Roma torna ad essere la capitale del jazz!

Non chiedetemi il perché: non lo so. Fatto sta che inopinatamente, nonostante i mille problemi che affliggono la città, Roma si presenta all’appuntamento con l’estate quale vera capitale del jazz. Sono davvero tante le iniziative dedicate alla musica afroamericana che si svolgeranno nella Capitale, alcune davvero di eccellente livello.

Roma, Auditorium Parco della Musica 18 06 2018 foto Musacchio & Ianniello

E partiamo con una struttura prestigiosa che, dopo vari mesi di assoluta inattività, torna prepotentemente alla ribalta. Lunedì 18 giugno, introdotta da un breve assolo di Danilo Rea, è stata presentata alla stampa la riapertura della Casa del Jazz nel cui parco il primo luglio parte la stagione estiva, la prima sotto la gestione della Fondazione Musica per Roma e all’interno della rassegna Estate Romana. Il parco di Villa Osio diventa così il palcoscenico ideale di una fitta programmazione di proposte originali, grandi concerti e spettacoli dal 1° luglio al 5 agosto in collaborazione con IMF Foundation e I Concerti nel Parco.

In particolare la Casa del Jazz ospiterà la 42esima edizione del Roma Jazz Festival, lo storico e prestigioso festival diretto da Mario Ciampà, che dopo 12 stagioni autunnali all’Auditorium Parco della Musica ritorna in estate con gran parte della programmazione alla Casa del Jazz. “Jazz is Now“ è il titolo di questa edizione che vuole trasmettere il sound attuale di una musica che non teme l’usura del tempo. Venti concerti con grandi stelle italiane e internazionali del jazz si susseguiranno alla Casa del Jazz con protagonisti Enrico Rava/Danilo Rea Duo (1.07), Pietropaoli – Zanisi – Paternesi Wire Trio (8.7), Ottolini – Bearzatti Licaones (9.7), Camille Bertault Trio (11.7), Tony Allen (13.7), Giovanni Guidi – Fabrizio Bosso (15.7), The Freexielanders (18.7), Randy Weston (19.7), Corey Harris (22.7), Vijay Iyer Sextet (23.7), Dee Dee Bridgewater (24.7), Tanotrio feat. George Garzone e Leo Genovese (25.7), Paolo Fresu/Chano Dominguez Duo (26.7), Steve Coleman & Five Elements (27.7), Big Fat Band (29.7), Giuliani – Biondini – Pietropaoli – Rabbia “Cinema Italia” (30.7), NTJO New Talents Jazz Orchestra (31.7), Lizz Wright (2.8), Chansons! (3.8), Piji Siciliani (4.8), Swing Valley Band (5.8).

Ma la Casa del Jazz non sarà l’unica location del “Roma Jazz Festival”: così alla Cavea dell’Auditorium ci saranno il 7 luglio gli Snarky Puppy, il 14 Chick Corea Akoustic Band, il 16 luglio Stefano Bollani Quintet, il 20 luglio Pat Metheny; al Museo Maxxi sarà possibile ascoltare il 12 Tommaso Cappellato, il 21 Kamaal Williams Trio, il 1 agosto Sons Of Kemet; presso il Parterre Farnesina il 14 luglio si esibirà Oddisee & Good Company, il 16 luglio Knower, il 23 Cory Henry & The Funk Apostles, il 28 luglio Jungle Green.

Tornando alla Casa del Jazz, la struttura ospiterà per il terzo anno consecutivo un’altra manifestazione storica dell’estate romana, I Concerti nel Parco, giunta alla sua 28sima edizione dal titolo “Una casa bellissima” e diretta da Teresa Azzaro. Tredici eventi, molte produzioni originali, in prima assoluta o al loro debutto romano e molte date uniche, in esclusiva in Italia; una programmazione di grande prestigio, sempre più multidisciplinare ed eterogenea, che ospita grandi nomi del parterre nazionale ed internazionale. Molti progetti speciali e giovani talenti italiani e stranieri che mettono in campo nuove idee per lo spettacolo dal vivo.

Tra i protagonisti: Graham Nash (2.7), Joey Alexander (3.7), Gio Evan (4.7), Monica Molina (5.7), Player2 Orchestra (6.7), The Black Blues Brothers (10.7), Paolo Cevoli e Quartetto Saxofollia (12.7), Claudia Gerini e Solis String Quartet (14.7), Suzanne Vega e Gerry Leonard (16.7), Avion Travel (20.7), Filippo Timi e Giuseppe Albanese (21.7), Teresa Salgueiro (28.7), Flamenco Tango Neapolis (1.8).

Da settembre riprenderanno le attività principali della Casa del Jazz quali la didattica, la divulgazione, la formazione e la promozione del jazz in tutte le sue forme oltre ovviamente alla programmazione concertistica Riaprirà anche il prestigioso studio di registrazione per riprendere le attività di produzione discografica. Verranno inoltre dedicate attività specifiche per i bambini e i giovani, concerti, spettacoli e attività di formazione. Così a maggio scorso è stato siglato un protocollo d’intesa tra la Fondazione Musica per Roma ed il Conservatorio di Santa Cecilia per sviluppare alla Casa del Jazz una collaborazione nei settori dell’Alta Formazione musicale, della formazione di base, della ricerca e della promozione e produzione artistica.

Sempre a maggio si è formata presso la Casa del Jazz la nuova Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti (ONJGT) sotto la direzione di Paolo Damiani, ensemble che raccoglie undici tra i migliori talenti emersi in Italia e che presenta un organico inusuale con due voci femminili e un violino, oltre a fiati e sezione ritmica. Questo pregevole organico presenterà il 17 luglio il progetto “Oscene rivolte” che porterà in tour nelle più importanti città italiane per poi ritornare alla Casa del Jazz a registrare il suo primo disco.

Il 22 settembre inoltre la Casa del Jazz ospiterà uno degli appuntamenti del festival “Una striscia di terra feconda”, festival franco-italiano di jazz e musiche improvvisate, che vedrà protagonisti nella prima parte il pianista François Coutorier in un concerto in solo in prima nazionale e nella seconda parte i musicisti italiani, in residenza con il trombettista Mederic Collignon, Camilla Battaglia (voce), Andrea Molinari (chitarra), Rosa Brunello (contrabbasso), Perla Cozzone (pianoforte), tutti vincitori del Concorso Nazionale in collaborazione con l’Institut Français Italia, l’Ambasciata di Francia in Italia, MiDJ e SIAE.

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Ma, come si accennava in apertura, il “Roma Jazz Festival” non sarà l’unica occasione di ritrovo per gli appassionati di jazz. Fra le altre iniziative c’è da segnalare “L’ISOLA DI ROMA JAZZ & BLUES” che si svolgerà dal 4 Luglio al 17 Agosto presso l’Isola Tiberina. La rassegna vedrà la partecipazione di artisti da ogni parte del mondo, come il talentuoso ventenne russo Alexandr Misko, a ben ragione considerato il genio del percussive fingerstyle guitar solo (il 4 Luglio). L’ 8 luglio sarà la volta della pianista giapponese Chihiro Yamanaka e il suo “Electric Female Trio”. Mercoledì 11 Luglio a mio avviso uno degli avvenimenti più importanti dell’intera stagione romana: saliranno sul palco della Grande Arena Carla Bley con Andy Sheppard (sax) e Steve Swallow (basso). Si tratta di artisti che hanno fatto la storia del jazz e che, specie per quanto concerne la Bley, non è usuale ascoltare nella Capitale.  Il 18 invece si esibirà la band statunitense The Bad Plus, dal groove trascinante.

Il 25/7 l’Africa si impossesserà del palco: i Songhoy Blues, quattro ragazzi del Mali, proporranno brani Blues, R&B e Raggae nella lingua della loro terra.

