Ici France, Ici Paris: annullati i festival Jazz di Vienne e Juan-Les-Pins

Le antiche arene di Vienne (Isère) che data dal I° Secolo D.C. e la celebre Pinède Gould di Juan-Les-Pins (Alpes-Maritimes) saranno stranamente silenziose questa estate. In effetti i festival “Jazz à Vienne” e “Jazz à Juan” sono stati annullati a causa del Covid 19. Coincidenza! La prima manifestazione (dal 25 giugno all’11 luglio) avrebbe dovuto festeggiare la sua 40° edizione e la seconda (dal 9 al 22 luglio), la sua 60° edizione.

“Jazz à Vienne” resta più che mai mobilitata per risollevarsi da questa situazione eccezionale e riconfermare ciò che ha costituito il suo DNA in tutti questi anni: proporre momenti forti e unici di condivisione e scoperta” hanno scritto gli organizzatori in un comunicato, precisando che “questa 40° edizione avrà luogo nel 2021 per i 40 anni del festival”.

“Jazz à Vienne” avrebbe dovuto in particolare ospitare Jamie Cullum, la Count Basie Orchestra, con la vocalist Patti Austin, così come la Jazz At Lincoln Center Orchestra (JLCO), diretta dal trombettista Wynton Marsalis.

Stesso discorso per “Jazz à Juan”. Considerato come “la culla del jazz in Europa”, e davanti “alla molto probabile assenza degli artisti americani (80% della programmazione)”, la Città d’Antibes/Juan-les-Pins e l’Ufficio del Turismo e dei Congressi hanno deciso di “rinviare la 60° edizione dal 9 al 25 luglio 2021” recita un comunicato. La “Jammin’ Summer Session”, che solitamente si svolgeva parallelamente al festival, è stata anch’essa annullata.

Herbie Hancock

Wynton Marsalis – ph Joe Martinez

“Jazz à Juan” aveva programmato una edizione particolarmente importante e prestigiosa con artisti quali Herbie Hancock, Diana Ross, Marcus Miller, Joe Lovano, Wynton Marsalis, Melody Gardot e ancora Gregory Porter e Lionel Richie.

Gli organizzatori danno appuntamento per la 4° edizione di “Jammin’ Juan”, il mercato dei professionisti del jazz dal 2 al 5 dicembre.

Oramai, l’incertezza pesa anche sugli altri festival di luglio, le cui programmazioni sono previste dopo metà mese come il “Nice Jazz Festival” (dal 17 al 21), “Jazz à Sète” (dal 13 al 21), “Jazz des cinq continents” à Marseille (dal 18 al 25) e “Les Nuits de la guitare” di Patrimonio (Corsica – da 20 al 27).

Quanto ai festival di agosto, questa è un’altra storia…

Didier Pennequin

Antibes/Juan-les-Pins 60 anni e non sentirli: Il programma del più longevo festival del jazz europeo

Decano dei festival di jazz in Europa, “Jazz à Juan” d’Antibes/Juan-les-Pins (dal 9 al 22 luglio) – che è stato il primo dei grandi festival estivi a annunciare il suo programma – ha posto l’accento per la sua 60° edizione sui fondamentali che hanno portato alla sua nascita e alla reputazione internazionale di cui gode oggi, vale a dire il jazz, con le inevitabili deviazioni verso il soul e il funk.

Presentata congiuntamente nel quadro del Bal Blomet a Parigi, da Audouin Rambaud, vicesindaco di Antibes, delegato al Turismo, e Philippe Baute, direttore dell’ufficio del Turismo sempre di Antibes, questa edizione 2020 si basa su alcuni grandi nomi che hanno fatto la leggenda della manifestazione, senza comunque dimenticare la nuova generazione.

