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cd

Lorenzo Cominoli – “Ulisse” – Splasc (H) CDH1545.2
Ecco un album d’esordio che fa ben sperare per il musicista che lo firma: il chitarrista Lorenzo Cominoli evidenzia, infatti, una tecnica eccellente ed un buon gusto che sicuramente gli gioveranno nel corso di una “carriera” che potrebbe essere luminosa.
Lorenzo all’età di otto anni si avvicina alla chitarra come autodidatta, successivamente studia pianoforte classico per tre anni, acquisisce i fondamenti di chitarra classica, frequenta il Centro Professione Musica di Milano seguendo il corso Rock-Fusion di Lapietra e studia con Fabrizio Spadea appassionandosi definitivamente al mondo del Jazz.
Per questo suo primo album ha scelto di presentarsi in quartetto con un organico non usuale: un trombone affidato a Mauro Parodi, Marcello Testa al contrabbasso e Nicola Stranieri alla batteria, oltre, naturalmente, alla sua chitarra. E l’idea di concepire il trombone come strumento solista paga : il gruppo ha una sonorità personale, solida ma allo stesso tempo dolce e suadente, innervata dai continui dialoghi tra l’unico fiato e la chitarra del leader che si fa ammirare per la ricchezza di toni e la grande inventiva melodica.
Inventiva che si evidenzia ancor più ove si consideri che tutti gli otto brani presenti nel CD sono dovuti alla fertile penna di Cominoli; i pezzi richiamano da un canto tutta la letteratura chitarristica del jazz di cui Cominoli è di certo profondo conoscitore, dall’altro il modo di concepire le strutture melodico-armoniche proprio di grandi autori quali Cole Porter, Jerome Kern e Rodgers Hart.
Insomma un bell’esordio che ci fa attendere con interessata curiosità la prossima fatica discografica del giovane chitarrista.

Riccardo Fioravanti, Lara Iacovini – “In the mood of Chet” – Music Center BA237
Lara Iacovini è una su cui ho scommesso deciso dopo aver ascoltato il suo album d’esordio Everybody’s song . Adesso siamo al capitolo n.2 e le promesse implicite nel primo CD sono state tutte rispettate: Lara Iacovini si conferma dalla squisita sensibilità, grande musicalità e perfetta padronanza dei propri mezzi espressivi.
Questo nuovo progetto, In the mood of Chet, ideato e realizzato a quattro mani con il contrabbassista Riccardo Fioravanti è assai impegnativo dal momento che porta la cantante a misurarsi con un repertorio assai impegnativo proprio perché “frequentato” da quel grande artista che fu il trombettista statunitense tragicamente scomparso il 13 maggio 1988. Ma la Iacovini lo affronta con il piglio giusto, senza presunzione ma conscia di poter far bene: così fin dal primo brano, “My funny Valentine” , la cantante dispiega le sue potenzialità in una versione originale e pertinente. E poi è tutto un alternarsi di pezzi famosi e di originals ,da Over the rainbows e The autumn leaves a But not for me , dallo strumentale Danza metropolitana di Giovanni Falzone a Joyfull season of life(Iacovini-Rusca) e I know (Iacovini-Fioravanti) … il tutto legato da un filo rouge ben preciso, vale a dire l’intento di ricreare un mood caro a Chet Baker.
Il risultato, come accennavo in apertura, è pienamente raggiunto grazie anche allo strepitoso gruppo che suona con Lara vale a dire il già citato Riccardo Fioravanti e poi Mario Rusca al pianoforte, Stefano Bagnoli alla batteria e Giovanni Falzone alla tromba: E particolarmente degno di nota appare l’interplay che si è creato fra tromba e voce in un gioco di rimandi, di sottolineature, di evocazioni talvolta addirittura prezioso.

