I nostri libri

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Claudio Fasoli – “Inner Sounds” – agenzia X pgg.285 – € 16,00
Conosco Claudio Fasoli da molti anni e credo ci leghi oramai un rapporto di reciproca stima e simpatia. Ciò nulla toglie all’obiettività con cui ho cercato sempre di valutare l’attività del musicista veneziano e l’altissima considerazione che di conseguenza ho sempre avuto di lui sia come persona sia come musicista. Credo, infatti, di non esagerare affermando che Claudio Fasoli è uno dei jazzisti più originali, significativi e creativi che il mondo del jazz, non solo italiano, possa oggi annoverare. Sulla scena da molto tempo, mai ha sbagliato un colpo sia nella scelta degli organici cui appartenere o cui dar vita, sia nelle produzioni discografiche tutte – e sottolineo tutte – di grande livello. Questo volume , a cura di Francesco Martinelli e Marc Tibaldi, è diviso sostanzialmente in quattro parti: nella prima troviamo tre contributi a firma, rispettivamente di Carlo Boccadoro, Franco Caroni e Massimo Donà; nella seconda una lunga intervista a Claudio Fasoli; la terza contiene alcuni scritti del sassofonista su personaggi iconici del jazz quali John Coltrane, Sonny Rollins, Wayne Shorter, Lee konitz…; la quarta è dedicata ad una serie di pareri di musicisti, giornalisti, addetti ai lavori, con varie competenze, sull’arte e la personalità di Fasoli. A chiudere un breve intervento di Roberto Masotti, un album fotografico, una discografia completa e una bibliografia minima esposta in ordine cronologico. Per dovere di cronaca bisogna sottolineare come il volume prenda le mosse da un altro libro-intervista (“Claudio Fasoli. Note Interiori” – Fondazione Siena Jazz del 2012.) Quell’intervista di Francesco Martinelli – riveduta ed ampliata – costituisce la parte focale anche di questo nuovo volume che rispetto al precedente presenta altre importanti novità: innanzitutto “Note Interiori” non era stato distribuito mentre questo “Inner Sounds” lo si può trovare in tutte le librerie. Inoltre la raccolta degli scritti di Fasoli è completa comprendente sia quelli pubblicati sia alcuni inediti come quelli su John Coltrane. Ciò detto non posso che ribadire quanto scritto recensendo il precedente volume e cioè che il colloquio tra intervistatore e musicista è condotto nel miglior modo possibile sviscerando la carriera di Fasoli in ogni più recondito ambito. Le domande risultano pertinenti e Fasoli risponde a tono, con sincerità e consapevolezza, non disdegnando di mettere in rilievo le varie fasi della sua vita artistica, le idee che le hanno sorrette, le motivazioni che l’hanno portato a determinate scelte. Insomma una lettura sicuramente gratificante che ci aiuta a comprendere non solo la poetica di un grande maestro ma anche perché il jazz nel nostro Paese ha seguito una certa linea evolutiva.

Dario Giardi – “Viaggio tra le note – I segreti della teoria e dell’armonia musicale” – I Libri di EMIL – pgg.200 – € 16,00
La teoria musicale è materia complessa con cui si deve confrontare chiunque voglia intraprendere la carriera di musicista. Ma la teoria musicale è allo stesso tempo materia affascinante la cui conoscenza ci consente di meglio penetrare nei meandri della composizione sì da conoscerne e apprezzarne i più intimi risvolti.
Ma è possibile insegnare ciò in maniera semplice? A questo interrogativo cerca di fornire una risposta Dario Giardi diplomato in teoria e armonia musicale al Berklee College of Music di Boston.
Il volume è diviso in tre parti: nella prima si ripercorre i principali avvenimenti nella storia della musica fino ad oggi; nella seconda si affronta in particolare i problemi legati alla teoria musicale mentre la terza è dedicata all’armonia.
Molti i problemi sollevati cui l’autore cerca di fornire risposte adeguate. Ovviamente la parte più significativa del volume è quella in cui gli aspetti principali della teoria e dell’armonia musicale vengono affrontati con un linguaggio volutamente semplice ed una serie di esempi che ci aiutano a meglio capire ciò che si legge.
Ciò detto, affermare che, essendo digiuni di teoria musicale, una volta letto questo libro si diventa padroni della materia è una solenne fesseria. Invece, risponde assolutamente al vero sostenere che, se si ha la pazienza di leggere con attenzione quanto Giardi scrive e di seguire gli esempi magari seduto davanti ad un pianoforte o ad una buona tastiera, si avrà un quadro più chiaro di quale sia, ad esempio, la differenza tra tonale o modale o cosa significhi analizzare la struttura armonica di un brano.
Insomma uno strumento che potrebbe risultare importante per insegnanti e studenti di musica nelle scuole, nelle università o nei conservatori, e per tutti coloro che desiderano meglio comprendere le caratteristiche di questo linguaggio. Il libro è impreziosito da numerose proposte di ascolto tratte dal repertorio sia classico sia rock, blues e jazz. Prefazione di Giampaolo Rosselli. (altro…)

