I nostri CD.

Sergio Cammariere, – “Io” – Jando Music/ Parco della Musica.
Sergio Cammariere, da Crotone, città di Pitagora, da buon pitagorico è portatore di una scuola di pensiero (musicale) alquanto eclettica che coinvolge diversi ambiti: cantautorato nazionale e chansonniers, musica latina ed etno/mediterranea, jazz, di cui trasuda anche il suo pianismo caldo e duttile. Il centro della sua “dottrina” non è tanto il numero, né i teoremi, bensì l’Armonia intesa come manifestazione spirituale dell’individuo attraverso la Musica. “Io”, settimo album a sua firma, prodotto da JandoMusic e Parco della Musica, con la Grandeangelo, è la giusta occasione per fare il punto sulla sua esperienza artistica descrivendone la saudade intensa, qua e là velata di ironia, e con essa la relativa pratica musicale, nei diversi brani in track list. Un “Io” Armonico intimo eppure da palcoscenico, quello che si rivela, anche grazie ai testi di Roberto Kunstler. Per un romantico come lui che duetta disinvoltamente con Chiara Civello in ‘Io con te o senza te’ e con Gino Paoli, una generazione in più, in ‘Cyrano’. Sono una sorta di anamnesi, in note e canto, la ritmica ‘Tempo perduto’ e la suggestiva ‘Via da questo mare’: “il tempo vola (…) e mi fermo indietro a ricordare / che ho voglia di andar via da questo mare”. Non mancano i live della famosa ‘Tutto quello che un uomo’ (terzo posto a Sanremo nel 2003 oltre che Premio della Critica e quale Migliore Composizione Musicale) e dell’altro gettonato hit ‘L’amore non si spiega’. Ecco ancora nel disco affiorare contaminazioni in ‘Dalla pace del mare lontano’ mentre lo sguardo in avanti, rivolto al futuro, sta soprattutto negli inediti ‘Chi sei’, ‘Ti penserò’, ‘La giusta cosa, ‘Sila’. E c’è quel ‘Cantautore piccolino’ che ha dato il nome al suo primo album-raccolta uscito quasi dieci anni fa, nel 2008. Prova che “Io” non sta per Ego, e che la semplicità ed umanità di Cammariere restano una dote grande quanto una musicalità, la sua, che sull’equilibrato senso poetico, unito alla sintesi di più fonti ispirative, basa la forte Id/entitá della propria musica. Lo affiancano, in queste registrazioni effettuate fra Casa del Jazz e Auditorium Parco della Musica di Roma, Fabrizio Bosso, Luca Bulgarelli, Amedeo Ariano, Bruno Marcozzi, Roberto Taufic, Paulo La Rosa, Ousmani Diaz, Marcello Surace, Francesco Puglisi oltre a Paolo Silvestri per gli arrangiamenti orchestrali e dei fiati.

Mike Zonno – “Fado encontra jazz” – Musicartepoesia
Sugli incontri tra jazz e forme musicali latine esiste un’ampia letteratura. Alla popolazione di origine francese della Louisiana va ascritta la musica cajun, con influenze blues. La brasiliana bossa nova opera sin dagli anni ’50 una trasfusione di propri cromosomi nel repertorio degli standard jazzistici. Guardando allo spanish tinge è notorio il legame fra flamenco e jazz, reso più stretto dalla comune propensione ad improvvisare. E come tacere del prolifico incrocio fra tango (con strati di melodia italica) e jazz, che potrebbe esser simboleggiato dallo storico summit Piazzolla-Mulligan? Anche i portoghesi esprimono in note il loro soul con tanto di saudade. Possibile incipit discografico: un album del 1990, ‘Dialogues’, edito da Antilles, in cui il contrabbassista statunitense Charlie Haden e il chitarrista portoghese Carlos Paredes si confrontano per occasionare una combine fra fado e approccio jazz. Prima di allora brani come ‘Coimbra’ (Avril in Portugal) o ‘Lisbon Antigua’, che son poi le due città fadiste per eccellenza, avevano tenuto vivo il mito Portugal nell’immaginario musicale collettivo, riprese da swingers e singers. Su tale solco ecco ora un interessante album di musicisti pugliesi, dunque provenienti dalla terra della famiglia Piazzolla, che si cimentano col fado … jazzisticamente trattato. Intendiamoci. Artisti come i Madredeus o Dulce Pontes peregrinano fra i festival jazz esportando la propria musica in the world.
Ma il risultato è di norma diverso se sono dei jazzisti a reinterpretare. Nel cd “Fado Encontra Jazz”, intanto, sembrano accorciate, saltando l’Atlantico, alcune distanze fra Portogallo e Brasile, grazie alle comuni radici linguistiche. Si ascolti in proposito il samba ‘Barco negro’ di Piratini e Ferreira. La “migrazione” del samba oltreatlantico (e ritmi carioca) ha avvicinato i due emisferi. Ovviamente il fado conserva la sua struttura e il testo, ove presente, ne tradisce, e conferma, la natura intimamente poetica. Qui il canto di Lisa Manosperti, coraçâo da Amalia Rodriguez, rende il senso della malinconia quasi bahiana del fado, con quell’alone di fato incombente che ne è tratto tipico (‘Fado português’, ma soprattutto ‘Canção do mar’, dove Michele Carabba lascia il soprano e fa il verso a Gato Barbieri). In una formazione la cui ritmica si avvale del contrabbasso di Mike Zonno e della batteria di Gianlivio Liberti, c’è da segnalare, fra i 13 brani, ‘O infante’ di Pessoa e della Pontes, transmutata in una ballad che il pianoforte di Vito Di Modugno armonizza. Cosí come, dopo il frizzante ‘Ferreiro’, la ‘Canção Verdes Anos’ di Carlos Paredes, che va a completare il campionario di hits resi celebri da Ferrao, Bevinda, Vitorino, Trindade. “Canti di portoghesi – recita Pessoa – Sono come barche nel mare/ Vanno da un’anima all’altra/ Col rischio di naufragare”.

I NOSTRI CD. Dalle parole ai fatti: fisarmonicisti jazz, qualche suggerimento d’ascolto

E parlando di Castelfidardo, di fisarmonica, mi sembrava opportuno segnalarvi qualche CD più o meno recente inciso da fisarmonicisti che si esprimono con un linguaggio jazzistico.

Frank Marocco – “Ballads” – Artist Signed Records 12/009

Frank Marocco, Daniele Di Bonaventura – “Two For The Road” Artist Signed Records 11/008

E questa mini-rassegna discografica non poteva che iniziare con Frank Marocco, sicuramente una delle voci più originali nell’ambito della fisarmonica jazz. Un vero e proprio gigante che ha saputo dare una svolta al modo stesso di concepire lo strumento, di adattarlo a quelle che sono le pronunce jazzistiche grazie anche ad una tecnica formidabile ma posta sempre al servizio della musicalità, dell’espressività. Ne abbiamo probanti esempi in questi due album.

In “Ballads” Marocco si esprime in splendida solitudine affrontando con classe e pertinenza una serie di ballads molto famose come, tanto per citarne qualcuna, “Lover Man”, “In a Sentimental Mood”, “Smoke get’s In Your Eyes”. L’album ha anche un valore storico in quanto si tratta del suo ultimo CD, prima della scomparsa il 3 marzo del 2012 all’età di 81 anni, prodotto in Italia e pubblicato il 28 settembre del 2011. L’Italia è sempre stato un Paese molto amato da Marocco e non solo per le sue origini (il padre era di Caserta, la madre emiliana). Frank ha infatti continuamente collaborato con nostri musicisti tra cui il bandoneonista Daniele Di Bonaventura col quale ha anche inciso in duo il cd “Two For The Road”. L’album è un vero e proprio gioiellino la cui valenza travalica la bellezza dei temi scelti; i due artisti si integrano alla perfezione con le linee di fisarmonica e bandoneon che ora si intrecciano, ora si affiancano a disegnare un universo sonoro di rara suggestione. Splendida, tra le altre, l’interpretazione di “Pure Immagination” di Leslie Bricusse e Anthony Newley.

