I nostri libri

I nostri libri

Krin Gabbard – “Charles Mingus – L’uomo, la musica, il mito” – EDT pgg.330 €22,00

Accingersi alla lettura di un nuovo libro è avventura sempre entusiasmante…ci si immerge in un universo sconosciuto, disegnato dall’autore, e al termine di questo percorso puoi sentirti arricchito o deluso. Le aspettative sono di solito alte, gli esiti incerti. Di qui l’importanza delle primissime pagine che possono spingerti a proseguire con entusiasmo o, viceversa, a guardare con diffidenza ciò che segue.
Al riguardo devo precisare che quando mi accingo a leggere un volume che so di dover recensire, cerco di non perdere alcunché di ciò che l’autore vuol comunicare. Quindi attribuisco una certa importanza anche all’introduzione. Ed è proprio in questa primissima parte del volume che ho trovato una perfetta concordanza con il ‘sentire’ dell’autore Krin Gabbard, già docente di Letteratura comparata alla State University, a capo del dipartimento di Jazz Studies alla Columbia University e insegnante di tromba alla New York Jazz Academy. Gabbard definisce il gruppo che Mingus guidava nel ’75 come il ‘suo ultimo grande quintetto’ un gruppo che sapeva accelerare o rallentare in perfetta sincronia in un modo che nessun’altra formazione riusciva a fare. Insomma qualcosa di unico. Valutazione su cui concordo pienamente. In effetti quando mi si chiede qual è il concerto che più mi è rimasto impresso, io rispondo senza esitazioni quello del gruppo di Mingus che si esibì al Sistina di Roma il 17 marzo del 1975 e che annoverava Don Pullen al piano, Dannie Richmond alla batteria, Jack Walrath alla tromba e George Adams al sax tenore… insomma proprio la stessa formazione citata da Gabbard.
E proseguendo nella lettura del libro, un altro elemento che mi ha particolarmente colpito è la capacità dell’autore di farti entrare talmente dentro la materia trattata da invogliarti ad approfondirla ancora di più. Ecco quindi che leggendo questo “Charles Mingus” ho sentito il desiderio di riprendere in mano l’autobiografia del contrabbassista per meglio comprenderla alla luce delle osservazioni di Krin.
Al di là di queste preliminari osservazioni, tutto il libro è godibile dalla prima all’ultima riga, grazie anche ad una prosa fluida, scattante, priva di qualsiasi autocompiacimento letterario (ma in ciò un ruolo importante lo gioca la traduzione sempre puntuale di Francesco Martinelli).
Molto funzionale ed intelligente la quadripartizione del volume. Nella prima parte – “Un circo in una vasca da bagno” – si affronta la vita e la carriera artistica di Mingus illustrate con dovizia di particolari e con un andamento narrativo che non conosce pause. Il lettore è catturato dalle vicende umane e musicali di Mingus, da quanto i suoi problemi di salute fisica e mentale abbiano influito sugli alti e bassi della sua carriera e deve, perciò, seguirlo fino all’epilogo. Particolarmente toccanti le pagine in cui si parla, per l’appunto, della malattia che porterà l’artista ad una fine prematura.
Assolutamente originale ed innovativa la seconda parte – “Poeta, paroliere, autobiografo” – in cui le doti di Mingus quali per l’appunto l’essere ‘poeta, paroliere e autobiografo’ vengono inquadrate nel più generale contesto dei rapporti tra jazz e letteratura. Di qui alcune caratteristiche che rendono particolare la personalità di Mingus: così, a differenza di Baraka, Mingus non crede che le opere d’arte possano essere separate dal caos giornaliero della storia e della politica, tutt’altro! Non è quindi un caso che le parole scritte da Mingus per i suoi brani mettano in evidenza diversi aspetti della sua poetica: dall’amore perduto al paranormale… fino alla stupidità del razzismo foriero di tanta infelicità e alla altrettanto stupida resistenza dei bianchi ad accettare l’idea che l’umanità sia una sola. Secondo Gabbard il Mingus letterato verrà, comunque ricordato soprattutto per “Beneath the Underdog”, la sua autobiografia che l’autore mette a confronto con altre autobiografie di musicisti jazz sottolineandone gli aspetti di assoluta originalità specie laddove il contrabbassista mette a nudo la sua ricerca di una identità coerente, identità complessa che però non gli viene riconosciuta in una società da cui è visto semplicemente come “nero”.
Nella terza parte, “La musica della Third Stream e il resto della storia del jazz”, l’autore, nell’evidenziare i diversi aspetti che in qualche modo legano Mingus da un lato sia al bop sia al cool, dall’altro alla musica popolare del Sud America (con una spiccata predilezione per quella messicana) e al flamenco, fa rilevare un lato ancora poco lumeggiato della poetica mingusiana. Ci riferiamo alla sua monumentale composizione “Epitaph” eseguita nel 1989 al Lincoln Center, composizione che secondo Gabbard avvicina in modo inequivocabile Mingus a quella Third Stream teorizzata tra gli altri da Gunther Schuller.
Nella quarta parte, “Sul palco e fuori con Richmond, Dolphy e Knepper”, l’attenzione viene incentrata su questi tre musicisti che sono stati tra i collaboratori più fedeli e duraturi di Mingus nonostante i rapporti alle volte burrascosi specie con Jimmy Knepper.
Nell’ “Epilogo” si parla dei film che vedono la partecipazione di Mingus sia come autore della musica sia addirittura come comparsa non trascurando le pubblicità televisive che hanno a volte utilizzato musiche mingusiane a lumeggiare un altro aspetto della composita personalità dell’artista.
A completare il volume una ricca bibliografia e una ‘discografia scelta’ nonché un utilissimo indice analitico.
Insomma un libro da non perdere.

