Nico Morelli il 14 all’Auditorium

 

Pianista, compositore di rara sensibilità e grande tecnica, Nico Morelli oramai da anni vive a Parigi dove si è costruito una solida reputazione sia come leader di interessanti progetti, sia come side-man di lusso. Domenica 3 settembre ha partecipato alla grande giornata de L’Aquila che il mondo del jazz ha voluto dedicare ai terremotati di quelle zone. Il 14 Nico si esibirà all’Auditorium ove presenterà il suo nuovo album, “Un(Folk)ettable Two”, prodotto in collaborazione fra Puglia Sounds e la casa discografica francese Cristal Records e registrato a Bari il 2 marzo del 2016.

Noi lo abbiamo intervistato alla vigilia del concerto di Roma.

 

 

  • Nico, in questi giorni ti trovi in Italia per presentare il tuto ultimo disco. Ce ne vuoi parlare?

“Certo; si tratta dell’episodio n.2, della logica prosecuzione del precedente album “Un(Folk)ettable Pizzica&Jazz Project”: non a caso si chiama “Un(Folk)ettable Two”. Sto, insomma, proseguendo questa straordinaria avventura di fondere jazz e musica folcloristica del Sud Italia. Io vengo dal Sud Italia, sono pugliese, e proprio da ciò nasce questa idea di mettere assieme queste mie due anime. E credo che lo stesso titolo spieghi bene le mie intenzioni, da un canto l’esplicito richiamo al folk, dall’altro il riecheggiare di un brano che rappresenta uno standard nel mondo del jazz. In repertorio ci sono brani della tradizione folk, che ho riarrangiato in chiave jazzistica con parti improvvisate, parti scritte su cui ho costruito delle sequenze armoniche per improvvisarci su, ci sono delle voci che rappresentano al meglio il folk, la musica popolare, ci sono degli strumenti di estrazione popolare come il tamburello, la chitarra battente, percussioni varie… ci sono poi brani di più chiara estrazione jazzistica… queste due musiche a volte le metto assieme, a volte le metto in contrasto, alcune sequenze con sonorità jazzistiche realizzate magari in trio con improvvisazioni di pianoforte, alcune sequenze con delle voci dove le sonorità sono più propriamente della musica popolare”.

 

  • Quali sono – se ci sono – le differenze rispetto al precedente album?

“Nel primo disco ci sono due musicisti che venivano dal mondo del folk con una caratterizzazione ancora più forte: Tonino Cavallo che era un musicista popolare a tutti gli effetti, Mathias Duplessy musicista francese che ha fatto questo difficile lavoro di immedesimazione nella musica popolare pugliese riuscendoci magnificamente, addirittura aveva imparato i testi, non si sentiva alcun accento, utilizzava strumenti popolari e il tutto produceva sonorità ancora più crude rispetto a quest’ultimo album. In “Un(Folk)ettable Two” ci sono le voci di Barbara Eramo e di Davide Berardi più eleganti, raffinate rispetto al primo disco. Forse la prima differenza sostanziale è propria questa qui, in aggiunta al fatto che in questo secondo disco ho preso delle musiche tradizionali e le ho riarrangiate in misura superiore rispetto al primo album ove avevo scritto dei brani di sana pianta, miei, con dei riferimenti, delle sonorità che facessero pensare alla musica tradizionale del Sud Italia. Adesso, invece, ho preso proprio dei brani folk e li ho riadattati dando loro una nuova chiave di lettura “.

 

  • Quali sono gli altri musicisti che ti accompagnano in questa impresa?

“Oltre ai già citati Barbara Eramo e Davide Berardi voci, chitarre e percussioni

, ci sono Raffaele Casarano al sax soprano, Vito De Lorenzi percussioni, e

una sezione ritmica più chiaramente jazzistica, tutta pugliese, con Camillo

Pace   basso e  Mimmo Campanale batteria”.

 

  • Come mai hai aspettato quasi dieci anni per realizzare questo secondo capitolo?

Ho aspettato che arrivasse il suo momento. In realtà la genesi di questo secondo album è avvenuta in maniera fortuita, anche se c’è da dire che io sono di quelli che credono all’importanza delle coincidenze e non alla fortuna. Il primo album infatti aveva suscitato la curiosità di una mia amica musicologa, Flavia Gervasi, (Docente di musicologia presso l’Università di Montreal Canada) che per molto tempo mi ha parlato di una sua idea di rifare una puntata numero 2 “riveduta e corretta” riguardo al primo lavoro. Le era piaciuto il mio modo di mettere insieme le due anime folk e jazz ma da musicologa e conoscitrice della musica popolare pugliese trovava che alcuni abbinamenti ed alcune idee compositive ed estetiche avrebbero funzionato meglio con altre soluzioni che mi ha suggerito. A me è piaciuta l’idea di lavorare in tandem con lei e lasciarmi contaminare dalle idee di un’altra persona. Spesso in queste circostanze, quando si lascia la “guida” ad una seconda “anima artistica” come quella di Flavia, possono nascere delle opere bellissime ed ho accettato la sfida. Flavia si è adoperata molto per ottenere la collaborazione di Puglia Sounds e di questo devo darle atto e ringraziarla. Senza il suo apporto, le sue idee e la sua tenacia questo album probabilmente non esisterebbe. Io, in tutti i modi, non avevo messo in conto di fare una puntata numero 2, sebbene non ne escludessi la possibilità. Aspettavo semplicemente gli eventi…… e gli eventi sono arrivati con Flavia”.