Renzo Ruggieri – Live Improvisations – APA 109 2 cd

(Da una recensione di Daniela Floris)

Renzo Ruggieri decide di assemblare in maniera ragionata una serie di registrazioni live di suoi concerti in solo, avvenuti nell’ arco temporale tra il 1998 e il 2010, con il preciso intento di porre l’accento sull’improvvisazione libera e sul coesistere del suo accordion con effetti elettronici e loop station: dunque un disco in solo ma con la possibilità di replicare, doppiare, distorcere e rendere mutevoli la voce di uno strumento molto connotato, che siamo abituati ad associare ad un tipo di musica tradizionale, nonostante nel Jazz lo stesso accordion oramai sia sempre più presente ed in alcuni casi innovativo. In questo percorso ardito, quasi una ricerca sperimentale avvenuta negli anni, (questo cd chiude un trittico cominciato con la registrazione in studio di Improvvisazioni Guidate VAP100 e Storie di Fisarmonica Vissuta VAP101 ), Ruggieri si lascia andare ad un’esplorazione integrale (e dal vivo) delle possibilità del proprio strumento, disvelandone le notevoli possibilità espressive, anche quelle più estreme. Quindici i brani in scaletta, ognuno un piccolo mondo a sé, da ascoltare rigorosamente con la totale apertura mentale che permetta di godere senza pregiudizi di suoni a volte anche ostici, ma sempre inseriti in un disegno che ha un qualcosa di ineluttabile, che in qualche modo va “nel modo giusto”. Perché in fondo sono l’espressione di un messaggio profondamente sentito dal musicista che estemporaneamente lo sta formulando: bisogna fidarsi di lui e con lui decidere di partire per quel viaggio in zone inesplorate.

Klaus Paier, Asja Valcic – “Timeless Suite” – ACT 9598-2

Album molto particolare questo che vede l’uno accanto all’altra Klaus Paier all’ accordion e al bandoneon e Asja Valcic al cello, impegnati su un repertorio assai variegato in cui accanto agli original dei due compaiono brani di Stravinsky, di Bach e di Piazzolla opportunamente arrangiati. Il risultato è notevole soprattutto perché alla fine dell’ascolto si resta allo stesso tempo affascinati e straniati, affascinati perché il sound che i due riescono ad esprimere è davvero unico, travolgente nella sua classica modernità. La tecnica messa in campo è straordinaria ma tutto viene declinato con la massima semplicità, senza alcuno sforzo apparente, con grande fantasia tanto che riesce difficile distinguere tra pagina scritta e parti improvvisate… il che se ci riferiamo ai due strumenti a mantice siamo ancora nel solco del prevedibile, mentre il discorso cambia radicalmente se prendiamo in esame il violoncello ché in ambito jazzistico gli esempi di violoncellisti bravi improvvisatori sono rari. Di qui lo stupore, lo straniamento cui si accennava in precedenza in quanto non si riesce a ben identificare se si tratti di jazz, di world music o di cos’altro. Un consiglio? Lasciate da parte le etichette e ascoltate l’album senza porvi eccessivi interrogativi; ne vale la pena!

Antonino De Luca – “Walkin’ On My Way” – Barvin 14/014

Antonino De Luca è uno dei partecipanti al concorso di Castelfidardo su cui ci siamo soffermati nel precedente articolo. Siciliano di nascita, De Luca oramai da anni si è trasferito proprio in quel di Castelfidardo affinando un talento che gli consentirà, quanto prima di raggiungere prestigiosi traguardi. In questo album inciso nel marzo del 2014, si avvale della collaborazione di Luca Pecchia (chitarra), Gabriele Pesaresi (contrabbasso), Federico Nelson Fioravanti (batteria e percussioni) con lo special guest Josè Luis Fioravanti (percussioni). L’album è declinato attraverso dieci brani in cui accanto a composizioni di Victor Young, Michel Petrucciani, Richard Rodgers, Johnny Green, Frank Marocco e Matt Dennis figurano cinque brani dello stesso De Luca che evidenzia in tal modo una bella propensione compositiva. Così il fisarmonicista riesce a transitare con disinvoltura da terreni più propriamente jazzistici ad atmosfere più propriamente brasiliane e funky. Il tutto senza perdere alcunché della propria identità stilistica. Non a caso lo stesso De Luca, nelle brevi note che accompagnano l’album, sostiene “la necessità di comunicare uno stato d’animo, di tirar fuori tutte le proprie emozioni” e come quindi la musica rappresenti il mezzo per comunicare una storia.

Tango transit – “Blut” – Artist Signed Records – 11/007

Il fisarmonicista Martin Wagner, nato nel 1967 a Francoforte, è il fondatore del trio “Tango Transit” completato da Hanns Hohn al contrabbasso e Andreas Neubauer alla batteria. Negli ultimi venticinque anni, questa formazione ha partecipato a numerosi festival prevalentemente di carattere jazzistico (Israele, Scozia, Italia, Francia, Svizzera, Romania) e realizzato quattro albums tra cui questo “Blut” registrato nel 2010 e un DVD live (“Live im Thalhaus” nel 2013). Trattandosi di musicisti di estrazione diversa, il trio ha elaborato uno stile affatto personale in cui confluiscono input provenienti da mondi diversi quali il jazz, il tango… fino al funky e alla musica Cajon. Elementi, questi, che si ritrovano appieno nell’album in oggetto che si articola su un repertorio di 12 brani tutti scritti dal leader, di cui i primi tre fanno parte di un’articolata e lunga suite, che rappresenta, a nostro avviso, la parte migliore dell’album. Tutta giocata e sull’abilità del leader e sull’intesa con gli altri due partners (in special modo con il contrabbassista) la suite si articola su momenti diversificati ben resi dal trio: così dopo un’intro dal sapore vagamente classicheggiante, si instaura prepotentemente un clima tanguero, soppiantato a sua volta da frammenti in cui ha la prevalenza un linguaggio più strettamente jazzistico… e via di questo passo sino alla fine della terza parte assai vicina all’espressività jazzistica anche per merito del già citato contrabbassista.

Massimo Mazzoni, Christian Riganelli – “New Klezmer Tales”Artist Signed Records – 15/015

L’album si avvale di un organico assolutamente inusuale, almeno per gli amanti del jazz: Massimo Mazzoni sax tenore e soprano, Christian Riganelli fisarmonica, cui si aggiungono in due brani, come special guests, Gabriele Mirabassi al clarinetto e Gabriele Pesaresi al contrabbasso. Mazzoni e Riganelli affrontano un repertorio molto impegnativo costituito da sette composizioni originali d’ispirazione klezmer per sassofono e fisarmonica in cui elementi tradizionali si mescolano con input più moderni in una sorta di coinvolgente mistura che raccoglie altresì suggestioni provenienti dalla musica contemporanea, dal contrappunto di marca bachiana e dalle armonizzazioni proprie del jazz; a queste sette composizioni si aggiungono standard della tradizione popolare (Der Heyser Bulgar,  The Blessing Nigun, Badeken Die Kallah, Ballad for a Klezmer)  ed una rivisitazione del III tempo (lamentoso e grottesco) dalla “Hot Sonate” di Erwin Schuloff. Ascoltando l’intero album non si può fare a meno di notare l’amore, la passione e soprattutto l’onestà intellettuale con cui i due hanno affrontato la difficile impresa: nessuno sfoggio virtuosistico, nessuna pretesa di stupire ma la sincera e assidua volontà di aderire a stilemi propri di una musica che per anni e anni ha narrato le vicende, le sofferenze di un intero popolo.

Gerlando Gatto

 

I NOSTRI CD. Luci ed ombre dalle novità discografiche dall’Italia e dall’estero

Antonella Chionna – “Rylesonable” – Dodicilune 371
Spero di non attirarmi la solita valanga di critiche quando mi capita – ad onor del vero piuttosto raramente – di parlare male di qualche disco. Ecco questo “Rylesonable” è un album che ben difficilmente ascolterei una terza volta (prima di recensirlo l’ho ascoltato attentamente due volte). Nato nel corso di un tour della Chionna negli Stati Uniti e registrato nel Rear Window Studio di Brookline, l’album presenta accanto alla vocalist, il pianista Pat Battstone, il contrabbassista Kit Demos e il vibrafonista Richard Poole. Un combo, quindi, di tutto rispetto che si avventura, però, su un territorio che il vostro cronista non apprezza particolarmente. In repertorio otto brani frutto della collaborazione tra i quattro musicisti, cui si aggiungono “Sophisticated Lady” di Duke Ellington, Irving Mills e Mitchell Parish, “Lover Man / Nature Boy” di Jimmy Davis, Roger Ramirez, James Sherman ed Eden Ahbez, “Fida (to Carla)” con testo della Chionna su musica del chitarrista e compositore pugliese Gabriele di Franco e “Rather Life”, liberamente ispirato da un poema di André Breton. Dopo il lavoro in duo “Halfway to Dawn” con il chitarrista Andrea Musci, la giovane cantante tarantina Antonella Chionna ritorna, quindi, con un altro disco che evidenzia le potenzialità della sua voce. E su questo non ci sono dubbi. Ma allora perché estremizzare la performance, perché spingere il tutto come a voler rifiutare qualsivoglia leggibilità? L’impressione è che alle volte, spinti dalla voglia di evidenziare le proprie potenzialità, alcuni musicisti – soprattutto giovani – insistano un po’ troppo sul lato tecnico dimenticando che la musica è anche, se non soprattutto, trasmissione di emozioni.

