Parlano Sarah Jane Morris e Antonio Forcione

Come annunciato, dopo il podcast pubblichiamo la trascrizione dell’intervista a Sarah Jane Morris e Antonio Forcione, raccolta poche ore prima dell’applaudito concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma su cui vi abbiamo riferito in questo stesso spazio. Come forse noterete, le prime domande e risposte non figurano nel podcast in quanto abbiamo iniziato a conversare a microfoni spenti con Antonio Forcione nell’attesa che giungesse anche Sarah Jane. Gli scatti sono di Beniamino Gatto.

– Antonio, quale programma presenterete questa sera?

“Attualmente siamo in tour per presentare la nostra fatica discografica “Compared To What”.

– Come è stato accolto questo album?

“Molto bene, direi, anche perché, come ben sapete, Sarah Jane è bravissima sia come vocalist sia come autrice”.

– Come vi siete conosciuti? Come è nata la vostra collaborazione?

“Io e Sarah Jane sapevamo dell’esistenza l’uno dell’altra da tanto tempo ma non avevamo avuto l’occasione di suonare assieme. Qualche anno fa, una comune amica, la cantante e chitarrista Sarah Gillespie, ci invitò come special guest alla serata organizzata per la presentazione del suo nuovo disco. Essendo arrivati in anticipo, ci mettemmo a parlare e scoprimmo molte affinità sia musicali sia più in generale di vita. Allora ci siam chiesti: perché non provare a fare qualcosa assieme?”.

– E di qui è nato “Compared To What”?

“Esattamente. Dopo qualche giorno Sarah Jane è venuta a casa mia con un pacco di fogli, di appunti, di storie che prendevano spunto da fatti reali, magari dolorosi. Abbiamo scelto le storie che ci sembravano le migliori ed io le ho rivestite con una musica che è nata facile, spontanea. E’ stata davvero un’esperienza straordinaria perché abbiamo fatto tutto in un giorno e come ho già detto in altre occasioni è stato come scrivere musica per un cortometraggio”.

A questo punto ci raggiunge Sarah Jane Morris; accendiamo il registratore e le rivolgiamo la prima domanda

– Come ci si sente ad essere considerata una delle migliore vocalist al mondo?

S.J.M. “Accidenti. Non so chi può considerarmi tale!”

– Molta gente.

S.J.M. “Veramente? Bene, io non so com’è che fate i paragoni. Credo che dipenda molto dall’ascoltatore. L’unica cosa che so è che amo quello che faccio. Lo amo con passione. Lo amo ogni giorno di più. So quanto io sia fortunata a poter fare quello che faccio e spero di essere in grado di poterlo fare ancora per molto tempo, perché non do mai per scontato il fatto di poter continuare a cantare e a scrivere quello che vedo nel mondo, a esprimere me stessa attraverso le canzoni. Non lo do mai per scontato. Mi godo il viaggio”.

– Quindi è questo il motivo del suo successo.

S.J.M. “Non sono una grande notorietà in quel senso. Ma credo che il vero successo sia, come dicevo prima, di poter fare quello che amo fare”.

– Lei spesso viene in Italia dove è sempre molto bene accolta. Cosa le piace del nostro paese?

S.J.M. “L’Italia è la mia seconda casa. Mi piace tutto. La cosa principale è il fatto che l’Italia mi permette di essere me stessa. In Italia non mi si giudica, mi si accetta, mentre nel mio Paese, in Inghilterra, non trovo la stessa accettazione: a volte vengo considerata troppo politica… Per quanto concerne il lato artistico, sono vista ora come una cantante pop ora come una cantante jazz, non sono accettata soltanto per quello che faccio. Mentre in Italia tutto quello che tiro fuori viene ben accolto: insomma è Sarah Jane che viene ben recepita semplicemente per quello che fa. Inoltre adoro il cibo italiano, è la miglior cucina al mondo, veramente. È la più salutare al mondo. Il problema per noi inglesi è che quando veniamo in Italia, mangiamo ogni portata come se fosse tutto il pranzo e quindi ingrassiamo. Gli inglesi ingrassano con la cucina italiana perché non accettano il fatto che ci siano piccole porzioni. La cosa migliore è il fatto che voi coltiviate molto del vostro cibo. La luce del sole è una cosa di cui non sappiamo molto in Inghilterra. La cultura, la storia, ma prima di tutto l’accettazione da parte della gente nei miei confronti, ecco quello che mi affascina del vostro Paese”.

– Lei, Sarah, ama tanto l’Italia, Lei invece, Antonio, l’ha lasciata per andare a Londra…

A.F. “Per me succede esattamente il contrario, gli inglesi mi stanno abbracciando e mi dicono di non andare via, me lo chiedono proprio per email di non andare via perché sono un patrimonio per loro, quindi è un po’ strano, proprio oggi ne parlavamo con Sarah in macchina. Molto strano, perché lei si sente a casa qui, io invece sono accolto tanto bene in Inghilterra, in Italia ho qualche problema a tornare, come si dice, siamo un po’ esterofili noi, di più noi degli inglesi, gli inglesi sono un poco più aperti alle cose nuove, diverse…”.

– Lei da quanto tempo sta là?

A.F. “Da 34 anni. Una vita. Infatti i festival li ho fatti tutti là. Io ho girato più in Inghilterra che in Italia, conosco molto di più l’Inghilterra. Avendo detto questo, l’Italia a me piace tantissimo, vengo qua volentieri, però, per amor di Dio, c’è dell’ironia nel fatto che questo duo mi faccia tornare in Italia un po’ di più. È ironico anche che Sarah sia venuta con me anche in Scozia al Festival di Edimburgo… io lo faccio da 23 anni mentre lei non lo faceva da molto tempo. E’ tutto un po’ paradossale”.

– Sarah, se non mi sbaglio, Lei è venuta in Italia per la prima volta per cantare con un gruppo vocal blues chiamato I Panama nel 1980. Quindi è stata al Festival di Sanremo dapprima nel 1990, affiancando Riccardo Fogli, e poi nel 1991 quando ha vinto con la canzone “Se stiamo insieme” con Riccardo Cocciante. Come ricorda queste esperienze?