 

  • Quando e dove è stata la prima presentazione ufficiale del disco e che tipo di reazione hai avuto?

“Al momento l’album l’ho presentato in Francia al Sunset che è il jazz club più conosciuto, più frequentato di Parigi, e poi all’Istituto Italiano di Cultura sempre a Parigi; le reazioni sono state entusiastiche; la gente in Francia accoglie molto bene questi tentativi di fusione tra linguaggi diversi… c’è stato sempre il sold out. Continuiamo questa scia positiva che spero trovi continuità anche in Italia”.

 

  • Oltre a Roma, il 14, dove vi esibirete?

“Al momento, oltre Roma, abbiamo il 13 ottobre Milano, il 22 novembre Torino, il 23 Bologna, il 24 Monza, il 25 Verona”.

 

  • E per quanto riguarda l’estero?

“Ci sono delle date ancora non confermate… forse in Australia a Melbourne, in Belgio a Bruxelles e poi anche Marsiglia… questo è un piccolo tour tra gli Istituti Italiani di Cultura che spero sia confermato al più presto…”

 

  • Adesso lasciamo da parte il disco e veniamo a Nico Morelli artista italiano residente in Francia. Come vanno le cose?

Direi abbastanza bene: ho diversi progetti che curo contemporaneamente. E’ ancora in piedi quel progetto con Emmanuel Bex all’organo Hammond e Mike Ladd alla voce di cui abbiamo parlato qualche tempo fa…”

 

  • Quello dedicato a Bill Evans…

“Certo. Abbiamo fatto un bel po’ di concerti tutti con esito molto, molto positivo. Come ricorderai è un omaggio a Bill Evans rivisitato alla luce di una moderna cultura elettronica in quanto nel disco oltre al pianoforte e all’organo Hammond ci sono diverse macchine come loop, vocoider, effetti elettronici e in più c’è la voce hip-hop di Mike Ladd per cui la musica di Bill Evans viene rivisitata con apparecchiature moderne…chissà cosa avrebbe detto lui sentendo queste nostre interpretazioni. Comunque devo dire che abbiamo inviato il nastro alla moglie di Bill (anche per avere l’autorizzazione sulla pubblicazione) che ci ha risposto in maniera entusiastica dicendoci che avevamo fatto un bel lavoro, e questo ci ha confortati non poco. Io continuo la mia attività di side-man in vari progetti con musicisti francesi, così ad esempio a ottobre abbiamo dei concerti con questo contrabbassista molto bravo che si chiama Regis Igonnet che ha messo su un quintetto con me al pianoforte, Silvan Del Campo al sax, Aurelian Holl alla chitarra e Clement Cliquét alla batteria… suono anche in trio, faremo una tournée con i musicisti italiani con cui suono adesso vale a dire Camillo Pace  basso e  Mimmo Campanale batteria e sono previste due date a Parigi a fine Ottobre, poi la partecipazione al Festival Jazz di Waivignes e poi torniamo nella periferia di Parigi per altri due concerti… inoltre sto preparando il mio piano-solo, il mio primo piano-solo che dovrebbe uscire alla fine del 2018: è un progetto molto impegnativo su cui sto lavorando da un po’ di tempo che prevede l’uso di macchine elettroniche e che sto sviluppando assieme ad un tecnico del suono per dare origine ad un’idea che ho in testa da un po’ di tempo”.

 

  • Su che tipo di repertorio?

Il repertorio sarà semplice; visto che le macchine aggiungeranno elementi di complessità, per contrasto il repertorio sarà semplice ossia musiche molto conosciute che rivisiterò e su cui improvviserò”.

 

  • Se non sbaglio tu non suonavi a Roma da molto tempo. Ecco, tornato in Italia, che tipo di impressione hai avuto?

L’impressione principale è che ci sono moltissimi musicisti bravi, ben preparati a volte abbandonati in un sistema lavorativo che in Italia non ha una vera organizzazione…. Non è un sistema appunto. Non esiste a livello governativo un sistema che supporti il musicista e lo porti in maniera fluida nel mondo del lavoro una volta che ha terminato la sua formazione. C’è da dire che questo non accade solo in campo musicale purtroppo. Indubbiamente l’Italia e la Francia sono i due Paesi che oggi offrono il meglio almeno per quanto concerne il jazz europeo. Certo, c’è dell’ottimo jazz anche nel Nord Europa ma l’impressione è che il jazz che più ci emoziona rimane quello che si suona in Francia e in Italia. Tornando al nostro Paese, le difficoltà del mondo lavorativo musicale-artistico mi sembrano  essere il logico riflesso delle difficoltà di un Paese che di problemi ne sta attraversando tanti, anche al di fuori della musica. Mi pare di vedere un Paese in un momento molto difficile proprio dal punto di vista della gestione della cosa pubblica, governativo, politico… questo sistema elettorale che non riesce ad andare in porto, l’organizzazione quotidiana della vita. Poi è vero che i giornali enfatizzano sempre le cose brutte ed io ho la cattiva abitudine a Parigi di leggere soprattutto i giornali italiani… forse dovrei cambiare sistema, altrimenti continuerò a pensare che in Francia le cose vanno meglio che qui… ma non penso che in realtà sia così”.

