Innarella, Gallo, Baron e la musica di Albert Ayler


Tutte le foto sono di ADRIANO BELLUCCI

Jazz in Cantina, 22 novembre, ore 21:30

Ayler’s Mood

Pasquale Innarella, sax tenore e soprano
Danilo Gallo, basso semiacustico
Ermanno Baron, batteria

Come molti lettori sanno, a volte mi allontano dal circuito “ufficiale” del Jazz, e vado in posti un po’ defilati, dove si può ascoltare musica live in un contesto inusuale.
Così vengo a sapere da un evento fb che Pasquale Innarella, sassofonista da me molto apprezzato da sempre, annuncia un suo concerto a Jazz in Cantina, zona Quarto Miglio, Roma. Musica improvvisata, ispirata ad Albert Ayler. Al basso Danilo Gallo, alla batteria Ermanno Baron. E’ curioso, non è la prima volta che incontro Danilo Gallo e Ermanno Baron in posti come questi: li avevo ascoltati infatti in un laboratorio di riparazione di pianoforti, zona Pigneto, insieme ad Enrico Zanisi, con il progetto EDE. Una nota a margine su cui (positivamente) riflettere.

Entro in uno scantinato ampio, accogliente, caldo, con le pareti in mattoncini e le foto dei Jazzisti alle pareti, qualche locandina, un piccolo banco bar, un palco con le sedie allineate davanti e improvvisamente mi sembra di essere a New York, non a Roma .
Il proprietario di questa piccola cantina, Roberto Scarabotti, è un appassionato di quelli che traducono la loro passione in tangibilità. Un locale dove ascoltare musica, ingresso libero, offerta libera (che al termine delle performance sei felicissimo di lasciare, per gratitudine ). Al termine del concerto la moglie di Roberto offre un piatto caldo per gli ospiti della serata . Un posto assurdo, a sé stante, uno di quei posti che ti riportano alla musica dal vivo con i musicisti ad un palmo, e che hanno concorso, a suo tempo, a farti innamorare del Jazz.

E il Jazz, inteso come proposizione di musica nuova, estemporanea, improvvisata, è ciò che ho ascoltato a Jazz in cantina.
Albert Ayler è lo spunto. L’ispirazione dicevamo, e lo spiega Innarella parlando di un ascolto alla radio fulminante, da ragazzino, evento quasi fortuito che ha visto nascere l’inizio del suo Jazz come musicista: ma questo geniale sassofonista non viene riproposto in forma di “standard” o “cover”. In realtà Ayler emerge a tratti durante un flusso di musica improvvisata in cui di volta in volta a guidare è il sax, o il basso, o la batteria, o in cui i tre si compattano in un unico suono, cangiante e intenso.
Cosa è accaduto durante questo concerto? Centinaia di cose, di cui alcune provo a dire, basandomi sulle pagine di appunti che ho preso freneticamente, senza fermarmi mai.

Si parte proprio da una intro di Innarella. Il basso di Gallo entra come un pendolo sonoro, la batteria è soffice, Baron sceglie i mallets per percuotere pelli e metallo.
L’armonia che ti immagineresti sottesa al sax viene scardinata implacabilmente dalle note del basso, che a tratti ti illude di rientrare in canoni usuali toccando dominante e tonica: ma sempre per molto poco. E soprattutto è il timbro grave, pastoso, vibrante dello stesso basso a destabilizzare, a creare l’elemento espressivo che determina la direzione del flusso. L’assottigliamento armonico lascia spazio ad un inspessimento timbrico che regala un senso di pienezza: non si rimpiangono, dunque, gli accordi mancanti.

Innarella, Gallo e Baron alternano momenti corali particolarmente intensi ad episodi in cui è uno solo a reggere quel filo di musica che non smette mai: in questi casi il basso può inaspettatamente tramutarsi in chitarra, e dialogare con la batteria, la cui cassa fa le veci di una ulteriore corda nel registro grave. Oppure può capitare che il sax emetta note lunghe, ruvide su un ostinato di basso che fa da sfondo, magari insieme alla batteria che lo doppia (o è il basso che doppia la batteria? )
Si passa da momenti minimali e tenui, ad ondate sonore poderose, e ancora a soste quasi silenziose, quasi come a riprendere fiato dopo una corsa disperata, per poi ritornare al clima evocativo di una melodia malinconica, in cui le note del basso, nel loro avvicendarsi, rimangono tenute a lungo, sovrapponendosi in una infinita e suggestiva serie di armonici. Innarella usa il suo sax come una vera e propria voce, parlando, cantando, urlando, battendo il tempo. Baron usa conchiglie, spazzole, mallets, bacchette e crea effetti di ogni tipo. Gallo usa ogni centimetro del suo basso, compreso il legno, e ottiene qualsiasi tipo di suono occorra a creare un’atmosfera inaspettata.

