immaginare, il Jarrett migliore lo si trova nella prima parte, e soprattutto nel primo movimento dove, in circa quindici minuti di musica magmatica e complessa, il pianista improvvisa liberamente mescolando gli input che oramai da tempo costituiscono gli ingredienti fondamentali della sua cifra stilistica, vale a dire jazz, blues, gospel, folk, musica colta. Ed è davvero un bel sentire: gli intricati percorsi disegnati da Jarrett confluiscono sempre laddove l’artista vuole arrivare, nonostante le spericolate armonizzazioni e la velocissima diteggiatura che alle volte non consentano all’ascoltatore, seppur attento, di immaginare il percorso immaginato dall’artista. E seppur meno intense anche i successivi momenti della suite mantengono davvero alto lo standard esecutivo ed improvvisativo di Jarrett. Leggermente diverso il discorso per i tre brani. Jarrett sembra essersi relativamente placato fino a regalarci una splendida versione del celeberrimo “Over The Rainbow” che da solo vale l’acquisto dell’album.

Lydian Sound Orchestra – “Mare 1519” – Parco della Musica Records
Oramai da tempo la Lydian Sound Orchestra viene a ben ragione considerata una delle migliori big band a livello internazionale e ciò per alcuni validi motivi; innanzitutto la bontà dell’organico che prevede artisti tutti di assoluto spessore quali i sassofonisti Robert Bonisolo, Rossano Emili e Mauro Negri anche al clarinetto, Gianluca Carollo alla tromba e flicorno, Roberto Rossi al trombone, Giovanni Hoffer al corno francese, Glauco Benedetti alla tuba, Paolo Birro al piano e al Fender Rhodes, Marc Abrams al basso e Mauro Beggio alla batteria, Riccardo Brazzale piano e direzione, Bruno Grotto electronics e Vivian Grillo voce. In secondo luogo il grande lavoro svolto da Riccardo Brazzale che è stato capace di mettere assieme una compagine di tutto rispetto e di scrivere per essa arrangiamenti coinvolgenti che non a caso sono stati interpretati dall’orchestra con estrema compattezza. A ciò si aggiunga una sempre lucida scelta del repertorio che anche questa volta è composto sia da composizioni originali del leader sia da composizioni di alcuni grandi della musica come Ellington, Monk, Shorter, Miles Davis, Paul Simon. In più questo album è una sorta di concept dal momento che, come spiegato nelle note, due numeri, 1 e 9, accompagnano nel corso dei secoli i viaggi e i viaggiatori, a partire dall’impresa di Magellano del 1519 ( considerata l’inizio dell’era moderna ) per finire al 2019 quando il mar Mediterraneo continua a raccontare di nascite e di morti; insomma questa volta Brazzale vuole prendere per mano l’ascoltatore e condurlo attraverso quel mar Mediterraneo, testimone delle più importanti vicende dell’umanità, per un viaggio che metaforicamente riproduce alcune fasi della storia del jazz. Di qui una musica immaginifica, travolgente a tratti, sempre improntata alla commistione di più elementi, dal jazz al folk alla musica classica, il tutto impreziosito da una originalità di linguaggio vivificata dal grande livello dei vari solisti cui prima si faceva riferimento.

Christian McBride – “The Movement Revisited” – Mack Avenue 1082
“The Movement Revisited: A Musical Portrait of Four Icons” è esplicitamente dedicato a quattro figure chiave del movimento per i diritti civili degli afro-americani: Rev. Dr. Martin Luther King Jr., Malcolm X, Rosa Parks e Muhammad Ali. In realtà questa monumentale opera ha una storia piuttosto complessa che ha origine nel 1998 quando, su commissione della Portland Arts Society, McBride scrisse una composizione per quartetto e coro gospel che rappresenta, per l’appunto, la prima versione di “The Movement Revisited”. Nel 2008 la L.A. Philharmonic chiese a McBride di farne una versione orchestrale e così “The Movement Revisited” diventò una suite in quattro parti per big band jazz, piccolo gruppo jazz, coro gospel e quattro narratori. In questa registrazione, effettuata nel 2013, è stato aggiunto un quinto movimento, “Apotheosis”, dedicato all’elezione di Barack Obama come primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. Evidente, quindi, l’intento di Christian McBride (contrabbassista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, poeta, vincitore di due Grammy con “The Good Feeling” nel 2011 e “Bringin ‘It” nel 2017) di presentare un album che andasse ben al di là del fattore squisitamente musicale riallacciandosi direttamente alla lotta per una effettiva eguaglianza tra bianchi e neri, ancora ben lungi dall’essere raggiunta negli States. La suite è eseguita da una big band di 18 elementi, con coro gospel e narratori, questi ultimi nelle persone di Sonia Sanchez, Vondie Curtis-Hall, Dion Graham, e Wendell Pierce. E come accade alle volte, è impossibile scindere il mero valore artistico dal valore sociale, politico, culturale che questa musica veicola. Non a caso l’album ha ottenuto i più sinceri riconoscimenti da parte di accreditati critici statunitensi. In effetti ascoltando il CD è come se ci si muovesse in un contesto teatrale con i quattro attori che riportano stralci dei discorsi dei protagonisti e un sound che è una sorta di summa di tutta la musica nera, quindi jazz, soul, funk, gospel, spiritual…Insomma una musica che è allo stesso tempo un grido di dolore per quanto accaduto e un segno di speranza per un futuro che non può essere disgiunto dal passato in quanto, come nota lo stesso McBride, “ci sono oggi nuove battaglie che stiamo combattendo, ma sento che queste nuove battaglie cadono sotto l’ombrello di uguaglianza, equità e diritti umani – e questa è una vecchia battaglia». Particolarmente emozionante, al riguardo, riascoltare “I Have a Dream”, un discorso che credo tutti dovremmo, ancora oggi, apprezzare nei suoi profondi significati.

