Nicola Mingo: un artista che non tradisce

“Mingo si è oramai caratterizzato, nel variegato panorama jazzistico europeo, come uno dei migliori chitarristi bebop oggi in attività, con un’intensa ed ampia produzione discografica (7 CD a suo nome) ed una rilevante presenza nell’ambito di Festival jazz e rassegne nei migliori jazz club d’Italia. “Il suo fraseggio, a note staccate, risulta sempre quanto mai fluido e originale, memore dell’insegnamento dei grandi del jazz e quindi in grado di coinvolgere l’ascoltatore in un viaggio nel tempo di straordinario fascino”: così mi esprimevo il 3 dicembre del 2017 presentando il concerto di Nicola Mingo all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Mingo ha avuto la gentilezza di riprodurre questo pensiero nel booklet che  accompagna il suo ultimo album “Blues Travel” che sarà presentato ufficialmente il 18 prossimo all’Alexanderplatz di Roma. E mi fa piacere confermare quanto scrivevo più di un anno fa. In effetti Mingo rappresenta una solida realtà del panorama jazzistico non solo italiano: a testimoniarlo i suoi 8 album, gli indiscussi apprezzamenti di critica e pubblico… e forse ancor di più la stima da parte dei suoi colleghi musicisti.

Per questa ultima fatica discografica – che lo ha visto transitare dalla Universal alla più attiva Alfa Music – Mingo si presenta in quartetto con Giorgio Rosciglione al contrabbasso, Gegè Munari alla batteria e Andrea Rea al pianoforte, quindi due fidi compagni di viaggio cui si aggiunge il bravo Rea, già vincitore, nel 2007, del Prestigioso premio internazionale “Massimo Urbani”, che ha dimostrato di saper ottimamente interagire con la chitarra del leader.

In programma tredici brani, di cui ben sette scritti dallo stesso Mingo che conferma così le sue doti compositive (particolarmente suggestivo “To Pinot” sentito omaggio alla concezione melodica del blues di Pino Daniele) e sei dovuti alla penna di grandi della musica quali, in ordine di esecuzione sul CD, Harold Mabern, Kurt Weill, George Benson, Isham Jones, Wes Montgomery, Kenny Dorham.

Da questa elencazione si potrebbe dedurre l’impressione di una certa disomogeneità: nulla di più sbagliato ché l’album mantiene una sua intrinseca coerenza da ricercare nello stesso titolo “Blues Travel”. Come spiega lo stesso Mingo, “Blues Travel” è un viaggio musicale nel Blue Note, sound tipico del jazz anni Sessanta, di cui si vuol riprodurre l’atmosfera. Le tappe del viaggio hanno, quindi, come denominatore comune il Blues non inteso in senso comune, ma nel suo significato strutturale; ogni brano, infatti, rappresenta un modo particolare di intendere il blues e le blue notes. In buona sostanza Mingo rimane fedele a quel clima espressivo che ha caratterizzato oramai da anni il suo linguaggio, un clima espressivo che si richiama esplicitamente al bebop e al successivo hard-bop.

Ecco quindi le riproposizioni dei maestri cui sopra si faceva riferimento. Ecco quindi “Wes Blues” una composizione di Mingo dedicata al grande Wes Montgomery, sua principale fonte di ispirazione, costruita con frasi ad ottave ripetute così come amava fare il grande chitarrista di Indianapolis; ecco il sempre splendido “Speak Lowe” , di Kurt Weill,  vero e proprio cavallo di battaglia per molti jazzisti, riproposto da Mingo in maniera originale e convincente… e via di questo passo attraverso una galleria di trascinanti esecuzioni sino al brano finale, “Double Strings Blues”, di Mingo, eseguito in duo da chitarra e contrabbasso, un vero esercizio di bravura per ambedue i musicisti  a sottolineare un’intesa solidificatasi nel corso degli anni.

Durante il concerto all’Alexanderplatz di cui in apertura, si potrà ascoltare l’esecuzione integrale di tutto il nuovo lavoro discografico di Mingo.

