Jazz e diritto d’autore: il plagio musicale

In natura nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, secondo Lavoisier.
E in musica? Come avviene che l’ispirazione, attraverso la combinazione di note musicali, dia luogo a sonorità che si presume siano, fino a prova contraria, nuove?
Sono interrogativi che meriterebbero attente riflessioni. In questa sede ci si vuol solo soffermare sulla possibilità che la creazione artistica riproduca, in modo più o meno consapevole, delle «preesistenze». Col rischio che, superata una data soglia, si possa configurare il plagio musicale e cioè un’ «appropriazione indebita» del frutto dell’ingegno creativo di altri. Il che accade allorché, ad esempio, tra due canzoni «la cadenza della traccia solista sulla struttura degli accordi è uguale o molto simile» all’altra ( www.plagimusicali.net) .

La lesione, di tipo morale ed economico, va inquadrata nella tematica del diritto d’autore e riguarda principalmente quella larga serie di controversie inerenti in gran parte il campo della musica leggera rock e pop, in cui l’aspetto economico è prevalente. In Italia la disciplina, fondata su codice civile e legge sul diritto d’autore del 1941, si va assestando gradualmente grazie a dottrina e giurisprudenza, sia italiana che europea. Ma torniamo al plagio. «Anche Mozart copiava» è il titolo del volume edito da Auditorium nel 2004 di Michele Bovi, uno specialista della materia, che riconduce il fenomeno del «prelievo» già alla musica classica.
Meno toccato dal contenzioso appare il jazz anche se, per una tale musica di contaminazioni e sintesi di materiali diversi, è vitale a volte oltrepassare confini musicali con il rischio teorico di sconfinamento in «terra» altrui.
Ciò non avviene di norma con la semplice ‘citazione’, prassi diffusa nella musica neroamericana, che può assumere in genere un valore di ricordo, omaggio, tributo ovvero scherzo riguardoso o semplicemente richiamo a un qualcosa di già noto magari con ammiccante occhiolino all’ascoltatore o allo spettatore per meglio catturarne l’attenzione. Si tratta dunque di una pratica retorica e stilistica che trova fondamento nella propria dichiarata ed esplicita evidenza, ovviamente da contenere entro dovuti limiti.
Escludiamo poi dal novero delle ipotesi di possibile plagio la semplice ‘assonanza’ poiché, essendo 12 le note musicali, può capitare, e spesso capita, che fra composizioni ci sia un ché di assonante.


Altra situazione possibile si ha con il ‘camuffamento’. Nel servizio Tg2 Dossier «La musica in tribunale» del 2 marzo 2002, disponibile anche in rete, postato il 4 giugno 2019, è il ricordato Bovi a raccogliere una breve quanto illuminante intervista con Giorgio Gaslini. Nella stessa il Maestro spiega come il ‘camuffamento’, tipico nel dopoguerra del bebop, sia ben distante dal caso giuridicamente sanzionabile del plagio.
Al riguardo, con esempi al pianoforte, e partendo dal brano «How High The Moon», evidenzia come «depurando» il tema ma conservando la sequenza degli accordi, Charlie Parker abbia sovrapposto la sua «Ornithology», accelerandone il tempo, al sopraddetto standard di Morgan Lewis.


La stessa Ella Fitzgerald, in una splendida versione di «How High the Moon», ha costruito su quegli stessi accordi delle linee di canto in cui ripete di pari passo il tema di «Ornithology».

È, questo, un gioco di innesti che si presta a mille opzioni. Ma attenzione! Pur essendo i primi accordi di «There’ll Never Be Another You» uguali a quello di «Bluesette», gli sviluppi rispettivi seguono percorsi assolutamente differenti.
E poi se prendiamo «At Last» di Warren, costruita su un comune giro armonico, sono quelle note bluesy in 7 a renderne originale la traccia principale.
È assodato allora come sia il nucleo melodico di un brano – la Siae chiede di segnare otto battute sul bollettino di deposito della Sezione Musica – la chiave per individuare un eventuale magari inconsapevole «copia e incolla», con possibile strascico di contestazioni.
Esiste in materia un’ampia letteratura. James Newton denunciò i Beastie Boys per violazione di copyright avendo il gruppo rap effettuato un campionamento di sei secondi di un brano del flautista nel proprio «Pass the Mic». Non era sufficiente per il jazzista aver incassato una quota di diritti rapportata allo spezzone di musica prelevato, e sostenne infatti la tesi che gli fosse dovuto un ammontare proporzionato all’intera durata del brano. La nona corte d’appello di San Francisco nel giugno 2005 gli diede torto reputando i sei secondi non bastevoli a configurare l’intera composizione (cfr. dirittodautore.it).
Nel blues ha fatto epoca il caso del famoso hit «Whole Lotta Love» dei Led Zeppelin per le parti identiche a «You Need Love» interpretata da Muddy Waters ( rollingstone.it 1 agosto 2018).

