Avishai Cohen ha scelto Udine – unica data italiana – per presentare il suo nuovo album “1970” nel nostro Paese

Contrabbassista di assoluto livello, vocalist, band-leader, compositore, produttore: queste le molteplici facce di un personaggio che a ben ragione può essere considerato una delle stelle del firmamento jazzistico. Nato nell’aprile del 1970 in Israele, Avishai Cohen si trasferisce a New York nel 1992 dove studia alla New School con artisti quali Brad Mehldau; nella Grande Mela comincia ad incidere con personaggi di primo piano come il panamense Danilo Perez. Nel 1977 l’incontro che gli cambia la vita: una telefonata di Chick Corea lo invita a collaborare con il grande pianista e così Avishai entra nel “Chick Corea’s New Trio” con cui collabora per sei anni. Dopo questa esperienza la strada del successo è spianata e Cohen la percorre con sicurezza. Il 22 settembre del 2017 esce il suo nuovo album “1970” in cui accanto al leader, nella veste anche di vocalist, ascoltiamo Itamar Doari (percussioni e voce), la cantante Karen Malka, Yael Shapira (violoncello e voce), Elyashaf Bishari (oud, chitarra baritona, voce), Jonathan Daskal (tastiere) e Tal Kohavi (batteria). L’album ha fatto storcere il naso ai puristi del jazz per i molti riferimenti a musiche altre, ottenendo però uno strepitoso successo oltre gli ancor contenuti recinti del jazz propriamente detto.

Avishai Cohen ha scelto Udine e il Festival Udin&Jazz – unica data italiana – per presentare l’album nel nostro Paese e noi lo abbiamo intervistato pochi giorni prima del suo concerto in Friuli Venezia Giulia.

In questo periodo si sentono spesso espressioni del tipo “il jazz è morto”, “il jazz sta morendo”. Qual è la sua opinione al riguardo?

 “Il jazz è ovunque, abbiamo solo bisogno di sbloccare la musica e rendere più facile il suo ascolto facendo in modo che le persone aprano la loro anima ad essa e si divertano ascoltandola, sia attraverso registrazioni di qualità sia durante le esibizioni dal vivo, che probabilmente, oggi come oggi, rappresentano il sistema migliore per connettere le persone.”

Prendendo le mosse da queste considerazioni, qual è oggi la situazione del jazz in Israele? Come spiega il fatto che nonostante Israele sia un piccolo Paese negli ultimi anni sia riuscito a “sfornare” una serie impressionante di talenti musicali, specie nel campo jazzistico?

“La scena del jazz in Israele si è molto sviluppata negli ultimi anni. Grazie ai molti musicisti israeliani, me compreso, c’è ora una maggiore consapevolezza. Israele è sempre stato influenzato da un grande mix di culture: marocchina, greca, turca, bulgara, spagnola, dell’Europa orientale e anche i discendenti degli ebrei provenienti da molti altri luoghi. Queste influenze esistono nella musica, nella lingua e nella buona cucina, e ognuno assorbe queste cose in modi diversi che consentono molta creatività.”

E veniamo adesso ad Avishai Cohen. Come e perché ha cominciato ad interessarsi di musica e di jazz in particolare?

“Sono stato ispirato dalla musica inizialmente come ascoltatore, quando da giovane  sedevo al pianoforte per creare melodie in totale libertà ed ascoltare la musica jazz di  quel periodo. Il bassista Jaco Pastorius è stato una grande fonte d’ispirazione quando avevo 14 anni, così tanto da farmi acquistare il mio primo basso elettrico. Più tardi ho iniziato ad imparare a suonare il contrabbasso.”

France, Paris, 07-06-2017. Avishai Cohen. Photo: Andreas Terlaak

Lei è nato in Israele ma le origini della sua famiglia si ritrovano in Europa, in Spagna, in Polonia, in Grecia. Qual è stata l’importanza di questo background multiculturale sulla sua formazione artistica?

 “Israele è un paese in cui si incontrano diverse culture e nazionalità e tutto ciò consente di spaziare molto a livello creativo. Queste influenze si ripercuotono sicuramente nella mia musica, anzi, ne diventano il tema principale.”

Lei è oramai artista di caratura internazionale. Quali legami ha mantenuto con il suo Paese d’origine?

“La mia patria, le mie radici e il patrimonio culturale sono sempre stati e sempre saranno una parte importante di me e della natura che mi circonda, quindi sono anche  parte della mia musica. Credo tuttavia che il trascorrere inesorabile del tempo ci permetta di comprendere maggiormente l’importanza di mantenere vive le nostre canzoni tradizionali. Sarebbe un vero peccato che vadano perdute.”

Quali sono le motivazioni che l’hanno spinta ad incidere un disco assai particolare come questo “1970”?

“Volevo qualcosa di specifico per questo disco. Un disco di voci e canzoni in cui la musica doveva esser un ritorno al passato ed avere un legame spirituale con gli anni ’70, il mio anno di nascita. Molte delle mie influenze provengono sicuramente dalla musica afro-americana, da artisti come Stevie Wonder, dal soul e dal funk che sono venuti prima dell’hip-hop, mi piace anche questo. Penso che tutte queste influenze e le mie radici siano racchiuse in questo album.”

Come mai ha scelto il Festival di Udine – unica data nel nostro Paese –  per presentare al pubblico italiano questa sua nuova fatica discografica?

“Mi piace venire a Udine, dove ho avuto la fortuna di esibirmi un paio di anni fa, quindi è bello ritornarci. I fan di Udine sono un pubblico caloroso e fedele, e voglio presentarli alla mia band di ‘1970’. Non vedo l’ora di fare una bella festa con tutti loro.”

Come ricorda il primo incontro con Chick Corea che tanto determinante è stato per la sua carriera?

“Si, lo ricordo molto bene! Nel 1997 ho ricevuto una chiamata di Chick Corea.  Ricordo che avevo dato ad uno dei suoi amici una cassetta di un mio demo ma non avevo la particolare speranza di essere notato… ed invece Chick mi ha detto che l’ha ascoltato nella sua auto e mi ha richiamato alcune settimane dopo, impressionato dalla mia freschezza. Successivamente sono diventato un membro del “Chick Corea’s New Trio” e un co-fondatore del gruppo coreano “Origin”; per oltre sei anni sono diventato parte integrante della musica di Chick ed ho avuto l’enorme opportunità di mettere a punto le mie abilità come bassista e compositore. Le esibizioni con lui hanno giocato un ruolo importante nel plasmare la mia musicalità, per me Chick Corea è più di un insegnante, è un collega e un amico.”

Lei si sente più vocalist, bassista o compositore?

“L’equilibrio perfetto sarebbe la combinazione di tutti e tre! Ed è esattamente come mi sento in questo periodo!”

Se dovesse descrivere in tre parole la sua musica quali aggettivi userebbe?

“Passionale – Determinata – Creativa”

Gerlando Gatto

 

Giuliana Soscia: perché ho deciso di abbandonare la fisarmonica

Giuliana Soscia è personaggio noto agli appassionati di jazz essendo a ben ragione considerata una delle migliori fisarmoniciste jazz, non solo a livello nazionale, oltre che pianista, compositrice e direttrice d’orchestra jazz. Della sua statura artistica, della sua straordinaria carriera abbiamo più volte parlato (si veda ad esempio la recensione, di poco tempo fa, sul Giuliana Soscia Indo Jazz Project). Questa volta affrontiamo una tematica particolare e molto personale: da un po’ di tempo abbiamo notato che Giuliana non suona più la fisarmonica. Perché? Glielo abbiamo chiesto direttamente e dobbiamo ringraziare Giuliana per aver scelto “A proposito di jazz” come sede per svelare questo arcano.

Abbiamo notato come nella recente esibizione all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per la prima italiana del tuo “Indo Jazz Project”, hai composto tutti i brani del repertorio, hai diretto la band, hai suonato solo il pianoforte… ma dell’amata fisarmonica neanche l’ombra, addirittura non l’hai portata sul palco. Che succede?

“In questi ultimi mesi ci sono stati diversi cambiamenti importanti nella mia vita musicale. Non so come dirlo perché molto difficile e doloroso. Ho dovuto prendere una decisione, drastica, cosa che ho fatto agevolata, in questo senso, dall’essere anche… e forse soprattutto una pianista e compositrice. Nella vita alle volte bisogna prendere delle decisioni difficili anche per evitare guai peggiori”.

Ma tu ti consideri più una pianista o una fisarmonicista?

“In realtà sono pianista e – questo non tutti lo sanno – la fisarmonica è il mio secondo strumento. Io nasco pianista. In questo momento storico sentivo, inoltre, la necessità di incrementare la mia attività pianistica. Comunque ci sono dei periodi della vita in cui motivazioni interne ed esterne ti spingono a cambiare, a prendere strade diverse e questo potrebbe tradursi anche in un rinnovamento artistico. Di qui è nato questo mio progetto jazzistico dedicato esclusivamente al pianoforte, mantenendo la composizione, aspetto della mia vita artistica che mi ha sempre accompagnato: non a caso ho eseguito più che altro mie composizioni”.

E’ una situazione reversibile o meno?

“Mi spiego meglio e ciò potrebbe essere utile ad altri musicisti che hanno lo stesso problema. Come prima accennato, improvvisamente, ho dovuto mettere da parte la fisarmonica per un problema di salute legato alla pesantezza dello strumento. In effetti ho avuto un distacco del vitreo per disidratazione con un leggero interessamento della retina, cosa che si sarebbe potuta aggravare se avessi continuato a studiare su uno strumento pesante come la fisarmonica, dodici, tredici chili per uno strumento da concerto. Quindi mi sono operata immediatamente, con il laser, ma quindici giorni dopo avevo un concerto. Che fare? Riprendere la fisarmonica per un concerto – con tutto il lavoro di studio, di preparazione che c’è alle spalle, ore e ore di studio – era pericoloso. Comunque ho fatto egualmente altri due concerti finché il primo settembre scorso, ero a Jesi, la città natale di Pergolesi, abbiamo eseguito con il quartetto Soscia-Jodice lo “Stabat Mater in jazz” di Pergolesi e in questa occasione ho deciso di abbandonare la fisarmonica… non si può suonare con la paura che si stacchi la retina. Io sono molto fisica nel suonare, voglio sempre esprimermi fino in fondo, dare tutta me stessa con lo strumento e con la musica. Posso continuare ad esprimermi sul pianoforte e allora lo faccio su quest’altro strumento, che è oltretutto il mio primo strumento!”.

Da un punto di vista strettamente musicale, cosa ha significato tutto questo?

