Attribuiti a Parigi i premi de l’ Académie du Jazz

I premiati de l’Académie du Jazz

Senza voler parafrasare lo slogan della campagna elettorale di Donald Trump, bisogna riconoscere che la cerimonia dell’attribuzione dei premi 2017 dell’Accademia del Jazz, presieduta da François Lacharme , ha confermato la predominanza degli artisti venuti d’oltre Atlantico rispetto ai loro colleghi europei e/o francesi. Un’evidenza che non si può discutere!

Il tutto nel corso di una bella serata in cui alcuni dei premiati, come Christian McBride, hanno dato una lezione di contrabbasso e di swing unica prima di raggiungere, nel finale improvvisato, l’impressionante, comunicativa e calda blueswoman Thornetta Davis. Ma ecco a chi sono andati i singoli premi che non hanno certo bisogno di ulteriori commenti:

– Premio Django Reinhardt (musicista francese dell’anno): la meravigliosa cantante Cécile McLorin Salvant (che ha la doppia nazionalità)

– Gran Premio dell’Accademia del Jazz (miglior disco dell’anno): Christian McBride Big Band con “Bringin’ It” (Mack Avenue/PIAS);

François Lacharme e Christian McBride

– Premio per la Migliore Riedizione e/o Miglior Inedito (ex-aequo): Thelonious Monk per “Les liaisons dangereuses 1960” (Sam Records – Saga/PIA) e Lucky Thomson “Complete Parisian Small Group Sessions – 1956-1959” (Fresh Sounds/Socadisc);

– Premio Soul: The Como Mamas  : “Move Upstairs” (Daptone/Differ-Ant);

– Premio Blues: Thornetta Davis : “Honest Woman” (Sweet Mama Music).

E, in un registro molto vicino, il premio del Disco Francese attribuito all’eccellente pianista, scrittore Laurent de Wilde per il suo “New Monk Trio” (Gazebo/L’Autre Disribution).

François Lacharme e Karin Krog

Gli altri riconoscimenti hanno incoronato  la vocalist svizzera Susanne Abbuehl (premio del miglior Musicista europeo per la sua opera), il sassofonista Michel Pastre (premio del Jazz Classico per il suo album, “Tribute to Lionel Hampton” – Autoproduction), la leggendaria vocalist norvegese, Karin Krog (premio del Jazz Vocale per il cofanetto “The Many Faces of Karin Krog 1967 – 2017” – Odin/Outhere), e ancora Pierre Fargeton (premio del Libro Jazz per “André Hodeir, le jazz et son double” – Edition Symétrie).

Didier Pennequin

Christian McBride

Thornetta Davis

François Lacharme e Susanne Abbuehl

Vecchie glorie e stelle nascenti al Blue Note Xperia Lounge Festival

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Due venerabili veterani – Charles Lloyd et Al Jarreau – un talento che torna al jazz – Norah Jones – e parecchi rappresentanti della nouvelle vague quali Robert Glasper, Christian Scott, Trombone Shorty et Kandace Springs formano l’ossatura della nuova edizione del Blue Note Xperia Lounge Festival che si svolgerà a Parigi dal 15 al 22 novembre.
Dopo aver debuttato sulla scena jazzistica nel 2002 e aver vinto non meno di cinque Grammy Awards, l’anno seguente la pianista e cantante Norah Jones, 37 anni, ha intrapreso altre strade molto più redditizie dal punto di vista economico come il pop-jazz, il folk, il country, il soft-rock e il soul. Il che ha ovviamente deluso quanti avevano risposto molte speranze in quella che consideravano un astro nascente della mitica scuderia “Blue Note”. Dopo una dozzina d’anni, l’artista torna con il suo ultimo album, “Day Breaks”, alle sue radici jazz e blues. E’ sufficiente, al riguardo, ascoltare ” Carry On “, molto orientato verso il blues, o ancora la sua ripresa di ” Fleurette africaine (African Flower) “, una composizione di Duke Ellington registrata nel 1963, e ” Peace ” di Horace Silver. E da notare la presenza di jazzmen straordinari come Wayne Shorter (saxes), Lonnie Smith (organo) e Brian Blade (batteria) – già presenti nel suo primo album  – per constatare il desiderio della pianista/cantante di allontanarsi dalle strade seguite in precedenza… Ma fino a quando? (il 15 Salle Pleyel & il 21 nov. à L’Olympia – concerti sold out).
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Monte-Carlo Jazz Festival. Largo ai crooners