E se un attimo prima l’aria era colma di armonici, tutto era soffuso e senza spazio e tempo, improvvisamente i singhiozzi del basso, l’incalzare delle bacchette sui ride e le frasi spezzate del sax riportano tutto ad un qui e ora che non permette straniamento, e che è il prologo ad una nuova esplosione di volumi e di suono, che si concretizzano in una Marsigliese polemica, ironica, giunta chissà perché e chissà da dove nel sax di Pasquale Innarella. Parte una rumba giunta chissà perché e chissà da dove negli accordi del basso di Danilo Gallo ( e nella batteria di Ermanno Baron ) , e all’inizio tutto sembra tonalmente regolare, fino a quando quegli accordi non diventano atonali e destrutturanti.

Anche nel secondo set Danilo Gallo comincia con giri armonici noti lasciando gradatamente l’usuale dietro di sé, espandendo, comprimendo le strutture. Anche nel secondo set Pasquale Innarella gioca con citazioni, reminiscenze, contrasti tra registro grave e acuto. Anche nel secondo set Ermanno Baron è cangiante, propositivo, adattabile e assertivo, tutto e il contrario di tutto.
Questo significa che tutto il concerto è un susseguirsi di svolte inaspettate. Ma niente è casuale: improvvisare non significa certo suonare quello che capita.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

I concerti basati quasi interamente sull’improvvisazione libera possono avere su di me effetti molto differenti.
Spesso ho cercato di capire perché a volte io ne rimanga entusiasta mentre altre (senza mezzi termini) mi annoi a morte. Dipende certamente anche da me, dal mio background. Può dipendere dai musicisti, dal loro modo di porsi e di comunicare con il pubblico, o con me in particolare.

Però, andando un po’ a scavare nelle mie sensazioni, posso dire che amo l’improvvisazione quando essa non è dettata dal caso (suoniamo come ci pare a prescindere da tutto) o mera dimostrazione di forza, ma è invece frutto di un istinto molto intenso, guidato da una musicalità altrettanto forte, armonizzati entrambi dalla volontà di comunicare qualcosa di profondo, o sentito, o pensato e reso percettibile con la musica. Il che può avvenire inconsapevolmente: però avviene. E’ un’urgenza espressiva cui il musicista risponde.

Quando mi pare di riconoscere queste caratteristiche? Quando mi accorgo che tutto ciò che accade sul palco è armonioso, equilibrato, pur negli apparenti squilibri di un urlo o di una asprissima dissonanza.
In questo omaggio ad Albert Ayler, artista che trapela nell’energia, nella sistematica ricerca di sprazzi melodici – nonostante essi vengano poco dopo costantemente destrutturati – i musicisti hanno sempre ottenuto un affascinante bilanciamento del flusso sonoro. Il placarsi quasi onirico di un suono travolgente e adrenalinico arriva al momento opportuno, come per una tregua benefica.
Un ostinato di basso appare quando il sax corre freneticamente con fraseggi funambolici, esaltandolo ma non sovrapponendosi ad esso.
Una raffica tribale di battiti della batteria è sottolineata ad arte da una nota lunga del sax e da un vibrare potente del basso.
Tutto questo non è studiato strategicamente a tavolino né buttato lì come viene, ma improvvisato da chi sa fare musica avendo come fine la musica. Non l’esibizione muscolare con l’unico fine di stupire il pubblico, o del contraddire per partito preso qualcosa di già ascoltato e ritenuto dunque aprioristicamente banale.
E’ molto probabile che gli artisti sul palco di Jazz in Cantina mi riterranno un po’ squilibrata leggendo la descrizione che ho fatto della loro musica: loro suonavano estemporaneamente, io ascoltavo con attenzione, cercando un senso a ciò che accadeva. E sono uscita da Jazz in Cantina con la convinzione, ancor più rafforzata  di prima, che bisogna saper improvvisare: per farlo occorre istinto, poi serve lasciarsi andare, ascoltarsi reciprocamente, non ultimo saper suonare (e sì, bisogna essere bravi, le mani devono saper tradurre in suoni gli impulsi, le idee) … bisogna, in una parola, essere Musicisti nel senso più profondo del termine.
Spero in un disco di questo progetto. Anzi, lo caldeggio.

Qui di seguito potete ammirare gli scatti di Adriano Bellucci, che testimoniano l’atmosfera di una serata notevole, in un posto notevole, con un notevole trio sul palco.





 

 

 

 