“Dal punto di vista musicale, anche se, come già detto, io sono prima di tutto una pianista (ho sempre scritto sul pianoforte e poi ho trasportato sulla fisarmonica che ho sempre considerato un pianoforte a fiato), c’è però tanta nostalgia di aver perso qualcosa che mi ha accompagnato per tanti anni. Non c’è dubbio che una parte di me è morta… ma ne è rinata un’altra appartenente alle mie origini. Non a caso il primo brano del progetto “Indo Jazz” si chiama “Samsara” che significa, per l’appunto, rinascita: ho vissuto il tutto come una morte ed una rinascita. Io ne sto parlando con te quasi con disinvoltura, ma ti assicuro che anche solo parlarne è molto doloroso”.

E io ti ringrazio sinceramente di aver scelto me per questa difficile chiacchierata.

“L’ho voluto fare intanto per spiegare a tanta gente che mi conosce cosa è realmente accaduto. Come ti ho già detto, avrei potuto continuare prendendo qualche rischio ma ho ritenuto che non ne valesse la pena anche perché io mi esprimo bene, benissimo col pianoforte e l’orchestra jazz con le mie composizioni. Ovviamente c’è tutta una parte del lavoro che ho fatto che per fortuna non è andato perduto – ci sono i dischi e l’insegnamento con il quale poter trasmettere le mie preziose esperienze – ma come spesso accade potrebbe essere questa un’occasione anche per rinnovarsi, per rinnovare la mia musica. Sai può anche darsi che io sentissi questo tipo di esigenza senza neppure rendermene conto e quindi penso che alle volte accadano eventi che tu di primo acchito non capisci ma che in realtà hanno un loro perché. Insomma quando ti capitano certe cose bisogna avere molto coraggio e saper prendere decisioni in tempi rapidi e voltare pagina verso nuove avvincenti esperienze”.

Tu prima hai detto a chiare lettere di essere passata alla fisarmonica in un secondo momento. Come ti è scattato l’amore per questo strumento almeno sulla carta meno prestigioso del pianoforte?

“Io ero e resto innamoratissima del pianoforte: per me suonare il pianoforte è come mangiare, bere… sono nata sul pianoforte…. Ho fatto una carriera da concertista classica. Ho cominciato a fare concerti all’età di quattordici anni e quindi puoi capire come io abbia trascorso un’adolescenza diversa da tutti gli altri ragazzi. I primi concerti, i primi concorsi che ho vinto sempre in omaggio a questo mio sogno di fare la concertista… mi ero molto legata al repertorio di musica classica contemporaneo vale a dire, tanto per fare qualche nome, Béla Bartók, Alban Berg, Hindemith… insomma al repertorio del ‘900 ed ero molto attratta da quelle dissonanze che poi ho scoperto essere tipiche del jazz. Quindi ascoltavo anche il jazz ma all’epoca in Conservatorio studiare il jazz era un’eresia. Ad un certo punto ho sentito l’esigenza di uscire dal mondo classico che mi stava un po’ stretto e dall’altro di assecondare questa mia spinta che mi portava verso il jazz: io volevo studiare questa musica ma all’epoca – siamo negli anni ottanta – non c’era nulla, non c’erano scuole per cui si trattava di imparare da soli, da autodidatti, ascoltando i vari artisti magari trascrivendone gli assolo. Allora avevo anche notato che nel campo della musica classica c’era una crisi che concerneva anche la composizione e ritenevo che il jazz potesse essere una sorta di chiave di svolta per questa problematica e sicuramente lo era per me. Non a caso molti compositori stanno ora tornando alla tonalità. Insomma c’era e c’è molta confusione per cui penso che inglobare nella musica classica tutto ciò che ci circonda, a partire dalla musica rock, dalla musica jazz potrebbe costituire una risorsa per la musica classica stessa… e questo probabilmente lo vedremo in futuro. Comunque in questi anni già qualcosa si è fatto: il jazz è entrato nei conservatori, tranne però la fisarmonica malgrado le mie battaglie, da poco anche la musica pop-rock… insomma c’è un’apertura che definirei epocale. Insomma pian piano ho capito che c’era un altro tipo di musica ad onta di quanti nei conservatori si ostinavano a considerare solo e soltanto un tipo di musica. Ovviamente c’erano anche maestri aperti: a questo proposito voglio ricordare il Maestro Sergio Cafaro che è stato veramente per me un grande modello che ho seguito per tutta la mia vita, anche dopo la sua scomparsa tramite la moglie il M°Anna Maria Martinelli dalla quale ho ricevuto sin da giovanissima preziosissimi elementi di didattica per l’insegnamento del pianoforte e con la quale sono ancora legata da un’affettuosa amicizia. Sergio Cafaro era un grandissimo pianista ma anche straordinario improvvisatore, compositore di vaglia (aveva studiato con Petrassi e compagno di studi di Ennio Morricone) eccellente pianista classico che suonava anche jazz per diletto e da lui ho ricevuto questi insegnamenti che sicuramente hanno concorso in maniera determinante alla mia formazione. Insomma ho cominciato ad esplorare la musica e l’ho fatto con la fisarmonica”.

Perché?

“Perché la fisarmonica era vicina al folklore. In quel momento io dovevo assaporare tutto ciò che era contrario alla musica classica. Dovevo esplorare ma esplorare sul campo, provare a suonare alcune cose, provare a entrare in un mondo diverso che mi era mancato e volevo capire perché un certo tipo di musica produceva un trasporto così importante che magari la musica classica non aveva. Insomma, mi chiedevo, perché la musica folk e la musica per il ballo fa muovere emozioni così estreme e forti rispetto alla musica classica. Qual è la differenza? Un modo per analizzare le origini della musica e dell’umanità. La musica classica la immaginiamo come qualcosa di strutturato che è avvenuto con un’evoluzione dell’uomo. Ma andiamo alla base; qual è la base? Secondo me il folklore, così ad un certo punto ho preso la folle decisione di andare, di suonare in quei contesti, cosicché mi sono ritrovata a suonare la fisarmonica in un ambiente – la Romagna –  dove il folk era il genere più importante. Ho cominciato per curiosità e si è rivelata un’esperienza artistica davvero straordinaria: in soli tre anni ero diventata famosissima. Avevo scritto un brano che mi era stato ispirato da una composizione di un signore che si chiamava Castellina, molto famoso nell’ambito del liscio romagnolo; era davvero un talento in quanto aveva un modo di esprimersi sulla fisarmonica assolutamente personale, espressivo, molto vicino al bandoneon e aveva un seguito incredibile. Ebbene mi interessava capire perché molta gente amava danzare al suono della sua musica e allora gli chiesi ‘ma come si fa a scrivere questo genere di musica?’ E lui mi insegnò lo stile… ed era molto interessante perché la musica seguiva i passi della danza. Ebbene più tardi ho capito che tutti questi concetti si possono trasferire in tutti i tipi di musica, anche nel jazz. Quindi come ti dicevo ho composto questo brano e ho vinto un concorso e l’Orchestra Borghesi…”

Molto famosa all’epoca…

“Sì, molto famosa… comunque, dicevo, questa orchestra mi prese come fisarmonicista. Ed ero la prima fisarmonicista donna che entrava in questo contesto così maschilista… il mondo della fisarmonica era molto maschile e lo è tutt’ora. Sulla mia scia molte donne si sono avvicinate allo strumento, ma prevalentemente nel folk. Nell’arco di questi tre anni e mezzo con cui ho lavorato con l’Orchestra Borghesi ho inciso molti dischi, con mie composizioni, e tenuto più di mille concerti, ma non era quella la mia strada per cui ho cominciavo già da allora ad abbracciare il jazz. Abitavo all’epoca vicino Bologna e conobbi vari jazzisti che mi illuminarono, infatti già da allora cominciai ad avvicinarmi al jazz con delle collaborazioni. Insomma è stata una parentesi ma fruttuosa che mi ha lasciato un grande bagaglio di esperienza”.

Mi stai dicendo che per quanto concerne la fisarmonica tu sei un’autodidatta?

“Assolutamente sì, volutamente autodidatta. E’ stata una sfida. Tutto è successo quando avevo ventiquattro anni; ho preso in mano la fisarmonica e mi sono detta ‘vediamo che ne esce fuori’. E così pian piano ho imparato ma da sola proprio perché volevo trovare un mio stile, un modo di suonare che fosse originale che potevo ottenere con le mie competenze pianistiche essendo già una musicista strutturata. Questa mia pretesa aveva però un senso in quanto la fisarmonica è a tutt’oggi uno strumento molto giovane che necessita ancora di una precisa standardizzazione: ogni Paese ha le sue modalità, i suoi bassi; c’è chi dice che la mano destra debba essere a bottoni, chi a piano, bassi sciolti per terze, bassi sciolti per quinte, bassi standard… insomma un caos totale. I concorsi si fanno ma con strumenti diversi e alle volte ci sono dei litigi tra fazioni diverse. A seguito di tutto ciò manca un programma di studi di fisarmonica classica ampio come per gli altri strumenti, c’è un repertorio classico contemporaneo e si eseguono molte trascrizioni, che io non amo per niente, ma naturalmente è la mia opinione; quindi spesso si tende ad imitare altri strumenti cercando sonorità sempre più simili all’organo dimenticando  l’originale sonorità di questo strumento nata nel folklore, perché la fisarmonica lì è nata e non bisogna dimenticarlo, oppure nel jazz come testimoniano alcune incisioni dei primi del’900 in America. Comunque, proseguendo nel racconto della mia vita artistica e del mio amore per la fisarmonica, dopo questa breve esperienza con il liscio sono entrata in un’orchestra RAI e così sono stata tra i primi ad introdurre la fisarmonica nella musica pop; ero diventata anche qui abbastanza famosa ed ho dato moltissima visibilità alla fisarmonica per cinque anni sugli schermi televisivi e concerti in tutta Italia, spesso mi ritagliavo ruoli da solista, senza abbandonare però il pianoforte. Ho collaborato con tutti i più grandi cantanti italiani che venivano ospitati in questa trasmissione di Rai 2 che si chiamava “Mezzogiorno in famiglia”; in quest’ambito c’era una rubrica , ‘Storia di una canzone’, e ogni settimana c’era un cantante che aveva vinto Sanremo – quindi ad esempio, Sergio Endrigo, Alex Britti, Amedeo Minghi – ma sono passati quasi tutti.  Ebbene io ho inserito negli arrangiamenti di brani pop la fisarmonica ma il tutto risultava poco creativo e a dire il vero era più un’esigenza legata ad un bisogno economico in quel periodo, per cui ho deciso di cambiare pur essendo stata comunque musicalmene un’ esperienza molto formativa. Proprio in quel periodo ci fu anche una mio tentativo di cimentarmi nella dance music inserendo la fisarmonica in una mia composizione e nel 2002 divenni improvvisamente artista della Universal Music con un singolo… trovo molto bizzarro ma debbo dire mi sono divertita molto. Nel contempo approfondivo le mie conoscenze jazzistiche finché non ho deciso di dedicarmi esclusivamente al jazz che consideravo la forma migliore per condensare in un unicum tutte queste mie esperienze, anche stilistiche, senza nulla perdere del mio originario amore per il pianoforte, la musica classica e di questa mia nuova passione per la fisarmonica. Ho fondato nel 2006 il mio primo quartetto di tango jazz intraprendendo una brillante attività concertistica proseguita poi con l’incontro con Pino Jodice, da me ingaggiato come pianista per il mio quartetto… Ho quindi lavorato su vari progetti jazzistici ma sempre anche come compositrice e riservando un piccolo spazio anche al pianoforte. Ho in quel periodo anche realizzato una importante esperienza televisiva come conduttrice di una rubrica da me ideata sulla divulgazione degli strumenti musicali su Rai Uno all’interno del programma UnoMattina, dove suonavo con gli ospiti famosi del mondo classico, del jazz e del rock, sia come pianista che come fisarmonicista. Da allora c’è stata un’intensa attività concertistica in ambito jazzistico ed ho girato il mondo nei più importanti Festival e Teatri e tanti dischi incisi. Poi le collaborazioni con tanti jazzisti di fama internazionale e le orchestre jazz, prima come solista ed infine come compositrice e direttrice, approfondendo la scrittura per orchestra e cimentandomi nella direzione, altra mia grande passione.”