34 interviste per conoscere Steve Lacy

Conversazioni con
Steve Lacy
Edizioni ETS
A cura di: Jason Weiss
Traduzione di Frabcesco Martinelli
Pagine: 330; € 28,00

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Ecco un volume di cui consiglierei la lettura non solo agli appassionati di jazz ma a quanti, in linea più generale, si occupano di giornalismo e comunicazione. Il perché è presto detto: si impara molto su come condurre un’intervista. E al riguardo consentitemi un ricordo personale; nei primissimi anni ’70 facevo il praticante presso un quotidiano economico (all’epoca le scuole di giornalismo erano sostanzialmente inesistenti e si diventava professionisti solo attraverso un contratto di “praticantato” di 18 mesi e il successivo esame di stato). Ebbene, quando il mio caposervizio mi mandava ad intervistare personaggi del mondo imprenditoriale e sindacale, mi raccomandava sempre tre cose: a) documentarmi il più possibile sul personaggio che andavo a sentire e sulle relative materie di competenza; b) preparare una scaletta modificabile a seconda delle risposte ricevute; c) mai dimenticare che l’intervista è fatta per avere l’opinione dell’interlocutore non per evidenziare la propria preparazione. Ebbene, nel corso degli anni, questi basilari principi, anche nell’universo musicale, sono stati completamente dimenticati e spesso leggiamo interviste in cui, paradossalmente, l’intervistatore parla più dell’intervistato.
Tutto ciò non accade nel libro in oggetto. Vi troviamo, infatti, trentaquattro interviste che coprono l’intero arco della carriera di Steve Lacy, dal 1959 al 2004, apparse in riviste di jazz americane ed europee ma anche inedite; ebbene la maggior parte di queste interviste sono ben fatte, ben condotte e soprattutto si raggiunge l’obiettivo desiderato: illustrare al meglio la straordinaria evoluzione della carriera e del suo pensiero musicale.
Anche perché attraverso le brevi introduzioni ad ogni singola intervista è possibile ripercorrere la carriera dell’artista. Senza trascurare, in questa edizione italiana, l’intelligente e competente opera di traduzione operata da Francesco Martinelli. (altro…)

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Enzo Boddi – “Uri Caine – Musica in tempo reale” – Sinfonica Jazz, pgg.241, 
€ 20

Uri CaineEccellente lavoro questo del musicologo fiorentino Enzo Boddi che dedica le sue attenzioni ad una delle personalità più sfaccettate e poliedriche che il mondo musicale ci abbia offerto negli ultimi decenni: Uri Caine. L’artista è ben noto al pubblico italiano sia per le numerose apparizioni in festival e concerti sia per le collaborazioni con musicisti italiani. Di qui un ulteriore motivo per leggere con curiosità ed interesse le oltre duecento pagine del libro.
E devo dire che la lettura viene ampiamente ripagata: Uri Caine è lumeggiato in tutti i suoi aspetti, a partire dalla Philadelphia anni ‘50, fino alle opere più recenti, a disegnare un mosaico complesso di cui le varie influenze cui Caine è stato sottoposto e le molteplici direzioni che la sua arte ha seguito nel corso degli anni rappresentano gli imprescindibili tasselli.
Ecco quindi i primi forti legami con Don Byron e Dave Douglas, l’importanza del piano-trio, il fattore soul nella sua musica .. per approdare ad un primo e importante punto fermo: la forza delle radici ebraiche che diventano fonte di ispirazione.
Raggiunta questa consapevolezza, Caine si muove su altri fronti: sperimenta con la canzone pop, sperimenta con alcuni grandi della musica classica quali Bach, Beethoven, Mozart, Schumann, Mahler, Verdi, si inoltra nei sentieri tortuosi della musica contemporanea…mantenendo comunque intatta la sua cifra stilistica. 
Boddi ci guida con mano sicura in questo zig zagare tra stili, epoche, suggestioni pure assai diversi e lontani tra di loro evidenziando quel filo rosso che lega il tutto e che è rappresentato dall’arte di Caine. Questo perché l’autore, nella sua analisi, non segue tanto un percorso cronologico quanto una via che si snoda attraverso i differenti contenuti della musica di Caine.
Il volume è inoltre scritto in maniera semplice ma non banale ed è corredato da discografia e biografia.