Se si prescinde da Ibrahim Maalouf, che si è sempre rifiutato di “fare del jazz” (18 luglio) e una serata hip-hop funky con “The Soul Rebels”, di New Orléans, e “The Roots” (11 luglio), Marcus Miller, Herbie Hancock, Wynton Marsalis, Joe Lovano e Gregory Porter, faranno vibrare quella splendida Pineta Gould che ha visto, nel corso di sei decenni, sfilare tutto il gotha del jazz e quindi ospitato concerti mitici come quello di John Coltrane e del suo quartetto, nel luglio del 1965 con l’unica presentazione live del suo capolavoro “A Love Supreme” o quello di Miles Davis il 25 luglio 1969 con Wayne Shorter sax soprano e sax tenore, Chick Corea al Fender Rhodes piano elettrico, Dave Holland basso e Jack DeJohnette batteria presentando alcuni  brani che avrebbero fatto parte del suo straordinario “Bitches Brew”, concerto a cui era presente l’amico nonché direttore del sito che mi ospita, Gerlando Gatto.

L’apertura, il 9 luglio, sarà affidata a due figure del jazz funky, il sassofonista che si è posto in evidenza nell’orchestra di James Brown, Maceo Parker, e il bassista (nonché clarinettista) Marcus Miller che si è già esibito ben 14 volte a Juan, ovviamente in differenti organici. Una carta bianca sarà assegnata al musicista che questa volta farà salire sul palco, in veste di “very special guests”, altri artisti la cui identità è tenuta rigorosamente nascosta.

In chiusura si esibirà una vera e propria leggenda del rhythm’n’blues, il multi-premiato ai Grammy Wards e generatore di successi, Lionel Richie, et soprattutto una nuova e giovane voce venuta dal Canada, la cantante Dominique Fils-Aimé, che affascina per la soavità del suo timbro.

I momenti salienti del jazz

Nella programmazione del Festival non saranno dimenticati quanti sono stati capaci di trasmettere la tradizione del jazz nonché di interpretare il vero spirito di questa musica, personaggi sempre più rari anche per le problematiche legate all’età degli stessi.

Ecco quindi Herbie Hancock che, sulla soglia degli 80 anni (il 12 aprile), si esibirà il 17 luglio, quindi ben 57 anni dopo la prima apparizione con il quintetto di Miles Davis, e non v’è dubbio alcuno che anche questa volta saprà scaldare il pubblico con le sue tastiere sull’onda di un jazz binario, elettrico e fusion.

Il tandem Lee Ritenour (chitarra)/Dave Grusin (tastiere), e poi Wynton Marsalis (tromba) e Joe Lovano (saxes), incarnano questa generazione di mezzo che cresciuta nel rispetto della tradizione, hanno successivamente assicurato il passaggio del testimone.

Se i primi due traggono la loro ispirazione da un jazz-rock molto ritmato e si esibiranno il 13 luglio in apertura del concerto di Gregory Porter, Wynton Marsalis, alla guida della big band “Jazz at Lincoln Center Orchestra” (JLCO), si è risolutamente impegnato, oramai da molti anni, nella preservazione di un patrimonio e di un repertorio che ha costituito la quinta essenza del jazz (il 10 luglio).

Quanto a Lovano, “sideman di lusso” nel gruppo di Diana Krall, già à Juan anche lo scorso anno, viene a ben ragione considerato uno degli elementi di punta nel panthéon del sax e in questa occasione si esibirà con il suo nuovo quintetto “Sound Prints”, con Dave Douglas (tromba).

Ma un Festival del Jazz a Juan deve avere anche delle esclusive. Ecco quindi due dive.

Melody Gardot sarà accompagnata dall’ Orchestre Philarmonique de Monte-Carlo (12 luglio – nella prima parte il Trio d’Eric Legnini). E soprattutto una delle ultime vere dive della grande epoca della soul music e del rhythm’n’blues degli anni ’60, Diana Ross (76 anni il 16 luglio), volto della Motown, che sia con sia senza il suo gruppo vocale composto da sole donne, “The Supremes”, ha collezionato successi a livello internazionale. Questo sarà il suo primo concerto a Juan.

E a proposito delle nuove generazioni?

Preoccupati di dare una chance ai giovani che dovrebbero assicurare la perennità del jazz, gli organizzatori hanno invitato parecchi talenti emergenti. E’ il caso del giovane e brillante pianista originario di Bali, Joey Alexander (10 luglio – 16 anni appena), consacrato da Herbie Hancock, e l’eccellente virtuoso francese dell’accordéon Vincent Peirani (14 luglio), associato abitualmente al suo compagno di strada, Emile Parisien (sax-soprano) in seno al quintetto “Living Being”, che pratica una musica molto audace , frenetica, caratterizzata  da alti décibels e da un repertorio molto variegato che va da Led Zeppelin a Sonny & Cher …a Henry Purcell !