Giovanni Guidi – “The unknown rebel band” – CamJazz PRM 7822-2
Era da tanto tempo che non ci capitava tra le mani un disco con un programma extramusicale così definito ed esposto: in effetti il lavoro del giovane umbro, al terzo album per la CamJazz, intende rivolgere un omaggio alla libertà, allo spirito di ribellione e giustizia che attraversa e muove i popoli. Di qui una serie di titoli che non potrebbero essere più esplicativi: “IL PARTIGIANO JOHNNY”, “PAISA’”, “NAPOLI 27 – 30 SETTEMBRE 1943” riferiti alla storia italiana , “PRAZSKE’ JARO” dedicato alla Primavera di Praga , “GARAGE OLIMPO” per i desaparecidos argentini , “180 -78” per celebrare la legge Basaglia , “SONO SETU UBUMNYAMA “ in ricordo delle lotte anticolonialiste nel Sudafrica …e via di questo passo attraverso una serie di sapidi bozzetti ognuno riferito ad un preciso momento della storia per la liberazione in ogni parte del mondo.
Devo confessare che non amo molto questo tipo di progetti…anche perché c’è stato qualcuno che l’ha fatto molti anni prima e forse con qualche motivazione in più (mi riferisco alla celebre Liberation Music Orchestra di Charlie Haden del 1969 cui d’altro canto anche Guidi afferma di essersi ispirato per questa sua realizzazione che definisce “un omaggio indiretto a Charlie Haden) .
Ciò detto veniamo finalmente alla musica che evidenzia un nuovo lato della personalità del leader; avendo a disposizione una big band è chiaro che lo spazio per il pianoforte è diminuito a tutto vantaggio di una dimensione collettiva della musica ben arrangiata da Dan Kinzelman e ben eseguita da musicisti tutti di straordinario livello tanto che vale la pena citarli tutti: Mauro Ottolini (trombone), Mirko Rubegni, Fulvio Sigurtà (tromba), Dan Kinzelman (sax tenore), Daniele Tittarelli (sax alto), David Brutti (sax basso), Francesco Ponticelli (contrabbasso), Joao Lobo (batteria), Michele Rabbia (percussioni).
Le composizioni sono in massima parte dovute alla penna del leader che dimostra una buiona facilità di scrittura

Stefano Raffaelli – “Malastrana” – Splasc (H) CDH 2523.2
Stefano Raffaelli vanta un curriculum di tutto rispetto : ha studiato musica classica per dieci anni, ha approfondito le tecniche dell’improvvisazione per il triennio 1987/89 con Franco D’Andrea al Centro Professione Musica di Milano, ha frequentato un master di specializzazione con il contrabbassista Dave Holland ed il batterista Jan Christensen, nel ‘90 si è perfezionato in piano-jazz con Mike Melillo alla Jazz University di Terni, l’anno dopo ha frequentato un seminario della Manhattan School of Music di New York, guidato dal pianista Harold Danko e dal trombettista Lew Soloff.
Tornato in Italia ha avuto modo di collaborare , musicisti anche in Austria, Germania e Francia , con diversi musicisti quali Tino Tracanna, Bruno De Filippi, Gianni Basso, Rudi Migliardi, Irio De Paula, Francesco Bearzatti, Alan Farrington, Gilson Silveira …
Ha firmato, altresì, alcuni album quali “People” del 1995 per l’etichetta indipendente Erga, “Nomads”, “The secret of Ra” e Cimarosa Collective” per l’etichetta milanese Halidon “Divo Italiano”(2006) e “Songs to Remember” (2007).
Adesso si presenta con una etichetta prestigiosa e prettamente jazzistica proponendo un lavoro per piano solo…e già solo per questo andrebbe elogiato, ché il “piano solo” è una sorta di disciplina assai ardua, che pochi riescono ad affrontare con successo.
Raffaelli se la cava abbastanza bene nel senso che evidenzia una tecnica sicura e una buona musicalità…solo che a tratti l’album sembra indirizzato vero quella forma di bellezza formale, di descrittivismo proprio di certi eroi del giorno che non cito per non scatenare l’ennesima inutile polemica.
Insomma i mezzi ci sono.. forse sarebbe necessario un po’ più di coraggio per affrontare un repertorio diverso.