I NOSTRI CD

Emanuele Coluccia – “Birthplace” – Workin Label
Emanuele Coluccia, pianista e multistrumentista, presenta “Birthplace”, cd edito da Workin Label in collaborazione con Puglia Sound.  Un disco in cui si relaziona ai validi Luca Alemanno al contrabbasso e Dario Congedo alla batteria, che ha come idea di partenza anzi di ritorno il rientro a casa dopo lo smarrimento del viaggio, l’approdo al luogo di nascita, inteso come proprio presente emotivo, vita interiore, come culla di sentimenti ed espressione creativa. Sono otto suoi brani, a parte “Azzurro” di Paolo Conte, che all’origine si configurano come semplici appunti, idee melodiche affiorate nei momenti più imprevedibili della giornata, non dunque come ci si potrebbe aspettare sollecitate davanti ad un pianoforte, un sax, una chitarra, ma fuori, in movimento, fissate in genere sul cellulare.  Schizzi che poi al momento opportuno vengono organizzati sul piano armonico e inquadrati seguendo una sintassi jazzistica all’interno di una cornice che è appunto quella stilistica del mondo musicale d’appartenenza, formatasi anche tramite la pluriennale esperienza artistica in Europa ed a New York.
L’album si presenta come note di un diario di note, genius loci di storia umana e artistica, in una narrazione fatta di temi (in uno dei quali, “Eagle’s Wish”, c’ė l’apporto della vocalist Carolina Bubbico) costruiti con attenzione al suono, al suo scorrere, resi con un pianismo immediato, dai riflessi coloristici mutevoli, fluido, come la placenta di un grembo materno, sia detto metaforicamente, per indicare quel luogo di provenienza e d’arrivo a cui l’album, tutto, protende.

Double Cut – “Mappe” – Parco della Musica Records
Il quartetto Double cut presenta “Mappe”, secondo album pubblicato da Parco della Musica Records. La formazione, abbastanza inusuale, annovera i due sassofoni di Tino Tracanna e Massimiliano Milesi, con una sezione ritmica composta Giulio Corini al contrabbasso e Filippo Sala alla batteria e affini. Ma perché mai Mappe? Proviamo ad immaginare un navigatore satellitare che non sia ben aggiornato e che porti, si, a destinazione ma attraverso un percorso frastagliato, più lungo, certamente più panoramico e variegato. È così che si passa da un brano alla Ornette Coleman (“Spiritual Legacy”) ad un omaggio a Jimmy Giuffre con la riproposizione della sua “The Train and The River” a mò di boogie-shuffle; dall’omaggio divertito a Tom Waits in “Love and Love Again” ai giochi infantili dell’onirico “Biglie e Castelli di Sabbia”, scritto dal batterista (le altre composizioni sono in alternanza di Milesi e Tracanna). Il sat nav ci porta su e giù per la carta geomusicale, fra esplosioni ritmiche (“Olii esausti”) e contrasti armonici (“Triads”), twist (“Charivari”) e improvvisazioni corali (“Settepersette”) fino a “Pow How”, l’indianino animato dei Caroselli di una volta che diventa titolo per un brano basato su una nota sola (no, la samba omonima non c’entra!) legata ad una sequenza ben ritmicizzata. Buon per Tracanna aver trovato un alter ego ideale in Milesi. C’era gente, nel jazz, come Roland Kirk che i due sax se li suonava da solo! I due musicisti, per quanto di personalità differente, lavorano, è il caso di dire, di concerto, impiegando energia e voglia di sperimentazione in congiunzione. Double Cut, Doppio taglio, allora, per I Due Tenori (ma anche soprano e strumentario vario) sta per questo approccio duplice al materiale da segnare durante il percorso: put on the map.

Marco Magnelli – “Dress Code” – Nusica.org
In diverso modo legata allo stato d’animo degli artisti è la proposta discografica del chitarrista trentaseienne Marco Magnelli, cosentino di nascita, bolognese d’adozione, che licenzia in Trio, per i tipi musicali di Nusica.org, l’album “Dress Code”. Titolo che dà l’idea di una musica che “veste” la nudità del vuoto, con una chitarra struccata che abbiglia il suono in modo circolare, lo avvolge di accessori funk e rock, lo avviluppa entro collane di note e si mostra, come in un fashion show, su una pedana dove una compiacente sezione ritmica ne sostiene il passo a volte felpato altre volte calcato con decisione. I modelli, in senso musicale, sono Brill Frisell e Esbjörn Svensson ma la trama del tessuto è di conio artigianale, preparata in team con Federico Gueci al contrabbasso e Simone Sferruzza alla batteria. Il “Dress Code” di Magnelli and partners è casual, nelle parti improvvisate; sofisticato, nei momenti più soft dell’esecuzione; a tratti di taglio semiformale. La scaletta si alterna fra “Ironic Smile” e “Piccoli Idilli” per trasformarsi infine in “Wild”, che è il brano in cui partecipa l’ospite Mariolino Stancati, musicista sperimentale conterraneo di Magnelli. Quasi come se il cerchio si facesse quadrato per occupare integralmente l’habitus entro cui i musicisti si son mossi fino a qualche momento prima.

