Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Nico Morelli, pianista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Nico Morelli, pianista e compositore

-Come sta vivendo queste giornate?
“Mi sto dedicando a tutte quelle cose che avevo tralasciato a causa dei ritmi di lavoro… ad esempio a prendermi cura di me stesso: sport, letture, ascolti, e finalmente a suonare esclusivamente per me stesso”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Sul mio lavoro ha influito in maniera disastrosa. Concerti e attività in generale annullate per mesi e mesi, si pensa fino a dicembre. Una vera catastrofe”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Sto utilizzando i miei risparmi, sperando che mi siano sufficienti. Do lezioni online e spero che presto si torni alla normalità”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con la mia compagna ed il mio gatto. Penso che da solo sarei impazzito. Quindi importantissimo”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Probabilmente sì. Ma una volta finito l’isolamento ci sarebbe da verificare se il ritorno alle abitudini del passato sarebbe inevitabile”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“Da musicista, da creatore di musica (più che da fruitore) forse mi è più difficile rendermene conto. Sono in molti a chiedermi di essere presente con video online di mie esecuzioni in diretta, dicendomi che questo aiuterebbe molto e sarebbe di conforto. La gente me lo chiede. Questa cosa mi conforta e un po’ mi sorprende questa grande richiesta. Solo adesso la gente si accorge di questa forza della musica”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Meditazione?…. Sport?….. Letture?…. Film?…. Arte in generale”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
Non lo so, ma in questo momento, sembra, dobbiamo agire tutti in un’unica direzione, altrimenti, sembra, sarà difficile uscire da questo problema. Questo è il messaggio che ci viene ripetuto”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“Tutto sommato sì”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal governo, cosa chiederebbe?
“Da musicista, da lavoratore dello spettacolo, chiederei quel che in questi giorni vedo che si sta cercando di chiedere: una presa in considerazione delle difficoltà di tutto il nostro settore, che assieme a quello del turismo sembra essere il più danneggiato da questi avvenimenti”.

-Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Mi piacerebbe poter suggerire a tutti di ascoltare altro, anche ciò che non siamo abituati ad ascoltare…. Di essere un po’ più curiosi riguardo la musica, così come lo possiamo essere riguardo a tutti gli altri aspetti della vita”.

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: U.T. GANDHI, batterista, percussionista e compositore

Intervista raccolta da Marina Tuni

U.T.Gandhi (Umberto Trombetta) batterista – foto Luca d’Agostino

-Come stai vivendo queste giornate?
«Da quando siamo tutti a casa a causa della pandemia Covid-19, ho impiegato il mio tempo sia per la musica sia per lavori casalinghi, pulizie, pittura, manutenzioni, ecc. e ho sistemato tutto il mio studio dove lavoro e produco musica».

-Come questo forzato isolamento ha influito sul tuo lavoro?
«Ho cercato di occupare questo tempo di stand-by con filosofia; ciò che è accaduto ci ha reso impotenti cambiando lo stile di vita e abitudini quotidiane. Considera che l’ultimo concerto risale al 21 dicembre 2019, dopo mesi di tour in Cina, Giappone, Vietnam e Brasile, quindi bisogna cercare di inventarsi lavori il più possibile, per non pensare al disagio di questo periodo di inattività e di mancati guadagni».

-Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?
«Credo che ci sarà un grande cambiamento, dopo la pandemia non torneranno i tempi passati e recenti, cambierà, non so per quanto, il nostro modo e stile di vita e credo anche per il mio lavoro di musicista… vedremo… secondo me è presto per fare dei pronostici futuri».

-Come riesci a sbarcare il lunario?
«Per il momento va bene, considera (e tu Marina lo sai bene come funzionano i festival, rassegne e istituzioni) che devo ancora ricevere soldi di concerti fatti nel 2019, quindi cerco di risparmiare come tutti quanti noi lavoratori dello spettacolo, in galera forzata».

-Vivi da solo/a o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
«Vivo con mia moglie Tania e mia figlia Irene e per fortuna loro lavorano, mia moglie è infermiera e ha ripreso il lavoro da due settimane, mentre Irene fa l’estetista e dovrebbe riprendere la prossima settimana, io faccio i “Lavori Casalinghi” titolo di un brano di Enrico Rava, e preparo anche pranzi e cene. Mi sento fortunato in questo brutto momento, ho una bella famiglia che mi sostiene e mi aiuta, soprattutto psicologicamente».

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e  professionali sotto una luce diversa?

«Sicuramente si, io ho vissuto il terremoto in Friuli: il 6 maggio 1976 la nostra vita cambiò in un minuto… ma credo non sia paragonabile alla situazione odierna, ci fu molta unità e solidarietà tra le persone.
Questo ci deve fare riflettere perché la natura comanda su di noi e i rapporti umani, se sono veri e sinceri, sono un grande valore aggiunto. Mi auguro che continui così, anche se negli ultimi anni abbiamo vissuto in un mondo superficiale e di fiction, a mio parere qualitativamente di basso livello».

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
«La musica esiste da quando esiste l’uomo, ne ha visti di cambiamenti nei millenni… sono sicuro che la buona musica ci darà la forza giusta per superare questo difficile momento».