Peter Erskine – “No Beethoven – La mia vita dentro e fuori i Weather Report” – Arcana Jazz pgg.305 più un’appendice fotografica – € 25,00

No BeethovenI Weather Report non esistono più da tempo, Joe Zawinul è venuto meno nel 2007 eppure questi musicisti continuano a calamitare l’attenzione degli appassionati. Di recente vi abbiamo presentato quella splendida realizzazione della Legacy contenente inediti del gruppo. Adesso è la volta dell’autobiografia di Peter Erskine che, guarda caso, è anche l’estensore delle note che accompagnano la citata raccolta discografica. E la cosa non stupisce più di tanto ove si tenga presente da un lato la straordinaria carriera artistica di Erskine, batterista giustamente annoverato tra i più grandi di sempre, musicista e compositore di rilievo che ha collaborato con artisti di estrazione pure assai diversa quali, tanto per fare qualche nome Stan Kenton, Maynard Ferguson, Michael Brecker, Joni Mitchell, gli Steely Dan, Elvis Costello, Pat Metheny, dall’altro il ruolo che il batterista ha giocato all’interno del gruppo fondato da Joe Zawinul e Wayne Shorter. Un ruolo che andava ben al di là del semplice partner per assurgere a quello di vera e propria colonna portante della migliore edizione del gruppo, vale a dire quella con Wayne Shorter, Joe Zawinul e Jaco Pastorius; Erskine rivive quel periodo  che va dal 1978 al 1986, con cinque album, tutti di straordinario livello. Ma, come racconta lo stesso Erskine, c’è un prima e un dopo Weather Report. Ecco quindi i 63 capitoli in cui è diviso il volume, veri e propri frammenti di vita vissuta in cui l’artista esprime le proprie opinioni circa gli accadimenti della vita quotidiana di un musicista e quindi, tanto per fare qualche esempio, i rapporti con l’industria discografica, la musica per il cinema, le registrazioni ECM, i voli in Giappone e via di questo passo in una galleria affascinante di fatti e personaggi. Il racconto non si sviluppa, tuttavia, su un canovaccio temporale ma trova il suo preciso punto di riferimento nei Weather Report, ossia nel periodo che precede la sua entrata nel gruppo, negli anni vissuti assieme e nell’imperituro ricordo che accompagna il batterista dopo essere uscito dal gruppo. Non a caso l’autobiografia si chiude con una toccante “Ultima lettera di Joe” in cui il tastierista austriaco ringrazia Peter per la sua amicizia e soprattutto ricorda il grande amore che per tanti anni lo ha legato alla sua Maxine, “il centro del suo universo”.
Il volume è corredato da due appendici: la prima dedicata alle «persone che appaiono in questo libro, ma che non hanno avuto spazio sufficiente, oppure le persone che mancano del tutto dalla narrazione» (p.245); la seconda a cinquanta album, compresi tra il 1974 e il 2010 e selezionati da una discografia di seicento, «che per qualche motivo meritano una discussione separata» (p.279). (altro…)

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Claudio Sessa – “ Improvviso singolare . Un secolo di Jazz “ – ilSaggiatore- pgg.543 – €27