Federica Michisanti – “Silent Rides“ – Filibusta Records
Stefano Bonnot di Condillac riconduceva le facoltà attive dell’anima alle sensazioni.
Le quali, secondo il filosofo, si trasformavano in azione attraverso fibre nervose e movimenti non essendo l’anima, senza il corpo, in grado di generare alcuno sviluppo. Questo è quanto ricordava, nel 1832, lo storico della filosofia Guglielmo Tennenmann nel suo manuale storico-filosofico. E questo è quanto è venuto in mente al cospetto dell’album “Silent Rides”, del Federica Michisanti Horn Trio, edito da Filibusta Records. In effetti la giovane contrabbassista romana potrebbe esser vista come una ideale continuatrice di Condillac per il rilievo che l’impulso delle sensazioni assume nella sua pratica musicale. Fatta di un jazz molto “a pelle” in cui lo strumento ė funzionale ad “animare” armonie attraverso contrappunti, fraseggi in sequenza, linee improvvisative… qualità che si vanno sempre più riscontrando nella consolidanda tradizione del contrabbassismo femminile. In questa direzione l’essere affiancata, nella suite in otto tracce, dal sax e clarinetto di Francesco Bigoni e dalla tromba di Francesco Lento, la affranca ulteriormente da quei compiti canonici che di norma vengono assegnati ai bassisti. Per girare o meglio viaggiare (Rides) verso territori espressivi già silenti, senza ostruzioni e paletti stilistici e, con tono discorsivo e tocco leggero, cesellare il proprio percorso ricucendone le trame creative unificandoci gli interessanti spunti dei due fiati, spesso intersecati, protagonisti per niente complementari del progetto.

Angélique Kidjo trascinante come sempre… Oded Tzur una bellissima scoperta!

Domenica 25 novembre si è chiusa nel migliore dei modi l’edizione 2018 di Romaeuropa Festival: cinque concerti all’Auditorium Parco della Musica di Roma, che hanno interessato le varie sale, dalla Santa Cecilia alla Petrassi, passando per la Sinopoli e il Teatro Studio Borgna. Dalle ore 16 alle 21, si sono passati il testimone cinque concerti che hanno avuto come protagonisti, in ordine di orario, Ryoji Ikeda ”Eklekto”, Franco D’Andrea Octet “Intervals I – II”, Ryoji Ikeda “Datamatics”, Angélique Kidjo e , Matthew Herbert, per la prima volta in Italia con la sua Brexit Big Band.

La scelta non è stata facile ma sia per l’entusiasmo che mi aveva trasmesso Angélique Kidjo nell’ultimo suo concerto in Italia, sia per l’esplicita richiesta di mio figlio grande appassionato di musica anch’egli, sia per la comodità dell’orario (perché non pensare più seriamente ad organizzare i concerti nel tardo pomeriggio?) ho scelto di andare a sentire la star del Benin e mai scelta fu più giusta.

Già all’ingresso dell’Auditorium si respirava l’atmosfera delle grandi occasioni: moltissima gente ed una lunga fila davanti al botteghino nella speranza – rivelatasi poi vana – di trovare qualche biglietto. Quindi sold out ed un pubblico pronto a recepire le suggestioni della vocalist che, come al solito, non si è certo risparmiata.

Vincitrice di tre Grammy award, Angélique, nella sua unica data italiana, ha presentato il nuovo disco “Remain in Light”, l’album dei Talking Heads registrato dal gruppo insieme a Brian Eno nel 1980 e contaminato dalla poliritmia africana (esplicito il richiamo a Fela Kuti), dal funk e dalla musica elettronica.

Prodotto da Jeff Bhasker (Rihanna, Kanye West, Harry Styles, Bruno Mars, Drake, Jay-Z) con la collaborazione di Ezra Koenig dei Vampire Weekend, Tony Allen e molti altri artisti, il nuovo lavoro della Kidjo si fa apprezzare per la riattualizzazione di una musica per certi versi “storica” nulla perdendo dell’originaria valenza. In altri termini, introducendo dei testi cantati in lingue del suo paese d’origine e percussioni trascinanti, la vocalist ha confezionato un piccolo capolavoro ovviamente più africanizzato rispetto all’originale e più accessibile. E se ne è avuta una palpabile conferma nel concerto romano: già a metà serata il pubblico cominciava ad accalcarsi sotto il palco per rispondere meglio ai ripetuti inviti della Kidjo a cantare, a ballare, a godersi la vita dimenticando, almeno per un po’, i molti guai che ci affliggono; e non sono mancati neanche gli appelli a rispettare le donne.  In effetti l’artista non si è limitata a riproporre il repertorio dell’album, ma ha aggiunto alcuni suoi storici cavalli di battaglia come “Cure” contro la pratica molto diffusa in Africa dei matrimoni combinati e due classici della musica africana come “Mama Africa” e il celeberrimo “Pata Pata” portato al successo da Miriam Makeba. E proprio intonando questi brani la vocalist si è immersa nell’abbraccio del pubblico prima cantando e ballando in platea con gli spettatori entusiasti e quindi, risalita sul palco, invitando molti giovani a raggiungerla dando così a molti la possibilità di esibirsi in siparietti di ballo di qualche minuto. Insomma davvero uno spettacolo forse artisticamente non esaltante, ma umanamente e sentimentalmente toccante. Peccato che, come al solito, c’era qualche signora che forse non si rendeva conto di cosa stesse accadendo e si lamentava perché la gente in piedi non le consentiva di vedere bene cosa accadeva sulla scena. E qui il discorso si farebbe molto serio … ma non è il caso di affrontarlo in questa sede, anche se prima o poi una riflessione occorre farla!