S.J.M. “Allora, la prima volta che sono venuta in Italia, per unirmi al gruppo, sono arrivata a Pisa e sono andata a vivere a Firenze; avevo bisogno di un luogo dove stare in Italia. È stato molto bello. Il primo concerto fu in occasione dell’apertura del Piper a Roma, che era stato ristrutturato, ed è stata una bellissima esperienza. Inoltre avevo un fidanzato italiano che aveva una Vespa. Ero giovane, sai? Era perfetto. Perfettamente romantico. Ricordo bene San Remo perché tutti i cantanti vorrebbero cantare con una orchestra e là era possibile; era la prima volta che cantavo con una orchestra ed è stato, come lei ricordava, con Riccardo Fogli. Il secondo anno, quando ho scritto insieme a Riccardo Cocciante la canzone che poi avrebbe vinto, ho raggiunto il grande successo in Italia arrivando ad un pubblico di fan molto vasto, dai più giovani ai meno giovani. Ero pazza di gioia perché ho capito che si stava aprendo una porta e mi piaceva l’idea che un paese festeggiasse la sua canzone. L’ho trovata una fantastica idea. Noi non lo facciamo abbastanza in Inghilterra, lo fanno in Francia ed è una grande idea di collaborazione ma il massimo è, come dicevo prima, esibirsi con una orchestra. Ho dei bei ricordi. In seguito, sono tornata al Festival nel 2006 per cantare con Simona Bencini e mi sono esibita anche con Noemi più di recente, credo quattro volte, forse un’altra… chi lo sa”.

– C’è qualcuno cui Lei sente di dover ringraziare in qualche modo per essere stato particolarmente importante nella sua vita di artista?

S.J.M. “Oh, ci sono tantissime persone da ringraziare. Ho tratto molta ispirazione da Nina Simone che era un’artista emotiva, una scrittrice e cantante fortemente combattiva; ho tratto grande ispirazione da Janis Joplin che era un’altra outsider e che non fu mai accettata in vita, lo fu soltanto dopo la sua morte. Sono stata ispirata musicalmente, anche se indirettamente, da Stevie Wonder perché anche lui ama scrivere di quello che accade nella vita, con tutte le sue mille sfaccettature. Sono stata molto ispirata dalle parole di Bob Dylan. Credo che sia uno dei più grandi poeti viventi nella musica. Ce ne sono troppi per poterli nominare tutti, veramente, tanta, tanta gente che devo ringraziare per le loro indicazioni”.

– Sarah ha parlato di Nina Simone, la quale si rifà molto all’Africa, lei, Forcione, ha dimostrato di essere particolarmente affezionato a questo continente avendo intitolato un suo album proprio “Sketches of Africa”. Come mai?

A.F. “All’Africa mi sono affezionato negli ultimi 7, 8 anni, comunque se dovessi ringraziare degli artisti, io non mi rifaccio soltanto all’ambito musicale, Charlie Chaplin è stato quello che mi ha inspirato di più perché mi ha fatto capire che con la creatività ci si può far tutto. È una delle doti che l’essere umano ha e la deve usare. Ovviamente ci sono musicisti come John McLaughlin, Egberto Gismonti, cui devo tantissimo… hanno fatto dei capolavori. John McLaughlin mi ha sempre affascinato come uomo, come persona che rompe le barriere musicali; negli anni settanta faceva Jazz Rock e quando tutti volevano imitarlo, lui prende, lascia tutto, va in India, studia musica indiana e torna con un gruppo Shakti stupendo; queste personalità a me interessano molto. A me non interessano i musicisti, mi interessano gli artisti come persone, quindi ho dei nomi anch’io da menzionare, Pat Metheny fa delle belle cose, John McLaughlin, Ralph Towner che ha scritto delle composizioni stupende, poetiche. Come dicevo a me interessa la creatività, la poesia”.

– Sarah, se lei dovesse scegliere un brano che la caratterizza particolarmente, quale sarebbe? Voglio dire, ogni volta che penso a Lei, non posso non pensare a “Me and Mrs. Jones”…

S.J.M. “Si, credo che “Me and Mrs. Jones” sia stato il brano che mi ha fatto conoscere al pubblico italiano, è stato un successo qui e trovo interessante il fatto che sia diventato un successo in Italia mentre in Inghilterra è stato bandito dalla radio per paura che io fossi lesbica, una clamorosa lesbica! È ridicolo, qui nessuno mi ha mai posto la domanda mentre in Inghilterra a Radio 1 ogni volta mi chiedevano “Lei è lesbica? Lei è lesbica? Lei è lesbica?”. Quando, quattro anni dopo, esplose il fenomeno Katie Lang, che era una lesbica di grande successo, tutti quanti mi volevano lesbica e ancora una volta non lo ero, quindi due volte amareggiata. Non ho nessun problema sul fatto di essere lesbica, semplicemente io non lo sono, non al momento… tutto può succedere nella vita. Chi lo sa… Ma la canzone di cui vado più fiera l’ho cantata prima di “Me and Mrs. Jones”. In Inghilterra ero molto coinvolta nello sciopero dei minatori del 1984 ed alla fine dello sciopero ho scritto con Kay Sutcliffe una canzone intitolata “Coal not dole”, che poi è diventata l’inno dei minatori: questa è stata la mia prima canzone di protesta ed ero molto coinvolta, emozionalmente coinvolta. Ero distrutta, alla fine, quando il governo Thatcher vinse, le miniere furono chiuse e le comunità furono distrutte; quindi, quella è la canzone di cui vado più fiera, avendo anche collaborato alla sua scrittura, nonostante “Me and Mrs. Jones” sia probabilmente uno dei miei maggiori successi”.

– Qual è la collaborazione artistica alla quale pensa con più piacere o più soddisfazione?

S.J.M. “Attualmente mi sto divertendo moltissimo con Antonio e stiamo crescendo insieme, sapevamo dell’esistenza l’uno dell’altro ma non ci conoscevamo quando abbiamo cominciato a scrivere insieme. È stato un viaggio che ha impiegato diversi anni ma adesso abbiamo molta fiducia l’uno nell’altro, ci conosciamo, siamo amici, amici veri, quindi ci capiamo a vicenda e la scrittura diventa ancora di più una gioia. Direi che questa è, al momento attuale, una collaborazione importante ma in passato credo di aver trascorso un’intera settimana vivendo accanto a Pino Daniele e in quella occasione ho scritto tre canzoni con lui. Quello è stato un momento molto speciale; ma io sono una persona che vive il momento e, indipendentemente da quello che faccio, do sempre il 150%. Oggi questa è la nostra creatura, ne parliamo molto, ci piace pensare che questa sia la prima tappa di un lungo viaggio. Antonio fa molti lavori da solo ma poi torniamo sempre a lavorare insieme. Tutto il lavoro che abbiamo fatto, l’abbiamo completato in due giorni. È stato velocissimo il modo in cui ci siamo capiti e come lui abbia compreso i miei testi. Non abbiamo avuto bisogno di parlare, è successo e basta, quindi sono pronta a continuare questa collaborazione”.