Cinzia Roncelli – “My shining hour” – Philology W423.
Gran dispiego di talenti per il disco d’esordio di questa vocalist allieva di Carola Caruso e Tiziana Ghiglioni.
Ad accompagnarla è, infatti, una band impreziosita da alcuni dei migliori jazzisti italiani: Giovanni Mazzarino al piano, responsabile anche degli arrangiamenti e della direzione musicale, Dino Rubino sicuramente uno dei trombettisti più interessanti dell’intero panorama nazionale, Francesco Cafiso al sax alto considerato l’astro nascente del jazz europeo (se non qualcosa di più), Giuseppe Mirabella alla chitarra. Marco Panascia al contrabbasso e Paolo Mappa alla batteria.
E credo che basti l’elenco di questi musicisti per capire che ci troviamo dinnanzi ad una produzione di tutto rispetto..ma ovviamente l’attenzione va incentrata sulla protagonista. Non c’è dubbio che Cinzia, come si dice, conosce il mestiere nel senso che risulta evidente l’attenzione con cui ha studiato le tecniche vocali e soprattutto la grande tradizione del canto jazz. Lo dimostra, tra l’altro, la scelta del repertorio tutto incentrato su grandi classici, da “Time after time” a “I’m old fashioned”, da “All or nothing at all” a “Every time we say goddbye” che chiude l’album.
Ma proprio qui, a mio avviso, sta il limite dell’album: la Roncelli ha i mezzi per potersi esprimere su alti livello, allora perché non cercare di staccarsi maggiormente dai modelli di riferimento? Perché non proporre magari un repertorio in cui ci xsia anche qualche brano meno battuto?
Speriamo, quindi, che la prossima volta Cinzia possa stupire di più.

Elio Tatti

Elio Tatti

Elio Tatti – “Tatti Tattoo” –Alfa Music AFPCD 102
E’ con colpevole ritardo che Vi segnalo questo ottimo disco di Elio Tatti, ma, come dice un vecchio adagio, “meglio tardi che mai…”.
Tatti appartiene a quella schiera di musicisti che pur essendo di grande livello, non riescono ad ottenere i riconoscimenti che meritano. Nel caso di Elio per rendersene conto basta ascoltarlo in una qualsiasi performance indipendentemente dal contesto in cui si trova a suonare dato che la sua preparazione e la sua squisita sensibilità gli consentono di esibirsi con egual successo sia in ambito classico sia in ambito jazz.
Questo “Tattitattoo” è un album jazz e della migliore qualità.
Innanzitutto il livello di tutti i musicisti è eccellente: Giampaolo Ascolese batteria e percussioni, Gerardo Iacoucci pianoforte e fisarmonica e Filiberto Palermini ai sassofoni sono artisti che il pubblico degli appassionati conosce ed apprezza oramai da molto tempo così come i numerosi “ospiti”: : Antonello Vannucchi (Pno); Massimo Davola (Sax ten) , Rino Vernizzi ( Arr , Fagotto) , Michele Ascolese (Cht); Lucio Turco (Drs), Giuseoppe Fedrizzi (Viola) , Riccardo Biseo (Pno); Eleonora Tatti (Pno).
Ma è soprattutto la figura del contrabbassista che risalta evidente grazie alle sue doti caratteristiche; il suo stile risente dell’influenza di Ray Brown: non a caso è caratterizzato da un profondo radicamento nel blues, da una cavata potente seppur misurata, da un indiscusso senso del tempo, da un fraseggio fluido ma non inutilmente virtuosistico e da una squisita tecnica anche all’archetto. E poi questa grande capacità di ascoltare i compagni con cui stai suonando, di entrare in sintonia con loro, di porgerti sempre al servizio del collettivo senza pretese da prima donna. Di qui una musica sempre misurata, mai sopra le righe in cui c’è spazio per tutti.
Ed anche la scelta del repertorio si ispira a questi criteri di sobrietà: accanto a brani celebri come ‘Slipped Disco’ di Goodman, ‘Round Midnight’ e “Well you need’nt di Monk, ‘Body And Soul’ , troviamo sette originali di Tatti tra cui spiccano, a mio avviso, “Coltrane” e “Bassmilonga”…ma è tutto il disco che si fa sentire con grande interesse dal primo all’ultimo minuto.

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