I nostri libri

Prima di passare alla presentazione di quattro volumi, vorrei rispondere ad alcuni amici che mi chiedono perché le rubriche dedicate ai libri escono così di rado. La risposta è molto semplice: ascoltare un disco occupa due, tre ore. Leggere un libro, con la dovuta attenzione, molto di più.

Aldo Gianolio – “Il trombonista innamorato e Altre storie di jazz” – Robin Edizioni – pgg. 280, € 18,00
E’ possibile parlare seriamente di jazz ma inducendo il lettore ad un sorriso tanto più prezioso in questo momento storico così terribile? Certo è difficile, molto difficile, ma ci si può riuscire a patto che siano rispettate determinate condizioni: che lo scrittore sia veramente tale e cioè che sappia padroneggiare altrettanto bene la materia trattata (il jazz) e la lingua italiana; che lo stile narrativo sia piano ma non banale sì da condurre il lettore in una dimensione diversa dalla realtà ma del tutto credibile; che tutta l’opera sia pervasa da un sottile umorismo di fondo. Ebbene tutte queste caratteristiche le trovate appieno nel libro in oggetto, grazie alla competenza di Aldo Gianolio critico ben noto e apprezzato negli ambienti jazzistici.
Il volume si articola attraverso quaranta ritratti di jazzisti più o meno noti, in rigoroso ordine alfabetico, partendo da Cannonball Adderley per chiudere con Lester Young. In realtà molti di questi ritratti li avevamo già letti nel precedente libro dello stesso Gianolio, “A Duke Ellington non piaceva Hitchcock”, per cui “Trombonista innamorato” si presenta come una riedizione ampliata del precedente volume. L’impianto narrativo rimane ovviamente lo stesso: le storie sono raccontate dal musicologo John Ferro, in perenne polemica diretta con Bill Olsen, “biondino saccente della nuova critica di Chicago” ma più in generale con tutti gli altri critici di jazz.
Così Gianolio, attraverso Ferro, ci introduce nel mondo del jazz parlandoci, contemporaneamente della cultura afroamericana, dei locali dove si esibiscono i musicisti e le città americane dov’è nato e cresciuto il jazz.
Tutti e quaranta i ritratti sono godibili; personalmente ho molto apprezzato la descrizione della tempesta di sabbia che si è abbattuta sulla corriera di Fletcher Henderson e la descrizione del concerto alla Massey Hall di Toronto il 15 maggio 1953.
Comunque per chiudere preferisco soffermarmi su quello che dà il titolo al libro: il trombonista innamorato è un tale Alexander Balos “Williams, detto “Sandy” (1906-1991) il quale è divorato dalla passione per una donna, l’avvenente Magnolia. Nonostante il padre di lei l’abbia promessa in sposa a un facoltoso tabaccaio di Boston, il trombonista riesce comunque ad incontrare l’amata, a conquistarla tanto da fare l’amore “per quattro ore difilate senza risparmiarsi, dimagrendo ognuno come minimo due chili”.
Il libro è corredato da disegni assai gustosi dello stesso autore.

Maxine Gordon – “Dexter Gordon” – EDT/Siena Jazz – Traduttore: Francesco Martinelli – pgg. 320, € 22,00
Dexter Gordon è stato uno dei più grandi sassofonisti che abbiano attraversato la storia del jazz, personaggio assolutamente unico e non solo per la sua musica; un solo dato per lumeggiare al meglio quanto precedentemente detto: Gordon è l’unico jazzista che sia stato candidato all’Oscar come attore protagonista in “Round Midnight – A mezzanotte circa” il celebre film del 1986 diretto da Bertrand Tavernier, che vinse l’oscar per la migliore colonna sonora firmata da Herbie Hancock; sempre per la sua performance nel film Gordon vinse nel 1987 il premio Donatello quale miglior artista straniero. E ancora non è un caso se per tutto il 2013, in occasione dei novant’anni dalla sua nascita, venne celebrato in varie parti del mondo, dalla Danimarca agli Stati Uniti, dalla Francia alla Svezia, e così via.
Le complesse vicende che hanno accompagnato la vita artistica e umana del celebre sassofonista sono perfettamente lumeggiate in questo libro che, nato come una autobiografia, è stato poi ultimato dalla moglie Maxine e presentato in italiano con la sempre puntuale e competente traduzione di Francesco Martinelli.
Ciò premesso, bisogna dire che la lettura del libro è una vera gioia per chi ama il jazz e ancora di più per quanti ben conoscono l’arte di Dexter il quale viene a ragione considerato da un lato il musicista che ha portato il linguaggio del bebop sul sax tenore e dall’altro uno dei simboli del cool jazz.
Il libro prende le mosse da quel 1987 quando a Gordon venne l’idea di scrivere la sua biografia, impresa che avrebbe voluto affrontare con James Baldwin purtroppo scomparso nel dicembre di quello stesso anno. Gordon cominciò quindi a scrivere coadiuvato dalla moglie con l’intento di raccontare non solo la sua di storia ma anche “la storia della cultura dei musicisti di jazz più creativi, la storia dell’amore per James Baldwin e per altri brillanti scrittori, la storia del modo in cui l’America accoglieva e allo stesso tempo respingeva persone di colore tra le più intelligenti e creative”. Obiettivo raggiunto? Assolutamente sì.
Il fatto è che seguire la vita di Gordon è come vedersi scorrere dinnanzi agli occhi la storia stessa della musica jazz con le sue mille sfaccettature. Di qui l’affrontare due delle tematiche più importanti nella vita dei jazzisti afro-americani, la droga e l’emigrazione. Dexter cadde nelle spirali della tossicodipendenza per tutti gli anni ’50, essendo stato arrestato per la prima volta nel 1946 cui fece seguito due anni dopo la prima detenzione. E poi per tutti gli anni ’50 la scomparsa dai palcoscenici e il tentativo finalmente riuscito di liberarsi dalla scimmia. Nei primi anni ’60 l’altra svolta nella vita e nella carriera di Dexter: la voglia di lasciare gli States per trasferirsi in Europa, così come avevano fatto molti altri jazzisti. E nel vecchio Continente Gordon ottiene il successo che merita tano da ritornare a New York quattordici anni dopo accolto finalmente come una star.
Insomma una lettura allo stesso tempo interessante per quanto ci svela della vita di Gordon… e non solo, e piacevole per lo stile adoperato sempre coerente e soprattutto sempre lontano da qualsivoglia esercizio retorico.