A fare il punto della situazione è oggi ancora una pubblicazione di Bovi, già apprezzato di recente in «Note segrete. Eroi spie e banditi della musica italiana» (Graphofeel, 2017). Lavoro, quest’ultimo, che conteneva spunti di storia (parallela) del jazz come nel capitolo su Il fascino recondito del night club: «se l’elegante Green Mill Jazz Club di Chicago fu per i primi quarant’anni del secolo scorso uno degli originari ritrovi della storia del night club e insieme salotto di svago per Al Capone e tutti i suoi accoliti d’epoca proibizionismo, così l’esclusivo Copacabana di New York, diretto (dietro le quinte) da Frank Costello e Joe Adonis, ne fu il degno successore»: locali che ospitarono artisti come Ellington, Sinatra, la Holiday, Dean Martin…
Il nuovo libro «Ladri di canzoni. 200 anni di liti musical-giudiziarie dalla A alla Z» (Hoepli) si presenta come un’indagine a tutto campo ricca di notizie e chicche («Yesterday» dei Beatles con l’antenata nel repertorio napoletano del settecento per esempio) che tocca diversi musicisti nel ruolo sia di attori che di convenuti processuali.
Il jazz vi compare in diversi casi. Come Beppe Mojetta, pioniere del jazz di casa nostra, oggetto nel 1954 di una sentenza sfavorevole per la sua «Una canzone e quattro lacrime» in una causa intentatagli da Giuseppe Fugazza. Ed era stato il jazzista Avo Uvezian ad accusare per primo di plagio la famosa «Strangers in The Night» del direttore d’orchestra Bert Kaempfert, cavallo di battaglia di Frank Sinatra.
Nel libro compaiono altri nomi altisonanti di protagonisti della musica americana come Burt Bacharach, menzionato per la sua crociata contro i criteri abituali di trattare il plagio musicale in una messe di vertenze giudiziarie.
Nello specifico la proposta è una commissione di artisti super partes esterna alle aule giudiziarie.
Altri nomi noti alle cronache jazzistiche sono quelli di Bing Crosby, Judy Garland, Kyle Eastwood…

Il problema resta quello di sempre: la chiara delimitazione di ciò che è lecito e ciò che non lo è, e come soppesare il valore artistico del riutilizzo e del «riconfezionamento» .
Che Gaber e Luporini abbiano ripreso il «Voyage» di L. F. Celine non può far scandalo se si pensa che gli autori di «Far finta di essere sani» sono gli inventori del Teatro Canzone, hanno cioè dato forma a un inedito mix artistico. Maneggiare materiali già in circolazione non è dunque pratica riprovevole, tutt’altro. Le biografie di Bach e Haendel, Leoncavallo e Lloyd Webber (di cui si parla nel libro ampiamente) ne sono a riprova. Johann Mattheson asseriva che i prestiti sono ammissibili, e si era in quell’epoca barocca che ha altre analogie col jazz, come l’improvvisazione.
Sul piano giuridico la sentenza della Cassazione 3340/15 ha fra l’altro individuato, a proposito di plagio, la interessante figura del «cuore» di un testo poetico-letterario.
Un elemento di valutazione in più, a livello musicale, potrebbe essere il Plus Valore, concetto clonato dalle categorie economiche, in quanto elemento che caratterizza l’innovatività di una composizione, il suo di più rispetto a precedenti «affinità».
Questi e altri concetti radicati nello «stare decisis» potrebbero convergere in possibili linee guida nell’attività dei periti in questa materia sempre più internazionale e sempre più «internautica».
Da segnalare, infine, sulla tutela dei diritti nel web della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la sentenza C-264/19, del 9 luglio, attinente a violazioni del diritto d’autore (cfr. Guida Rapida 1 «Il Sole 24 Ore», 13/7/20) in cui si demanda fra l’altro agli stati membri la facoltà di prevedere più ampi strumenti di collaborazione a favore dei titolari di proprietà intellettuali. La palla dunque passa a chi ha il potere/dovere di intervenire, raccogliendo un segnale di alto indirizzo giurisprudenziale che non va lasciato cadere nel vuoto.

Amedeo Furfaro

Al via una nuova collaborazione tra AFIJ, Associazione Fotografi Italiani di Jazz e la nostra testata. Intervista a Pino Ninfa

La bellezza del Jazz risiede nelle sue infinite forme e sfaccettature e noi di A Proposito di Jazz lo sappiamo bene, essendo sempre a caccia delle emozioni e delle suggestioni che questa musica è capace di generare.

Il nostro lavoro di comunicatori, promotori e recensori del Jazz sarebbe manchevole se le nostre parole non fossero accompagnate dalle immagini, preziosa testimonianza visiva dei nostri racconti… perché crediamo che, una volta finita la musica, le parole e le immagini possano continuare a mostrare l’anima del musicista, percorrendo quel filo di Arianna che lo unisce al suo pubblico. Le parole e le immagini sono la musica che va oltre, che si può sentire anche guardando, leggendo, ricordando… Non a caso tutti i nostri pezzi sono sempre corredati dalle foto gentilmente concesse dai nostri amici fotografi.

Per tutto questo, quando abbiamo appreso che dodici fotografi italiani di jazz, dopo un percorso durato oltre un anno, hanno formato un’associazione, l’AFIJ, con tanto di Atto Costitutivo, Statuto e soprattutto dotandosi di un Codice Etico con le linee guida per gli associati, abbiamo pensato che sarebbe stato bello presentare l’iniziativa e seguirne l’evoluzione, dedicandole una rubrica fissa sul nostro portale, per farvi conoscere da vicino i fotografi che ne fanno parte – che sono al momento una trentina – e pubblicando, a turno, il profilo di ognuno di essi e una galleria dei loro lavori più rappresentativi.