Un’ultima domanda: tu suoni il pianoforte; nell’affermato quartetto che hai formato con tuo marito Pino Jodice ci saranno due pianoforti, il tuo e quello di Pino. A questo punto che succede?

“Ovviamente c’è stato uno scossone anche in questo senso. La cosa che mi dispiace di più sta proprio in questo: il quartetto/duo Soscia-Jodice non è più possibile portarlo avanti così com’era strutturato, a patto che Pino suoi il vibrandoneon per tutto il concerto…scherzo naturalmente. Perché nei nostri concerti c’era sempre un brano che mi ritagliavo al pianoforte e Pino suonava il vibrandoneon uno strumento nuovo che utilizza le ance della fisarmonica ma a fiato e quindi tutti i progetti che abbiamo realizzato rimarranno alla storia. Stiamo però valutando l’idea di un progetto per due pianoforti e sarà una bella sfida per entrambi. Comunque altre cose continueranno a vivere; mi riferisco all’Orchestra Jazz Parthenopea di Pino Jodice e Giuliana Soscia che potrà continuare ad esibirsi in quanto io e Pino potremmo alternarci nelle vesti non solo di compositori e direttori ma anche in quella di pianista. Per il resto ognuno di noi seguirà i propri progetti, occasione per rinnovarsi. Al riguardo, oltre all’uscita del disco, un libro e vari concerti in programma del Giuliana Soscia Indo Jazz Project, sto lavorando su altri progetti. Ho in programma il trio jazz – Sophisticated Ladies – dedicato alle donne compositrici che già avevo realizzato in precedenza, il duo con Mario Marzi eccellente sassofonista e featuring nell’ “Indo Jazz”, con repertorio tra classico, jazz e mie composizioni, con il quale ho già debuttato in gennaio; il solo piano con un progetto ancora segreto che svelerò tra breve e infine un progetto molto importante per orchestra jazz in veste di direttore d’orchestra con le mie composizioni.

Sarà per me molto artisticamente stimolante e una nuova sfida da affrontare!”

Gerlando Gatto

La redazione di A Proposito di Jazz ringrazia i fotografi Paolo Soriani e Giulio Capobianco per le immagini

Emma Salokoski Amo la musica finlandese

 

Emma, come è affettuosamente chiamata in Finlandia Emma Salokoski (Helsinki 1976), è artista poco conosciuta nel resto dell’Europa ma amatissima nel suo Paese e in tutta la Scandinavia. Artista versatile, affronta con estrema disinvoltura un repertorio assai vasto che va dal jazz alla bossa nova, dal pop alle canzoni per bambini.

Il tutto porto attraverso un linguaggio semplice ma non banale sorretto da approfonditi studi che l’hanno qualificata, altresì, come eccellente didatta nel campo della tecnica vocale. E dato che il pubblico italiano poco la conosce, vale la pena spendere qualche parola sulla sua formazione artistica. Emma studia viola ‘classica’ dagli undici ai diciotto anni dopo di ché si trasferisce in Svezia per studiare teatro musicale ed in effetti le sue prima esperienze professionali le fa proprio in questo tipo di spettacolo. Tornata in patria, studia canto jazz e nel 1999 fonda il gruppo ‘Quintessence’ che debutta, discograficamente parlando, nel 2001 con l’EP ‘White Light”, seguito l’anno dopo da un vero LP ‘Talk Less Listen More’ per la Texicalli Records. In questo stesso periodo Emma costituisce un proprio trio che, tempo dopo, diventa quintetto; il successo arriva nel 2005 con la pubblicazione dell’album ‘Kaksi Mannerta’ che entra tra i ‘Top Five’ degli album finlandesi. Non a caso sempre nel 2005 la Salokoski vince il premio come Miglior Artista Donna dell’anno nell’ambito degli Emma Awards (Ethnic Multicultural Media Awards). Nel 2015 è pubblicato un ulteriore album, “Kiellettyjä Asioita” In questi ultimi anni, Emma ha vieppiù rafforzato il ruolo di primaria protagonista della scena musicale finlandese al di là di qualsivoglia etichetta, come lei stessa conferma nel corso dell’intervista che qui di seguito pubblichiamo.

 

-La sua arte canora si estrinseca su vari terreni, anche assai diversificati tra di loro. Sostanzialmente lei si considera una vocalist jazz?

“E’ difficile rispondere a questa domanda perché io stessa ho sempre cercato di non restringere la mia musica nell’ambito di una casella ben precisa. Nella mia vita artistica ho sempre cantato un sacco di cose, dalle canzoni per bambini alla bossa nova, dal pop  al jazz influenzato dalla folk music. Ad esempio anche quando sono stata invitata a Festival di Jazz, come il Kaamos Jazz Festival,  ho presentato un programma molto più vicino alla musica cantautorale piuttosto che al jazz ed è quindi curioso il fatto che mi chiamino in questi festival, probabilmente perché il mio genere è troppo difficile da definire per i finlandesi. Tanto difficile che normalmente mi considerano cantante jazz anche se non lo sono in senso stretto”.

 

-Lei ha viaggiato molto nel corso della sua carriera. Quanto ha influito tutto ciò sulla sua musica?

“Si ho viaggiato molto ma in questi ultimi tempi meno di prima anche perché, nella mia carriera, ho sempre privilegiato la musica finlandese. Il mio pubblico è soprattutto finlandese. Però sono apprezzata anche in Giappone. Mio marito, Olavi Louhivuori, è un batterista jazz che dovrebbe essere conosciuto anche dal pubblico italiano in quanto sta lavorando con Claudio Filippini (in effetti molti gli album pubblicati in Italia in cui figura questo eccellente batterista n.d.r.); ebbene quando lui ha effettuato una tournée in Giappone per suonare il suo jazz mi ha raccontato di aver ascoltato la mia musica, in finlandese, in qualche bar, ristorante non ricordo con esattezza dove. Credo sia stato divertente ascoltare una bossa nova tradotta in finlandese in un bar del Giappone. Quindi evidentemente c’è una parte di pubblico a cui piace la mia musica anche lì. Comunque al momento non intendo andare all’estero”.

 

-Lei è nello stesso tempo vocalist, compositrice, attrice. In quali panni si sente più a suo agio?

“Io ho iniziato la mia carriera nel musical, dopo di che ho avuto piccoli ruoli in alcuni film. E per diversi anni non ho più recitato. Adesso sto scrivendo musica per un teatro musicale e per un coro che dirigo. Comunque per rispondere alla sua domanda, mi piace fare di tutto, mi piace diversificare il mio lavoro, mi piace essere cantante, compositrice, attrice quando ci riesco. Sono quel tipo di persona che non ama fare una sola cosa, che non vuole annoiarsi con ciò che fa. Ogni tanto ho bisogno di rinfrescare le mie idee; probabilmente imparerei di più se facessi le cose più a lungo, se dedicassi più tempo ad una cosa sola ma, come già detto, mi piace variare, è nella mia indole.  Quando ho iniziato a occuparmi di musica, dapprima sono stata presa dalla bossa nova, quindi dalla musica folkloristica finlandese dopo di ché ho inciso il mio primo disco jazz in svedese. Adesso sono impegnata a scrivere le mie canzoni e a dirigere un coro, attività che mi appassiona e che mi è indispensabile per la mia creatività”

 

-Come avviene il suo processo compositivo?

“In realtà mai mi sono considerata una compositrice a tutto tondo. E’ vero, ho cominciato a scrivere canzoni: ho avuto, altresì, modo di scrivere una nuova musica per il coro ma ancora non ho piena fiducia di poter scrivere una canzone completamente da sola, parole e musica. Così c’è qualcuno che mi aiuta per la progressione degli accordi o per disegnare la linea melodica, anche perché quando faccio da sola commetto ancora qualche errore.  Sto approfondendo il tema della composizione. Comunque, a questo punto della mia vita, realmente non m’importa tanto se le mie canzoni suonano un po’ impacciate, scrivo con lo stesso spirito di un bambino.  Io sono solo una principiante nel campo della composizione”.

 

-Lei è anche una quotata didatta. Cosa può dirci circa questa attività?

“Io resto soprattutto una cantante, ma insegnare può essere molto interessante e anche divertente. E’ interessante sottolineare come, adesso che io insegno, riesco a capire molto meglio ciò che i miei maestri volevano comunicarmi, trasmettermi. Ho sempre cercato, quando insegno, di instaurare un clima gioioso, di divertimento: non c’è alcun bisogno, per studiare canto, di essere musoni e seriosi. Ciò non significa che si debba essere tutti d’accordo; ci sono vari modi di fare bene le cose: alle volte si instaurano delle discussioni anche accese e a me piace creare una sorta di ponte tra le varie posizioni sì da giungere ad un punto di sintesi”.

 

-E’ possibile in Finlandia vivere dignitosamente cantando qualcosa di diverso dalla pop-music?

“E’ molto, molto difficile. Io sono stata molto fortunata in quanto ho potuto fare una carriera rapida e fruttuosa, ho incontrato i musicisti giusti con cui collaborare, ho potuto varare dei progetti che hanno interessato un buon numero di persone. Come dicevo è molto difficile; io ci sono riuscita ma sono stata fortunata. Ci sono molti miei colleghi, talentuosi, che purtroppo non hanno avuto la stessa fortuna. ”.

 

-Ha un sogno musicale?