Guido Michelone – “Musica e politica – Il ventennio che ha cambiato il mondo 1958-1978” – Melville Edizioni – pgg.300, € 19,90
Uno dei parametri per valutare la valenza di una pubblicazione è la quantità di informazioni che ci viene veicolata e il modo in cui le stesse sono articolate all’interno di un quadro coerente e ben strutturato.
Ecco, da questo punto di vista, il nuovo volume di Guido Michelone risponde appieno a chi dalla lettura di un volume si attende quanto sopra detto.
Se poi il lettore è stato egli stesso testimone degli avvenimenti narrati, ecco che il piacere della lettura si moltiplica…ed è quanto accaduto al vostro recensore che di quegli anni è stato testimone non sempre passivo.
In effetti il volume si occupa del rapporto tra musica e politica nell’arco temporale che va dal 1958 al 1978. Venti anni che sono stati determinanti non solo per la musica ma per il pianeta nella sua interezza. Ovviamente tutto questo si è riflesso con particolare virulenza sul nostro Paese che ha dovuto attraversare momenti davvero difficili e complicati.
Comunque, come accennato, il libro prende in esame soprattutto il rapporto tra politica e musica: la prima influenza la musica fra utopie, speranze, disillusioni, mentre la musica s’ispira alla politica nel costruire il presente e il futuro, senza perdere alcunché dell’identità comunicativa e del fascino spettacolare. La genesi del volume è illustrata dallo stesso autore laddove spiega che il libro “nasce da una serie di articoli pubblicati su quotidiani e riviste, nel corso degli ultimi anni: brevi saggi attraverso 29 leader carismatici che, in maniere spesso tra loro diversissime, simboleggiano un ventennio definibile rosso”. Ecco dunque sfilare sotto i nostri occhi, anno per anno, musicisti straordinari come, iniziando dal 1958, Gianni Coscia, Luciano Berio, John Cage…accanto a leader politici come Fidel Castro, Kennedy, Che Guevara…e via di questo passo fino all’ultimo anno preso in considerazione, il 1978, con tutte le drammatiche vicende che l’hanno purtroppo caratterizzato (su tutti rapimento e assassinio di Aldo Moro).
Per meglio lumeggiare il rapporto tra musica e politica, per ogni capitolo l’autore indica una serie di musiche (album o singoli pezzi) da ascoltare costruendo così un percorso musicale di grande interesse. Il volume è corredato da una ricca bibliografia mentre, personalmente, avrei molto gradito anche un indice analitico.
Insomma una lettura ed un ascolto che possono farci rivivere emozioni magari sepolte da uno spesso strato di nostalgia.

Luigi Onori – “PERIGEO Una storia tra innovazione e sperimentazione” – Stampa Alternativa – pgg. 125 € 14,00
Il mondo del jazz italiano conosce bene e apprezza le doti di Luigi Onori, del prof. Luigi Onori, quale critico e saggista informato e puntuale. Personalmente frequento Luigi da qualche decennio e non a caso mi onoro di annoverarlo tra i collaboratori del blog su cui state leggendo queste righe. Insomma non ci voleva certo questo volume per determinare ciò che penso di Onori, ma dal momento che adesso parliamo di libri diciamo subito che la storia del Perigeo, così come ci viene presentata in questa occasione, conserva intatta quella carica di prorompente novità che accompagnò la sua comparsa nel panorama musicale non solo italiano.
Siamo nei primissimi anni ’70, quindi almeno in parte lo stesso periodo analizzato da Michelone nel libro di cui sopra; esce il primo volume del Perigeo e Onori riesce ad inquadrare perfettamente il clima in cui si colloca questo album, un’atmosfera non del tutto favorevole a queste innovazioni che avrebbero collocato Tommaso e compagni tra i pionieri del jazz-rock italiano. Ecco quindi le stroncature da parte di personaggi da tutti considerati tra i massimi conoscitori del jazz confrontarsi con le opinioni di chi, viceversa, vede nel Perigeo il germe di una nuova musica molto più coerente e adatta al tempo che si vive. Ecco affermarsi l’ideologia dell’autoriduzione e della musica gratuita per tutti, fonte di grandi contrasti ideologici. Ecco, quindi le masse giovanili che accorrono ai concerti del gruppo, ecco un grandissimo come Joe Zawinul preoccupato del fatto di avere come spalla ad un concerto dei suoi Weather Report proprio il Perigeo. E chi scrive ricorda perfettamente quel periodo e di aver accolto immediatamente con grande favore quella nuova musica anche perché pochi anni prima – nel 1969 – avevo ascoltato Miles Davis presentare a Juan Les Pin alcuni brani della sua nuova straordinaria creatura “Bitches Brew”, “scintilla scatenante” – come ricorda Giovanni Tommaso – per la nascita e lo sviluppo del Perigeo.
Tutti questi elementi li ritroviamo nel libro di Onori che racconta la storia del gruppo con quello stile asciutto, piano, che gli è congeniale, facendo parlare spesso i diretti interessati, vale a dire i componenti del gruppo. Così il volume si apre tracciando una biografia dei singoli componenti: Giovanni Tommaso, Franco D’Andrea, Bruno Biriaco, Claudio Fasoli di estrazione jazzistica e Tony Sidney chitarrista di formazione classica ma presto trasferitosi nel campo del rock.
Nel secondo capitolo si analizza la nascita e la crescita del gruppo per ricostruire la storia “genealogica” del Perigeo; nel terzo si analizzano le registrazioni in studio e quelle dal vivo; nel quarto e ultimo capitolo una lunga intervista con Giovanni Tommaso, anima fondativa del gruppo.
Particolarmente interessante il capitolo in cui vengono analizzate le registrazioni del gruppo anche se per una più corretta fruizione è indispensabile accompagnare la lettura del testo con l’ascolto della relativa musica.
Il volume è corredato da una esaustiva bibliografia e da un sempre utilissimo indice dei nomi. Un’ultima notazione cui ricorro spesso: perché mettere le note a fine volume e non a pié di pagina come si faceva una volta?