– Lei si muove facilmente dal Pop al Jazz. C’è un campo in cui si sente più a suo agio?

S.J.M. “Ho come una sorta di doppia personalità: nel jazz e nel pop. Non ho istruzione musicale, non ho mai studiato musica, quindi in qualche modo sono libera di esplorare qualsiasi genere perché non appartengo a nessuno e non ho nessuna conoscenza teorica, l’unica cosa che ho è il mio orecchio, che adesso è molto sviluppato, ed il mio istinto. Ho sentimento… e siccome sono una cantautrice, i testi per me sono molto importanti. Io racconto delle storie alla gente, forse il rifugiato che ho appena incontrato ed al quale ho dato il mio telefonino… io scrivo sulla vita, storie umane. Tornando più specificamente alla sua domanda, credo che il mio ascolto negli anni settanta del Rhythm and Blues, ma intendo dire l’originale R&B  per cui adoravo Sly and the Family Stone, i Metres, Bobby Womack, Bobby Bland… tutta questa gente ha avuto influenza su di me. Dopo è venuta la Motown ed anch’essa ha avuto su di me una grandissima influenza dal punto di vista musicale. Io sono un amalgama di tutto quello che ho ascoltato. Non appartengo a nessuno, sono come un pulviscolo”.

– Forcione, tra i personaggi con cui lei ha collaborato ce n’è uno che è molto, molto celebrato nel mondo del jazz; Charlie Haden. Come ricorda questa esperienza?

A.F. “Con affetto, ovviamente ascoltavo – e ancora oggi ascolto – la musica di Haden, album fantastici che per me sono come la Bibbia, ricordo ad esempio il magico “Folk songs” del 1979 con Haden, Egberto Gismonti e Jan Garbarek. Quando la casa discografica mi ha telefonato dicendomi ‘guarda che Charlie Haden ti sta cercando’ io pensavo fosse uno scherzo, poi lui la sera mi telefona e mi dice: ‘io voglio fare un disco con te, degli standard’, io gli rispondo ‘perché non facciamo cose tue che a me piacciono tantissimo e qualche brano mio se ti piace’; così  gli ho inviato un mio pezzo e abbiamo deciso la registrazione. Sono poi andato a Los Angeles e successe un fatto strano: quando bussai alla porta di Charlie Haden, uscì un cagnolino che appena mi vide cominciò a scodinzolare. Charlie mi disse ‘vedi, piaci al mio cane, questo vuole dire che hai energia positiva’. E da lì e nata una collaborazione costruttiva che è stata una lezione di musica ma anche di vita. Quell’uomo non aveva solo un paio di orecchie straordinarie, aveva qualcosa di eccezionale. Una volta gli ho fatto una domanda mentre ero a casa sua: ‘cosa cerca lei nella musica?’ Lui si ferma un attimo e poi mi dice: la bellezza. Non so se serve ma mi è rimasta così, la bellezza… nel senso più ampio del termine. Lo ricordo con tanto affetto Charlie Haden”.

S.J.M. ”Sì, in effetti l’hai detto oggi in treno che questa era stata una delle tue più importanti collaborazioni.”

– Sarah, e lei cosa cerca nella musica?

S.J.M. “Il mio viaggio nella musica spero che continui. Quello che cerco è di espandermi, non cerco mai la sicurezza, sono felice di essere portata in luoghi dove a volte devo lottare per la mia sopravvivenza; questo è stato il mio viaggio attraverso la vita e credo che quando sono sul palco, quando canto, vado altrove, sono attenta a ogni persona nel pubblico. E’ come se fossi in un precipizio e tentassi di tenermi con le unghie, sperando che siano abbastanza forti, ed allora, in qualche modo torno. Vado in questi luoghi pericolosi, non ne posso fare a meno. È quello che succede quando salgo sul palco”.

– Com’è la sua routine quotidiana?

S.J.M. “Nessuna routine. Non faccio mai riscaldamento. Non faccio mai pratica di musica. Quindi, questo non fa parte delle mie consuetudini quotidiane. Abbiamo un cane e adoriamo portarlo a passeggio per il bosco. Faccio Pilates quando posso. Per me è impossibile avere una routine perché viaggio sempre quindi sono abituata ad alzarmi alle tre di notte, andare in aeroporto alle cinque, prendere un aereo alle sette, arrivare, fare il check-in in albergo, prepararmi per il sound check, fare un concerto, volare altrove… questa è la mia routine, veramente. Abbiamo comunque un momento nella vita in cui ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di essere più semplici. Ci troviamo inglobati tutto il tempo in orari. Spegni e accendi una volta, e un’altra ancora per ricaricarsi. Fino a quando ero più giovane ero sempre pronta ad andare e via, via, via, e si, si, si; ma adesso mi rendo conto che ogni tanto ho bisogno di un mese in cui non salire sugli aerei, perché la mia vita è prendere sempre aerei…”.

– Ha mai pensato di aver dedicato troppo tempo al suo lato artistico trascurando il lato “normale”?

S.J.M. “No, mai. Da quando mio figlio è nato, l’ho sempre portato con me ovunque … almeno fino a quando ha compiuto cinque anni e quindi doveva andare a scuola. L’ho portato con me attorno al mondo; pagavo un’amica che veniva con noi e prima di andare sul palco lo tenevo in braccio; poi salivo sul palco con dei dolori qui (indica il seno) ma ci mettevo il tempo di una canzone per trasformarmi Sarah Jane Morris, non la mamma, ma non ho mai pensato di averlo trascurato perché lo coinvolgevo tantissimo nella mia vita. Gli ho chiesto se si sentiva trascurato e ha risposto di no. Se non potevo stare con lui, mi assicuravo che la persona che mi sostituiva fosse fantastica e la cosa meravigliosa è che la donna che si prendeva cura di lui quando io non c’ero è diventata la sua seconda madre… lui la tratta proprio come la sua seconda madre. Lei non ha mai avuto figli e c’è tra loro un meraviglioso rapporto; sono felice di poter condividere mio figlio con lei. Come cantante, ho avuto una lunghissima relazione con suo padre, un musicista anche lui, è stata una relazione molto complicata; è molto difficile per due musicisti stare insieme, perché è raro che entrambi abbiano successo contemporaneamente. Questo causa diversi problemi, indipendentemente da quanto importante sia la relazione. Sono stata fortunata, ero leader di una band e lui era un musicista nella band di altri, questo ha creato dei problemi. Forse lui direbbe che si è sentito trascurato ma eravamo tutti e due dei musicisti e sappiamo come è fatto il mondo degli artisti. Mi piace pensare che non ho dei rimpianti. Non mi guardo indietro perché quello che fatto è fatto”.