Il mitico sassofonista Kenny Garrett suonerà col suo quintetto il 31 luglio mentre martedì 7 Agosto, si alterneranno sul palco Dick Halligan, storico pianista dei Blood Sweat & Tears, al piano solo, e la “Giancarlo Maurino’S Evidence”, condotta dal noto sassofonista italiano.

A chiudere la rassegna, Atrio, Dumbo, Station e Modular, testimoni delle nuove generazioni del crossover Jazz.

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Intanto dai primi del mese è in corso di svolgimento, nella splendida cornice di piazza Garibaldi, con una vista ineguagliabile sulla Città Eterna, la seconda edizione di “Gianicolo in Jazz” che, sotto la sapiente regia del nuovo direttore artistico Roberto Gatto, andrà avanti fino al 14 settembre. Variegato il programma che prevede artisti di assoluto rilievo internazionale e giovani talenti che possono così trovare l’occasione di far conoscere le proprie potenzialità. Tra gli appuntamenti più importanti il 27 giugno   il vocalist e chitarrista Mark Hanna; il 10 luglio il duo Javier Girotto sax e Natalio Mangalavite piano; il 15 luglio il Paolo Damiani Santa Cecilia Jazz Ensemble con Daphne Nisi voce, Francesco Fratini tromba, Andrea Molinari chitarra, Fabio Sasso batteria e Paolo Damiani contrabbasso e composizioni; il 18 “The Italian Trio” con Dado Moroni piano, Rosario Bonaccorso contrabbasso e Roberto Gatto batteria; il 24 “The Hidden Side” con Rosario Giuliani sax, Alessandro Lanzoni piano, Jacopo Ferrazza contrabbasso e Fabrizio Sferra batteria; il 7 agosto Tandem, ovvero Fabrizio Bosso tromba e Julian Mazzariello piano; il 15 Seamus Blake al sax, accompagnato da Roberto Tarenzi piano, Gabriele Evangelista contrabbasso e Roberto Gatto batteria; il 21 un quartetto di classe con Peter Bernstein chitarra, Dario Deidda basso, Alessandro Lanzoni piano e Roberto Gatto batteria; il giorno dopo Enrico Rava Quartet completato da Domenico Sanna piano, Dario Deidda basso e Roberto Gatto batteria; il 29 Enrico Pieranunzi piano, Rosario Giuliani sax, Luca Fattorini contrabbasso e Marco Valeri batteria; il 4 settembre Maurizio Giammarco “Syncotribe”, ovvero Maurizio Giammarco sax, Luca Mannutza organo e Enrico Morello batteria; il 9 il duo, Rita Marcotulli piano, Israel Varela batteria e voce.

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Un’altra manifestazione in corso di svolgimento è quella che si svolge in un’altra splendida villa della Capitale: la terza edizione del Village Celimontana, rassegna organizzata dal Cotton Club che si protrarrà fino all’8 settembre. Media-Partner della rassegna Radio Montecarlo, la radio italiana che offre maggiore spazio al jazz. Molto spazio ai giovani talenti italiani ma anche appuntamenti di rilievo internazionale: la “Carta Bianca” ad Enrico Pieranunzi sarà una tre giorni dedicata al grande pianista che salirà sul palcoscenico del Village Celimontana presentando due nuovi dischi, domenica 17 giugno in duo con una star emergente, il contrabbassista danese Thomas Fonnesbeak, mercoledì 4 luglio con un concerto in piano solo e giovedì 5 luglio in quintetto con ospite il sax di Rosario Giuliani.

Tra gli altri italiani degni di attenzione le esibizioni – tanto per citare qualche nome –  di Massimo Morriconi, Ellade Bandini, Nico Gori, Lorenzo Tucci, Stefano Sabatini, Gianni Oddi, Giorgio Rosciglione, Riccardo Biseo, Stefano Sabatini.

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Infine La Scuola Popolare di Musica di Testaccio presenta “Le vie del jazz”, concerti suonati e raccontati dai protagonisti del jazz romano attraverso sei lezioni-concerto.

Un’occasione per ascoltare le varie “anime” del jazz e le molteplici culture che, partendo dal blues e dalla musica di New Orleans, hanno nel tempo influenzato questo linguaggio fino a renderlo una sorta di esperanto musicale.

A rendere possibile l’iniziativa sono i musicisti che fanno base a Roma, tra i quali alcuni insegnanti della Scuola Popolare di Musica di Testaccio come Roberto Nicoletti, Gaia Possenti, Sonia Cannizzo, Simona Bedini e Ludovico Piccinini. Oltre a noti musicisti che, nella scuola, si sono nel tempo formati: Gabriele Coen, Giulia Salsone, Antonella Vitale, Luca Monaldi e oltre ancora a tutti i musicisti che con la scuola hanno più volte incrociato la propria strada per concerti, incontri, stage…

Durante gli incontri si toccheranno le varie influenze: dal rock-pop alle musiche del mondo, a Giuseppe Verdi in chiave gipsy/swing, alla canzone italiana in chiave swing, per finire con un approfondimento sulla musica di Thelonius  Monk e sul trombone.

Ogni incontro prevede una parte illustrativa curata dal relatore e una parte di concerto.

Gerlando Gatto

 

 

L’afflato del jazz rivitalizza sette “Borghi Swing”

Coniugare la musica di qualità con le eccellenze eno-gastronomiche e artigianali del nostro Paese: questo l’obiettivo di Borghi Swing, il nuovo progetto ideato e promosso da I-Jazz, l’associazione che riunisce alcuni tra i più noti e seguiti festival jazz italiani, con il sostegno del MiBACT. La manifestazione è stata presentata alla stampa specializzata nel corso di una conferenza stampa svoltasi venerdì 15 giugno nella Capitale.

Ad animare il progetto saranno sette Festival Jazz che si svolgono lungo tutto lo stivale in altrettanti Borghi particolarmente significativi per le loro caratteristiche storiche, paesaggistiche e culturali e che, da giugno ad agosto, ospitano una programmazione di eventi che include concerti di musica jazz, pop e world music; iniziative artistiche e culturali con visite guidate al patrimonio storico; percorsi nella natura ed escursioni in mare; viaggi nei sapori alla scoperta dell’enogastronomia locale. Tra gli artisti coinvolti grandi nomi del panorama nazionale come Stefano Cocco Cantini, Luigi Martinale, Daniele Dagaro Trio… e molti altri. Ma ci sarà spazio anche per le contaminazioni musicali e per grandi artisti internazionali come David Helbock, Johannes Bär, Andreas Broger, Robert Glasper, Terrace Martin, Christian Scott, Derrick Hodge, Justin Tyson, Taylor McFerrin, Ingrid Jensen, Jeremy Pelt, Aaron Parks. Dato il tenore ella manifestazione non possono mancare realtà musicali fortemente legate al territorio d’origine: Coro di voci bianche del Teatro Regio di Torino e del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino, il BargaJazz Ensemble, la BargaJazz Orchestra, l’Udin&Jazz Big Band.

The Licaones

Robert Glasper

Ma entriamo più nello specifico e vediamo quali sorprese ci riservano i Borghi, richiamati in rigoroso ordine cronologico.

A dar fuoco alle polveri, quasi in contemporanea, la Toscana e il Friuli Venezia Giulia. In particolare dal 20 al 24 giugno a Vicchio si volgerà “ETNICA”, manifestazione che tra l’altro punta a rafforzare l’identità culturale attraverso attività di interazione con vecchie e nuove comunità del territorio. Dal punto di vista musicale da segnalare l’apertura con il concerto di Danilo Rea e Gino Paoli mentre la chiusura sarà affidata ai “Fankoff” che festeggiano il loro XX anniversario ospitando Karima.