 

  • Per quanto concerne la musica e il jazz in particolare penso proprio di sì… A questo riguardo noti qualche differenza tra il pubblico francese e quello italiano?

“In Francia mi sembra ci sia più organizzazione. Quando c’è un concerto, di solito il pubblico si mobilita, si organizza e prenota con molto anticipo. Questo è importante perché permette a chi organizza di poter lavorare con più serenità e quindi di poter programmare gli eventi con continuità, senza dover sperare che lo spirito santo sia con lui anche per la rassegna della edizione successiva. In Italia non vedo queste abitudini nel pubblico…… a meno che forse non si tratti di concerti Rock o Pop dove il pubblico giovane non può mancare per questioni di vita o di morte.  Io penso, e mi spiace ammetterlo perché ancora non accetto questo stato di fatto, che in Italia ci sia soprattutto un problema di organizzazione, ma non nella musica, in generale!… Il guaio è che questa disorganizzazione fa comodo a molti…… organizzarsi costa fatica, e l’italiano che si organizza passa per il tipo pedante rompiscatole”

 

  • E hai detto poco!!!

“Ecco, l’ambito musicale paga le conseguenze di questo, di questa disorganizzazione che si riflette su ogni ramo di attività, ivi compreso quello artistico. E devo riconoscere – anche se non spetta certo a me dirlo – che quello musicale non è l’ambito più importante com’è, ad esempio, quello della vita quotidiana”.

 

  • Da quanto mi dici, intenzione di lasciare la Francia poco o niente…

“No, per ora non lo penso. Lì sto bene. Forse in pensione… una bella casa sulla spiaggia… certo potrei pensarci anche in Francia ma sull’Atlantico l’acqua è fredda e non c’è molto sole… forse nella Francia del Sud… vedremo”.

 

  • Insomma ti senti realizzato, come uomo e come musicista?

“Realizzato mi sembra una parola grossa. Realizzato… non lo so… mi sembra difficile anche perché io sono uno di quelli che appena realizzata qualcosa già ne sto pensando un’altra, sono un’anima irrequieta. Arrivare un giorno a dire che sarò realizzato mi sembra improbabile”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Napoli Jazz Fest 2017: la nostra intervista al direttore artistico, Michele Solipano

Archiviata la terza edizione di Napoli Jazz Fest, la rassegna organizzata dall’Associazione Culturale Napoli Jazz Club, con la collaborazione dell’Assessorato comunale alla Cultura e con il Maggio dei Monumenti, svoltasi dal 4 al 7 maggio, alla quale ho partecipato come inviata della nostra testata.

A Napoli ho avuto l’occasione di fare una chiacchierata con il direttore artistico del Festival, Michele Solipano, instancabile promotore della musica e di eventi culturali e grande appassionato di jazz.

Questa è l’intervista che mi ha rilasciato.

D – Napoli Jazz Fest: da settembre, com’era in origine, anticipato a maggio. La scelta è associabile unicamente alla concomitanza con il Maggio dei Monumenti, rassegna culturale molto amata dai napoletani e dai turisti, o la decisione è maturata anche per altre considerazioni?

R – Si, diciamo che abbiamo approfittato di questo rifiorire di fermento turistico nella città di Napoli per associare il Napoli Jazz Fest al Maggio dei Monumenti, allo scopo di poter far conoscere meglio alcune delle più importanti testimonianze culturali presenti nel centro storico.

D – Il Napoli Jazz Fest è alla sua terza edizione, prima di parlare del futuro, mi racconta un po’ del vostro passato, sempre legato al Napoli Jazz Club?

R – Diciamo che il Napoli Jazz Fest è l’ultima nata tra le rassegne che ogni  anno proponiamo, in particolare, nella stagione invernale, ci occupiamo di realizzare il Napoli Jazz Winter, giunto nel 2017 alla sua undicesima edizione,  mentre nel periodo giugno/luglio ci occupiamo di un vero e proprio festival, che realizziamo ormai da 10 anni presso la Piazza D’Armi di Castel S.Elmo e denominato appunto S. ELMO ESTATE.

D – Le faccio una domanda che è un po’ una provocazione: leggo nel comunicato stampa che riparte la collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli. Dove e perché si era perso questo importante – e credo ineludibile – sostegno, fondamentale se si vogliono proporre progetti artistici qualitativamente all’altezza di una grande città quale è Napoli, che può rinascere soprattutto grazie ad un’offerta culturale adeguata?

