Lo specchio di Narciso

Trascrivere come tradurre, adattare una composizione a un mezzo fonico nuovo? Vexata quæstio. Da una parte i puristi, che non tollerano Bach e Scarlatti al pianoforte, aborrono le manipolazioni orchestrali di Stokowski e persino a sentir parlare dei “Tableaux” di Ravel arricciano le labbra con virtuosa indignazione. Sull’altro versante del fiume i dissipatori, assetati di inediti significati, vogliosi di sfumature “cross-over” e, se strumentisti, alla ricerca di nuovo repertorio al fine di distinguersi nell’era della globalizzazione. Se hanno tutti ragione, i primi come i secondi, si concederà a chi scrive lo schierarsi senza meno dalla parte di questi ultimi. Quando un vero artista trascrive, in realtà, rivive l’ opera che va rielaborando. Vi si apre nella memoria una finestra da cui s’affaccia, benevolo e sorridente, il compositore. L’opera trascritta è speculum, lastra rifrangente. Rimirando se stesso, vicino quanto irraggiungibile, nello specchio d’acqua cui l’ha condotto con l’inganno Nemesi, il bellissimo Narciso si definisce e, in certo qual modo, rinasce; anche se ciò lo porterà alla morte più perversa e dolorosa.

Questo bellissimo lavoro di Eugenio Della Chiara, “Guitarra Clásica” (DECCA) rompe lo specchio di Narciso e lascia che la musica, fuor di metafora, viva a una seconda vita. Si tratta di celebri pagine dei grandi autori della prima Scuola di Vienna (Haydn, Mozart, Beethoven) trascritte per chitarra da maestri come Francisco Tárrega (Vila-real, 1852 – Barcellona,1909) Miguel Llobet (Barcellona, 1878 –1938) e Andrés Segovia (Linares, 1893 – Madrid, 1987). Meno noto Wolfgang Joseph Lanz (Michaelnbach, 1797 – Vienna, 1873) di cui l’interprete propone il grazioso ‘Rondino’.

In chiusura, una perla che da sola, forse, motiverebbe l’acquisto dell’album: il raffinato “Cammeo di Joseph Haydn in forma di Minuetto” di Carlo Galante, nato a Trento nel 1959. Soffusa di colori dorati, elegante e misteriosa, la miniatura è essa stessa una trascrizione, non della lettera quanto dello spirito haydniano. Geometria e affetti si danno amichevolmente la mano, c’è precisione, figura, poesia e non potèvasi desiderare conclusione più persuasiva. Queste ultime due composizioni sono qui presentate in prima registrazione assoluta. Eugenio Della Chiara è chitarrista di classe, suona con tecnica brillante, bella qualità timbrica e un gusto maturo del fraseggio. Gli si fa, credo, il miglior complimento col dirgli che la sua esecuzione riduce ai minimi termini l’abissale differenza timbrica e spirituale tra gli organici originali di queste opere e la chitarra: queste composizioni sembrano quasi concepite per le sei corde e non è risultato da poco. “Guitarra Clásica” è un omaggio al passato visto non come realtà artificiale, postuma, ma viva e presente e il merito va forse più all’interprete che ai pure giustamente blasonati trascrittori. Molto buona la qualità dell’incisione.

“Les Troyens” di Hector Berlioz: l’anima virgiliana in musica

Dopo il sonoro fiasco della sua opera Benvenuto Cellini, del 1838, Hector Berlioz fece a se stesso una promessa solenne: mai più opera. Ma tale espressione artistica, per le sue caratteristiche intrinseche, era fatta apposta per veicolarne l’arte visionaria. E così arrivò in porto un progetto quasi più ambizioso del precedente: ‘Les Troyens’. Composta fra il 1856 ed il 1858, ispirata all’Eneide di Virgilio, quest’opera incontrò grandi difficoltà ad essere messa in scena. Forse addirittura uniche. Problema primario, anzi tutto, la lunghezza: quattro ore buone, quasi cinque. Si era in epoca wagneriana, non era così insolito, tuttavia l’epopea del pio Enea in musica dovette essere scissa in due opere distinte, La Prise de Troie e la più ampia Les Troyens à Carthage. Procedura, curioso notarlo, oggi non insolita nel cinema (“Kill Bill” di Quentin Tarantino, “Novecento” di Bertolucci), forma d’arte che, non a caso, discende più direttamente di altre dal melodramma ottocentesco e ne esorcizza l’eredità. Disgraziatamente Berlioz poté assistere in vita solo all’ultima sezione, rappresentata al Théâtre Lyrique di Parigi il 4 novembre 1863.

La prima parte venne invece eseguita in forma di concerto nel 1879. Le due metà, finalmente riunite in un’unica creatura, furono rappresentate per la prima volta – quasi parto distòcico – a Karlsruhe il 6 e 7 dicembre 1890, sotto la direzione di André Messager, compositore e direttore grande amico di Faurè. La prima vera esecuzione integrale in una sola serata, però, non ebbe luogo che nel 1957 al Covent Garden. Un ulteriore ostacolo alla rappresentazione dell’opera completa fu ed è tuttora il costo alto di un allestimento che richiede grandi masse orchestrali (sei arpe…) e corali.