I NOSTRI LIBRI:

Paolo Ceccarelli – “Roberto Nicolosi – Un grande maestro del jazz” – Zona Music Books – pgg.127 – € 17

Quando mi trovo a leggere un libro del genere, mi stupisco sempre di come l’autore sia riuscito a raccogliere una così grande massa di dati e soprattutto di come abbia fatto ad organizzarli in modo acconcio sì da rendere la narrazione gradevole.

Oggetto del volume in questione è la storia e la carriera di Roberto Nicolosi (Genova 1914 – Roma 1989), grande maestro del jazz, che ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere quando lavoravo a RadioUno occupandomi sempre di jazz.

Nel mondo del jazz sono molti i musicisti che nel corso degli anni non hanno avuto i riconoscimenti che meritavano. A questa nutrita schiera appartiene sicuramente Roberto Nicolosi cui questo libro rende finalmente giustizia.

Dotato di una solidissima preparazione di base, Nicolosi, laureato in medicina e diplomato al conservatorio, ha attraversato alcuni decenni della storia musicale italiana lasciando segni indelebili a testimonianza di un talento genuino. Il suo eclettismo gli ha permesso di spaziare tra diverse attività: da arrangiatore e compositore a conduttore di trasmissioni radiofoniche, da autore in riviste specializzate a giudice in concorsi jazzistici. Per non parlare del fatto che dal 1956 al 1972 ha scritto straordinarie colonne sonore, la cui fama ha valicato i confini nazionali per approdare negli Stati Uniti.

A tutto ciò si aggiunga il fatto che ha suonato con molti dei grandi del panorama musicale internazionale quali, tanto per fare qualche nome, Frank Rosolino, Conte Candoli, Tony Scott.

Dopo un breve excursus sulle origini famigliari, il lavoro si sviluppa su tre direttrici principali che corrispondono ai tre principali momenti della vita di Nicolosi, legati ad altrettante città: Genova, dove passa l’infanzia e l’adolescenza e coltiva la prima passione per il jazz; Milano, dove emerge come musicista, critico, arrangiatore e compositore; Roma, dove inizia l’attività di compositore di colonne sonore e trascorre il resto della vita.

Ad ognuno di questi periodi l‘autore dedica grande attenzione cercando di storicizzare ogni avvenimento e di collocarlo nella giusta cornice storico-sociale. Ecco quindi che, parallelamente alla carriera di Nicolosi, il lettore attento può crearsi un’idea di quel che accadeva nel mondo musicale… e non solo.

Particolarmente interessante la parte in cui viene lumeggiata l’attività di Nicolosi quale autore di colonne sonore, aspetto che, ne siamo sicuri, era rimasto finora misconosciuto alla gran parte degli appassionati seppur attenti.

Il volume è completato dall’analisi tecnica di due brani del jazz italiano d’avanguardia negli anni cinquanta; dalla trascrizione di due interventi dello stesso Nicolosi e di Renzo Nissim, tratti dal programma radiofonico “50: mezzo secolo della Radio italiana” 19° puntata; da affettuose testimonianze di altri musicisti; dall’elenco delle incisioni discografiche delle colonne sonore ovviamente di Nicolosi; da una esauriente bibliografia; pertinente il corredo iconografico.


Guido Michelone – “Il jazz e le arti” – arcana – gg.350 – €23,50

Guido Michelone, studioso ben noto ai cultori della musica afro-americana, ha da poco dato alle stampe un suo nuovo volume dal titolo quanto mai esplicativo: “Il jazz e le arti”.

L’argomento è di quelli che intrigano solo a parlarne: in effetti il jazz, già per sua natura costitutiva, è musica “meticcia” essendo nata dall’incontro tra diverse culture anche geograficamente assai lontane; nel corso degli anni si è poi caratterizzato per la capacità di intrattenere stretti rapporti con le altre espressioni artistiche anche al di fuori degli ambiti strettamente musicali.

Michelone esamina tutti questi ambiti “altri” in una carrellata a tratti entusiasmante di paragoni, raffronti, esempi, consequenzialità.

In particolare il volume si divide in 20 capitoli, ognuno dedicato ad un’arte diversa con cui il jazz è venuto a contatto dando e ricevendone linfa vitale. Ed eccole, una per una, le venti “arti” esaminate dall’autore: si parte con l’abbigliamento, per passare alle “pitture fra astratto e avanguardia” e quindi, in successione, l’architettura, i cartoon, il cover design, la danza, il documentario, il dvd, la fiction, la fotografia, il fumetto, la graphic novel, la jazz-poetry, la musicazione, la pittura, il rito, i soundies, il soundtrack, il teatro, la televisione.

Ora se i rapporti tra jazz e ad esempio la danza, il cinema, la televisione appaiono chiari e ben documentati, il lettore si chiederà sicuramente quali possano essere le connessioni tra jazz e altre arti ad esempio l’architettura. Ebbene, nella sua accurata analisi Michelone evidenzia come i linguaggi musicali non solo possiedano i propri luoghi di appartenenza, ma giungono persino a stabilire un parallelo tra suono e architettura intesa nel senso più ampio del termine (dall’arredamento all’urbanistica). Ebbene anche in quest’ambito il jazz conserva una sua precisa identità, peculiarità dal momento che occupa ambienti diversi rispetto sia alla musica classica sia al rock. Si parte così dai grandi spazi all’aperto in cui nascono e si sviluppano spiritual e blues, per passare alle case chiuse di Storyville, ai night club…fino ai grandi teatri, alle sale da concerto. E questo è solo un esempio dell’accuratezza, dell’acume con cui Michelone affronta ogni singolo argomento sì da condurre per mano il lettore in questo viaggio straordinario alla scoperta dei tanti, tantissimi legami che uniscono il jazz al mondo delle arti globalmente inteso.