Spazio ancora alla gioventù con la batterista/cantante e compositrice francese Anne Pacéo (18 luglio), la Tom Peng New Grass Band, venuta de Shanghai, la cui musica originale s’inspira a quelle di Mongolia e di Cina, se non del sud degli Stati Uniti (!), e il pianista israeliano Tom Oren (14 luglio), già sideman del contrabbassista Avishai Cohen e del sax-tenore Eli Degibri.

Senza dimenticare la tradizionale serata gospel (19 luglio) con il duo africano Amadou & Mariam e i Blind Boys of Alabama.

In margine al Festival sarà proposta la “Jammin’ Summer Session”, emanazione estiva del mercato annuale del jazz battezzato “Jammin’ Juan”, che è una sorta di crogiuolo delle scoperte e delle rivelazioni del domani. L’edizione 2020 si terrà dal 2 al 5 dicembre.

Didier Pennequin / (Membro dell’ “Académie du Jazz” de France)

Il mercato francese dei professionisti del jazz

Con più di una ventina di show case, una giornata intera consacrata ai grandi format, la presenza di dozzine di responsabili di festival, di agenti, di manager e tour manager e di giornalisti, la terza edizione di Jammin’ Juan (dal 23 al 26 ottobre) ad Antibes/Juan-les-Pins ha dimostrato come questa manifestazione sia divenuta la vetrina e soprattutto il mercato francese dei professionisti del jazz.

Lilian Goldstein, direttrice del servizio musica e spettacoli dal vivo, la SACEM, ha tenuto a ricordare come questo appuntamento non sia un festival ma “innanzitutto un mercato destinato al jazz regionale e nazionale, anzi internazionale, o per dirla con altri termini, un modo di fare dei corsi per i professionisti del settore in vista dei concerti nei festival o nei jazz-club”. Una affermazione pienamente condivisa da Philippe Baute, direttore de l’«Office du tourisme d’Antibes/Juan-les-Pins et de “Jammin’ Juan” » che ha sottolineato che nel 2018 sono stati firmati più di 30 contratti e che non c’è nulla di peggiorativo nel parlare di un “mercato” dei professionisti del jazz.

Da parte sua, Alain Paré, responsabile del club le Pan Pier à Paris, ha annunciato di aver già selezionato quattro gruppi tra quelli presentati durante gli show case per dei  concerti nella capitale.

Cominciata sotto condizioni atmosferiche proibitive la manifestazione si è conclusa nella calma più assoluta, con un sole radioso e una temperatura primaverile, dopo aver conosciuto qualche bel momento musicale soprattutto nella giornata di chiusura, come già detto il 26 ottobre, consacrata alle big band con quattro significative formazioni.

Questa maratona di grandi orchestre era iniziata già alla vigilia con la presenza sulla scena di “Danzas”, un largo ensemble jazz/classico condotto dal pianista/direttore d’orchestra/compositore & arrangiatore Jean-Marie Machado. Il punto di forza di questa performance, perfettamente oleata e rodata, è stato senza dubbio il vocalist bernese André Minvielle, che ha rivisitato con humour e devozione parecchie canzoni di Bobby Lapointe (cantante francese – 1922/1972 – noto soprattutto per i suoi testi ricchi di giochi di parole e ossimori).

Come accennavamo, quattro ensemble erano presenti per la giornata “Grands formats” “Les Rugissants”, la “Tullia Morand Orchestra”, la “Line Kruse Orchestra” et “Bigre”.

Se il primo, un tentetto, è costituito da giovani talenti usciti dai conservatori parigini e se l’ultimo rassomiglia più ad una grande fanfara (20 musicisti e una sola donna trombettista) delle Beaux-Arts malgrado la presenza della cantante Célia Kameni, la palma dei più coinvolgenti spetta a due donne ‘direttrici’: Tullia Morand et Line Kruse.