“Ho un sacco di sogni ma ho un po’ di paura a disegnare in modo chiaro un quadro dei miei desideri in quanto se elaboro un’idea ben precisa, allora devo assolutamente raggiungerla. So che a molte gente piace avere sempre un obiettivo preciso da raggiungere. A me no, perché se mi pongo un obiettivo e non lo raggiungo ci resto molto male, se invece lo raggiungo può anche darsi che si riveli diverso da come me l’aspettavo. Per il momento cerco di restare concentrata su ciò che faccio e resto ovviamente aperta a qualsivoglia ispirazione”.

 

 

 

Vi spiego… il basso elettrico: Danilo Gallo

Danilo, tu suoni il basso elettrico e il contrabbasso. La nostra intervista verterà sul basso elettrico, ma mi dovresti anche spiegare quale dei due strumenti senti più legato alla tua capacità espressiva.

E’ una domanda a bruciapelo! Me la sono posta anche io, e ho cercato di rispondere proprio utilizzando l’uno o l’altro a seconda del tipo di musica che mi trovavo a dover suonare. Mi sono reso conto sul campo di quale fosse lo strumento più consono in determinate situazioni. Ancora adesso non ho chiarissimo in assoluto quale tra il basso elettrico ed il contrabbasso sia quello più adatto alla mia espressività: dipende sicuramente dalla musica. Anche perché sono innamorato tanto del mondo acustico e quindi del mondo in cui il contrabbasso è più a suo agio, che di quello elettrico: ma non ho schemi a riguardo. Mi piace scambiare i ruoli, e i due mondi.

E di tutti gli strumenti, perché il basso elettrico?

Mah, come quasi sempre succede quando si comincia a studiare uno strumento è successo per caso. In realtà io nasco come chitarrista: dopo una piccolissima parentesi di flauto ho intrapreso seriamente lo studio della musica, seriamente perché avevo un maestro, e lo strumento era appunto la chitarra classica. Entrai anche in conservatorio, ma scappai subito, non riuscivo a sopportarne l’ambiente. Per di più all’epoca ero anche un po’ tra il metal e il punk, non mi trovavo bene.
Avrei voluto suonare la chitarra elettrica in un gruppo: se non che a scuola, parliamo della seconda o terza media, con i compagni di classe componemmo una band. A dire il vero nessuno di noi ancora suonava veramente uno strumento: si sognava, si ascoltava musica. Uno di noi era tastierista, un altro aveva già deciso di prendere lezioni di batteria, ed era il mio migliore amico. Un altro aveva già la chitarra elettrica. Rimaneva un ruolo scoperto, il bassista. Mio nonno mi regalò 50000 lire e io comprai un basso elettrico riuscendo ad avere anche uno sconto, quindi lo pagai 48000 lire, di una marca improbabile, Kasuga, che è stato il mio primo basso elettrico, e con quello iniziai a suonare nella band. Chiedetti in prestito un amplificatore che non era un vero amplificatore, era un Philips che aveva si utilizzava anche per l’ascolto di audiocassette: in pratica ho cominciato come “tappabuchi”.

Quando hai capito che per vivere avresti fatto il musicista?

In realtà è una domanda a cui non saprei rispondere nettamente. Tutt’oggi mi chiedo quando diventerò musicista pur essendolo, in fin dei conti. Questo perché, forse, il sogno che avevo da ragazzino è ancora intatto, e quasi a volte non mi rendo conto che a piccoli tasselli si sta realizzando. Non ricordo in maniera nitida quando io abbia deciso di intraprendere la professione: è avvenuto quasi per caso, giorno dopo giorno, ma sicuramente ricordo come se fosse ora i sorrisi di mia mamma che annuiva ai miei primi concerti in luoghi prestigiosi. Forse è iniziato tutto lì.

Ora però mi dovrai dire qualcosa su questo strumento, che è uno strumento elettrofono.

Si è uno strumento elettrofono, termine importante per dire elettrico, nella famiglia degli elettrofoni esiste anche questo strumento, che è il basso elettrico. Elettrico perché ha dei pickups che catturano la vibrazione delle corde e anche della cassa, quindi del legno, lo trasferiscono ad un circuito elettrico attraverso un cavo e un jack che viene poi portato ad un amplificatore che infine ne fa uscire il suono.

Come si chiama questo tuo strumento?

Basso VOX Cougar semi hollow

Questo è un Vox , il modello è Vox Cougar ed è un basso elettrico, perché ha un circuito elettrico, ma è un basso che in inglese si definisce semi hollow bass, in quanto ha la cassa vuota, scavata. Hollow  in inglese, letteralmente, significa “scavato”. E’ quindi un basso per metà acustico e per metà elettrico. La cassa come vedi ha le f intagliate come un contrabbasso o come un violino, ed è aperto dentro, ha una camera acustica. Il corpo dunque è vuoto, a differenza di quello di un basso completamente elettrico, senza camera, che dentro è pieno. Il semi hollow (semi acustico) ha una cassa di risonanza, risuona un po’ di più. Esistono anche bassi semi hollow che hanno la camera ma non hanno le f e a vederli sembrano completamente elettrici, ma hanno un suono molto diverso.

Di che materiale è fatto un basso elettrico?

E’ costruito con un insieme di legni, diversi a seconda che venga costruita la cassa di risonanza, il manico o la tastiera. Nel caso del mio basso non saprei dirti di che legno sia, è uno strumento degli anni 70 di cui si hanno pochissime notizie.La tastiera, questa nera, so essere di ebano. In genere le tastiere sono di ebano o di palissandro.

Di quante parti è composto un basso?

Ci sono parti strutturali e parti elettroniche ovviamente. Quelle strutturali sono il corpo, il manico e la tastiera. La tastiera è applicata sul manico.
Il proseguimento del manico si chiama paletta, sulla quale si trovano le meccaniche, che avvolgono le corde e le tirano per accordarle.

Paletta e meccaniche

Poi abbiamo il ponte, il tirante, e in questo caso il tirante è come quello del contrabbasso. Il tirante è molto flessibile, e influisce molto sul suono. Contribuisce ad una risonanza sonora particolare.Ci sono bassi elettrici semiacustici che, come tutti i bassi elettrici,  non hanno il tirante, ma hanno semplicemente il ponte nel quale le corde entrano e vengono agganciate.

Ponte e Tirante

Le parti elettroniche sono date da un circuito elettronico regolato da potenziometri, che servono a regolare i volumi, e da pickups.

Cosa sono i pickups?

I pickups, termine tecnico, fondamentalmente sono microfoni. In questo caso sembra un insieme di quattro viti, che sono in realtà dei sensori. Come vedi ce ne è uno sotto ogni corda. La loro funzione è quella di reagire alla vibrazione della corda. Ma a suonare non è solo la corda: ci sono anche la cassa, il manico. Lo strumento vibra tutto, a partire dalla paletta.

Pickup al ponte

I pickups (il mio basso ne ha due, uno vicino al ponte uno vicino al manico) sono splittabili, ovvero si possono usare passando il segnale da uno all’altro attraverso una levetta: se la abbasso uso solo il pickup al ponte, che ha un suono un po’ più brillante, più metallico, meno corposo. Se la sollevo uso solo il pickup al manico che ha un suono più rotondo. Se la posiziono a metà uso entrambi i pickups, e in questo particolare caso posso miscelare, mixare, aumentare più uno o più l’altro, usando i potenziometri proprio come se fossero dei mixer.

Pickup al manico e Levetta – split

Ogni potenziometro è riferito ad un pickup?

Si ognuno è riferito ad un pickup. Ho quattro potenziometri, due per ogni pick up. Ogni pickup, infatti, ha un volume e un tono:  il tono “equalizza” il suono agendo sulle frequenze alte, dando un suono più acuto e brillante, e questo si può fare per ognuno dei 2 pickups. Posso miscelare i toni “in corsa”, a seconda dei brani che sto suonando e della necessità che mi si presenta.

Potenziometri

So che esistono due tipi di manici, a secondo di come vengono montati sul corpo del basso. Volevo sapere che influenza ha sul suono che il manico sia dentro o sopra il corpo.

Sì, esistono due tipi di manici. Ci sono bassi elettrici che vengono costruiti con un unico pezzo di legno: dunque il manico non viene applicato dentro al corpo in un secondo momento. Posso immaginare che la potenza sonora sia maggiore, poiché lo strumento vibra contemporaneamente, senza interfaccia, senza interruzioni. Può però presentare delle problematiche: ad esempio il manico potrebbe imbarcarsi, subire delle oscillazioni dannose, ed in quel caso diventa difficile riportare lo strumento alle origini.
Nel mio strumento, che, abbiamo detto, è un po’ particolare, il manico è un pezzo fatto a parte ed inserito poi nel corpo. Come vedi qui c’è una specie di vite, che si chiama truss rod.

Truss rod (vite tra pickup e manico)

Praticamente stringendola o allargandola tiri il manico, che si muove. Un bravo liutaio può dunque intervenire per sistemare qualsiasi problema legato al manico, specie in strumenti un po’ vecchiotti come questo che subiscono nel tempo molte oscillazioni. La truss rod serve anche a calibrare il manico, poiché, lavorando sul manico, si lavora anche sul ponte, ovvero sull’action, la distanza delle corde dal manico, che determina la maneggevolezza e la duttilità dello strumento mentre lo si suona: ma di questo magari parliamo più avanti.

In alcuni bassi vedo dei tasti, come in questo, e in altri invece non ci sono. E’ così?

E’ così. Il basso elettrico nasce con i tasti, a differenza del contrabbasso. Fondamentalmente doveva sostituire il contrabbasso in band che diventavano sempre più rumorose, parliamo del rock and roll: ci voleva uno strumento elettrico, dal suono più potente. I tasti garantivano una intonazione perfetta. Per l’intonazione si agisce anche con la regoletta del ponte.
Successivamente è nato lo strumento fretless, senza tasti. Il basso fretless è uno strumento dal suono totalmente diverso. Il suono vorrebbe emulare un po’ quello del contrabbasso. A dire il vero io non penso mai al basso elettrico come sostituto del contrabbasso. Non lo porto con me “per comodità”, perché ingombra meno. Hanno magari la stessa funzione ma caratteristiche completamente diverse.
Il tentativo di sostituzione è fallito fino a quando non è arrivato Jaco Pastorius, musicista a me non così affine, ma che innegabilmente,con il suo Fender Jazz e la sua personalità, lo ha reso uno strumento importante, pesante, non certo la copia di un contrabbasso.

Mi indichi, invece, nomi di bassisti importanti per il basso con i tasti?

Ce ne sono tantissimi, la vera risposta che dovrei darti è “non lo so “, anche se ne conosco davvero molti. A partire dal rock: John Paul Jones dei Led Zeppelin, con un suono ciccione, senza fronzoli, davvero pazzesco. Musicista rock, perché ovviamente il basso elettrico ha la sua grande letteratura più nel rock che in altri generi musicali. E poi Sting, che suona il suo Fender con il plettro, e, nel Jazz, Stanley Clarke ma tanti altri ancora.