Prima di passare alle singole presentazioni, che avranno cadenza mensile, iniziamo con una selezione di immagini dei soci fondatori, che sono: Giuseppe Arcamone, Antonio Baiano, Giuseppe Cardoni, Riccardo Crimi, Luca d’Agostino, Umberto Germinale, Pino Ninfa – che abbiamo intervistato per voi – Andrea Palmucci, Luciano Rossetti, Andrea Rotili, Domenico Scali e Paolo Soriani.

Da maggio del 2019 l’AFIJ è entrata a far parte della Federazione Nazionale Il Jazz Italiano, presieduta da Paolo Fresu, nata nel 2018 su iniziativa delle quattro associazioni rappresentative del settore: i-Jazz (l’associazione dei festival italiani), MIdJ (realtà che raggruppa i musicisti jazz), e le neonate AdeidJ (Associazione delle etichette indipendenti di jazz) e Italia Jazz Club (associazione dei jazz club).

Molte sono le iniziative a cui l’associazione ha già partecipato, tra le quali ricordiamo le mostre fotografiche: “Nuova Generazione Jazz”, nell’ambito di “Jazzahead” a Brema, “Il jazz italiano per le terre del sisma” a L’Aquila a cura di Paolo Soriani, alla Triennale di Milano, per “Jazzmi”, dove Luciano Rossetti ha esposto i suoi lavori per i 50 anni ECM. Tra i workshop: il progetto multimediale al Conservatorio di Cosenza, con performance di musica e fotografia degli allievi fotografi seguiti da Pino Ninfa, e dei musicisti coordinati dal maestro Nicola Pisani, quello di Jimmy Katz a Morrovalle, nello studio di Andrea Rotili e persino in India, dove Ninfa ha tenuto il corso “Visione e Improvvisazione nell’era tecnologica” all’Indian Institute of Engineering Science and Technology, Shibpur (IIEST Shibpur).

E ancora, in Friuli Venezia Giulia, a cura di Luca d’Agostino: un protocollo su “Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento” (ex “alternanza scuola/lavoro”) con l’Istituto Alberghiero Pertini di Grado a GradoJazz by Udin&Jazz, frutto di una sinergia tra Anpal Servizi (Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro), Lotus Flower, e l’Associazione Euritmica e un laboratorio formativo al Liceo Artistico Statale Sello di Udine durante Jazz&Wine of Peace, in collaborazione con il Circolo Culturale Controtempo.

Recentemente l’AFIJ ha premiato il vincitore della borsa di studio per giovani fotografi, che diventerà una mostra ospitata al Blue Note di Milano (già pronta ma purtroppo saltata causa Covid-19).

I fotografi AFIJ partono dunque dall’assunto che la fotografia sia parte fondamentale della cultura legata al jazz, di cui si conosce la storia, oltre che per la musica, anche per le immagini che l’hanno raccontata attraverso gli obiettivi di fotografi come Herman Leonard, William Claxton, Francis Wolff, William Gottlieb. Questi maestri della fotografia hanno creato una iconografia storica che si affianca ai suoi protagonisti e ne diviene testimonianza imprescindibile per capire l’evoluzione di questa cultura musicale nel corso degli anni.

Uno degli scopi principali dell’AFIJ è inoltre quello di conferire quella dignità che il ruolo del fotografo professionista merita nel contesto jazzistico e, più in generale, nello scenario più vasto dei festival e della comunicazione. L’Associazione, in totale sinergia e condivisione di intenti, sarà dunque una squadra compatta, un collettore di progetti, un punto di riferimento per i giovani talenti che si affacciano a questo affascinante mondo, portando energia nuova ma senza mai dimenticare che l’attività di fotografo dev’essere affrontata con serietà, dignità e spirito di collaborazione.

Marina Tuni

Quattro domande al fotografo Pino Ninfa, tra i decani dei fotografi jazz (ma non solo…) e Presidente dell’associazione

Pino Ninfa

Della genesi dell’AFIJ abbiamo parlato poc’anzi; c’è qualcosa che desideri aggiungere sulle motivazioni hanno portato voi fotografi a riunirvi in modo ufficiale?
Intanto che ho accettato di fare il presidente perché vorrei poter fare arrivare dei giovani fotografi in AFIJ e quindi creare uno scambio di vedute e di esperienze fra generazioni di fotografi.
Per fare questo abbiamo realizzato un concorso con relativa borsa di studio per fotografi under 35.
Contribuire a sviluppare una identità come categoria in una realtà come quella attuale, dove la figura del fotografo non ha l’importanza che meriterebbe per capacità e professionalità.

Una foto ben fatta ha un’anima e soprattutto mostra l’essenza del musicista, quel filo, dicevamo, che lo unisce al suo pubblico. Spesso, quando scrivo un articolo, una recensione, mi soffermo a pensare al peso, all’impatto che ogni singola parola potrà avere in chi mi legge… È una grossa responsabilità, non trovi? Capita anche a te di pensarlo per le fotografie che scatti?
Si certamente anche se da tempo devo dire che oltre all’idea di come rappresentare un musicista mi interessa il contesto in cui opera. A questo proposito mi viene in mente una frase di Faulkner: “Non abbiamo mai visto niente allo stesso modo, ma guardavamo la stessa cosa”. Ecco, sono stimolato nell’incontrare visioni da offrire allo spettatore per condividere con lui le atmosfere di quel momento, offrendogli una mia personale visione.