Dino e Franco Piana – “Open Spaces” – Alfa Music
Conosco Dino e Franco Piana oramai da tanti anni e mi ha sempre stupito la straordinaria intesa tra padre e figlio che ha portato questi due personaggi ad attraversare l’oceano del jazz con signorilità, competenza e pochi ma significativi album. In effetti i due (il primo nella veste di trombonista dalla classe eccelsa, il secondo nella quadruplice funzione di compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra e flicornista) entrano in sala di incisione solo quando sentono di avere qualcosa di nuovo da dire. Di qui gli ultimi tre album particolarmente significativi, tutti registrati per l’Alfa Music, “Seven” (2012), “Seasons” (2015), e adesso questo “Open Spaces” il cui organico è sostanzialmente lo stesso dell’album precedente cui si aggiungono i cinque archi della Bim Orchestra. Quindi, oltre a Dino e Franco Piana, si possono ascoltare Fabrizio Bosso alla tromba, Max Ionata al sax tenore, Ferruccio Corsi al sax alto, Lorenzo Corsi al flauto, Enrico Pieranunzi al piano, Giuseppe Bassi al basso e Roberto Gatto alla batteria. In repertorio due suite, “Open Spaces” e “Sketch of Colours”, articolate la prima su una Introduzione e tre Variazioni, la seconda su una Introduzione e due Movimenti, ed in più altri tre brani “Dreaming”, “Sunshine” e “Blue Blues”, tutti composti e arrangiati da Franco Piana eccezion fatta per “Sketch of Colours” scritto da Franco Piana e Lorenzo Corsi. L’album è davvero di assoluto livello e per più di un motivo. Innanzitutto la scrittura di Franco che, accoppiata ad una evidente bravura nell’arrangiamento, riesce a ricreare una sonorità caratterizzata da timbri e colori assolutamente originali, rimanendo fedele ad un linguaggio prettamente jazzistico. In secondo luogo l’affiatamento dell’orchestra che pur essendo composta da grandi personalità ha trovato una sua cifra di coesione che l’accompagna in tutte le esecuzioni. In terzo luogo la caratura dei vari assolo che vedono protagonisti tutti i componenti della band. A questo punto non resta che auguravi buon ascolto!

Stefania Tallini – “Uneven” – Alfa Music 226
Ebbene lo confesso: sono un grande amico di Stefania Tallini che ammiro non solo come pianista e compositrice ma anche come persona gentile, equilibrata, mai sopra le righe e soprattutto affettuosa, che si è sempre mantenuta con i piedi per terra nonostante gli innumerevoli successi a livello internazionale. Ecco, questo album inciso in trio con Matteo Bortone valente contrabbassista che ha suonato tra gli altri con Kurt Rosenwinkel, Ben Wendel, Tigran Hamasyan, Ralph Alessi, e Gregory Hutchinson statunitense a ben ragione considerato uno dei migliori batteristi di questi ultimi anni, è probabilmente uno degli album più significativi registrati dalla pianista. La filosofia dell’album è racchiusa nello stesso titolo, “Uneven” ovvero “Irregolare”: in effetti, spiega la stessa Tallini, “questa parola inglese è l’espressione di qualcosa di inatteso, di inaspettato, che rimanda ad un carattere di imprevedibilità, appunto, che è proprio ciò che amo nella musica e nella vita.” E per esplicitare al meglio queste sue posizioni, Stefania ha voluto fortemente accanto a sé i due musicisti cui prima si faceva riferimento. I risultati le danno ragione. L’album è convincente in ogni suo aspetto: intelligente la scelta del repertorio che accanto a dieci composizioni originali della pianista annovera “Inùtìl Paisagem” di Antonio Carlos Jobim e lo standard “The Nearness of You” di Hoagy Carmichael eseguito in solo; assolutamente ben strutturata la scrittura in cui ricerca della linea melodica e armonizzazione si equilibrano in un linguaggio che non consente espliciti punti di riferimento. Tra i vari brani una menzione particolare, a mio avviso, per il brano di Jobim proposto con grande partecipazione e delicatezza, impreziosito anche dagli assolo dei compagni di viaggio, e l’original “Triotango” che ben cattura l’essenza di questo genere musicale.

Oded Tzur – “Here Be Dragons” – ECM 2676
Questo “Here Be Dragons” è l’album d’esordio in casa ECM per il sassofonista israeliano, ma da tempo residente a New York, Oded Tzur. Accanto a lui Nitai Hershkovits al pianoforte, Petros Klampanis al contrabbasso e Johnathan Blake alla batteria, quindi una piccola internazionale del jazz dal momento che se Hershkovits è anch’egli israeliano, il bassista è greco di Zakynthos‎ e il batterista statunitense di Filadelfia. Registrato nel giugno del 2019 presso l’Auditorio Stelio Molo in Lugano, l’album presenta in repertorio otto brani di cui ben sette scritti dallo stesso sassofonista cui si aggiunge “Can’t Help Falling In Love” di Peretti-Creatore-Weiss, portato al successo nientemeno che da Elvis Presley. Fatte queste premesse, anche per inquadrare il personaggio ancora non molto noto presso il pubblico italiano, occorre sottolineare la valenza della musica proposta. Una musica che sottende una particolare bravura di Tzur sia nell’esecuzione sia ancora – e forse di più – nella scrittura, sempre fluida, facile da assorbire seppure non banale e soprattutto frutto di una straordinaria capacità di introiettare input provenienti da mondi i più diversi. In effetti egli, israeliano di nascita, ha dedicato molta parte del suo tempo a studiare la musica classica indiana considerata, come egli stesso afferma, “un laboratorio di suoni”. Ecco quindi stagliarsi in modo del tutto originale il suono del suo sassofono chiaramente influenzato dagli studi con il maestro di bansuri (flauto traverso tipico della musica classica indiana) Hariprasad Chaurasia, iniziati nel 2007. Ed è proprio la particolarità del sound che a mio avviso caratterizza tutto l’album, con i quattro musicisti che si intendono a meraviglia pronti a supportarsi in qualsivoglia momento. I brani sono tutti ben scritti e arrangiati con una prevalenza, per quanto mi riguarda, per “20 Years” la cui linea melodica viene splendidamente disegnata da Hershkovits altrettanto splendidamente sostenuto da Blake il cui lavoro alle spazzole andrebbe fatto studiare ai giovani batteristi.