Quanti tasti ci sono in un basso elettrico?

Non è un numero fisso, dipende anche dal diapason, che varia: ci sono strumenti che lo hanno più lungo altri più corto. Comunemente da 20 a 24 tasti.

E qui ti fermo, naturalmente: cosa è il diapason?

Il diapason è, come nel contrabbasso, la distanza che intercorre tra il capotasto e il ponte. Ci sono bassi a scala corta e bassi a scala lunga: quelli a scala lunga hanno i tasti più larghi e così il diapason si allunga, hanno il manico più lungo, e arrivano ad avere anche 24 tasti. Nel suono non cambia niente, cambia la possibilità invece che hai nello strumento di suonare note più acute, l’estensione, la maneggevolezza. A me personalmente non ha mai interessato suonare note acute, o perlomeno non ho approfondito questo aspetto. Il mio strumento è uno strumento a scala corta, short scale, piccolino: poi ne ho altri, per esempio ho un Rickenbacker , che è uno strumento elettrico enorme: quando lo suoni devi allargare le braccia come Gesù Cristo sulla croce.
Parliamo sempre di bassi a quattro corde.

Basso elettrico Rickenbacker

In effetti noi siamo abituati a pensarlo a 4 corde il basso, ma esiste a 6 corde e anche in tantissime altre varietà. In quante varietà?

Ce ne sono tantissime, poi negli ultimi anni si sono sviluppate anche varianti delle varianti. Senza voler denigrare, sono strumenti belli, ma un conto è suonare un basso, un conto suonare un’arpa. Sono strumenti che bassisticamente non riesco a concepire.
Il primo basso elettrico nasce a 4 corde perché prosegue la storia del contrabbasso, e sono già tante: io a casa ho uno strumento che monta due corde e mi piace tantissimo , ci sono addirittura anche strumenti monocorda.
Ufficialmente il basso è a quattro corde o a cinque, a cinque può avere la corda grave, oppure quella acuta. Nel caso di quelli a 6 corde generalmente si ha sia la corda grave che quella acuta, in aggiunta.
Diciamo che in molta musica pop moderna il basso a cinque o sei corde è molto usato, molto importante. Quando facevo dei tour pop, usavo il basso con la quinta corda grave. La preferisco grave. A me piace il magma, un suono vibrante, magmatico, che venga da sotto, come la lava di un vulcano, il basso per come lo concepisco io deve bollire sotto, essere sulfureo. Le note gravi sono quelle che mi intrigano.

Chitarra Basso Fender VI ( a sei corde)

 


Ci dici quale è la sequenza delle note per l’accordatura del basso?

E’ per quarte ascendenti a partire dal basso: per il basso a quattro corde mi – la – re – sol, per quello a cinque corde si – mi – la – re – sol se è stata aggiunta la corda grave, mi – la –re – sol – do se è stata aggiunta la corda acuta, per quello a sei corde si – mi – la – re – sol – do . Ma ad esempio, nella chitarra basso nella foto qui sopra la sequenza è mi – la – re – sol – si – mi. 

Di che materiale sono fatte le corde?

Le corde del basso elettrico sono fatte di metallo, termine generico per indicare un insieme di possibilità, ad esempio di acciaio (più brillanti) o nichel (piu rotonde e morbide). Ma molti sono allergici al nichel e dunque ci sono delle leghe che sono nichel free, o si usano anche fibre sintetiche. Per strumenti acustici si usano anche corde di nylon, o budello. Io utilizzo corde in carbonio. A dire il vero, tempo fa non sapevo nemmeno che tipo di corde utilizzassi sul mio basso: le compravo perché erano economiche, sinceramente. Invece la corda può avere un suo ruolo importante, non tanto per il suono in sé, quello dipende in grandissima percentuale dal musicista, quanto per l’elasticità, la leggerezza, la tensione. Ho scoperto di avere, per il mio modo di suonare, un’esigenza particolare: la corda rigida mi impedisce di suonare come voglio. Le corde in carbonio sono molto morbide. Qui entra in gioco il bending, ovvero l’alzare la corda. E’ una caratteristica chitarristica, che a me serve, espressivamente. La corda in carbonio mi permette questo, e anche al tatto mi piace di più.

Parlando di corde devo chiederti di spiegarmi cosa sia l’action. Perché è importante?

L’action è la distanza che intercorre tra la corda e la tastiera. Più ampia è la distanza tra corda e tastiera più la cavata è maggiore, più la corda ha la possibilità di vibrare nello spazio e nel tempo. E’ importante perché più l’action è alta più hai volume, come nel contrabbasso.
Se la corda è molto vicina alla tastiera il suono si chiude subito: a me non piace molto, né nel contrabbasso né nel basso elettrico, quindi il mio action è di solito abbastanza altino, e lo ottengo regolando il ponte, mettendo il manico perfettamente in linea. Nel ponte, vedi, ci sono delle viti. Io posso alzarlo tutto, ma posso agire anche sulle singole corde: ogni corda come vedi è posizionata su un binario, o canale. Ogni canale (o selletta) è regolato da una singola vite: dunque se io voglio il mi più o meno alto agisco sulla sua vite. Le viti regolano le sellette.

Sellette

A seconda di quanto le alzi o le abbassi si regola l’action. Aggiungo che più è alto l’action, più tecnicamente diventa difficile suonare lo strumento. In effetti mi complico un po’ la vita.

C’entra qualcosa con l’attacco?

No. L’attacco è quel momento che intercorre tra la nota che pizzichi o che splettri, e il momento in cui la percepisci, il che avviene in una frazione di secondo. La cosa che ti arriva prima di uno strumento è quella punta, detta attacco: poi ti arriva la nota.
E’ come quando tu con una bacchetta percuoti un piatto nella batteria: prima senti la bacchetta e poi il suono del piatto. E’ quella frazione di secondo.

Dunque a seconda di come è costruito il ponte lo strumento cambia molto?

Esistono anche strumenti senza ponte, in cui le corde partono dalla base. Dal punto di vista del suono, il ponte sicuramente deve essere fissato bene, deve essere stabilissimo. Ci sono ponti di metallo come questo, o di legno, anche.

Parliamo delle tecniche differenti per suonare il basso. Non so, mi viene in mente Marcus Miller e lo slap….

Ci sono tecniche che servono a produrre timbri ma anche un suono diverso, una risposta dello strumento diverso, un attacco diverso. Le tecniche sono svariate. Lo slap è una tecnica percussiva fondalmentalmente della mano destra. Slap significa schiaffo. Ciò che avviene è questo: il pollice percuote la corda (thumb), e le altre dita strappano le altre corde (popping).
Oltre che da Marcus Miller lo slap è una tecnica usata ad esempio da Stanley Clarke, che l’ha sdoganata: musicista pazzesco. Nello slap si usa un basso con i tasti perché la corda che viene strappata deve tornare sui tasti, dando luogo a quel tipico suono metallico che non avverrebbe se tornasse sul manico senza tasti.
Altro bassista bravissimo a riguardo è Mark King dei Level 42: a parte che cantare e suonare il basso contemporaneamente è difficilissimo, lui poi faceva uno slap veramente molto pieno. Il basso suonato con la tecnica slap è molto usato nella musica funk, o rock, vedi i Red Hot Chili Peppers. Nonostante non sia una tecnica a me affine mi piace. Tornando a Miller, anche se non si può considerare un jazzista mainstream, ha portato molto lo slap nell’ambito jazzistico. E’ fortissimo, ha un suono che lo riconosci subito, i grandi sono così li riconosci subito.

Come si suona il basso? Parliamo a titolo di esempio di un musicista “destro”.

Per quando riguarda la mano destra, quella che pizzica le corde, il basso viene suonato con due dita, l’indice e il medio qualche volta anche il pollice, alternandole, detta in maniera convenzionale. Il pollice ad esempio riesce ad ottenere un suono molto più morbido, vellutato, rispetto alle altre due dita. Si può utilizzare anche il plettro, come vedremo più avanti.
La mano sinistra è un po’ “risuonante”, e reagisce a quello che fa la mano destra: preme i tasti imprimendo l’intenzione voluta, ad esempio far vibrare le corde. Ovviamente più si “accorcia” la corda, minore è la vibrazione che si ottiene, dunque la nota diventa più acuta. La mano sinistra avrebbe anche una sua tecnica: andrebbe messo il pollice al centro della tastiera dietro il manico, e le dita dovrebbero, come dire, coprire tutte e quattro le corde su un range di quattro tasti “a martello”. Questa sarebbe la tecnica ufficiale, che io non uso mai, ma che ogni tanto mi capita di insegnare.
Oppure si decide di usare plettro, che io amo molto: anche una conchiglia di Gallura va benissimo: questa estate ne ho fatto scorta, sono molto levigate e danno un suono particolare. Quando lo compri un negozio di strumenti musicali è di plastica, o di pietra anche . Ma ne esistono anche di osso, di velluto, di cuoio.

Plettri

Il plettro ti da più attacco, rispetto alle dita: è una sorta di “percussione”, se vogliamo. Colpisce la corda, mentre le dita, invece, la pizzicano o la accarezzano. Il suono prodotto è diverso, e il corpo della nota arriva subito dopo. Mi piace avere attacco col plettro per far uscire il suono e poi stopparlo col lato della mano destra ( molto “beat”). E’ molto percussivo il suono prodotto, un battito quasi… suonando con le dita diventa complicato stoppare. il dito espande il suono producendo un timbro e un suono più aperto e anche grosso, bello comunque.
Con il plettro però posso ottenere anche l’esatto opposto di questo: ovvero far risuonare la nota ancor più che con le dita, quasi come una chitarra, percuotendola e lasciandola suonare: l’armonico suona fino a che voglio e non ho il problema di fermare la corda, sono timbri che riesco ad ottenere a seconda del modo in cui voglio suonare.

Danilo, tu usi i pedali, molti pedali, sui quali non mi soffermo più di tanto perché io qui parlo del basso, ma mi serve che tu mi spieghi perché, e cosa succede con i pedali.

La funzione è di arricchimento di un suono che puoi avere in testa e che vuoi portare in una dimensione diversa: una distorsione, un ritardo (delay), ci sono moltissime tipologie di pedali. Mi piace molto il suono senza pedali e con i pedali, dipende davvero dalla situazione, dall’intenzione. E’ il prolungamento onirico di un suono che hai nel pensiero.  Mi deve tornare un suono che mi stupisca, che mi faccia reagire. Mi piace destabilizzarmi e destabilizzare in una sorta di duo con me stesso, al servizio però della musica totale. Destabilizzare è una prerogativa dell’arte a mio avviso, ed è destabilizzante non usare il metronomo: ART SHOULD COMFORT THE DISTURBED AND DISTURB THE COMFORTABLE (BANKSY). II metronomo? Ciò che di più innaturale esista. Tende a stabilizzare l’impossibile.
Il pedale è un colore che mi piace utilizzare per dare una sfumatura più chiara più scura più onirica più grezza meno grezza più punk.