Claudio Cojaniz – “Stride Vol.3 – Live” – Caligola 2223
“Sound of Africa – Caligola 2228
Claudio Cojaniz è musicista sincero, coraggioso, che non ha paura di esprimere le proprie convinzioni sia con le parole sia con la musica. Questi due album ne sono l’ennesima conferma, se pur ce ne fosse stato bisogno.
Il primo, registrato il 18 luglio del 2015 durante un concerto all’Arena del Parco Azzurro di Passons in provincia di Udine, rappresenta il terzo episodio di una riuscitissima serie che la Caligola sta dedicando alla valorizzazione di questo artista friulano. In questo terzo volume Cojaniz esegue in piano-solo un repertorio in cui a brani tratti dal songbook jazzistico si alternano canzoni come “Il nostro concerto” o “Michelle” e un pezzo folkloristico macedone. Indipendentemente dal materiale che si trova ad affrontare, il pianismo di Cojaniz mantiene una sua intima coerenza: robusta tecnica ma usata con parsimonia, armonizzazioni mai banali, spiccata sensibilità melodica (si ascolti al riguardo il brano d’apertura (“I loves you Porgy” di George & Ira Gershwin), perfetta padronanza della dinamica, uno spiccato senso del blues (particolarmente evidente in “Nobody knows you when you’re” down and out), assoluta coerenza nel mai disgiungere il suo impegno politico dalla musica (ecco quindi la riproposizione di “Gracias a la vida” di Violeta Parra) e quindi nessuna paura di osare quando lo ritiene necessario. In questo senso da segnalare, in conclusione, la toccante versione de “Il nostro concerto” un brano che tra le dita di Claudio riesce a esprimere tutta la delicatezza e l’amore di cui era capace Umberto Bindi.
Abbiamo già parlato dell’impegno politico di Cojaniz e questo “Sound of Africa” si inserisce proprio in tale contesto. Realizzato nel marzo del 2017, è frutto di una collaborazione tra l’associazione TimeforAfrica di Udine e Caligola Records di Venezia; il ricavato andrà infatti a finanziare un progetto educativo per le famiglie dei minatori sudafricani di Marikana, sterminati dalle forze di polizia nel 2012 durante uno sciopero indetto per protestare contro le condizioni di vita. L’album è stato presentato in prima assoluta durante “Udin&Jazz 2017” con grande successo; il disco ricrea appieno le atmosfere vissute durante il live. Splendidamente completato da Alessandro Turchet, contrabbasso, Luca Grizzo, percussioni e voce e Luca Colussi, batteria, il quartetto non scimmiotta posticce atmosfere africane, ma si rifà alla cultura di quel continente per trarne fonte di ispirazione: quindi l’Africa come una sorta di madre musicale, da cui ha preso le mosse anche il jazz. Non a caso l’album inizia con l’esecuzione per piano solo dell’inno nazionale sudafricano, anche se già dopo un minuto entrano in azione gli altri tre musicisti ed il brano, sorta di medley, diventa così –informa una nota della Caligola – “una composizione originale di Cojaniz, Capetown, contrariamente a quanto indicato nelle note di copertina”. E non a caso Cojaniz ha composto e incluso nell’album il brano “Marikana” proprio in ricordo di quella strage cui prima si faceva riferimento. Insomma un’altra, l’ennesima, prova di maturità del pianista friulano che si esprime al meglio anche come compositore dal momento che la quasi totalità delle composizioni sono sue.

eMPathia – “COOL Romantics” – mpi 2316
“eMPathia” è un duo che ti conquista immediatamente sia che lo ammiri in concerto sia che ascolti un suo disco. E i motivi sono molteplici. Innanzitutto la bravura dei musicisti: Mafalda Minnozzi è una vocalist dotata di grandi mezzi vocali, di squisita sensibilità e di una rara presenza scenica; oramai da molti anni si è fatta ambasciatrice della buona musica italiana nel mondo ottenendo straordinari successi soprattutto in Brasile, sua seconda patria. Paul Ricci, chitarrista di origini italiane, è strumentista che coniuga una tecnica sopraffina ad una non comune capacità di arrangiare i brani non facili che i due presentano. Lavorando assieme da molti anni, i due hanno sviluppato una bella intesa declinata attraverso un’operazione a sottrarre nel senso che hanno ricercato l’essenziale, risultato perfettamente raggiunto in questo album che rappresenta il coronamento di una trilogia, iniziata con “eMPathia jazz duo” e proseguita con “Inside”. Alle prese con un repertorio di estrema difficoltà, comprendente brani arci noti tratti dal pop, dal jazz, dalla musica brasiliana, dalla musica cantautorale italiana come “Insensatez”, “Dindi”, “Triste sera” di Luigi Tenco, “Nuages” forse la più bella composizione di Django Reinhardt, “Via con me” di Paolo Conte, i due riescono a trascendere le sonorità proprie dei linguaggi su accennati per attingere ad una forma espressiva nuova, originale. Forma espressiva che trae origine da un lato dalle diverse esperienze che i due hanno vissuto lavorando sui palcoscenici di mezzo mondo – dall’ Europa all’America latina… agli Stati Uniti d’America, dall’altro dalla facilità con cui i due riescono a improvvisare sulla scena sorretti da quell’intesa cui prima si faceva riferimento e da un gusto particolare per fitte trame melodico-armoniche sorrette sempre da un ritmo, alle volte sotto traccia, che Paul riesce a infondere in ogni esecuzione.

Fatsology – “A Tribute To The Music of Fats Waller” – abeat 170
Un sestetto di All Stars impegnate in un tributo a Fats Waller, pianista, cantante, interprete e compositore di alcuni brani memorabili. Protagonisti Gianni Cazzola il decano della batteria jazz italiana essendo sulla scena da oramai una sessantina d’anni, Sandro Gibellini chitarrista di ampie vedute e di altrettanto ampi consensi, Alan Farrington eccellente crooner, Alfredo Ferrario uno dei migliori clarinettisti di genere traditional in Italia, Marco Bianchi vibrafonista di grande sensibilità, Roberto Piccolo contrabbassista tra i più richiesti. La musica di Fats Waller è straordinaria contenendo in sé una valenza che per tanti anni non ha trovato eguali: non a caso era la musica che ha fatto ballare l’America per tanti anni e non a caso alcuni suoi brani sono rimasti immortali. Nel programma del CD tredici brani arrangiati in modo magistrale da Sandro Gibellini che guida il gruppo con energia, con classe inducendo tutti a suonare con gioia e partecipazione. Tutto bene, quindi? Non proprio ché alla freschezza del gruppo nella sua versione strumentale, si contrappone una voce che per quanto valida poco si adatta, almeno a nostro avviso, ad eseguire questo particolare repertorio. In effetti le interpretazioni di Fats Waller rimangono irraggiungibili quanto a musicalità e senso dell’ironia, dote, quest’ultima, cha manca completamente al pur bravo Alan Farrington; e per rendersene conto basta ascoltare i due brani più celebri di Waller, “Ain’t Misbehavin” e “Honeysuckle Rose”.

Paolo Fresu – “Two ” – Tuk 016
“Magister Giotto” – Tuk 020
Paolo Fresu è attualmente, senza ombra di dubbio, la punta di diamante del movimento jazzistico italiano. E questo non solo per le straordinarie capacità musicali, per lo smisurato talento, ma anche per la personalità dell’uomo che ama spendersi nelle più diverse occasioni, che mai si tira indietro, che ama- come suol dirsi- metterci la faccia. Emblematico, al riguardo, il suo contributo per organizzare i grandi concerti de L’Aquila. Il tutto senza minimamente incidere sulla qualità delle sue produzioni artistiche. E ne abbiamo un altro esempio in questi due album, l’uno più bello dell’altro.
In “Two Minuettos”, ad 8 anni di distanza dall’ultima collaborazione documentata dall’album “Think” uscito per la Blue Note/Emi, Fresu è tornato a duettare con il pianista Uri Caine in occasione dei tre concerti milanesi che il duo tenne al Teatro dell’Elfo dal 27 febbraio al 1 marzo 2015. Si, tratta, quindi di un live articolato su nove brani molto differenti che vanno da Bach a Bruno Lauzi passando attraverso Gershwin, Mahler, Joni Mitchell, Eden Ahbez e Barbara Strozzi, compositrice e soprano (1619 -1677), figura di rilievo della musica barocca veneta, oggi conosciuta soltanto da pochi esperti, a conferma di quanto possa essere vasto e completo l’universo musicale frequentato dal trombettista sardo. Ed è un vero godimento per le orecchie ascoltare con quanta passione, competenza, determinazione i due affrontano pagine musicali talmente distanti tra di loro. Il flicorno di Fresu disegna, con la solita eleganza, eleganti linee melodiche ben sorrette da un Uri Caine, con il suo classico contrappunto, assolutamente a suo agio nel completare quell’universo jazzistico in cui inserire le esecuzioni. Ecco quindi le note dei due che si incastonano a meraviglia sì da far assurgere a nuova modernità quei pezzi classici cui prima si faceva riferimento.
“Magister Giotto” è un album particolare: il trombettista sardo, in occasione dell’esposizione “Magister Giotto”, in programma dal 13 luglio al 5 novembre prossimo, presso la Scuola Grande della Misericordia a Venezia, per i 750 anni della nascita del grande artista fiorentino, ha realizzato uno speciale CD, dal titolo omonimo e dal formato assolutamente atipico, con in copertina una delle immagini celebri di Giotto, “Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta d’Oro”, per gentile concessione del Comune di Padova. Graficamente splendido anche il libretto d’accompagno con una serie di foto che richiamano diversi colori e che contengono le indicazioni sui brani. A quest’ultimo riguardo occorre precisare che Fresu ha scelto alcuni pezzi del già ricco catalogo Tuk Music, la casa discografica da lui stesso fondata, per creare una sorta di colonna sonora che accompagna il pubblico durante il suo viaggio alla scoperta di Giotto. Così accanto al trombettista abbiamo modo di ascoltare, divisi in vari organici ancora Uri Caine, Omar Sosa, Jaques Morelembaum, Daniele di Bonaventura, Gianluca Petrella, I Virtuosi Italiani, Michele Rabbia, Leila Shirvani, William Greco, Marco Bardoscia, Emanuele Maniscalco. Insomma una realizzazione molto, molto particolare che non a caso inaugura la Tuk Art, sezione della Tuk Music dedicata alle forme del figurativo.