Kadri Voorand – In duo with Mihkel Mälgand – ACT 9739-2
Ecco un album che sicuramente susciterà l’interesse e la curiosità degli appassionati italiani: protagonisti due artisti estoni, la cantante, pianista e compositrice Kadri Voorand e il bassista Mihkel Mälgand. Kadri da piccola cantava nel gruppo di musica popolare di sua madre, avvicinandosi successivamente al pianoforte classico e quindi al jazz nelle accademie di Tallinn e Stoccolma.  Oggi viene considerata una stella nel proprio Paese grazie ad uno stile versatile che le consente di mescolare jazz contemporaneo, folk estone, rhythm & blues e ritmi latino-americani. Non a caso nel 2017 è stata insignita del premio musicale estone per la miglior artista ed è stata premiata per il miglior album jazz dell’anno (“Armupurjus”). Mihkel Mälgand è uno dei bassisti estoni di maggior successo, avendo lavorato, tra gli altri, con musicisti come Nils Landgren, Dave Liebman e Randy Brecker. In questo album si presentano nella rischiosa formula del duo con la vocalist che suona anche kalimba e violino mentre Mihkel si cimenta anche con bass guitar, bass drum, cello e percussioni. In un brano ai due si aggiunge come special guest Noep. In repertorio 12 brani scritti in massima parte dalla Voorand e cantati in inglese eccezion fatta per due nella sua lingua madre (due splendide song tratte dal patrimonio folcloristico estone). L’album è notevole ed è stato apprezzato anche al di fuori dell’Estonia: Europe Jazz Network, la rete europea di operatori del settore jazz, che stila la Europe Jazz Media Chart, una selezione mensile dei migliori titoli usciti curata da un pool di giornalisti specializzati, ha incluso “Kadri Voorand – In duo with Mihkel Mälgand” tra le migliori registrazioni del marzo 2020. La musica scorre fluida ed evidenzia appieno la valenza dei due musicisti che si muovono con maestria ben supportati da un tappeto intessuto dagli effetti elettronici padroneggiati con misura ed euqilibrio. La voce della Voorand è fresca, e affronta il difficile repertorio con disinvoltura non scevro da una certa dose di ironia. Dal canto suo Mälgand non si limita ad accompagnare la vocalist ma ci mette del suo prendendo spesso in mano il pallino dell’esecuzione sempre con pertinenza.

McCoy Tyner e il quarto d’ora di ritardo

Ho sempre amato molto il mio lavoro, ma in questo periodo, lo confesso, un po’ meno: il fatto è che sempre più spesso mi trovo seduto davanti al computer per commemorare qualcuno che se n’è andato, molto spesso qualcuno che ho conosciuto, apprezzato ed ammirato. Oggi il dispiacere è duplice perché il mondo del jazz ha dovuto subire una duplice perdita: McCoy Tyner e Peppo Spagnoli, l’uno straordinario e impareggiabile pianista, l’altro produttore discografico senza il quale probabilmente il jazz italiano non sarebbe assurto agli onori di oggi.

Ma consentitemi per il momento di soffermarmi su McCoy Tyner ché di Spagnoli parlerò domani.

Chi sia stato il pianista di Filadelfia e cosa abbia rappresentato per l’evoluzione del jazz lo spiega assai chiaramente nel contributo qui accanto Marina Tuni per cui non mi pare sia necessario aggiungere altro.

Io invece voglio raccontarvi un episodio che mi ha coinvolto personalmente da cui traspare la grandezza non solo dell’artista ma anche e soprattutto dell’uomo.

E’ il gennaio del 1996 e l’ambasciata norvegese mi invita ad assistere al Festival Jazz di Molde in programma dal 15 al 20 luglio. Naturalmente accetto in quanto si tratta di una delle più belle realtà musicali del Vecchio Continente. Istituito nel 1961, il Festival sito in questa cittadina della Norvegia situata nella contea di Møre og Romsdal, ha visto transitare nel corso degli anni alcuni dei più bei nomi del jazz internazionale, oltre ovviamente i “campioni” del jazz norvegese quali, tanto per fare qualche esempio, Jon Balke (1975), Karin Krog (1978), Knut Riisnæs (1984), Terje Rypdal (1985, 1986, 1988) e Jon Eberson. Anche il cartellone del 1996 è di tutto rispetto con la presenza, tra gli altri, di Meredith D’Ambrosio, James Carter, Søyr, Bob Dylan… ma l’evento clou è rappresentato dalla performance del gruppo di McCoy Tyner con Avery Sharpe al contrabbasso, Aaron Scott alla batteria, e, in veste di ospite, Michael Brecker al sax tenore.

Tyner era da sempre uno di quei musicisti che avrei voluto intervistare per cui prima del concerto mi rivolgo all’ufficio stampa del festival per vedere se fosse possibile organizzare un incontro con il pianista all’ora e nel luogo in cui egli avesse deciso. Dopo appena un’oretta l’ufficio stampa mi risponde dicendomi che McCoy Tyner era disponibile e che mi attendeva in camerino un quarto d’ora dopo il concerto.

Sinceramente non stavo nella pelle; il concerto è straordinario come sempre: il pianista non si risparmia dando un saggio più che eloquente del perché venisse considerato uno dei più grandi pianisti del jazz di tutte le epoche.

Emozionato come un bambino, trascorso il quarto d’ora convenuto, mi reco nel camerino ma lui non c’è; passano dieci minuti ed ecco comparire sulla soglia McCoy Tyner in maniche di camicia, visibilmente affaticato ma sorridente. Mi tende la mano e mi dice “I’m sorry, I’m late” dopo di che si siede accanto a me e mi spiega per filo e per segno i motivi del suo ritardo.