Cosa è “punk”?

Credo non sia un genere musicale ma un suono che abbia un certo tipo di sporcizia graffiante e molto ignorante, e destabilizzante. A volte mi piace molto utilizzare questo tipo di suono.

Quanti ne hai?

Tantissimi, svariati, credo una trentina.

 

Tu hai diversi bassi. Quale scegli, in che occasione, perché ne scegli uno invece dell’altro?

Semiacustici, elettrici, acustici, ho strumenti che non sono contrabbassi ma più vicini ai bassi elettrici, balalaike basse… ne ho tanti. Scelgo a seconda dell’intuizione che ho nei riguardi di una musica che io mi appresto a suonare. Il basso elettrico è più “cattivo”, ma ha molto meno range dinamico di questo semiacustico che vedi qui. Certo, dipende anche dai bassi elettrici. Il mio Rickenbacker è un basso bellissimo, che usava anche il bassista degli YES, ad esempio.
Per Tinissima, il gruppo di Francesco Bearzatti,  uso il Vox  semiacustico perché mi permette di entrare nel magma sonoro della band in un modo più denso, quasi come l’acqua che bolle, per intenderci. Anche nel mio gruppo Dark Dry Tears  uso questo, in brani più morbidi in cui dovevo schitarrare di più, arpeggi, accordi. Ma ho usato il Rickenbacker in brani più cattivi, punk, rock. In Monk’nroll uso il semiacustico, due segnali e due amplificatori, uno fa il basso, l’altro la “chitarra” quando uso il mio semiacustico per simulare la chitarra.

 

 

Parlano Sarah Jane Morris e Antonio Forcione

Come annunciato, dopo il podcast pubblichiamo la trascrizione dell’intervista a Sarah Jane Morris e Antonio Forcione, raccolta poche ore prima dell’applaudito concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma su cui vi abbiamo riferito in questo stesso spazio. Come forse noterete, le prime domande e risposte non figurano nel podcast in quanto abbiamo iniziato a conversare a microfoni spenti con Antonio Forcione nell’attesa che giungesse anche Sarah Jane. Gli scatti sono di Beniamino Gatto.

– Antonio, quale programma presenterete questa sera?

“Attualmente siamo in tour per presentare la nostra fatica discografica “Compared To What”.

– Come è stato accolto questo album?

“Molto bene, direi, anche perché, come ben sapete, Sarah Jane è bravissima sia come vocalist sia come autrice”.

– Come vi siete conosciuti? Come è nata la vostra collaborazione?

“Io e Sarah Jane sapevamo dell’esistenza l’uno dell’altra da tanto tempo ma non avevamo avuto l’occasione di suonare assieme. Qualche anno fa, una comune amica, la cantante e chitarrista Sarah Gillespie, ci invitò come special guest alla serata organizzata per la presentazione del suo nuovo disco. Essendo arrivati in anticipo, ci mettemmo a parlare e scoprimmo molte affinità sia musicali sia più in generale di vita. Allora ci siam chiesti: perché non provare a fare qualcosa assieme?”.

– E di qui è nato “Compared To What”?

“Esattamente. Dopo qualche giorno Sarah Jane è venuta a casa mia con un pacco di fogli, di appunti, di storie che prendevano spunto da fatti reali, magari dolorosi. Abbiamo scelto le storie che ci sembravano le migliori ed io le ho rivestite con una musica che è nata facile, spontanea. E’ stata davvero un’esperienza straordinaria perché abbiamo fatto tutto in un giorno e come ho già detto in altre occasioni è stato come scrivere musica per un cortometraggio”.

A questo punto ci raggiunge Sarah Jane Morris; accendiamo il registratore e le rivolgiamo la prima domanda

– Come ci si sente ad essere considerata una delle migliore vocalist al mondo?

S.J.M. “Accidenti. Non so chi può considerarmi tale!”

– Molta gente.

S.J.M. “Veramente? Bene, io non so com’è che fate i paragoni. Credo che dipenda molto dall’ascoltatore. L’unica cosa che so è che amo quello che faccio. Lo amo con passione. Lo amo ogni giorno di più. So quanto io sia fortunata a poter fare quello che faccio e spero di essere in grado di poterlo fare ancora per molto tempo, perché non do mai per scontato il fatto di poter continuare a cantare e a scrivere quello che vedo nel mondo, a esprimere me stessa attraverso le canzoni. Non lo do mai per scontato. Mi godo il viaggio”.

– Quindi è questo il motivo del suo successo.

S.J.M. “Non sono una grande notorietà in quel senso. Ma credo che il vero successo sia, come dicevo prima, di poter fare quello che amo fare”.

– Lei spesso viene in Italia dove è sempre molto bene accolta. Cosa le piace del nostro paese?

S.J.M. “L’Italia è la mia seconda casa. Mi piace tutto. La cosa principale è il fatto che l’Italia mi permette di essere me stessa. In Italia non mi si giudica, mi si accetta, mentre nel mio Paese, in Inghilterra, non trovo la stessa accettazione: a volte vengo considerata troppo politica… Per quanto concerne il lato artistico, sono vista ora come una cantante pop ora come una cantante jazz, non sono accettata soltanto per quello che faccio. Mentre in Italia tutto quello che tiro fuori viene ben accolto: insomma è Sarah Jane che viene ben recepita semplicemente per quello che fa. Inoltre adoro il cibo italiano, è la miglior cucina al mondo, veramente. È la più salutare al mondo. Il problema per noi inglesi è che quando veniamo in Italia, mangiamo ogni portata come se fosse tutto il pranzo e quindi ingrassiamo. Gli inglesi ingrassano con la cucina italiana perché non accettano il fatto che ci siano piccole porzioni. La cosa migliore è il fatto che voi coltiviate molto del vostro cibo. La luce del sole è una cosa di cui non sappiamo molto in Inghilterra. La cultura, la storia, ma prima di tutto l’accettazione da parte della gente nei miei confronti, ecco quello che mi affascina del vostro Paese”.

– Lei, Sarah, ama tanto l’Italia, Lei invece, Antonio, l’ha lasciata per andare a Londra…

A.F. “Per me succede esattamente il contrario, gli inglesi mi stanno abbracciando e mi dicono di non andare via, me lo chiedono proprio per email di non andare via perché sono un patrimonio per loro, quindi è un po’ strano, proprio oggi ne parlavamo con Sarah in macchina. Molto strano, perché lei si sente a casa qui, io invece sono accolto tanto bene in Inghilterra, in Italia ho qualche problema a tornare, come si dice, siamo un po’ esterofili noi, di più noi degli inglesi, gli inglesi sono un poco più aperti alle cose nuove, diverse…”.

– Lei da quanto tempo sta là?

A.F. “Da 34 anni. Una vita. Infatti i festival li ho fatti tutti là. Io ho girato più in Inghilterra che in Italia, conosco molto di più l’Inghilterra. Avendo detto questo, l’Italia a me piace tantissimo, vengo qua volentieri, però, per amor di Dio, c’è dell’ironia nel fatto che questo duo mi faccia tornare in Italia un po’ di più. È ironico anche che Sarah sia venuta con me anche in Scozia al Festival di Edimburgo… io lo faccio da 23 anni mentre lei non lo faceva da molto tempo. E’ tutto un po’ paradossale”.

– Sarah, se non mi sbaglio, Lei è venuta in Italia per la prima volta per cantare con un gruppo vocal blues chiamato I Panama nel 1980. Quindi è stata al Festival di Sanremo dapprima nel 1990, affiancando Riccardo Fogli, e poi nel 1991 quando ha vinto con la canzone “Se stiamo insieme” con Riccardo Cocciante. Come ricorda queste esperienze?

S.J.M. “Allora, la prima volta che sono venuta in Italia, per unirmi al gruppo, sono arrivata a Pisa e sono andata a vivere a Firenze; avevo bisogno di un luogo dove stare in Italia. È stato molto bello. Il primo concerto fu in occasione dell’apertura del Piper a Roma, che era stato ristrutturato, ed è stata una bellissima esperienza. Inoltre avevo un fidanzato italiano che aveva una Vespa. Ero giovane, sai? Era perfetto. Perfettamente romantico. Ricordo bene San Remo perché tutti i cantanti vorrebbero cantare con una orchestra e là era possibile; era la prima volta che cantavo con una orchestra ed è stato, come lei ricordava, con Riccardo Fogli. Il secondo anno, quando ho scritto insieme a Riccardo Cocciante la canzone che poi avrebbe vinto, ho raggiunto il grande successo in Italia arrivando ad un pubblico di fan molto vasto, dai più giovani ai meno giovani. Ero pazza di gioia perché ho capito che si stava aprendo una porta e mi piaceva l’idea che un paese festeggiasse la sua canzone. L’ho trovata una fantastica idea. Noi non lo facciamo abbastanza in Inghilterra, lo fanno in Francia ed è una grande idea di collaborazione ma il massimo è, come dicevo prima, esibirsi con una orchestra. Ho dei bei ricordi. In seguito, sono tornata al Festival nel 2006 per cantare con Simona Bencini e mi sono esibita anche con Noemi più di recente, credo quattro volte, forse un’altra… chi lo sa”.

– C’è qualcuno cui Lei sente di dover ringraziare in qualche modo per essere stato particolarmente importante nella sua vita di artista?

S.J.M. “Oh, ci sono tantissime persone da ringraziare. Ho tratto molta ispirazione da Nina Simone che era un’artista emotiva, una scrittrice e cantante fortemente combattiva; ho tratto grande ispirazione da Janis Joplin che era un’altra outsider e che non fu mai accettata in vita, lo fu soltanto dopo la sua morte. Sono stata ispirata musicalmente, anche se indirettamente, da Stevie Wonder perché anche lui ama scrivere di quello che accade nella vita, con tutte le sue mille sfaccettature. Sono stata molto ispirata dalle parole di Bob Dylan. Credo che sia uno dei più grandi poeti viventi nella musica. Ce ne sono troppi per poterli nominare tutti, veramente, tanta, tanta gente che devo ringraziare per le loro indicazioni”.

– Sarah ha parlato di Nina Simone, la quale si rifà molto all’Africa, lei, Forcione, ha dimostrato di essere particolarmente affezionato a questo continente avendo intitolato un suo album proprio “Sketches of Africa”. Come mai?