Fankoff

Mauro Costantini Bus Horn Band

Dal 22 al 24 giugno, il borgo di Marano e la sua suggestiva laguna ospitano la speciale apertura del Festival Udin&Jazz 2018 #takeajazzbreak, con questa nuova manifestazione, volta a scoprire e valorizzare il borgo marino con un’offerta culturale-musicale di alto profilo. Il progetto artistico, costruito ad hoc per valorizzare una significativa espressione del panorama jazzistico del Friuli Venezia Giulia, coinvolge anche nomi affermati della scena nazionale, come la storica formazione dei Licaones con Francesco Bearzatti, Mauro Ottolini, Oscar Marchioni, Paolo Mappa (24/6 h 20.30 Piazza Aquileia), Claudio Cojaniz, che proporrà un suggestivo  concerto per piano solo all’alba nella Riserva naturalistica Canal Novo (24/6 h 5:00), il progetto di Fantin-Zaninotto-Colussi dedicato a Thelonious Monk con il featuring del chitarrista americano Russ Spiegel (24/6 Piazza Savorgnan h 19:00).

A seguire, dal 6 all’8 luglio, in Piemonte, per l’esattezza a Bagnolo Piemonte e Racconigi (CN) si svolge “JAZZ VISIONS”. Un progetto che Luigi Martinale, direttore artistico della manifestazione racconta così: “Sin dalla prima edizione della rassegna abbiamo scelto come sede dei nostri concerti il meglio che ogni realtà coinvolta potesse offrirci: teatri, parchi, castelli, ma anche aziende che si trasformano per un giorno in sala da concerto. Il progetto Borghi Swing ci ha permesso di portare jazz, arte contemporanea ed eccellenze enogastronomiche nella piccola rocca medievale del Castello Malingri di Bagnolo Piemonte e nel maestoso Castello di Racconigi, una della grandi regge sabaude del territorio”.

Dal 7 luglio al l’11 agosto è in programma a Locorotondo, in provincia di Bari, il “LOCUS FESTIVAL” dedicato prevalentemente alle sonorità contemporanee. Così tra gli ospiti più attesi R+R=NOW, uno speciale dream-team con Robert Glasper, Terrace Martyn,Christian Scott, Derrick Hodge, Justin Tayson e Tayylor McFerrin. Altro attesissimo artista afroamericano del momento è Moses Sumney, mentre Rodrigo Amarante è californiano di adozione ma è un grande della musica brasiliana,

Moses Sumney

Dopo la singola data dell’8 luglio dal 17 al 25 agosto si svolgerà “Barga Jazz”; personalmente conosco questa manifestazione molto molto bene avendone curato l’ufficio stampa nelle primissime edizioni (e siamo negli anni ’80). Si tratta di un progetto che ha conservato negli anni tutta la sua validità dal momento che ha dato la possibilità a molti giovani di esprimere le proprie potenzialità di arrangiatori.

Dal 23 al 29 luglio si svolgerà a Fara in Sabina (RI) il “FARA MUSICA FESTIVAL”; di sicuro spessore il concerto conclusivo: Aaron Parks Trio with Kendrick Scott e Matt Brewer.

Infine dall’8 al 30 agosto è in programma a Diamante, in provincia di Cosenza, il “PEPERONCINO JAZZ FESTIVAL” manifestazione che ha oramai raggiunto una sua meritata notorietà grazie alla valenza dei programmi che nel corso degli anni sono stati presentati. “Il Peperoncino Jazz Festival – dichiara il direttore artistico Sergio Gimigliano – è una rassegna che coinvolge più di trenta località calabresi, sparse tra le cinque province, e racconta i luoghi di interesse storico e paesaggistico attraverso episodi concertistici d’eccellenza”.

Gerlando Gatto

Udin&Jazz 2018 e U&J Borghi Swing: a Udine e a Marano per godere il jazz come momento di relax

Puntuale come un orologio svizzero, con l’avvento della bella stagione ecco ricomparire l’estate jazzistica ovvero quel fiorire di iniziative dedicate al jazz che ad onta della conclamata crisi economica continuano ad interessare tutta la penisola. Già questo spazio si è occupato di alcune di queste iniziative che riteniamo di particolare interesse trascurando le più grandi kermesse che a nostro avviso hanno oramai ben poca ragione di esistere.

Eh sì, perché lo ripetiamo per l’ennesima volta, oggi un Festival del Jazz si giustifica solo se è in grado di valorizzare le eccellenze locali, cosa che ben pochi sono disposti a fare. Tra questi ultimi va senza dubbio inserito il Festival Internazionale Udin&Jazz, giunto alla ventottesima edizione e organizzato da Euritmica, per la direzione artistica di Giancarlo Velliscig.

Quest’anno la rassegna si svolgerà dal 27 giugno al 24 luglio a Udine e provincia ma dal 22 al 24 giugno sarà preceduta, presso il borgo di Marano e la sua suggestiva laguna, da una nuovissima manifestazione che si colloca all’interno del progetto “BORGHI SWING”, iniziativa di valorizzazione e riscoperta dei meravigliosi borghi italiani attraverso la musica jazz, patrocinata dal MiBACT.

Il progetto artistico, con un programma costruito ad hoc per valorizzare anche una significativa espressione del panorama jazzistico del Friuli Venezia Giulia, si inserisce in una più ampia proposta di turismo esperienziale, che prevede la partecipazione attiva alle numerose iniziative in programma, attraverso cui conoscere il luogo, l’ambiente che lo circonda, la sua storia, i suoi riti, la cultura e l’enogastronomia in modo più attraente e spontaneo.

Il programma prevede ben undici concerti in tre giorni, tutti ad ingresso gratuito, con la partecipazione di artisti affermati anche a livello internazionale; particolarmente interessante la serata conclusiva che vedrà impegnati, all’alba, l’Afrikanpiano di Claudio Cojaniz; alle 19 “THE HamMonk SPHERE Trio” con Nevio Zaninotto, sax tenore e soprano, Luca Colussi, batteria, Rudy Fantin, Hammond Organ feat. Russ Spiegel, chitarra; alle 20.30 “THE LICAONES” con Francesco Bearzatti, sax, Mauro Ottolini, trombone, Oscar Marchioni, organo, Paolo Mappa, batteria e alle 22 gran finale con la “Udin&Jazz Big Band”.

E veniamo, adesso, a Udin&Jazz la cui insegna quest’anno è “#takeajazzbreak”, ovvero un’esortazione a ridurre il ritmo, a prendere una pausa dalla superficialità frenetica di questi nostri giorni, a uscire dal mondo virtuale, dai social, dalla tecnologia, per assaporare il gusto di emozioni reali, condivise, vissute andando ai concerti ad ascoltare una musica che si rinnova sempre… il jazz, naturalmente! Musica declinata, però, non solo attraverso le note ma anche attraverso incontri, conferenze, libri…

Il festival si apre con due concerti nella provincia di Udine: il 27 giugno, a Tricesimo, si esibirà la cantante Barbara Errico accompagnata dagli Short Sleepers feat. Mauro Costantini e Gianni Massarutto, mentre il 28 giugno, a Cervignano del Friuli, performance di Disorder at the Border, progetto firmato da Daniele D’Agaro, Giovanni Maier, in questa occasione con Marko Lasič alla batteria al posto di Zlatko Kaučič.

Dal 2 luglio eccoci a Udine con una nuova e suggestiva location nel cuore della città: Largo Ospedale Vecchio, una sorta di anfiteatro architettonico di fronte alla Chiesa di San Francesco, ora sede museale.