-La musica, si sa, è una fenomenale attivatrice di emozioni.. anche estetiche, se vogliamo. Esiste persino una ricerca che dice che le nostre menti hanno la capacità di elaborare una sorta di libreria musicale che riesce a richiamare, attraverso una singola emozione collegata ad un brano, una multiforme combinazione di sentimenti ad esso associati. Quando scatti una fotografia, quanto la tua mente è condizionata dal fatto che ti piaccia o meno la musica dell’artista che stai fotografando e quanto ciò influisce sul risultato finale?
Molte delle foto che faccio sono in situazioni dove non c’è musica, nel senso che mi piace incontrare il musicista non solo sul palcoscenico. Quando lo fotografo durante un concerto la musica ha la sua influenza, insieme al  fascino dell’atmosfera che lo circonda.

Quando, appena diciassettenne, sei partito dalla tua Catania per trasferirti a Milano, sapevi già quale direzione avresti voluto dare alla tua vita? L’arte fotografica, la musica, l’impegno nel sociale facevano già capolino al tuo orizzonte?
No, tutto è arrivato dopo. Mi ha aiutato essere un appassionato di musica prima che un fotografo.
Amare l’arte cercandone segreti per arrivare in profondità. Col tempo ho imparato che il jazz è un principio che si può applicare in molti ambiti e che l’improvvisazione è una storia importante al pari di cogliere l’attimo. Tutte e due hanno bisogno di conoscenza e talento per poterle applicare in quello che si vorrebbe dire e fare.

(Marina Tuni)

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Marilena Paradisi, vocalist

Marilena Paradisi, vocalist, intervista raccolta da Gerlando Gatto

Marilena Paradisi

-Come sta vivendo queste giornate
“Sto cercando di vivere in modo positivo questo periodo di quarantena, a casa, ovviamente, come tutti.  Confesso all’inizio è stata molto dura un senso di smarrimento, di oppressione, la conta delle vittime giornaliera che ancora non finisce, il sentirsi confusi su informazioni non sempre chiare dei media. Umore alterno. Ma dobbiamo andarci fino in fondo. Difficile pronunciarsi adesso. Dobbiamo solo resistere”.

-Tutto ciò come ha influito sul suo lavoro?
“Penso come a tutti quanti, una vera tragedia, i pochi concerti faticosamente racimolati annullati, o raramente riprogrammati. Progetti parcheggiati. Scuole di musica chiuse, qualche allievo affezionato in lezioni online, ma insomma direi ci avviciniamo allo zero totale”.

-Pensa che nel prossimo futuro sarà lo stesso?
“Che dire?  Adesso la priorità è uscire da questo tunnel, dopo? Si prevede una tale crisi economica, che non oso pensare.  E l’effetto di questo allontanamento sociale? Quanto ci vorrà per poter andare a un concerto rilassati? Con la mascherina? O la musica si farà solo con appuntamenti online? Non esisterà più un’audience? Si spenderanno soldi per la musica?  Era già difficile prima, ora sono molto preoccupata, aspettiamo e vedremo”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Come dicevo, lo zero è molto vicino, i soldi finiscono se non si lavora! Ma mi reputo fortunata, rispetto a chi sta soffrendo, o combattendo in prima linea, o chi ha figli da sfamare, io per me, sopravvivo con poco”.

-Vive da sola o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo da sola per scelta.  Diciamo che non amo le convivenze. Non mi pesa la solitudine. Certamente mi manca, come a tutti, quello stare insieme agli altri, rilassato, giocoso, senza remore, la socialità quella bella che ti riempie il cuore, quel movimento sociale, quel fermento di idee, lo scambio, ma ho ricevuto anche tante prove di amicizia vera in questo momento, tanta solidarietà’, da amici da tutto il mondo, che poi ho restituito, rafforzamento di amicizie vere.  Per questo penso a questo momento, dopo lo shock iniziale, dal punto di vista umano, a qualcosa di interessante”.

– Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e   professionali sotto una luce diversa?
“Indubbiamente si, cambierà tutto.  Sembra che tutti bene o male, tranne qualche eccezione, cerchino di fare il meglio, almeno adesso, e questo sarà una ricchezza umana, che ci ritroveremo dopo, spero”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

“Personalmente sì, io non potrei vivere senza, ma in generale, ora ci sono delle priorità talmente gravi, che, ho paura, la musica, già in grande crisi, sarà messa ancora più da parte. Oppure no, gli italiani liberati affolleranno i jazz club, saranno affamati di musica, arte e bellezza, e sarà un boom e la musica rinascerà!!   ( sogno….)

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Musica, arte, poesia, letture, belle telefonate, finirà! Non è per sempre, me lo ripeto tutti i risvegli, dobbiamo resistere ancora un po’, ma finirà. Il dopo non riesco ad immaginarlo, lo confesso, posso solo sperare. Non abbiamo mai vissuto niente del genere prima”.

-Quanto c’è di inutile retorica in questi continui richiami all’unità?
“Sì sono d’accordo, forse un po’, ma ce la racconteremo quando sarà finita l’emergenza. Ora sembra servire a superare questo momento”.