Ma vi rendete conto? Un gigante come McCoy Tyner che chiede scusa per un leggero ritardo quando mi è capitato diverse volte di aspettare per un’intervista mezz’ore intere con personaggi che non valgono un’unghia di Tyner.

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Quasi inutile dire che l’intervista si è svolta in un clima particolarmente caldo, quasi affettuoso, con il pianista che ha risposto a tutte le mie domande.

Ecco un episodio forse piccolo ma per chi conosce il mondo della musica credo possa essere significativo di ciò che era McCoy Tyner e di come amava rapportarsi con gli altri.

Gerlando Gatto

I NOSTRI CD. Chitarristi alla ribalta

a proposito di jazz - i nostri cd

Fabrizio Bai Trio –“Comunque sia…” – Dodicilune
Sursum corda, citarae! Su con i cuori … chitarre! E chitarristi (jazz). Parrebbe un loro buon momento, a giudicare dagli album in circolazione curati dagli specialisti delle sei corde. Sette corde, è bene precisare, nel caso del musicista toscano Fabrizio Bai che si presenta con un disco che non potrà che deliziare gli aficionados dell’unplugged.
Ovviamente è un contrabbasso acustico ad accompagnarlo, quello di Raffaele Toninelli, in veste anche di corista in alcune delle 7 (come le corde) tracce del cd, oltre alla batteria e alle percussioni di Emanuele Pellegrini. Comunque sia…il titolo del compact è lo stesso del brano più delizioso, una ballad da cui traspare l’odore del legno di una chitarra che lascia andar via suoni di una nudità a cui non si è ormai abituati.
Chitarrista dall’animo a tratti sudamericano – per esempio in “Milonga d’Autunno” e nella “Quebecoise Maracatù” – Bai fa pensare in qualche flash a Toninho Horta per lirismo ed in qualche segmento di note al Ralph Towner più intriso di spirito world, e non è scevro di classici barocchismi. Da segnalare, infine, che la label è Dodicilune, from Puglia, non a caso terra della famiglia Piazzolla.

Antonio Colangelo – “Tabaco y Azúcar” – Dodicilune
Ancora Dodicilune. Ed ancora chitarra con Antonio Colangelo.
Ma stavolta il clima(x) è differente. Elettrico anzitutto. A maggior tasso jazz. E funky. Basti vedere chi gli è a fianco (Vincenzo Maurogiovanni al basso, Pierluigi Villani alla batteria, Mirko Maria Matera al piano, Cesare Pastanella alle Percussioni) per capirne le ragioni. Tutta gente che ha a che (arte)fare con un sound gagliardo e sincretico. Il che rientra in pieno nel progetto colangeliano secondo cui in musica l’ibrido premia, un po’ come nelle automobili. Ma il “sistema in movimento” che il Nostro ha in mente, nelle nove composizioni, non è altro che il Mare, Atlantico e Mediterraneo, sulle cui rotte esplorare, sperimentare, elaborare, cercare di costruire una identità artistica individuale e collettiva. Operazione che, da nocchiero armato della propria chitarra sfuggevole e curvilinea, conduce egregiamente fino alla direzione prevista.

Maciek Pysz – “A View” – Caligola Records
A chi, in questi tempi in cui tutto pare caduco, volesse investire nell’acquisto di un disco-rifugio dallo stress che abbia, come l’oro, la prospettiva di implementare il proprio valore (estetico in questo caso) negli anni, consigliamo “A View”, album di solo chitarra del musicista polacco Maciek Pysz, edito da Caligola.
In cui si narra di Trieste e del quartiere Barcola ma La Veduta dell’interprete potrebbe fare da sfondo sonoro a tanti paesaggi, reali e immaginari, del mondo, vero e fantastico.
Un CD che è esempio di fusione dei ruoli di compositore ed interprete, di consonanza melodia-accordi, di concordanze armoniche che si succedono secondo un’idea coerente di partenza, per una musica che par scorrere liquida tanto è cristallina e fluida.
Oltre ai dieci pezzi a sua firma segnaliamo il classico “Sous les ciel de Paris” di Giraud reso stemperando le tinte gipsies a cui tante chitarre ci hanno spesso rimandato . E “Cinema Paradiso – Love Theme” di Andrea Morricone, in cui Pysz fornisce una propria versione, di una delle colonne sonore più intense della storia del cinema che Pat Metheny con Charlie Haden ha reso patrimonio di jazzisti. E lo fa come sempre col proprio tocco composto, che allude ad una ritmica virtuale, con quel tono bluesy che ritroviamo più spiccato nel brano “Sea Blues” e che, alla fine, riesce a trasmetterci la sensazione del suo sguardo che, imbracciando la chitarra, si posa su A View.

Martino Vercesi 4et – “New Thing” – Music Center
Chiamare un disco “New Thing” per omaggio all’incisione storica di Archie Shepp e John Coltrane a Newport? Ma c’è anche “New Thing” di Sun Ra, Art Ensemble of Chicago etc. In realtà il chitarrista Martino Vercesi ha dedicato il suo quinto album, appunto “New Thing”, al figlio appena nato. Un “tributo” di natura affettiva e domestica che comunque non ci toglie dalla testa l’assonanza con quella new thing sinonimo di free jazz (a dir il vero il termine rimanda anche alla rock band Enuff Z’Nuff ed al titolo di un famoso libro di WuMing 1, uno dei cinque scrittori che compongono il collettivo letterario Wu Ming!) In concreto comunque va detto che ciò che suona Vercesi in 4et (Rudi Manzoli al sax, Danilo Gallo al basso e Matteo Rebulla alla batteria) è alquanto “informale” nel senso che comunemente si intende nel linguaggio jazzistico. Perciò il titolo non è fuorviante per chi non sapesse che “la nuova cosa” a cui ci si riferisce è il piccolo Marcellino. Sono sei brani in tutto, avvolgenti, corali, di pari dignità strumentale, il che tradisce la discrezione del chitarrista nell’evitare personalismi anzi aprendo ampi varchi al sax e consentendo alla sezione ritmica di mettersi in buona, e meritata, evidenza. Insomma un trust di cervelli dal pensare collettivo dove i “sidemen” intercettano e coniugano disinvoltamente il canovaccio predisposto dal leader di gruppo.