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
«Personalmente mi affido solo alla musica, che fin da bambino è la mia grande passione e in seguito è diventata anche il mio lavoro, con tante soddisfazioni, delusioni e quant’altro… ma non mi ha mai tradito e mai lo farà… sono sempre stato certo di questo e mi affido a mia moglie, a mia figlia e ai miei genitori che sono persone meravigliose».

-Quanto c’è di inutile retorica in questi continui richiami all’unità?
«Quando si raggiungono i sessanta anni, l’esperienza ci insegna a filtrare le notizie in maniera più obbiettiva. L’unità proclamata dai media, talvolta non è credibile… vogliamoci bene, sì, è importante come lo è la solidarietà, ma credo che bisogna volerlo tutti insieme, come quando ci fu il terremoto del 1976… a proposito di questo ricordiamoci che il Friuli Venezia Giulia è sempre stato preso come modello ».

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?

«Per alcune cose si, ma siamo lontani anni luce rispetto a come dovrebbe essere, siamo alla deriva… senza molte speranze, non vedo ancora la luce in fondo al tunnel».

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
«Visto che noi musicisti Italiani rappresentiamo il nostro paese all’estero – nel mio caso, con concerti, festival e rassegne importanti svoltesi in tutto il mondo – al Governo Italiano chiederei di riconoscere il valore del nostro lavoro artistico… semplicemente questo, come succede in alcuni paesi del Nord Europa, che sostengono i loro artisti e li ritengono un patrimonio e un valore aggiunto al loro paese».

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
«Ascoltate musica di tutti, siate avidi di informazioni musicali e di ogni genere… l’importante è ascoltarla, qualsiasi essa sia… ma con il cuore».

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Antonella Vitale, vocalist

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Antonella Vitale, vocalist – foto Víctor Sokolowicz

-Come stai vivendo queste giornate?
“Non è stato facile accettare una condizione così “surreale”. Ricordo che dopo il primo Decreto restrittivo dell’8 Marzo sono stata sopraffatta dall’ansia, dall’incredulità, poi come tutti mi sono dovuta adattare alla nuova condizione cercando di mettere a fuoco l’unico aspetto positivo e anche anomalo della quarantena, cioè il “tempo libero”, pare assurdo ma la sensazione di avere 12 ore libere a disposizione senza nessun impegno mi ha spiazzata!  Il grande silenzio per le strade completamente svuotate dalla routine giornaliera, che magari in altri momenti sarebbe   stato un fantastico generatore di creatività, questa volta suonava strano e un po’ inquietante, così la capacità di concentrazione è venuta meno anche solo per leggere la pagina di un libro. Adesso va meglio, riesco a ritagliarmi i miei spazi, non vedo i TG, ho la giornata scandita da incombenze familiari e domestiche, dipingo, canto e registro video con amici musicisti (ognuno rigorosamente a casa propria) e cerco di non pensare. L’amara consapevolezza di quanto il famoso delirio di onnipotenza dell’uomo in circostanze come questa esca di scena per lasciare posto al sentimento della paura che forse è più pandemica di ogni altro virus,  mi passa nella testa come insidiose interferenze radio”.

-Come ha influito tutto ciò sul tuo lavoro? Pensi che in futuro sarà lo stesso?
“Non credo che tutto ritorni come prima, per un buon periodo le misure restrittive impediranno sicuramente che le nostre abitudini tornino alla normalità. L’allontanamento sociale cui siamo sottoposti avrà delle conseguenze future e per tutto il settore artistico rappresenterà un problema serio. Proprio giorni fa in una conversazione telefonica io e te caro Gerlando, ci chiedevamo come potranno in futuro riempirsi nuovamente le platee dei teatri, dei cinema, dei Festival… saremo tutti condizionati dal “contagio” dal mantenimento delle distanze almeno fino a che non troveranno delle cure mirate… e che questo virus non scompaia del tutto.
I social come FB, Instagram,  in giornate così particolari, permettono a tutti, specie a chi è costretto a vivere questi giorni in solitudine, di sentirsi in compagnia. Il musicista poi ha  bisogno di quel pizzico di visibilità che rappresenta un nutrimento necessario per vivere, vedo molte dirette FB in cui chi può organizza delle piccole session o delle brevi interviste… insomma cerchiamo tutti  di mantenere alto lo stato vitale e per il momento ci adattiamo  così. Io stessa ogni tanto pubblico dei video “#ai tempi del coronavirus” registrati a casa con mezzi rudimentali, insieme ad  amici musicisti,  è un modo per sentirsi  in una collettività dove come sempre la Musica fa da collante e panacea per l’anima”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?
“Io fortunatamente ho un impiego part-time che mi permette un minimo garantito, i concerti rappresentavano un piccolo incentivo in più (l’esiguo cachet degli ultimi anni,  non permette certo un’agiatezza economica) ma il punto è che noi  musicisti  abbiamo la sindrome da “palco”, e questo non perché siamo malati, anzi! Le esibizioni live rappresentano l’unico momento di contatto reale con il pubblico con il quale  dialoghi attraverso la tua musica le tue emozioni, la tua espressività. Questa è la vera magia”.

-Vivi da solo o con qualcuno. E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con mio marito e mio figlio. Ho dato sempre alla famiglia la priorità assoluta. Ho costruito qualcosa di importante cui non posso prescindere. Mio marito è un uomo che stimo molto anche per le sue qualità professionali, Oltre ad essere un docente di Storia dell’arte è anche un eccellente fonico con il quale ho realizzato praticamente tutti i miei lavori discografici. La musica ti accende, ti nutre ma spesso può anche spegnerti e interferire nei tuoi stati d’animo, la famiglia è il mio angolo protetto dove trovare rifugio nella routine quotidiana e dove ritrovare un po’ di me stessa”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa? 