Il jazz è di per sé fenomeno assai complesso che presenta implicazioni ben più vaste del mero fatto musicale. Come tutti i movimenti artistici, è qualcosa che nasce e si sviluppa in un determinato contesto socio-economico motivo per cui se lo si vuol ben comprendere è necessario analizzarlo da molti punti di vista, relazionarlo con la situazione in cui si trova, nulla trascurando di ciò che gli sta attorno, dalla situazione politica a quella economica… a quella sociale e via discorrendo.
Come altre volte sottolineato in questa stessa sede, la pubblicistica sul jazz sta vivendo un momento particolarmente felice nel senso che le pubblicazioni al riguardo si moltiplicano come mai nel passato; eppure i volumi che valgono veramente la pensa di essere letti non sono moltissimi proprio perché manca quella visione d’assieme cui prima si faceva riferimento.
Obiezione che non può certo avanzarsi nei confronti di questo bel libro di Claudio Sessa giunto alla seconda tappa della sua annunciata trilogia, iniziato con “Le età del jazz. I contemporanei”.

Improvviso-singolareIn effetti Claudio affronta il problema con quella intelligenza ed acutezza che abbiamo imparato ad apprezzare nel corso degli anni: la sua non è una semplice storia del jazz, ma un racconto, attento, approfondito delle vicende – nel senso più ampio del termine – che hanno determinato la nascita e la diffusione del jazz dapprima negli States e poi in tutto il mondo.
In buona sostanza, prima ancora di esaminare il fatto squisitamente artistico, musicale, Sessa si sofferma a tracciare un quadro delle condizioni in cui i musicisti si trovano ad operare e così si capiscono molo bene le ragioni che hanno portato , ad esempio, al superamento della swing era, alla nascita del be-bop, all’affermazione del free jazz… e via di questo passo.
Nessun elemento del quadro d’assieme viene trascurato, in una narrazione porta con linguaggio semplice e chiaro, comprensibile anche dai non addetti ai lavori. In tale contesto si inserisce una serie di guide all’ascolto di circa duecento brani emblematici del percorso compiuto dal jazz nel corso di un secolo. (altro…)

La storia di “Udin&Jazz” nei 100 scatti di Luca d’Agostino

i 100 scatti

Può la storia di un Festival lunga 25 anni essere adeguatamente compendiata in 100 scatti? Sì, se a scattare le foto è un professionista serio e competente come Luca Alfonso d’Agostino.

Abbiamo conosciuto Luca parecchi anni fa quando siamo stati invitati per la prima volta a “Udin&Jazz”; lo abbiamo ritrovato questi ultimi due anni pronto al sorriso, disponibile, collaborativo e appassionato come sempre… insomma, per dirla fuori dai denti, Luca è uno “che non se la tira…”.

Di converso basta guardare attentamente le sue opere per rendersi conto di come d’Agostino viva la musica: le sue foto mai sono statiche ma raccontano una storia, presuppongono un prima e lasciano immaginare un dopo. “La foto di spettacolo più bella – racconta – arriva quando conosci l’artista fino a sapere quando farà un determinato gesto, perché ci hai passato ore assieme e non ti sei limitato a 3 minuti sotto il palco”.

Per averne ulteriore conferma basta soffermarsi su questo interessante volume non a caso intitolato “i 100 scatti – 25 anni di Udin&Jazz” , scatti che sino a domenica 5 luglio sono stati ospitati dalla Galleria fotografica ‘Tina Modotti’ .

Il volume è diviso in quattro sezioni: la prima, “a/solo”, consta di 52 foto, ed è dedicata a ritratti di singoli artisti italiani e stranieri; la seconda ,intitolata “cerchio/quadrato/triangoli/diagonali”, è composta da 9 scatti in cui Luca evidenzia un gusto particolare per la “costruzione” dell’immagine; la terza, “dialogiche”, comprende 14 immagini  che a nostro avviso rappresentano forse la parte più significativa del volume in quanto “ritraggono” un elemento determinante per il jazz: l’intesa tra i protagonisti di questa musica; nell’ultima sezione – “paesaggi” – possiamo apprezzare 25 foto in cui si narra un’altra dimensione del jazz, quella del contesto in cui questa musica trova la sua ragion d’essere. Insomma una sorta di guida che prendendoci per mano ci permette di capire cosa questa musica ha rappresentato e ancora rappresenta nella realtà di oggi.