Roberto Gatto – “Now!” abeat 172
Roberto Gatto è unanimemente considerato uno dei migliori batteristi, non solo italiani, attualmente in esercizio. Sorretto da una grandissima passione, si è fatto le ossa studiando sodo e collaborando con artisti di assoluto livello quali Johnny Griffin, George Coleman, Joe Zawinul, Curtis Fuller … tra gli altri. Oggi ovunque si vada Roberto è uno dei non molti jazzisti italiani conosciuti ed apprezzati. E questo album conferma quanto già di buono si sapeva sul suo conto non solo come batterista ma anche come leader e fautore di validi progetti. Ad accompagnarlo Alessandro Presti alla tromba, Alessandro Lanzoni al piano (vincitore del TOP JAZZ 2013, nella categoria Miglior Nuovo Talento) e Matteo Bortone al contrabbasso (cui è stato assegnato il premio Maletto del Top Jazz 2015). Insomma un quartetto di eccellenti musicisti che si misura su un repertorio che annovera nove originals, due standards (“I’ve Got You Under My Skin” di Cole Porter e “Thelonious” di Monk) e una moderna composizione di Chris Potter “Tick Tock”. Il terreno su cui si muovono i quattro è quello prettamente jazzistico, senza se e senza ma, vale a dire la giusta carica di swing, il piacere dell’interplay, la propensione ad improvvisare… e soprattutto quel lirismo, quel gusto per le belle melodie che sono patrimonio precipuo dei jazzisti italiani. Roberto sostiene il gruppo con il suo impeccabile drumming, con quel senso del tempo che tutti gli riconoscono e riesce così di volta in volta a lanciare i vari solisti che hanno modo di estrinsecare tutte le proprie potenzialità. Ad esempio ascoltiamo Alessandro Presti disegnare le ardite volute di “Tick Tock” con un suono netto, quasi senza vibrato e interpretare con sincera partecipazione il suo brano “Amastratum” mentre Matteo Bortone, valido partner di Gatto in tutto il disco, si fa particolarmente apprezzare sia in “Thelonious” sia nella sua “May”; infine Lanzoni dimostra di essere musicista oramai maturo anche dal punto di vista compositivo grazie al suo convincente “Brendy”.

Tigran Hamasyan – “Atmosphères” ECM 2414/15
“An Ancient Observer”
Tigran Hamasyan, giovane e dotato pianista di origine armena, si ripresenta con due realizzazioni discografiche: un doppio CD per la ECM e un album per la Nonesuch. Ambedue gli album confermano appieno quanto di buono già si conosceva di questo talento anche perché lo si ascolta in contesti diversi. Ma procediamo con ordine.
Il titolo “Atmosphères” illustra assai bene il relativo contenuto musicale, vale a dire le atmosfere cangianti, ora oniriche, ora più materiche (si ascolti “Trace II”) proprie della cifra stilistica del pianista armeno. L’album, registrato nel giugno del 2014 presso l’Auditorio della Radiotelevisione Svizzera a Lugano, coglie Tigran accompagnato da un trio di straordinari musicisti norvegesi quali Arve Henriksen alla tromba (magnifici i suoi assolo in “Traces IV” e in “Garun A”), Eivind Aarset alla chitarra e Jang Bang ai campionamenti. Sciolti da ogni legame precostituito, i quattro danno libero sfogo alla propria creatività producendo una musica in cui non è facile distinguere tra pagina scritta e parti improvvisate… ammesso che ciò sia importante. Invece è determinante il fatto che Hamasyan e compagni riescono a coniugare il linguaggio jazzistico – anche il più spinto – con la tradizione armena; funzionale a tale obiettivo è la scelta del repertorio costituito sia da composizioni originali sia da brani di Padre Komitas Vardapet, forse il più importante rappresentante della moderna musica armena. Di grande sostanza il pianismo di Tigran, che senza esagerare, senza forzare, gioca sulla dinamiche, sul timbro dello strumento ottenendo risultati del tutto personali. Dal canto loro i musicisti norvegesi – ma non è certo una sorpresa – seguono perfettamente gli intenti del leader aggiungendo un tocco di sognante impressionismo che qualifica ulteriormente l’album.
In “An Ancient Observer” ritroviamo Tigran Hamasyan in solitaria, impegnato sia al pianoforte sia alla voce, sia alle tastiere e agli effetti elettronici. E le impressioni non mutano, salvo il fatto che non sentendosi in qualche modo vincolato dalla presenza di altri musicisti, il pianista dà libero sfogo al proprio talento riuscendo ad esprimere appieno tutte le varie sfaccettature della sua complessa personalità. In qualche caso, specie quando abbandona il pianoforte, ciò lo porta ad esagerare, ad abbandonare quella sorta di minimalismo che invece caratterizzava il precedente doppio album. Eccolo comunque, passare con disinvoltura dalla danza barocca all’hip-hop, dalla musica da camera al cantautorato, dal jazz al folk tenendo, però, sempre ben presente le sonorità del suo paese. Tigran esegue dieci nuove composizioni che, come egli stesso afferma, sono “delle osservazioni musicali sul mondo nel quale viviamo, e sul peso della storia che portiamo con noi.” E sono composizioni che evidenziano appieno il suo profondo senso compositivo, con equilibrio strutturale e linee melodiche alle volte di straordinaria suggestione.

Hard Up Trio – “Waves” – CDLN
Quando si parla di post free, di jazz informale, di musica improvvisata…o comunque la si voglia chiamare credo sia giunto il momento di porre qualche punto fermo ad evitare che si ascolti musica di nulla o scarsa valenza. Ecco, a mio avviso, quando ci si cimenta con questo genere di linguaggio, occorre che sia rispettata almeno una delle seguenti condizioni: che si tratti di musica totalmente improvvisata sì da configurare una sorta di composizione istantanea (alla De Mattia tanto per intenderci), o che gli artisti siano talmente ad alto livello da presentare un jazz originale che non contenga alcunché di scontato. Purtroppo in questo album non sentiamo soddisfatta alcuna delle suddette condizioni. L’ “Hard Up Trio”, al secolo Andrea Morelli sax tenore, soprano, sopranino, Massimo “Maso” Spano contrabbasso, Alessandro Garau batteria sono musicisti ben preparati, conoscono i rispettivi strumenti e possono anche contare su una buona intesa dato che suonano assieme da qualche tempo e questo è il loro secondo album. Ma tutto ciò non basta. La loro è una musica che si lascia ascoltare, a tratti anche con interesse dato il mélange di diversi input, ma non si avverte alcun guizzo che ridesti l’attenzione dell’ascoltatore né dal punto di vista esecutivo né da quello compositivo (tutti i nove brani sono composizioni originali, tre di Garau, cinque di Morelli e una di Spano). Insomma, per dirla con Ashley Khan, manca quel quid “di casual e organico che può fare di una band molto di più della somma delle sue parti”.