R – Diciamo che dopo un serie di  disavventure di carattere organizzativo, patite nelle passate edizioni, quest’anno abbiamo deciso di riprendere la collaborazione approfittando anche della macchina organizzativa messa a disposizione dal Comune di Napoli per il “Maggio dei Monumenti”.

D – Lei è da molti anni il direttore artistico del Napoli Jazz Club ed è anche un infaticabile animatore culturale. Le sue scelte seguono una linea precisa o si lascia guidare dall’istinto? Insomma, quali sono i canoni su cui si basa per selezionare gli artisti che propone nelle sue iniziative?

R – Va detto che di tutte e tre le rassegne io mi occupo sia della parte artistica sia di gran parte della macchina organizzativa, diciamo che il filo conduttore parte dalla ricerca e realizzazione di progetti originali e/o in qualche caso quasi inediti, unito alla possibilità di coinvolgere il più possibile le realtà musicali napoletane presenti sul territorio e alla ricerca e valorizzazione di location di particolare pregio artistico, storico e ed architettonico presenti della città di Napoli come il Maschio Angioino, il Cortile di San Domenico Maggiore, Castel S.Elmo, il centro culturale Domus Ars e da quest’anno anche la Basilica di  San Giovanni Maggiore, ove stiamo contribuendo, con una parte degli incassi, al restauro dell’organo del 1890 presente nella Basilica.

D – Napoli Jazz Fest riparte anche dal centro storico e questo non significa soltanto rendere nuovamente fruibile un patrimonio artistico e culturale dimenticato, o semplicemente trascurato, ma anche ritrovare la memoria dei luoghi, di quello che hanno rappresentato nel passato, lo dobbiamo alle nuove generazioni, non crede? E noi appassionati dobbiamo anche trovare il modo di far conoscere ai giovani i linguaggi del jazz, muovendo le giuste leve e creando gli stimoli più vicini al loro sentire. In questo senso, ho notato che lei, oltre al jazz declinato al femminile con la Civello e la Serio, ha puntato anche sulle nuove proposte, dando spazio ai talenti emergenti. Mi riferisco alla Big Band degli studenti del Liceo Margherita di Savoia, in concerto sabato 6 maggio. Una scelta coraggiosa…

R – Si, una scelta coraggiosa, se vuoi dettata dalla necessita di promuovere il più possibile i talenti musicali napoletani ma anche dalla necessita di cominciare a ricostruire un pubblico di appassionati, che col passare degli anni diventava sempre più raro ed in età avanzata, favorendo così una sorta di  ricambio generazionale… Senza contare il fatto che mi sono divertito tantissimo a partecipare alle prove di questo spettacolo, particolarmente piacevole, grazie alla felice scelta dei brani e degli arrangiamenti in chiave jazz-swing, che lo rendono molto intrigante.

D – Ha già delineato nella sua mente la formula dell’edizione invernale di Napoli Jazz?

R – L’undicesima edizione del Napoli Jazz Winter si completerà con un’altra serie di concerti nel periodo di ottobre, novembre e dicembre del 2017, mentre è in cantiere la 10 °edizione di S. ELMO ESTATE che quest’anno vedrà esibirsi, nella spettacolare location della Piazza D’Armi di Castel S. Elmo, artisti del calibro di Niccolò Fabi, Joe Barbieri, Mario Venuti, Remo Anzovino, Greta Panettieri e i Camera Soul, Christian McBride, Chihiro Yamanaka, Diane Schuur e anche un omaggio di un nutrito gruppo di artisti napoletani al compianto Mario Musella, nel periodo di Luglio del 2017.

per le immagini del concerto di Elisabetta Serio 4et feat Javier Girotto si ringraziano i fotografi Sonia Ritondale e Alessandro Catocci

Olmo Amico: l’importanza ancora oggi di un intellettuale come Gianni Amico

 

Venerdì 7 aprile, ore 19, alla Casa del Jazz di Roma, serata dedicata al cinema di Gianni Amico con la proiezione di alcuni dei documentari che hanno caratterizzato la sua carriera. In particolare verranno proiettati: “L’uomo amico” di Germano Maccioni da un’idea di Olmo Amico (39′ colore 2015),“We Insist (Noi insistiamo) !-Suite per la libertà subito” di Gianni Amico (22′ b/n 1964) e “Appunti per un film sul jazz” di Gianni Amico (55′ b/n 1965).

I documentari saranno preceduti da introduzioni a cura di Olmo Amico, Max De Tomassi, , Marco Molendini , Ada Montellanico e del sottoscritto.

Sul significato della serata abbiamo intervistato il figlio del grande intellettuale, Olmo Amico. Archivista e catalogatore responsabile della collezione delle colonne sonore  presso la biblioteca Renzo Renzi della Fondazione Cineteca di Bologna, Olmo Amico nel 2006 ha realizzato un lavoro su Francesca Archibugi, edito dalla Cisreco con prefazione di Mario Sesti; oramai da parecchi mesi Olmo sta dedicando molto del suo tempo all’idea  di pubblicizzare al massimo questi straordinari filmati purtroppo ancora oggi sconosciuti ai più.