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Adesso facciamo un passo indietro fino a domenica 11 novembre quando, su consiglio di Lucianio Linzi, mi reco alla Casa del Jazz per ascoltare il quartetto del sassofonista Oded Tzur con Nitai Hershkovit al pianoforte, il greco Petros Klampanis al basso e Colin Stranahan alla batteria.

Prima di proseguire nel racconto del concerto, devo premettere a) che il sax tenore è il mio strumento preferito; b) talmente preferito che l’ho studiato per circa una decina d’anni senza però giungere ad un livello tale che mi permettesse di esibirmi in pubblico; c) questo per far capire che sono in grado di valutare se qualcuno il sax lo sa suonare per davvero o meno.

Ebbene in tanti anni di frequentazione con il jazz raramente mi era capitato di ascoltare un ‘tenorista’ che sapesse districarsi così bene tra le dinamiche offerte dal sax tenore. In effetti Oded è in grado di suonare con un volume assai basso mantenendo una intonazione perfetta, cosa, vi assicuro, tutt’altro che facile e banale. Ma ovviamente non è solo questa caratteristica che fa di Tzur un grande musicista. Alla straordinaria abilità tecnica aggiunge un’espressività non comune, una non banale capacità di raccontare delle storie, una intensa attività di ricerca tesa a coniugare linguaggio jazzistico, musica medio-orientale e musica classica indiana (ha studiato al Conservatorio di Rotterdam con il flautista indiano Hariprasad Chaurasia), e grandi capacità compositive e improvvisative. Ed è proprio partendo dallo studio della musica indiana che Oded ha elaborato, dopo una decina d’anni di approfonditi studi, una tecnica per sassofono da lui stesso chiamata “Middle Path”, che estende la capacità microtonale dello strumento.

Cresciuto a Tel Aviv, Oded si è stabilito a New York nel 2011 entrando quasi subito in contatto con altri grandi artisti israeliani che l’avevano preceduto quali Avishai Cohen e Shai Maestro. Insomma una sorta di apprendistato che ha giovato non poco alla sua maturazione tanto che oggi Oded Tzur è considerato una stella nascente nel panorama jazzistico mondiale.

Considerazione più che meritata stando a ciò che abbiamo ascoltato nel concerto romano. Se Tzur mi ha stupito per quanto sottolineato in precedenza, è tutto il gruppo chi si fa ascoltare con attenzione. Tutti bravi a livello individuale costituiscono un gruppo affiatato in grado di sorreggere le escursioni dinamiche del leader, eseguendo con estrema disinvoltura anche partiture complesse ed instaurando un clima di profonda spiritualità sulla scorta della via segnata da geni quali Sonny Rollins e soprattutto John Coltrane con il suo “A Love Supreme”.

Un’ultima considerazione: erano davvero tantissimi anni che non mi capitava di vedere sul palco un giovane jazzista in giacca e cravatta; un dettaglio? Forse sì…o forse no!

Gerlando Gatto

 

 

Ancora una presentazione prestigiosa per “L’altra metà del jazz” il secondo libro di Gerlando Gatto, inserita tra gli eventi del festival JazzMi

Dopo le presentazioni al Salone del Libro di Torino, Udine, Catania e Roma, il secondo volume di Gerlando Gatto “L’altra metà del jazz – Voci di donne nella musica jazz” (KappaVu / Euritmica edizioni) è stato illustrato il 13 novembre a Milano, nell’ambito di “Compagni di viaggio: incontri con gli autori”, nei meravigliosi locali che ospitano la libreria di viaggio del Touring Club Italiano, nella sua storica sede di Corso Italia, nel cuore della città meneghina.
L’evento era inserito nel cartellone del Festival JazzMi, quest’anno quanto mai denso di concerti e appuntamenti (più di 200 in 13 giorni!).
Introdotto dal giornalista Pino Mantarro, ufficio stampa del T.C.I., l’autore ha dialogato con un interlocutore illustre, Claudio Sessa, già direttore di “Musica Jazz”, critico musicale del “Corriere della Sera”, docente di Storia del Jazz, nonché scrittore con all’attivo diverse pubblicazioni (Il marziano del jazz. Vita e musica di Eric Dolphy; Le età del jazz. I contemporanei; Improvviso singolare. Un secolo di jazz).

Tra il numeroso pubblico presente anche alcuni artisti molto noti: il compositore e band leader Dino Betti van der Noot, il sassofonista Claudio Fasoli e il fotografo Roberto Masotti, tra i più prestigiosi fotografi jazz di tutta Europa, cui si è aggiunto verso metà serata un altro importante fotografo, Pino Ninfa.

Sessa, nella sua esposizione iniziale, ha definito Gatto “un lavoratore del jazz” e ha sottolineato il valore particolare di questa raccolta di interviste, integralmente al femminile, soffermandosi sovente sul tema della “differenza di genere” nell’ambiente jazzistico.