Per citare un esempio ‘ex pluribus’, oltre all’imponente coro che agisce sul palcoscenico, è previsto l’intervento di un coro fuori scena ma soltanto per due brevi interventi, collocati al primo e ultimo atto: quindi ad alcune ore di distanza l’uno dall’altro! Per tacere poi della modernità del linguaggio, che alla prima rappresentazione destò sgomento tra le compagini, chiamate a un difficilissimo quanto irrituale compito. Ma com’è, ad ascoltarla oggi, ‘Les Troyens’? Senza esitazione: stupenda, avvincente e piena di senso del bello. Essa rappresenta una terza via, alternativa sia al wagnerismo (cui è in qualche modo imparentata più fraternamente) che all’opera italiana a forme chiuse. Come Dallapiccola escogitò una via italiana alla dodecafonia, potremmo dire che Berlioz seppe trovare, ante litteram, una via ‘francese’, o ‘latina’ a Wagner il cui lascito, imprescindibile, è espressione eminentemente teutonica. Se nei ‘Troiani’ quindi cerchi la grande melodia belliniana o verdiana non la troverai; ma ciò che che accade in orchestra, nelle variopinte correnti ascensionali del coro così come nel sofferto ed eroico vaticinare dei solisti che si agitano in una natura vivente, tutta questa energia vitale, questa “shakti”, esprimono gioia impareggiabile come di fronte alla scoperta di un nuovo mondo, poiché di questo si tratta. Berlioz viene considerato uno sperimentatore e lo fu, certamente, ma nelle sue creazioni il progetto compositivo comprende quello costruttivo. Nulla vi è di arbitrario nelle soluzioni linguistiche adottate; vi confluiscono, per contro, energie eterogenee plausibilizzate da un’ispirazione sicura, che ingloba il passato comprendendo il presente. Grande avvocato di quest’opera nei tempi moderni fu, come è noto, Colin Davis, che la incise per Decca subito dopo la rappresentazione londinese summenzionata. Successivamente, la registrò, pure brillantemente, Charles Dutoit. Ritengo però che questa nuova realizzazione Erato superi le pur pregevoli sopra citate ponendosi come edizione di riferimento, quantomeno mio personale. Ognuno merita di essere citato poiché tutti eclatanti: Joyce DiDonato, Michael Spyres, Marie-Nicole Lemieux, Stéphane Degout, Nicolas Courjal, Marianne Crebassa, Hanna Hipp, Cyrille Dubois, Stanislas de Barbeyrac, Philippe Sly, Choeur de l’Opéra du Rhin, Badischer Staatsopernchor, Choeur philharmonique de Strasbourg, Orchestre philharmonique de Strasbourg. Il cofanetto di quattro CD comprende anche un DVD extra con estratti da ognuno dei cinque atti. Esso rende possibile ammirare, attraverso una rappresentazione in forma di concerto, il vero eroe dell’impresa, il direttore John Nelson: preciso, ispirato, esattissimo, e pure simpatico. Registrazione accurata sul piano della chiarezza come del calore, e voci ben integrate nel panorama sonoro dell’orchestra. Menzione speciale all’emozionante Cassandra di Marie-Nicole Lemieux, che si ammira anche nel DVD e purtroppo sparisce dopo il primo atto

 

 

 

 

 

Attribuiti a Parigi i premi de l’ Académie du Jazz

I premiati de l’Académie du Jazz

Senza voler parafrasare lo slogan della campagna elettorale di Donald Trump, bisogna riconoscere che la cerimonia dell’attribuzione dei premi 2017 dell’Accademia del Jazz, presieduta da François Lacharme , ha confermato la predominanza degli artisti venuti d’oltre Atlantico rispetto ai loro colleghi europei e/o francesi. Un’evidenza che non si può discutere!

Il tutto nel corso di una bella serata in cui alcuni dei premiati, come Christian McBride, hanno dato una lezione di contrabbasso e di swing unica prima di raggiungere, nel finale improvvisato, l’impressionante, comunicativa e calda blueswoman Thornetta Davis. Ma ecco a chi sono andati i singoli premi che non hanno certo bisogno di ulteriori commenti:

– Premio Django Reinhardt (musicista francese dell’anno): la meravigliosa cantante Cécile McLorin Salvant (che ha la doppia nazionalità)

– Gran Premio dell’Accademia del Jazz (miglior disco dell’anno): Christian McBride Big Band con “Bringin’ It” (Mack Avenue/PIAS);

François Lacharme e Christian McBride

– Premio per la Migliore Riedizione e/o Miglior Inedito (ex-aequo): Thelonious Monk per “Les liaisons dangereuses 1960” (Sam Records – Saga/PIA) e Lucky Thomson “Complete Parisian Small Group Sessions – 1956-1959” (Fresh Sounds/Socadisc);

– Premio Soul: The Como Mamas  : “Move Upstairs” (Daptone/Differ-Ant);

– Premio Blues: Thornetta Davis : “Honest Woman” (Sweet Mama Music).

E, in un registro molto vicino, il premio del Disco Francese attribuito all’eccellente pianista, scrittore Laurent de Wilde per il suo “New Monk Trio” (Gazebo/L’Autre Disribution).

François Lacharme e Karin Krog

Gli altri riconoscimenti hanno incoronato  la vocalist svizzera Susanne Abbuehl (premio del miglior Musicista europeo per la sua opera), il sassofonista Michel Pastre (premio del Jazz Classico per il suo album, “Tribute to Lionel Hampton” – Autoproduction), la leggendaria vocalist norvegese, Karin Krog (premio del Jazz Vocale per il cofanetto “The Many Faces of Karin Krog 1967 – 2017” – Odin/Outhere), e ancora Pierre Fargeton (premio del Libro Jazz per “André Hodeir, le jazz et son double” – Edition Symétrie).