Gerlando Gatto

L’Estate alla Casa del Jazz, ricca di splendida musica

Una splendida giornata di caldo e di sole ha fatto da cornice alla conferenza stampa di presentazione di “Summertime 2019“, la rassegna estiva della Casa del Jazz di Roma, che si aprirà il 24 giugno per concludersi il 1° agosto con oltre 30 concerti. Approfittando del clima finalmente favorevole, l’incontro si è tenuto all’esterno della palazzina di viale di Porta Ardeatina; al tavolo delle autorità Aurelio Regina, presidente di Fondazione Musica per Roma, Josè R. Dosal, amministratore delegato di Fondazione Musica per Roma, Teresa Azzaro, direttore artistico de “I concerti nel parco” e Luca Bergamo, vicesindaco e assessore alla Crescita culturale di Roma; in prima fila, tra il pubblico,  tre artisti di assoluto rilievo come Enrico Pieranunzi, Sergio Cammariere e Javier Girotto.

È toccato al vicesindaco rompere il ghiaccio; Bergamo ha illustrato gli ottimi risultati ottenuti dal suo assessorato nel Comune di Roma: nei primi tre mesi dell’anno, sono stati organizzati dalle istituzioni culturali partecipate dal Comune di Roma, esclusi i musei, duemilanovecento eventi con circa cinquecentomila presenze. Ora senza voler minimamente contestare tali numeri, chi avesse ascoltato le parole di Bergamo non abitando a Roma, avrebbe potuto credere che la Capitale stia vivendo un momento di particolare fulgore. Purtroppo non è così, ché gli eventi cui Bergamo accennava si sono svolti all’interno di un contesto cittadino non proprio ottimale, per usare un eufemismo. Nessun accenno, quindi, ai molti guai che continuano ad affliggere Roma e che solo molto, molto parzialmente possono essere leniti da quei successi cui il vice sindaco ha fatto riferimento.

Ma veniamo alla musica. Aurelio Regina ha sottolineato il valore sociale e civico che ha la Casa del Jazz, luogo tolto alla malavita organizzata e restituito alla città per cui “fare musica qui ha un valore doppio rispetto ad altri luoghi”. Fare musica che, anche quest’anno, si svolge sotto l’egida di Musica per Roma, dopo che lo scorso anno la manifestazione si era chiusa con un bilancio gratificante di oltre ventimila presenze. E tutto lascia supporre che anche quest’anno si potranno raggiungere risultati altrettanto positivi, vista la qualità del programma che comprende jazz, blues, soul, tango, swing, funky, acid jazz e musiche del Mediterraneo.

Come al solito ci soffermiamo sugli appuntamenti a nostro avviso più interessanti. In quest’ambito si inserisce l’apertura del 24 giugno con il Quinteto Astor Piazzolla, formazione di virtuosi sotto la direzione di Laura Escalada Piazzolla creata per proteggere e diffondere l’enorme lascito del musicista argentino.

L’8 luglio toccherà agli Incognito che riproporranno il loro inconfondibile mix di groove, soul e funk. Tanto atteso, poi, il ritorno del chitarrista Bill Frisell, che si esibirà in trio con Thomas Morgan e Rudy Royston il 10 luglio. Il 15 luglio ecco la Band guidata da Steve Gadd uno dei più influenti batteristi dell’intera storia della musica contemporanea; il 17 sarà la volta di un duo d’eccezione composto dal pianista belga Eric Legnini e da uno dei più talentuosi interpreti della New Jazz Generation italiana Raffaele Casarano. Il 19 luglio, a nostro avviso l’appuntamento più importante dell’intera rassegna: arriva Charles Lloyd, uno dei più grandi sassofonisti viventi, una vera leggenda, noto tra l’altro per alcune incisioni storiche (“Forest Flower” tanto per citarne una) e per aver lanciato le carriere di molteplici pianisti, tra cui Keith Jarrett e Michel Petrucciani. Il 21 luglio sarà la volta del trio composto da Peter Erskine, Eddie Gomez e Dado Moroni.

Il 30 luglio, grande festa per i 25 anni di uno dei gruppi più noti per aver reinterpretato il tango argentino in chiave jazz: Javier Girotto & Aires Tango “25 anos”. Come al solito “robusta” e di assoluta qualità la presenza del jazz italiano.