Ashley Kahn – “Kind of blue. New York, 1959. Storia e fortuna del capolavoro di Miles Davis” – Il Saggiatore – pgg 292 €28,00

I lettori di “A proposito di jazz” conoscono già Ashley Kahn in quanto è stato recensito il suo splendido volume “Il rumore dell’anima”. Lo scrittore si ripresenta al pubblico internazionale con questa nuova perla dedicata a “Kind of Blue” un album che a ben ragione viene considerato una pietra miliare nella storia musicale del ‘900. In effetti è praticamente impossibile che un amante del jazz non conservi nei suoi scaffali almeno una copia di questo capolavoro, magari una in LP e un’altra in CD. Ma, attenzione, il titolo non deve trarre in inganno: certo, la parte centrale del volume è imperniata sull’album in oggetto, ma c’è di più, molto di più. In effetti delle sedute di incisione che portarono alla nascita del capolavoro si comincia a parlare solo a pag. 112.
In precedenza, Ashley, con l’acume che gli è congeniale, si incarica di tracciare un quadro del musicista seguendone gli sviluppi stilistici e inquadrando il tutto nel contesto di una società statunitense che in quegli anni (siamo nella prima metà degli anni ’50) sta conoscendo profondi cambiamenti. E’ in questo periodo che nasce quel sound che caratterizzerà Miles nel corso di tutta la sua carriera, quel sound che troverà la sua massima esplicazione alla fine del decennio quando, nel 1959, darà vita al capolavoro in oggetto.
Come suo solito Kahn entra dentro le cose – se mi consentite l’espressione – nel senso che non si accontenta delle testimonianze raccolte a piene mani ma vuole vedere, constatare personalmente tutto ciò che riguarda l’oggetto della sua indagine. Di qui l’esame delle partiture originali, la visione di tutti i documenti che riguardano le sedute di incisione (anche se non strettamente inerenti al fatto musicale), l’ascolto attento, quasi maniacale dei nastri originali delle due sessioni che diedero alla luce Kind of Blue… insomma un esame a 360 gradi i cui risultati sono ora a disposizione di tutti.
Ed è davvero straordinario poter ascoltare l’album avendo a disposizione una sorta di guida all’ascolto che ti consente di penetrare nelle più recondite pieghe di una musica straordinaria. Così, attraverso le parole di Bill Evans, di John Coltrane e degli altri musicisti è come se noi stessi, con un balzo all’indietro di 59 anni, fossimo lì, in quello studio della Columbia, sulla trentesima strada di New York, a sentire le battute che si scambiarono i musicisti in quelle ore, i dubbi e le discussioni che segnarono la ricerca di una nuova strada che avrebbe portato al jazz modale… a partecipare, insomma, alla nascita di un capolavoro che, ovviamente, non veniva considerato tale da chi in quel momento lo stava creando ovvero Miles Davis, John Coltrane, Bill Evans, Cannonball Adderley, Jimmy Cobb, Paul Chambers e Wynton Kelly.