Insomma un volume ricco di sorprese la cui lettura consigliamo anche a chi non si occupa prioritariamente di jazz.

Gerlando Gatto

 

I NOSTRI LIBRI

Camilla Poesio – “Tutto è ritmo, tutto è swing”- Quaderni di storia – Le Monnier – pgg.175 – € 14,00
Mai volume fu più attuale, forse al di là delle stesse intenzioni dell’autrice. In un momento storico in cui si parla tanto di fascismo, come se le camice nere fossero nuovamente in agguato alle porte di Roma, Camilla Poesio, Dottore di ricerca in Storia contemporanea presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in cotutela con la Freie Universität di Berlino, ci ricorda in poche pagine cos’era realmente il fascismo. Un regime liberticida, in cui nessuna forma di dissenso era tollerata, un regime che invadeva pesantemente ogni aspetto della vita del cittadino, decidendo per lui cosa fare, quali divertimenti scegliere, con quali restrizioni e quali permessi. Un regime che pretendeva addirittura di comandarti quali canzoni ascoltare e quali no, che censurava anche i titoli dei pezzi americani…arrivando al ridicolo di italianizzare “St. Louis Blues” in ” La tristezza di San luigi”.
Ebbene la Poesio incentra la sua analisi su quale fu, in quegli anni, la sorte del jazz nel nostro Paese, e lo fa con lucidità e precisione. Il jazz era giunto nel nostro Paese con i transatlantici di ritorno da New York, con gli emigrati, le grandi orchestre in tournée, i balli ma soprattutto la radio e il cinema. Per non parlare del fatto che alcuni illustri esponenti della nuova musica, quali Cole Porter, soggiornarono per un certo lasso di tempo, in alcune località italiane quali Venezia.
Ecco quindi uno scenario per lo meno contraddittorio al cui interno le autorità dominanti da un lato cercano di impedire la diffusione del jazz come musica proveniente dagli States, dall’altro, però, si rendono conto che questa musica fa presa sugli ascoltatori italiani, specie i più giovani, e cercano quindi di limitare i danni. Cosa fare, dunque? Giocando di sponda anche con la Chiesa che cannoneggia un giorno sì e l’altro pure contro i nuovi ritmi considerandoli amorali e pericolosi, il regime fascista cerca di incorporare nel suo seno anche queste nuove espressioni artistiche ma non ci riesce ché anche sotto le spire di una censura sempre più opprimente, il jazz conserva una propria identità con cui poi giunge sino ai nostri giorni.
Tutto ciò lo trovate ben illustrato nel libro in oggetto che caldamente raccomandiamo a chi segue queste vicende. Il volume è corredato da una ricca bibliografia e da un utile indice analitico
Un’ultima notazione di carattere metodologico: bisogna una volta per tutte mettersi d’accordo sulle note. Sono importanti o no? Se un autore le mette, e in gran quantità come in questo caso, è perché ritiene che debbano essere lette. Allora perché riunirle tutte alla fine del volume costringendo il lettore volenteroso ad un avanti e indietro con le pagine che alla fine ti stanca e lasci perdere? Non sarebbe molto più opportuno collocarle a piè di pagina?

Neri Pollastri – “Riccardo Tesi – Una vita a bottoni” – Squilibri – pgg 306 con CD – € 22,00

Ho conosciuto Riccardo Tesi nel 1994 a Sassari mentre stava registrando un disco, per altro molto bello, “Islà”, con un gruppo comprendente tra gli altri, Enzo Favata, Marcello Peghin, Federico Sanesi e Salvatore Maiore. Ne ebbi subito un’ottima impressione non solo del musicista, straordinariamente bravo ed originale tanto da essere considerato già allora il migliore organettista italiano, ma anche dell’uomo, aperto, cordiale, simpatico, che se aveva qualcosa da dire te la comunicava senza tanti orpelli.

Devo dire che questa impressione mi è stata confermata tutte quelle volte – in realtà non moltissime – in cui ci siamo successivamente incontrati. Ed in tutti questi anni Tesi si è costruito una solida reputazione affermandosi come uno dei musicisti più autorevoli della scena world europea, un musicista capace di far dialogare le sonorità “contadine” dell’organetto con il rock e con i più sofisticati linguaggi del jazz, della musica colta. Il tutto impreziosito dalle numerose collaborazioni con musicisti di assoluto livello internazionale quali, tanto per fare qualche nome, Caterina Bueno, Patrick Vaillant, Kepa Junkera, Gabriele Mirabassi e Gianlugi Trovesi. Ed è lo stesso Tesi a spiegare questo suo percorso: “ho studiato la musica del centro-sud Italia, quella sarda, ma poi ho capito che non sarei mai potuto diventare un musicista tradizionale. Ed è allora, quando mi sono messo a cercare la mia strada, che sono riaffiorati anche tutti i ricordi delle tante musiche che avevo ascoltato in passato: il rock, il jazz, la canzone d’autore, musiche distanti ma unite da un denominatore comune, il Mediterraneo, inteso come pensiero e come sensibilità”.

E’ quindi con grande piacere che mi sono accinto a leggere questo volume di Neri Pollastri sicuro di ritrovarvi tutte quelle caratteristiche umane e artistiche che ai miei occhi avevano caratterizzato Riccardo Tesi. E le mie attese non sono andate deluse.

Con quello stile essenziale e chiaro che lo contraddistingue, Neri Pollastri racconta la carriera di Tesi. Il volume è articolato in ben 30 capitoli che corrispondono grosso modo ad altrettanti momenti della vita artistica del musicista. Si parte, così, dai “primi passi con Caterina Bueno” per chiudere con un contributo di Ezio Guaitamacchi, critico musicale. In mezzo le varie tappe della carriera di Tesi raccontate con dovizia di particolari, impreziosite da un canto da interventi dello stesso Tesi, dall’altro da testimonianze di vari personaggi che con lui hanno collaborato. Ma non basta ché spinto dalla necessità di argomentare al meglio i contenuti del volume, Neri Pollastri illustra brevemente la storia dell’organetto, mentre Tesi ci racconta la bontà degli strumenti costruiti dalla ditta Castagnari, sul mercato da generazioni.