Le serate, tranne qualche eccezione, si articoleranno con la formula del doppio concerto ad ingresso libero (alle 20 e alle 22) e su un cartellone, che, come al solito, alterna a musicisti di chiaro valore internazionale, jazzisti “nazionali” che hanno saputo comunque conquistarsi una oramai solida reputazione. E’ il caso, ad esempio, del pianista siciliano oramai da tempo ‘emigrato’ a Udine, Dario Carnovale, che sarà di scena il 2 luglio con Simone Serafini, contrabbasso e Klemens Marktl, batteria; sempre lunedì 2 luglio si esibirà la Udin&Jazz Big Band che nasce da un’idea di Emanuele Filippi e Mirko Cisilino, idea che Udin&Jazz ha fatto propria, decidendo di sostenere con forza il collettivo sia come resident band del festival sia offrendogli diverse occasioni per esibirsi e per far crescere un potenziale diventato davvero importante

Il 5 luglio sarà la volta di “Quintorigo” che presenterà in anteprima il suo nuovo CD; il 6 nell’ambito della serata dedicata al Brasile, avremo modo di ascoltare colei che è stata insignita del titolo di “Ambasciatrice della Musica Italiana in Brasile” (Paese in cui vive e dove, da oltre vent’anni, è un’autentica star), ossia Mafalda Minnozzi con il suo abituale partner Paul Ricci alla chitarra cui si aggiungerà come special guest il pianista Art Hirahara; sempre il 6 la vocalist romana Susanna Stivali, riproporrà in quartetto con Alessandro Gwis, pianoforte, Marco Siniscalco, basso elettrico e contrabasso, Emanuele Smimmo, batteria  i brani contenuti nel suo ultimo lavoro “Caro Chico” evidentemente dedicato a Chico Buarque.

A questo punto il Festival si interrompe per riprendere il 24 con il concerto forse più atteso: “LAID BLACK TOUR” con Marcus Miller, basso, Alex Han, sax, Brett Williams, tastiere e Alex Bailey, batteria.

Se Marcus Miller, come si accennava è probabilmente l’artista più atteso, non è l’unica stella di caratura internazionale presente al Festival. Così a chiudere l’importante giornata del 2 luglio ci sarà il trio del celebre contrabbassista Dave Holland, con Zakir Hussain, tabla e Chris Potter, sax.

Il 3 luglio due grandi artiste: la vocalist Norma Winstone con Klaus Gesing, clarinetto basso, sax soprano, Glauco Venier, piano e Helge Andreas Norbakken, percussioni, vale a dire il trio che ha registrato alcuni album di successo per la ECM con l’aggiunta di un percussionista; a seguire un duo di grande spessore costituito dalla vocalist coreana Youn Sun Nah e dal chitarrista svedese Ulf Wakenius.

Il 4 luglio ancora due concerti da non perdere: alle 20 “THRĒQ” il nuovo progetto dei FORQ con Chris McQueen, chitarra, Henry Hey, tastiere, Kevin Scott, basso e Jason ‘JT’ Thomas, batteria: il gruppo nasce da una costola degli Snarky Puppy, ed in breve ha raggiunto i vertici di gradimento in tutto il mondo; in successione, in anteprima e unica data italiana il bassista Avishai Cohen, presenterà il suo nuovo progetto “1970” con Shai Bachar, tastiere, voce, Marc Kakon, chitarra, basso, voce, Karen Malka, voce e Noam David, batteria.

 

Il 5 luglio una delle leggende della batteria jazz, ossia Tony Allen con Mathias Allamane, contrabbasso, Jeff Kellner, chitarra, Jean Philippe Dary, tastiere, Nicolas Giraud, tromba, Yann Jankielewicz, sassofono, tastiere.

Tra gli eventi non musicali ricordiamo martedì 3 luglio presso Largo Ospedale Vecchio ad ingresso libero “I 20 ANNI DI “ARTESUONO” DI STEFANO AMERIO”; dialogano con Stefano Amerio: Glauco Venier e U.T. Gandhi, Ermanno Basso, Cam Jazz e Luca d’Agostino, fotografo.

Il 4 luglio alle ore 18:00, nella suggestiva e intima Corte Savorgnan, sempre ad ingresso libero, verrà presentato il libro del sottoscritto “L’ALTRA METÀ DEL JAZZ” – Voci di Donne nella Musica Jazz (KappaVu / Euritmica ed.)

Gerlando Gatto

 

Quando la musica jazz incontra gli iPhoneografi del New Era Museum

Oggi le modalità di fruizione della musica sono molteplici e differenziate a seconda del genere. Così per la musica classica e per la lirica l’ascolto diretto in teatro conserva un suo pubblico. Per la pop e il jazz il discorso è completamente diverso.

Si va sempre più affermando la cosiddetta ‘musica liquida’, cioè quella musica che scaricata direttamente dalla rete si ascolta sul computer senza alcun bisogno di supporto sia esso CD, lp o cassetta. Come ho avuto modo di affermare diverse volte, personalmente non frequento questo tipo di ascolto dal momento che la resa sonora è quanto meno discutibile. Certo, esistono delle apparecchiature che migliorano, e di molto, il suono ma sono ancora molto care.

Di qui la mia preferenza per i concerti e i classici supporti: innanzitutto gli lp e poi i cd.

C’è comunque un’altra modalità di presentare la musica che, se ben condotta, ottiene risultati straordinari e molto coinvolgenti: accompagnare la musica live con proiezioni sia di filmati sia di foto. Un esempio esauriente si è avuto sabato 12 maggio con l’evento organizzato presso la Sala delle Donne, dove il musicista Marco Testoni e il fotografo Andrea Bigiarini, con gli artisti internazionali del New Era Museum, hanno proposto MAJE, una vera e propria Mobile Art Opera.

In buona sostanza mentre Marco Testoni – handpan, tastiere e live electronics – e Simone Salza – sax e clarinetto – propongono un jazz spesso incentrato sull’improvvisazione, sulle pareti della sala e sui due grandi pannelli posti all’ingresso e alla fine della stessa, scorrono una serie di immagini tutt’altro che casuali, realizzate con supporti digitali mobili, smartphone e tablet.

Si tratta di circa 600 opere fotografiche, suddivise in atti, per stati d’animo del soggetto ripreso, proiettate ad alta definizione e tratte dalla mostra Impossible Humans: una scelta dei migliori ritratti contemporanei realizzati dagli iPhoneografi del New Era Museum di Andrea Bigiarini, selezionati da una giuria di fotografi internazionali composta da Andrea Bigiarini (Italia), Cadu Lemos (Brasile), Manuela Matos Monteiro (Portogallo), Joanne Carter (UK), Linda Hollier (Emirati Arabi), Lee Atwell (Usa), Nettie Edwards (UK), Sukru Mehmet Omur (Turchia). Di qui un connubio interessante, a tratti trascinante, in cui la spettacolarità delle immagini che avvolgono lo spettatore si coniuga alla perfezione con una musica che interpreta al meglio quanto si vede sugli schermi: uno scambio di sensazioni, di emozioni che evidenzia come, in coerenza con quanto accennato in apertura, esistono ancora frontiere da esplorare per una fruizione musicale che non sia banale.

Certo, affinché eventi del genere abbiano successo, occorre che siano soddisfatte almeno tre condizioni: che l’allestimento sia curato al meglio (spazi adatti, luci, ambiente accogliente), che la qualità delle immagini sia superlativa ad onta degli apparecchi usati, che la musica sia di assoluto spessore. Ebbene, tutte e tre le condizioni sono state rispettate.

In chiusura concedetemi di spendere qualche ulteriore parola sui musicisti. Marco Testoni è personaggio ben noto agli appassionati di jazz dal momento che, tra l’altro, guida il Pollock Project, di cui ho personalmente recensito un album su queste stese colonne. Artista preparato, innovativo, è in grado di far ricorso ad un misurato uso dell’elettronica cui si contrappone il sound degli strumenti acustici, a disegnare un puzzle dove si inseriscono, senza problema alcuno, le pause che i due musicisti si ritagliano, lasciando fluttuare la musica preregistrata. Così il flusso sonoro si mantiene costante, ora onirico ore incalzante, ora fortemente percussivo a soddisfare le esigenze sia di chi ama sonorità più moderne, più caratterizzate dall’elettronica, sia di chi preferisce il jazz più canonico, grazie soprattutto alle sortite solistiche di Simone Salza, sassofonista che avevamo imparato ad apprezzare nel già citato Pollock Project.