Sean Jones – “Live From Jazz at The Bistro” – Mack Avenue
Registrato a St. Louis’ Jazz al the Bistro club dal 3 al 5 dicembre del 2015, questo album ci presenta l’abituale quartetto guidato dal trombettista e flicornista Sean Jones con il pianista Orrin Evans, il bassista Luques Curtis e il batterista Obed Calvaire, sostituito in quattro brani da Mark Whitfield Jr. mentre in altri quattro pezzi si ascolta un altro vecchio e caro amico di Jones, vale a dire il sassofonista alto e soprano Brian Hogans. La prima impressione che si ricava dall’ascolto dell’album – l’ottavo firmato da Sean per la Mack Avenue – è quella di una perfetta intesa e ciò si spiega con il fatto che il quartetto di Jones lavora assieme da ben undici anni, cosa di certo poco comune nell’attuale panorama jazzistico internazionale. In un contesto talmente ben collaudato è risultato facile l’inserimento degli altri due musicisti cosicché l’album nulla perde della sua intrinseca coerenza a prescindere dall’organico. In programma sette composizioni originali di cui quattro del leader, una cadauno rispettivamente di Brian Hogans e Orrin Evans e il traditional “Amazing Grace”. Sin dalle primissime note, tutti i brani evidenziano quella compattezza cui prima si accennava (si ascolti già nel brano d’apertura “”Art’s Variable” dedicato a Art Blakey l’entusiasmante intesa tra il leader e la sezione ritmica con il pianista Orrin Evans che si produce in un notevole assolo) e la capacità dei musicisti di porsi a totale servizio della musica pur conservando ampi spazi di improvvisazione. Comunque in primo piano è quasi sempre Sean Jones con il suo sound così caldo, corposo, capace di transitare con facilità da atmosfere melodiche a climi ben più arroventati. (altro…)

I NOSTRI CD. Musica per tutti i gusti dalle colonne sonore al medioevale

Daymé Arocena – “Cubafonia” – Browns Wood
Viene da Cuba Daymé Arocena da molti considerata una delle voci più interessanti e personali della moderna musica cubana. Ed in effetti non si può disconoscere il talento di questa vocalist che con “Cubafonia” (suo secondo album registrato a Cuba con musicisti cubani) si propone un obiettivo quanto mai stimolante e impegnativo: coniugare la musica etnica con input provenienti da mondi diversi quali, soprattutto, il jazz e poi la classica, la world music, il soul, il pop, la musica latina, anche se in effetti il punto di riferimento principale è costituito   dai diversi ritmi e stili dell’isola caraibica – dal changüí di Guantanamo, al guaguancó… alle ballate degli anni ’70. Risultato raggiunto? Sì… ma non del tutto. Certo, se l’attenzione dell’ascoltatore si concentra esclusivamente sulle capacità vocali dell’artista, se ne rimane colpiti, data la facilità, la naturalezza con cui Daymé affronta anche i passaggi più ardui mai denotando un attimo di incertezza. Il suo senso del ritmo è davvero straordinario così come la capacità di dialogare con la formazione piuttosto estesa. Se invece si allarga l’orizzonte anche al materiale tematico, il discorso cambia. Tutti i brani del CD sono stati composti dalla stessa vocalist e affrontano i territori più disparati cercando di mantenere come filo conduttore il valore delle tradizioni. Ecco, l’unico neo dell’album sta proprio in questa forse eccessiva eterogeneità, questo volersi muovere all’interno di universi sonori caratterizzati da situazioni, da paesaggi molto diversi. Intendiamoci: l’artista c’è sicuramente, le potenzialità sono straordinarie, ma proprio per questo è lecito attendersi qualcosa di più.

Avishai Cohen – “My Palm With Silver” – ECM 2548
Un anno dopo il successo dell’album di esordio per ECM “Into The Silence”, il trombettista Avishai Cohen si ripresenta con il suo quartetto completato da Yonathan Avishai piano, Barak Mori contrabbasso e Nasheet Waits batteria. Ancora una volta Cohen si conferma grande musicista non solo per le capacità tecniche e compositive ma anche – e forse soprattutto – per i sentimenti, le sensazioni che riesce a comunicare con la sua tromba. Emblematico, al riguardo, l’assolo che apre l’intero album: Cohen procede quasi a piccoli passi sulle note acute, creando un clima piuttosto cupo, con pianoforte e contrabbasso che contribuiscono in maniera determinante all’affermazione dell’atmosfera voluta dal leader. Al sassofonista americano e amico Jimmy Greene è dedicato il brano successivo, “Theme For Jimmy Greene”, in cui la tromba evidenzia il suo coté più lirico con Nasheet Waits in bella evidenza. In “340 Down”, il brano più breve del repertorio, Cohen dialoga con sobrietà con la sezione ritmica senza che il pianoforte faccia sentire la sua voce, pianoforte che ritorna in primo piano nel successivo “Shoot Me In The Leg” introducendo il brano che man mano assume un andamento sempre più frastagliato con la tromba a lambire territori caratterizzati da una totale improvvisazione e il pianoforte che a metà del brano s’incarica di ricondurre il pezzo ad atmosfere più liriche. L’album si conclude con un brano dalle forti connotazioni socio-politiche: “50 Years And Counting” si riferisce alla risoluzione 242 dell’ONU emanata mezzo secolo fa, che stabiliva il ritiro di Israele dai territori occupati, e che mai è stata applicata per problemi interpretativi e burocratici. Il tutto ben reso dall’intero quartetto che si esprime con compattezza.

Lars Danielsson – Liberetto III – ACT 9840-2
Eccoci al terzo capitolo di questo “Liberetto” ovvero del gruppo che il contrabbassista svedese Lars Danielsson ha creato nel 2012; da allora molta della classica acqua è passata sotto i ponti ma il combo mantiene quasi intatta la sua struttura originaria in quanto sono rimasti al loro posto John Parricelli alla chitarra e Magnus Öström batteria e percussioni mentre Tigran al piano è stato sostituito dall’astro nascente franco-caraibico Grégory Privat; a loro si aggiungono, come ospiti, i trombettisti Arne Henriksen e Mathias Eick , Björn Bohlin all’oboe d’amore e al corno inglese, Dominic Miller alla chitarra acustica e Hussam Aliwat all’oud. More solito le composizioni sono tutte del leader che ad onor del vero comincia a denotare qualche segno di stanchezza…almeno da questo punto di vista. In effetti se i primi due album erano stati caratterizzati dalla bellezza del materiale tematico, questo terzo capitolo mostra un po’ la corda dal momento che ad una prima parte convincente fa seguito una seconda parte in cui sembra quasi che sia andato perso il bandolo della matassa alla ricerca di un vacuo espressionismo fine a se stesso. La musica perde mordente, fascinazione; di qui il ricorso a facili stilemi: si ascolti al riguardo “Sonata in Spain” in cui la chitarra di John Parricelli sembra evocare Paco De Lucia. Ciò non toglie, comunque, che anche nella seconda parte dell’album si ascoltino momenti felici come “Mr Miller” in cui Danielsson riesce a ben amalgamare la natura di jazzista scandinavo con l’amore per la musica mediterranea. L’album si chiude con una ballade, “Berchidda”, che evidenzia ancora una volta il senso melodico del compositore.

Bill Frisell, Thomas Morgan – “Small Town” – ECM 2525
Sono passati più di 30 anni da quando Bill Frisell esordiva in casa ECM con “In Line” un album in duo con il contrabbassista Arild Andersen. Adesso il chitarrista ritorna alla formula del duo assieme a quel Thomas Morgan che compare anche in “When You Wish Upon A Star” del 2015. Questo “Small Town”, registrato dal vivo al mitico Village Vanguard di New York nel marzo del 2016, è semplicemente superlativo sia per la ben nota maestria dei protagonisti, sia per l’empatia che si è sviluppata tra i due, sia per la valenza del materiale tematico scelto con accuratezza e comprendente un sentito omaggio a Paul Motian con “It Should Have Happened a Long Time Ago” brano inciso per la prima volta nel 1985 per l’ esordio del trio Motian-Frisell-Lovano, il country song “Wildwood Flower” portato al successo nel 1928 dalla Carter Family, il trascinante “What a Party” del rocker di New Orleans Fats Domino, l’hit di Lee Konitz’ “Subconscious-Lee”, il celebre tema di “Goldfinger” scritto da John Barry, cui si aggiungono tre original di Frisell di cui uno scritto con Morgan. In questa occasione Frisell dà l’ennesimo saggio delle sue capacità tecnico-interpretative: il suo linguaggio è del tutto personale riuscendo a coniugare i diversi input che da anni contribuiscono a determinarne la forza espressiva (jazz, rock, blues, folk); di qui l’alternarsi di frasi costituite da poche note a più complessi fraseggi con cui Frisell racconta le sue storie. Il tutto in un clima intimistico caratterizzato da un sound spesso ovattato e comunque mai gridato. Dal canto suo Morgan si dimostra partner ideale: il suo suono così personale, bellissimo, si sposa magnificamente con la chitarra di Frisell esprimendosi su un piano di assoluta parità; lo si ascolti con quanta personalità e sicurezza interpreta “It Should Have Happened a Long Time Ago”, brano di apertura che introduce al meglio l’intero, straordinario album. (altro…)