Il volume è corredato da una introduzione di Flavio Massarutto che lumeggia efficacemente l’importanza del festival udinese nei suoi 25 anni di storia sottolineando come questa manifestazione abbia saputo ben interpretare i tumultuosi cambiamenti che hanno segnato la storia recente di questa meravigliosa musica. Di qui, scrive ancora Massarutto, “scorrendo i programmi delle 25 edizioni si può cogliere l’incessante sforzo di proporre contesti e contenitori in grado di attrarre il pubblico”… ma nello stesso tempo “la ricerca di artisti innovativi”.

E il merito principale di queste scelte va senza dubbio alcuno al direttore artistico e vera anima del Festival, Giancarlo Velliscig, che interviene a chiusura del volume evidenziando da un canto come il racconto di questo quarto di secolo in musica trovi il suo filo d’Arianna e i suoi contorni precisi  nella memoria grazie ai tasselli disseminati da Luca d’Agostino, dall’altro il fatto che il festival sia stato determinante  nell’aver messo a contatto i grandi del jazz internazionali con i musicisti locali agevolandone la crescita. Il volume comprende anche l’elenco dei cartelloni di tutti questi 25 anni.

Come avrete capito, di foto importanti  ce ne sono tante, comunque alcune ci sembrano particolarmente significative: ecco quindi Jimmy Giuffre del ’93, McCoy Tyner con Michael Brecker del 1996, Amiri Baraka e Pharoah Sanders del 2008, particolarmente emozionante l’immagine di Petrucciani con Velliscig del ‘98, tutti personaggi celebri… ma c’è spazio anche per i giovani: Clarissa Durizzotto, Mirko Cisilino con Leo Virgili del 2012… così come non mancano le immagini attraverso cui si raccontano altri aspetti del jazz: nel 2014 il concerto di Pat Metheny a Villa Manin venne annullato a causa del maltempo e l’istantanea di Luca fa rivivere quei momenti, con il pubblico che si ripara e il palco desolatamente vuoto.

La Prefazione di Luigi Onori al volume Roberto G. Colombo: “Tracce sfumate”

E’ uscito nel giugno scorso un interessa te ed inconsueto volume del chitarrista e musicologo Roberto G. Colombo: “Tracce sfumate. Storie di jazz che le storie del jazz non raccontano” (Erga Edizioni, pp.152,  14 euro).

La prefazione al testo è stata scritta dal nostro collaboratore Luigi Onori e la pubblichiamo (con l’autorizzazione di Colombo) per segnalare le tematiche affrontate.


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Prefazione

Roberto G. Colombo ha già regalato ai cultori ed agli appassionati di jazz due approfonditi testi dedicati a Django Reinhardt (2007) – con la sua “via non americana al jazz”, uno dei temi centrali nella riflessione dell’autore – e a Charlie Christian (2009) all’interno di “una storia filosofica della chitarra jazz”.

In “Tracce sfumate” Colombo sceglie di raccogliere  sei saggi scritti tra il 2011 ed il ‘15, cui aggiunge un inedito degli anni ’90 (sul rapporto tra solismo e composizione). Passa così dai chitarristi-cardine della storia del jazz (quindi dalla “macrostoria”) ad una serie di “microstorie” che approfondiscono al microscopio argomenti storici, musicologici, organologici spesso tra loro intrecciati che hanno come oggetto musicisti sconosciuti, modelli di chitarra, album celebri… Proporre insieme i sette saggi è anche un’occasione per il lettore di vedere come dietro a studi più ampi ed organici ci sia un lavorìo critico-analitico che nutre ed alimenta le “macrostorie”; indagare su aspetti solo in apparenza secondari consente, in realtà,  di giungere a questioni fondamentali che riguardano il jazz nella sua complessità di musica del Novecento. Il saggismo di Colombo – docente di Filosofia e Storia, chitarrista, musicologo e compositore –  offre infatti una serie di “spaccati musical-discografici” ricchi di riferimenti sociali e critici, documentati con quel rigore estremo e quell’ampiezza dei dati ai quali l’autore ci ha abituato. Il tutto viene espresso con un linguaggio chiarissimo, che poco o nulla concede al letterario o all’aneddotico, anche se in alcune sue parti “Tracce sfumate” è di certo un libro per iniziati.