-E’ soddisfatta di come si stanno muovendo i vari organismi di rappresentanza?
“Se intende il governo, non mi pronuncio, il momento è difficile e prematuro fare una qualsiasi analisi o fare qualsiasi polemica.  Cerchiamo di resistere in questo lock down, rispettiamo le regole, e ne usciremo prima”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuta dal Governo, cosa chiederebbe?
“Questo sì, ricordarsi che siamo uno stato laico, di restituire tutto il denaro che hanno rubato e non investito nella sanità pubblica, far pagare l’ICI alla chiesa, i problemi si risolverebbero”.

-Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Non saprei, non mi sento molto creativa, ma un suggerimento ce l’ho, riascoltatevi ‘Kind of Blue’ di Miles Davis, pura bellezza! E se posso, vorrei  segnalare questa importante raccolta firme, #velesuoniamo, petizione a sostegno dei lavoratori dello spettacolo, indetta dal MIDJ. Ecco il link:  https://lnkd.in/eam8bDQ

Storie di jazz e d’amore con il Jim Rotondi 5et e la cantina Villa Russiz, nel secondo appuntamento di Jazz&Wine Experience Trieste

Sorprendente per diversi aspetti il secondo concerto della rassegna Jazz&Wine Experience, con il quintetto del trombettista statunitense Jim Rotondi, svoltosi domenica 16 febbraio all’Hotel Double Tree by Hilton di Trieste, città che figura sempre ai primi posti nel mondo tra le tendenze e le preferenze di viaggio, e questa location da sogno sta diventando in brevissimo tempo un punto di riferimento dell’hôtellerie stellata tergestina, con tutte le potenzialità per candidarsi ad essere anche un rilevante hub culturale, grazie all’offerta di proposte, specialmente musicali.

In questo luogo, dall’appeal indiscutibile, Michela Parolin, direttore artistico di Jazz&Wine Experience, ha scelto di portare il trittico di concerti itineranti (le altre location sono l’Hotel Bauer di Venezia e il Camera Jazz Club di Bologna). L’idea vincente sta nell’accostamento di eccellenze, ovvero concerti di musica jazz di alta qualità e  rinomate aziende vinicole, facendo uscire queste ultime dalle rispettive cantine ed innestando il tutto in ambienti di grande pregio, con una visione sistemica di marketing valoriale del territorio.

Non vi nascondo che ho provato una forte emozione, in apertura di concerto, ascoltando le parole di Giulio Gregoretti, direttore generale della fondazione Villa Russiz. Il mio viaggio in un inconsueto cosmo noetico inizia degustando un Sauvignon Cru De La Tour, frutto della vendemmia manuale di vigneti selezionati che dimorano nella parte più alta e rivolta a nord-est di una collina, dove le piante ricevono e assorbono il primo lucore dell’alba; poi, assecondando la rotazione del sole, rimangono a meditare nell’ombra per il resto della giornata. Lo sorseggio piano, reincontrando sul palato ciò che il mio olfatto aveva percepito.

Tuttavia, lo stupore più profondo si manifesta quando Giulio inizia la sua narrazione sull’origine della cantina, generata dalla storia d’amore tra Elvine Ritter de Zahony e il conte Theodor Karl Leopold Anton de la Tour Voivrè, che proviene da un’antica e nobile famiglia francese. Gli sposi ricevono in dote dal padre di Elvine le terre di Russiz, 100 ettari nel Collio Goriziano, un terroir prezioso per la coltivazione dei vigneti.

Siamo nel 1868 e qualche anno dopo il conte, esperto viticoltore, importa in modo rocambolesco le barbatelle dalla Francia. Come? Accuratamente nascoste in grandi bouquet floreali da regalare alla sua amata sposa. I due coniugi riescono a fondere mirabilmente le rispettive competenze e inclinazioni a Villa Russiz: l’uno rivoluzionando le tecniche di coltivazione e contribuendo a fare del Collio la zona di alta eccellenza vinicola che è attualmente e l’altra seguendo la sua vocazione filantropica avviando, a partire dal 1872, un ente assistenziale per l’infanzia abbandonata a Gorizia, un progetto di accoglienza a Trieste e una struttura di assistenza per bambini bisognosi e per anziani alcolizzati a Treffen, In Austria. Un modello d’impresa etica ante litteram.

Purtroppo, la Grande Guerra blocca le encomiabili attività della Contessa e Villa Russiz diviene, per volere del Generale Cadorna, un ospedale militare nel quale presta la sua opera la crocerossina (poi decorata al valore militare) e nobildonna piemontese Adele Cerruti. Nel 1919 Adele, figlia di un Ministro del Regno d’Italia, sfrutta a fin di bene la sua posizione per riportare alla destinazione originale la struttura creata da Elvine, che diventa quindi un istituto per orfane di guerra. Attualmente, l’anima etica di Villa Russiz esprime la sua vocazione all’accoglienza per i minori in difficoltà (in questo momento 12) nella Casa Elvine, spirito guida di questo importante e caritatevole percorso umanitario.