In definitiva una serata interessante all’insegna della novità… ma anche della buona musica.

Gerlando Gatto

Giuliana Soscia: perché ho deciso di abbandonare la fisarmonica

Giuliana Soscia è personaggio noto agli appassionati di jazz essendo a ben ragione considerata una delle migliori fisarmoniciste jazz, non solo a livello nazionale, oltre che pianista, compositrice e direttrice d’orchestra jazz. Della sua statura artistica, della sua straordinaria carriera abbiamo più volte parlato (si veda ad esempio la recensione, di poco tempo fa, sul Giuliana Soscia Indo Jazz Project). Questa volta affrontiamo una tematica particolare e molto personale: da un po’ di tempo abbiamo notato che Giuliana non suona più la fisarmonica. Perché? Glielo abbiamo chiesto direttamente e dobbiamo ringraziare Giuliana per aver scelto “A proposito di jazz” come sede per svelare questo arcano.

Abbiamo notato come nella recente esibizione all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per la prima italiana del tuo “Indo Jazz Project”, hai composto tutti i brani del repertorio, hai diretto la band, hai suonato solo il pianoforte… ma dell’amata fisarmonica neanche l’ombra, addirittura non l’hai portata sul palco. Che succede?

“In questi ultimi mesi ci sono stati diversi cambiamenti importanti nella mia vita musicale. Non so come dirlo perché molto difficile e doloroso. Ho dovuto prendere una decisione, drastica, cosa che ho fatto agevolata, in questo senso, dall’essere anche… e forse soprattutto una pianista e compositrice. Nella vita alle volte bisogna prendere delle decisioni difficili anche per evitare guai peggiori”.

Ma tu ti consideri più una pianista o una fisarmonicista?

“In realtà sono pianista e – questo non tutti lo sanno – la fisarmonica è il mio secondo strumento. Io nasco pianista. In questo momento storico sentivo, inoltre, la necessità di incrementare la mia attività pianistica. Comunque ci sono dei periodi della vita in cui motivazioni interne ed esterne ti spingono a cambiare, a prendere strade diverse e questo potrebbe tradursi anche in un rinnovamento artistico. Di qui è nato questo mio progetto jazzistico dedicato esclusivamente al pianoforte, mantenendo la composizione, aspetto della mia vita artistica che mi ha sempre accompagnato: non a caso ho eseguito più che altro mie composizioni”.

E’ una situazione reversibile o meno?

“Mi spiego meglio e ciò potrebbe essere utile ad altri musicisti che hanno lo stesso problema. Come prima accennato, improvvisamente, ho dovuto mettere da parte la fisarmonica per un problema di salute legato alla pesantezza dello strumento. In effetti ho avuto un distacco del vitreo per disidratazione con un leggero interessamento della retina, cosa che si sarebbe potuta aggravare se avessi continuato a studiare su uno strumento pesante come la fisarmonica, dodici, tredici chili per uno strumento da concerto. Quindi mi sono operata immediatamente, con il laser, ma quindici giorni dopo avevo un concerto. Che fare? Riprendere la fisarmonica per un concerto – con tutto il lavoro di studio, di preparazione che c’è alle spalle, ore e ore di studio – era pericoloso. Comunque ho fatto egualmente altri due concerti finché il primo settembre scorso, ero a Jesi, la città natale di Pergolesi, abbiamo eseguito con il quartetto Soscia-Jodice lo “Stabat Mater in jazz” di Pergolesi e in questa occasione ho deciso di abbandonare la fisarmonica… non si può suonare con la paura che si stacchi la retina. Io sono molto fisica nel suonare, voglio sempre esprimermi fino in fondo, dare tutta me stessa con lo strumento e con la musica. Posso continuare ad esprimermi sul pianoforte e allora lo faccio su quest’altro strumento, che è oltretutto il mio primo strumento!”.

Da un punto di vista strettamente musicale, cosa ha significato tutto questo?

“Dal punto di vista musicale, anche se, come già detto, io sono prima di tutto una pianista (ho sempre scritto sul pianoforte e poi ho trasportato sulla fisarmonica che ho sempre considerato un pianoforte a fiato), c’è però tanta nostalgia di aver perso qualcosa che mi ha accompagnato per tanti anni. Non c’è dubbio che una parte di me è morta… ma ne è rinata un’altra appartenente alle mie origini. Non a caso il primo brano del progetto “Indo Jazz” si chiama “Samsara” che significa, per l’appunto, rinascita: ho vissuto il tutto come una morte ed una rinascita. Io ne sto parlando con te quasi con disinvoltura, ma ti assicuro che anche solo parlarne è molto doloroso”.

E io ti ringrazio sinceramente di aver scelto me per questa difficile chiacchierata.

“L’ho voluto fare intanto per spiegare a tanta gente che mi conosce cosa è realmente accaduto. Come ti ho già detto, avrei potuto continuare prendendo qualche rischio ma ho ritenuto che non ne valesse la pena anche perché io mi esprimo bene, benissimo col pianoforte e l’orchestra jazz con le mie composizioni. Ovviamente c’è tutta una parte del lavoro che ho fatto che per fortuna non è andato perduto – ci sono i dischi e l’insegnamento con il quale poter trasmettere le mie preziose esperienze – ma come spesso accade potrebbe essere questa un’occasione anche per rinnovarsi, per rinnovare la mia musica. Sai può anche darsi che io sentissi questo tipo di esigenza senza neppure rendermene conto e quindi penso che alle volte accadano eventi che tu di primo acchito non capisci ma che in realtà hanno un loro perché. Insomma quando ti capitano certe cose bisogna avere molto coraggio e saper prendere decisioni in tempi rapidi e voltare pagina verso nuove avvincenti esperienze”.

Tu prima hai detto a chiare lettere di essere passata alla fisarmonica in un secondo momento. Come ti è scattato l’amore per questo strumento almeno sulla carta meno prestigioso del pianoforte?

“Io ero e resto innamoratissima del pianoforte: per me suonare il pianoforte è come mangiare, bere… sono nata sul pianoforte…. Ho fatto una carriera da concertista classica. Ho cominciato a fare concerti all’età di quattordici anni e quindi puoi capire come io abbia trascorso un’adolescenza diversa da tutti gli altri ragazzi. I primi concerti, i primi concorsi che ho vinto sempre in omaggio a questo mio sogno di fare la concertista… mi ero molto legata al repertorio di musica classica contemporaneo vale a dire, tanto per fare qualche nome, Béla Bartók, Alban Berg, Hindemith… insomma al repertorio del ‘900 ed ero molto attratta da quelle dissonanze che poi ho scoperto essere tipiche del jazz. Quindi ascoltavo anche il jazz ma all’epoca in Conservatorio studiare il jazz era un’eresia. Ad un certo punto ho sentito l’esigenza di uscire dal mondo classico che mi stava un po’ stretto e dall’altro di assecondare questa mia spinta che mi portava verso il jazz: io volevo studiare questa musica ma all’epoca – siamo negli anni ottanta – non c’era nulla, non c’erano scuole per cui si trattava di imparare da soli, da autodidatti, ascoltando i vari artisti magari trascrivendone gli assolo. Allora avevo anche notato che nel campo della musica classica c’era una crisi che concerneva anche la composizione e ritenevo che il jazz potesse essere una sorta di chiave di svolta per questa problematica e sicuramente lo era per me. Non a caso molti compositori stanno ora tornando alla tonalità. Insomma c’era e c’è molta confusione per cui penso che inglobare nella musica classica tutto ciò che ci circonda, a partire dalla musica rock, dalla musica jazz potrebbe costituire una risorsa per la musica classica stessa… e questo probabilmente lo vedremo in futuro. Comunque in questi anni già qualcosa si è fatto: il jazz è entrato nei conservatori, tranne però la fisarmonica malgrado le mie battaglie, da poco anche la musica pop-rock… insomma c’è un’apertura che definirei epocale. Insomma pian piano ho capito che c’era un altro tipo di musica ad onta di quanti nei conservatori si ostinavano a considerare solo e soltanto un tipo di musica. Ovviamente c’erano anche maestri aperti: a questo proposito voglio ricordare il Maestro Sergio Cafaro che è stato veramente per me un grande modello che ho seguito per tutta la mia vita, anche dopo la sua scomparsa tramite la moglie il M°Anna Maria Martinelli dalla quale ho ricevuto sin da giovanissima preziosissimi elementi di didattica per l’insegnamento del pianoforte e con la quale sono ancora legata da un’affettuosa amicizia. Sergio Cafaro era un grandissimo pianista ma anche straordinario improvvisatore, compositore di vaglia (aveva studiato con Petrassi e compagno di studi di Ennio Morricone) eccellente pianista classico che suonava anche jazz per diletto e da lui ho ricevuto questi insegnamenti che sicuramente hanno concorso in maniera determinante alla mia formazione. Insomma ho cominciato ad esplorare la musica e l’ho fatto con la fisarmonica”.