Il 26 giugno prima serata con la Roma Sinfonietta che eseguirà Trouble in Tahiti, opera nata nel 2018 in occasione del centenario della nascita di Leonard Bernstein, mentre la seconda serata – in programma il 4 luglio – sarà dedicata al genio compositivo di George Gershwin.  Il 29 giugno sarà il turno del poliedrico vocalist Gegè Telesforo mentre il 6 luglio ritorna la NTIO New Talent Jazz Orchestra, formata da giovani talenti del jazz italiano diretta da Mario Corvini che, per l’occasione, interpreterà le composizioni e la musica di Enrico Pieranunzi, egli stesso sul palco come ‘special guest’ (progetto che diverrà presto un disco per Parco della Musica Records).

Il 25 luglio troviamo la tromba di Paolo Fresu unita al bandoneon di Daniele di Bonaventura che incontreranno il violoncellista carioca Jacques Morelenbaum per gettare un ponte tra Mediterraneo e Brasile.  Il 26 luglio Sergio Cammariere presenterà al pubblico romano il suo ultimo disco “La fine di tutti i guai” pubblicato dalla Parco Musica Records; il 29 luglio Antonello Salis e Simone Zachini, virtuosi della fisarmonica e improvvisatori totali, si incontreranno per sperimentare una musica senza confini. Il 31 luglio l’eccezionale duo Fabrizio Bosso (alla tromba) e Julian Mazzarielo (al pianoforte) presenterà il nuovo disco ‘Tandem Live’.

Ma “Summertime 2019 – L’estate a Casa del Jazz” non finisce qui e prosegue anche con la 29esima edizione de “I concerti nel parco” – per la quarta volta nella location in via di Porta Ardeatina – con la direzione artistica di Teresa Azzaro. Vera e propria anima della manifestazione, la Azzaro è persona sicuramente capace, competente… peccato che non possieda il dono della sintesi. Il suo intervento, davvero lungo… molto lungo, ha reso impossibile seguirla con attenzione sino alla fine. Comunque, scorrendo il ricco programma, ci sono alcuni appuntamenti di rilievo anche per gli appassionati di jazz.

In particolare, l’11 luglio sarà di scena Sarah Jane Morris, una delle vocalist più carismatiche e interessanti dell’intero panorama musicale al di là di qualsivoglia etichetta mentre il 16 luglio il fisarmonicista di statura mondiale, Richard Galliano, e il flautista Massimo Mercelli si incontreranno con i Solisti Aquilani.

Il 27 luglio il duo Omar Sosa (pianoforte) e Yilian Canizares (violino e voce) si esibiranno con il percussionista Gustavo Ovalles nelle vesti di special guest. Infine, il 1° agosto, il graditissimo ricorso dell’Orchestra di Piazza Vittorio con la direzione artistica e musicale di Mario Tronco.

Gerlando Gatto

 

Rita Marcotulli è Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana

È “Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”; tra i tanti riconoscimenti ottenuti nell’arco di una lunga e luminosa carriera Rita Marcotulli può adesso annoverare anche questa onorificenza conferitale dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Già ufficializzata, la prestigiosa nomina sarà ulteriormente suggellata il 1 giugno al Quirinale con la sua partecipazione al ricevimento per la Festa della Repubblica.

Se una tale notizia farà piacere a tutti gli appassionati italiani, per il sottoscritto ha un significato particolare. Come detto molte volte, conosco Rita da quando ha cominciato a muovere i primissimi passi nel mondo della musica e fautore di questo felice incontro fu Mandrake, il percussionista con cui Rita suonava in quel periodo. Ebbene Mandrake – che è stato uno dei miei più cari ed affettuosi amici – mi dichiarò senza mezzi termini, “tieni d’occhio questa ragazza che è davvero formidabile e di cui sentiremo tanto parlare”. E così è stato; da allora ho sempre avvertito un legame particolare per questa artista anche per il comune sentimento che ci legava a Mandrake prematuramente e inopinatamente scomparso a soli 54 anni.

Eccomi, quindi a celebrare ancora una volta quella che personalmente considero una delle più grandi pianiste di jazz e non solo a livello nazionale ché Rita ha avuto la forza di imporsi anche su scene jazzisticamente difficili come la Scandinavia e la Francia. Ovviamente neanche la scena italiana le ha risparmiato i giusti riconoscimenti. Così è stata la prima donna ad aver vinto un David di Donatello per la miglior colonna sonora (nel 2011, per “Basilicata coast to coast”), ottenendo, tra l’altro, il Ciak d’oro, il Nastro d’Argento e due vittorie al Top Jazz prima come miglior talento emergente e poi come miglior talento italiano.