Andrea Infusino – “Amarene nere” – Emme
Amarene nere è il secondo disco da leader del chitarrista cosentino Andrea Infusino, dopo “Between 3 & 4” della Emme Records. Prodotto dalla stessa etichetta discografica, questo nuovo lavoro costituisce una interessante tappa nella evoluzione del musicista che per l’occasione affida l’esecuzione di otto propri brani ad una formazione di organ-trio plus, ovvero con una base di organ trio alla Wes Montgomery arricchita dal sassofono, tenore o soprano a seconda delle situazioni, a volte con funzione di raddoppio del tema chitarristico. Quella che vien confezionata è una sorta di musica “ratafià”, come il liquore di amarene, un jazz dolceamaro, gradevole al palato musicale, che esibisce in vetrina una variegata gamma di chiaroscuri nel prendere a riferimento più modelli stilistici, tradizionali e contemporanei, da coagulare pur lasciandoli oscillare in equilibrio come su una corda tesa. Particolari salienti di Amarene nere che è fa l’altro il titolo della prima composizione: il fraseggio fra spinto (“Angela’s Wistle”) e accelerato (“Exit”) del leader, il suono smagliante a tratti “americano” (“Goldfinch”) del sax di Andrea Marco Rossin, la congrua tessitura armonica dell’organo di Fabio Guagliardi (da segnalarne il “tappeto” per “Slow Baritone”) e la batteria di Manolito Cortese, pervasiva ed intrigante specie in swing (“Minor Cliff”, “Tavern”) e latin (“Sambat”). Insomma nell’insieme un buon esempio di nuovo jazz Made in Sud.

Storie di jazz e d’amore con il Jim Rotondi 5et e la cantina Villa Russiz, nel secondo appuntamento di Jazz&Wine Experience Trieste

Sorprendente per diversi aspetti il secondo concerto della rassegna Jazz&Wine Experience, con il quintetto del trombettista statunitense Jim Rotondi, svoltosi domenica 16 febbraio all’Hotel Double Tree by Hilton di Trieste, città che figura sempre ai primi posti nel mondo tra le tendenze e le preferenze di viaggio, e questa location da sogno sta diventando in brevissimo tempo un punto di riferimento dell’hôtellerie stellata tergestina, con tutte le potenzialità per candidarsi ad essere anche un rilevante hub culturale, grazie all’offerta di proposte, specialmente musicali.

In questo luogo, dall’appeal indiscutibile, Michela Parolin, direttore artistico di Jazz&Wine Experience, ha scelto di portare il trittico di concerti itineranti (le altre location sono l’Hotel Bauer di Venezia e il Camera Jazz Club di Bologna). L’idea vincente sta nell’accostamento di eccellenze, ovvero concerti di musica jazz di alta qualità e  rinomate aziende vinicole, facendo uscire queste ultime dalle rispettive cantine ed innestando il tutto in ambienti di grande pregio, con una visione sistemica di marketing valoriale del territorio.

Non vi nascondo che ho provato una forte emozione, in apertura di concerto, ascoltando le parole di Giulio Gregoretti, direttore generale della fondazione Villa Russiz. Il mio viaggio in un inconsueto cosmo noetico inizia degustando un Sauvignon Cru De La Tour, frutto della vendemmia manuale di vigneti selezionati che dimorano nella parte più alta e rivolta a nord-est di una collina, dove le piante ricevono e assorbono il primo lucore dell’alba; poi, assecondando la rotazione del sole, rimangono a meditare nell’ombra per il resto della giornata. Lo sorseggio piano, reincontrando sul palato ciò che il mio olfatto aveva percepito.

Tuttavia, lo stupore più profondo si manifesta quando Giulio inizia la sua narrazione sull’origine della cantina, generata dalla storia d’amore tra Elvine Ritter de Zahony e il conte Theodor Karl Leopold Anton de la Tour Voivrè, che proviene da un’antica e nobile famiglia francese. Gli sposi ricevono in dote dal padre di Elvine le terre di Russiz, 100 ettari nel Collio Goriziano, un terroir prezioso per la coltivazione dei vigneti.

Siamo nel 1868 e qualche anno dopo il conte, esperto viticoltore, importa in modo rocambolesco le barbatelle dalla Francia. Come? Accuratamente nascoste in grandi bouquet floreali da regalare alla sua amata sposa. I due coniugi riescono a fondere mirabilmente le rispettive competenze e inclinazioni a Villa Russiz: l’uno rivoluzionando le tecniche di coltivazione e contribuendo a fare del Collio la zona di alta eccellenza vinicola che è attualmente e l’altra seguendo la sua vocazione filantropica avviando, a partire dal 1872, un ente assistenziale per l’infanzia abbandonata a Gorizia, un progetto di accoglienza a Trieste e una struttura di assistenza per bambini bisognosi e per anziani alcolizzati a Treffen, In Austria. Un modello d’impresa etica ante litteram.

Purtroppo, la Grande Guerra blocca le encomiabili attività della Contessa e Villa Russiz diviene, per volere del Generale Cadorna, un ospedale militare nel quale presta la sua opera la crocerossina (poi decorata al valore militare) e nobildonna piemontese Adele Cerruti. Nel 1919 Adele, figlia di un Ministro del Regno d’Italia, sfrutta a fin di bene la sua posizione per riportare alla destinazione originale la struttura creata da Elvine, che diventa quindi un istituto per orfane di guerra. Attualmente, l’anima etica di Villa Russiz esprime la sua vocazione all’accoglienza per i minori in difficoltà (in questo momento 12) nella Casa Elvine, spirito guida di questo importante e caritatevole percorso umanitario.