A.F. “All’Africa mi sono affezionato negli ultimi 7, 8 anni, comunque se dovessi ringraziare degli artisti, io non mi rifaccio soltanto all’ambito musicale, Charlie Chaplin è stato quello che mi ha inspirato di più perché mi ha fatto capire che con la creatività ci si può far tutto. È una delle doti che l’essere umano ha e la deve usare. Ovviamente ci sono musicisti come John McLaughlin, Egberto Gismonti, cui devo tantissimo… hanno fatto dei capolavori. John McLaughlin mi ha sempre affascinato come uomo, come persona che rompe le barriere musicali; negli anni settanta faceva Jazz Rock e quando tutti volevano imitarlo, lui prende, lascia tutto, va in India, studia musica indiana e torna con un gruppo Shakti stupendo; queste personalità a me interessano molto. A me non interessano i musicisti, mi interessano gli artisti come persone, quindi ho dei nomi anch’io da menzionare, Pat Metheny fa delle belle cose, John McLaughlin, Ralph Towner che ha scritto delle composizioni stupende, poetiche. Come dicevo a me interessa la creatività, la poesia”.

– Sarah, se lei dovesse scegliere un brano che la caratterizza particolarmente, quale sarebbe? Voglio dire, ogni volta che penso a Lei, non posso non pensare a “Me and Mrs. Jones”…

S.J.M. “Si, credo che “Me and Mrs. Jones” sia stato il brano che mi ha fatto conoscere al pubblico italiano, è stato un successo qui e trovo interessante il fatto che sia diventato un successo in Italia mentre in Inghilterra è stato bandito dalla radio per paura che io fossi lesbica, una clamorosa lesbica! È ridicolo, qui nessuno mi ha mai posto la domanda mentre in Inghilterra a Radio 1 ogni volta mi chiedevano “Lei è lesbica? Lei è lesbica? Lei è lesbica?”. Quando, quattro anni dopo, esplose il fenomeno Katie Lang, che era una lesbica di grande successo, tutti quanti mi volevano lesbica e ancora una volta non lo ero, quindi due volte amareggiata. Non ho nessun problema sul fatto di essere lesbica, semplicemente io non lo sono, non al momento… tutto può succedere nella vita. Chi lo sa… Ma la canzone di cui vado più fiera l’ho cantata prima di “Me and Mrs. Jones”. In Inghilterra ero molto coinvolta nello sciopero dei minatori del 1984 ed alla fine dello sciopero ho scritto con Kay Sutcliffe una canzone intitolata “Coal not dole”, che poi è diventata l’inno dei minatori: questa è stata la mia prima canzone di protesta ed ero molto coinvolta, emozionalmente coinvolta. Ero distrutta, alla fine, quando il governo Thatcher vinse, le miniere furono chiuse e le comunità furono distrutte; quindi, quella è la canzone di cui vado più fiera, avendo anche collaborato alla sua scrittura, nonostante “Me and Mrs. Jones” sia probabilmente uno dei miei maggiori successi”.

– Qual è la collaborazione artistica alla quale pensa con più piacere o più soddisfazione?

S.J.M. “Attualmente mi sto divertendo moltissimo con Antonio e stiamo crescendo insieme, sapevamo dell’esistenza l’uno dell’altro ma non ci conoscevamo quando abbiamo cominciato a scrivere insieme. È stato un viaggio che ha impiegato diversi anni ma adesso abbiamo molta fiducia l’uno nell’altro, ci conosciamo, siamo amici, amici veri, quindi ci capiamo a vicenda e la scrittura diventa ancora di più una gioia. Direi che questa è, al momento attuale, una collaborazione importante ma in passato credo di aver trascorso un’intera settimana vivendo accanto a Pino Daniele e in quella occasione ho scritto tre canzoni con lui. Quello è stato un momento molto speciale; ma io sono una persona che vive il momento e, indipendentemente da quello che faccio, do sempre il 150%. Oggi questa è la nostra creatura, ne parliamo molto, ci piace pensare che questa sia la prima tappa di un lungo viaggio. Antonio fa molti lavori da solo ma poi torniamo sempre a lavorare insieme. Tutto il lavoro che abbiamo fatto, l’abbiamo completato in due giorni. È stato velocissimo il modo in cui ci siamo capiti e come lui abbia compreso i miei testi. Non abbiamo avuto bisogno di parlare, è successo e basta, quindi sono pronta a continuare questa collaborazione”.

– Lei si muove facilmente dal Pop al Jazz. C’è un campo in cui si sente più a suo agio?

S.J.M. “Ho come una sorta di doppia personalità: nel jazz e nel pop. Non ho istruzione musicale, non ho mai studiato musica, quindi in qualche modo sono libera di esplorare qualsiasi genere perché non appartengo a nessuno e non ho nessuna conoscenza teorica, l’unica cosa che ho è il mio orecchio, che adesso è molto sviluppato, ed il mio istinto. Ho sentimento… e siccome sono una cantautrice, i testi per me sono molto importanti. Io racconto delle storie alla gente, forse il rifugiato che ho appena incontrato ed al quale ho dato il mio telefonino… io scrivo sulla vita, storie umane. Tornando più specificamente alla sua domanda, credo che il mio ascolto negli anni settanta del Rhythm and Blues, ma intendo dire l’originale R&B  per cui adoravo Sly and the Family Stone, i Metres, Bobby Womack, Bobby Bland… tutta questa gente ha avuto influenza su di me. Dopo è venuta la Motown ed anch’essa ha avuto su di me una grandissima influenza dal punto di vista musicale. Io sono un amalgama di tutto quello che ho ascoltato. Non appartengo a nessuno, sono come un pulviscolo”.

– Forcione, tra i personaggi con cui lei ha collaborato ce n’è uno che è molto, molto celebrato nel mondo del jazz; Charlie Haden. Come ricorda questa esperienza?

A.F. “Con affetto, ovviamente ascoltavo – e ancora oggi ascolto – la musica di Haden, album fantastici che per me sono come la Bibbia, ricordo ad esempio il magico “Folk songs” del 1979 con Haden, Egberto Gismonti e Jan Garbarek. Quando la casa discografica mi ha telefonato dicendomi ‘guarda che Charlie Haden ti sta cercando’ io pensavo fosse uno scherzo, poi lui la sera mi telefona e mi dice: ‘io voglio fare un disco con te, degli standard’, io gli rispondo ‘perché non facciamo cose tue che a me piacciono tantissimo e qualche brano mio se ti piace’; così  gli ho inviato un mio pezzo e abbiamo deciso la registrazione. Sono poi andato a Los Angeles e successe un fatto strano: quando bussai alla porta di Charlie Haden, uscì un cagnolino che appena mi vide cominciò a scodinzolare. Charlie mi disse ‘vedi, piaci al mio cane, questo vuole dire che hai energia positiva’. E da lì e nata una collaborazione costruttiva che è stata una lezione di musica ma anche di vita. Quell’uomo non aveva solo un paio di orecchie straordinarie, aveva qualcosa di eccezionale. Una volta gli ho fatto una domanda mentre ero a casa sua: ‘cosa cerca lei nella musica?’ Lui si ferma un attimo e poi mi dice: la bellezza. Non so se serve ma mi è rimasta così, la bellezza… nel senso più ampio del termine. Lo ricordo con tanto affetto Charlie Haden”.

S.J.M. ”Sì, in effetti l’hai detto oggi in treno che questa era stata una delle tue più importanti collaborazioni.”

– Sarah, e lei cosa cerca nella musica?

S.J.M. “Il mio viaggio nella musica spero che continui. Quello che cerco è di espandermi, non cerco mai la sicurezza, sono felice di essere portata in luoghi dove a volte devo lottare per la mia sopravvivenza; questo è stato il mio viaggio attraverso la vita e credo che quando sono sul palco, quando canto, vado altrove, sono attenta a ogni persona nel pubblico. E’ come se fossi in un precipizio e tentassi di tenermi con le unghie, sperando che siano abbastanza forti, ed allora, in qualche modo torno. Vado in questi luoghi pericolosi, non ne posso fare a meno. È quello che succede quando salgo sul palco”.

– Com’è la sua routine quotidiana?

S.J.M. “Nessuna routine. Non faccio mai riscaldamento. Non faccio mai pratica di musica. Quindi, questo non fa parte delle mie consuetudini quotidiane. Abbiamo un cane e adoriamo portarlo a passeggio per il bosco. Faccio Pilates quando posso. Per me è impossibile avere una routine perché viaggio sempre quindi sono abituata ad alzarmi alle tre di notte, andare in aeroporto alle cinque, prendere un aereo alle sette, arrivare, fare il check-in in albergo, prepararmi per il sound check, fare un concerto, volare altrove… questa è la mia routine, veramente. Abbiamo comunque un momento nella vita in cui ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di essere più semplici. Ci troviamo inglobati tutto il tempo in orari. Spegni e accendi una volta, e un’altra ancora per ricaricarsi. Fino a quando ero più giovane ero sempre pronta ad andare e via, via, via, e si, si, si; ma adesso mi rendo conto che ogni tanto ho bisogno di un mese in cui non salire sugli aerei, perché la mia vita è prendere sempre aerei…”.

– Ha mai pensato di aver dedicato troppo tempo al suo lato artistico trascurando il lato “normale”?

S.J.M. “No, mai. Da quando mio figlio è nato, l’ho sempre portato con me ovunque … almeno fino a quando ha compiuto cinque anni e quindi doveva andare a scuola. L’ho portato con me attorno al mondo; pagavo un’amica che veniva con noi e prima di andare sul palco lo tenevo in braccio; poi salivo sul palco con dei dolori qui (indica il seno) ma ci mettevo il tempo di una canzone per trasformarmi Sarah Jane Morris, non la mamma, ma non ho mai pensato di averlo trascurato perché lo coinvolgevo tantissimo nella mia vita. Gli ho chiesto se si sentiva trascurato e ha risposto di no. Se non potevo stare con lui, mi assicuravo che la persona che mi sostituiva fosse fantastica e la cosa meravigliosa è che la donna che si prendeva cura di lui quando io non c’ero è diventata la sua seconda madre… lui la tratta proprio come la sua seconda madre. Lei non ha mai avuto figli e c’è tra loro un meraviglioso rapporto; sono felice di poter condividere mio figlio con lei. Come cantante, ho avuto una lunghissima relazione con suo padre, un musicista anche lui, è stata una relazione molto complicata; è molto difficile per due musicisti stare insieme, perché è raro che entrambi abbiano successo contemporaneamente. Questo causa diversi problemi, indipendentemente da quanto importante sia la relazione. Sono stata fortunata, ero leader di una band e lui era un musicista nella band di altri, questo ha creato dei problemi. Forse lui direbbe che si è sentito trascurato ma eravamo tutti e due dei musicisti e sappiamo come è fatto il mondo degli artisti. Mi piace pensare che non ho dei rimpianti. Non mi guardo indietro perché quello che fatto è fatto”.

– Molti artisti sono sempre alla ricerca di nuovi suoni, differenti approcci alla musica. Pensa di appartenere a questa categoria?

