Il mercato francese dei professionisti del jazz

Con più di una ventina di show case, una giornata intera consacrata ai grandi format, la presenza di dozzine di responsabili di festival, di agenti, di manager e tour manager e di giornalisti, la terza edizione di Jammin’ Juan (dal 23 al 26 ottobre) ad Antibes/Juan-les-Pins ha dimostrato come questa manifestazione sia divenuta la vetrina e soprattutto il mercato francese dei professionisti del jazz.

Lilian Goldstein, direttrice del servizio musica e spettacoli dal vivo, la SACEM, ha tenuto a ricordare come questo appuntamento non sia un festival ma “innanzitutto un mercato destinato al jazz regionale e nazionale, anzi internazionale, o per dirla con altri termini, un modo di fare dei corsi per i professionisti del settore in vista dei concerti nei festival o nei jazz-club”. Una affermazione pienamente condivisa da Philippe Baute, direttore de l’«Office du tourisme d’Antibes/Juan-les-Pins et de “Jammin’ Juan” » che ha sottolineato che nel 2018 sono stati firmati più di 30 contratti e che non c’è nulla di peggiorativo nel parlare di un “mercato” dei professionisti del jazz.

Da parte sua, Alain Paré, responsabile del club le Pan Pier à Paris, ha annunciato di aver già selezionato quattro gruppi tra quelli presentati durante gli show case per dei  concerti nella capitale.

Cominciata sotto condizioni atmosferiche proibitive la manifestazione si è conclusa nella calma più assoluta, con un sole radioso e una temperatura primaverile, dopo aver conosciuto qualche bel momento musicale soprattutto nella giornata di chiusura, come già detto il 26 ottobre, consacrata alle big band con quattro significative formazioni.

Questa maratona di grandi orchestre era iniziata già alla vigilia con la presenza sulla scena di “Danzas”, un largo ensemble jazz/classico condotto dal pianista/direttore d’orchestra/compositore & arrangiatore Jean-Marie Machado. Il punto di forza di questa performance, perfettamente oleata e rodata, è stato senza dubbio il vocalist bernese André Minvielle, che ha rivisitato con humour e devozione parecchie canzoni di Bobby Lapointe (cantante francese – 1922/1972 – noto soprattutto per i suoi testi ricchi di giochi di parole e ossimori).

Come accennavamo, quattro ensemble erano presenti per la giornata “Grands formats” “Les Rugissants”, la “Tullia Morand Orchestra”, la “Line Kruse Orchestra” et “Bigre”.

Se il primo, un tentetto, è costituito da giovani talenti usciti dai conservatori parigini e se l’ultimo rassomiglia più ad una grande fanfara (20 musicisti e una sola donna trombettista) delle Beaux-Arts malgrado la presenza della cantante Célia Kameni, la palma dei più coinvolgenti spetta a due donne ‘direttrici’: Tullia Morand et Line Kruse.

Sassofonista baritono, compositrice, arrangiatrice Tullia Morand dirige i suoi dodici musicisti lasciando ad un invitato a sorpresa, l’elegante ballerino di tip-tap Fabien Ruiz, il compito di vivacizzare lo show soprattutto quando egli improvvisa con agilità e un coté dandy su “Heart Of My Heart”, divenuto in francese “Plus je t’embrasse….”, immortalato da Blossom Dearie.

Comunque il momento clou di questa ultima serata è stato incontestabilmente rappresentato dalla prestazione della violinista danese Line Kruse alla testa di una big band di 17 musicisti tra i quali figurano parecchie personalità come Pierre Bertrand (sax/flauto), Minino Garay (percussioni), Denis Leloup (trombone) e Stéphane Huchard (batteria). Fedele alle sue abitudini, la delicata compositrice e arrangiatrice ha condotto il pubblico e gli addetti ai lavori in viaggio: a Cuba prima dell’uscita del suo nuovo CD, Invitation” (Continuo Jazz), in America latina, con una composizione afro-peruviana o negli Stati Uniti, con la riproposizione di uno standard dei fratelli Gershwin, “Fascinating Rhythm”. Davvero straordinari inviti musicali da parte di una eccellente musicista dalla scrittura ricercata.

Oltre a concerti e incontri, “Jammin’ Juan” è stata anche l’occasione di molteplici show case, vetrine della vivacità e dell’ardore della scena jazz attuale.