Nel corso della sua carriera Rita Marcotulli è, quindi, riuscita ad affermare il suo stile raffinato in numerosi progetti e generi musicali che l’hanno portata ad esibirsi in tutto il mondo con grandi artisti e nelle location più importanti a livello internazionale. Elencare i musicisti con cui ha collaborato e i progetti che ha varato sarebbe davvero troppo lungo e probabilmente inutile in questa sede. Basta forse ricordare gli oltre 25 album cui ha dato vita tra cui “Woman Next Door – Omaggio Truffaut”, che nel 1998 il magazine inglese The Guardian nominòmiglior disco dell’anno”, e l’ultimo di Giorgio Gaber “Io non mi sento italiano” pubblicato nel 2003 e vincitore nello stesso anno della ‘Targa Tenco’.

Proprio in questi giorni è uscito l’ultimo album inciso da Rita Marcotulli in duo con il batterista e vocalist messicano Israel Varela, il live “Yin e Yang” (ed. Cam Jazz), di cui vi riferisco assai volentieri. Il CD fa parte di quelle registrazioni effettuate da Ermanno Basso produttore dell’etichetta e Stefano Amerio anima e titolare dei celebri “Artesuono Recording Studios” nelle cantine del Friuli Venezia Giulia. Già in questo stesso spazio vi avevo segnalato un album di Pieranunzi, “Wine & Waltzes”, registrato nelle cantine del Friuli e adesso questa nuova realizzazione di Marcotulli e Varela evidenzia come la scommessa di Basso e Amerio sia stata vinta alla grande.

L’album si apre con una intro di Varela che disegna uno straordinario tappeto ritmico su cui si inserisce con naturalezza il pianismo della Marcotulli, sempre preciso, essenziale, mai ridondante. E che Rita sia una grandissima artista lo dimostra anche il fatto che per tutta la durata dell’album mai si avverte la mancanza del sostegno armonico solitamente fornito dal contrabbasso. In programma otto brani scritti quasi tutti dalla pianista, eccezion fatta per due pezzi di Israel Varela, e “Vou Ver” di Lokua Kanza (cantante e compositore originario della Repubblica Democratica del Congo) e Vander Lee (cantautore brasiliano venuto meno nel 2016) interpretato al canto magnificamente da Varela. Chi si immaginasse una musica disegnata dalla pianista, con Varela nel semplice ruolo di accompagnatore, sbaglierebbe di grosso ché gli spazi sono equamente divisi e il drumming ‘melodico’ (se mi consentite l’espressione) di Varela ha un ruolo di assoluto rilievo così come gli interventi vocali sempre pertinenti. Lo si ascolti ad esempio in “Everything Is Not” a mio avviso uno dei brani più riusciti dell’album, caratterizzato da una perfetta intesa e da una suadente linea melodica disegnata quasi in crescendo dalla pianista romana, sottolineata dalla delicata voce di Varela, e in “Aria” la cui apertura è affidata ad un centrato assolo del percussionista. E così di sorpresa in sorpresa si arriva alla fine dell’album con la netta sensazione di aver ascoltato due straordinari improvvisatori capaci di regalarci qualcosa di unico.

Per questo nuovo progetto, Rita Marcotulli sarà impegnata nei prossimi mesi in tour con un eccellente quartetto europeo formato dal bassista Michel Benita, il sassofonista britannico Andy Sheppard (vincitore di numerosi British Jazz Awards) e lo stesso Varela.

Gerlando Gatto

Mezzo secolo di vita per il Pescara Jazz Festival

E siamo a quota 50; attenzione, non è che si siano svolte 50 edizioni, ma che sono trascorsi 50 anni da quel 18 luglio 1969 quando si apriva la prima edizione del Festival Jazz di Pescara con due concerti di assoluto livello: il trio di Bill Evans e il quintetto di Philly Jo Jones; altrettanto prestigiosa la chiusura, il 20 luglio, affidata alla big band di Maynard Ferguson.

L’edizione di questo 2019, quindi del mezzo secolo di vita del Pescara Jazz Festival, è stata presentata alla stampa il 17 maggio scorso nella sala biblioteca del Ministero dei Beni Culturali alla presenza del sindaco di Pescara, Marco Alessandrini, del direttore artistico Angelo Valori e di Corrado Beldì, presidente I-Jazz.