Al centro – materiale ed ideologico – del volume spiccano i saggi “To Free or Not to Free” e “Parker e i chitarristi”: il primo è lo studio più ampio e l’unico che non abbia come oggetto chitarristi e chitarre ma l’album di Sonny Rollins “Sonny Meets Hawk”  del 1963, studio caratterizzato da una prospettiva di indagine originale di cui si parlerà; il secondo passa in rassegna i chitarristi che hanno attraversato il bop, soprattutto nella sua fase iniziale, per rivelare uno strumentista quasi completamente sconosciuto (Ronnie Singer, morto nel 1953).

L’inizio e la fine del volume vedono, invece, le vicende esemplari di due chitarristi italiani (uno napoletano e l’altro siciliano) quali Henri Crolla ed Alfio Grasso nel loro agire in Francia e in Germania (“Un italiano a Parigi”; “Un italiano a Berlino”). Incastonati tra questi tasselli due saggi “organologici” che hanno come argomento “La chitarra ecumenica” e “La chitarra trasversale”, pagine in cui Roberto G.Colombo scava in modo approfondito e specifico tra liutai, pick-up, registrazioni.

All’interno di questo impianto generale è importante evidenziare un metodo di lavoro e di studio che si fonda su un ascolto attento, analitico e comparato delle fonti sonore, con riferimenti sempre puntuali. Altrettanto l’autore fa con le fonti documentarie italiane e straniere, svolgendo nei suoi scritti una preziosa funzione di divulgazione di una saggistica quasi mai tradotta in italiano; peraltro si sondano, in modo critico, anche le pubblicazioni su web con una precisa azione di filtro e “validazione”.  Ciò, tuttavia, non è volto a fini accademici o di referenzialità ristretta: Roberto G. Colombo con le sue “storie di jazz che le storie del jazz non raccontano” (come recita il sottotitolo del volume) mette in luce argomenti importanti quali la creazione di un jazz europeo non imitativo rispetto a quello americano, il ruolo svolto dalle comunità italiane (e non solo) nel melting pot sonoro americano, il processo di sviluppo artistico nelle sue fasi di crisi e contraddizione, lo scontro/incontro generazionale, i “modelli stilistici” ed il rapporto con essi.

Mi si consenta, ora, di percorrere velocemente i saggi per enuclearne i passaggi salienti, rimandando alla loro lettura integrale perché è questa che davvero conta.

“Un italiano a Parigi” parla di Henri Crolla, chitarrista napoletano vissuto nella Francia della Quarta Repubblica, un musicista che accompagnava, improvvisando, le poesie di Jacques Prévert ed era spesso al fianco di Yves Montand. Egli <<ha dimostrato che è possibile partecipare all’elaborazione di un jazz autenticamente europeo senza necessariamente essere plagiati da colui che ne è stato in qualche modo il fondatore (…) Reinventare Django Reinhardt per legittimare l’aspirazione a praticare la musica afroamericana nel vecchio continente: è stato questo il programma estetico di Henri Crolla, l’ideologo dell’universalità del jazz>>.

Nel dettagliato percorso de “La chitarra ecumenica” si ricostruisce la figura del liutaio dell’Illinois Bill Barker (chitarrista ed insegnante di jazz), esponente di una delle due linee di liuteria impostesi negli Stati Uniti: una linea svedese (a cui apparteneva) e una linea italiana. Egli, contro tutti i collezionismi, <<era convinto, infatti, che le chitarre andassero suonate, piuttosto che esposte o contemplate. La chitarra è, per definizione, strumento: mezzo, non fine. Strumento per esprimere la propria visione del mondo o, più semplicemente, se stessi>>.