– Molti artisti sono sempre alla ricerca di nuovi suoni, differenti approcci alla musica. Pensa di appartenere a questa categoria?

S.J.M. “Sì assolutamente. Non sono il tipo di artista che ha successo con una canzone e poi la ripete ancora e ancora perché molta musica è così e credo che Antonio la pensi come me. Noi siamo sempre alla ricerca. Non pianifichiamo. Antonio è un musicista completo. Lui è completamente indipendente, come chitarrista lui non avrebbe bisogno di vocalist, succede, tuttavia, che ci sia tra noi una fantastica combinazione, ma io ho bisogno di Antonio, ho bisogno di qualcuno con cui lavorare. Io non suono nessuno strumento, non bene in ogni caso, quindi adoro queste forme di collaborazione. Chiunque può apportare cose diverse e questo è il mio eterno viaggio: la collaborazione con altre persone. Adoro questa sfida”.

– Moltissime grazie.

S.J.M. / A.F. “È stato un piacere”.

Sarah Jane Morris, Antonio Forcione: un duo che emoziona e trascina

Le collaborazioni tra vocalist e chitarristi non sono certo un fatto nuovo nel mondo del jazz. L’apice è stato raggiunto dal celeberrimo duo Ella Fitzgerald-Joe Pass che ha dato vita ad album oramai storici come “Take Love Easy” del 1973, “Fitzgerald and Pass…Again” del 1976, “Easy Living” del 1986. E tutti giocati su un repertorio costituito in massima parte da standard riproposti in veste minimale, con voce e chitarra acustica. Ma Ella e Joe non sono stati gli unici. Nell’arco degli anni ricordiamo Tuck and Patty, Sammy Davis Jr protagonista di due album oramai classici, uno con  Mundell Lowe per la Decca negli anni ’50 e l’altro alla fine dei ‘60 con Laurindo Almeida, Julie London accompagnata da Barney Kessel o Howard Roberts, Sheila Jordan con Barry Galbraith … fino a giungere ai giorni d’oggi con il duo “Empathia” costituito da Mafalda Minnozzi e Paul Ricci.

In questo glorioso filone si è inserito, oramai da qualche tempo, un altro duo di straordinaria valenza: Sarah Jane Morris e Antonio Forcione.

I due si sono esibiti di recente all’Auditorium Parco della Musica di Roma ottenendo uno strepitoso successo, per altro assai meritato.

In effetti si tratta di due musicisti di eccezionale livello: Sarah Jane Morris, (Southampton, 21 marzo 1959) è una cantante, compositrice, attrice britannica capace di interpretare con egual classe musica jazz, rock e R&B. Particolarmente legata al nostro Paese, che lei stessa definisce la sua seconda casa, non perde occasione per esibirsi dalle nostre parti trovando sempre un’ottima accoglienza.

Antonio Forcione (Montecilfone in Molise 1960) è un compositore, chitarrista, produttore che, dopo alcune esperienze nel nostro Paese, nel 1983 si trasferisce in Gran Bretagna dove ottiene unanimi riconoscimenti tanto da essere considerato, dagli stessi inglesi, uno dei musicisti più vitali ed originali dell’attuale scena musicale britannica; nel luglio 2012 inizia a collaborare ed esibirsi con Sarah Jane Morris.

Illustrate per somme linee la personalità dei due musicisti, si capisce bene il perché i due stanno ottenendo ovunque grandi consensi e il perché ogni loro concerto si concluda con una prolungata ed entusiasta standing ovation. Così alcuni critici hanno avvicinato il loro stile, l’intensità che mettono nelle loro interpretazioni, il modo in cui sanno raccontare in musica le proprie esperienze a veri e propri geni quali Janice Joplin, Tom Waits e Jimi Hendrix.

A Roma hanno presentato la loro ultima fatica discografica, “Compared To What”, album tutto giocato su un repertorio originale (ben otto brani scritti da Sarah Jane Morris, Antonio Forcione e Johnny Brown) cui si aggiungono altri quattro pezzi: “Blowin in The Wind” di Bob Dylan, “Message in a Bottle” di Sting, la title-track di Gene McDaniels e “Superstition” di Stevie Wonder. Il filo conduttore sia del disco sia del concerto è la precisa volontà di affrontare tematiche sociali di attualità e quindi di grande impatto; il tutto coniugato con arrangiamenti moderni e originali. Così ecco “Comfort Zone” che parla di violenza sulle donne, dedicato alle prostitute uccise a Ipswich nel 2006 da un serial killer, che evidenzia tutte le straordinarie capacità attoriali della Morris, in grado di calamitare l’attenzione degli spettatori senza minimamente alcunché forzare e pur tuttavia riuscendo a toccare l’animo di chi l’ascolta; ecco “The Sea” sul dramma dei profughi nel mar Mediterraneo, “I Bare My Soul” sull’incertezza del futuro. Accanto a queste tracce di impegno sociale, ci sono anche canzoni d’amore (“Awestruck” che apre l’album), d’ironia (“All I Want Is You”) e quelle tre cover cui abbiamo già fatto riferimento: “Message in a Bottle”, “Superstition” e “Blowing in the Wind”.

Per quanto concerne la modernità degli arrangiamenti, l’esempio migliore è costituito da “Blowing in the Wind”; ma l’essenzialità che caratterizza questo brano, il basarsi quasi esclusivamente sulla semplicità dell’esecuzione e dell’interpretazione, ha costituito la cifra stilistica dell’intero concerto romano. Chitarra e voce dialogano in modo convincente: Sarah Jane canta con la sua voce possente, ma allo stesso tempo calda, sensuale e avvolgente, dando un senso preciso ad ogni singola parola del testo; il suo stile, che la rende così personale, coniuga perfettamente una sensibilità pop con quella flessibilità che le deriva dall’amare e dal frequentare territori prettamente jazzistici. Dal canto suo Antonio Forcione crea una sorta di straordinario tappeto che mai si sovrappone alla voce, dando anzi alla Morris la capacità di far emergere la valenza del testo. La chitarra è quindi essenza musicale allo stato puro, mai una nota fuori posto, mai un fraseggio che non sia funzionale al discorso interpretativo, mai sfoggio di bravura ‘inutile’. Pochissime volte durante il concerto Forcione si è lanciato in spericolati assolo ma ogni volta – come ad esempio in “All I Want Is You” – è stato un tripudio di applausi.