 

 

Come è nata l’idea di rievocare in maniera così forte la figura di tuo padre?

Io lavoro alla Cineteca di Bologna e proprio in seno alla Cineteca si è deciso di editare questo lavoro che molti amici volevano fosse conosciuto… gente di cinema, intellettuali di ogni parte mi chiedevano da tempo che fossero editi questi film che ripercorrono una stagione culturale e politica di cui noi tutti, specialmente oggi, sentiamo la mancanza.

 

In particolare cosa tratta il DVD che vedremo alla Casa del Jazz?

Il DVD raggruppa quattro film: il titolo è “Jazz e altre visioni” tre film di Gianni Amico (il suo primo lavoro sul jazz “Noi insistiamo! Suite per la libertà subito” del 1964 che è un montaggio di foto delle lotte di emancipazione sia degli Stati Africani sia degli Stati Uniti contrappuntate da un tappeto sonoro costituito dall’album di Max Roach con Abbey Lincoln, lavoro che ha vinto il primo premio al Festival di Mannaheim; l’anno successivo , tratto dal Festival del Jazz di Bologna, ecco “Appunti per un film sul jazz” in cui si ammirano grandi artisti come Steve Lacy , Don Cherry, Gato Barbieri , Mal Waldron, Aldo Romano e tanti altri; poi c’è “Il cinema della realtà” del 1969 che è una serie di interviste sui set con Pasolini, Zavattini, Bertolucci giovanissimo, i fratelli Taviani, Amidei e De Sica … A questi si aggiunge “L’uomo Amico” un documentario di Germano Maccioni che come regista ha magnificamente sviluppato una mia idea.

 

Cosa ti è rimasto dentro della figura di tuo padre?

Un’eredità pesante e stimolante allo stesso tempo: un intellettuale come lui che nei fatti è riuscito a creare una rete di affetti, è chiaro che quando non c’è più lascia un vuoto difficilmente colmabile. Lui era straordinario anche perché ciò che aveva nel suo DNA riusciva a trasmetterlo a chi gli stava vicino, mai in modo verboso ma sempre come arricchimento degli altri. E ciò riguarda tutti coloro che hanno avuto la fortuna e il piacere di frequentarlo.. in questo momento penso, in modo particolare agli amici musicisti, Rava e Gato prima di tutti.. ricordo che Gato fu scoperto e portato in Italia da mio padre , e fu proprio grazie a mio padre che Gato suonò in qualche brano all’ interno dei pezzi di Gino Paoli che assieme a Ennio Morricone scrisse la colonna sonora del del film “Prima della rivoluzione” (1964) di Bernardo Bertolucci di cui mio padre fu sceneggiatore assieme allo stesso Bertolucci … e quattro anni dopo mio padre scrisse un altro film con Bertolucci che era “Partner”. Per quanto riguarda più in particolare la mia persona, è chiaro che ne conservo una memoria fortissima, una stupenda eredità, avevamo un bel rapporto, profondo, ricco di complicità nonostante io avessi solo quattordici anni quando ci ha lasciati. Comunque adesso è importante far circolare questo lavoro, questo DVD: già nel 2001 avevo scritto un libro su di lui uscito per le edizioni EDT all’interno del Festival Jazz di Torino dove proiettammo un’integrale dei suoi film.

 

In un’Italia così devastata come quella di oggi, quale pensi avrebbe potuto essere il ruolo di tuo padre?

Sicuramente un ruolo molto battagliero, molto attivo.. probabilmente avrebbe sviluppato molto di più certe tematiche sempre ricorrendo al proprio specifico… ricordo al riguardo un altro suo lavoro dell’87, un documentario dedicato a Gramsci che si intitolava “Gramsci l’ho visto così” fatto con Giorgio Baratta un professore dell’Università di Urbino purtroppo scomparso anche lui tre anni fa. Poi nel 1980 realizzò un altro documentario sui portuali di Genova che s’ intitola “lo specchio rovesciato”  e nello steso anno realizzò “Le mani svelte” , un documentario sugli operai della Fiat; nello stesso tempo è importante ricordare come mio padre sia stato il primo a portare in Italia la musica e il cinema brasiliani, fin dalla prima manifestazione che organizzò nei primi anni Sessata, a Sestri Levante, a Santa Margherita Ligure con Bruno Torri… poi realizzò nel 1967 questo straordinario film, “Tropici”, sconosciuto ai più… per fortuna c’è Enrico Ghezzi che ogni anno due o tre volte lo manda in onda… il film è stato anche il primo prodotto dalla RAI ed è una specie di road-movie che parla di una famiglia che partita dal Nord Est del Brasile si trasferisce nella grande città.

 

Tutte queste tematiche – musica jazz, musica brasiliana, cinema musicale, cinema d’impegno sociale e politico – come si armonizzano tra loro?