“To Free or not to Free?” ha come suo fulcro l’incisione nel 1963 di “Sonny Meets Hawk” da parte di Rollins e Coleman Hawkins al sax tenore, Paul Bley al piano e sezione ritmica, dopo un’esibizione a Newport organizzata da George Wein. Colombo giunge alla registrazione dopo aver passato al setaccio i quattro anni che precedono l’incisione, indagando nelle carriere ed inquietudini dei tre musicisti di differenti generazioni. Si sofferma su Rollins, affascinato dal free jazz e <<dall’idea di poterne essere considerato un autorevole esponente. Ma c’era, in lui, come un freno inibitore che lo tratteneva (…) per dirla in termini freudiani, è un po’ come se il giovane Sonny avesse introiettato la figura del padre elettivo (Hawkins) senza più riuscire, in seguito, a sbarazzarsene>>. Analizza anche il padre del sax tenore ed il giovane pianista di origine canadese così vicino al “jazz informale” di Ornette Coleman. <<Tre percorsi diversi, ma, convergenti, conducono Sonny Rollins, Coleman Hawkins e Paul Bley a incrociarsi sul palco di Newport, per ritrovarsi una settimana dopo in studio di registrazione. Trattasi di rotte di collisione? Apparentemente, sì: futuro contro passato, allievo contro maestro, free come scelta (Bley) contro free come problema (Rollins) (…) Eppure tutti e tre i musicisti condividono la volontà di andare oltre il già noto, di superare se stessi, di contribuire ad un profondo rinnovamento del linguaggio musicale consolidato>>. Qui mi sembra risiedere una delle lezioni fondamentali del jazz, unita all’analisi dettagliata del travaglio che porterà Sonny Rollins a trovare un nuovo, dinamico, possente e meraviglioso equilibrio artistico.

“Parker e i chitarristi” passa in rassegna Tiny Grimes, Arvin Garrison, Remo Palmieri, Barney Kessel per giungere a colui che <<sembra possedere la chiave per tradurre fedelmente sulla chitarra le linee complesse di Bird. Si tratta di Ronnie Singer, morto suicida nel 1953 alla giovanissima età di 25 anni>>. Qui Colombo divulga le ricerche  del chitarrista Axel Hagen, cui si deve la riscoperta recente  di  Singer, basata su una manciata di registrazioni amatoriali dove appare <<il tassello mancante nella storia della chitarra jazz: un esempio inconfutabile di come lo strumento che era stato al servizio delle grandi orchestre da ballo potesse infine padroneggiare, complice la rivoluzione elettrica di Charlie Christian, persino un codice che sembrava essere stato formulato ad hoc per trombe e sassofoni>>. E’ opinione di Hagen – e Colombo è d’accordo – che <<la storia della chitarra jazz si sarebbe sviluppata diversamente se il talento di Ronnie Singer avesse avuto solo il tempo di fiorire attraverso una serie di registrazioni ufficiali>>. Ciò fu concesso (dal destino? dalla Storia? dagli uomini?) a Christian e a Jimmy Blanton ma non a Singer, morto di overdose.

Ne “La chitarra trasversale” oggetto d’indagine è la Gibson ES-300, in particolare quando nel 1946 l’usarono l’esperto George Barnes e <<il novizio>> Django Reinhardt che la impiegò per il tour americano ma che poco era avvezzo allo strumento elettrico. Di grande respiro è l’ultimo saggio – “Un italiano a Berlino” – in cui l’autore si serve delle tesi di Tom Williams per spiegare la costante presenza di italoamericani nelle vicende chitarristiche del jazz e della musica statunitense. Si parte dal “Concerto per mandolino e orchestra” di Antonio Vivaldi per arrivare alle ondate migratorie tra fine Ottocento ed inizio Novecento, gravide di strumenti a corda. Del resto sarà Nick Lucas (Lucanese) ad incidere nel 1922 i primi brani per sola chitarra. In riferimento a Joe Pass, che fu incoraggiato dal padre, Williams precisa che <<il patrimonio musicale italiano (folclorico, classico, operistico) avrebbe fornito il terreno favorevole perché venisse coltivato un talento naturale che, in  altre condizioni, avrebbe potuto essere trascurato (..) aggiungendo che (…) la chitarra (…) in una famiglia di immigrati può diventare una preziosa fonte di reddito  finanche uno strumento di promozione sociale>>. Colombo, dopo aver citato importanti chitarristi italiani quali il friulano Luciano Zuccheri e il pugliese Cosimo Di Ceglie, si sofferma sul siciliano trapiantato in Germania Alfio Grasso. Solista originalissimo, in apparenza senza modelli, si rifaceva – secondo lo studioso italiano – all’argentino trasferito in Europa (1929-1939) Oscar Alemàn.

Ora le “tracce” sono meno sfumate e la storia si è fatta più nitida.