“Credo proprio di sì. Abbiamo bisogno delle relazioni senza di cui la vita non avrebbe senso. Attraverso gli altri abbiamo modo di conoscere meglio noi stessi e credo che un evento come questo ci stia facendo riflettere. Vedo i segnali ovunque… ci telefoniamo… ci video-chiamiamo… ci scriviamo… abbiamo bisogno di conforto reciproco e di sapere che non siamo soli. Non saprei se i rapporti professionali subiranno dei cambiamenti, al momento c’è un grande spirito di collaborazione che speriamo continui anche in futuro con lo stesso entusiasmo”.

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“Come ogni forma d’arte la musica è molto importante perché lavora sulle emozioni attraverso i suoni, smuove l’immaginazione, attiva la corteccia cerebrale, il pensiero, insomma è terapeutica, universale e non lo affermo io ma lo hanno  da sempre dichiarato filosofi, musicologi  e scienziati. Cosa potrei dire di più? È evidente che se oggi la musica nel nostro Paese venisse considerata un elemento di alto valore educativo e culturale per la nostra società, probabilmente sarebbe di grande aiuto sotto tanti aspetti primo tra tutti quello di fungere da supporto psicologico in un momento così particolare in cui il nostro stato d’animo è stato messo a dura prova”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?

“Ci si può affidare a noi stessi, alla nostra umana capacità di resistere ai cambiamenti. È sempre stato cosi, abbiamo risorse infinite, i nostri antenati vivevano nelle caverne e si trovavano in un habitat sconosciuto in balia di ogni pericolo. Ne è passato del tempo, tra glaciazioni, carestie guerre… insomma la specie umana è ancora qui e siamo miliardi di persone, forse un motivo ci sarà”.

Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“La retorica è diventata d’uso comune, si parla per stereotipi, c’è l’appello continuo rivolto ai cittadini di restare uniti, compatti, si tira spesso in ballo il termine “resilienza”. Va tutto bene, in Italia vivono circa 60 milioni di persone ed è giusto uniformarsi a delle direttive prese dal governo per arginare la pandemia, ma l’unità fino a quando? Cosa accadrà dopo questo lockdown? E soprattutto quanto durerà?”.

Sei soddisfatta di come si stanno muovendo i Vostri organismi di rappresentanza?
“Al momento quello che noto è una grande confusione. La quarantena dura da più di un mese e la mancanza a tutt’oggi di terapie per sconfiggere il virus ci lasciano timorosi, preoccupati, stanchi del distanziamento imposto. La politica dovrebbe essere coesa a garantire a tutti un sostegno immediato veloce, lasciando da parte la burocrazia farraginosa. Il governo manterrà l’impegno di tutelare tutte le classi lavorative più fragili e colpite, nessuna esclusa? Il settore “Cultura e spettacolo” per il quale la conta dei danni è una voragine enorme, lascia sospesi nel vuoto della precarietà artisti di ogni categoria e purtroppo sento sollevare pochissimo il problema da parte dei vari ministri. Questo mi spiace, perché siamo un paese che ha insegnato l’arte al mondo e non dovremmo dimenticarlo mai”

Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“È partita una petizione  #velesuoniamo, diretta al Governo proprio per chiedere un tavolo interministeriale tra MiBACT, Inps e Ministero del Lavoro per la tutela previdenziale e la protezione per tutto il settore dei lavoratori dello spettacolo promossa da Paolo Fresu, Ada Montellanico e Simone  Graziano e sono state già raggiunte quasi 60.000, firme… speriamo bene. Chiederei a questo al Governo di prendere in seria considerazione gli incentivi e gli aiuti alla Cultura e al mondo dello Spettacolo e siccome sono una musicista lo farei citando una bellissima frase di Nietzsche che recita…”Senza la musica la vita sarebbe un errore” “.

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Maria Pia De Vito, cantante, compositrice

Foto di Gianfranco Rota

Intervista raccolta da Daniela Floris

 

Come stai vivendo queste giornate?

Dopo una prima fase di incredulità / imbambolamento, adesso approfitto della possibilità di stare a lungo a casa mia; per me è una novità. Studio molto, scrivo e leggo molto, mi occupo della manutenzione della casa, del corpo, delle orecchie e della testa! Sono serena, ma anche inquieta, come credo sia normale.

 

Tutto ciò come ha influito sul tuo lavoro?