Si legano grazie alla sua grande passione, alla sua voracità intellettuale, alla sua grande curiosità, alla sua capacità di creare delle reti.…ancora oggi i musicisti brasiliani non dimenticano ciò che fece mio padre, quando nell’83 organizzò a Roma , al Circo Massimo, con Nicolini la più grande manifestazione dedicata alla musica brasiliana, “Bahia de todos os sambas” con l’intervento di Caetano, Gil, Joao Gilberto, Vasconcellos… davvero il meglio che la cultura brasiliana poteva offrire in quel momento, manifestazione che successivamente nel 1996 uscì in  vhs per le edizioni “elle-multimedia”… La musica brasiliana mi è entrata talmente dentro che ho fatto la tesi di laurea al DAMS di Roma con Gianni Borgna intitolata   “tropicalismo e dintorni: le rivoluzioni culturali nel brasile degli anni 60”.

 

Nell’attuale panorama italiano, c’è qualcuno a tuo avviso di ereditare e portare avanti il lascito di Gianni Amico?

Il cinema italiano, seppure in forme diverse, sta attraversando di nuovo una stagione importante . Tra l’altro io spero sempre che qualcuno possa ancora sviluppare una sceneggiatura inedita di mio padre che era dedicata a Django Reinhardt , scritta con Enzo Ungari e Jean Louis Comolli.

 

In conclusione cosa ti aspetti dal convegno in programma alla Casa del Jazz?

Si tratta di una vetrina molto importante; sono contento che mi sia stata data l’opportunità di presentare questi lavori di mio padre. Penso che si ricrei quella emozione che ogni volta noto in chi vede questi lavori, così forti,  significativi.

 

 

Sonia Spinello una voce che cattura

“WONDERland” è il titolo di un eccellente album inciso dalla vocalist Sonia Spinello alla testa di un gruppo comprendente Roberto Olzer al piano, Yuri Goloubev al contrabbasso, Mauro Beggio alla batteria e, come ospiti, Bebo Ferra alle chitarre e Fabio Buonarota al flicorno.
Dieci tracce tra cui cinque composizioni di Stevie Wonder, la splendida “Fragile” di Sting , “Stee-Vee” di Goloubev e due composizioni della Spinello.
Devo subito dire che il disco mi ha colpito tanto da aver votato la Spinello come miglior nuovo talento nell’annuale “Top Jazz”; di qui la curiosità di conoscerla meglio attraverso questa intervista.

-Come le è venuto in mente di affrontare un repertorio così difficile e impegnativo come le cover di Stevie Wonder?
“Ho sempre amato Stevie Wonder, sono cresciuta in una casa dove si ascoltava musica dalla mattina alla sera. Mia madre amava Stevie Wonder, la sentivo sempre canticchiare ed io, crescendo, ne ho approfondito la conoscenza. Ho collezionato tutta la sua musica, ho cercato di capirla, studiarla, ho tradotto tutti i testi delle canzoni che in qualche modo mi hanno fatto innamorare ed ho scoperto un animo romantico e sensibile, capace di esporsi; in un certo senso mi riconosco in queste caratteristiche.
Sin da piccola ho sempre sognato di avere una band con cui suonare i suoi brani e ad un certo punto è successo. Amo la black music, la musica della Motown, Rufus and Chaka Khan, Sly and the Family Stone, Funkadelic, Parliament. Lui ha tutto: ha saputo miscelare, il Funk, il Soul, l’R’n B e il blues. Sapevo benissimo che sarebbe stato rischioso realizzare un disco omaggio ad un così grande artista ( già tante volte riproposto ); sapevo sin dall’inizio che non avrei aggiunto nulla a così tanta bellezza, ma ho voluto realizzare un sogno nel cassetto e portare un mio omaggio/ringraziamento ad un musicista che mi ha dato moltissimo.
Ho scelto alcuni dei brani che ho amato di più, a cui sono più legata. Alcuni di questi hanno segnato in qualche modo dei “momenti” della mia vita in maniera indelebile.
Ho cercato di non sconvolgerne gli equilibri, ma di renderli essenziali. Amo togliere per dare la possibilità di scoprire, ho voluto rispettarne le melodie “meravigliose” e farle risaltare. Devo aggiungere che i magnifici musicisti che mi hanno accompagnata su questo disco sono la cosa più bella che potesse capitarmi, il trio di Roberto Olzer ha un affiatamento tale che sembra quasi telepatia. Fabio Buonarota è per me, poesia allo stato puro: possiede un suono ed un fraseggio che toccano le corde più profonde dell’animo. Bebo Ferra non è solo un musicista straordinario, ma anche un uomo pieno di vulcanica passione e la sua presenza ha portato il calore e il profumo della sua terra di origine ( la Sardegna ndr )”. (altro…)