Prima del già citato contributo di Guaitamacchi, il volume contiene una interessante intervista dello stesso Neri Pollastri a Riccardo Tesi nel tentativo, all’approssimarsi del sessantesimo compleanno dell’artista, di “capire meglio l’uomo e il musicista rivolgendogli alcune domande dirette non solo su questioni artistiche ma anche personali e umane”.

Il volume è completato dagli spartiti di “Fulmine” e “Pomodhoro”, due brani di Riccardo Tesi, una ben articolata discografia (comprendente anche le collaborazioni), un ricco corredo fotografico e soprattutto un cd di brani selezionati che illustrano assai bene l’arte di Riccardo.

Gerlando Gatto

Le riflessioni di Marco Giorgi su “L’altra metà del Jazz” di Gerlando Gatto

Riflessioni indotte dalla lettura de “L’altra metà del Jazz” di Gerlando Gatto

Gerlando Gatto pubblica per KappaVu/Euritmica  “L’Altra Metà Del Jazz”, ideale prosecuzione del precedente “Gente Di Jazz”, che ha ottenuto molti riscontri positivi ma che ha anche ricevuto qualche bonaria critica. La moglie di Gerlando Gatto, infatti, così come anche l’attenta giornalista Claudia Fayenz a cui è affidata la prefazione, avevano notato che “Gente Di Jazz” conteneva esclusivamente interviste agli uomini del jazz e che la componente femminile ne era quindi assente. Non per assicurarsi la quiete familiare (happy wife happy life dicono gli americani), Gatto ha recepito l’osservazione e già nel corso della conferenza stampa di presentazione di “Gente Di Jazz” aveva promesso di realizzare un nuovo volume dedicato alle donne nel jazz. Dato che l’autore è una persona di parola, eccoci qui a scrivere del suo nuovo lavoro, una raccolta di bellissime conversazioni con artiste italiane e straniere. 
Al contrario del precedente volume, la nuova opera contiene per il 90% interviste realizzate specificatamente per questo libro. Anche se voi potreste pensare che un’intervista è solo un’intervista e che tante interviste insieme fanno un libro di interviste, il fatto che Gatto le abbia realizzate quasi tutte avendo in mente questo progetto editoriale conferisce al libro un carattere di unitarietà e omogeneità che è immediatamente rilevabile. 
Sono trenta le donne di questo libro, ordinate in rigoroso ordine alfabetico, e comprendono nomi noti e meno noti del panorama jazz nazionale e internazionale. Dalla cubana Daymé Arocena alla partenopea Maria Pia De Vito, da Petra Magoni a Tiziana Giglioni, da Karin Krog alla sfortunata Radka Toneff, da Ada Montellanico alla sudcoreana Youn Sou Nah, da Rita Marcotulli a Sarah Jane Morris, da Dee Dee Bridgewater a Enrica Bacchia…

(Radka Toneff)

Gatto riesce a far emergere la personalità delle varie musiciste, il loro spessore artistico e spesso umano. Qualche volta la conversazione scorre fluida e riesce ad esulare dall’ambito jazzistico scendendo più in profondità sino ad arrivare alla sfera personale, altre volte, quasi sempre con le artiste straniere, il riserbo per il privato ha il sopravvento e l’intervista viene saldamente ancorata all’aspetto tecnico artistico. Gatto è molto bravo a mettere le musiciste a proprio agio e a ricevere da loro informazioni sempre interessanti e mai banali.

La lettura del libro, soffermando l’attenzione soprattutto alle conversazioni con le artiste i cui nomi possono risultare meno familiari al grande pubblico, ci ha indotto ad alcune riflessioni. La prima è quanto lavoro, quanto amore, quanto impegno queste musiciste mettano nella loro professione. Quanta fatica si debba profondere per un applauso, quanto difficile sia la vita per chi ha scelto l’arte e il jazz in particolare, come scopo della propria vita. In tutto il libro non c’è mai un rimpianto, un “se avessi fatto un’altra cosa”, ma solamente la volontà di andare avanti e di migliorare e di non voltarsi indietro. La seconda riflessione che il libro di Gatto ci ha indotto a fare è che anche l’artista meno nota, che esprime il suo pensiero in questo libro, è importante, indipendentemente dall’apporto che è in grado di dare alla musica e al jazz. Di solito noi alziamo lo sguardo verso le stelle, ammiriamo chi per meriti propri o per sue fortunate traiettorie “ce l’ha fatta” e tendiamo invece ad ignorare chi al di sotto della volta stellata lavora con costanza e amore alla musica, pur nella consapevolezza che il successo è, il più delle volte, solo una chimera. Dovremmo invece smettere di scrutare costantemente il cielo con il telescopio e rivolgere il nostro sguardo sulla terra, come ha fatto Gerlando Gatto, andando a cercare attorno a noi la bellezza che ci circonda e che spesso, per nostri limiti o pigrizia, siamo portati a ignorare.

Marco Giorgi per www.red-ki.com

I nostri libri.