Se vi è stata una sorta di inflazione di trio piano -contrabbasso-batteria (sei in tutto!) – ispiratisi soprattutto o quasi esclusivamente a Bill Evans, Keith Jarrett, Brad Mehldau o E.S.T. – il più interessante è stato quello di Alex Montfort (Samuel F’Hima, contrabbasso, Tom Peyron, batteria). Contrariamente agli altri, il giovane pianista trae infatti ispirazione da Mulgrew Miller, Jason Moran, McCoy Tyner o Herbie Hancock. Un ottimo punto di partenza in questa epoca di clonazioni!

Altra scoperta il duo Nicolas Gardel/Rémi Panossian, già riconosciuto per le sue molteplici qualità. Il trombettista e il pianista, che già conoscevamo da alcuni anni, hanno condotto ad un alto livello di creatività e di inventiva una formula lontana dall’essere evidente, formula che li ha portati a riprendere con disinvoltura un classico del passato come “Caravan” di Duke Ellington/Juan Tizol.

E per restare nell’ambito del jazz più canonico, stile Jazz Messengers per intenderci, tanto di cappello a Josiah Woodson e il suo 5tet, “Quintessentiel”. Il trombettista/chitarrista già sideman di Beyoncé , ha presentato un jazz post be bop e hard bop potente, energico, fedele a una certa tradizione e che trasporta. Da scoprire…

A parte gli show case e i concerti, è stata anche organizzata una tavola rotonda dal titolo «Le donne del jazz », a seguito di una inchiesta intitolata “La rappresentanza donne-uomini nel jazz e le musiche improvvisate” realizzata dall’AJC, l’associazione Grands Formats, la FNEIJIMA (Federazione nazionale delle scuole di influenza jazz e musiche attuali), Opale e in cooperazione con l’ADEJ (Associazione degli insegnanti di jazz) .

Uno studio volontariamente riduttivo perché si esamina unicamente la rappresentanza donne-uomini (o vice-versa) in Francia. Come se il jazz – musica universale – si arresti alle frontiere interiori dell’Esagono (la Francia) o come se la stessa Francia sia l’ombelico del jazz! Questa inchiesta, che arriva alla conclusione per cui “il jazz e le musiche improvvisate sono attraversate da una netta divisione sessuale del lavoro, orizzontale ma anche verticale” avrebbe meritato di essere estesa se non all’Europa almeno ad alcuni dei nostri prossimi vicini… Ma forse, in quei casi, la comparazione sarebbe stata meno lusinghiera e in nostro sfavore…!

Didier Pennequin

(Trad. Gerlando Gatto)

Attribuiti a Parigi i premi de l’ Académie du Jazz

I premiati de l’Académie du Jazz

Senza voler parafrasare lo slogan della campagna elettorale di Donald Trump, bisogna riconoscere che la cerimonia dell’attribuzione dei premi 2017 dell’Accademia del Jazz, presieduta da François Lacharme , ha confermato la predominanza degli artisti venuti d’oltre Atlantico rispetto ai loro colleghi europei e/o francesi. Un’evidenza che non si può discutere!

Il tutto nel corso di una bella serata in cui alcuni dei premiati, come Christian McBride, hanno dato una lezione di contrabbasso e di swing unica prima di raggiungere, nel finale improvvisato, l’impressionante, comunicativa e calda blueswoman Thornetta Davis. Ma ecco a chi sono andati i singoli premi che non hanno certo bisogno di ulteriori commenti:

– Premio Django Reinhardt (musicista francese dell’anno): la meravigliosa cantante Cécile McLorin Salvant (che ha la doppia nazionalità)

– Gran Premio dell’Accademia del Jazz (miglior disco dell’anno): Christian McBride Big Band con “Bringin’ It” (Mack Avenue/PIAS);

François Lacharme e Christian McBride

– Premio per la Migliore Riedizione e/o Miglior Inedito (ex-aequo): Thelonious Monk per “Les liaisons dangereuses 1960” (Sam Records – Saga/PIA) e Lucky Thomson “Complete Parisian Small Group Sessions – 1956-1959” (Fresh Sounds/Socadisc);

– Premio Soul: The Como Mamas  : “Move Upstairs” (Daptone/Differ-Ant);

– Premio Blues: Thornetta Davis : “Honest Woman” (Sweet Mama Music).