Didier Pennequin

Christian McBride

Thornetta Davis

François Lacharme e Susanne Abbuehl

Vi spiego… il basso elettrico: Danilo Gallo

Danilo, tu suoni il basso elettrico e il contrabbasso. La nostra intervista verterà sul basso elettrico, ma mi dovresti anche spiegare quale dei due strumenti senti più legato alla tua capacità espressiva.

E’ una domanda a bruciapelo! Me la sono posta anche io, e ho cercato di rispondere proprio utilizzando l’uno o l’altro a seconda del tipo di musica che mi trovavo a dover suonare. Mi sono reso conto sul campo di quale fosse lo strumento più consono in determinate situazioni. Ancora adesso non ho chiarissimo in assoluto quale tra il basso elettrico ed il contrabbasso sia quello più adatto alla mia espressività: dipende sicuramente dalla musica. Anche perché sono innamorato tanto del mondo acustico e quindi del mondo in cui il contrabbasso è più a suo agio, che di quello elettrico: ma non ho schemi a riguardo. Mi piace scambiare i ruoli, e i due mondi.

E di tutti gli strumenti, perché il basso elettrico?

Mah, come quasi sempre succede quando si comincia a studiare uno strumento è successo per caso. In realtà io nasco come chitarrista: dopo una piccolissima parentesi di flauto ho intrapreso seriamente lo studio della musica, seriamente perché avevo un maestro, e lo strumento era appunto la chitarra classica. Entrai anche in conservatorio, ma scappai subito, non riuscivo a sopportarne l’ambiente. Per di più all’epoca ero anche un po’ tra il metal e il punk, non mi trovavo bene.
Avrei voluto suonare la chitarra elettrica in un gruppo: se non che a scuola, parliamo della seconda o terza media, con i compagni di classe componemmo una band. A dire il vero nessuno di noi ancora suonava veramente uno strumento: si sognava, si ascoltava musica. Uno di noi era tastierista, un altro aveva già deciso di prendere lezioni di batteria, ed era il mio migliore amico. Un altro aveva già la chitarra elettrica. Rimaneva un ruolo scoperto, il bassista. Mio nonno mi regalò 50000 lire e io comprai un basso elettrico riuscendo ad avere anche uno sconto, quindi lo pagai 48000 lire, di una marca improbabile, Kasuga, che è stato il mio primo basso elettrico, e con quello iniziai a suonare nella band. Chiedetti in prestito un amplificatore che non era un vero amplificatore, era un Philips che aveva si utilizzava anche per l’ascolto di audiocassette: in pratica ho cominciato come “tappabuchi”.

Quando hai capito che per vivere avresti fatto il musicista?

In realtà è una domanda a cui non saprei rispondere nettamente. Tutt’oggi mi chiedo quando diventerò musicista pur essendolo, in fin dei conti. Questo perché, forse, il sogno che avevo da ragazzino è ancora intatto, e quasi a volte non mi rendo conto che a piccoli tasselli si sta realizzando. Non ricordo in maniera nitida quando io abbia deciso di intraprendere la professione: è avvenuto quasi per caso, giorno dopo giorno, ma sicuramente ricordo come se fosse ora i sorrisi di mia mamma che annuiva ai miei primi concerti in luoghi prestigiosi. Forse è iniziato tutto lì.

Ora però mi dovrai dire qualcosa su questo strumento, che è uno strumento elettrofono.

Si è uno strumento elettrofono, termine importante per dire elettrico, nella famiglia degli elettrofoni esiste anche questo strumento, che è il basso elettrico. Elettrico perché ha dei pickups che catturano la vibrazione delle corde e anche della cassa, quindi del legno, lo trasferiscono ad un circuito elettrico attraverso un cavo e un jack che viene poi portato ad un amplificatore che infine ne fa uscire il suono.

Come si chiama questo tuo strumento?

Basso VOX Cougar semi hollow

Questo è un Vox , il modello è Vox Cougar ed è un basso elettrico, perché ha un circuito elettrico, ma è un basso che in inglese si definisce semi hollow bass, in quanto ha la cassa vuota, scavata. Hollow  in inglese, letteralmente, significa “scavato”. E’ quindi un basso per metà acustico e per metà elettrico. La cassa come vedi ha le f intagliate come un contrabbasso o come un violino, ed è aperto dentro, ha una camera acustica. Il corpo dunque è vuoto, a differenza di quello di un basso completamente elettrico, senza camera, che dentro è pieno. Il semi hollow (semi acustico) ha una cassa di risonanza, risuona un po’ di più. Esistono anche bassi semi hollow che hanno la camera ma non hanno le f e a vederli sembrano completamente elettrici, ma hanno un suono molto diverso.

Di che materiale è fatto un basso elettrico?

E’ costruito con un insieme di legni, diversi a seconda che venga costruita la cassa di risonanza, il manico o la tastiera. Nel caso del mio basso non saprei dirti di che legno sia, è uno strumento degli anni 70 di cui si hanno pochissime notizie.La tastiera, questa nera, so essere di ebano. In genere le tastiere sono di ebano o di palissandro.

Di quante parti è composto un basso?

Ci sono parti strutturali e parti elettroniche ovviamente. Quelle strutturali sono il corpo, il manico e la tastiera. La tastiera è applicata sul manico.
Il proseguimento del manico si chiama paletta, sulla quale si trovano le meccaniche, che avvolgono le corde e le tirano per accordarle.

Paletta e meccaniche

Poi abbiamo il ponte, il tirante, e in questo caso il tirante è come quello del contrabbasso. Il tirante è molto flessibile, e influisce molto sul suono. Contribuisce ad una risonanza sonora particolare.Ci sono bassi elettrici semiacustici che, come tutti i bassi elettrici,  non hanno il tirante, ma hanno semplicemente il ponte nel quale le corde entrano e vengono agganciate.