I NOSTRI CD. In primo piano il sound atipico del jazz

Max De Aloe, Baltic Trio – “Valo” – abeat 169
De Aloe, Cominoli, Zanchi – “City of Dreams” for Garrison Fewell – abeat 166
Tromba, pianoforte, sassofono, batteria hanno da sempre connotato il jazz con il loro sound; poi man mano si sono aggiunti altri strumenti con un suono profondamente diverso, tra cui l’armonica a bocca e la fisarmonica, che il vostro cronista apprezza moltissimo. Questa volta abbiamo la fortuna di segnalarvi ben cinque album che evidenziano appunto, questo “sound atipico” del jazz, due di Max De Aloe straordinario armonicista, due della splendida coppia Soscia-Jodice e uno di Vince Abbracciante.
Ma procediamo con ordine. “Valo” è una parola finlandese che significa “Luce” e per questo nuovo progetto De Aloe collabora, infatti, con due musicisti nordici, il chitarrista finlandese Niklas Winter e il contrabbassista danese Jesper Bodilsen. Si trattava di una sfida impegnativa in quanto l’universo musicale di Max non è certo lo stesso degli altri due: intriso di melodia il primo, rarefatto e con grande senso dello spazio il secondo. A ciò si aggiunga il fatto che intenzione di De Aloe, così come da lui stesso esplicitata, era “unire il jazz alla musica antica… o meglio trattare la musica antica come se fosse jazz contemporaneo”. Ecco quindi in repertorio musiche di Claudio Monteverdi e di Henry Purcell nonché due perle tratte dalla Graduale Aboense, una partitura – ci informa ancora De Aloe – in notazione neumatica (che caratterizza tra l’altro i canti gregoriani) risalente al XIV-XV secolo ritrovata nella cattedrale di Turku, antica capitale della Finlandia. Ma a parte queste informazioni, l’album è un vero e proprio atto d’amore che De Aloe dedica alla Finlandia, una sorta di viaggio in cui l’armonicista intende prendere per mano l’ascoltatore e portarlo a godere di quegli spazi, quella luce, quei paesaggi che caratterizzano il profondo Nord e che solo quanti hanno visitato quei luoghi possono capire sino in fondo. E la musica appare perfettamente in linea con quanto detto; De Aloe evidenzia ancora una volta quelle che sono le sue grandi doti: un eccellente senso melodico; una pronuncia sempre diretta, chiara, esplicita; un linguaggio mai banale; un sound del tutto personale; una capacità di creare profonde atmosfere con poche note. Per questa non facile impresa un’importanza determinante l’hanno avuta anche i partners di Max: Niklas Winter e Jesper Bodilsen hanno svolto un prezioso lavoro di supporto e di sottolineatura con il chitarrista spesso in funzione solistica (lo si ascolti ad esempio nella title-track). Un’ultima segnalazione: in questo album De Aloe si è espresso anche in splendida solitudine e oltre all’armonica ha suonato anche la fisarmonica, il sintetizzatore e la viola da gamba coronando così un sogno che ci aveva confidato qualche tempo fa.
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Diversa l’atmosfera del secondo album in cui Max suona in trio con Attilio Zanchi al contrabbasso e Lorenzo Cominoli alla chitarra cui si unisce in “Are You Afraid of the Dark?” Tino tracanna al sax soprano . Si tratta di un concept album dedicato alla figura del grande chitarrista Garrison Fewell scomparso nel 2015 e con il quale avevano collaborato sia De Aloe, sia Cominoli sia Zanchi; non a caso il titolo dell’album è lo stesso di un CD inciso da Fewell in Italia per la Splasc(h) Records con il pianista George Cables, il sassofonista Tino Tracanna, il bassista Steve LaSpina e il batterista Jeff Williams; non a caso dei dieci brani eseguiti da De Aloe e compagni ben sette sono di Fewell con l’aggiunta di “Beatrice” di Sam Rivers, “A Reason to Believe” di Zanchi e “Johnny Come Lately” di Billy Strayhorn. Come si conviene ad un tributo profondamente sentito, la musica risponde ad un solo profondo imperativo: la sincerità dell’espressione, la voglia di ricordare un maestro, un amico e un uomo in cui, come ricorda Max, la prima cosa che riconoscevi era la profonda umanità. Di qui una musica eseguita quasi in punta di piedi, con grande dolcezza e delicatezza, spesso pervasa da una soffusa malinconia, senza per questo trascurare una certa carica di swing e quel terreno improvvisativo che tutti e quattro conoscono assai bene. I brani sono ben strutturati con una preferenza particolare per “Insatiable” impreziosito da uno splendido assolo di Max De Aloe

Giuliana Soscia &Pino Jodice 4tet meets Tommy Smith – “North Wind” – Cose
Orchestra Jazz Parthenopea di Pino Jodice e Giuliana Soscia – “Megaride” – Cose
Pino Jodice, pianista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, didatta e Giuliana Soscia fisarmonicista, pianista, compositrice, arrangiatrice e direttore di orchestra oramai da molti anni costituiscono una coppia di straordinaria efficacia nell’arte e nella vita. Di qui un’empatia, un’intesa, un idem sentire che si evidenziano in tutte le loro performances sia live sia discografiche. A quest’ultimo riguardo, le loro produzioni si mantengono tutte su altissimi livelli e a questa regola non sfuggono questi due ultimi CD. Nel primo, “North Wind”, i due, in quartetto con Luca Pirozzi al contrabbasso e Valerio Vantaggio alla batteria, incontrano Tommy Smith sassofonista scozzese di grande talento, compositore/arrangiatore, e direttore della SNJO Scottish National Jazz Orchestra ed anche Artistic Director del Royal Conservatoire of Scotland in Glasgow; personaggio di primissimo piano sullo scenario internazionale Smith ha inciso per varie etichette tra cui ECM, Blue Note , la sua personale Spartacus, e ha collaborato con musicisti di caratura internazionale quali Gary Burton, Chick Corea, Jack DeJohnette, Kenny Barron, Arild Andersen, John Scofield, Trilok Gurtu, Kurt Elling e tantissimi altri. Questo album è quindi il frutto di una amicizia profonda, che ha già visto momenti di collaborazione, declinata nell’occasione in nove brani originali equamente divisi, tre a testa. Ciò nulla toglie all’omogeneità dell’album che si snoda con grande musicalità ponendo in evidenza non solo la maestria strumentale di tutti e cinque i musicisti ma soprattutto la capacità di Soscia, Jodice e Smith di far coesistere un linguaggio (quello di Smith) chiaramente improntato al jazz più propriamente europeo, con la matrice italiana, mediterranea, del pianista e della fisarmonicista. Non c’è un solo passaggio, un solo attimo in cui la musica non appia ben strutturata, ben arrangiata, in cui i tre non dialoghino con grande libertà coadiuvati da una sezione ritmica di assoluta eccellenza. E le atmosfere dell’album sono ben delineate dai primi tre pezzi: in “Body or Soul” brano d’apertura di Tommy Smith, prevalgono gli “ingredienti” nordici mentre in “The Old Castle” di Giuliana Soscia approdiamo a momenti più soft, rilassati, con il sassofonista ad interpretare magnificamente il clima voluto e disegnato dalla Soscia la quale si produce in un assolo delicato e coinvolgente, clima che, però, nelle altre sue composizioni la Soscia abbandona per una scrittura più vicina al free; in “Freedom’s Sword”, così come in tutti gli altri suoi brani, Pino Jodice offre un saggio delle sue capacità di compositore e arrangiatore disegnando un ricco tappeto sonoro su cui si inseriscono gli assolo dei solisti (si ascolti il contrabbasso di Vantaggio e la batteria di Pirozzi nella title track). E via di questo passo fino all’ultimo brano, “Sun” di Tommy Smith, introdotto da una magnifico assolo dell’autore allo shakuhachi, sorta di flauto giapponese e impreziosito tra l’altro da un trascinante assolo di Pino Jodice.
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Di natura completamente diversa il secondo album, registrato dal vivo durante il concerto al Volcano Solfatara il 22 giugno del 2016, nell’ambito del “Pozzuoli Jazz Festival”. Protagonista una “creatura” fortemente voluta da Pino Jodice e Giuliana Soscia, l’ “Orchestra Jazz Parthenopea” che raccoglie 20 musicisti provenienti dal Sud Italia cui si è aggiunto , nell’occasione, Paolo Fresu. Il risultato è davvero notevole: certo, probabilmente i due direttori d’orchestra si saranno rivolti a qualche esempio del passato, ma l’orchestra è riuscita ad ottenere un sound assolutamente personale grazie sia ai preziosi arrangiamenti sia all’utilizzo di strumenti meno usuali, come la fisarmonica di Giuliana Soscia, i tamburi etnici, l’ uso del canto del percussionista Giovanni Imparato, il basso tuba. La band, in tal modo, ha potuto avvalersi di sonorità diverse ampliando la gamma timbrica, nel tentativo, ben riuscito, di coniugare sperimentazione e tradizione, elemento che oramai costituisce una sorta di marchio di fabbrica della coppia Soscia-Jodice essendo già numerosi gli esempi in cui i due hanno evidenziato particolari doti in tal senso. Ma torniamo all’album declinato in sette brani di cui due scritti da Pino Jodice, due da Giuliana Soscia ed uno a testa da Paolo Fresu, Pino Daniele e Joe Zawinul. L’elemento che maggiormente risalta negli oltre 75 minuti di musica è la contaminazione, intesa nell’accezione più nobile del termine. Così ecco il lungo brano d’apertura di Pino Jodice, “Feste popolari in Sardegna”, in cui echi della musica folcloristica sarda si fondono con il jazz canonico rappresentato nell’occasione dagli assolo di Nicola Rando al sassofono, di Paolo Fresu, di Alessandro Tedesco al trombone e di Giuliana Soscia; ecco la più classica delle ballad, “Inno alla vita” , scritta da Fresu per il figlio con due toccanti assolo dello stesso Fresu e di Giuliana Soscia; ecco l’originale approccio al pop con la riproposizione di “Chi tene ‘o mare” di Pino Daniele che ottiene il Riconoscimento di Eccellenza Certificata dalla Fondazione “Pino Daniele Trust Onlus”; ecco reminiscenze della musica classica far capolino nella composizione della Soscia “Variazioni – Sonata per luna crescente” con gli assolo di Enzo Amazio alla chitarra e Pino Jodice al pianoforte; ecco l’omaggio ad uno dei gruppi più importante della storia del jazz, i “Weather Report” con “Volcano for Hire” di Joe Zawinul, introdotto dalla batteria di Pietro Iodice e sviluppato dall’intera orchestra con gli assolo di Virzo al sax, Fresu e Soscia.