Perché?

“Perché la fisarmonica era vicina al folklore. In quel momento io dovevo assaporare tutto ciò che era contrario alla musica classica. Dovevo esplorare ma esplorare sul campo, provare a suonare alcune cose, provare a entrare in un mondo diverso che mi era mancato e volevo capire perché un certo tipo di musica produceva un trasporto così importante che magari la musica classica non aveva. Insomma, mi chiedevo, perché la musica folk e la musica per il ballo fa muovere emozioni così estreme e forti rispetto alla musica classica. Qual è la differenza? Un modo per analizzare le origini della musica e dell’umanità. La musica classica la immaginiamo come qualcosa di strutturato che è avvenuto con un’evoluzione dell’uomo. Ma andiamo alla base; qual è la base? Secondo me il folklore, così ad un certo punto ho preso la folle decisione di andare, di suonare in quei contesti, cosicché mi sono ritrovata a suonare la fisarmonica in un ambiente – la Romagna –  dove il folk era il genere più importante. Ho cominciato per curiosità e si è rivelata un’esperienza artistica davvero straordinaria: in soli tre anni ero diventata famosissima. Avevo scritto un brano che mi era stato ispirato da una composizione di un signore che si chiamava Castellina, molto famoso nell’ambito del liscio romagnolo; era davvero un talento in quanto aveva un modo di esprimersi sulla fisarmonica assolutamente personale, espressivo, molto vicino al bandoneon e aveva un seguito incredibile. Ebbene mi interessava capire perché molta gente amava danzare al suono della sua musica e allora gli chiesi ‘ma come si fa a scrivere questo genere di musica?’ E lui mi insegnò lo stile… ed era molto interessante perché la musica seguiva i passi della danza. Ebbene più tardi ho capito che tutti questi concetti si possono trasferire in tutti i tipi di musica, anche nel jazz. Quindi come ti dicevo ho composto questo brano e ho vinto un concorso e l’Orchestra Borghesi…”

Molto famosa all’epoca…

“Sì, molto famosa… comunque, dicevo, questa orchestra mi prese come fisarmonicista. Ed ero la prima fisarmonicista donna che entrava in questo contesto così maschilista… il mondo della fisarmonica era molto maschile e lo è tutt’ora. Sulla mia scia molte donne si sono avvicinate allo strumento, ma prevalentemente nel folk. Nell’arco di questi tre anni e mezzo con cui ho lavorato con l’Orchestra Borghesi ho inciso molti dischi, con mie composizioni, e tenuto più di mille concerti, ma non era quella la mia strada per cui ho cominciavo già da allora ad abbracciare il jazz. Abitavo all’epoca vicino Bologna e conobbi vari jazzisti che mi illuminarono, infatti già da allora cominciai ad avvicinarmi al jazz con delle collaborazioni. Insomma è stata una parentesi ma fruttuosa che mi ha lasciato un grande bagaglio di esperienza”.

Mi stai dicendo che per quanto concerne la fisarmonica tu sei un’autodidatta?

“Assolutamente sì, volutamente autodidatta. E’ stata una sfida. Tutto è successo quando avevo ventiquattro anni; ho preso in mano la fisarmonica e mi sono detta ‘vediamo che ne esce fuori’. E così pian piano ho imparato ma da sola proprio perché volevo trovare un mio stile, un modo di suonare che fosse originale che potevo ottenere con le mie competenze pianistiche essendo già una musicista strutturata. Questa mia pretesa aveva però un senso in quanto la fisarmonica è a tutt’oggi uno strumento molto giovane che necessita ancora di una precisa standardizzazione: ogni Paese ha le sue modalità, i suoi bassi; c’è chi dice che la mano destra debba essere a bottoni, chi a piano, bassi sciolti per terze, bassi sciolti per quinte, bassi standard… insomma un caos totale. I concorsi si fanno ma con strumenti diversi e alle volte ci sono dei litigi tra fazioni diverse. A seguito di tutto ciò manca un programma di studi di fisarmonica classica ampio come per gli altri strumenti, c’è un repertorio classico contemporaneo e si eseguono molte trascrizioni, che io non amo per niente, ma naturalmente è la mia opinione; quindi spesso si tende ad imitare altri strumenti cercando sonorità sempre più simili all’organo dimenticando  l’originale sonorità di questo strumento nata nel folklore, perché la fisarmonica lì è nata e non bisogna dimenticarlo, oppure nel jazz come testimoniano alcune incisioni dei primi del’900 in America. Comunque, proseguendo nel racconto della mia vita artistica e del mio amore per la fisarmonica, dopo questa breve esperienza con il liscio sono entrata in un’orchestra RAI e così sono stata tra i primi ad introdurre la fisarmonica nella musica pop; ero diventata anche qui abbastanza famosa ed ho dato moltissima visibilità alla fisarmonica per cinque anni sugli schermi televisivi e concerti in tutta Italia, spesso mi ritagliavo ruoli da solista, senza abbandonare però il pianoforte. Ho collaborato con tutti i più grandi cantanti italiani che venivano ospitati in questa trasmissione di Rai 2 che si chiamava “Mezzogiorno in famiglia”; in quest’ambito c’era una rubrica , ‘Storia di una canzone’, e ogni settimana c’era un cantante che aveva vinto Sanremo – quindi ad esempio, Sergio Endrigo, Alex Britti, Amedeo Minghi – ma sono passati quasi tutti.  Ebbene io ho inserito negli arrangiamenti di brani pop la fisarmonica ma il tutto risultava poco creativo e a dire il vero era più un’esigenza legata ad un bisogno economico in quel periodo, per cui ho deciso di cambiare pur essendo stata comunque musicalmene un’ esperienza molto formativa. Proprio in quel periodo ci fu anche una mio tentativo di cimentarmi nella dance music inserendo la fisarmonica in una mia composizione e nel 2002 divenni improvvisamente artista della Universal Music con un singolo… trovo molto bizzarro ma debbo dire mi sono divertita molto. Nel contempo approfondivo le mie conoscenze jazzistiche finché non ho deciso di dedicarmi esclusivamente al jazz che consideravo la forma migliore per condensare in un unicum tutte queste mie esperienze, anche stilistiche, senza nulla perdere del mio originario amore per il pianoforte, la musica classica e di questa mia nuova passione per la fisarmonica. Ho fondato nel 2006 il mio primo quartetto di tango jazz intraprendendo una brillante attività concertistica proseguita poi con l’incontro con Pino Jodice, da me ingaggiato come pianista per il mio quartetto… Ho quindi lavorato su vari progetti jazzistici ma sempre anche come compositrice e riservando un piccolo spazio anche al pianoforte. Ho in quel periodo anche realizzato una importante esperienza televisiva come conduttrice di una rubrica da me ideata sulla divulgazione degli strumenti musicali su Rai Uno all’interno del programma UnoMattina, dove suonavo con gli ospiti famosi del mondo classico, del jazz e del rock, sia come pianista che come fisarmonicista. Da allora c’è stata un’intensa attività concertistica in ambito jazzistico ed ho girato il mondo nei più importanti Festival e Teatri e tanti dischi incisi. Poi le collaborazioni con tanti jazzisti di fama internazionale e le orchestre jazz, prima come solista ed infine come compositrice e direttrice, approfondendo la scrittura per orchestra e cimentandomi nella direzione, altra mia grande passione.”