I nostri libri

Paolo Fresu – “La musica siamo noi” – il Saggiatore – 80 pagine, 15 euro

“So cosa ha spinto me a viaggiare e so cosa ho portato indietro. La musica” Sono le parole con cui Paolo Fresu, straordinario musicista e coinvolgente affabulatore, chiude il primo capitolo di questo suo breve volume dedicato alla musica, alla sua Berchidda… ma non solo ché nel suo sottolineare come attraverso i viaggi, attraverso la musica si possa costruire un ponte tra le diverse culture, l’artista sardo pone in primissimo piano la sua esigenza di uomo e di artista di adoperarsi per costruire un mondo migliore. Di qui la convinzione che l’arte più di tutto aiuti a vivere, insegni a vivere. “E solo adempiendo a questo compito l’artista può essere fedele alla sua natura più profonda”. Insomma un libro che parla sì di musica ma i cui confini vanno ben al di là.
In effetti il volume nasce da una conferenza sul tema ‘Musica e Cultura’ suggerita da Luca Formenton in occasione del traguardo dei mille titoli per la collana La cultura del Saggiatore. Non crediamo, quindi, di esagerare affermando che Fresu detti una sorta di filosofia di vita, in cui l’artista ha il compito precipuo di “agire sulla società, costruirla, farsi architetto o forse anche semplice manovale, insomma deve adoperarsi perché le cose cambino, perché il mondo vada in una direzione nuova e migliore”:
Ovviamente, riferendosi a sé stesso, lo strumento di Fresu è la musica che per lui rappresenta tutto, la vita stessa, la possibilità di rapportarsi con gli altri, una sorta di centro di gravità capace di dare un senso a tutto ciò che sta attorno. E nel parlare della musica Fresu dedica molto spazio alla sua creatura forse più amata, il Festival di Berchidda di cui ripercorre le tappe fondamentali sottolineando come ”Time in Jazz” abbia avuto il merito di scuotere alle fondamenta un sistema che trovava nell’immobilismo la sua principale ragion d’essere.
E alla stessa esigenza di scuotere il “pachiderma di una discografia oramai fossilizzata” risponde la creazione di “Tuk Music” etichetta cui Fresu dedica particolare attenzione a partire dalle copertine le cui foto, non a caso, sono presentate a colori nel volume in oggetto, la cui lettura è tanto piacevole quanto interessante.

Danilo Rea – ““Il jazzista imperfetto” RaiEri ed. – 237 pagine, 18 euro

La lettura di un libro può lasciarti soddisfatto se ti ha arricchito culturalmente o se ti ha trasmesso tutta una serie di emozioni magari facendoti andare indietro nel tempo con la mente e con il cuore. E’ proprio in questa seconda categoria che, almeno per me, va iscritto il volume recentemente edito dalla Rai e contenente una sorta di autobiografia di Danilo Rea scritta con l’ausilio di Marco Videtta, scrittore, sceneggiatore e produttore di successo.
In effetti molti degli eventi narrati dal pianista sono stati vissuti anche dal sottoscritto in primissima persona e così la lettura del “Jazzista imperfetto” si è man mano trasformata in una sorta di album dei ricordi. Ecco, quindi, riaffiorare alla mente gli anni Settanta, il “Trio” di Roma con Roberto Gatto e Enzo Pietropaoli che ebbi modo di ascoltare al Folkstudio del compianto amico Giancarlo Cesaroni, il quartetto con Massimo Urbani, le molte esibizioni di Chet Baker, le collaborazioni con Lee Konitz, i concerti al Capolinea di Milano e al Music Inn di Roma… e via di questo passo in una sorta di galleria che ci conduce fino ai giorni d’oggi, quando Danilo è giustamente considerato uno dei migliori pianisti anche al di fuori dei confini nazionali.
Rea, senza alcuna presunzione, rievoca, con stile piano ma non banale, le tappe che lo hanno portato al successo evidenziando sempre la sua peculiarità di “improvvisatore”: non a caso, nella quarta di copertina, afferma che “qualunque sia il fuso orario, ovunque mi trovi, quel che è certo è che stasera ancora una volta mi sfiderò, sperando che l’ispirazione arrivi: come la fame, il respiro, l’amore”. E quanto queste parole illustrino l’animo di Danilo può capirlo solo chi lo conosce bene.
Personalmente frequento e apprezzo Danilo da quando lo ascoltai per la prima volta con il Trio di Roma e ricordo benissimo un’intervista che gli feci nel 1980 n cui lo trovai ancora un po’ demoralizzato perché il successo tardava a arrivare ed io gli pronosticai che nel giro di pochi anni sarebbe diventato famoso anche al di fuori degli stretti confini del jazz. Fui fin troppo facile profeta e d’altro canto bisognava avere le orecchie otturate da una buona manciata di prosciutto – come si dice dalle mie parti – per non rendersi conto della valenza di Danilo.

I nostri libri

I nostri libri

Krin Gabbard – “Charles Mingus – L’uomo, la musica, il mito” – EDT pgg.330 €22,00