Insomma una serata da incorniciare.

Gerlando Gatto

A Proposito di Jazz ringrazia Michele Stallo per la concessione delle immagini

Il Premio Internazionale a Castelfidardo: quando la fisarmonica la fa da padrona

Entusiasmante, coinvolgente l’atmosfera che si respira a Castelfidardo durante la settimana in cui si svolge l’annuale Premio Internazionale della Fisarmonica (PIF), esplicitamente riconosciuto come uno dei più importanti concorsi in ambito internazionale. Ed in effetti Castelfidardo è conosciuta in tutto il mondo proprio per la sua produzione di tali strumenti: è in questa cittadina delle Marche, in provincia di Ancona che nel 1864 ad opera di Paolo Soprani viene riprodotto uno strumento che anticipa in qualche modo la moderna fisarmonica; da quel momento, Castelfidardo diviene la “patria della fisarmonica” in Italia da tutti unanimemente riconosciuta.

A Castelfidardo, musica da ogni dove, in ogni strada, in ogni vicolo, in ogni angolo… mentre nei luoghi deputati i giovani si affrontano a colpi di mantice per conquistare gli ambiti riconoscimenti. Per un amante della fisarmonica come il sottoscritto, è stata una vera goduria non solo ascoltare tanti eccellenti strumentisti, ma avere la possibilità di visitare lo splendido museo storico la cui collezione è composta da circa 350 esemplari tutti diversi tra loro, molti dei quali “pezzi unici” provenienti da ventidue Paesi diversi. Alle pareti, oltre ad una interessantissima documentazione fotografica dal 1890 al 1970, sono collocate opere di artisti quali Marc Chagall, Tonino Guerra, Silvia Bugari, Rodolfo Gasparri e fedeli riproduzioni pittoriche di Giovanni Boldini, Fernand Leger, Gino Severini. Dislocate inoltre nelle varie sale, opere di scultura di Stefano Pigini, Franco Campanari, Edgardo Mugnoz. Tra le curiosità una lettera di Federico Fellini, il primo disco registrato con la fisarmonica da Pietro Deiro, la partitura originale di “Adios Nonino” di Astor Piazzolla. Tra le altre curiosità che ho avuto modo di vedere, la fisarmonica più grande del mondo, una “creatura” alta 253 cm, larga 190 cm, pesante circa 250 kg, che può essere essere realmente suonata grazie al supporto costruito a mano, come ogni suo componente, da Giancarlo Francenella felicemente coadiuvato da moglie e figlie.

Ma adesso, dopo questi inevitabili richiami di carattere cultural-turistici, veniamo alla gara vera e propria. Quest’anno, dietro esplicita richiesta di Renzo Ruggieri, musicista che non ha certo bisogno di ulteriori presentazioni, è stata reintrodotta la categoria Jazz a dirigere la cui giuria è stato chiamato il sottoscritto unitamente a Samuele Garofali eccellente trombettista, Simone Zanchini fisarmonicista tra i più spericolati sperimentatori, Marc Berthoumieux fisarmonicista e compositore tra i più quotati in quel di Francia e Giovanni Mirabassi pianista che proprio oltr’Alpe si è costruita una solida e meritata reputazione.

Ai nastri di partenza cinque formazioni: due provenienti dall’Italia e tre rispettivamente dalla Francia, dalla Polonia e dalla Bielorussia. Ad esclusione del trio francese “Sasusi” costituito da artisti di strada indubbiamente molto bravi ma assolutamente fuori contesto, gli altri gruppi hanno presentato tutti un livello più che accettabile. Il primo premio è andato al trio del polacco Arek Czernysz; già conosciuto e apprezzato nel suo Paese, Arek ha evidenziato una tecnica più che matura con buone doti improvvisative e quindi buona conoscenza del linguaggio jazzistico; ottima l’intesa con gli altri due compagni di strada. Unico neo, se così lo si può definire, una scarsa presenza scenica che, comunque, potrà essere acquisita con l’esperienza.

Al secondo posto un altro Trio, questa volta bielorusso, guidato dal fisarmonicista Anatoly Taran; anche in questo caso bella tecnica, ottima padronanza dello strumento, perfetta empatia fra i tre… solo che il polacco si è fatto preferire per una più spiccata propensione ad improvvisare e quindi per una maggiore aderenza all’espressione jazzistica.

Al terzo posto il trio italiano formato da Antonino De Luca fisarmonica, Massimo Manzi batteria e Emanuele Di Teodoro al contrabbasso; la formazione non ha certo sfigurato di fronte agli altri gruppi e non a caso a De Luca è andato un premio speciale della critica quale miglior solista.

Quarto il Giuseppe Di Falco Jazz Ensemble che nonostante una performance attanagliata dall’emozione, ha ricevuto, grazie alla bontà dei suoi arrangiamenti, un altro premio speciale costituito dalla possibilità di esibirsi in un concerto ad hoc.

Momenti di grande commozione la serata finale al Teatro Astra quando è stato chiamato sul palco il grandissimo Peppino Principe che proprio lo stesso giorno ha compiuto 90 anni; a questo eccezionale fisarmonicista, che per tanti anni si è sobbarcato quasi da solo il compito di non far scivolare in un colpevole oblio la fisarmonica, è stata conferita l’onorificenza di “ambasciatore della fisarmonica”. Dopo la premiazione dei vincitori delle categorie jazz e varieté, sono saliti sul palco Marc Berthoumieux e Giovanni Mirabassi per un concerto che meglio non avrebbe potuto chiudere la manifestazione; i due, oltre ad essere eccellenti strumentisti, hanno sviluppato nel tempo una pregevole intesa che li porta ad esibirsi su standard molto, molto elevati.

Gerlando Gatto

 

I NOSTRI CD. Dalle parole ai fatti: fisarmonicisti jazz, qualche suggerimento d’ascolto

E parlando di Castelfidardo, di fisarmonica, mi sembrava opportuno segnalarvi qualche CD più o meno recente inciso da fisarmonicisti che si esprimono con un linguaggio jazzistico.