Ma… “Now’s the Time” (cfr Charlie Parker) di parlare di jazz! Jim Rotondi, trombettista americano di fama mondiale, fa dichiaratamente parte della schiera di musicisti “folgorati sulla via del jazz” ascoltando Clifford Brown, gran maestro dell’Hard bop, nonostante sia morto in giovane età.

Il suo percorso artistico l’ha portato ad esibirsi con il gotha del jazz, finanche con il mitico Ray Charles e con Lionel Hampton. E scusate se è poco… Nel mini tour italiano è accompagnato da Andy Watson, batterista newyorchese, componente stabile del Jim Hall Trio, che figura spesso tra i top 10 di varie riviste specializzate di tutto il mondo, e dagli italiani ma dal respiro internazionale Renato Chicco al pianoforte, Aldo Zunino al contrabbasso e Piero Odorici al sax.

Si parte con una composizione originale di Rotondi: “Blues For BC”. Il titolo è una dedica alla provincia canadese della British Columbia. Tromba e sax dialogano a colpi di riff e il raffinato pianismo di Chicco si palesa immediatamente con un bellissimo assolo elegantemente stilizzato da un tocco cristallino e da una notevole varietà nelle coloriture e nella dinamica.

L’esecuzione di “Martha’sPrize”, un classico di Cedar Walton che, ricordiamolo, faceva parte della line-up dei mitici Jazz Messengers, si contraddistingue per gli ottimi svolazzi bebop del sax di Odorici e per un’idea di groove geniale nella sua essenzialità. Il flicorno di Jim ha movenze morbide e un timbro pastoso. Durante l’assolo di sax, colgo un’espressione estatica di Rotondi, appoggiato vicino ad una finestra della sala, mentre si lascia trasportare dalla musica sorridendo…

I cromatismi di Thelonius Monk irrompono come un arcobaleno dopo una pioggia scrosciante: è la romantica “Reflections”, in un arrangiamento che presenta linee aperte nelle quali trovano un giusto bilanciamento le dimensioni improvvisative e di scrittura. Un Monk riletto in chiave light post-bop. Fantasioso e incisivo l’assolo di Chicco, ricco di fraseggi serrati, ritmicamente incalzanti e aperture melodiche; stretto il giuoco delle parti tra sax e tromba. La sezione ritmica Watson-Zunino? Grandissima classe, elasticità e squisito drive.

Parte “You Taught My Heart to Sing” classicone di McCoy Tyner: “hai insegnato al mio cuore a cantare…”, seguo l’esecuzione canticchiando sottovoce… molto sottovoce… non essendo (purtroppo) Diane Reeves, che ricordo inarrivabile nella sua interpretazione di questo brano, accompagnata al piano da Mulgrew Miller. È Piero Odorici, qui, a dettare la linea melodica principale cogliendone ogni sfumatura e riempiendo ogni spazio con delicatezza rara.

Il cuore batte sempre più forte nel riconoscere le “immagini sonore” di George Gershwin, tra i più geniali compositori dell’ “età del jazz”. Il musical “Pardon my English”, che non ebbe certo una vita fortunata, né il successo sperato, continua tuttavia a regalarci diverse perle musicali… tra le quali “Isn’t a Pity”, dove il suono carezzevole e viscerale del flicorno di Rotondi è intriso di lirismo e dove il pianoforte di Renato Chicco sprigiona note che paiono gocce di cristallo lucente.

Un intenso botta e risposta tra la tromba con sordina di Jim e il sax  di Piero e un assolo di batteria al fulmicotone di Andy Watson, sono gli ingredienti principali di “My Shining Hour”, note di pure joy.

Ci si avvia alla conclusione con una dedica al pianista Harold Mabern, figura iconica del bebop recentemente scomparso. La sua “I Remember Britt” (Mabern la scrisse per il trombettista Lee Morgan, ammazzato con un colpo di pistola dalla moglie, a 33 anni soltanto, in un jazz club di New York) inizia in modo spiazzante, con quello che interpreto come un divertissement, ossia con le inconfondibili note della canzoncina “Fra’ Martino Campanaro”, suonate al piano. Non capisco ma mi adeguo. Il resto è uno splendido saggio di jazz, energia cinetica che muove la storia.

Il brillante set si chiude con un richiestissimo bis, la swingheggiante “On a Misty Night” di Tadd Dameron. Ve la ricordate suonata dal pianista di Cleveland con John Coltrane? Si, quella di “Mating Call”, anno 1956. Un richiamo d’amore.

E cos’è, in fondo, il jazz se non un irresistibile e ammaliatore canto, dal quale siamo inesorabilmente sedotti? Chissà se Duke Ellington pensò a questo quando compose “Circe” (una registrazione del 1946 che rimase inedita fino al 1994), dedicandola alla maga che mise in guardia Odisseo sulle insidie del canto delle sirene.

Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera, se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce; poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose…

Grazie alla musica jazz, al Jim Rotondi 5et, al buon vino, alle storie d’amore e di solidarietà, a Trieste e al suo mare per aver evocato tutto questo…

Marina Tuni

Immagini: courtesy Jazz&Wine Experience / Giorgio Bulgarelli / Fondazione Villa Russiz / M. Tuni

La scomparsa di Jon Christensen, vero innovatore del linguaggio ritmico

Non si può certo dire che questo 2020 sia iniziato sotto i migliori auspici per il mondo del jazz: dopo la recente scomparsa a 66 anni del pianista Lyle Mays, il 17 febbraio ci ha lasciati Jon Christensen uno dei più grandi batteristi degli ultimi anni.