Spesso si tratta di stereotipi consolidati, come quando, parlando di musiciste jazz, vi si abbini immediatamente la figura della cantante e quasi mai quella della strumentista. In certi “universi” – il jazz è uno di questi ma anche quello militare, ad esempio – esiste ancor’oggi un pregiudizio molto diffuso e difficile da divellere: la tendenza ad incasellare il jazz suonato dalle donne come se esistesse un modo maschile e un modo femminile di suonarlo. Da questa sorta di postulato, si è scatenata un’interessante discussione alla quale hanno partecipato parecchi spettatori. Io non ho mai pensato alle donne che fanno jazz in termini di genere e il mio giudizio si è sempre e solo basato su canoni di bravura, di capacità tecniche, di espressività, di gusto… insomma, su dei parametri oggettivi, e questo indifferentemente se a suonare, comporre, dirigere sia un maschio o una femmina. Ascoltando i vari interventi mi sono stupita: se nel 2018 si parla ancora di questo, evidentemente il problema non è, come credevo, superato.

La discussione si è ulteriormente ampliata, a seguito della domanda di una spettatrice, sulla matrice primigenia del linguaggio jazzistico e se sia possibile distinguere, al semplice ascolto, il jazz statunitense da quello europeo, quello italiano da quello scandinavo, solo per citare alcuni esempi.

Quasi tutti sono stati concordi nel sostenere la tesi che il jazz è un idioma universale diffusosi ovunque nel mondo, e pur riconoscendo che il suo epicentro era e rimane, per certi aspetti, l’America del Nord, ha saputo integrarsi nelle culture di altri paesi ritagliandosi spazi e sonorità completamente nuovi, tanto da contestualizzarsi, assumendo una precipua forma identitaria.

E’ stato piuttosto difficile per Claudio Sessa riportare il vivace scambio di opinioni sui binari dell’oggetto della presentazione: il bel libro di Gerlando Gatto!

Dopo tanto erudito disquisire (c’era molto da imparare nelle parole di alcuni relatori…) sono finalmente comparse le vere protagoniste di questa opera, da Enrica Bacchia (che Gerlando ha definito come l’esperienza più intensa), a Dora Musumeci, una della pioniere tra le musiciste jazz, parliamo degli anni Cinquanta, che diede del filo da torcere ai colleghi maschi e fu amica personale dell’autore (che si commuove ogni qualvolta se ne parli…), da Dee Dee Bridgewater a Sarah Jane Morris, queste ultime due interviste così diverse tra loro e dalle quali emergono con grande evidenza due diversi approcci: molto professionale e distaccato per la prima, empatico e pieno di calore umano per la seconda. Gatto ha ricordato con affetto anche la vocalist norvegese Radka Toneff, che si tolse la vita a soli 30 anni, per amore… si dice.

Alla domanda su quali siano i criteri che lo guidano verso la scelta delle musiciste da intervistare, Gatto ha risposto in modo semplice e diretto: “avendo la fortuna di poter scrivere di jazz per pura passione, l’unico criterio è di confrontarmi con gli artisti che più mi piacciono, quelli che musicalmente mi trasmettono qualcosa.”  (Gerlando è laureato in giurisprudenza e ha fatto per anni il giornalista professionista, specializzato in economia. N.d.A.)

Marina Tuni

 

IL DUO BOSSO – BIONDINI AL TEATRO VASCELLO


Tutte le foto sono di ADRIANO BELLUCCI

Teatro Vascello, Roma, 6 novembre 2018, ore 21

FLAUTISSIMO 2018 – 20ma edizione
“Camminando a vista”

FACE TO FACE

Fabrizio Bosso, tromba
Luciano Biondini, fisarmonica

Il Teatro Vascello con la rassegna FLAUTISSIMO 2018, Camminando a vista, direttore artistico Stefano Cioffi, apre al Jazz e si rivela, per chi vi scrive inaspettatamente,  uno spazio davvero eccellente per ascoltare musica.

Tromba e Fisarmonica, ovvero Fabrizio Bosso e Luciano Biondini sul palco.
Reciprocamente preziosi e totalmente paritari tra loro, cominciano con Pure Immagination. E’ la tromba a presentare il tema, mentre la fisarmonica disegna il tessuto armonico ritmico del pezzo: ma ben presto i ruoli si invertono, la melodia passa a Biondini, e prelude ad un lungo e variegato domanda / risposta denso di idee e di sfumature dinamiche continue.
La tromba è il Jazz, la fisarmonica è la musica tradizionale.
L’ambito armonico, quello tematico, sono spesso ispirati al repertorio tradizionale della musica da fisarmonica.
La struttura dei brani è spesso Jazzistica (presentazione del tema, improvvisazione, scambi ogni otto battute tra i due musicisti, ripresa del tema, conclusione). Spesso, ma non necessariamente.