Amedeo Furfaro – “Agenda Jazz – Appunti di Jazz Appreciation” – CJC – pgg143 €8,00

Giornalista, critico musicale e musicista Amedeo Furfaro evidenzia una bella facilità di scrittura dando alle stampe una nutrita serie di volumi. L’ultimo arrivato è questo “Agenda Jazz” che prende spunto dalle vicende personali dell’autore che in tanti anni di attività pubblicistica, legata al jazz, ha avuto modo di approfondire molte situazioni legate a questo genere musicale. Di qui la ricchezza dei temi trattati nel libro così come brevemente elencati dallo stesso Furfaro nell’introduzione: “Jarrett ed Hancock, Mozart e Puccini, il latin tinge e i colori del jazz, la filatelia e la fotografia, la grafica umoristica e gli autografi, l’improvvisazione e il futurismo”.
Gustoso il primo capitolo in cui l’autore cerca di fornire delle risposte a quanti si chiedono quanto possa valere oggi un autografo di un grande del jazz.
Particolarmente stimolante –e proprio per questo degno di ulteriori approfondimenti – il capitolo dedicato al rapporto tra jazz e cartoni animati, rapporto che vive un momento particolarmente difficile dato che, eccezion fatta per sporadici episodi, il jazz sembra rarefarsi sempre più nei commenti sonori.
Fa riflettere il capitolo dedicato alla “Filatelia” laddove l’autore pone giustamente in rilievo come mentre in tutte le altre parti del mondo anche l’emissione filatelica abbia dato il giusto spazio e la dovuta importanza alla musica jazz, nel nostro Paese non si registra alcuna apertura costante al grande jazz italiano nonostante alcune figure del jazz made in Italy siano oramai apprezzate se non osannate a livello internazionale.
Dopo brevi scritti dedicati a Hancock, Jarrett, Patitucci ecco forse quella che a nostro avviso, è la parte più curiosa e interessante dell’intero volume vale a dire una raccolta di vignette già uscite in forma sparsa su “Musica News” in cui si ironizza sul jazz, sui jazzisti dimostrando, così, come si possa fare satira bonaria su un universo così particolare come quello jazzistico.
Non mancano riflessioni sulla musica colta (Il rapporto tra Mozart e il jazz), sulla lirica (Puccini), sul tango, alcune interviste (Noa Anja Lechner e Riccardo Fassi sulla musica di Zappa) e una serie di scatti fotografici “strappati – sottolinea l’autore a concerti degli anni ’80 con mezzi di fortuna “.
Il volume è corredato da tre indici. dei gruppi musicali, dei brani, dei musicisti