Per chi scrive, Christensen è legato ad una delle stagioni più entusiasmanti della sua vita: a cavallo tra l’82 e l’83 abitavo a Stavanger ed ero divenuto amico del gestore del locale jazz club, Terry Nilssen-Love, pittore di vaglia nonché padre del celebre batterista Paal Nilssen-Love (classe 1974) che ho quindi conosciuto sin da bambino. Ebbene, “approfittando” di questa amicizia, quasi ogni sera ero lì, al jazz-club di Stavanger dove ho avuto l’opportunità di conoscere moltissimi musicisti norvegesi e non. Tra questi c’è stato anche Jon Ivar Christensen, personaggio straordinario tanto sul palco quanto al di fuori di esso.

Nato a Oslo il 20 marzo del 1943, Jon è stato uno degli artefici di quel movimento non solo musicale che ha completamente cambiato il volto del jazz europeo…e probabilmente anche di quello internazionale. La sua carriera inizia presto quando nel

1961 è membro prima del quartetto di Arild Wikstrøm e quindi del trio di Egil Kapstad e Karin Krog; particolarmente fruttuoso il periodo dal 1962 al 1965 quando incontra e suona con parecchie star di carattere internazionale quali Bud Powell, Don Ellis e Dexter Gordon. Negli anni a venire particolarmente importanti il 1964 quando ha inizio la collaborazione con Jan Garbarek, il 1975 quando viene eletto “Drummer of the Year” dalla “European Jazz Federation”, il 1976 quando esce il primo e se non erro unico album sotto suo nome, “No Time for Time”, con Arild Andersen al basso, un giovane Pål Thowsen alla seconda batteria e Terje Rypdal alla chitarra, album che gli vale lo “Spelleman award” premio conferito agli artisti musicali norvegesi, equiparabile ai Grammy Awards.

Per tutto il periodo successivo, Christensen è rimasto sulla cresta dell’onda e non c’è anno in cui non abbia prodotto qualcosa di interessante, imponendosi come il batterista preferito in casa ECM…ma in questa sede sarebbe assolutamente inutile ripercorrere passo dopo passo quella che è stata una carriera semplicemente straordinaria, e mai come in questo caso l’aggettivo è pertinente. Mi limito a ricordare solo le sue collaborazioni con musicisti italiani: nel 1993 incide con Rava “L’Opera Va”, per la Label Bleu, dedicato a una rivisitazione del melodramma italiano nonché le incisioni con Rita Marcotulli e Paolo Fresu che su Facebook ha ricordato con parole commosse l’amico scomparso “È venuto a mancare prematuramente Jon Christensen, uno dei più innovativi e raffinati batteristi jazz della scena contemporanea. Più volte presente a ‘Time In Jazz’, ho avuto l’onore di condividere con lui i palcoscenici europei con il gruppo Heartland assieme a David Linx e Diederik Wissels. Un pezzo di storia che se ne va ma che lascia il testimone a tanti musicisti contemporanei. Un pensiero va alla moglie Ellen Horn e alla sua famiglia oltre che all’amico Palle Danielsson, con il quale formava una delle sezioni ritmiche più elastiche e fantasiose della storia recente”.

Probabilmente, quindi, è più importante chiedersi quale sia stato il contributo che il batterista norvegese ha dato allo sviluppo del jazz. Ebbene, sotto questo profilo io credo che la lezione di Christensen sia paragonabile a quella di alcuni batteristi afro-americani come Jack DeJohnette, Tony Williams e Roy Haynes. Non è certo un caso che dal suo modo di suonare abbiano preso spunto altri due eccezionali batteristi norvegesi quali Audun Kleive e il già citato Paal Nilssen-Love. Personale la sua concezione del ritmo, concepito in maniera ‘elastica’ ed eseguito in termini di ‘ondate sonore’, il tutto impreziosito dal suono secco del piatto vero e proprio suo marchio di fabbrica. Come sottolinea acutamente Massimo Giuseppe Bianchi, non solo eccellente pianista ma anche attento ascoltatore e critico musicale, Jon Christensen “non si limitava a delineare i ritmi, ma estraeva colori dalla batteria, strumento timbricamente poverissimo, che sotto l’effetto delle sue bacchette si trasformava nella tavolozza di un pittore manierista”.

Ma i riconoscimenti nei confronti di Jon non vengono solo adesso che se n’è andato; sono stati molti, negli anni scorsi, i giornalisti e i critici che si sono espressi in maniera lusinghiera nei suoi confronti; così ad esempio Ken Micallef, batterista egli stesso nonché critico musicale, sulla rivista “Modern Drummer” nell’agosto del 1995  scriveva che Christensen “ha contribuito a lasciare un’impronta unica e originale nel jazz, un’impronta che nel corso dei suoi quarant’anni di carriera, ha solo potuto approfondirsi. In Norvegia e all’estero, la sua informale ed elastica interpretazione del tempo, e lo stile straordinario con i piatti, hanno contribuito alla definizione del suono della musica ECM”.

Insomma un’altra grave perdita per la comunità del jazz, una perdita con non sarà facile rimpiazzare.