Ponte e Tirante

Le parti elettroniche sono date da un circuito elettronico regolato da potenziometri, che servono a regolare i volumi, e da pickups.

Cosa sono i pickups?

I pickups, termine tecnico, fondamentalmente sono microfoni. In questo caso sembra un insieme di quattro viti, che sono in realtà dei sensori. Come vedi ce ne è uno sotto ogni corda. La loro funzione è quella di reagire alla vibrazione della corda. Ma a suonare non è solo la corda: ci sono anche la cassa, il manico. Lo strumento vibra tutto, a partire dalla paletta.

Pickup al ponte

I pickups (il mio basso ne ha due, uno vicino al ponte uno vicino al manico) sono splittabili, ovvero si possono usare passando il segnale da uno all’altro attraverso una levetta: se la abbasso uso solo il pickup al ponte, che ha un suono un po’ più brillante, più metallico, meno corposo. Se la sollevo uso solo il pickup al manico che ha un suono più rotondo. Se la posiziono a metà uso entrambi i pickups, e in questo particolare caso posso miscelare, mixare, aumentare più uno o più l’altro, usando i potenziometri proprio come se fossero dei mixer.

Pickup al manico e Levetta – split

Ogni potenziometro è riferito ad un pickup?

Si ognuno è riferito ad un pickup. Ho quattro potenziometri, due per ogni pick up. Ogni pickup, infatti, ha un volume e un tono:  il tono “equalizza” il suono agendo sulle frequenze alte, dando un suono più acuto e brillante, e questo si può fare per ognuno dei 2 pickups. Posso miscelare i toni “in corsa”, a seconda dei brani che sto suonando e della necessità che mi si presenta.

Potenziometri

So che esistono due tipi di manici, a secondo di come vengono montati sul corpo del basso. Volevo sapere che influenza ha sul suono che il manico sia dentro o sopra il corpo.

Sì, esistono due tipi di manici. Ci sono bassi elettrici che vengono costruiti con un unico pezzo di legno: dunque il manico non viene applicato dentro al corpo in un secondo momento. Posso immaginare che la potenza sonora sia maggiore, poiché lo strumento vibra contemporaneamente, senza interfaccia, senza interruzioni. Può però presentare delle problematiche: ad esempio il manico potrebbe imbarcarsi, subire delle oscillazioni dannose, ed in quel caso diventa difficile riportare lo strumento alle origini.
Nel mio strumento, che, abbiamo detto, è un po’ particolare, il manico è un pezzo fatto a parte ed inserito poi nel corpo. Come vedi qui c’è una specie di vite, che si chiama truss rod.

Truss rod (vite tra pickup e manico)

Praticamente stringendola o allargandola tiri il manico, che si muove. Un bravo liutaio può dunque intervenire per sistemare qualsiasi problema legato al manico, specie in strumenti un po’ vecchiotti come questo che subiscono nel tempo molte oscillazioni. La truss rod serve anche a calibrare il manico, poiché, lavorando sul manico, si lavora anche sul ponte, ovvero sull’action, la distanza delle corde dal manico, che determina la maneggevolezza e la duttilità dello strumento mentre lo si suona: ma di questo magari parliamo più avanti.

In alcuni bassi vedo dei tasti, come in questo, e in altri invece non ci sono. E’ così?

E’ così. Il basso elettrico nasce con i tasti, a differenza del contrabbasso. Fondamentalmente doveva sostituire il contrabbasso in band che diventavano sempre più rumorose, parliamo del rock and roll: ci voleva uno strumento elettrico, dal suono più potente. I tasti garantivano una intonazione perfetta. Per l’intonazione si agisce anche con la regoletta del ponte.
Successivamente è nato lo strumento fretless, senza tasti. Il basso fretless è uno strumento dal suono totalmente diverso. Il suono vorrebbe emulare un po’ quello del contrabbasso. A dire il vero io non penso mai al basso elettrico come sostituto del contrabbasso. Non lo porto con me “per comodità”, perché ingombra meno. Hanno magari la stessa funzione ma caratteristiche completamente diverse.
Il tentativo di sostituzione è fallito fino a quando non è arrivato Jaco Pastorius, musicista a me non così affine, ma che innegabilmente,con il suo Fender Jazz e la sua personalità, lo ha reso uno strumento importante, pesante, non certo la copia di un contrabbasso.

Mi indichi, invece, nomi di bassisti importanti per il basso con i tasti?

Ce ne sono tantissimi, la vera risposta che dovrei darti è “non lo so “, anche se ne conosco davvero molti. A partire dal rock: John Paul Jones dei Led Zeppelin, con un suono ciccione, senza fronzoli, davvero pazzesco. Musicista rock, perché ovviamente il basso elettrico ha la sua grande letteratura più nel rock che in altri generi musicali. E poi Sting, che suona il suo Fender con il plettro, e, nel Jazz, Stanley Clarke ma tanti altri ancora.

Quanti tasti ci sono in un basso elettrico?

Non è un numero fisso, dipende anche dal diapason, che varia: ci sono strumenti che lo hanno più lungo altri più corto. Comunemente da 20 a 24 tasti.

E qui ti fermo, naturalmente: cosa è il diapason?