Pino Ninfa – “Racconti in Jazz” – Postcart – pgg.163 €13,50

Ninfa è uno dei migliori fotografi che il panorama culturale italiano possa vantare, e non abbiamo usato la parola ‘culturale’ a caso ché l’arte di Pino non si estrinseca solo nel jazz andando ben al di là dei confini nazionali con straordinari reportage focalizzati sul sociale e realizzati in località molto lontane e non particolarmente tranquille, per usare un eufemismo. Al riguardo mi piace ricordare “Round about Township”, un viaggio fotografico in cui Ninfa racconta con toccante sensibilità e partecipazione le difficili condizioni di vita delle periferie urbane di Johannesburg e Città del Capo, luoghi storici dell’apartheid, ancora oggi simbolo di povertà e malessere sociale.
Ma veniamo al libro in oggetto: spesso si sente dire che la fotografia rappresenta una sorta di documentazione ‘oggettiva’. A mio avviso niente di più sbagliato; la fotografia risente, eccome, da chi la fa: è il fotografo che sceglie l’inquadratura, le condizioni di luce, il momento in cui azionare lo scatto… è il fotografo, insomma, che crea la fotografia. E per rendersene conto basta osservare con attenzione quanto pubblicato nel libro in oggetto.
Tutti noi potremmo fotografare in un club o in teatro musicisti come, tanto per fare qualche nome, Enrico Intra, Abdullah Ibrahim, i Funk Off, ma saremmo in grado di dare alla foto la stessa forza espressiva, la stessa carica comunicativa che Ninfa infonde nelle sue creazioni? Francamente ne dubito dal momento che l’essere artisti non è prerogativa di tutti.
Ché, lo ripeto, di vere e proprie creazioni artistiche si tratta: c’è chi si esprime con il pennello, chi con le note, chi, come fa Pino, con la macchina fotografica. E i risultati sono eccellenti, dal momento che le immagini di Ninfa non si lasciano racchiudere in una cornice spazio-temporale ma raccontano storie ed emozioni che si prolungano nel tempo. La cosa è ancora più vera quando, come nel caso in oggetto, alle foto si accompagna una breve introduzione, un breve scritto che serve a contestualizzare la foto. Ninfa sa perfettamente di non essere uno scrittore e proprio per questo, nel corso di un’intervista, spiega come “il mio uso della parola è molto vicino al parlare quotidiano, mentre attraverso la mia sensibilità visiva riesco a essere più personale nel trovare storie da raccontare agli altri e a me stesso”.
Molte di queste foto le ho viste nel corso di una mostra realizzata all’Auditorium Parco della Musica di Roma e ricordo perfettamente l’impressione di ammirato stupore che mi hanno trasmesso nonostante conosco e apprezzo Pino da molto tempo. Questo per dire che non c’è una foto che mi abbia impressionato più delle altre: è un racconto che va gustato attimo dopo attimo, immagine dopo immagine.

I nostri libri

I nostri libri

Claudio Fasoli – “Inner Sounds” – agenzia X pgg.285 – € 16,00
Conosco Claudio Fasoli da molti anni e credo ci leghi oramai un rapporto di reciproca stima e simpatia. Ciò nulla toglie all’obiettività con cui ho cercato sempre di valutare l’attività del musicista veneziano e l’altissima considerazione che di conseguenza ho sempre avuto di lui sia come persona sia come musicista. Credo, infatti, di non esagerare affermando che Claudio Fasoli è uno dei jazzisti più originali, significativi e creativi che il mondo del jazz, non solo italiano, possa oggi annoverare. Sulla scena da molto tempo, mai ha sbagliato un colpo sia nella scelta degli organici cui appartenere o cui dar vita, sia nelle produzioni discografiche tutte – e sottolineo tutte – di grande livello. Questo volume , a cura di Francesco Martinelli e Marc Tibaldi, è diviso sostanzialmente in quattro parti: nella prima troviamo tre contributi a firma, rispettivamente di Carlo Boccadoro, Franco Caroni e Massimo Donà; nella seconda una lunga intervista a Claudio Fasoli; la terza contiene alcuni scritti del sassofonista su personaggi iconici del jazz quali John Coltrane, Sonny Rollins, Wayne Shorter, Lee konitz…; la quarta è dedicata ad una serie di pareri di musicisti, giornalisti, addetti ai lavori, con varie competenze, sull’arte e la personalità di Fasoli. A chiudere un breve intervento di Roberto Masotti, un album fotografico, una discografia completa e una bibliografia minima esposta in ordine cronologico. Per dovere di cronaca bisogna sottolineare come il volume prenda le mosse da un altro libro-intervista (“Claudio Fasoli. Note Interiori” – Fondazione Siena Jazz del 2012.) Quell’intervista di Francesco Martinelli – riveduta ed ampliata – costituisce la parte focale anche di questo nuovo volume che rispetto al precedente presenta altre importanti novità: innanzitutto “Note Interiori” non era stato distribuito mentre questo “Inner Sounds” lo si può trovare in tutte le librerie. Inoltre la raccolta degli scritti di Fasoli è completa comprendente sia quelli pubblicati sia alcuni inediti come quelli su John Coltrane. Ciò detto non posso che ribadire quanto scritto recensendo il precedente volume e cioè che il colloquio tra intervistatore e musicista è condotto nel miglior modo possibile sviscerando la carriera di Fasoli in ogni più recondito ambito. Le domande risultano pertinenti e Fasoli risponde a tono, con sincerità e consapevolezza, non disdegnando di mettere in rilievo le varie fasi della sua vita artistica, le idee che le hanno sorrette, le motivazioni che l’hanno portato a determinate scelte. Insomma una lettura sicuramente gratificante che ci aiuta a comprendere non solo la poetica di un grande maestro ma anche perché il jazz nel nostro Paese ha seguito una certa linea evolutiva.