Vince Abbracciante – “Sincretico” – Dodicilune 370
Il fisarmonicista pugliese si ripresenta alla testa di un organico composto da Nando Di Modugno chitarra, Giorgio Vendola contrabbasso e dagli archi dell’Alkemia Quartet ovvero Marcello De Francesco e Leo Gadaleta violino, Alfonso Mastrapasqua viola e Giovanni Astorino violoncello. Otto i brani, tutti composti da Abbracciante, attraverso cui il fisarmonicista dà libero sfogo alle sue capacità inventive mescolando le varie influenze che contribuiscono a forgiare il suo stile , e cioè il jazz in primo luogo, e poi la musica popolare brasiliana, la canzone italiana, il tango, la musica classica, le colonne sonore, la musica balcanica… il tutto condito da un virtuosismo mai fine a sé stesso ma funzionale a meglio esprimere le idee del compositore. Così la fisarmonica del leader veleggia sicura sulle delicate tessiture armoniche intrecciate dall’Alkemia Quartet mentre la sapiente chitarra di Di Modugno e il basso preciso di Vendola sostengono la parte ritmica in un continuo gioco di tensione e distensione, di alternanza tra dimensione materica e atmosfere più eteree che tengono viva l’attenzione dell’ascoltatore. Si ascolti, ad esempio, la formidabile carica melodico-ritmica del brano d’apertura “Equinozio” con un violino in bella evidenza, mentre la title track pone in primo piano le doti strumentali del leader ben sostenuto dal contrabbasso di Vendola; in “Elementi” sono i “ricordi” classici ad avere la meglio con un bell’assolo di Di Modugno; in “Anelito” la musica si fa più materica a richiamare atmosfere più familiari subito contraddette dal successivo “Mistico” in cui la musica si libra leggera nell’aria con un intenso dialogo tra fisarmonica e archi. Insomma un susseguirsi di situazioni quanto mai variegate che rendono l’album godibile dal primo all’ultimo istante.

Alter & Go – “Alter & Go” – Filibusta 1704
“Alter & Go” è un gruppo composto da Roberto Bottalico al sax tenore, Pietro Ciancaglini al contrabbasso, Augusto Creni alla chitarra e Pietro Fumagalli alla batteria, cui si aggiunge in due brani Tiziano Ruggeri alla tromba. Nel marzo 2017 il quartetto ha pubblicato il disco omonimo con l’etichetta Filibusta Record, album che rappresenta anche l’esordio discografico del gruppo. La cifra stilistica della formazione va ricondotta a quel modern mainstream ( o se preferite a quell’hard-bop) che caratterizza buona parte del jazz prodotto in questo periodo. Si tratta, quindi, di un jazz che, pur restando fortemente ancorato alle proprie radici, presenta tuttavia elementi di novità che si possono ritrovare – nell’album in oggetto – nelle composizioni originali di Roberto Bottalico (ben otto su un totale di dieci), nel sapore vagamento funky di “A. plays B.” una sorta di mini suite composta da due brani con il tema A eseguito dai fiati di ispirazione jazz messengers e il tema B caratterizzato da un assolo del chitarrista e da un giro armonico particolarmente coinvolgente, nelle capacità improvvisative dell’intera band evidenti soprattutto in “What’s”, nel tentativo di avvicinarsi al jazz più moderno in “Aka Waltz” tutto giocato sulle dinamiche e sulle potenzialità del sax tenore, “cercando di creare – spiega lo stesso Bottalico – un crescendo emotivo fino all’esplosione finale caratterizzata da un solo di batteria”. Tutt’altro che casuale la scelta dei due standard: “Well You Needn’t” di Thelonious Monk è arrangiata in modo da mettere in primo piano il contrabbasso di Ciancaglini che espone il tema mentre “Intermission Riff” (che alcuni ricorderanno come sigla del programma TV7) è stato scelto a chiusura del programma anche in modo simbolico a rappresentare quello che per Bottalico e compagni è un vero e proprio punto di partenza.

Roberto Bonati, Bjergsted Jazz Ensemble – “Nor Sea, Nor Land, Nor Salty Waves” – A Nordic Story” – Parma Frontiere
Questo CD è il frutto della collaborazione tra la rassegna Parma Frontiere, il conservatorio dipartimento di jazz della città (ambedue diretti da Roberto Bonati) e l’università di Stavanger, meravigliosa cittadina della Norvegia meridionale dove il vostro cronista ha trascorso uno dei periodi più entusiasmanti della sua vita. Questo per dire che conosco molto bene il fervore culturale che anima questa cittadina e l’amore per il jazz coltivato per tanti anni attraverso il locale “jazzklubb” diretto con passione e competenza dall’amico Terry Nilssen-Love padre del mitico batterista Paal Nilssen-Love che tanti successi sta ottenendo in tutto il mondo. Ma veniamo all’album per sottolineare come le doti compositive del nostro contrabbassista – nel caso specifico una suite in otto sezioni – abbiano trovato nella formazione norvegese composta da diciotto elementi (voce esclusa) un’interprete ideale per più di una ragione. Innanzitutto la scrittura di Bonati veleggia sempre in quel territorio di confine che sta tra jazz e musica contemporanea ed in genere i musicisti nordici ( e norvegesi in particolare) sono oramai da tempo tra i più significativi esponenti di questo linguaggio; in secondo luogo perché il bilanciamento tra parti corali e parti in assolo ha dato l’opportunità ad alcuni giovani musicisti di mettersi particolarmente in luce come la sopranista Camilla Hole, il clarinettista basso Mathias Aanundsen Hagen, la splendida vocalist Signe Irene Strangborli Time. In definitiva una musica non facile ma proprio per questo da ascoltare con attenzione.

Felice Clemente – “Mino Legacy” – Crocevia di suoni – cofanetto con cd, dvd e libro
Progetto complesso ed ambizioso questo concepito dal sassofonista Felice Clemente, dedicato allo zio Mino Reitano, personaggio di primo piano della musica leggera italiana. Per omaggiare l’ex ragazzo di Fiumara, Clemente ha realizzato un cofanetto contenente un CD, un DVD e un libretto. Esaminiamo, quindi, brevemente tutti e tre questi elementi. Il CD costituisce, a nostro avviso, il punto di forza vero e proprio dell’intera realizzazione: undici brani (tra cui un inedito, “Mino Legacy” di Felice Clemente e Fabio Nuzzolese) che in qualche modo ripercorrono la carriera di Mino Reitano reinventando le melodie che Mino portò al successo. Sotto la sapiente regia di Felice Clemente al sax tenore e soprano, ottimamente coadiuvato da Fabio Nuzzolese al pianoforte (responsabile degli arrangiamenti), Giulio Corini al contrabbasso e Massimo Manzi alla batteria, i brani acquistano un sapore nuovo, fresco, originale tanto che non si farebbe fatica a considerarli scritti ad hoc per un disco jazz. In effetti mentre basso e batteria macinano ritmo a tutto spiano, Clemente e Nuzzolese si spartiscono le parti solistiche in un equilibrio tra scrittura e improvvisazione non facile da raggiungere; si ascolti ad esempio, con quanta naturalezza Clemente improvvisa sulla melodia di “Era il tempo delle more” senza che lo spirito originario del brano venga minimante messo in discussione. Altro pezzo di bravura “Eduardo” in cui Felice Clemente si produce in un convincente assolo al sax soprano. Il CD si conclude con il già citato “Mino Legacy” introdotto ancora da un bell’assolo di Clemente al soprano e poi sviluppato dall’intero quartetto.
IL DVD contiene immagini di backstage della registrazione dei brani, un’intervista a Felice Clemente e alcuni filmati di Mino Reitano ivi compreso il commovente discorso che Mino pronunciò al suo ritorno a Fiumara, dopo venti anni di assenza, nel 1998 e che da l’esatta dimensione della statura umana del personaggio.Statura umana lumeggiata a 360 gradi dal libro cui prima si faceva riferimento, curato dal critico musicale Andrea Pedrinelli che ripercorre e approfondisce la carriera di Mino non mancando di sottolineare come la sua musica facesse storcere il naso ai tanti radical-chic a corrente alternata che mal sopportavano il suo stile così popolare eppure di così tanto meritato successo. (altro…)

I NOSTRI CD

Rosario Di Rosa – “Composition And Reactions” – Deep Voice Records.