Ovviamente è un cambiamento radicale. Fermo il lavoro dei concerti, in stallo l’uscita di un disco pronto. Ho iniziato l’insegnamento online con gli studenti del Conservatorio. E’ impegnativo, devi fare quasi un viaggio extra-corporeo per far passare l’energia a distanza… ma è bellissimo. E sono contenta che in questo momento di sperdimento con gli allievi  stiamo riuscendo a mantenere  un filo rosso di motivazione e apprendimento.
Il contraccolpo per lo spostamento in avanti  del Festival Bergamo Jazz,con la mia prima direzione artistica, dopo un anno intenso di lavoro con il bel team della fondazione Teatro Donizetti, e un programma di cui ero fiera, è stato straniante. Ma di fronte alla tragedia immensa che ha travolto  Bergamo, Brescia, tutta la Lombardia, e pian piano il resto del mondo, francamente il rammarico personale è passato decisamente in secondo piano.
Devo dire che con il team di Bergamo Jazz abbiamo avviato in questa clausura una cosa bella:una campagna di raccolta fondi per l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, tramite la Onlus Cesvi, tramite una serie di Concerti online, iniziata con un mio mini concerto e contributi di Tino Tracanna e altri musicisti bergamaschi.  L’associazione dei Festival Jazz  I-jazz ha subito aderito e rilanciato, ed è nata la campagna #iljazzitalianoperbergamo, una catena bellissima. Il concerto di Noa , che ha poi spontaneamente aderito all’iniziativa, è stato una bomba mediatica: la campagna durerà fino a fine maggio, con la massima collaborazione di tanti promoter e tantissimi musicisti che si sono messi a disposizione. Un altra possibilità di lavoro online.

 

Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?

Fare una previsione sui tempi e i modi dell’uscita dall’emergenza è impossibile. Ma è proprio su come si uscirà da tutto ciò che dipende il futuro di tante persone: bisogna capire subito come ricominciare.
La categoria dei musicisti, degli artisti dello spettacolo, senza distinzione di genere, è colpita in maniera drammatica: sappiamo  che i guadagni da vendite di musica online sono irrisori, il vero indotto per la maggioranza dei musicisti è il Live. I limiti imposti dalla sicurezza agli “assembramenti”, le distanze di sicurezza imposte nella fruizione dei concerti saranno un problema per  tutta la filiera: musicisti, organizzatori di festival, promoters, agenzie. Bisogna che qualcosa in questa Nazione cambi, in rapporto ai propri artisti e ai lavoratori della cultura. Per il resto  dobbiamo sperare nella scienza , che un vaccino venga fuori presto, i danni sono già incalcolabili.

 

Come te la cavi senza poter suonare?

Ho di base le  entrate derivanti dal mio insegnamento in Conservatorio, e mi sento già fortunata così. Sono molto preoccupata per i tanti colleghi le cui entrate dipendono esclusivamente dai concerti.

 

Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?

Credo  che da questa quarantena  usciremo  tutti senz’ altro diversi, più consapevoli sul piano personale e su quello del rispetto dell’ambiente, perché  la paura e l’istinto di sopravvivenza ci stanno facendo,nell’immediato, correre ai ripari. Si stanno attivando moltissime catene di solidarietà, ed è una bella cosa. Per chi riesce a mettersi in “pausa” nella pausa, è come un ritiro spirituale, una grande pulizia interna.
Ma non ho molte  illusioni sulle dinamiche dei “poteri” che ritroveremo all’ uscita da tutto questo. Quello che stavamo vivendo prima del Covid non è mica sparito da un giorno all’ altro. E’ solo tutto congelato dalla pandemia e dal lockdown. E la “promiscuità psichica” dei social  è un’arma così facilmente a portata di mano per chiunque voglia manipolare… bisognerà  partecipare e combattere molto .

 

Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

La musica, la poesia, l’arte, il pensiero e la memoria,  sì, possono aiutare molto.

 

Se non alla musica a cosa ci si può affidare?

Al nutrimento della propria anima. La meditazione , la lettura, l’arte praticata o fruita, la condivisione della bellezza, la solidarietà vera, pratica.

 

Mi racconti una tua giornata tipo?

Al mattino, lettura dei giornali, un po’ di lavoro online , pulizie di casa a tempo di musica, un po’ di  warm up fisico, tecnica vocale, e un po’ di spazio “creativo“,ogni giorno diverso. Dopo pranzo studio  al piano e composizione, un po’ di Tai – Chi sulla terrazza  condominiale del mio palazzo, e lezioni online nel pomeriggio avanzato fino a sera.  Dopo cena mi aspetta qualche buon libro o qualche film e qualche raro talk show per aggiornarmi, ma non allo spasimo.


Se avessi la possibilità di essere ricevuta dal Governo, cosa chiederesti?

Tante cose, che si possono riassumere in questo: in generale, massimi investimenti su Sanità, Cultura, Istruzione e Ricerca. L’istruzione e la diffusione della cultura sono la  nostra assicurazione sulla vita
E in questo momento in particolare chiederei un trattamento previdenziale meno iniquo di quello che il nostro paese ha finora offerto ai propri artisti. Un riconoscimento vero, pratico, dell’importanza del nostro lavoro.  Chiederei di guardare al modello francese, o tedesco, o scandinavo.

 

Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?

Come sempre ascolto di tutto, nella mia maniera magmatica e seguendo i fili della ricerca… suggerisco pertanto di ascoltare di tutto, ma con una raccomandazione: esplorare  il presente .
La musica è cosa viva,e va tenuta viva col nostro ascolto del nuovo.

 

Quale tuo progetto è rimasto incastrato in questa emergenza e che invece vuoi segnalare?