Il diapason è, come nel contrabbasso, la distanza che intercorre tra il capotasto e il ponte. Ci sono bassi a scala corta e bassi a scala lunga: quelli a scala lunga hanno i tasti più larghi e così il diapason si allunga, hanno il manico più lungo, e arrivano ad avere anche 24 tasti. Nel suono non cambia niente, cambia la possibilità invece che hai nello strumento di suonare note più acute, l’estensione, la maneggevolezza. A me personalmente non ha mai interessato suonare note acute, o perlomeno non ho approfondito questo aspetto. Il mio strumento è uno strumento a scala corta, short scale, piccolino: poi ne ho altri, per esempio ho un Rickenbacker , che è uno strumento elettrico enorme: quando lo suoni devi allargare le braccia come Gesù Cristo sulla croce.
Parliamo sempre di bassi a quattro corde.

Basso elettrico Rickenbacker

In effetti noi siamo abituati a pensarlo a 4 corde il basso, ma esiste a 6 corde e anche in tantissime altre varietà. In quante varietà?

Ce ne sono tantissime, poi negli ultimi anni si sono sviluppate anche varianti delle varianti. Senza voler denigrare, sono strumenti belli, ma un conto è suonare un basso, un conto suonare un’arpa. Sono strumenti che bassisticamente non riesco a concepire.
Il primo basso elettrico nasce a 4 corde perché prosegue la storia del contrabbasso, e sono già tante: io a casa ho uno strumento che monta due corde e mi piace tantissimo , ci sono addirittura anche strumenti monocorda.
Ufficialmente il basso è a quattro corde o a cinque, a cinque può avere la corda grave, oppure quella acuta. Nel caso di quelli a 6 corde generalmente si ha sia la corda grave che quella acuta, in aggiunta.
Diciamo che in molta musica pop moderna il basso a cinque o sei corde è molto usato, molto importante. Quando facevo dei tour pop, usavo il basso con la quinta corda grave. La preferisco grave. A me piace il magma, un suono vibrante, magmatico, che venga da sotto, come la lava di un vulcano, il basso per come lo concepisco io deve bollire sotto, essere sulfureo. Le note gravi sono quelle che mi intrigano.

Chitarra Basso Fender VI ( a sei corde)

 


Ci dici quale è la sequenza delle note per l’accordatura del basso?

E’ per quarte ascendenti a partire dal basso: per il basso a quattro corde mi – la – re – sol, per quello a cinque corde si – mi – la – re – sol se è stata aggiunta la corda grave, mi – la –re – sol – do se è stata aggiunta la corda acuta, per quello a sei corde si – mi – la – re – sol – do . Ma ad esempio, nella chitarra basso nella foto qui sopra la sequenza è mi – la – re – sol – si – mi. 

Di che materiale sono fatte le corde?

Le corde del basso elettrico sono fatte di metallo, termine generico per indicare un insieme di possibilità, ad esempio di acciaio (più brillanti) o nichel (piu rotonde e morbide). Ma molti sono allergici al nichel e dunque ci sono delle leghe che sono nichel free, o si usano anche fibre sintetiche. Per strumenti acustici si usano anche corde di nylon, o budello. Io utilizzo corde in carbonio. A dire il vero, tempo fa non sapevo nemmeno che tipo di corde utilizzassi sul mio basso: le compravo perché erano economiche, sinceramente. Invece la corda può avere un suo ruolo importante, non tanto per il suono in sé, quello dipende in grandissima percentuale dal musicista, quanto per l’elasticità, la leggerezza, la tensione. Ho scoperto di avere, per il mio modo di suonare, un’esigenza particolare: la corda rigida mi impedisce di suonare come voglio. Le corde in carbonio sono molto morbide. Qui entra in gioco il bending, ovvero l’alzare la corda. E’ una caratteristica chitarristica, che a me serve, espressivamente. La corda in carbonio mi permette questo, e anche al tatto mi piace di più.

Parlando di corde devo chiederti di spiegarmi cosa sia l’action. Perché è importante?

L’action è la distanza che intercorre tra la corda e la tastiera. Più ampia è la distanza tra corda e tastiera più la cavata è maggiore, più la corda ha la possibilità di vibrare nello spazio e nel tempo. E’ importante perché più l’action è alta più hai volume, come nel contrabbasso.
Se la corda è molto vicina alla tastiera il suono si chiude subito: a me non piace molto, né nel contrabbasso né nel basso elettrico, quindi il mio action è di solito abbastanza altino, e lo ottengo regolando il ponte, mettendo il manico perfettamente in linea. Nel ponte, vedi, ci sono delle viti. Io posso alzarlo tutto, ma posso agire anche sulle singole corde: ogni corda come vedi è posizionata su un binario, o canale. Ogni canale (o selletta) è regolato da una singola vite: dunque se io voglio il mi più o meno alto agisco sulla sua vite. Le viti regolano le sellette.

Sellette

A seconda di quanto le alzi o le abbassi si regola l’action. Aggiungo che più è alto l’action, più tecnicamente diventa difficile suonare lo strumento. In effetti mi complico un po’ la vita.

C’entra qualcosa con l’attacco?

No. L’attacco è quel momento che intercorre tra la nota che pizzichi o che splettri, e il momento in cui la percepisci, il che avviene in una frazione di secondo. La cosa che ti arriva prima di uno strumento è quella punta, detta attacco: poi ti arriva la nota.
E’ come quando tu con una bacchetta percuoti un piatto nella batteria: prima senti la bacchetta e poi il suono del piatto. E’ quella frazione di secondo.

Dunque a seconda di come è costruito il ponte lo strumento cambia molto?

Esistono anche strumenti senza ponte, in cui le corde partono dalla base. Dal punto di vista del suono, il ponte sicuramente deve essere fissato bene, deve essere stabilissimo. Ci sono ponti di metallo come questo, o di legno, anche.