Un’ultima domanda: tu suoni il pianoforte; nell’affermato quartetto che hai formato con tuo marito Pino Jodice ci saranno due pianoforti, il tuo e quello di Pino. A questo punto che succede?

“Ovviamente c’è stato uno scossone anche in questo senso. La cosa che mi dispiace di più sta proprio in questo: il quartetto/duo Soscia-Jodice non è più possibile portarlo avanti così com’era strutturato, a patto che Pino suoi il vibrandoneon per tutto il concerto…scherzo naturalmente. Perché nei nostri concerti c’era sempre un brano che mi ritagliavo al pianoforte e Pino suonava il vibrandoneon uno strumento nuovo che utilizza le ance della fisarmonica ma a fiato e quindi tutti i progetti che abbiamo realizzato rimarranno alla storia. Stiamo però valutando l’idea di un progetto per due pianoforti e sarà una bella sfida per entrambi. Comunque altre cose continueranno a vivere; mi riferisco all’Orchestra Jazz Parthenopea di Pino Jodice e Giuliana Soscia che potrà continuare ad esibirsi in quanto io e Pino potremmo alternarci nelle vesti non solo di compositori e direttori ma anche in quella di pianista. Per il resto ognuno di noi seguirà i propri progetti, occasione per rinnovarsi. Al riguardo, oltre all’uscita del disco, un libro e vari concerti in programma del Giuliana Soscia Indo Jazz Project, sto lavorando su altri progetti. Ho in programma il trio jazz – Sophisticated Ladies – dedicato alle donne compositrici che già avevo realizzato in precedenza, il duo con Mario Marzi eccellente sassofonista e featuring nell’ “Indo Jazz”, con repertorio tra classico, jazz e mie composizioni, con il quale ho già debuttato in gennaio; il solo piano con un progetto ancora segreto che svelerò tra breve e infine un progetto molto importante per orchestra jazz in veste di direttore d’orchestra con le mie composizioni.

Sarà per me molto artisticamente stimolante e una nuova sfida da affrontare!”

Gerlando Gatto

La redazione di A Proposito di Jazz ringrazia i fotografi Paolo Soriani e Giulio Capobianco per le immagini

Riflettori puntati su Carla Marcotulli, Greg Burk e Riccardo Fassi

Questa volta vorrei soffermarmi su tre artisti che conosco da tempo e che stimo perché mai deludono, sia che li si ascolti su disco sia che li si apprezzi dal vivo.

La prima è Carla Marcotulli, vocalist e didatta di spessore (insegna canto jazz al Conservatorio Santa Cecilia di Roma); Carla ha da poco inciso per la Parco della Musica Records “Love is the Sound of Surprise”, con l’ausilio di una folta schiera di eccellenti musicisti quali il pianista e tastierista Dick Halligan (già nei Blood Sweat & Tears), suo collaboratore da molti anni (sostituito in due track da Greg Burk e in uno da Gilda Buttà), Bruce Ditmans alla batteria, Antonio Leofreddi alla viola, Sandro Gibellini alla chitarra, Marco Siniscalco al basso, Giovanni Tommaso e Stefano Cantarano al contrabbasso, Pietro Tonolo al sax soprano, Giancarlo Maurino al tenore, Rossano Emili al baritono, Aldo Bassi alla tromba, Mario Corvini, Stan Adams al trombone e, in una track, Israel Varela alle percussioni. In repertorio dodici brani tutti originali, eccezion fatta per un pezzo di Schubert (con un tocco di Gershwin) arrangiato da Dick Halligan, e per lo standard “God Bless the Child”, un omaggio a Billie Holiday, la cantante più amata dalla Marcotulli. Particolarmente spumeggiante l’apertura affidata a “Io non sono nessuno”, con liriche della Marcotulli ispirate al poema “I am nobody! Who are you?” di Emily Dickinson e musica di Dick Halligan.

Il tutto dà vita ad una produzione di grande livello per più di un motivo: le qualità della Marcotulli (su cui ci soffermeremo tra poco), la bravura di tutti i musicisti che l’accompagnano, distribuiti in vari organici, la valenza artistica dei brani proposti. Brani molto variegati che danno modo alla Marcotulli di estrinsecare tutte le proprie potenzialità come il perfetto controllo dell’emissione, frutto evidente di un accurato studio del canto lirico (la si ascolti in ‘Gretchen am Spinnrade’ del già citato Schubert). Ma dopo questo saggio di bravura estraneo al jazz, ecco Carla rientrare nel mondo jazzistico con quella che è forse la migliore interpretazione dell’album, “God Bless the Chid” porto con sincera partecipazione. Ma al di là delle mie personalissime preferenze, c’è da sottolineare come la Marcotulli sia superlativa in ogni momento dell’album: sempre precisa, puntuale, con il giusto accento (il che cantando jazz in italiano non è proprio impresa facilissima), una convincente carica ritmica mitigata, all’occorrenza, da una “giusta” dolcezza (la si ascolti in “Live to Give”).

Insomma davvero un bel disco e non si spiega perché questo “Love is the sound of surprise” arrivi a distanza di 10 anni dall’ultimo lavoro discografico di Carla Marcotulli.

Con nelle orecchie ancora le atmosfere del CD, il 22 aprile ho voluto ascoltare Carla dal vivo, recandomi al Conservatorio Santa Cecilia per il concerto conclusivo di “Percorsi jazz”, il festival giunto alla sua XII edizione ideato e sviluppato in seno al Dipartimento di Jazz, Musiche Improvvisate e Audiotattili del Conservatorio diretto da Paolo Damiani. Ed è stato ancora una volta un bel sentire, nonostante l’infelice acustica della sala che ha reso praticamente inascoltabile il suono della batteria. La Marcotulli era coadiuvata da Greg Burk al pianoforte, Stefano Cantarano al contrabbasso, Bruce Ditmans alla batteria e un coro formato dai migliori allievi del corso di canto jazz curato dalla stessa Marcotulli. Sono stati presentati alcuni dei brani presenti nel CD e, nonostante l’ovvia differenza dal disco, data la diversità dell’organico, la Marcotulli ha avuto modo di evidenziare ancora una volta quelle doti che ne fanno una delle migliori vocalist del jazz italiano… e non solo!

Come detto, nel concerto della Marcotulli al Conservatorio, al pianoforte sedeva un artista che mi consentirete di considerare italiano a tutti gli effetti, dato che già da tempo ha scelto l’Italia come paese d’elezione. Sto parlando, ovviamente, di Greg Burk, artista che meriterebbe molto più di quanto abbia finora raccolto.