Ho un disco appena finito,con Julian Oliver Mazzariello, Enzo Pietropaoli e Alessandro Paternesi, che si chiamerà “ Dreamers”, e uscirà per i tipi della Jando records. Un disco sui grandi songwriter che dagli anni 60/70 in poi hanno scritto e  sognato di un mondo decisamente migliore di quello che stavamo vivendo prima del Covid;  capaci di  parlare di intimità e tenerezza ma anche di esprimere in musica il loro  sguardo critico sulla storia, la politica, le istanze sociali dei loro e dei nostri tempi. Da Paul Simon, Bob Dylan, David Crosby, alla mia amata Joni Mictchell a Tom Waits.  Appena si riapriranno le porte lo daremo alle stampe, e  spero al più presto potremo tornare ai concerti dal vivo.

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Enzo Favata, sassofonista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Enzo Favata, sassofonista

-Come stai vivendo queste giornate?
“Potrei dirti come tutte le persone di questo mondo, vivo le giornate con apprensione e sospensione, paura non solo del nemico invisibile, ma soprattutto del futuro incerto. Detto questo, cerco di usare questo periodo sospeso in maniera differente dal solito e di darmi un organizzazione rigida del tempo e delle cose da fare nell’immediato. Naturalmente un po’ spaventato dal fatto che alla ripresa dei “ giochi”, data la mia condizione di musicista geograficamente lontano dai centri di diffusione della musica, sarà molto difficile che tutto ritorni alla normalità in tempi brevi, ho deciso di riorganizzare il mio tempo, dandomi uno schema rigido alle mie lunghe giornate, suddivise con orari ed impegni precisi: la mattina la passo in studio cercando di fare come tutti i musicisti, pratica con lo strumento, la composizione di nuove idee ecc… ho anche preso in mano il mio archivio con 30 anni di lavori, registrazioni live, colonne sonore, lavori per cinema teatro, album mai usciti, performance e concerti live, un lavoro davvero imponente dato che ci saranno più di 400 ore di registrazione, non voglio lasciarle in un cassetto e le cose più interessanti le sto rimasterizzando e mettendo online, sarà un lavoro che continuerò anche finiti i tempi del coronavirus, per ora ci sono 22 album digitali già pubblicati https://enzofavata.bandcamp.com/  La seconda parte della giornata, dato che per scelta di vita da dodici anni ho deciso di abitare in campagna, il pomeriggio lo dedico alla terra che ho intorno a casa e cerco di fare seriamente un lavoro completamente diverso che richiede devozione e cura come la musica, lavoro a volte sin quando è buio. So che avere queste possibilità di poter non essere incollati ad un divano o reclusi in una piccola casa di 40 mq, di questi tempi può essere una grande fortuna, quindi porto grande rispetto alla condizione degli altri e spero che l’emergenza finisca presto”.

-Come ha influito tutto ciò sul tuo lavoro? Pensi che in futuro sarà lo stesso
“Il lavoro stava avendo un profondo cambiamento anche prima di questo sconvolgimento, vivo la scena musicale da davvero tanto tempo e la situazione per i musicisti è precipitata già da tempo, sin dall’avvento di alcune mode digitali che ne ha sconvolto il mercato, appiattendolo su di un concetto davvero restrittivo rispetto al ruolo della musica e del musicista. Personalmente lavoro molto e soprattutto all’estero e non sto a dire quanti concerti e tournée ho perso. Credo che il futuro non sarà più  lo stesso, ma lo vedo in positivo, dopo le grandi tragedie ci sono stati sempre epocali cambiamenti, credo che questa esperienza farà nascere  collaborazioni, nuovi network ed  una maggior coscienza anche da parte dei musicisti e della filiera dello spettacolo, compreso il pubblico: ci sono segnali già evidenti di una consapevolezza e riorganizzazione nel nostro mondo, basta iniziare ad avere più coraggio, a mettersi in gioco anche nella vita associativa, dare qualcosa anche agli altri per ottenere di più tutti e su questo la filiera del jazz italiano ha ancora da lavorare molto”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?
“Sto riprendendo con più costanza la mia attività di colonne sonore, dove ho fatto molto negli anni, alternandola all’attività concertistica; non nascondo che è un momento difficile, ma vedendo il bicchiere mezzo pieno ho deciso di utilizzare i materiali  risorti dal mio archivio e li sto mettendo online. Credo  che  promuovere la tua musica su piattaforme come bandcamp stia iniziando a dare risultati non solo per me, all’estero è uno standard usato ed ha successo, in Italia impera Spotifly che, con tutto il rispetto per la musica per tutti, a noi del jazz fa arrivare qualche euro, per questo lancio un’idea alla stampa specializzata: sarebbe una bella cosa che anche la critica musicale, i media internet i blog e riviste, si dedicassero con più convinzione a questo modo di concepire la produzione musicale diretta tra musicista e fruitore della musica, per semplificare è un po’ come fa la Coldiretti in Italia, che promuove i prodotti  a chilometro zero”.