Parliamo delle tecniche differenti per suonare il basso. Non so, mi viene in mente Marcus Miller e lo slap….

Ci sono tecniche che servono a produrre timbri ma anche un suono diverso, una risposta dello strumento diverso, un attacco diverso. Le tecniche sono svariate. Lo slap è una tecnica percussiva fondalmentalmente della mano destra. Slap significa schiaffo. Ciò che avviene è questo: il pollice percuote la corda (thumb), e le altre dita strappano le altre corde (popping).
Oltre che da Marcus Miller lo slap è una tecnica usata ad esempio da Stanley Clarke, che l’ha sdoganata: musicista pazzesco. Nello slap si usa un basso con i tasti perché la corda che viene strappata deve tornare sui tasti, dando luogo a quel tipico suono metallico che non avverrebbe se tornasse sul manico senza tasti.
Altro bassista bravissimo a riguardo è Mark King dei Level 42: a parte che cantare e suonare il basso contemporaneamente è difficilissimo, lui poi faceva uno slap veramente molto pieno. Il basso suonato con la tecnica slap è molto usato nella musica funk, o rock, vedi i Red Hot Chili Peppers. Nonostante non sia una tecnica a me affine mi piace. Tornando a Miller, anche se non si può considerare un jazzista mainstream, ha portato molto lo slap nell’ambito jazzistico. E’ fortissimo, ha un suono che lo riconosci subito, i grandi sono così li riconosci subito.

Come si suona il basso? Parliamo a titolo di esempio di un musicista “destro”.

Per quando riguarda la mano destra, quella che pizzica le corde, il basso viene suonato con due dita, l’indice e il medio qualche volta anche il pollice, alternandole, detta in maniera convenzionale. Il pollice ad esempio riesce ad ottenere un suono molto più morbido, vellutato, rispetto alle altre due dita. Si può utilizzare anche il plettro, come vedremo più avanti.
La mano sinistra è un po’ “risuonante”, e reagisce a quello che fa la mano destra: preme i tasti imprimendo l’intenzione voluta, ad esempio far vibrare le corde. Ovviamente più si “accorcia” la corda, minore è la vibrazione che si ottiene, dunque la nota diventa più acuta. La mano sinistra avrebbe anche una sua tecnica: andrebbe messo il pollice al centro della tastiera dietro il manico, e le dita dovrebbero, come dire, coprire tutte e quattro le corde su un range di quattro tasti “a martello”. Questa sarebbe la tecnica ufficiale, che io non uso mai, ma che ogni tanto mi capita di insegnare.
Oppure si decide di usare plettro, che io amo molto: anche una conchiglia di Gallura va benissimo: questa estate ne ho fatto scorta, sono molto levigate e danno un suono particolare. Quando lo compri un negozio di strumenti musicali è di plastica, o di pietra anche . Ma ne esistono anche di osso, di velluto, di cuoio.

Plettri

Il plettro ti da più attacco, rispetto alle dita: è una sorta di “percussione”, se vogliamo. Colpisce la corda, mentre le dita, invece, la pizzicano o la accarezzano. Il suono prodotto è diverso, e il corpo della nota arriva subito dopo. Mi piace avere attacco col plettro per far uscire il suono e poi stopparlo col lato della mano destra ( molto “beat”). E’ molto percussivo il suono prodotto, un battito quasi… suonando con le dita diventa complicato stoppare. il dito espande il suono producendo un timbro e un suono più aperto e anche grosso, bello comunque.
Con il plettro però posso ottenere anche l’esatto opposto di questo: ovvero far risuonare la nota ancor più che con le dita, quasi come una chitarra, percuotendola e lasciandola suonare: l’armonico suona fino a che voglio e non ho il problema di fermare la corda, sono timbri che riesco ad ottenere a seconda del modo in cui voglio suonare.

Danilo, tu usi i pedali, molti pedali, sui quali non mi soffermo più di tanto perché io qui parlo del basso, ma mi serve che tu mi spieghi perché, e cosa succede con i pedali.

La funzione è di arricchimento di un suono che puoi avere in testa e che vuoi portare in una dimensione diversa: una distorsione, un ritardo (delay), ci sono moltissime tipologie di pedali. Mi piace molto il suono senza pedali e con i pedali, dipende davvero dalla situazione, dall’intenzione. E’ il prolungamento onirico di un suono che hai nel pensiero.  Mi deve tornare un suono che mi stupisca, che mi faccia reagire. Mi piace destabilizzarmi e destabilizzare in una sorta di duo con me stesso, al servizio però della musica totale. Destabilizzare è una prerogativa dell’arte a mio avviso, ed è destabilizzante non usare il metronomo: ART SHOULD COMFORT THE DISTURBED AND DISTURB THE COMFORTABLE (BANKSY). II metronomo? Ciò che di più innaturale esista. Tende a stabilizzare l’impossibile.
Il pedale è un colore che mi piace utilizzare per dare una sfumatura più chiara più scura più onirica più grezza meno grezza più punk.

Cosa è “punk”?

Credo non sia un genere musicale ma un suono che abbia un certo tipo di sporcizia graffiante e molto ignorante, e destabilizzante. A volte mi piace molto utilizzare questo tipo di suono.

Quanti ne hai?

Tantissimi, svariati, credo una trentina.

 

Tu hai diversi bassi. Quale scegli, in che occasione, perché ne scegli uno invece dell’altro?