Frank Marocco – “Ballads” – Artist Signed Records 12/009

Frank Marocco, Daniele Di Bonaventura – “Two For The Road” Artist Signed Records 11/008

E questa mini-rassegna discografica non poteva che iniziare con Frank Marocco, sicuramente una delle voci più originali nell’ambito della fisarmonica jazz. Un vero e proprio gigante che ha saputo dare una svolta al modo stesso di concepire lo strumento, di adattarlo a quelle che sono le pronunce jazzistiche grazie anche ad una tecnica formidabile ma posta sempre al servizio della musicalità, dell’espressività. Ne abbiamo probanti esempi in questi due album.

In “Ballads” Marocco si esprime in splendida solitudine affrontando con classe e pertinenza una serie di ballads molto famose come, tanto per citarne qualcuna, “Lover Man”, “In a Sentimental Mood”, “Smoke get’s In Your Eyes”. L’album ha anche un valore storico in quanto si tratta del suo ultimo CD, prima della scomparsa il 3 marzo del 2012 all’età di 81 anni, prodotto in Italia e pubblicato il 28 settembre del 2011. L’Italia è sempre stato un Paese molto amato da Marocco e non solo per le sue origini (il padre era di Caserta, la madre emiliana). Frank ha infatti continuamente collaborato con nostri musicisti tra cui il bandoneonista Daniele Di Bonaventura col quale ha anche inciso in duo il cd “Two For The Road”. L’album è un vero e proprio gioiellino la cui valenza travalica la bellezza dei temi scelti; i due artisti si integrano alla perfezione con le linee di fisarmonica e bandoneon che ora si intrecciano, ora si affiancano a disegnare un universo sonoro di rara suggestione. Splendida, tra le altre, l’interpretazione di “Pure Immagination” di Leslie Bricusse e Anthony Newley.

Renzo Ruggieri – Live Improvisations – APA 109 2 cd

(Da una recensione di Daniela Floris)

Renzo Ruggieri decide di assemblare in maniera ragionata una serie di registrazioni live di suoi concerti in solo, avvenuti nell’ arco temporale tra il 1998 e il 2010, con il preciso intento di porre l’accento sull’improvvisazione libera e sul coesistere del suo accordion con effetti elettronici e loop station: dunque un disco in solo ma con la possibilità di replicare, doppiare, distorcere e rendere mutevoli la voce di uno strumento molto connotato, che siamo abituati ad associare ad un tipo di musica tradizionale, nonostante nel Jazz lo stesso accordion oramai sia sempre più presente ed in alcuni casi innovativo. In questo percorso ardito, quasi una ricerca sperimentale avvenuta negli anni, (questo cd chiude un trittico cominciato con la registrazione in studio di Improvvisazioni Guidate VAP100 e Storie di Fisarmonica Vissuta VAP101 ), Ruggieri si lascia andare ad un’esplorazione integrale (e dal vivo) delle possibilità del proprio strumento, disvelandone le notevoli possibilità espressive, anche quelle più estreme. Quindici i brani in scaletta, ognuno un piccolo mondo a sé, da ascoltare rigorosamente con la totale apertura mentale che permetta di godere senza pregiudizi di suoni a volte anche ostici, ma sempre inseriti in un disegno che ha un qualcosa di ineluttabile, che in qualche modo va “nel modo giusto”. Perché in fondo sono l’espressione di un messaggio profondamente sentito dal musicista che estemporaneamente lo sta formulando: bisogna fidarsi di lui e con lui decidere di partire per quel viaggio in zone inesplorate.

Klaus Paier, Asja Valcic – “Timeless Suite” – ACT 9598-2

Album molto particolare questo che vede l’uno accanto all’altra Klaus Paier all’ accordion e al bandoneon e Asja Valcic al cello, impegnati su un repertorio assai variegato in cui accanto agli original dei due compaiono brani di Stravinsky, di Bach e di Piazzolla opportunamente arrangiati. Il risultato è notevole soprattutto perché alla fine dell’ascolto si resta allo stesso tempo affascinati e straniati, affascinati perché il sound che i due riescono ad esprimere è davvero unico, travolgente nella sua classica modernità. La tecnica messa in campo è straordinaria ma tutto viene declinato con la massima semplicità, senza alcuno sforzo apparente, con grande fantasia tanto che riesce difficile distinguere tra pagina scritta e parti improvvisate… il che se ci riferiamo ai due strumenti a mantice siamo ancora nel solco del prevedibile, mentre il discorso cambia radicalmente se prendiamo in esame il violoncello ché in ambito jazzistico gli esempi di violoncellisti bravi improvvisatori sono rari. Di qui lo stupore, lo straniamento cui si accennava in precedenza in quanto non si riesce a ben identificare se si tratti di jazz, di world music o di cos’altro. Un consiglio? Lasciate da parte le etichette e ascoltate l’album senza porvi eccessivi interrogativi; ne vale la pena!

Antonino De Luca – “Walkin’ On My Way” – Barvin 14/014

Antonino De Luca è uno dei partecipanti al concorso di Castelfidardo su cui ci siamo soffermati nel precedente articolo. Siciliano di nascita, De Luca oramai da anni si è trasferito proprio in quel di Castelfidardo affinando un talento che gli consentirà, quanto prima di raggiungere prestigiosi traguardi. In questo album inciso nel marzo del 2014, si avvale della collaborazione di Luca Pecchia (chitarra), Gabriele Pesaresi (contrabbasso), Federico Nelson Fioravanti (batteria e percussioni) con lo special guest Josè Luis Fioravanti (percussioni). L’album è declinato attraverso dieci brani in cui accanto a composizioni di Victor Young, Michel Petrucciani, Richard Rodgers, Johnny Green, Frank Marocco e Matt Dennis figurano cinque brani dello stesso De Luca che evidenzia in tal modo una bella propensione compositiva. Così il fisarmonicista riesce a transitare con disinvoltura da terreni più propriamente jazzistici ad atmosfere più propriamente brasiliane e funky. Il tutto senza perdere alcunché della propria identità stilistica. Non a caso lo stesso De Luca, nelle brevi note che accompagnano l’album, sostiene “la necessità di comunicare uno stato d’animo, di tirar fuori tutte le proprie emozioni” e come quindi la musica rappresenti il mezzo per comunicare una storia.