-Vivi da solo o con qualcuno. E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con la mia famiglia e naturalmente in questo momento è importate, ma lo è sempre stato”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e   professionali sotto una luce diversa?
“Credo che l’isolamento aiuti a capire meglio il valore dei rapporti umani di una volta anche con i contatti diretti, chi non è della mia generazione non conosce il valore di una cartolina di una telefonata, di andare a far visita ad un conoscente, l’era degli sms e poi delle chat hanno appiattito tutto ad un messaggio uguale per tutti da spedire alla tua rubrica telefonica. Meno male che la tecnologia oggi, con le video-chiamate, ci aiuta a ridurre la distanza tra le persone che conosciamo e spesso riduce il noioso susseguirsi di messaggi, in questo periodo le video-chiamate sono aumentate visibilmente e questo modo visivo di dedicare più tempo, a mio parere cambierà notevolmente in meglio il rapporto tra le persone. Io lo sto sperimentando questo trend, conosco persone in tutto il mondo, ma mai come ora ne ricevo segnali e comunicazioni da tutti, credo che sia il leitmotiv che accompagna l’umanità tecnologica   ed è una bella cosa che tutti vogliono sapere degli altri. Anche nel lavoro si usano sempre più video-chiamate anche in gruppo per condividere qualche minuto insieme, guardarsi in faccia, oppure chiedere consigli su certe cose, parlare di problematiche comuni. Tutto questo prima di febbraio era molto più raro, oggi anche se distanti siamo più vicini perché ci accomuna un dramma e la voglia di superarlo”.

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica aiuterà tutti ad affrontare questo momento, mai come al giorno d’oggi la musica è facilmente raggiungibile ed è facilmente fruibile. La musica influisce molto sul modo in cui pensiamo, in cui ci comportiamo, in cui sentiamo. La musica è un mezzo davvero molto potente che lavora direttamente sulle emozioni. Per noi che la produciamo è una ragione di vita e non da oggi. Per me ora è un momento di grande immersione interiore, come ho detto prima sia nel passato con oltre 30 anni di  archivio dentro cui scavare e riscoprire, sia nel futuro con una  grande la voglia di creare a cui ho iniziato a dedicare più tempo proprio in questi giorni. Il lavoro della riscoperta di mie radici musicali ed anche il lavoro in campagna mi stanno dando la forza non solo di superare, ma anche di creare qualcosa di nuovo, come finalmente la realizzazione di un mio album in solo e la composizione di nuovi materiali per la realizzazione e registrazione del nuovo album con il mio attuale gruppo “The Crossing” con Pasquale Mirra, Rosa Brunello e Marco Frattini di cui esiste un album live recording su bandcamp  https://enzofavata.bandcamp.com/album/enzo-favata-the-crossing-live”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Chi ama la musica e la crea difficilmente pensa ad altro, ma nel concreto a mio avviso la forza per superare questo momento è l’unione il non sentirsi soli anche nel nostro mondo artistico, partecipare socialmente come ho detto prima, essere presenti , non solo con il dito sulla tastiera di un social, ma sentirsi parte di una comunità, far valere i propri diritti, ma anche i nostri doveri” .

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Devo dire che se da un punto di vista bisogna essere assolutamente ottimisti nonostante la banale, ma necessaria retorica di: “ce la faremo, andrà tutto bene, gli italiani sono un grande popolo… ecc…”, bisogna comunque iniziare a raccontare un po’ di verità su cosa è la nostra nazione, non dimentichiamo che l’Italia era già un paese scassato da prima con sei milioni di disoccupati, nove milioni di sommerso (tra cui anche molti musicisti danno il loro piccolo contributo lavorando in nero) cinque milioni di poveri. Insomma l’unità va bene ma anche la coscienza di essere sull’orlo di un baratro e che le risorse che verranno impiegate per la ripresa saranno dei conti salatissimi che dovremo pagare, non dimenticandoci che gli Italiani complessivamente evadono per 150 miliardi all’anno e questo non è un esempio di unità. Su questa domanda vorrei divagare un poco prendendo ad esempio dei post che in questi giorni vedo sul mondo dello spettacolo a proposito di iniziative virtuose come quelle del governo tedesco. Secondo voi possiamo paragonarci? Oppure post “l’Italia è il paese della cultura e dell’arte”.  Ma si ha in mente quanto i governi “cattivi” del Nord investano in cultura? Chi ha frequentato i palcoscenici della Germania, Norvegia, Svezia ma anche dell’Olanda si rende conto di quanto i governi spendono e di quanto il pubblico sia presente e spenda i soldi di un biglietto, anche per andare a vedere musicisti non conosciuti; esiste insomma più senso di unità nel vedere la gente che conduce una vita sociale legata alla cultura, al ritrovarsi per un evento che non sia di natura commerciale o nazional-popolare; speriamo che cambi qualcosa che non sia l’unità dei flashmob dai balconi, e di tante altre iniziative che lasciano il tempo che trovano. Finisco il concetto dicendo che il mondo della musica ha sempre risposto al concetto di unità andando in aiuto sempre per le cause dei più deboli”.

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i V/si organismi di rappresentanza?
“Il mondo del jazz, come è noto, per una parte si è associato in Federazione del Jazz Italiano, che riunisce l’associazione dei Musicisti, quella dei Festival ecc… (conoscete già chi ne fa parte) si tratta comunque di un buon inizio e credo siano stati fatti passi importanti, dato che prima non esisteva nulla; detto questo si ha la necessità di dare un’accelerazione vista la situazione contingente, lasciando da parte certi atteggiamenti garantisti solo per una piccola parte del jazz italiano, siamo una filiera e se una parte soffre, ne soffre l’intera catena. La mia non vuole essere una critica bensì un suggerimento attivo: AMJ, di cui faccio parte e che riunisce i musicisti di jazz, per avere più massa critica deve riuscire ad accogliere più musicisti non solo della fascia “giovanile” e per far questo deve riuscire a dare più fiducia a chi sarebbe intenzionato ad aggregarsi, ma non lo fa perché comunque non si sente rappresentato; è un duro lavoro, credo che l’attuale dirigenza stia facendo anche oltre il possibile, ma bisogna superare questo stallo e gli strumenti necessari si hanno basta metterli in atto. I-Jazz in questo momento, almeno per la fine del 2020 e credo per buona parte del 2021, dovrà essere cosciente del “capitale artistico“ che sono i musicisti di jazz Italiani ed imparare a valorizzarlo maggiormente, anche con importanti azioni di promozione, sviluppare azioni comuni per quanto riguarda il fundraising e mettere in campo, anche aiutati dal Governo, tutte quelle azioni che permettano di promuovere i Festival, Teatri, Rassegne, per riportare a loro il pubblico anche con una visone diversa,  prendendo spunto, come ho spiegato prima, dal pubblico dell’Europa del Nord”.