E, in un registro molto vicino, il premio del Disco Francese attribuito all’eccellente pianista, scrittore Laurent de Wilde per il suo “New Monk Trio” (Gazebo/L’Autre Disribution).

François Lacharme e Karin Krog

Gli altri riconoscimenti hanno incoronato  la vocalist svizzera Susanne Abbuehl (premio del miglior Musicista europeo per la sua opera), il sassofonista Michel Pastre (premio del Jazz Classico per il suo album, “Tribute to Lionel Hampton” – Autoproduction), la leggendaria vocalist norvegese, Karin Krog (premio del Jazz Vocale per il cofanetto “The Many Faces of Karin Krog 1967 – 2017” – Odin/Outhere), e ancora Pierre Fargeton (premio del Libro Jazz per “André Hodeir, le jazz et son double” – Edition Symétrie).

Didier Pennequin

Christian McBride

Thornetta Davis

François Lacharme e Susanne Abbuehl

Vecchie glorie e stelle nascenti al Blue Note Xperia Lounge Festival

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Due venerabili veterani – Charles Lloyd et Al Jarreau – un talento che torna al jazz – Norah Jones – e parecchi rappresentanti della nouvelle vague quali Robert Glasper, Christian Scott, Trombone Shorty et Kandace Springs formano l’ossatura della nuova edizione del Blue Note Xperia Lounge Festival che si svolgerà a Parigi dal 15 al 22 novembre.
Dopo aver debuttato sulla scena jazzistica nel 2002 e aver vinto non meno di cinque Grammy Awards, l’anno seguente la pianista e cantante Norah Jones, 37 anni, ha intrapreso altre strade molto più redditizie dal punto di vista economico come il pop-jazz, il folk, il country, il soft-rock e il soul. Il che ha ovviamente deluso quanti avevano risposto molte speranze in quella che consideravano un astro nascente della mitica scuderia “Blue Note”. Dopo una dozzina d’anni, l’artista torna con il suo ultimo album, “Day Breaks”, alle sue radici jazz e blues. E’ sufficiente, al riguardo, ascoltare ” Carry On “, molto orientato verso il blues, o ancora la sua ripresa di ” Fleurette africaine (African Flower) “, una composizione di Duke Ellington registrata nel 1963, e ” Peace ” di Horace Silver. E da notare la presenza di jazzmen straordinari come Wayne Shorter (saxes), Lonnie Smith (organo) e Brian Blade (batteria) – già presenti nel suo primo album  – per constatare il desiderio della pianista/cantante di allontanarsi dalle strade seguite in precedenza… Ma fino a quando? (il 15 Salle Pleyel & il 21 nov. à L’Olympia – concerti sold out).
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Monte-Carlo Jazz Festival. Largo ai crooners

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Ciò che stupisce quando Mario Biondi, dalla voce così superbamente grave, attacca il suo recital è la sua straordinaria somiglianza con Barry White. Tutto nelle intonazioni vocali, i ritmi, la musica fortemente intrisa di soul, di funk e di rhythm’n’blues, la scrittura melodica delle canzoni, ci ricorda l’immensa creatura d’un successo planetario degli anni ’70 « You Are The First, The Last, My Everything », conosciuto per la sua taglia imponente e i fiumi di sudore che imperlavano il suo viso quando era sulla scena. Come il suo “antenato” l’elegante vocalist italiano, crooner muscoloso, si indirizza quasi unicamente alle donne, sa affascinarle,, catturarle, farle vibrare grazie a questa voce grave, e tuttavia bella, adescatrice. Il tutto sostenuto da una musica di qualità che ben restituisce quell’universo particolare del r&b dei decenni trascorsi.