L’ album Composition e Reactions (Deep Voice Records) di Rosario Di Rosa, in solo pianistico, presenta essenzialmente un’unica opera che si “sfasa”in 12 cosidette Reactions.
Nasce nel solco del precedente già maturo Pop Corn Reflection (NAU) in un percorso artistico i cui riferimenti stilistici arrivavano a Steve Reich e Schoenberg.
Stavolta il jazzista offre una versione ulteriormente aggiornata della propria musica.
Nella struttura d’insieme affiora una certa affinità con le arti visive, le tecniche grafiche nell’uso di forme e colori per il gusto di “rappresentare” spazi e figure, nel definirne i passaggi.
E c’è poi una dichiarata apertura agli effetti elettronici e un recupero del datato MIDI. In dettaglio le Reactions sono 12 frammenti liberi della Composition n.26, questa, si, scritta, non improvvisata.
Ognuna di esse ha una propria specifica caratterizzazione. Si comincia con Variation e Morphing ovvero trasformazione dei lineamenti iniziali in quelli del tutto nuovi del punto d’arrivo. La successiva, e suggestiva Phasing e’ l’attuazione per gradi della cellula sonora selezionata attraverso sequenze di tipo minimalista laddove Density, giocando su “l’interdipendenza dei vari parametri musicali” (Harrington), percorre in lungo e largo una tastiera che pare non pesata.
La Reaction n. 4, Spaces, è la più onirica, gravida di silenzi astrali. Seguono, appesi/sospesi nel pentagramma, Intervals, in due takes, il primo dei quali a momenti si adagia melodicamente liberandosi dal senso di tensione che li contrassegna.
La n. 6, Tuning, e’ il ritorno alla culla tonale dopo varie scorribande fuori dal seminato. E se nella n. 7, Sampling And Loops, sopravviene la techné di una voce metallica che comprime le note del pianoforte, in Strings lo strumento ritorna percussione pura. Di Rosa espone poi in Clusters grappoli di note grumose del ricorrente sapore monkiano reso contemporaneo che in Textures rivela trame di puro tessuto non tappezzeria musicale.
Lo (s)compositore insomma assembla e sfaccetta, anatomizza e ricuce, spostandosi dal concreto all’astratto mosso da un impulso espressivo forte. Verificando dinamicamente come alla azione (compositiva) possa corrispondere una reazione (improvvisativa).

Federica Gennai, Filippo Cosentino – “Come Hell Or High Water” – Naked Tapes 01
C’e’ modo e modo di combinare e disporre corde e corde vocali, nel jazz.
Petra Magoni si fa accompagnare da Ferruccio Spinetti al contrabbasso. Claudio Lodati non disdegna loop ed elettronica creativa nel seguire la voce di Rossella Cangini. Il melodizzare di Patty è armonizzato dalla chitarra di Tuck così come il bel canto, fra etno e classica, di Noa trova nella chitarra di Gil Dor una piattaformasonora che è un riferimento più che costante. E c’è chi, come Filippo Cosentino, nel seguire volute ed evoluzioni canore, alterna diverse soluzioni di strumento, orientando così ovviamente la prospettiva musicale.
Assieme alla vocalist Federica Gennai annovera nel proprio armamentario sonoro sia chitarra acustica sia elettrica sia, spesso con funzione di “basso armonico”, la chitarra baritona. La cantante, come del resto lui stesso, si serve spesso di effettistica, ma il dato saliente della loro ricerca sonora sono i colori variopinti della timbrica da una parte, dall’altra un ondeggiare fra atmosfere mediterranee e climi musicali tipici del jazz contemporaneo europeo in un comporre del tutto originale.
Nel cd Naked Tapers 01 intitolato Come Hell Or High Water la proposta dei due musicisti evidenzia in modo abbastanza nitido la propria dimensione ispirativa. Beninteso, fra i brani eseguiti si ritrovano Avalanche di Leonard Cohen e Footprints di Wayne Shorter quasi come due fari del folk-blues e dei ’60s jazzistici a cui guardare e riprendere con rispetto e partecipazione. Ma ecco la musica popolare, la propria, in senso strettamente culturale, affiorare in Tramuntanedda (il chitarrista piemontese ha origini siculo-calabre) brano che, ne siamo sicuri, sarà stato fra i più apprezzati nei suoi tour estivi fra Centroeuropa ed Asia per l’abile coniugare linee melodiche southern con improvvisazioni su base spanish. Peraltro ogni brano in scaletta ha una propria connotazione ben definita. Loneliness per il tema trattato della solitudine “nel cuore della terra” affrontato consuadente poesia dalla Gennai. E se No Solution Re Solution è ancora un meditare, essenziale e spoglio, che si adagia su reverberi di arpeggi come stesi sotto la luce solare e Lullaby in Blue è viaggiointrospettivo… bifronte insomma dai due poli, a Baritona e Crescendo, un nome un programma, segue Every Moment Is A Gift (SongFor Paola) con quello strano sapore di istantaneo come il momento in cui il pezzo è nato. Resalio ha un attacco che ricorda Non dire No diBattisti ma è solo un’impressione; lo sviluppo prende una piega bluesy che si trasforma strada facendo, strato per strato di accordi.
Infine il brano che da il titolo all’album è un rientro in quella confidenziale intimità che costituisce la principale cifra stilistica del progetto discografico del duo. Meglio dire della Coppia, per sinergia, musicale e interpersonale.
Umberto Tricca – “Moksha Pulse” – Workin’ Label

Curioso il titolo del disco di esordio del chitarrista Umberto Tricca, Moksha Pulse, edito da Workin’ Label e distribuito da I.R.D.   Moksha, in sanscrito, significa liberazione, emancipazione, affrancamento dalle limitazioni. E la cosa ci può stare, col jazz, visto che anche l’Asia, oltre l’afroamericanità, può rivendicare vicinanze con questo tipo di musica. Pensiamo all’improvvisazione della musica indiana tradizionale. E già nell’intro dell’album, Slow Passacaglia, il chitarrista appare slegato da contorni e margini canonici occidentali.
Non si pensi a influssi etnici spinti alla Remember Shakti per intenderci. Gli strumentisti che lo accompagnano, Achille Succi (sax, clarinetto basso), Giacomo Petrucci (sax baritono), Nazareno Caputo (vibrafono), Gabriele Rampi Ungar (contrabbasso) e Bernardo Guerra (batteria) producono con lui un magma sonoro che afferisce a modalità più di jazz contemporaneo che parajazz o metafolk che dir si voglia.
Pulse, l’altro termine del titolo, non c’entra con i Pink Floyd ne’ con Roger Waters. Nessuna parentela rock (semmai la 6 corde pare richiamare a volte certa sgorgante limpidezza accordale di Larry Coryell). Pulse è il polso, il battito, semplicemente. Seguendolo il sestetto si prodiga in una ricerca di gruppo consistente nell’interfacciare linguaggi musicali anche eterogenei nelle 6 composizioni del chitarrista (la settima, Lude, e’ dell’indiano Vijay Iyer). E se Jhumara Tal pare riecheggiare Sue’s Changes di Mingus, contrattempi ostinati e complesse sincopi contrassegnano in stile Metrics di Steve Coleman il brano che da titolo all’album. Che poi, nell’incedere inventivo si allarga, scopre spazi nuovi, si diversifica. Empty Sky, ballad legata idealmente a Burning in Varanasi, ha un attacco scofieldiano che lascia insinuare, come un serpente dal cesto, l’alto sax di Succi, sorretto da vibrafono e double bass, musica allo statu nascenti dalle estreme radici est/ovest.
Chango Rebel ha per finire una lenta struttura ciclica con un crescendo che deborda in una caleidoscopica poliritmicità afrocubana, con relativa esplosione della sezione ritmica.
L’opera prima di Tricca, sia come compositore che leader, si presenta insomma come un buon viatico verso i prossimi lavori, si spera sempre a 360 gradi di latitudine geomusicale.