C’è una precisa distinzione tra due mondi, verrebbe da pensare… eppure non è esattamente così, perché in questo terreno di incontro la tendenza dei due musicisti è quella ad amalgamarsi, dando origine ad un flusso sonoro del tutto nuovo. E’ una dualità di generi che si percepisce dunque solo concentrandosi razionalmente per capire, facendo il mestiere di chi scrive di musica.


Il tema melodico è sempre oggetto di grande cura sia che emerga piano piano da una intensa introduzione di Biondini (come in Bringi) sia che invece venga esposto in maniera molto netta da subito, come ad esempio in In Lembra de Win, presentato dalla tromba, e reso con delicatezza, esaltato dalle circonvoluzioni poetiche della fisarmonica.

Le dinamiche sono ampie e legate fortemente all’andamento armonico (vedi la tensione che si crea negli accordi di settima di dominante, resi o con potenti forte o con sottili e poetici pianissimo, che sottolineano con poetica efficacia l’urgenza del risolvere alla tonica) .
I due strumenti sono complementari sempre, qualsiasi ruolo decidano di intraprendere (ad esempio la funzione ritmica delle note ribattute da Bosso in Stagione, o il tramutarsi degli accordi della fisarmonica di Biondino in melodie struggenti, come in Nuovo Cinema Paradiso).

Molti gli episodi di improvvisazione libera, ondate sonore potenti non scevre da dissonanze, complice anche il loop elettonico della tromba. E gli obbligati che li incorniciano e su cui risolvono godono, a contrasto, di attacchi e conclusioni ineccepibili, l’entrata in acqua perfetta dopo un tuffo triplo carpiato.
Rumba for Kampei è trascinante, ed evidenzia l’innegabile virtuosismo di Bosso e di Biondini che sfruttano tutte le possibilità dei propri strumenti (anche gli urli laceranti della tromba in African Friends supportati dalla eccezionale densità del tessuto armonico della fisarmonica non sono da meno). Tre bis dimostrano la capacità comunicativa di un duo che si può definire, in tutta onestà, eccellente. Giudizio che è l’anticipazione del piccolo capitolo successivo di questo scritto.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE (considerazioni personali)

Un concerto coinvolgente, emozionante, in cui i molti richiami armonici e tematici tradizionali dettati dalla fisarmonica, o le strutture e i fraseggi tipicamente jazzistici dettati dalla tromba hanno la particolarità di essere percepiti come inediti e nuovi, poiché… lo sono. Il fondersi di questi due mondi vive di un impulso creativo molto netto, di un’urgenza espressiva anch’essa molto netta sia di Bosso che di Biondini. Questa urgenza espressiva, e questa creatività estemporanee diventano Jazz, in quanto improvvisazione non certo di maniera. Non ci sono trucchetti acchiappa applausi, c’è un flusso sonoro in divenire, in cui l’impianto armonico è magari ben definito, ma all’interno del quale avviene di tutto. E così la benefica tensione che si prova all’ascolto non è dovuta solo alle leggi armoniche – melodiche che regolano innegabilmente l’andamento dei brani, ma anche e soprattutto alla irresistibile urgenza creativa dei due musicisti che rifugge da ogni cliché predeterminato.
Un dialogo serratissimo, una empatia incredibile, permettono dunque di tramutare la bravura tecnica in espressività trascinante. Pathos, lirismo, fantasia, una forbice ampia dal brano placido, o nostalgico, a quello più sanguigno, o dispari, a velocità incredibile: Face to Face, tromba e fisarmonica danno vita a Musica.

La galleria che segue delle bellissime foto di Adriano Bellucci può dare idea dell’atmosfera della serata al Teatro Vascello: per guardare ciò che vi ho descritto con le parole.



Eyes and Madness – Alberto Dipace Trio

EYES AND MADNESS

Jasm Records

ALBERTO DIPACE TRIO

Alberto Dipace, pianoforte

Danilo Gallo, contrabbasso

Ferdinando Faraò, batteria

Eyes and Madness nasce per Alberto Dipace come omaggio Esbjörn Svensson: ma non bisogna immaginare ad una mera riproposizione di brani del pianista svedese, pur in una qualsivoglia chiave interpretativa. Svensson è piuttosto lo spunto espressivo, ispiratore, da cui si vola verso un qualcosa di nuovo e di personale. Una specie di filo conduttore che alimenta lunghi episodi di improvvisazione di un Trio che da subito appare in un particolare stato di grazia. Con Alberto Dipace al pianoforte si avventurano in questa sorta di esplorazione di suoni avvenuta in una unica giornata di registrazione live, Danilo Gallo al contrabbasso e Ferdinando Faraò alla batteria. Quasi tutti brani originali e concepiti in Trio, forse estemporaneamente, ad esclusione di From Gagarin’s point of view , dello stesso Svensson, e Footprints di Wayne Shorter, e di Nina’s Dream, di Alberto Dipace.

Apre il disco un piccolo, delicato piano solo, Melancoly of distance, che da una tonica ribattuta ricca di dinamiche e mai uguale a sé stessa, si apre ad una progressione armonica dolce e non priva di sorprese. Il tema melodico è pervaso di reminiscenze di musica che sembrerebbe familiare, all’ascolto, eppure colpisce per il divergere dal “già noto” piuttosto che per il contrario.