S.J.M. “Sì assolutamente. Non sono il tipo di artista che ha successo con una canzone e poi la ripete ancora e ancora perché molta musica è così e credo che Antonio la pensi come me. Noi siamo sempre alla ricerca. Non pianifichiamo. Antonio è un musicista completo. Lui è completamente indipendente, come chitarrista lui non avrebbe bisogno di vocalist, succede, tuttavia, che ci sia tra noi una fantastica combinazione, ma io ho bisogno di Antonio, ho bisogno di qualcuno con cui lavorare. Io non suono nessuno strumento, non bene in ogni caso, quindi adoro queste forme di collaborazione. Chiunque può apportare cose diverse e questo è il mio eterno viaggio: la collaborazione con altre persone. Adoro questa sfida”.

– Moltissime grazie.

S.J.M. / A.F. “È stato un piacere”.

Intervista con il pianista cileno Antonio Flinta, all’indomani dell’uscita del suo nuovo album: “ho la necessità di scoprire cose”

Quando parli con un musicista, quando lo intervisti difficilmente trovi una corrispondenza tra le sue parole, il modo di articolare e concepire le frasi, i concetti, e la sua musica. Viceversa questa corrispondenza c’è, piena, quando si tratta di Antonio Flinta. Il pianista, compositore, arrangiatore cileno, si esprime in maniera non proprio semplicissima, i concetti si susseguono l’un l’altro e quando lo ascolti hai quasi difficoltà a capire dove voglia andare a parare. Poi all’improvviso la nebbia si squarcia e il quadro ti appare, nitido, preciso, facile da leggere. Ecco, la sua musica è composta da tanti elementi, presi singolarmente non facili da decifrare, ma il risultato finale è straordinariamente affascinante, godibile, mai banale, a delineare la personalità di un grande artista. Per averne una facile riprova, basti ascoltare la sua non ricchissima produzione discografica e soprattutto il suo ultimo album, autoprodotto e uscito in questi giorni. Ed è proprio da questo album che prende le mosse questa intervista.

– E’ appena uscito questo tuo album “La Noche Arrolladora”. Cosa rappresenta nell’ambito delle tue produzioni?

“E’ un disco nuovo, nel senso che i brani sono pensati in modo diverso rispetto a quelli contenuti nei precedenti album. Rappresenta, insomma, una certa evoluzione rispetto al passato: mi sto riferendo, ad esempio, al mettere assieme più frasi ritmiche sovrapposte che generano strutture dove improvvisare è più emozionante … ed è un disco molto bello. Ovviamente per noi musicisti l’ultimo album è sempre quello più bello, più valido”.

– Quanto c’è di improvvisazione e quanto di pagina scritta?

“Non credo di esagerare affermando che il 90% è improvvisazione e il 10% pagina scritta. Noi in trio, con Roberto Bucci al basso e Claudio Gioannini alla batteria suoniamo assieme da oltre venti anni… con Paolo Farinelli il sassofonista, sono molti anni che ci conosciamo. Questo per dire che nel gruppo c’è una grande intesa, quindi anche se in alcuni brani c’è una indicazione su ciò che ognuno di noi deve fare, poi quando ci esibiamo mettiamo sempre qualcosa di molto personale, nel momento stesso in cui suoniamo siamo portati ad improvvisare, a creare istantaneamente. A decidere dove andare a seconda di quel che succede… ed è così da tanti anni”.

– Quindi tu ti basi essenzialmente su strutture aperte…

“Alcuni brani sono concepiti come un assieme di elementi apparentemente in contraddizione tra loro ma mettendoli assieme si crea un meraviglioso disordine…  ogni strumento del quartetto suona frasi ritmicamente diverse… così la percezione precisa di dove sta l’uno ritmico, il battere, non c’è. Ecco, creare un tessuto del genere per cui, non sapendo ritmicamente dove sta il tuo compagno e sentendoti un po’ disorientato, è gran parte del clima che si respira in “La Noche Arrolladora”. Tutto ciò genera di per sé una struttura molto aperta… così alle volte accade che tutto converge su un punto ma non è voluto; è la conseguenza di quella improvvisazione, di quella intesa cui prima facevo riferimento”.

– Sentendoti parlare sembrerebbe che l’ascolto del disco sia ostico, e invece no. L’album è molto godibile con una ricerca non banale sulla linea melodica.

“Sono contento di quanto mi dici. E’ un bellissimo paradosso il fatto di comporre pensando ad elementi che possono sembrare molto tecnici come ritmi sovrapposti e frasi spostate, e che invece escano fuori brani che non ti fanno pensare alle singole note ma che, così come un libro, sono capaci di raccontarti qualcosa che va al di là, che ti trasporti in una dimensione altra”.

– Tu appartieni a quella nutrita schiera di musicisti che nel nostro Paese non hanno ancora ottenuto i riconoscimenti che meritano. Io, nel preparare questa intervista, ho cercato di documentarmi su varie fonti e non ho trovato un solo articolo, una sola recensione…una sola riga che non parli di te in termini più che positivi. Eppure il grande successo non arriva… Come mai?

“Il grande successo forse no ma devo dirti che sono egualmente molto, molto soddisfatto di ciò che la vita artistica mi ha dato sino ad oggi. Abbiamo suonato in giro per il mondo un po’ dappertutto… certo in Italia un po’ di meno. Il fatto è che siamo tanti, siamo in molti a suonare bene per cui le occasioni di lavoro si restringono. Comunque personalmente lo ritengo un fatto positivo: più musica c’è, meglio è. E ciò vale soprattutto per chi ascolta, che in tal modo ha più possibilità di scelta, di andare a cercare e trovare qualcosa di diverso”.

– Dal tuo punto di vista di osservatore privilegiato, che viaggia e si esibisce spesso all’estero, come valuti il pubblico italiano rispetto a ciò che si trova negli altri Paesi?

“Il pubblico italiano è semplicemente fantastico: nei mei concerti ho sempre avuto un gran bel rapporto con il pubblico; mi piace raccontare qualcosa sui brani che suoniamo perché penso che ciò possa facilitare l’ascolto e questo viene sempre ben accolto dal pubblico”.

– Quanto influisce il tuo essere artista sulla tua vita privata?

“120% ? Non so… ad un certo punto uno fa una scelta, io volevo fare il jazzista e l’ho fatto… l’ho capito tardi, ma l’ho capito e ho seguito questa inclinazione. Comunque non credo che l’arte debba condizionare la vita, semmai è il contrario, è la vita che condiziona l’arte. Non viene la musica al primo posto, ma un certo modo di vedere le cose sì. Sto qua per scoprire cose… è quello che sento, ho la necessità di scoprire cose e all’ultimo riesco ad esprimere, a comunicare tutto ciò attraverso la musica”.

– Cerco di essere più preciso: ma tutto ciò non toglie spazio, energia alla tua vita familiare, ai tuoi rapporti privati?

“No, non credo. C’è chi dedica l’intera giornata, ventiquattro ore su ventiquattro, alla musica. Io non sono così. Ho la fortuna di avere una famiglia che partecipa a questa percezione della vita dove c’è tanto da vedere, tanto da osservare, da avere anche momenti privati al di fuori dalla famiglia. Quindi non ho problemi da questo punto di vista… anzi forse è la vita privata che in certi momenti condiziona la musica. Non voglio farne a meno… è la mia vita privata che mi alimenta costantemente, che mi dà la forza per andare avanti”.

– Sulla base della mia esperienza, conoscendo da vicino moltissimi musicisti, posso dirti che sei piuttosto fortunato riuscendo a trovare un perfetto equilibrio tra vita privata e vita artistica.

“E’ vero. Ma lo so benissimo: sono molto, molto fortunato. Mia moglie è pianista, musicista, lei capisce benissimo”.

– Guardando indietro c’è qualcosa che non rifaresti o che rifaresti in modo diverso?

“No, penso di no. Con riferimento a quanto dicevamo prima, certo mi piacerebbe suonare di più e lo farò a partire da questo momento. E’ inutile pensare al passato, occorre sempre guardare al futuro. Poi io ho bisogno di tempo per fare le cose, ho bisogno che si sedimentino dentro di me e poi posso attuarle. A vent’anni non potevo fare le cose che faccio adesso quindi va bene così”.

– Parliamo adesso della tua vita piuttosto avventurosa. Tu sei nato in Cile; ma come sei finito in Italia?

“Sono nato in Cile perché mio padre, argentino, lavorava lì. Mia madre spagnola… tutto un miscuglio… mia nonna, da parte di padre, era italiana, quindi dopo aver vissuto in Cile e in Perù siamo venuti a Roma. Successivamente i miei genitori si sono separati e io sono andato con mia madre in Spagna. A Madrid ho studiato musica, poi sono andato alla Berklee e poi sono tornato a Roma dove ho cominciato a suonare”.

– Quando hai iniziato a suonare?

“Quando avevo 14 anni. Mi sono trasferito a Roma quando avevo vent’anni e quasi immediatamente ho trovato questi due compagni di viaggio – Roberto Bucci e Claudio Gioannini – con i quali abbiamo fatto molta strada. Oramai saranno venticinque anni che suoniamo assieme; quando saliamo sul palco siamo pronti ad improvvisare perché ci conosciamo benissimo e sappiamo altrettanto bene dove ci condurrà il cammino intrapreso da ciascuno di noi; è sempre un’avventura perché c’è il rischio che le cose non vadano come tu vuoi ma se non c’è rischio nulla succede… con persone che conosci da tanti anni puoi rischiare di più e tutto ciò mi dà grande gioia”.

– Ti capita di suonare in piano solo?

“Sì, qualche volta, mi piace, ci penso però ancora non è il momento giusto… arriverà”.

– Che tipo di preparazione pianistica hai?

“Da parte di mia madre che è basca, tutti i miei parenti avevano studiato musica, mio nonno e mia nonna il pianoforte, e mia madre oltre al pianoforte la chitarra con Andrés Segovia, per cui sin da piccolo ho da sempre ascoltato musica e ho cominciato a suonare. Ricordo che all’epoca non volevo prendere lezioni perché avevo paura di perdere spontaneità… sentivo Monk e riflettevo ‘ma questo non ha studiato pianoforte’, poi invece in Spagna ho appreso della esistenza della Berklee, ho vinto una borsa di studio dopo aver mandato una cassetta registrata in casa, sono andato a Boston e poi sono venuto qui in Italia, a Roma. Non sono andato in conservatorio, non ho una preparazione classica”.

– C’è un’esperienza artistica che ricordi con maggior piacere?

“Tante; è difficile citarne una o due. Ci sono state delle volte in cui senti che le cose sono uscite da sole, il pubblico risponde perfettamente e così ti senti in una sorta di nuvoletta in cui tutto si è compiuto; ci sono volte in cui pensi di non aver dato tutto e invece il riscontro del pubblico è spettacolare”.

Gerlando Gatto