Tango transit – “Blut” – Artist Signed Records – 11/007

Il fisarmonicista Martin Wagner, nato nel 1967 a Francoforte, è il fondatore del trio “Tango Transit” completato da Hanns Hohn al contrabbasso e Andreas Neubauer alla batteria. Negli ultimi venticinque anni, questa formazione ha partecipato a numerosi festival prevalentemente di carattere jazzistico (Israele, Scozia, Italia, Francia, Svizzera, Romania) e realizzato quattro albums tra cui questo “Blut” registrato nel 2010 e un DVD live (“Live im Thalhaus” nel 2013). Trattandosi di musicisti di estrazione diversa, il trio ha elaborato uno stile affatto personale in cui confluiscono input provenienti da mondi diversi quali il jazz, il tango… fino al funky e alla musica Cajon. Elementi, questi, che si ritrovano appieno nell’album in oggetto che si articola su un repertorio di 12 brani tutti scritti dal leader, di cui i primi tre fanno parte di un’articolata e lunga suite, che rappresenta, a nostro avviso, la parte migliore dell’album. Tutta giocata e sull’abilità del leader e sull’intesa con gli altri due partners (in special modo con il contrabbassista) la suite si articola su momenti diversificati ben resi dal trio: così dopo un’intro dal sapore vagamente classicheggiante, si instaura prepotentemente un clima tanguero, soppiantato a sua volta da frammenti in cui ha la prevalenza un linguaggio più strettamente jazzistico… e via di questo passo sino alla fine della terza parte assai vicina all’espressività jazzistica anche per merito del già citato contrabbassista.

Massimo Mazzoni, Christian Riganelli – “New Klezmer Tales”Artist Signed Records – 15/015

L’album si avvale di un organico assolutamente inusuale, almeno per gli amanti del jazz: Massimo Mazzoni sax tenore e soprano, Christian Riganelli fisarmonica, cui si aggiungono in due brani, come special guests, Gabriele Mirabassi al clarinetto e Gabriele Pesaresi al contrabbasso. Mazzoni e Riganelli affrontano un repertorio molto impegnativo costituito da sette composizioni originali d’ispirazione klezmer per sassofono e fisarmonica in cui elementi tradizionali si mescolano con input più moderni in una sorta di coinvolgente mistura che raccoglie altresì suggestioni provenienti dalla musica contemporanea, dal contrappunto di marca bachiana e dalle armonizzazioni proprie del jazz; a queste sette composizioni si aggiungono standard della tradizione popolare (Der Heyser Bulgar,  The Blessing Nigun, Badeken Die Kallah, Ballad for a Klezmer)  ed una rivisitazione del III tempo (lamentoso e grottesco) dalla “Hot Sonate” di Erwin Schuloff. Ascoltando l’intero album non si può fare a meno di notare l’amore, la passione e soprattutto l’onestà intellettuale con cui i due hanno affrontato la difficile impresa: nessuno sfoggio virtuosistico, nessuna pretesa di stupire ma la sincera e assidua volontà di aderire a stilemi propri di una musica che per anni e anni ha narrato le vicende, le sofferenze di un intero popolo.

Gerlando Gatto

 

Intervista con il pianista cileno Antonio Flinta, all’indomani dell’uscita del suo nuovo album: “ho la necessità di scoprire cose”

Quando parli con un musicista, quando lo intervisti difficilmente trovi una corrispondenza tra le sue parole, il modo di articolare e concepire le frasi, i concetti, e la sua musica. Viceversa questa corrispondenza c’è, piena, quando si tratta di Antonio Flinta. Il pianista, compositore, arrangiatore cileno, si esprime in maniera non proprio semplicissima, i concetti si susseguono l’un l’altro e quando lo ascolti hai quasi difficoltà a capire dove voglia andare a parare. Poi all’improvviso la nebbia si squarcia e il quadro ti appare, nitido, preciso, facile da leggere. Ecco, la sua musica è composta da tanti elementi, presi singolarmente non facili da decifrare, ma il risultato finale è straordinariamente affascinante, godibile, mai banale, a delineare la personalità di un grande artista. Per averne una facile riprova, basti ascoltare la sua non ricchissima produzione discografica e soprattutto il suo ultimo album, autoprodotto e uscito in questi giorni. Ed è proprio da questo album che prende le mosse questa intervista.

– E’ appena uscito questo tuo album “La Noche Arrolladora”. Cosa rappresenta nell’ambito delle tue produzioni?

“E’ un disco nuovo, nel senso che i brani sono pensati in modo diverso rispetto a quelli contenuti nei precedenti album. Rappresenta, insomma, una certa evoluzione rispetto al passato: mi sto riferendo, ad esempio, al mettere assieme più frasi ritmiche sovrapposte che generano strutture dove improvvisare è più emozionante … ed è un disco molto bello. Ovviamente per noi musicisti l’ultimo album è sempre quello più bello, più valido”.

– Quanto c’è di improvvisazione e quanto di pagina scritta?

“Non credo di esagerare affermando che il 90% è improvvisazione e il 10% pagina scritta. Noi in trio, con Roberto Bucci al basso e Claudio Gioannini alla batteria suoniamo assieme da oltre venti anni… con Paolo Farinelli il sassofonista, sono molti anni che ci conosciamo. Questo per dire che nel gruppo c’è una grande intesa, quindi anche se in alcuni brani c’è una indicazione su ciò che ognuno di noi deve fare, poi quando ci esibiamo mettiamo sempre qualcosa di molto personale, nel momento stesso in cui suoniamo siamo portati ad improvvisare, a creare istantaneamente. A decidere dove andare a seconda di quel che succede… ed è così da tanti anni”.

– Quindi tu ti basi essenzialmente su strutture aperte…

“Alcuni brani sono concepiti come un assieme di elementi apparentemente in contraddizione tra loro ma mettendoli assieme si crea un meraviglioso disordine…  ogni strumento del quartetto suona frasi ritmicamente diverse… così la percezione precisa di dove sta l’uno ritmico, il battere, non c’è. Ecco, creare un tessuto del genere per cui, non sapendo ritmicamente dove sta il tuo compagno e sentendoti un po’ disorientato, è gran parte del clima che si respira in “La Noche Arrolladora”. Tutto ciò genera di per sé una struttura molto aperta… così alle volte accade che tutto converge su un punto ma non è voluto; è la conseguenza di quella improvvisazione, di quella intesa cui prima facevo riferimento”.

– Sentendoti parlare sembrerebbe che l’ascolto del disco sia ostico, e invece no. L’album è molto godibile con una ricerca non banale sulla linea melodica.

“Sono contento di quanto mi dici. E’ un bellissimo paradosso il fatto di comporre pensando ad elementi che possono sembrare molto tecnici come ritmi sovrapposti e frasi spostate, e che invece escano fuori brani che non ti fanno pensare alle singole note ma che, così come un libro, sono capaci di raccontarti qualcosa che va al di là, che ti trasporti in una dimensione altra”.