Ma… “Now’s the Time” (cfr Charlie Parker) di parlare di jazz! Jim Rotondi, trombettista americano di fama mondiale, fa dichiaratamente parte della schiera di musicisti “folgorati sulla via del jazz” ascoltando Clifford Brown, gran maestro dell’Hard bop, nonostante sia morto in giovane età.

Il suo percorso artistico l’ha portato ad esibirsi con il gotha del jazz, finanche con il mitico Ray Charles e con Lionel Hampton. E scusate se è poco… Nel mini tour italiano è accompagnato da Andy Watson, batterista newyorchese, componente stabile del Jim Hall Trio, che figura spesso tra i top 10 di varie riviste specializzate di tutto il mondo, e dagli italiani ma dal respiro internazionale Renato Chicco al pianoforte, Aldo Zunino al contrabbasso e Piero Odorici al sax.

Si parte con una composizione originale di Rotondi: “Blues For BC”. Il titolo è una dedica alla provincia canadese della British Columbia. Tromba e sax dialogano a colpi di riff e il raffinato pianismo di Chicco si palesa immediatamente con un bellissimo assolo elegantemente stilizzato da un tocco cristallino e da una notevole varietà nelle coloriture e nella dinamica.

L’esecuzione di “Martha’sPrize”, un classico di Cedar Walton che, ricordiamolo, faceva parte della line-up dei mitici Jazz Messengers, si contraddistingue per gli ottimi svolazzi bebop del sax di Odorici e per un’idea di groove geniale nella sua essenzialità. Il flicorno di Jim ha movenze morbide e un timbro pastoso. Durante l’assolo di sax, colgo un’espressione estatica di Rotondi, appoggiato vicino ad una finestra della sala, mentre si lascia trasportare dalla musica sorridendo…

I cromatismi di Thelonius Monk irrompono come un arcobaleno dopo una pioggia scrosciante: è la romantica “Reflections”, in un arrangiamento che presenta linee aperte nelle quali trovano un giusto bilanciamento le dimensioni improvvisative e di scrittura. Un Monk riletto in chiave light post-bop. Fantasioso e incisivo l’assolo di Chicco, ricco di fraseggi serrati, ritmicamente incalzanti e aperture melodiche; stretto il giuoco delle parti tra sax e tromba. La sezione ritmica Watson-Zunino? Grandissima classe, elasticità e squisito drive.

Parte “You Taught My Heart to Sing” classicone di McCoy Tyner: “hai insegnato al mio cuore a cantare…”, seguo l’esecuzione canticchiando sottovoce… molto sottovoce… non essendo (purtroppo) Diane Reeves, che ricordo inarrivabile nella sua interpretazione di questo brano, accompagnata al piano da Mulgrew Miller. È Piero Odorici, qui, a dettare la linea melodica principale cogliendone ogni sfumatura e riempiendo ogni spazio con delicatezza rara.

Il cuore batte sempre più forte nel riconoscere le “immagini sonore” di George Gershwin, tra i più geniali compositori dell’ “età del jazz”. Il musical “Pardon my English”, che non ebbe certo una vita fortunata, né il successo sperato, continua tuttavia a regalarci diverse perle musicali… tra le quali “Isn’t a Pity”, dove il suono carezzevole e viscerale del flicorno di Rotondi è intriso di lirismo e dove il pianoforte di Renato Chicco sprigiona note che paiono gocce di cristallo lucente.

Un intenso botta e risposta tra la tromba con sordina di Jim e il sax  di Piero e un assolo di batteria al fulmicotone di Andy Watson, sono gli ingredienti principali di “My Shining Hour”, note di pure joy.

Ci si avvia alla conclusione con una dedica al pianista Harold Mabern, figura iconica del bebop recentemente scomparso. La sua “I Remember Britt” (Mabern la scrisse per il trombettista Lee Morgan, ammazzato con un colpo di pistola dalla moglie, a 33 anni soltanto, in un jazz club di New York) inizia in modo spiazzante, con quello che interpreto come un divertissement, ossia con le inconfondibili note della canzoncina “Fra’ Martino Campanaro”, suonate al piano. Non capisco ma mi adeguo. Il resto è uno splendido saggio di jazz, energia cinetica che muove la storia.

Il brillante set si chiude con un richiestissimo bis, la swingheggiante “On a Misty Night” di Tadd Dameron. Ve la ricordate suonata dal pianista di Cleveland con John Coltrane? Si, quella di “Mating Call”, anno 1956. Un richiamo d’amore.

E cos’è, in fondo, il jazz se non un irresistibile e ammaliatore canto, dal quale siamo inesorabilmente sedotti? Chissà se Duke Ellington pensò a questo quando compose “Circe” (una registrazione del 1946 che rimase inedita fino al 1994), dedicandola alla maga che mise in guardia Odisseo sulle insidie del canto delle sirene.

Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera, se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce; poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose…

Grazie alla musica jazz, al Jim Rotondi 5et, al buon vino, alle storie d’amore e di solidarietà, a Trieste e al suo mare per aver evocato tutto questo…

Marina Tuni

Immagini: courtesy Jazz&Wine Experience / Giorgio Bulgarelli / Fondazione Villa Russiz / M. Tuni