Accingersi alla lettura di un nuovo libro è avventura sempre entusiasmante…ci si immerge in un universo sconosciuto, disegnato dall’autore, e al termine di questo percorso puoi sentirti arricchito o deluso. Le aspettative sono di solito alte, gli esiti incerti. Di qui l’importanza delle primissime pagine che possono spingerti a proseguire con entusiasmo o, viceversa, a guardare con diffidenza ciò che segue.
Al riguardo devo precisare che quando mi accingo a leggere un volume che so di dover recensire, cerco di non perdere alcunché di ciò che l’autore vuol comunicare. Quindi attribuisco una certa importanza anche all’introduzione. Ed è proprio in questa primissima parte del volume che ho trovato una perfetta concordanza con il ‘sentire’ dell’autore Krin Gabbard, già docente di Letteratura comparata alla State University, a capo del dipartimento di Jazz Studies alla Columbia University e insegnante di tromba alla New York Jazz Academy. Gabbard definisce il gruppo che Mingus guidava nel ’75 come il ‘suo ultimo grande quintetto’ un gruppo che sapeva accelerare o rallentare in perfetta sincronia in un modo che nessun’altra formazione riusciva a fare. Insomma qualcosa di unico. Valutazione su cui concordo pienamente. In effetti quando mi si chiede qual è il concerto che più mi è rimasto impresso, io rispondo senza esitazioni quello del gruppo di Mingus che si esibì al Sistina di Roma il 17 marzo del 1975 e che annoverava Don Pullen al piano, Dannie Richmond alla batteria, Jack Walrath alla tromba e George Adams al sax tenore… insomma proprio la stessa formazione citata da Gabbard.
E proseguendo nella lettura del libro, un altro elemento che mi ha particolarmente colpito è la capacità dell’autore di farti entrare talmente dentro la materia trattata da invogliarti ad approfondirla ancora di più. Ecco quindi che leggendo questo “Charles Mingus” ho sentito il desiderio di riprendere in mano l’autobiografia del contrabbassista per meglio comprenderla alla luce delle osservazioni di Krin.
Al di là di queste preliminari osservazioni, tutto il libro è godibile dalla prima all’ultima riga, grazie anche ad una prosa fluida, scattante, priva di qualsiasi autocompiacimento letterario (ma in ciò un ruolo importante lo gioca la traduzione sempre puntuale di Francesco Martinelli).
Molto funzionale ed intelligente la quadripartizione del volume. Nella prima parte – “Un circo in una vasca da bagno” – si affronta la vita e la carriera artistica di Mingus illustrate con dovizia di particolari e con un andamento narrativo che non conosce pause. Il lettore è catturato dalle vicende umane e musicali di Mingus, da quanto i suoi problemi di salute fisica e mentale abbiano influito sugli alti e bassi della sua carriera e deve, perciò, seguirlo fino all’epilogo. Particolarmente toccanti le pagine in cui si parla, per l’appunto, della malattia che porterà l’artista ad una fine prematura.
Assolutamente originale ed innovativa la seconda parte – “Poeta, paroliere, autobiografo” – in cui le doti di Mingus quali per l’appunto l’essere ‘poeta, paroliere e autobiografo’ vengono inquadrate nel più generale contesto dei rapporti tra jazz e letteratura. Di qui alcune caratteristiche che rendono particolare la personalità di Mingus: così, a differenza di Baraka, Mingus non crede che le opere d’arte possano essere separate dal caos giornaliero della storia e della politica, tutt’altro! Non è quindi un caso che le parole scritte da Mingus per i suoi brani mettano in evidenza diversi aspetti della sua poetica: dall’amore perduto al paranormale… fino alla stupidità del razzismo foriero di tanta infelicità e alla altrettanto stupida resistenza dei bianchi ad accettare l’idea che l’umanità sia una sola. Secondo Gabbard il Mingus letterato verrà, comunque ricordato soprattutto per “Beneath the Underdog”, la sua autobiografia che l’autore mette a confronto con altre autobiografie di musicisti jazz sottolineandone gli aspetti di assoluta originalità specie laddove il contrabbassista mette a nudo la sua ricerca di una identità coerente, identità complessa che però non gli viene riconosciuta in una società da cui è visto semplicemente come “nero”.
Nella terza parte, “La musica della Third Stream e il resto della storia del jazz”, l’autore, nell’evidenziare i diversi aspetti che in qualche modo legano Mingus da un lato sia al bop sia al cool, dall’altro alla musica popolare del Sud America (con una spiccata predilezione per quella messicana) e al flamenco, fa rilevare un lato ancora poco lumeggiato della poetica mingusiana. Ci riferiamo alla sua monumentale composizione “Epitaph” eseguita nel 1989 al Lincoln Center, composizione che secondo Gabbard avvicina in modo inequivocabile Mingus a quella Third Stream teorizzata tra gli altri da Gunther Schuller.
Nella quarta parte, “Sul palco e fuori con Richmond, Dolphy e Knepper”, l’attenzione viene incentrata su questi tre musicisti che sono stati tra i collaboratori più fedeli e duraturi di Mingus nonostante i rapporti alle volte burrascosi specie con Jimmy Knepper.
Nell’ “Epilogo” si parla dei film che vedono la partecipazione di Mingus sia come autore della musica sia addirittura come comparsa non trascurando le pubblicità televisive che hanno a volte utilizzato musiche mingusiane a lumeggiare un altro aspetto della composita personalità dell’artista.
A completare il volume una ricca bibliografia e una ‘discografia scelta’ nonché un utilissimo indice analitico.
Insomma un libro da non perdere.

Ashley Kahn – “Kind of blue. New York, 1959. Storia e fortuna del capolavoro di Miles Davis” – Il Saggiatore – pgg 292 €28,00

I lettori di “A proposito di jazz” conoscono già Ashley Kahn in quanto è stato recensito il suo splendido volume “Il rumore dell’anima”. Lo scrittore si ripresenta al pubblico internazionale con questa nuova perla dedicata a “Kind of Blue” un album che a ben ragione viene considerato una pietra miliare nella storia musicale del ‘900. In effetti è praticamente impossibile che un amante del jazz non conservi nei suoi scaffali almeno una copia di questo capolavoro, magari una in LP e un’altra in CD. Ma, attenzione, il titolo non deve trarre in inganno: certo, la parte centrale del volume è imperniata sull’album in oggetto, ma c’è di più, molto di più. In effetti delle sedute di incisione che portarono alla nascita del capolavoro si comincia a parlare solo a pag. 112.
In precedenza, Ashley, con l’acume che gli è congeniale, si incarica di tracciare un quadro del musicista seguendone gli sviluppi stilistici e inquadrando il tutto nel contesto di una società statunitense che in quegli anni (siamo nella prima metà degli anni ’50) sta conoscendo profondi cambiamenti. E’ in questo periodo che nasce quel sound che caratterizzerà Miles nel corso di tutta la sua carriera, quel sound che troverà la sua massima esplicazione alla fine del decennio quando, nel 1959, darà vita al capolavoro in oggetto.
Come suo solito Kahn entra dentro le cose – se mi consentite l’espressione – nel senso che non si accontenta delle testimonianze raccolte a piene mani ma vuole vedere, constatare personalmente tutto ciò che riguarda l’oggetto della sua indagine. Di qui l’esame delle partiture originali, la visione di tutti i documenti che riguardano le sedute di incisione (anche se non strettamente inerenti al fatto musicale), l’ascolto attento, quasi maniacale dei nastri originali delle due sessioni che diedero alla luce Kind of Blue… insomma un esame a 360 gradi i cui risultati sono ora a disposizione di tutti.
Ed è davvero straordinario poter ascoltare l’album avendo a disposizione una sorta di guida all’ascolto che ti consente di penetrare nelle più recondite pieghe di una musica straordinaria. Così, attraverso le parole di Bill Evans, di John Coltrane e degli altri musicisti è come se noi stessi, con un balzo all’indietro di 59 anni, fossimo lì, in quello studio della Columbia, sulla trentesima strada di New York, a sentire le battute che si scambiarono i musicisti in quelle ore, i dubbi e le discussioni che segnarono la ricerca di una nuova strada che avrebbe portato al jazz modale… a partecipare, insomma, alla nascita di un capolavoro che, ovviamente, non veniva considerato tale da chi in quel momento lo stava creando ovvero Miles Davis, John Coltrane, Bill Evans, Cannonball Adderley, Jimmy Cobb, Paul Chambers e Wynton Kelly.