Dario Giardi – “Viaggio tra le note – I segreti della teoria e dell’armonia musicale” – I Libri di EMIL – pgg.200 – € 16,00
La teoria musicale è materia complessa con cui si deve confrontare chiunque voglia intraprendere la carriera di musicista. Ma la teoria musicale è allo stesso tempo materia affascinante la cui conoscenza ci consente di meglio penetrare nei meandri della composizione sì da conoscerne e apprezzarne i più intimi risvolti.
Ma è possibile insegnare ciò in maniera semplice? A questo interrogativo cerca di fornire una risposta Dario Giardi diplomato in teoria e armonia musicale al Berklee College of Music di Boston.
Il volume è diviso in tre parti: nella prima si ripercorre i principali avvenimenti nella storia della musica fino ad oggi; nella seconda si affronta in particolare i problemi legati alla teoria musicale mentre la terza è dedicata all’armonia.
Molti i problemi sollevati cui l’autore cerca di fornire risposte adeguate. Ovviamente la parte più significativa del volume è quella in cui gli aspetti principali della teoria e dell’armonia musicale vengono affrontati con un linguaggio volutamente semplice ed una serie di esempi che ci aiutano a meglio capire ciò che si legge.
Ciò detto, affermare che, essendo digiuni di teoria musicale, una volta letto questo libro si diventa padroni della materia è una solenne fesseria. Invece, risponde assolutamente al vero sostenere che, se si ha la pazienza di leggere con attenzione quanto Giardi scrive e di seguire gli esempi magari seduto davanti ad un pianoforte o ad una buona tastiera, si avrà un quadro più chiaro di quale sia, ad esempio, la differenza tra tonale o modale o cosa significhi analizzare la struttura armonica di un brano.
Insomma uno strumento che potrebbe risultare importante per insegnanti e studenti di musica nelle scuole, nelle università o nei conservatori, e per tutti coloro che desiderano meglio comprendere le caratteristiche di questo linguaggio. Il libro è impreziosito da numerose proposte di ascolto tratte dal repertorio sia classico sia rock, blues e jazz. Prefazione di Giampaolo Rosselli. (altro…)

34 interviste per conoscere Steve Lacy

Conversazioni con
Steve Lacy
Edizioni ETS
A cura di: Jason Weiss
Traduzione di Frabcesco Martinelli
Pagine: 330; € 28,00

conversazioni-con-steve-lacy

Ecco un volume di cui consiglierei la lettura non solo agli appassionati di jazz ma a quanti, in linea più generale, si occupano di giornalismo e comunicazione. Il perché è presto detto: si impara molto su come condurre un’intervista. E al riguardo consentitemi un ricordo personale; nei primissimi anni ’70 facevo il praticante presso un quotidiano economico (all’epoca le scuole di giornalismo erano sostanzialmente inesistenti e si diventava professionisti solo attraverso un contratto di “praticantato” di 18 mesi e il successivo esame di stato). Ebbene, quando il mio caposervizio mi mandava ad intervistare personaggi del mondo imprenditoriale e sindacale, mi raccomandava sempre tre cose: a) documentarmi il più possibile sul personaggio che andavo a sentire e sulle relative materie di competenza; b) preparare una scaletta modificabile a seconda delle risposte ricevute; c) mai dimenticare che l’intervista è fatta per avere l’opinione dell’interlocutore non per evidenziare la propria preparazione. Ebbene, nel corso degli anni, questi basilari principi, anche nell’universo musicale, sono stati completamente dimenticati e spesso leggiamo interviste in cui, paradossalmente, l’intervistatore parla più dell’intervistato.
Tutto ciò non accade nel libro in oggetto. Vi troviamo, infatti, trentaquattro interviste che coprono l’intero arco della carriera di Steve Lacy, dal 1959 al 2004, apparse in riviste di jazz americane ed europee ma anche inedite; ebbene la maggior parte di queste interviste sono ben fatte, ben condotte e soprattutto si raggiunge l’obiettivo desiderato: illustrare al meglio la straordinaria evoluzione della carriera e del suo pensiero musicale.
Anche perché attraverso le brevi introduzioni ad ogni singola intervista è possibile ripercorrere la carriera dell’artista. Senza trascurare, in questa edizione italiana, l’intelligente e competente opera di traduzione operata da Francesco Martinelli. (altro…)