CHERYL PORTER: LA MIA MINA

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di Angelica Montagna – Quasi due ore di spettacolo, da tutto esaurito. Ed un nome: Cheryl. Basta questo per riconoscere la grandezza di un’ artista eclettica, versatile, una trasformer in piena regola. Cheryl Porter non ha mancato di stupire, emozionare, commuovere una platea di 900 persone giunte da tutta Italia. Una vocalità in grado di raggiungere le schiere celesti, pur non cimentandosi stavolta nello spirituals o nel gospel a lei più congegnali ma riuscendo ad interpretare magistralmente le canzoni di Mina e Mia Martini.
Una sfida importante: anche quella di cantare in una lingua che non le appartiene nonostante l’ artista nata a Chicago viva ormai da anni nella campagna vicentina dove ha messo su famiglia. Ed è proprio l’amore per Vicenza che l’ ha fatta esordire in palco, chiedendosi come fare per essere definitivamente “adottata” dalla città berica. Una serata che ha voluto essere un omaggio a tutte le donne, perché “capiscano il proprio valore, unite sotto i medesimi sentimenti tutti al femminile”. Anche di questo ha parlato Cheryl Porter dal palco, perché le sue non sono semplicemente performance canore ma veri e propri spettacoli dove stabilire un dialogo costante con il pubblico, arrivando a far alzare in piedi tutte le donne della platea e a farle ballare il twist con “Tintarella di Luna”. Autoironica “…noi donne siamo tutte forti, bellissime, di tutti i colori, di tutte le taglie…”, ha saputo regalare momenti di grande commozione anche grazie all’omaggio estemporaneo a Leonard Cohen recentemente scomparso ed interpretando una “Hallelujah” come pochi altri artisti. Di forte impatto emotivo “E penso a te”, da brivido “Almeno tu nell’Universo”. Del tutto originale “Grande grande grande” recitata nella prima parte e cantata in due lingue.
Insomma un’artista stupenda, Cheryl Porter, di quelle personalità che riescono a far dimenticare i minuti che passano e che con tanta generosità è in grado di riempire un intero teatro di energia contagiosa, positiva, facendoti tornare a casa con un bagaglio in più, eppure mai così leggero e piacevole. Ma la Cheryl Porter che ho raggiunto in camerino dopo le prove, soltanto un paio d’ ore prima dello spettacolo, mi era apparsa diversa. Priva di trucco, con una bandana in testa e tanta semplicità in mano. Particolarmente tesa (come lei mi dirà in seguito), perché è una bella sfida quella di interpretare due Donne così grandi. In realtà, mi renderò conto una volta seduta in platea, le grandi Donne sono state tre. Mi guarda con un’aria tenera che mai farebbe presagire ad un personaggio di spettacolo, grande catalizzatrice, oltre che artista dalle rare doti canore. L’ intervista ha inizio. (altro…)

Francesco Cafiso. La musica è la mia vita

Francesco Cafiso è senza dubbio alcuno uno dei musicisti più interessanti che il jazz italiano – e quello siciliano in particolare – abbiano espresso in tutti questi anni.
Francesco è stato quel che si dice un bambino prodigio; comincia a suonare il sassofono a sei anni e a nove già si esibisce in un’orchestra di tutti adulti. Ben presto la sua fama travalica i confini nazionali tanto che a quattordici anni viene invitato da alcuni dei festival jazz più importanti del mondo; nel 2002 viene chiamato da Wynton Marsalis per un tour europeo; memorabile il 19 gennaio del 2009, a vent’anni, l’esibizione di fronte al presidente americano Barack Obama, su segnalazione dello stesso Marsalis. Il successo non lo distoglie, comunque, dalla serietà che lo ha sempre contraddistinto: così nel 2010 consegue la laurea specialistica di II livello in jazz presso il Conservatorio Corelli di Messina.
Oggi, come si accennava, viene giustamente considerato una stella di primaria grandezza.