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Da quando è apparso sulla scena del jazz vocale all’inizio del 2010 Gregory Porter ha conosciuto una carriera folgorante, restando sempre fedele alle radici del jazz, vale a dire blues e gospel, e conservando una profonda devozione per il suo nume ispiratore, Nat King Cole. Come il suo ‘predecessore’, egli riesce, attraverso brani originali o la ripresa di successi funk, a trasmettere al pubblico la sua emozione in modo molto toccante. La sua voce di tenore, dal timbro chiaro, limpido, talvolta acuta e sensibile, è come un organo dal fascino irresistibile. Egli esprime tutta la profondità del suo canto quando interpreta le sue composizioni come « On The Way To Harlem », « Hey Laura » e si esprime in duo con il suo pianista, Chip Crawford, in « Wolf Cry ». Senza mai dimenticare il suo modo molto personale di rivisitare e far swingare dei successi soul o funk come « Papa Was A Rolling Stone », « Hit The Road Jack » o ancora lo standard « I Fall In Love To Easily ». Ma il concerto raggiunge il suo acme quando Gregory intona il successo che l’ha fatto conoscere al grande pubblico, « 1960 What ? ». Ascoltando questa voce così pastosa e meravigliosa si capisce immediatamente che Gregory Porter, che conosce bene anche lo scat, possiede tutte le qualità che ci si augura di trovare e di scoprire in un cantante di jazz. Insomma un uomo che vive attraverso le sue canzoni.
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Malgrado il tempo che passa Paolo Conte nulla ha perduto della sua bella voce grave del suo charme e soprattutto del suo stile coì particolare ed originale. Accompagnato da un’ orchestra composta da una decina di musicisti, , il pianista/compositore e poeta italiano – che si è man mano trasformato da cantante in fine dicitore – riprende alcune delle sue canzoni che l’hanno reso famoso e attraverso le stesse fa vivere al pubblico fiumi di emozioni e di sentimenti forti .Così, in rapida successione, ascoltiamo « Come di », « Dancing », « Le chic et le charme » e soprattutto « Diavolo Rosso », una lunga melodia dalle origini dell’Europa dell’Est condotta da un’infaticabile chitarrista in cui lo swing la fa da padrone assoluto. Una sorta di ritorno ai suoi primi amori per il jazz.
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Proveniente dal rock e dal blues, Hugh Coltman si è innamorato del jazz e soprattutto dell’universo musicale di Nat King Cole. Per rendere omaggio a colui che era l’archetipo del crooner e allo stesso tempo pianista di assoluto livello, il vocalist britannico ha voluto, con bravura ed anche una certa originalità, reinterpretare i grandi successi di Nat King Cole come « Sweet Lorraine », « Mona Lisa », « Smile » (un brano composto da Charles Chaplin) che trovano così una nuova giovinezza. E che dire della stupefacente interpretazione di « Nature Boy » (divenuto uno standard del jazz) in cui il batterista Raphaël Chassin ha offerto un solo che, partendo da una bella dolcezza e souplesse, è venuto crescendo in potenza, prima di ritornare alla melodia e rilanciare tutto lo charme del brano. Grande arte!

Monte-Carlo Jazz Festival. una decima edizione aperta e prestigiosa

Marcus Miller

Marcus Miller

Fedele alla sua politica d’apertura e d’innovazione, Jean-René Palacio, il direttore della manifestazione e della SBM (Société des bains de mer) attribuirà una ‘carte blanche’ al contrabbassista/compositore Avishai Cohen. Colui che era stato scoperto negli anni ’90 da Chick Corea e che successivamente ha affermato il proprio stile non etichettabile dal momento che trae spunto da diverse fonti, jazz, hard-bop, world, musiche tradizionali,  pop…, presenterà il 26 novembre una creazione originale durante una serata di gala, sotto gli ori della magnifica sala Garnier dell’Opera, con la partecipazione del suo Trio abituale (Nitai Hershkovits, piano e Daniel Dor, batteria) e  l’Orchestra Filarmonica del Principato che aveva già avuto l’opportunità di accompagnare a due riprese – nel 2008 e nel 2013 – il multistrumentista Marcus Miller.

Bassista elettrico, specialista del clarinetto basso, compositore, arrangiatore e leader, Marcus Miller premiato diverse volte nel corso della sua oramai lunga carriera, presenterà il suo nuovo album “Afrodeezia” assieme a musicisti gnawa e africani. Un incontro che, questa estate a “Jazz à Juan” aveva dato luogo ad una musica estremamente festosa, colorata e ricca di groove.

Se il festival aprirà le sue porte con “James Farm”, il gruppo del sassofonista Joshua Redman (23 novembre), la parte più interessante sarà forse quella riservata alle voci maschili e femminili. Dal lato femminile sono attese Melody Gardot, la cui voce carezzevole si è recentemente orientata verso il soul, la diva classica  Barbara Hendricks che ha fatto registrare un ritorno alle sue radici, in particolare agli spirituals, al gospel al blues e la giovane vocalist belga Selah Sue. (altro…)