I nostri libri

Enzo Boddi – “Uri Caine – Musica in tempo reale” – Sinfonica Jazz, pgg.241, 
€ 20

Uri CaineEccellente lavoro questo del musicologo fiorentino Enzo Boddi che dedica le sue attenzioni ad una delle personalità più sfaccettate e poliedriche che il mondo musicale ci abbia offerto negli ultimi decenni: Uri Caine. L’artista è ben noto al pubblico italiano sia per le numerose apparizioni in festival e concerti sia per le collaborazioni con musicisti italiani. Di qui un ulteriore motivo per leggere con curiosità ed interesse le oltre duecento pagine del libro.
E devo dire che la lettura viene ampiamente ripagata: Uri Caine è lumeggiato in tutti i suoi aspetti, a partire dalla Philadelphia anni ‘50, fino alle opere più recenti, a disegnare un mosaico complesso di cui le varie influenze cui Caine è stato sottoposto e le molteplici direzioni che la sua arte ha seguito nel corso degli anni rappresentano gli imprescindibili tasselli.
Ecco quindi i primi forti legami con Don Byron e Dave Douglas, l’importanza del piano-trio, il fattore soul nella sua musica .. per approdare ad un primo e importante punto fermo: la forza delle radici ebraiche che diventano fonte di ispirazione.
Raggiunta questa consapevolezza, Caine si muove su altri fronti: sperimenta con la canzone pop, sperimenta con alcuni grandi della musica classica quali Bach, Beethoven, Mozart, Schumann, Mahler, Verdi, si inoltra nei sentieri tortuosi della musica contemporanea…mantenendo comunque intatta la sua cifra stilistica. 
Boddi ci guida con mano sicura in questo zig zagare tra stili, epoche, suggestioni pure assai diversi e lontani tra di loro evidenziando quel filo rosso che lega il tutto e che è rappresentato dall’arte di Caine. Questo perché l’autore, nella sua analisi, non segue tanto un percorso cronologico quanto una via che si snoda attraverso i differenti contenuti della musica di Caine.
Il volume è inoltre scritto in maniera semplice ma non banale ed è corredato da discografia e biografia.

Peter Erskine – “No Beethoven – La mia vita dentro e fuori i Weather Report” – Arcana Jazz pgg.305 più un’appendice fotografica – € 25,00