Amedeo Furfaro – “Agenda Jazz – Appunti di Jazz Appreciation” – CJC – pgg143 €8,00

Giornalista, critico musicale e musicista Amedeo Furfaro evidenzia una bella facilità di scrittura dando alle stampe una nutrita serie di volumi. L’ultimo arrivato è questo “Agenda Jazz” che prende spunto dalle vicende personali dell’autore che in tanti anni di attività pubblicistica, legata al jazz, ha avuto modo di approfondire molte situazioni legate a questo genere musicale. Di qui la ricchezza dei temi trattati nel libro così come brevemente elencati dallo stesso Furfaro nell’introduzione: “Jarrett ed Hancock, Mozart e Puccini, il latin tinge e i colori del jazz, la filatelia e la fotografia, la grafica umoristica e gli autografi, l’improvvisazione e il futurismo”.
Gustoso il primo capitolo in cui l’autore cerca di fornire delle risposte a quanti si chiedono quanto possa valere oggi un autografo di un grande del jazz.
Particolarmente stimolante –e proprio per questo degno di ulteriori approfondimenti – il capitolo dedicato al rapporto tra jazz e cartoni animati, rapporto che vive un momento particolarmente difficile dato che, eccezion fatta per sporadici episodi, il jazz sembra rarefarsi sempre più nei commenti sonori.
Fa riflettere il capitolo dedicato alla “Filatelia” laddove l’autore pone giustamente in rilievo come mentre in tutte le altre parti del mondo anche l’emissione filatelica abbia dato il giusto spazio e la dovuta importanza alla musica jazz, nel nostro Paese non si registra alcuna apertura costante al grande jazz italiano nonostante alcune figure del jazz made in Italy siano oramai apprezzate se non osannate a livello internazionale.
Dopo brevi scritti dedicati a Hancock, Jarrett, Patitucci ecco forse quella che a nostro avviso, è la parte più curiosa e interessante dell’intero volume vale a dire una raccolta di vignette già uscite in forma sparsa su “Musica News” in cui si ironizza sul jazz, sui jazzisti dimostrando, così, come si possa fare satira bonaria su un universo così particolare come quello jazzistico.
Non mancano riflessioni sulla musica colta (Il rapporto tra Mozart e il jazz), sulla lirica (Puccini), sul tango, alcune interviste (Noa Anja Lechner e Riccardo Fassi sulla musica di Zappa) e una serie di scatti fotografici “strappati – sottolinea l’autore a concerti degli anni ’80 con mezzi di fortuna “.
Il volume è corredato da tre indici. dei gruppi musicali, dei brani, dei musicisti

Pino Ninfa – “Racconti in Jazz” – Postcart – pgg.163 €13,50

Ninfa è uno dei migliori fotografi che il panorama culturale italiano possa vantare, e non abbiamo usato la parola ‘culturale’ a caso ché l’arte di Pino non si estrinseca solo nel jazz andando ben al di là dei confini nazionali con straordinari reportage focalizzati sul sociale e realizzati in località molto lontane e non particolarmente tranquille, per usare un eufemismo. Al riguardo mi piace ricordare “Round about Township”, un viaggio fotografico in cui Ninfa racconta con toccante sensibilità e partecipazione le difficili condizioni di vita delle periferie urbane di Johannesburg e Città del Capo, luoghi storici dell’apartheid, ancora oggi simbolo di povertà e malessere sociale.
Ma veniamo al libro in oggetto: spesso si sente dire che la fotografia rappresenta una sorta di documentazione ‘oggettiva’. A mio avviso niente di più sbagliato; la fotografia risente, eccome, da chi la fa: è il fotografo che sceglie l’inquadratura, le condizioni di luce, il momento in cui azionare lo scatto… è il fotografo, insomma, che crea la fotografia. E per rendersene conto basta osservare con attenzione quanto pubblicato nel libro in oggetto.
Tutti noi potremmo fotografare in un club o in teatro musicisti come, tanto per fare qualche nome, Enrico Intra, Abdullah Ibrahim, i Funk Off, ma saremmo in grado di dare alla foto la stessa forza espressiva, la stessa carica comunicativa che Ninfa infonde nelle sue creazioni? Francamente ne dubito dal momento che l’essere artisti non è prerogativa di tutti.
Ché, lo ripeto, di vere e proprie creazioni artistiche si tratta: c’è chi si esprime con il pennello, chi con le note, chi, come fa Pino, con la macchina fotografica. E i risultati sono eccellenti, dal momento che le immagini di Ninfa non si lasciano racchiudere in una cornice spazio-temporale ma raccontano storie ed emozioni che si prolungano nel tempo. La cosa è ancora più vera quando, come nel caso in oggetto, alle foto si accompagna una breve introduzione, un breve scritto che serve a contestualizzare la foto. Ninfa sa perfettamente di non essere uno scrittore e proprio per questo, nel corso di un’intervista, spiega come “il mio uso della parola è molto vicino al parlare quotidiano, mentre attraverso la mia sensibilità visiva riesco a essere più personale nel trovare storie da raccontare agli altri e a me stesso”.
Molte di queste foto le ho viste nel corso di una mostra realizzata all’Auditorium Parco della Musica di Roma e ricordo perfettamente l’impressione di ammirato stupore che mi hanno trasmesso nonostante conosco e apprezzo Pino da molto tempo. Questo per dire che non c’è una foto che mi abbia impressionato più delle altre: è un racconto che va gustato attimo dopo attimo, immagine dopo immagine.