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Ciò che stupisce quando Mario Biondi, dalla voce così superbamente grave, attacca il suo recital è la sua straordinaria somiglianza con Barry White. Tutto nelle intonazioni vocali, i ritmi, la musica fortemente intrisa di soul, di funk e di rhythm’n’blues, la scrittura melodica delle canzoni, ci ricorda l’immensa creatura d’un successo planetario degli anni ’70 « You Are The First, The Last, My Everything », conosciuto per la sua taglia imponente e i fiumi di sudore che imperlavano il suo viso quando era sulla scena. Come il suo “antenato” l’elegante vocalist italiano, crooner muscoloso, si indirizza quasi unicamente alle donne, sa affascinarle,, catturarle, farle vibrare grazie a questa voce grave, e tuttavia bella, adescatrice. Il tutto sostenuto da una musica di qualità che ben restituisce quell’universo particolare del r&b dei decenni trascorsi.

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Da quando è apparso sulla scena del jazz vocale all’inizio del 2010 Gregory Porter ha conosciuto una carriera folgorante, restando sempre fedele alle radici del jazz, vale a dire blues e gospel, e conservando una profonda devozione per il suo nume ispiratore, Nat King Cole. Come il suo ‘predecessore’, egli riesce, attraverso brani originali o la ripresa di successi funk, a trasmettere al pubblico la sua emozione in modo molto toccante. La sua voce di tenore, dal timbro chiaro, limpido, talvolta acuta e sensibile, è come un organo dal fascino irresistibile. Egli esprime tutta la profondità del suo canto quando interpreta le sue composizioni come « On The Way To Harlem », « Hey Laura » e si esprime in duo con il suo pianista, Chip Crawford, in « Wolf Cry ». Senza mai dimenticare il suo modo molto personale di rivisitare e far swingare dei successi soul o funk come « Papa Was A Rolling Stone », « Hit The Road Jack » o ancora lo standard « I Fall In Love To Easily ». Ma il concerto raggiunge il suo acme quando Gregory intona il successo che l’ha fatto conoscere al grande pubblico, « 1960 What ? ». Ascoltando questa voce così pastosa e meravigliosa si capisce immediatamente che Gregory Porter, che conosce bene anche lo scat, possiede tutte le qualità che ci si augura di trovare e di scoprire in un cantante di jazz. Insomma un uomo che vive attraverso le sue canzoni.
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Malgrado il tempo che passa Paolo Conte nulla ha perduto della sua bella voce grave del suo charme e soprattutto del suo stile coì particolare ed originale. Accompagnato da un’ orchestra composta da una decina di musicisti, , il pianista/compositore e poeta italiano – che si è man mano trasformato da cantante in fine dicitore – riprende alcune delle sue canzoni che l’hanno reso famoso e attraverso le stesse fa vivere al pubblico fiumi di emozioni e di sentimenti forti .Così, in rapida successione, ascoltiamo « Come di », « Dancing », « Le chic et le charme » e soprattutto « Diavolo Rosso », una lunga melodia dalle origini dell’Europa dell’Est condotta da un’infaticabile chitarrista in cui lo swing la fa da padrone assoluto. Una sorta di ritorno ai suoi primi amori per il jazz.
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Proveniente dal rock e dal blues, Hugh Coltman si è innamorato del jazz e soprattutto dell’universo musicale di Nat King Cole. Per rendere omaggio a colui che era l’archetipo del crooner e allo stesso tempo pianista di assoluto livello, il vocalist britannico ha voluto, con bravura ed anche una certa originalità, reinterpretare i grandi successi di Nat King Cole come « Sweet Lorraine », « Mona Lisa », « Smile » (un brano composto da Charles Chaplin) che trovano così una nuova giovinezza. E che dire della stupefacente interpretazione di « Nature Boy » (divenuto uno standard del jazz) in cui il batterista Raphaël Chassin ha offerto un solo che, partendo da una bella dolcezza e souplesse, è venuto crescendo in potenza, prima di ritornare alla melodia e rilanciare tutto lo charme del brano. Grande arte!