Pianista e compositore di rara raffinatezza, Greg nasce a Detroit in una famiglia di musicisti classici: il padre, figlio di immigrati russi e polacchi, era un direttore d’orchestra e la madre, di origine italiana, una cantante lirica. Inizia il suo percorso musicale a 16 anni, nella città natale, suonando con veterani del bebop come Larry Smith, Marcus Belgrave e Roy Brooks, e con giovani emergenti come James Carter, Rodney Whittaker e Gerald Cleaver. Prosegue i suoi studi musicali con grandissimi nomi del jazz internazionale come Yusef Lateef, Archie Shepp, George Russell e, infine, Paul Bley, che lo incoraggia a sviluppare e approfondire un suo stile personale. Nel 2002 esce il suo primo disco per la Soul Note Records. Nel 2004 si trasferisce definitivamente in Italia. Oggi Burk vanta 12 dischi a suo nome, compreso l’ultimo nato “The Detroit Songbook”, su cui vale la pena spendere qualche parola.

Registrato per la prestigiosa SteepleChase nel maggio del 2017 (è il secondo album del pianista per questa etichetta), Burk suona in trio con Matteo Bortone al basso e John B. Arnold alla batteria.

Il titolo ha una sua precisa ragion d’essere in quanto l’album racchiude una serie di brani scritti dal pianista dal 1991 al 1993, quando risiedeva a Detroit e mai più suonati né tanto meno incisi. E nelle note che accompagnano il disco, Greg rievoca la sua passione di quegli anni, ricorda gli altri giovani musicisti che con lui dividevano la scena musicale di Detroit, da Larry Smith a George Goldsmith, da Antonio Ciacca a Kelvin Sholar… insomma una sorta di amarcord, un sentito omaggio all’ambiente in cui si è formato, ma che nulla ha di stantio. Tutt’altro! La musica è fresca, coinvolgente, originale a dimostrazione di un artista a tutto tondo. E in questo album si possono soprattutto ammirare le capacità compositive di Burk, tenuto anche conto del fatto che i brani risalgono ad un periodo in cui l’artista non aveva ultimato il suo percorso formativo.

I pezzi appaiono tutti ben strutturati, sorretti da un solido impianto formale su cui si innestano le escursioni improvvisative certo non estranee al bagaglio dell’artista. Il trio si muove sulle coordinate dettate dal leader il cui fraseggio è sempre elegantemente ritmico, anche perché giunge a maturazione quell’insieme di input, di influenze, quella varietà di approcci che, come afferma lo stesso Burk, partendo da punti di vista diversi si integrano l’uno con l’altro. Non a caso la varietà è uno degli elementi che hanno sempre caratterizzato la sua musica. In questo senso un ruolo particolarmente importante è affidato alla sezione ritmica che deve essere in grado di seguire le intenzioni del leader pur nel variare delle atmosfere. E occorre sottolineare come sia Bortone sia Arnold abbiano fornito un supporto prezioso e determinante per la bella riuscita dell’album, il cui valore, a mio avviso, va al di là del fatto squisitamente musicale in quanto rappresenta anche la testimonianza, viva, pulsante, ancora attuale di un’intera generazione di musicisti che hanno contribuito in maniera determinante allo sviluppo del jazz negli ultimi trent’anni.

E veniamo a Riccardo Fassi e al “suo” Zappa.

Interessante, divertente, onirica, visionaria, trascinante, intrigante, ironica, ribelle… questi sono solo alcuni degli aggettivi che si potrebbero utilizzare per definire la musica di Frank Zappa, ma non sarebbero in ogni caso sufficienti ché la musica del compositore, chitarrista di Baltimora non può essere racchiusa nell’ambito di una qualsivoglia classificazione. Probabilmente l’unica parola che, seppure alla lontana, potrebbe dare un significato a ciò che la musica di Zappa ha rappresentato e ancora oggi rappresenta è il termine “attualità”. In effetti, ad oltre venticinque anni dalla scomparsa di Zappa, la sua musica risulta sempre fresca, di assoluta modernità come se fosse stata scritta solo pochi mesi fa. E un’ulteriore conferma se ne è avuta proprio in questi giorni ascoltando sia il recente CD inciso dalla Tankio Band di Riccardo Fassi sia il concerto del 26 aprile all’Auditorium Parco della Musica di Roma, dedicato alla presentazione dell’album in oggetto (“Riccardo Fassi Tankio Band plays Zappa – The Return of The Fat Chicken – Alfa Music 200”).

Riccardo Fassi è pianista, compositore, arrangiatore tra i più preparati che il jazz italiano possa vantare. Costituita nel 1983, la “Tankio Band” si è immediatamente imposta all’attenzione di critica e pubblico per la particolare strutturazione dell’organico, che si traduce in una coloritura ed in una timbrica assolutamente originale. Dal canto suo Fassi è sempre stato innamorato della musica di Zappa, che conosce a menadito. Di qui l’idea di inserire nel repertorio dell’orchestra un programma dedicato a Zappa; di qui l’incisione di due CD.

Quest’ultimo, registrato nel novembre del 2016 e nel maggio del 2017, accanto alle composizioni di Zappa che abbracciano vari periodi dai primi anni ‘70 ai ‘90, presenta la celebre “Uncle Remus” di George Duke e alcuni pezzi di Fassi e Salis. Dal punto di vista dell’organico, la Tankio è “rinforzata” dalla presenza di prestigiosi ospiti quali Napoleon Murphy Brock vocalist e sassofonista che per oltre dodici anni militò nelle formazioni dirette da Zappa, Alex Sipiagin tromba e flicorno, Gabriele Mirabassi clarinetto, Antonello Salis accordeon, Ruben Chaviano violino e Mario Corvini trombone.

Il risultato è eccellente: Fassi si dimostra ancora una volta artista di assoluto livello, riuscendo a cucire addosso alla musica di Zappa degli arrangiamenti che pur nell’assoluto rispetto dell’originale portano la musica su un versante prettamente jazzistico consentendo ai vari solisti di esprimersi al meglio anche attraverso spazi improvvisativi assenti nelle partiture originali.

Ciò detto, trasferite queste considerazioni al concerto del 26 aprile ed avrete un’idea chiara della musica che Fassi ci ha offerto.

Pur annoverando tra gli ospiti il solo Gabriele Mirabassi, la band ha macinato musica come un treno, precisa, trascinante, senza un attimo di stanca: così uno dopo l’altro abbiamo ascoltato alcuni capolavori di Zappa, da “Little Umbrellas” a “Uncle Meat” impreziosito dal primo dei molti assolo che Gabriele Mirabassi ci avrebbe regalato nel corso della serata, da “Oh no” ad un medley comprendente “Let’s Make The Water Turn Black” con in primo piano l’ensemble dei fiati, “Eat That Question” e “I’m the Slime”, da “Sofa” una delle poche ballad zappiane all’ironico “Take Your Clothes Off When You dance” dedicato ai “frichettoni” anni ‘70, da “It Must Be A Camel” a “G-Spot Tornado”, una delle ultime composizioni di Zappa originariamente tutta scritta e nel cui ambito Fassi ha invece introdotto una struttura di improvvisazione, per chiudere con “Uncle Remus” che come accennato fu scritto da George Duke per Zappa il quale scrisse un testo cantato. Come bis non poteva mancare quello che forse è il brano più celebre di Zappa, vale dire “Peaches en Regalia”, interpretato ancora una volta magnificamente dalla band. Ed a proposito dell’orchestra, data la valenza della stessa, credo valga la pena citarne tutti i componenti: Giancarlo Ciminelli e Sergio Vitale alle trombe, Massimo Pirone trombone, Roberto Pecorelli tuba, Sandro Satta sax alto, Torquato Sdrucia sax baritono, Steve Cantarano contrabbasso, Pietro Iodice batteria, Riccardo Fassi piano, tastiere, direzione e arrangiamenti oltre al già citato ospite Gabriele Mirabassi al clarinetto.

Gerlando Gatto

La redazione di A Proposito di Jazz ringrazia i fotografi Paolo Soriani e Adriano Bellucci rispettivamente per le immagini di Rita Marcotulli e Riccardo Fassi, Tankio Band.