Bisogna dare atto all’attuale direttore artistico di aver invertito la rotta rispetto al recente passato quando il Festival di Pescara era guidato da Lucio Fumo; in effetti negli scorsi anni la presenza dei musicisti italiani e abruzzesi era piuttosto residuale, mentre con la guida di Angelo Valori anche ai jazzisti italiani viene dato il giusto spazio. E la cosa è perfettamente riconoscibile scorrendo il programma di quest’anno: da lunedì 8 luglio quindici concerti consecutivi fino al 22, più una coda di tre date, 24 e 28 luglio e 9 agosto, con la presenza tra gli altri di Bepi D’Amato e Tony Pancella (il 22 luglio), Flavio Boltro e Stefano Di Battista feat. del gruppo di Maurizio Rolli, Rolli’s Tones II (stesso giorno) e Ada Montellanico quartet (il 9 luglio), che con Tencology ripropone molte canzoni del repertorio tenchiano più alcuni inediti con arrangiamenti jazz; come accennato il 9 agosto, gran finale con Fiorella Mannoia – Personale tour.

Tanti i big in programma: da Dee Dee Bridgewater (il 19 luglio), a Joshua Redman (il 20 luglio), al bassista camerunense Richard Bona (il 17 luglio) al chitarrista Robben Ford (l’11 luglio con il Lorenzo Tucci trio, feat. Karima). In calendario anche il concerto Una noche por Paco (con Antonio Sanchez sexteto e il cuarteto flamenco di Chano Dominguez, il 13 luglio. Biglietti 35, 30 e 25 euro).

Ma forse la vera sorpresa di questa edizione sarà Jacob Collier (il 21 luglio): cantante, polistrumentista, producer, fenomeno rivelazione del jazz contemporaneo, celebrità su YouTube, pupillo di Quincy Jones (leggendario produttore di Michael Jackson).

Molteplici le linee direttrici su cui si muove la programmazione così come delineata dal direttore artistico Angelo Valori. Innanzitutto la sezione “Pescara Jazz&Songs” che mette al centro la forma-canzone quale strumento di comunicazione e innovazione dei linguaggi, dei costumi e della storia di una società. Di qui la presenza in cartellone di nomi di spicco del mondo della canzone come Giuseppe Anastasi che l’anno scorso ha ricevuto la Targa Tenco per la Migliore opera prima con l’album Canzoni ravvicinate del vecchio tipo (l’8 luglio, concerto di apertura), Bungaro più volte ospite del Festival di Sanremo, a Pescara con Maredentro tour (il 10 luglio), e Fiorella Mannoia cui è affidata la chiusura del Festival.

Altre direttrici allargare il pubblico tramite l’organizzazione di tre concerti gratuiti nel cuore della città, nella bellissima isola pedonale di piazza Muzii, e valorizzare gli Under35, in linea con il trend europeo attento al ricambio generazionale. Il progetto Pescara Jazz Messengers presenta infatti giovani musicisti scelti tra studenti e neodiplomati dei migliori conservatori e college italiani ed europei, tra questi il conservatorio Luisa D’Annunzio di Pescara. Prenderà il via a settembre, inoltre, la collaborazione con la neonata associazione “Il jazz va a scuola”, guidata con passione da Ada Montellanico.

Non è da meno l’attenzione che Angelo Valori continua a porre nei confronti delle produzioni sinfoniche e che quest’anno vede protagonisti l’Orchestra sinfonica abruzzese con Michele Corcella ed il trio di Enrico Pieranunzi in una produzione originale (musiche di John Lewis con arrangiamenti di Corcella, il 18 luglio).

Nel corso della conferenza stampa sono intervenuti anche il presidente di I-Jazz Corrado Beldì e il pianista classico Nazzareno Carusi che si è soffermato sull’”importanza della creazione del nuovo pubblico” oggi più che mai, un  nuovo pubblico che passa attraverso la commistione di generi diversi. Ora, ferma restando la giustezza del principio secondo cui esistono la buona musica e la musica meno buona, ciò non toglie che personalmente questo tipo di commistione non mi convince del tutto. Mi spiego meglio: quello di Pescara è indubbiamente un Festival del jazz e allora va bene dare spazio alla vocalità e alla forma canzone ma non si poteva chiudere con un concerto più strettamente jazzistico?