Gerlando Gatto

Prosegue la rassegna Jazz & Wine Experience all’Hotel DoubleTree by Hilton Trieste, con il Jim Rotondi quintet e il Bob Sheppard trio

Altri due concerti strepitosi per la rassegna che combina live internazionali, degustazioni, cene a tema e incontri con i produttori in uno dei luoghi più esclusivi e storici della città di Trieste. Il Berlam Coffee Tea & Cocktail dell’Hotel DoubleTree by Hilton Trieste si trasforma in un vero e proprio jazz club per una serie di eventi che valorizzano il connubio tra musica, vino e territorio.

Dopo la straordinaria esibizione del quartetto della newyorkese pianista e cantante Dena DeRose, definita dai critici e dal pubblico una delle più grandi voci e interpreti del jazz internazionale, prosegue con altri due strepitosi concerti la rassegna JAZZ & WINE TRIESTE, ospitata negli esclusivi interni del nuovo Hotel.

La rassegna, nata con lo scopo di valorizzare il connubio tra musica live internazionale di alto profilo, eccellenze enologiche locali e ambienti storici e di charme, trasforma il Berlam Coffee Tea & Cocktail in un vero e proprio jazz club e si svolge parallelamente a Trieste, Venezia e Bologna.

E’ già sold out il concerto del Jim Rotondi quintet, in programma domenica 16 febbraio alle 19.30. Jim Rotondi, trombettista newyorkese di fama mondiale, sarà accompagnato da Andy Watson alla batteria e dagli italiani Renato Chicco al pianoforte, Aldo Zunino al contrabbasso e Piero Odorici al Sax. Nato in Montana nel 1962, Jim Rotondi ha vissuto per vent’anni a New York, dove ha collaborato con Lionel Hampton, Ray Charles, Lou Donaldson, Curtis Fuller e George Coleman. Ha registrato quattordici dischi a proprio nome per varie etichette indipendenti di jazz, con diverse formazioni che spaziano dall’hard bop al jazz elettrico. La sua è una sonorità molto particolare e personale che unisce la forza di Freddie Hubbard con il timbro di Chet Baker. Il suono, l’anima, il senso dello swing di Rotondi saranno gli ingredienti di un concerto che racconta la storia del jazz, dall’immenso songbox americano fino all’hard bop, di cui Rotondi è uno dei massimi esponenti viventi. Protagonista, oltre alla musica, sarà la Fondazione Villa Russiz di Capriva del Friuli, altra realtà rappresentativa della storia e delle eccellenze del Collio Friulano, di cui si potranno degustare i vini eleganti, minerali e di grande piacevolezza. Per la serata proporrà il grande CRU bianco Sauvignon De La Tour dedicato al conte Theodor De la Tour, fondatore della cantina. Dopo il concerto sarà possibile cenare al Novecento Restaurant Trieste, con un menù a tema in perfetto stile Jazz & Wine.

Ci sono invece ancora posti disponibili per il concerto di chiusura dell’edizione invernale di JAZZ & WINE TRIESTE, che domenica 8 marzo alle 19.30 avrà come protagonista il trio newyorkese del grande sassofonista Bob Sheppard, accompagnato da Josh Ginsburg al contrabbasso e Anthony Pinciotti alla batteria. Il repertorio comprende standard jazz della tradizione e brani originali, eseguiti in una perfetta comunicazione tra artisti e pubblico, caratteristica preponderante dello stile del trio. Bob Sheppard è uno tra i più richiesti sassofonisti della scena jazzistica internazionale e vanta collaborazioni di massimo livello, sia nell’ambiente jazz che pop, come Freddie Hubbard, Mike Stern, Randy Brecker, Horace Silver, Manhattan Transfer, Burt Bacharach, Kurt Elling, Diane Reeves, solo per citarne alcuni.
Il concerto sarà accompagnato dai vini della cantina Serafini e Vidotto di Nervesa della Battaglia, realtà produttiva di grande tradizione e prestigio. Sono vini che denotano passione e serio lavoro, entusiasmo, impegno e costanza: non è un caso che Serafini & Vidotto abbia dato vita al Rosso dell’Abazia, un vino che ha segnato la storia enologica d’Italia. Si potrà degustare insieme a Phigaia, Incrocio Manzoni e Recantina.

Per informazioni e prenotazioni contattare l’organizzatrice e direttrice artistica Michela Parolin (T: +39 393 0318595, info@jazz-wine.com).

PROGRAMMA

Domenica 16 febbraio 2020 h. 19:30: JIM ROTONDI QUINTET “FEATURING ANDY WATSON”

(Jim Rotondi: tromba e flicorno, Andy Watson: batteria, Piero Odorici: sax tenore, Renato Chicco: piano, Aldo Zunino: contrabbasso)

Wine tasting: VILLA RUSSIZ

Domenica 08 marzo 2020 h. 19:30: BOB SHEPPARD TRIO

(Bob Sheppard: sax, Josh Ginsburg: contrabbasso, Anthony Pinciotti: batteria)

Wine tasting: SERAFINI & VIDOTTO

Costi:

Concerto € 15,00 compreso calice di benvenuto.

Al termine del concerto gli ospiti potranno cenare presso il Novecento Restaurant Trieste con proposta “Menù Jazz & Wine” e sconto 20% sul menù à la carte.