Yonathan Avishai: ovvero il pianismo secondo una personale linea espressiva

Ne ’Il libro del jazz’’ uscito nel 1952 il giornalista Joachim Ernst Berendt esponeva una propria articolata definizione del termine jazz : “È un modo artistico di suonare la musica.” Così esordendo, trasportava il concetto sul piano operativo, pragmatico.
Secondo Berendt il jazz sarebbe in primis un modo, una pratica, un ‘come’ piuttosto che un ‘cosa’, gesto paralogico la cui sostanza si colloca al di là, o al di qua, del linguaggio.
Vi sarebbe poi un’idea di “artisticità”, un sentire iperbolico che ci trasporta verso una dimensione altra, non codificabile, percepita in modo chiaro, nelle sue peculiarità, dalla comunità degli artisti, meno chiaramente da parte di chi non sappia o non voglia cogliere la qualità della musica.
Si annida infine nel verbo “suonare” l’aspetto esteriore, plastico. La ricerca dell’effetto come manipolazione del sentimento dell’ascoltatore.
Il ‘jazz’ sarebbe allora musica di pancia più che di testa, sapere pratico prima che pensiero codificato su carta. Aspetti che andrebbero a dire il vero ben approfonditi, e fattori tutti decisivi quanto non esaurienti.
Comunque, simili concetti si affacciavano alla mia mente in ordine sparso domenica 23 febbraio dopo il concerto del pianista Yonathan Avishai al Teatro Franco Parenti di Milano nell’ambito della rassegna ‘Pianisti di altri mondi’, curata dall’ottimo Gianni Morelenbaum Gualberto in seno alla stagione della Società del Quartetto.


Trovare una definizione, infatti, per questo recital sotto il profilo del repertorio non era affatto semplice – e aggiungerei per fortuna.
Il timido e intelligente Avishai è noto jazzista e attualmente incide per l’etichetta ECM di Manfred Eicher. Il suo ultimo album, realizzato in duo con il trombettista Avishai Cohen, si intitola “Playing the room” ed è uscito nel 2019 (c.f.r. rubrica “I nostri cd” del 30 gennaio 2020). A Milano però egli non ha suonato il jazz che ci si aspetta ovunque, si è rivolto ad autori, oltre a se stesso, come il brasiliano Ernesto Nazareth, il cubano Ernesto Leucona e l’americano Scott Joplin, tutti apparentati alla musica concertistica più che all’idioma afro-americano. E li ha eseguiti ‘iuxta propria principia’. Scelta non consueta essendo il jazz un “mantram” che ritorna come riferimento obbligato ogniqualvolta si parli di musica improvvisata, quasi che l’improvvisazione non possa ormai articolarsi secondo approcci che non siano quello, sincopato e reattivo, inaugurato da James P. Johnson, che del jazz si autoproclamava il padre. Avishai ha saputo andare oltre, al cuore di linguaggi lontani e mondi paralleli, guidato da una personale linea espressiva. Il virtuosismo non sembra essere la dimensione che più gli si confà. Non è un difetto, anzi, egli punta su altro. Ascoltandolo, il nostro orecchio si è preso una vacanza da quegli aspetti protervamente muscolari che spesso infestano le esecuzioni pianistiche. La capacità maggiore dell’artista israeliano, domiciliato in Francia, è sembrata invece il saper avvicinare tali musiche non ‘mainstream’ con raffinatezza, lirismo, sconfinando in altri mondi sì, ma in punta di piedi, l’improvvisazione limitata allo stretto necessario. Perché una bella melodia la si può porgere anche in purezza, senza forzature e manierismi. Ci siamo ritrovati allora in una camera degli specchi dove non soltanto il pianista ritrovava sé medesimo negli autori proposti, ma gli stessi sembravano riconoscersi e stringersi in vicendevoli abbracci, gemelli di quelli tra pensiero e suono.
Ho apprezzato in modo particolare l’idiomaticità con cui è stato riletto Scott Joplin, specie sotto il profilo della scelta dei tempi.
Joplin, considerato “cheap” da qualche male informato, è in realtà difficilissimo da eseguire con proprietà. Non è raro sentire il rag-time, questa così delicata mistura musicale, violentato da esecuzioni sguaiate, perennemente troppo rapide (il rag non va suonato velocemente), irrispettose dei colori e del delicato connubio tra armonia e ritmo approntato da Joplin. Avishai ha saputo conferire ai dispositivi apparentemente semplici quanto in realtà complessi di questa musica lo spirito e il make-up necessari, proponendolo non alla lettera ma in azzeccatissime rielaborazioni personali. Ernesto Nazareth è in fondo – possiamo dirlo? – una sorta di Joplin brasiliano, armonicamente anche più ricercato: così come Lecuona era detto Chopin cubano (ma anche Liszt cubano, Gershwin cubano e via denominando). Siamo sicuri, in Italia, di essere così ricchi da poterci permettere di ignorare questi compositori di terre lontane?
Comunque sia, le loro opere sono state ritratte dal paesaggista Yonathan Avishai con perizia. Il pubblico ha colto il rapporto splendidamente interiore intessuto tra esecutore e autori e si è abbandonato alla musica, come il gatto, chiatton chiattoni, ci si apparecchia tra le ginocchia e cade in stato alfa.


Che Yonathan abbia letto André Gide: “Non si vuole la felicità già fatta, ma su misura” ?
Il concerto è stato introdotto da Roberto Zadik il quale, con entusiasmo, sottolineava quanto la musica israeliana, di cui in Italia si conosce poco, sia variopinta, intessuta di voci diversissime d’accento, meritevole di figurare in una nuova avanguardia. Ben detto. Ma ci vorrebbe un’avanguardia di segno nuovo, che respiri aria libera, sganciata da avalli accademici. Il tempo nostro, complesso, frammentato e decadente, sommerso da sonorità e clangori, attende ancora di venir musicato. Di certo, musicisti come Yonathan Avishai sono un acconto su questi tempi futuri, che speriamo di veder nascere presto.
Se la rassegna “pianisti di altri mondi” aveva tra i suoi obiettivi quello di riappropriarsi di un senso più vasto della musica, dei repertori, degli stili esecutivi direi che ci sta riuscendo bene. Simili programmi si pongono al di fuori del consueto per metterci in rapporto col mondo, anzi permettono di osservarne di nuovi, e Yonathan Avishai ha proposto una musica del senso più che del consenso.
Perciò il pubblico lo ha accolto, dopo l’iniziale circospetto pudore, con affettuoso entusiasmo.
Ecco la scaletta del concerto:

1. Carioca (Nazareth)
2. Maple leaf rag (Joplin)
3. Danza Lucumi (Lecuona)
4. Tango (Avishai)
5. Batuque (Nazareth)
6. Confidencias (Nazareth)
7. Danza del Nanigos (Lecuona)
8. La Comparsa (Lecuona)
9. Lya (Avishai)
10. Elite Syncopations (Joplin)

Bis: La Vie en Rose e Starting from Tomorrow (Avishai)

Massimo Giuseppe Bianchi

A Proposito di Jazz ringrazia Cesare Guzzardella per le immagini inserite nell’articolo.