Insomma un piccolo neo in un cartellone di grande interesse che non mancherà di soddisfare anche i palati più raffinati.

Gerlando Gatto

A Grado Jazz by Udin&Jazz Gonzalo Rubalcaba e Snarky Puppy

L’estate si avvicina e i vari festival del jazz che ogni anno affollano lo stivale scaldano i motori e presentano i rispettivi programmi.

Chi segue “A proposito di jazz” sa bene come oramai non amiamo particolarmente questo tipo di manifestazioni il più delle volte inutili passarelle di grandi nomi che tra l’altro si ha modo di ascoltare anche durante il resto dell’anno. Ci sono tuttavia eventi che sfuggono a questa regola e che quindi siamo ben lieti seguire e di segnalarvi, manifestazioni che si caratterizzano anche per la volontà di valorizzare i talenti locali dando loro il giusto spazio.

E’ in questa categoria che va inserita “Udin&Jazz” che quest’anno ha cambiato nome e location: ecco quindi il “Festival Internazionale GradoJazz by Udin&Jazz”, organizzato da Euritmica con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e del Comune di Grado, in collaborazione con i comuni di Cervignano del Friuli, Marano Lagunare, Palmanova e Tricesimo. Giunta alla sua 29° edizione, la rassegna si è oramai imposta all’attenzione generale per aver offerto al suo pubblico il meglio della scena jazz contemporanea, tra avanguardia e tradizione, ospitando grandi artisti internazionali e italiani, con un’attenzione particolare, come si accennava, ai musicisti del Friuli Venezia Giulia.

Il Festival si svolge a cavallo tra i mesi di giugno e luglio in diverse località della regione per approdare a Grado, che da quest’anno ospita il clou della storica manifestazione.

Nella settimana gradese, sono in programma concerti, workshop, mostre, libri, incontri, proiezioni, visual art, il tutto impreziosito da una piacevole ospitalità nello scenario magnifico della laguna di Grado, l’isola del sole, un lembo di terra sospeso tra mare e vento, tra storia e futuro.

Dopo un prologo già dal 25 giugno con concerti a Tricesimo, Cervignano del Friuli, Savogna d’Isonzo e un weekend a Marano Lagunare, il Festival entra nel vivo il 6 luglio, a Palmanova (Ud), città stellata patrimonio mondiale dell’Unesco, dove i mitici King Crimson, progressive rock band britannica di livello mondiale, si esibiranno nella  Piazza Grande nella prima delle quattro date italiane del Tour che celebra il 50°anniversario di attività per il gruppo di Robert Fripp e compagni; la serata finale  a Grado (Go), dove l’11 luglio gli Snarky Puppy, una delle più belle realtà della nuova scena musicale internazionale, saliranno sul palco del Jazz Village al Parco delle Rose, nella prima delle cinque date in Italia, per presentare il nuovo album “Immigrance”, uscito il 15 marzo.

Ma, procedendo con ordine, diamo un’occhiata più da vicino al ricco cartellone.

Il 25 giugno, la Piazza Garibaldi di Tricesimo vedrà esibirsi le vocalist e la band del NuVoices Project; il 26 sarà Cervignano del Friuli ad accogliere i Pipe Dream, una band internazionale con quattro delle personalità più interessanti nella nuova scena creativa italiana e con il violoncellista americano Hank Roberts; il 27, l’incantevole Castello di Rubbia a Savogna d’Isonzo ospiterà un “piano solo” di Claudio Cojaniz; nel weekend del 28, 29 e 30 giugno ritorna a Marano Lagunare la rassegna Borghi Swing by Udin&Jazz – seconda edizione – con un programma costruito ad hoc per valorizzare da un canto le migliori espressioni del panorama jazzistico del FVG, dall’altro i luoghi, l’ambiente, la storia, i riti, la cultura e l’enogastronomia del territorio in cui tale musica si è sviluppata.

Dal 3 luglio il festival si trasferisce a Grado, con una mostra di sassofoni d’epoca curata da Mauro Fain e proiezioni di filmati di concerti jazz storici; il 6 luglio, in occasione del “Sabo Grando”, la fanfara jazz Bandakadabra allieterà con la sua musica le vie del centro; il 7 luglio, GradoJazz entra nel vivo con la formula dei due concerti su due diversi palcoscenici (alle 20 e alle 21.30), nel Jazz Village del Parco delle Rose, dove lo spettatore, oltre alle emozioni della musica, potrà vivere anche una “street food experience” con degustazioni di prodotti dell’enogastronomia del FVG. Le cinque serate saranno precedute alle ore 18.00 da incontri con artisti, giornalisti, scrittori che animeranno i Jazz Forum nella struttura del Velarium, accanto all’ingresso principale della spiaggia.