– Tu appartieni a quella nutrita schiera di musicisti che nel nostro Paese non hanno ancora ottenuto i riconoscimenti che meritano. Io, nel preparare questa intervista, ho cercato di documentarmi su varie fonti e non ho trovato un solo articolo, una sola recensione…una sola riga che non parli di te in termini più che positivi. Eppure il grande successo non arriva… Come mai?

“Il grande successo forse no ma devo dirti che sono egualmente molto, molto soddisfatto di ciò che la vita artistica mi ha dato sino ad oggi. Abbiamo suonato in giro per il mondo un po’ dappertutto… certo in Italia un po’ di meno. Il fatto è che siamo tanti, siamo in molti a suonare bene per cui le occasioni di lavoro si restringono. Comunque personalmente lo ritengo un fatto positivo: più musica c’è, meglio è. E ciò vale soprattutto per chi ascolta, che in tal modo ha più possibilità di scelta, di andare a cercare e trovare qualcosa di diverso”.

– Dal tuo punto di vista di osservatore privilegiato, che viaggia e si esibisce spesso all’estero, come valuti il pubblico italiano rispetto a ciò che si trova negli altri Paesi?

“Il pubblico italiano è semplicemente fantastico: nei mei concerti ho sempre avuto un gran bel rapporto con il pubblico; mi piace raccontare qualcosa sui brani che suoniamo perché penso che ciò possa facilitare l’ascolto e questo viene sempre ben accolto dal pubblico”.

– Quanto influisce il tuo essere artista sulla tua vita privata?

“120% ? Non so… ad un certo punto uno fa una scelta, io volevo fare il jazzista e l’ho fatto… l’ho capito tardi, ma l’ho capito e ho seguito questa inclinazione. Comunque non credo che l’arte debba condizionare la vita, semmai è il contrario, è la vita che condiziona l’arte. Non viene la musica al primo posto, ma un certo modo di vedere le cose sì. Sto qua per scoprire cose… è quello che sento, ho la necessità di scoprire cose e all’ultimo riesco ad esprimere, a comunicare tutto ciò attraverso la musica”.

– Cerco di essere più preciso: ma tutto ciò non toglie spazio, energia alla tua vita familiare, ai tuoi rapporti privati?

“No, non credo. C’è chi dedica l’intera giornata, ventiquattro ore su ventiquattro, alla musica. Io non sono così. Ho la fortuna di avere una famiglia che partecipa a questa percezione della vita dove c’è tanto da vedere, tanto da osservare, da avere anche momenti privati al di fuori dalla famiglia. Quindi non ho problemi da questo punto di vista… anzi forse è la vita privata che in certi momenti condiziona la musica. Non voglio farne a meno… è la mia vita privata che mi alimenta costantemente, che mi dà la forza per andare avanti”.

– Sulla base della mia esperienza, conoscendo da vicino moltissimi musicisti, posso dirti che sei piuttosto fortunato riuscendo a trovare un perfetto equilibrio tra vita privata e vita artistica.

“E’ vero. Ma lo so benissimo: sono molto, molto fortunato. Mia moglie è pianista, musicista, lei capisce benissimo”.

– Guardando indietro c’è qualcosa che non rifaresti o che rifaresti in modo diverso?

“No, penso di no. Con riferimento a quanto dicevamo prima, certo mi piacerebbe suonare di più e lo farò a partire da questo momento. E’ inutile pensare al passato, occorre sempre guardare al futuro. Poi io ho bisogno di tempo per fare le cose, ho bisogno che si sedimentino dentro di me e poi posso attuarle. A vent’anni non potevo fare le cose che faccio adesso quindi va bene così”.

– Parliamo adesso della tua vita piuttosto avventurosa. Tu sei nato in Cile; ma come sei finito in Italia?

“Sono nato in Cile perché mio padre, argentino, lavorava lì. Mia madre spagnola… tutto un miscuglio… mia nonna, da parte di padre, era italiana, quindi dopo aver vissuto in Cile e in Perù siamo venuti a Roma. Successivamente i miei genitori si sono separati e io sono andato con mia madre in Spagna. A Madrid ho studiato musica, poi sono andato alla Berklee e poi sono tornato a Roma dove ho cominciato a suonare”.

– Quando hai iniziato a suonare?

“Quando avevo 14 anni. Mi sono trasferito a Roma quando avevo vent’anni e quasi immediatamente ho trovato questi due compagni di viaggio – Roberto Bucci e Claudio Gioannini – con i quali abbiamo fatto molta strada. Oramai saranno venticinque anni che suoniamo assieme; quando saliamo sul palco siamo pronti ad improvvisare perché ci conosciamo benissimo e sappiamo altrettanto bene dove ci condurrà il cammino intrapreso da ciascuno di noi; è sempre un’avventura perché c’è il rischio che le cose non vadano come tu vuoi ma se non c’è rischio nulla succede… con persone che conosci da tanti anni puoi rischiare di più e tutto ciò mi dà grande gioia”.

– Ti capita di suonare in piano solo?

“Sì, qualche volta, mi piace, ci penso però ancora non è il momento giusto… arriverà”.

– Che tipo di preparazione pianistica hai?

“Da parte di mia madre che è basca, tutti i miei parenti avevano studiato musica, mio nonno e mia nonna il pianoforte, e mia madre oltre al pianoforte la chitarra con Andrés Segovia, per cui sin da piccolo ho da sempre ascoltato musica e ho cominciato a suonare. Ricordo che all’epoca non volevo prendere lezioni perché avevo paura di perdere spontaneità… sentivo Monk e riflettevo ‘ma questo non ha studiato pianoforte’, poi invece in Spagna ho appreso della esistenza della Berklee, ho vinto una borsa di studio dopo aver mandato una cassetta registrata in casa, sono andato a Boston e poi sono venuto qui in Italia, a Roma. Non sono andato in conservatorio, non ho una preparazione classica”.

– C’è un’esperienza artistica che ricordi con maggior piacere?

“Tante; è difficile citarne una o due. Ci sono state delle volte in cui senti che le cose sono uscite da sole, il pubblico risponde perfettamente e così ti senti in una sorta di nuvoletta in cui tutto si è compiuto; ci sono volte in cui pensi di non aver dato tutto e invece il riscontro del pubblico è spettacolare”.

Gerlando Gatto