Sassofonista baritono, compositrice, arrangiatrice Tullia Morand dirige i suoi dodici musicisti lasciando ad un invitato a sorpresa, l’elegante ballerino di tip-tap Fabien Ruiz, il compito di vivacizzare lo show soprattutto quando egli improvvisa con agilità e un coté dandy su “Heart Of My Heart”, divenuto in francese “Plus je t’embrasse….”, immortalato da Blossom Dearie.

Comunque il momento clou di questa ultima serata è stato incontestabilmente rappresentato dalla prestazione della violinista danese Line Kruse alla testa di una big band di 17 musicisti tra i quali figurano parecchie personalità come Pierre Bertrand (sax/flauto), Minino Garay (percussioni), Denis Leloup (trombone) e Stéphane Huchard (batteria). Fedele alle sue abitudini, la delicata compositrice e arrangiatrice ha condotto il pubblico e gli addetti ai lavori in viaggio: a Cuba prima dell’uscita del suo nuovo CD, Invitation” (Continuo Jazz), in America latina, con una composizione afro-peruviana o negli Stati Uniti, con la riproposizione di uno standard dei fratelli Gershwin, “Fascinating Rhythm”. Davvero straordinari inviti musicali da parte di una eccellente musicista dalla scrittura ricercata.

Oltre a concerti e incontri, “Jammin’ Juan” è stata anche l’occasione di molteplici show case, vetrine della vivacità e dell’ardore della scena jazz attuale.

Se vi è stata una sorta di inflazione di trio piano -contrabbasso-batteria (sei in tutto!) – ispiratisi soprattutto o quasi esclusivamente a Bill Evans, Keith Jarrett, Brad Mehldau o E.S.T. – il più interessante è stato quello di Alex Montfort (Samuel F’Hima, contrabbasso, Tom Peyron, batteria). Contrariamente agli altri, il giovane pianista trae infatti ispirazione da Mulgrew Miller, Jason Moran, McCoy Tyner o Herbie Hancock. Un ottimo punto di partenza in questa epoca di clonazioni!

Altra scoperta il duo Nicolas Gardel/Rémi Panossian, già riconosciuto per le sue molteplici qualità. Il trombettista e il pianista, che già conoscevamo da alcuni anni, hanno condotto ad un alto livello di creatività e di inventiva una formula lontana dall’essere evidente, formula che li ha portati a riprendere con disinvoltura un classico del passato come “Caravan” di Duke Ellington/Juan Tizol.

E per restare nell’ambito del jazz più canonico, stile Jazz Messengers per intenderci, tanto di cappello a Josiah Woodson e il suo 5tet, “Quintessentiel”. Il trombettista/chitarrista già sideman di Beyoncé , ha presentato un jazz post be bop e hard bop potente, energico, fedele a una certa tradizione e che trasporta. Da scoprire…

A parte gli show case e i concerti, è stata anche organizzata una tavola rotonda dal titolo «Le donne del jazz », a seguito di una inchiesta intitolata “La rappresentanza donne-uomini nel jazz e le musiche improvvisate” realizzata dall’AJC, l’associazione Grands Formats, la FNEIJIMA (Federazione nazionale delle scuole di influenza jazz e musiche attuali), Opale e in cooperazione con l’ADEJ (Associazione degli insegnanti di jazz) .

Uno studio volontariamente riduttivo perché si esamina unicamente la rappresentanza donne-uomini (o vice-versa) in Francia. Come se il jazz – musica universale – si arresti alle frontiere interiori dell’Esagono (la Francia) o come se la stessa Francia sia l’ombelico del jazz! Questa inchiesta, che arriva alla conclusione per cui “il jazz e le musiche improvvisate sono attraversate da una netta divisione sessuale del lavoro, orizzontale ma anche verticale” avrebbe meritato di essere estesa se non all’Europa almeno ad alcuni dei nostri prossimi vicini… Ma forse, in quei casi, la comparazione sarebbe stata meno lusinghiera e in nostro sfavore…!

Didier Pennequin

(Trad. Gerlando Gatto)

Attribuiti a Parigi i premi de l’ Académie du Jazz

I premiati de l’Académie du Jazz

Senza voler parafrasare lo slogan della campagna elettorale di Donald Trump, bisogna riconoscere che la cerimonia dell’attribuzione dei premi 2017 dell’Accademia del Jazz, presieduta da François Lacharme , ha confermato la predominanza degli artisti venuti d’oltre Atlantico rispetto ai loro colleghi europei e/o francesi. Un’evidenza che non si può discutere!