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“Il Governo ha iniziato un piccolo dialogo con la Federazione del Jazz ed “a bellu a bellu” ( traduzione dal sardo: a piccoli passi) sta iniziando un percorso. Nella Fase 3 post Coronavirus e con la riapertura delle frontiere chiederei: una disposizione finanziaria maggiore sia nelle attuali risorse per il Fus, sia meccanismi di avvicinamento per quei Festival e realtà importanti (e ce ne sono) che non hanno avuto la fortuna di aver accesso al Fondo Unico per lo Spettacolo; creare incentivi almeno per un quinquennio  per I Festival ed i Palinsesti che ospitino musicisti Italiani di Jazz (di qualsiasi età); creare una campagna di promozione di riavvicinamento del pubblico, anche reintroducendo e incentivando le iniziative statali e private, la programmazione della musica jazz e dei concerti com’era una volta. Infine, ma non meno importante, attivare l’Export Office, una Istituzione di promozione governativa, attiva con successo in tantissime nazioni, che in Italia deve dipendere dal MIBACT , con un modello a struttura aperta ed a sportello, con due call annuali che finanzino i viaggi dei musicisti che ne abbiano diritto, ovvero con dei contratti firmati da Festival ed Organizzazioni straniere, lo stesso Export  Office che andrà a promuovere il jazz Italiano nelle Fiere”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Diciamo che dopo quello che ho detto, consiglio a tutti di andare a scoprire la musica su Bandcamp, è un buon modo per essere uniti e solidali con i musicisti che non stanno lavorando in questo momento e naturalmente, una volta ascoltati i brani, scaricate gli album; trovate anche le più importanti etichette, digitate un genere ed andate a scoprire. Libri? “Logo Land” di Max Barry, per capire in un romanzo del 2003 la società attuale. “In Patagonia” di Bruce Chatwin, per comprendere un mondo in cui la distanza sociale è usuale. “Peggio di un Bastardo” autobiografia di Charles Mingus. Ed infine per chi volesse angosciarsi di più, ma con un libro straordinario “La Peste” di Albert Camus.

Gerlando Gatto

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Paolo Fresu, trombettista e compositore

Intervista raccolta da Marina Tuni

Paolo Fresu – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © Udin&Jazz 2016

–Come stai vivendo queste giornate?
Tutto sommato bene. Ho la fortuna di avere una casa in collina immersa nel verde e mi ritengo fortunato rispetto a tanti. È un momento in cui dobbiamo sempre pensare a chi sta peggio di noi…
Sto con la famiglia più del solito e non posso non sottolineare il fatto che non ho trascorso un tempo così lungo con loro negli ultimi 40 anni. Inoltre scrivo musica, registro musica, leggo, sento i dischi e seguo con attenzione le istanze del mondo dei lavoratori dello spettacolo che versano in condizioni di estremo disagio. Partecipo ad una miriade di tavoli di discussione su questi tempi e si sta tentando di mettere assieme tutti e di dialogare perché il nostro mondo è molto vasto ed altrettanto sfilacciato.
Dirigo anche le attività della Federazione Nazionale il Jazz Italiano, della quale sono il presidente. Insomma, le giornate al tempo del coronavirus sono più brevi, intense e più impegnate del solito.

-Come ha influito la situazione attuale sul tuo lavoro?.
Quale lavoro? Dal lockdown non c’è lavoro per gli artisti e per l’esercito di coloro che mandano avanti la filiera dello spettacolo! Lavoriamo tanto ma senza introiti. Da parte mia posto tante cose sui social e la cosa mi piace. Ho comprato una scheda audio e mi diverto a registrare da solo o su cose già esistenti e anche a montare video ma questo è un lavoro per l’anima, non per le tasche. Io posso anche permettermi di stare a casa a ‘divertirmi’ e a dare un senso alla mia clausura attraverso la creatività ma per molti è un vero dramma…

-Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?
Spero di no e spero si riprenda il prima possibile. Con le ovvie restrizioni. Se non si riprenderà in tempi brevi parte della nostra categoria sarà rasa al suolo e non si rialzerà.
Se ciò avverrà anche lo sforzo che il Governo sta facendo nel riconoscere i 600 Euro mensili sarà uno sforzo inutile. Perché con 600 Euro non si campa se non c’è dell’altro.
Sono fermamente convinto che l’unica musica per evitare lo sfacelo sia quella di sforzarci, tutti e nel rispetto di tutti, a riaprire le attività dello spettacolo (ovviamente non quello dei concerti da stadi e palazzetti dello sport) prima dell’inizio dell’estate. Sarà una tesa di mano verso le imprese culturali e queste potranno ridistribuire economia ai lavoratori che, a loro volta, la distribuiranno sulla socialità. C’è bisogno di arte, di cultura e di musica per alimentare lo spirito.