Semiacustici, elettrici, acustici, ho strumenti che non sono contrabbassi ma più vicini ai bassi elettrici, balalaike basse… ne ho tanti. Scelgo a seconda dell’intuizione che ho nei riguardi di una musica che io mi appresto a suonare. Il basso elettrico è più “cattivo”, ma ha molto meno range dinamico di questo semiacustico che vedi qui. Certo, dipende anche dai bassi elettrici. Il mio Rickenbacker è un basso bellissimo, che usava anche il bassista degli YES, ad esempio.
Per Tinissima, il gruppo di Francesco Bearzatti,  uso il Vox  semiacustico perché mi permette di entrare nel magma sonoro della band in un modo più denso, quasi come l’acqua che bolle, per intenderci. Anche nel mio gruppo Dark Dry Tears  uso questo, in brani più morbidi in cui dovevo schitarrare di più, arpeggi, accordi. Ma ho usato il Rickenbacker in brani più cattivi, punk, rock. In Monk’nroll uso il semiacustico, due segnali e due amplificatori, uno fa il basso, l’altro la “chitarra” quando uso il mio semiacustico per simulare la chitarra.

 

 

Come Prospero, Duca della canzone

Antonio Ballista, uno dei più cari ed intimi amici della Musica, ha compiuto da poco ottant’anni. Per l’occasione “La Bottega Discantica” licenzia l’album forse più personale, cui lavorava da tempo, titolato “Hit Parade – il meglio della canzone secondo me”. Singolare il repertorio: si va da rivisitazioni proprie e del compositore Alessandro Lucchetti di Bixio, Churchill, Gershwin per giungere fino a Grieg, Schumann, Strauss, Gluck e altri giganti. Curioso il percorso ‘a ritroso’ essendo forgiata a gambero l’intera scaletta, proprio come le classiche hit-parade: salvo che qui, fortunatamente, si finisce con  “Anything goes” di Cole Porter e non con Rovazzi.

“Canzone” è termine quasi logoro, sfibrato dall’amore dei melomani; dacché nel canto consiste l’apparato cardiovascolare della musica. Arnold Schoenberg provò ad abolire la melodia cercandola nei timbri e mal gliene incolse. Ogni esperienza moderna in cui la melodia venne oscurata per preferirle il ‘bruitisme’ o altri parametri causò ammutinamenti nel pubblico. Instancabile, l’uomo cerca un’anima gemella e nella canzone, lui fedifrago per natura, sembra trovare l’unica irriducibile fedeltà. Si dirà che con discorsi del genere io voglia fare carne di porco di ogni ricerca linguistica avanzata. Ma non è così, soprattutto non è questo il punto. Tutti ammiriamo Schoenberg e Xenakis, ci buttiamo ginocchioni davanti al compianto Boulez come di buon grado ci siamo fatti trapanare i timpani dalle “Mikrophonie” di Stockhausen, il grande Lancillotto del secondo Novecento. Sembrerebbe non esserci via d’uscita da questa aporìa. Ma se ammettessimo che forse essa è illusoria? ‘Melos’ è parametro cardinale, secondo alcuni imprescindibile, per trovare il codice di accesso dell’ascoltatore. A questa tesi tiene bordone il noto pianista jazz Keith Jarrett, non certo un ‘Beckmesser’ qualsiasi, quando severo dichiara: “La musica è melodia”. Affermazione disgustosa alle orecchie di un adorniano, ma non per forza infondata.
La Canzone appartiene all’arte di ogni tempo ed è moneta corrente anche nel nostro, “grato che mai non si stingue del libro che ’l preterito rassegna”. Le avanguardie hanno fatto le loro rivoluzioni e continueranno a farle in sæcula sæculorum , indisturbate e benedette dal Cielo. Amen, e così sia.

Tornando al CD, il significato suo più profondo si rivela all’ascolto più che alla lettura del programma: l’abbattimento dei generi. Fornisce prova inconfutabile del fatto che in musica, a certe condizioni, le distinzioni di genere non sono che costruzioni abusive che non condizionano neppure gli orientamenti del pubblico. Il presente Compact Disc è simile a un’entità plurigemellare nel cui petto batte unico cuore; non  prodotto di laboratorio ma creatura viva, figlia di Arte e Fantasia, educata dal Tempo. Ballista non si balocca con  accoppiamenti più o meno giudiziosi, giustapposizioni facili: più che a un giocoliere somiglia a un chimico tintore che esplori l’anima della musica con l’intento di trovare il proprio “colore nuovo”. L’interprete demiurgo cerca affinità tra sè e le cose ritrovando se stesso, per triangolazione logica, tra le cose medesime. Il programma non somiglia a una collana di perle, sembra piuttosto un’intera barriera corallina. Ascolti un incantato Morgen, “Parlami d’Amore Mariù”, Brahms e un “I tre Porcellini” contornato da bagliori musorgskijani, finché smarrisci gli Autori e trovi la Musica; quindi, per la medesima silloge, trovi Ballista che “è” la musica. Come si diceva,un simile sincretismo può inverarsi solo a certe condizioni, in primis la sincerità totale dell’interprete. Guai a gettarsi in operazioni meta-linguistiche con scarsa attrezzatura e convinzione.
E quanto cross-over inutile e corrivo si sente ultimamente! “Hit Parade” riassume con discrezione l’umile e prezioso lavoro di un Poeta.  Antonio Ballista è appunto questo: pianista-Poeta che fa musica nell’unico modo possibile, dicendo la verità.
A chi è destinata una silloge tanto insolita? A tutti, ma in particolare a un ascoltatore “nuovo”, privo di inibizioni e schemi preconcetti.
Nel magnifico discorso finale della “Tempesta” il Duca di Milano, Prospero, concittadino di Ballista non che sovrano della piccola isola in cui tròvasi relegato, invoca liberazione per sé e i compagni attraverso un benevolo applauso del pubblico, in un entanglement tra poesia e realtà. Ad Antonio – Prospero sia tributata l’acclamazione più calorosa per quanto continua a dare all’arte musicale e alla vita. Esecuzioni pianistiche vive e colme di grazia; molto buona l’incisione, curato il packaging.