-Cominciamo dalla strumentazione: che sassofono, che ancia e che bocchino usi e perché queste scelte?
Ho sempre utilizzato un contralto Selmer ma recentemente ho iniziato una collaborazione con una ditta austriaca, Schagerl, di cui sono adesso endorser, e che mi sta costruendo un sassofono ad hoc che porterà la mia firma. Ne sono entusiasta: uno strumento bellissimo che, sono convinto, mi accompagnerà in giro per il mondo per un bel po’ di tempo. Inoltre, suono un bocchino Meyer G e delle ance Vandoren Jazz ZZ 3. Questi ultimi due elementi fanno parte del mio set up già da qualche anno e sono molto soddisfatto del tipo di suono che riescono a produrre.
-Leggo che hai cominciato a suonare il sax a sei anni; cosa ti ha spinto a farlo?
Suonare è sempre stata un’esigenza per me, un istinto irrefrenabile. A soli sei anni chiesi a mio padre di poter avere un sassofono e imparare a suonarlo, non so perché scelsi proprio quello strumento, più inusuale. Mi affascinava tantissimo e il mio maestro di musica non riuscì a farmi cambiare idea quando mi suggerì un soprano ricurvo, che, date le dimensioni più ridotte, mi avrebbe consentito di suonare meglio a quell’età. C’è tuttavia un aneddoto che avvenne alla mia nascita che ha il sapore di profezia: il mio designato padrino mi regalò una spilla raffigurante un sassofono.
-Come ricordi l’esperienza con l’Orchestra Jazz del Mediterraneo ancora bambino?
È un ricordo indelebile per me. L’Orchestra Jazz del Mediterraneo è stata la mia prima famiglia musicale. Un organico composto da persone a me molto care che mi hanno incoraggiato e sostenuto sin dall’inizio e che ancora oggi sono grandi amici. Era la mia prima esperienza musicale con una grande orchestra formata da professionisti adulti e questo richiedeva grande attenzione e impegno ma ricordo anche con molto piacere le risate e i momenti meno impegnativi. Inoltre, all’interno di questa big band ho capito l’importanza del polistrumentismo perché il sax contralto, il mio strumento, aveva delle parti per flauto: è lì che ho iniziato a suonarlo, studiarlo al conservatorio per poi diplomarmi.
-Come vivi il fatto di essere divenuto una star ancora giovanissimo?
Ho sempre vissuto il mio successo con serenità perché migliorare e andare avanti sono sempre state le cose più importanti per me. C’è sempre una voglia irrefrenabile di novità in me e questo mi spinge a essere curioso, a scrivere musica, a studiare, a ricercare e a definire sempre di più la mia voce e la mia direzione. Tutto il resto viene dopo: il successo è importante perché mette nelle condizioni di poter concretizzare idee e progetti, cosa che altrimenti sarebbe difficile fare in termini di visibilità e perché no, anche economici.
-Il fatto di aver abbracciato la musica ti ha inevitabilmente portato a condurre una infanzia diversa dal normale; hai qualche rimpianto al riguardo?
Nessun rimpianto. Sin da piccolo, ho sempre studiato tanto, fatto concerti, viaggiato ma questo non mi ha impedito di svolgere anche le normali attività che fanno parte dell’infanzia e dell’adolescenza. Andavo a scuola regolarmente, facevo sport, giocavo e uscivo con gli amici… anche quando mio padre non voleva perché riteneva dovessi studiare.
-Pensi che la musica meriti tutta l’attenzione di cui sei capace?
Penso che la musica sia la più grande tra tutte le arti. Merita più di tutto ciò che io possa darle. Ogni cosa nella mia vita tende alla musica, traggo ispirazione da ogni cosa che mi succede. Per me è un’esigenza: starei male se non dessi tutto me stesso per questa passione così grande che mi spinge a fare tantissimi sacrifici ma che, allo stesso tempo, mi gratifica e mi appaga.
-Nella tua famiglia c’era qualcun altro appassionato di musica che in qualche modo ti ha influenzato?
Mio padre suona la chitarra, il pianoforte e dirige un coro. Sicuramente mi ha trasmesso la sua passione ma sono io ad avergli fatto conoscere il jazz. Quando ho iniziato ero troppo piccolo per scegliere un genere musicale e per questo credo che sia stato il jazz a scegliere me…
-Continui a vivere a Vittoria la tua città natale?
Finora ho sempre fatto base a Vittoria, mia città natale e luogo dei miei affetti. Mi piace tornare in Sicilia dopo i miei viaggi, è la mia terra, ritrovo tutto ciò che mi è più caro e mi fa stare bene. Tuttavia, spesso vivo lunghi periodi all’estero. Recentemente per esempio sono stato a New York tre mesi e un anno in Francia.
-Che significa essere jazzista in Sicilia?
Penso che il Jazz sia una musica calda, pulsante, con forte carattere, ingredienti che fanno parte del DNA dei siciliani. Essere jazzista in Sicilia è un privilegio se si pensa che proprio questa terra ha dato un grande contributo al linguaggio jazzistico e che inoltre ci si può lasciare ispirare dal mare, dai sapori, dagli odori tipici e dalle sue suggestioni che a me, per esempio, hanno suggerito ben undici composizioni che formano uno dei miei tre ultimi album: “La Banda”.Tuttavia, la realtà siciliana a livello politico, burocratico e istituzionale, non è sicuramente un terreno fertile su cui coltivare la propria passione quindi bisogna essere bravi nel prendere quello che di buono questa terra ha da offrirti, cercare di dare un contributo per migliorare il contesto che ti circonda (io lo faccio con il Vittoria Jazz Festival, dove ogni anno metto a disposizione la mia musica e la mia passione per divulgare la musica jazz) e allo stesso tempo concepire quest’isola come metafora del mondo, punto di arrivo a partenza e non di chiusura e isolamento. Il mio ponte ideale l’ho costruito tra New York e la Sicilia, proprio in mezzo c’è la mia musica.
-Quali sono o sono stati i tuoi musicisti di riferimento?
Quelli più affini al mio gusto dai quali mi sono lasciato influenzare per filtrare tutto con la mia personalità e dar vita ad una concezione che mi identificasse. Mi riferisco ai grandi del Jazz: da Armostrong a Duke Ellington a Monk… e molti altri. (altro…)