Le notti gradesi si allungheranno al Jazz Club, dal 7 all’11 luglio, sulla spiaggia principale, verso mezzanotte, night music dal vivo, sorseggiando un drink sotto la luna a due passi dal mare…

La prima serata gradese del festival, il 7 luglio (ore 20), ci porterà ad immergerci nelle suggestive atmosfere argentine con il Quinteto Porteño, un tributo alla musica del grande Astor Piazzolla; alle 21.30, l’attesissima performance di uno tra i musicisti più noti d’Italia: il trombettista Paolo Fresu, con il suo nuovo progetto discografico “Tempo di Chet”, in trio con Dino Rubino (uno dei pochissimi musicisti che suona altrettanto bene tromba e pianoforte), e Marco Bardoscia (uno dei più interessanti contrabbassisti del jazz europeo). Questo dialogo a tre voci, raffinato, di grande impatto emotivo e intellettuale, è iniziato per l’avventura teatrale del progetto “Tempo di Chet – La versione di Chet Baker” e tutte le musiche sono composte da Fresu.

L’8 luglio, nel primo dei due concerti in programma, un’eccezionale performance: quella del trio del pianista Amaro Freitas, uno dei nuovi talenti del jazz contemporaneo brasiliano. A seguire, alle 21.30, una grande festa musicale con la North East Ska* Jazz Orchestra, formazione di 20 elementi cresciuta in regione, forte di un sound travolgente rodato sui palchi di mezza Europa, che qui presenta il suo nuovo lavoro discografico.

Il 9 luglio, a più di dieci anni dal disco “Licca-Lecca”, premiato dal pubblico con oltre 10.000 copie vendute, i Licaones ripropongono a Grado (ore 20) il loro progetto musicale con ai fiati, il sassofonista Francesco Bearzatti e il trombonista Mauro Ottolini, all’organo Oscar Marchioni e alla batteria Paolo Mappa.

Alle 21.30, sale sul palco del Parco delle Rose una delle stelle del jazz mondiale: il pianista Gonzalo Rubalcaba, in trio con Armando Gola al basso e Ludwig Afonso alla batteria. Definito dal New York Times “un pianista dalle capacità quasi sovrannaturali”, Rubalcaba è il più celebre musicista cubano della sua generazione, un virtuoso dalla tecnica strabiliante, la cui abilità improvvisativa ha contribuito a spianare la strada al movimento del jazz latino-americano e oggi ai vertici del pianismo jazz mondiale. Ed è proprio questo, a nostro avviso, l’evento clou del Festival. Personalmente conosciamo Gonzalo da molti, molti anni, avendolo incontrato ad un Festival della Martinica quando ancora era un giovane talentuoso pianista ma poco- se non per nulla – conosciuto in Europa. Da allora Gonzalo ha di molto modificato il suo stile pianistico che se prima era perfettamente riconoscibile come ‘cubano’ adesso non è in alcun modo etichettabile essendo espressione di un talento purissimo che mal sopporta qualsivoglia schematizzazione

Il 10 luglio, serata dedicata al blues! S’inizia con la Jimi Barbiani Band, nuovo progetto di uno dei migliori chitarristi blues rock slide d’Europa. Si prosegue, alle 21.30, con il grande bluesman californiano Robben Ford, il musicista che fondò i mitici Yellowjackets! La sua è una musica difficile da definire; suona e canta il blues con grande classe ma il suo percorso artistico prevede importanti incursioni nel jazz, nella fusion e nel funky. Non a caso vanta collaborazioni discografiche eccellenti con artisti di assoluto livello quali, tanto per fare qualche nome, Miles Davis, i Kiss, Burt Bacharach, Muddy Waters, George Harrison, Joni Mitchell. Cinque volte candidato ai Grammy, è stato definito dalla rivista Musician “uno dei più grandi chitarristi del XX secolo”.