Due album, due concerti: “Taccuino di Jazz popolare” di Giovanni Palombo e “Leonard Bernstein Tribute” di Gabriele Coen 5et

Date le molteplici possibilità offerte da una ben attrezzata sala di registrazione capita sempre più spesso che la versione live del disco si discosti molto da quella incisa. E’ quindi con vero piacere che voglio presentarvi due album che contraddicono questa regola e che anzi, sotto alcuni aspetti, sono risultati più incisivi e avvincenti nella presentazione in teatro.

Sto parlando di “Taccuino di Jazz popolare” (Emme Record Label) e “Leonard Bernstein Tribute” (Parco della musica Records), il primo intestato a Giovanni Palombo, il secondo al Gabriele Coen Quintet. Ambedue i gruppi hanno presentato dal vivo più o meno gli stessi organici dell’album, e più o meno lo stesso repertorio, con una differenza temporale: nel caso di Palombo l’album è uscito prima della presentazione mentre per Gabriele Coen si è verificato l’esatto opposto.

Ed in realtà su queste stesse colonne è stato ampiamente documentato il concerto di Coen all’Auditorium Parco della Musica, dove il clarinettista e sassofonista si è presentato con Benny Penazzi violoncello, Alessandro Gwis pianoforte e live electronics, Danilo Gallo, contrabbasso e basso elettrico e Zeno de Rossi batteria. In questa sede si sono evidenziati due elementi fondamentali: da un  canto l’approfondita conoscenza dell’universo musicale da parte di Coen, il che gli consente di transitare con disinvoltura  dagli omaggi a Kurt Weill e John Zorn, a quest’ultimo rivolto al grande compositore, pianista, direttore d’orchestra e didatta americano Leonard Bernstein, che ha cercato con successo di creare una musica profondamente americana traendo spunto dal jazz e dalla tradizione ebraica; in secondo luogo, avvalendosi anche dei preziosi arrangiamenti di Andrea Avena, la capacità di riproporre in chiave jazzistica sia alcune delle canzoni  più note di West Side Story (1957), tra cui “Maria”, “Tonight” e “Somewhere”, sia alcuni brani di ispirazione ebraica come “Ilana the Dreamer”, “Yigdal” e “Chichester Psalms”, certo meno conosciuti al grande pubblico. Ebbene nel disco si rivive la stessa atmosfera del concerto: un gruppo che si muove all’unisono impegnato nel riprodurre in modo originale la musica di Bernstein, ben attento, però, a nulla perdere della pristina valenza. Di qui un’accurata scelta degli assolo, una tessitura armonica in cui perfettamente si inseriscono gli interventi di Penazzi al cello, una strepitosa sezione ritmica, una conduzione sicura e precisa da parte di Coen che al sax soprano e al clarinetto si fa apprezzare anche come solista.

Il chitarrista Giovanni Palombo è anch’egli una vecchia e cara conoscenza di “A proposito di jazz”. Con lui mi lega un rapporto, non di ieri, basato su stima professionale e umana. Giovanni Palombo è un musicista sotto molti aspetti atipico; non cerca a tutti i costi la luce dei riflettori e non ama entrare in sala di incisione se non ritiene di avere qualcosa di buono da dire. Ecco, in questo “Taccuino di Jazz Popolare”, Giovanni, ben coadiuvato da Gabriele Coen (clarinetto e sax), Pasquale Laino (sax ed elettronica), Benny Penazzi (violoncello), Alessandro D’Alessandro (organetto) e Francesco Savoretti (percussioni), ribadisce, attraverso le sue più recenti composizioni, i punti fondamentali della sua poetica. Vale a dire una concezione musicale che abbraccia diversi generi, dalla world music all’ethno jazz, al folk… senza trascurare riferimenti alla musica araba e a quella colta, soprattutto quando entra in azione lo stupefacente violoncello di Penazzi. Così l’ascoltatore è trasportato in una sorta di viaggio immaginario in cui l’omaggio agli Oregon si sposa con la “luna rossa” di Istanbul, o la toccante “Preghiera della madre” è seguita da un brano che trae ispirazione da un detto tradizionale romano “A Li Santi Vecchi Nun Se Dà Più Incenso”. Il tutto giocato sulla base di una perfetta intesa in cui, ferma restando la valenza di tutti i musicisti, mi piace sottolineare da un canto l’espressività di Palombo, che va ben al di là della semplice conoscenza strumentale, e il lavoro “di fino”, se mi consentite l’espressione, di Francesco Savoretti che con le sue cangianti e colorate percussioni ha offerto un sostegno preciso, incalzante e soprattutto mai invadente. Come si accennava, il disco è stato successivamente presentato in concerto con un organico un po’ diverso dal momento che mancavano Laino e D’Alessandro. Ma il risultato è stato in ogni caso superlativo. Il quartetto si è mosso lungo le direttrici cui prima si faceva riferimento evidenziando la capacità di fondere le diverse esperienze e personalità in un unicum di rara e preziosa originalità. Davvero trascinanti i dialoghi tra Coen e Palombo e ancora una volta prezioso il contributo del già citato Francesco Savoretti.

Gerlando Gatto

Le foto relative a “Taccuino di Jazz Popolare” sono di Cesare Di Cola, fotografo, che ringraziamo