Interessanti le note vergate dallo stesso Ballista e da Davide Tortorella.

Gino Marinuzzi in uno splendido CD Decca

Quali furono, quanti sono i direttori d’orchestra, attività pratica per eccellenza, esperìti anche nell’arte speculativa della composizione? Balzano alla mente parecchi nomi: Gustav Mahler anzitutto, ma anche il suo discepolo Bruno Walter (tra i più interessanti), Wilhelm Furtwangler, Franco Ferrara, Giorgio Federico Ghedini che iniziò la propria carriera proprio come direttore per ripiegare soltanto in seguito sulla composizione (con vivo disappunto da parte della moglie, che pensava di aver sposato un musicista dai potenziali, lauti guadagni..),

In epoca più vicina a noi si possono citare all’ordine del giorno Esa-Pekka Salonen, il dotatissimo André Previn – anche jazzista ‘da paura’ – Lorin Maazel… Con le generazioni nuove per la verità tale doppia perfezione dell’atto musicale sembra esser passata di moda: sostituita dall’attività, certo non meno laboriosa, della costruzione della propria immagine? Forse, parafrasando Vàclav Havel, si teme di non poter servire due padroni e ingannarli entrambi nello stesso momento?

Magari si pensa, come Ardengo Soffici, che “quando si vive non si scrive” specie in un’epoca come quella attuale ove regna la pigrizia mentale più incontrastata ?

Sia come sia, Gino Marinuzzi fu esempio di eccellenza in tutti i campi. Nato il 24 marzo del 1882 a Palermo, appartiene anche lui de facto a quella “generazione dell’ottanta” i cui più noti esponenti furono Pizzetti, Casella, Respighi, Busoni.

In un tempo nel quale dominava incontrastata l’opera verista, e il Melodramma più in generale, questi giovani musicisti cercavano di sviluppare una nuova poetica; alcuni puntando lo sguardo, con moderato entusiasmo, alle nascenti avanguardie; tutti, applicandosi con nuovo vigore alla musica cameristica e sinfonica. Va ricordato come il compositore italico sia, di natura, un tradizionalista, legato a quel magnete potentissimo che è la melodia, ansioso di abbeverarsi alle fonti ancestrali (quali ad esempio furono i modi gregoriani nella musica di Pizzetti). Nonostante ciò immaginiamoci quale pubblico dovettero trovarsi di fronte questi compositori in una società come quella italiana, dove la maggioranza degli appassionati la musica strumentale la frequentava pochissimo e, soprattutto, non gliene poteva calar di meno.

La carriera direttoriale del Marinuzzi fu di portata mondiale, con acuti di popolarità negli U.S.A., come al MET. A Chicago fu per qualche tempo direttore stabile. Ammiratissimo e sempre attento a valorizzare i compositori italiani suoi contemporanei, come il succitato Pizzetti, è ritenuto, per la  tecnica direttoriale e il gusto assai evoluto, un interprete ancora attuale e moderno. Così  afferma anche un esegeta severo e attendibile come Riccardo Muti.
Peccato ci rimangano poche testimonianze registrate dell’arte sua.
A differenza del direttore, il compositore Marinuzzi è invece totalmente misconosciuto.
Decca ha pensato quindi di dedicargli, meritoriamente e con intelligente coraggio, questo bel CD antologico.
Colma di quel fascino inapparente che appartiene soltanto alle creazioni artistiche nate per necessità spontanea, priva di protervia, non rivolta a compiacere, segnare un’epoca o tracciare un confine, la dolce e tuttavia fluente musicalità di Marinuzzi è sincera come un buon vino sìculo. Della Sicilia queste note senza finzioni trasfondono il paesaggio in una luce potente, cangiante, al cui interno sferza lo scirocco di un’orchestrazione d’ascendenza wagneriana e, per effetto di specchio riflesso, persino debussiàna. All’ascolto, la sua ‘voce’ compositiva sembra quella di un eclettico, non mostrando di possedere uno stile unitario. Ma è forse questo il punto di forza dell’artista, ciò che lo rende in grado di cogliere le differenze, e scegliere meglio i colori dei suoi quadri musicali.
Il disco contiene la Sinfonia in la, in tre tempi, scritta nel 1942 ed ispirata a Virgilio: opera a mio avviso stupenda e sorprendente. Del secondo lavoro presentato, la Suite Siciliana, basti dire qui che il terzo tempo, Valzer Campestre, fa balzare alla mente analoghi  ‘numeri’ più celebrati di Verdi e Sostakovič, nientepopodimeno, ma di fronte a quegli ingombranti ‘cugini’  Gino Marinuzzi non sfigura.
L’esecuzione è affidata all’Orchestra Sinfonica di Milano “Giuseppe Verdi” guidata dal direttore Giuseppe Grazioli. Questi interpreti rendono all’ arte strumentale dell’autore il miglior servizio possibile con una lettura “naturale” ricca di gusto e forza drammatica. Ci spiace infrangere un’ennesima certezza dell’ avanguardia, ma Gino Marinuzzi va ad aggiungersi, anche in virtù della presente pubblicazione, al novero dei compositori ingiustamente considerati in ritardo sul proprio tempo, e per un pregiudizio infondato, ignorati quando non dileggiati. Parcere subiectis et debellare superbos…