No BeethovenI Weather Report non esistono più da tempo, Joe Zawinul è venuto meno nel 2007 eppure questi musicisti continuano a calamitare l’attenzione degli appassionati. Di recente vi abbiamo presentato quella splendida realizzazione della Legacy contenente inediti del gruppo. Adesso è la volta dell’autobiografia di Peter Erskine che, guarda caso, è anche l’estensore delle note che accompagnano la citata raccolta discografica. E la cosa non stupisce più di tanto ove si tenga presente da un lato la straordinaria carriera artistica di Erskine, batterista giustamente annoverato tra i più grandi di sempre, musicista e compositore di rilievo che ha collaborato con artisti di estrazione pure assai diversa quali, tanto per fare qualche nome Stan Kenton, Maynard Ferguson, Michael Brecker, Joni Mitchell, gli Steely Dan, Elvis Costello, Pat Metheny, dall’altro il ruolo che il batterista ha giocato all’interno del gruppo fondato da Joe Zawinul e Wayne Shorter. Un ruolo che andava ben al di là del semplice partner per assurgere a quello di vera e propria colonna portante della migliore edizione del gruppo, vale a dire quella con Wayne Shorter, Joe Zawinul e Jaco Pastorius; Erskine rivive quel periodo  che va dal 1978 al 1986, con cinque album, tutti di straordinario livello. Ma, come racconta lo stesso Erskine, c’è un prima e un dopo Weather Report. Ecco quindi i 63 capitoli in cui è diviso il volume, veri e propri frammenti di vita vissuta in cui l’artista esprime le proprie opinioni circa gli accadimenti della vita quotidiana di un musicista e quindi, tanto per fare qualche esempio, i rapporti con l’industria discografica, la musica per il cinema, le registrazioni ECM, i voli in Giappone e via di questo passo in una galleria affascinante di fatti e personaggi. Il racconto non si sviluppa, tuttavia, su un canovaccio temporale ma trova il suo preciso punto di riferimento nei Weather Report, ossia nel periodo che precede la sua entrata nel gruppo, negli anni vissuti assieme e nell’imperituro ricordo che accompagna il batterista dopo essere uscito dal gruppo. Non a caso l’autobiografia si chiude con una toccante “Ultima lettera di Joe” in cui il tastierista austriaco ringrazia Peter per la sua amicizia e soprattutto ricorda il grande amore che per tanti anni lo ha legato alla sua Maxine, “il centro del suo universo”.
Il volume è corredato da due appendici: la prima dedicata alle «persone che appaiono in questo libro, ma che non hanno avuto spazio sufficiente, oppure le persone che mancano del tutto dalla narrazione» (p.245); la seconda a cinquanta album, compresi tra il 1974 e il 2010 e selezionati da una discografia di seicento, «che per qualche motivo meritano una discussione separata» (p.279). (altro…)

I nostri libri

I nostri libri

Claudio Sessa – “ Improvviso singolare . Un secolo di Jazz “ – ilSaggiatore- pgg.543 – €27

Il jazz è di per sé fenomeno assai complesso che presenta implicazioni ben più vaste del mero fatto musicale. Come tutti i movimenti artistici, è qualcosa che nasce e si sviluppa in un determinato contesto socio-economico motivo per cui se lo si vuol ben comprendere è necessario analizzarlo da molti punti di vista, relazionarlo con la situazione in cui si trova, nulla trascurando di ciò che gli sta attorno, dalla situazione politica a quella economica… a quella sociale e via discorrendo.
Come altre volte sottolineato in questa stessa sede, la pubblicistica sul jazz sta vivendo un momento particolarmente felice nel senso che le pubblicazioni al riguardo si moltiplicano come mai nel passato; eppure i volumi che valgono veramente la pensa di essere letti non sono moltissimi proprio perché manca quella visione d’assieme cui prima si faceva riferimento.
Obiezione che non può certo avanzarsi nei confronti di questo bel libro di Claudio Sessa giunto alla seconda tappa della sua annunciata trilogia, iniziato con “Le età del jazz. I contemporanei”.

Improvviso-singolareIn effetti Claudio affronta il problema con quella intelligenza ed acutezza che abbiamo imparato ad apprezzare nel corso degli anni: la sua non è una semplice storia del jazz, ma un racconto, attento, approfondito delle vicende – nel senso più ampio del termine – che hanno determinato la nascita e la diffusione del jazz dapprima negli States e poi in tutto il mondo.
In buona sostanza, prima ancora di esaminare il fatto squisitamente artistico, musicale, Sessa si sofferma a tracciare un quadro delle condizioni in cui i musicisti si trovano ad operare e così si capiscono molo bene le ragioni che hanno portato , ad esempio, al superamento della swing era, alla nascita del be-bop, all’affermazione del free jazz… e via di questo passo.
Nessun elemento del quadro d’assieme viene trascurato, in una narrazione porta con linguaggio semplice e chiaro, comprensibile anche dai non addetti ai lavori. In tale contesto si inserisce una serie di guide all’ascolto di circa duecento brani emblematici del percorso compiuto dal jazz nel corso di un secolo. (altro…)

La storia di “Udin&Jazz” nei 100 scatti di Luca d’Agostino

i 100 scatti

Può la storia di un Festival lunga 25 anni essere adeguatamente compendiata in 100 scatti? Sì, se a scattare le foto è un professionista serio e competente come Luca Alfonso d’Agostino.