Il tutto nel corso di una bella serata in cui alcuni dei premiati, come Christian McBride, hanno dato una lezione di contrabbasso e di swing unica prima di raggiungere, nel finale improvvisato, l’impressionante, comunicativa e calda blueswoman Thornetta Davis. Ma ecco a chi sono andati i singoli premi che non hanno certo bisogno di ulteriori commenti:

– Premio Django Reinhardt (musicista francese dell’anno): la meravigliosa cantante Cécile McLorin Salvant (che ha la doppia nazionalità)

– Gran Premio dell’Accademia del Jazz (miglior disco dell’anno): Christian McBride Big Band con “Bringin’ It” (Mack Avenue/PIAS);

François Lacharme e Christian McBride

– Premio per la Migliore Riedizione e/o Miglior Inedito (ex-aequo): Thelonious Monk per “Les liaisons dangereuses 1960” (Sam Records – Saga/PIA) e Lucky Thomson “Complete Parisian Small Group Sessions – 1956-1959” (Fresh Sounds/Socadisc);

– Premio Soul: The Como Mamas  : “Move Upstairs” (Daptone/Differ-Ant);

– Premio Blues: Thornetta Davis : “Honest Woman” (Sweet Mama Music).

E, in un registro molto vicino, il premio del Disco Francese attribuito all’eccellente pianista, scrittore Laurent de Wilde per il suo “New Monk Trio” (Gazebo/L’Autre Disribution).

François Lacharme e Karin Krog

Gli altri riconoscimenti hanno incoronato  la vocalist svizzera Susanne Abbuehl (premio del miglior Musicista europeo per la sua opera), il sassofonista Michel Pastre (premio del Jazz Classico per il suo album, “Tribute to Lionel Hampton” – Autoproduction), la leggendaria vocalist norvegese, Karin Krog (premio del Jazz Vocale per il cofanetto “The Many Faces of Karin Krog 1967 – 2017” – Odin/Outhere), e ancora Pierre Fargeton (premio del Libro Jazz per “André Hodeir, le jazz et son double” – Edition Symétrie).

Didier Pennequin

Christian McBride

Thornetta Davis

François Lacharme e Susanne Abbuehl

Vecchie glorie e stelle nascenti al Blue Note Xperia Lounge Festival

soul-eyes daybreaks

Due venerabili veterani – Charles Lloyd et Al Jarreau – un talento che torna al jazz – Norah Jones – e parecchi rappresentanti della nouvelle vague quali Robert Glasper, Christian Scott, Trombone Shorty et Kandace Springs formano l’ossatura della nuova edizione del Blue Note Xperia Lounge Festival che si svolgerà a Parigi dal 15 al 22 novembre.
Dopo aver debuttato sulla scena jazzistica nel 2002 e aver vinto non meno di cinque Grammy Awards, l’anno seguente la pianista e cantante Norah Jones, 37 anni, ha intrapreso altre strade molto più redditizie dal punto di vista economico come il pop-jazz, il folk, il country, il soft-rock e il soul. Il che ha ovviamente deluso quanti avevano risposto molte speranze in quella che consideravano un astro nascente della mitica scuderia “Blue Note”. Dopo una dozzina d’anni, l’artista torna con il suo ultimo album, “Day Breaks”, alle sue radici jazz e blues. E’ sufficiente, al riguardo, ascoltare ” Carry On “, molto orientato verso il blues, o ancora la sua ripresa di ” Fleurette africaine (African Flower) “, una composizione di Duke Ellington registrata nel 1963, e ” Peace ” di Horace Silver. E da notare la presenza di jazzmen straordinari come Wayne Shorter (saxes), Lonnie Smith (organo) e Brian Blade (batteria) – già presenti nel suo primo album  – per constatare il desiderio della pianista/cantante di allontanarsi dalle strade seguite in precedenza… Ma fino a quando? (il 15 Salle Pleyel & il 21 nov. à L’Olympia – concerti sold out).
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