Come riesci a sbarcare il lunario in questo periodo?
Personalmente vivo con quello che avevo messo da parte prima. L’unico introito possibile, seppure minimo, può essere la monetizzazione della rete ma non basta a giustificare il lavoro e l’impegno profuso. Viviamo di ciò che suoniamo con il nostro strumento per gli altri. Se lo facciamo solo per noi stessi ciò ci riempie solo l’anima pur alimentando lo spirito.
Anche le attività della mia etichetta discografica in questo momento sono quasi ferme e abbiamo deciso di pubblicare per ora i dischi futuri solo sulla rete. L’unico lavoro fisico è “2re-Wanderlust” perché era già in stampa ma i negozi di dischi sono chiusi. In compenso riaprono le librerie… Speriamo nella prossima Siae semestrale e molti artisti sperano in un aiuto sia da parte della Siae che di Nuova Imaie e ItsRight per i diritti connessi. Alcuni altri invece riescono a prendere i 600 Euro dallo Stato ma purtroppo non tutti, solo quelli che nel 2019 hanno maturato almeno 30 prestazioni professionali. Cosa impossibile per molti lavoratori del nostro mondo.

-Vivi da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante in questo delicato momento?
Ho la grande fortuna di vivere con una bella famiglia unita. Con mia moglie e mio figlio, che ha dodici anni e suona la batteria e ama i Beatles. Credo sia la più grande fortuna in questo momento. Perché ci si scambia il piacere delle piccole cose e si limano i piccoli contrasti. Come regalo per il suo compleanno avevo comprato tre biglietti per andare a sentire Paul McCartney a Napoli il 10 giugno. Ci riconosceranno un voucher da spendere in 12/16 mesi ma non voglio cambiare i biglietti di McCartney per un altro artista…
La musica non è un supermercato dove se non c’è la carta igienica di una certa marca ne compri un’altra…

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
Assolutamente si. Lo spero vivamente…

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
Già lo sta facendo. Peccato che continui ad essere poco considerato il suo valore e il suo senso nella società. Soprattutto nella fase di ricostruzione e di riapertura. Si sta dando valore alla rete e allo streaming ma, in tutta sincerità, spero non sia il futuro della musica perché questa va vista, sentita e respirata con gli altri. Sono cosciente che la rete e lo streaming possono diventare dei nuovi strumenti di lavoro e di introito – soprattutto ora – ma è altrettanto necessario che ci sia una attenzione etica e una legislazione adeguata perché altrimenti usciremo dal tempo del coronavuirus con un messaggio sbagliato: quello che la musica può arrivare nelle nostre case a costo zero annichilendone il senso e non comprendendo che dietro c’è una filiera enorme che investe e che contribuisce al PIL del nostro Paese. Inoltre ciò che si fa in rete deve essere di assoluta qualità e questo non avviene sempre. Non si può assistere a un concerto in rete senza quelle modalità e quelle attenzioni che riversiamo nella performance dal vivo perché la macchina  dello spettacolo, qualsiasi questa sia, ha delle regole e delle esigenze costruite in anni e anni di lavoro.
Il coronavirus non può distruggere quello che abbiamo faticosamente costruito con le nostre vite, con il nostro impegno e con la grande passione che ci anima.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
Ognuno si affida a ciò in cui crede. Ci si affida a noi stessi, ci si affida altri altri, ci si affida a un Dio. A un fiore che sboccia in queste giornate di primavera intensa. Ciò è un segnale importante perché qualsiasi segnale dovrebbe portarci a riflettere e a considerarlo non solo un segnale ma un monito.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
Non ho idea e non mi interessa. Tutto può essere retorico e tutto può essere giusto. Dipende solo da noi. Dalla nostra capacità introspettiva di guardare dentro di noi e allo stesso tempo di guardare gli altri. Ben venga il concetto di unità, ad esempio, se questa è sentita ed è vera. Ben venga tutto ciò che è vero se lo è veramente…

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i vari organismi di rappresentanza?
Purtroppo no. Riconosco il grande sforzo che si sta facendo ma c’è molta confusione e la tesa di mano non è sufficiente. Si sta ad ascoltare molto le esigenze di alcuni ma non di tutti. Il mondo della cultura e delle spettacolo ad esempio è il primo ad essere stato chiuso e non si sa quando ripartirà ma intanto si riaprono le spiagge (e ne sono felice come tutti) come se in queste non ci siano gli stessi problemi di assembramento come in un piccolo concerto. Pur comprendendo il bisogno del nostro Governo di stare a sentire soprattutto la parte legata alla sanità e nel rispetto dei troppi morti questa non è oggi l’unica priorità. Se non si affrontano tutti gli argomenti e non si sta a sentire le istanze e i consigli di tutti, i morti sul campo saranno molti di più.

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
Un sacco di cose. Troppe da poterle riportare in questa intervista… E avrei un sacco di idee. Anzi, ho un sacco di idee da proporre. E non solo io…

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
Resistete. Resistiamo. Tutti assieme ce la faremo… Retorica?