Abbiamo conosciuto Luca parecchi anni fa quando siamo stati invitati per la prima volta a “Udin&Jazz”; lo abbiamo ritrovato questi ultimi due anni pronto al sorriso, disponibile, collaborativo e appassionato come sempre… insomma, per dirla fuori dai denti, Luca è uno “che non se la tira…”.

Di converso basta guardare attentamente le sue opere per rendersi conto di come d’Agostino viva la musica: le sue foto mai sono statiche ma raccontano una storia, presuppongono un prima e lasciano immaginare un dopo. “La foto di spettacolo più bella – racconta – arriva quando conosci l’artista fino a sapere quando farà un determinato gesto, perché ci hai passato ore assieme e non ti sei limitato a 3 minuti sotto il palco”.

Per averne ulteriore conferma basta soffermarsi su questo interessante volume non a caso intitolato “i 100 scatti – 25 anni di Udin&Jazz” , scatti che sino a domenica 5 luglio sono stati ospitati dalla Galleria fotografica ‘Tina Modotti’ .

Il volume è diviso in quattro sezioni: la prima, “a/solo”, consta di 52 foto, ed è dedicata a ritratti di singoli artisti italiani e stranieri; la seconda ,intitolata “cerchio/quadrato/triangoli/diagonali”, è composta da 9 scatti in cui Luca evidenzia un gusto particolare per la “costruzione” dell’immagine; la terza, “dialogiche”, comprende 14 immagini  che a nostro avviso rappresentano forse la parte più significativa del volume in quanto “ritraggono” un elemento determinante per il jazz: l’intesa tra i protagonisti di questa musica; nell’ultima sezione – “paesaggi” – possiamo apprezzare 25 foto in cui si narra un’altra dimensione del jazz, quella del contesto in cui questa musica trova la sua ragion d’essere. Insomma una sorta di guida che prendendoci per mano ci permette di capire cosa questa musica ha rappresentato e ancora rappresenta nella realtà di oggi.

Il volume è corredato da una introduzione di Flavio Massarutto che lumeggia efficacemente l’importanza del festival udinese nei suoi 25 anni di storia sottolineando come questa manifestazione abbia saputo ben interpretare i tumultuosi cambiamenti che hanno segnato la storia recente di questa meravigliosa musica. Di qui, scrive ancora Massarutto, “scorrendo i programmi delle 25 edizioni si può cogliere l’incessante sforzo di proporre contesti e contenitori in grado di attrarre il pubblico”… ma nello stesso tempo “la ricerca di artisti innovativi”.

E il merito principale di queste scelte va senza dubbio alcuno al direttore artistico e vera anima del Festival, Giancarlo Velliscig, che interviene a chiusura del volume evidenziando da un canto come il racconto di questo quarto di secolo in musica trovi il suo filo d’Arianna e i suoi contorni precisi  nella memoria grazie ai tasselli disseminati da Luca d’Agostino, dall’altro il fatto che il festival sia stato determinante  nell’aver messo a contatto i grandi del jazz internazionali con i musicisti locali agevolandone la crescita. Il volume comprende anche l’elenco dei cartelloni di tutti questi 25 anni.

Come avrete capito, di foto importanti  ce ne sono tante, comunque alcune ci sembrano particolarmente significative: ecco quindi Jimmy Giuffre del ’93, McCoy Tyner con Michael Brecker del 1996, Amiri Baraka e Pharoah Sanders del 2008, particolarmente emozionante l’immagine di Petrucciani con Velliscig del ‘98, tutti personaggi celebri… ma c’è spazio anche per i giovani: Clarissa Durizzotto, Mirko Cisilino con Leo Virgili del 2012… così come non mancano le immagini attraverso cui si raccontano altri aspetti del jazz: nel 2014 il concerto di Pat Metheny a Villa Manin venne annullato a causa del maltempo e l’istantanea di Luca fa rivivere quei momenti, con il pubblico che si ripara e il palco desolatamente vuoto.