La serata finale del festival, giovedì 11 luglio, sarà aperta da Maistah Aphrica, progetto che porta i suoni dell’Africa rivisitati dai migliori protagonisti del panorama jazz made in FVG. Il concerto-evento degli Snarky Puppy, collettivo con base a New York e con circa 25 membri in rotazione, fondato dal bassista Michael League, chiuderà l’edizione 2019 di GradoJazz by Udin&Jazz.

Gerlando Gatto

 

 

James Senese Napoli Centrale: un artista sempre attuale – Il concerto l’11 maggio all’Auditorium Parco della Musica di Roma

Una vagonata di ‘neapoletan-funky’ scaraventata su un pubblico entusiasta e appassionato: potrebbe essere questo, in estrema sintesi, il racconto del concerto tenuto da James Senese Napoli Centrale all’Auditorium Parco della Musica di Roma l’11 maggio scorso. Concerto che si inserisce nell’ambito del tour che l’artista ha iniziato lo scorso anno per festeggiare sia i 50 anni di carriera sia l’uscita del suo primo live, il doppio cd antologico “Aspettanno ‘O Tiempo”. L’album, registrato durante il tour invernale 2017, contiene tutti i suoi grandi successi oltre due inediti – lo strumentale “Route 66” e “‘Ll’ America”, quest’ultimo scritto da Edoardo Bennato per James, e una rilettura di “Manha de Carnaval” di Astrud Gilberto e Herb Otha, qui intitolata “Dint’ ‘o core”.

Per questa nuova impresa il sassofonista e vocalist napoletano ha fatto ancora una volta ricorso alla sua rodatissima band, con Ernesto Vitolo alle tastiere, Gigi De Rienzo al basso e Agostino Marangolo alla batteria. Per quei quattro o cinque che non lo conoscessero, basti aggiungere che James Senese è stato uno dei protagonisti assoluti di quello straordinario movimento che negli anni ’70 interessò la città partenopea, tanto da essere ricordato come “neapolitan power”. Senese collaborò a lungo con Pino Daniele, tanto che la band presentata a Roma è la stessa che compare, come gruppo base, nello storico album dello stesso Daniele “Nero a metà” pubblicato nel 1980.

Nel concerto romano, Senese, ad onta dei suoi 73 anni compiuti, non si è certo risparmiato… anche se il tempo qualche traccia l’ha lasciata. Così la sua voce, specie sulle tonalità più basse, non è quella di un tempo e al riguardo non l’ha certo agevolato una presa di suono molto vicina al rock: con la batteria iperamplificata e in genere un volume di suono, per il sottoscritto, un po’ troppo elevato, la voce di Senese si percepiva male e in alcuni tratti quasi per nulla. Viceversa quando imbracciava i sassofoni (tenore e soprano) abbiamo ritrovato il Senese di sempre, con un sound forte, preciso, spesso ruvido, caratterizzato da un leggero vibrato e con un sound che alle volte richiamava quello di Gato Barbieri.

E così di brano in brano il concerto si è sviluppato lungo direttrici ben precise, con Senese assoluto padrone della scena, in grado di far valere tutto il suo carisma e di trasmettere emozioni ad un pubblico che l’ha seguito con grande partecipazione. Un momento di sincera commozione ha pervaso l’intera platea quando Senese, ricordando il grande amico scomparso, Pino Daniele, gli ha dedicato la struggente “Chi tene ‘o mare” forse uno dei pezzi più significativi scritti da Pino Daniele in cui “chi tene ‘o mare/’o sape ca è fesso e cuntento/chi tene ‘o mare ‘o ssaje/nun tene niente…” a significare che la popolazioni del Sud del mondo, cui appartiene la sua Napoli, mai potranno essere private dell’unica ricchezza che posseggono: il mare. E questa sorta di denuncia contro le ingiustizie, le diseguaglianze l’emarginazione degli outsider, che hanno da sempre fatto parte integrante della sua poetica, le abbiamo ritrovate nel concerto romano anche se espresse– se ci consentite il termine – con più dolcezza, come se i 50 anni di carriera ne avessero in qualche modo ammorbidito alcune rigidità espressive. D’altro canto chi meglio di lui, figlio di un soldato statunitense di colore, di una giovane napoletana e della guerra, può raccontare la tristezza di chi soffre?

Alla fine pubblico entusiasta e Senese a concedere due applauditi bis.

Gerlando Gatto