Monte-Carlo Jazz Festival. una decima edizione aperta e prestigiosa

Marcus Miller

Marcus Miller

Fedele alla sua politica d’apertura e d’innovazione, Jean-René Palacio, il direttore della manifestazione e della SBM (Société des bains de mer) attribuirà una ‘carte blanche’ al contrabbassista/compositore Avishai Cohen. Colui che era stato scoperto negli anni ’90 da Chick Corea e che successivamente ha affermato il proprio stile non etichettabile dal momento che trae spunto da diverse fonti, jazz, hard-bop, world, musiche tradizionali,  pop…, presenterà il 26 novembre una creazione originale durante una serata di gala, sotto gli ori della magnifica sala Garnier dell’Opera, con la partecipazione del suo Trio abituale (Nitai Hershkovits, piano e Daniel Dor, batteria) e  l’Orchestra Filarmonica del Principato che aveva già avuto l’opportunità di accompagnare a due riprese – nel 2008 e nel 2013 – il multistrumentista Marcus Miller.

Bassista elettrico, specialista del clarinetto basso, compositore, arrangiatore e leader, Marcus Miller premiato diverse volte nel corso della sua oramai lunga carriera, presenterà il suo nuovo album “Afrodeezia” assieme a musicisti gnawa e africani. Un incontro che, questa estate a “Jazz à Juan” aveva dato luogo ad una musica estremamente festosa, colorata e ricca di groove.

Se il festival aprirà le sue porte con “James Farm”, il gruppo del sassofonista Joshua Redman (23 novembre), la parte più interessante sarà forse quella riservata alle voci maschili e femminili. Dal lato femminile sono attese Melody Gardot, la cui voce carezzevole si è recentemente orientata verso il soul, la diva classica  Barbara Hendricks che ha fatto registrare un ritorno alle sue radici, in particolare agli spirituals, al gospel al blues e la giovane vocalist belga Selah Sue. (altro…)

Ici France. Ici Paris. JAZZ/ROCK. Festival dell’estate. I fratelli della Costa

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E’ a Nizza che un giorno del febbraio 1948 ha avuto luogo il primo festival del jazz al mondo con, all’epoca, un super cast : Louis Armstrong, Django Reinhardt, Stéphane Grappelli, Claude Luter e Yves Montand.

Dopo più di venti anni, ecco la nascita nel 1974 della “Grande Parade du Jazz”, coprodotta da Simone Ginibre e George Wein, creatore del “Newport Jazz Festival” negli Stati Uniti nel 1954. Fino a quando, nel 1994, viene creato il “Nice Jazz Festival”.

Ripresa in consegna dalla città di Nizza – il cui sindaco è il deputato repubblicano Christian Estrosi – nel 2011, la manifestazione abbandona il sito romano delle“Arènes de Cimiez” per raggiungere il centro città e il “Jardin Albert 1er”. Oggi, sotto la guida del suo direttore artistico Sébastien Vidal (TSF Jazz), il festival, grazie a due scene, può offrire il meglio del jazz di oggi e aprirsi alle musiche “urbane”, al soul, al funky e al r&b. Dopo l’apertura del giovane cantante inglese Jamie Cullum, il festival ospiterà alcune vere e proprie leggende del jazz quali Charles Lloyd (77 anni), il sottile pianista Kenny Barron (72 anni conosciuto anche come l’ “ultimo” pianista di Stan Getz) , ma anche – e soprattutto – i migliori esponenti della nuova generazione di tastieristi jazz e veri giganti odierni del piano quali Omer Klein, Brad Mehldau, Eric Legnini, Jason Moran e Roberto Fonseca. Senza dimenticare importanti vocalist come Kurt Elling et Hugh Coltman. Dal punto di vista della cosiddetta “musica urbana” sono attese parecchie rivelazioni dalle origini diverse come il fenomeno vocale e pianistico inglese Benjamin Clementine, consacrato dalle recenti “Vittorie della Musica” (categoria Rivelazioni) nonché i cantanti Indra Rios Moore et Hindi Zahra. Quanto ai grossi calibri del funky gli stessi si chiamano Larry Graham, The Roots e ancora Kool and the Gang … insomma grosse vibrazioni in arrivo.

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