Con Moving dimensions 1 e 2 si entra nel vivo di un Trio che sa diventare un corpo espressivo unico, in qualsiasi modo cominci e in qualsiasi modo finisca. L’intro di contrabbasso incalzante di Danilo Gallo si lega immediatamente alla batteria di Ferdinando Faraò, tessendo una base ritmica al pianoforte di Alberto Dipace: il quale lascia scorrere tutta quella ricchezza di suono aggiungendovi solo dopo un po’, a sprazzi, una base armonica. E’ ancora il contrabbasso a dare lo spunto per la seconda parte di questa suite, con una nota ribattuta, che il pianoforte avviluppa in un tema non scevro, in alcuni momenti, di blues. La batteria commenta creativamente, più che strutturare in uno schema rigido.

In Nina’s Dream è il pianoforte che parte, dolce, con il pedale che prolunga i suoni e rende tutto più etereo, irreale, mentre rumori lontani fanno eco, naturali e fiabeschi allo stesso tempo. Poi si cambia, il pianoforte corre insieme alla batteria, il contrabbasso sottolinea solo i cambiamenti armonici o poco di più. E ancora, andando avanti, il dialogo tra pianoforte e contrabbasso si fa serrato. La batteria si afferra ad entrambi senza perdersi nemmeno una nota, nemmeno uno spunto, giocando moltissimo sui piatti, e così facendo alleggerendo di molto l’atmosfera spessa, scura, di quell’intreccio. Tutto è improvvisato ma perfettamente armonico. Anche il progressivo diminuire, che non è uno sfumare, ma semplicemente un parlare più piano.

In Eyes and Madness Alberto Dipace crea una atmosfera sapientemente sospesa, in una vaga tonalità minore, mossa da piccole dissonanze. Ferdinando Faraò sottolinea, soffice, quel clima così indefinito, ma intenso, che però via via va prendendo un corpo diverso: la mano destra nel pianoforte comincia, in maniera discontinua, a cantare. Inizialmente il tutto è quasi prudente, pianoforte e contrabbasso si studiano, poi il flusso parte. L’improvvisazione libera si intensifica, poi rallenta. Gli accordi sono atonali, eppure li si percepisce morbidi, definiti, perché nati per costruire un suono complessivo che è fatto di pianoforte, contrabbasso e batteria. Un unico strumento, composto di quell’intreccio di corde, battiti e note.
L’unico pezzo di Svensson, come accennato è From Gagarin’s point of view. L’incipit è garantito da Danilo Gallo, che riproduce con l’arco, sfregando, rumori quasi elettronici: ed entra dopo una lunga intro nel brano vero e proprio, del quale è riproposta l’atmosfera, quell’ostinato di contrabbasso, il fluttuare del tema, i soffi della batteria: ma non certo pedissequamente. Alberto Dipace ha i numeri per parlare egli stesso, e raccontare quel brano “ a parole sue “. E le sue parole sono una personale tensione lirica che emerge durante l’improvvisazione libera, un modo particolare di creare sottraendosi a potenziali eccessi, aumentando di contro l’intensità dei suoni, e indugiando in piccoli efficaci silenzi che drammatizzano le frasi che li seguono.

Quando il titolo di un brano (Breaking Point ) ha un suo suono preciso, e quel suono lo ritrovi raccontato quasi onomatopeicamente nell’improvvisazione in un trio che si lascia andare ad un procedere libero e di incitamento reciproco, totalmente istintivo ma con la regola del riuscire a farsi ascoltare anche nei momenti pià adrenalinici, riesci a lasciarti andare senza nemmeno chiederti cosa stia davvero accadendo.

In Elegy il contrabbasso regala una introduzione di quasi due minuti fatta di suoni profondi, coinvolgenti, evocativi, che dopo averti irretito si diradano diventando i solidi rintocchi ai quali si appoggia con dolcezza il pianoforte. Alberto Dipace con il suo tocco intenso canta e non spreca neanche una nota. Il contrabbasso di Danilo Gallo, nell’improvvisare, mantiene una sua cifra che lo contraddistingue, e che è fatta di un andamento viscerale, travolgente. Contagia, provoca, ma non rimane avulso da ciò che accade intorno a lui. Dipace dal canto suo si lascia travolgere, ma tutt’altro che passivamente.

In Footprints il celebre tema di Shorter parte totalmente trasfigurato dal pianoforte. La batteria di Ferdinando Faraò è creativa e fondante, sottolinea la frammentarietà del tutto ma allo stesso tempo è l’elemento più continuo del brano: ed è lui che cuce insieme i suoni facendoli percepire come una corrente continua.

Il cd si conclude con Where is the end . L’atmosfera è quella di E.S.T. e su questo non c’è dubbio. Ma dove è Svensson? E’ l’ispirazione. Se ne sente la presenza. Il clima sognante, intenso, blu, nero, turchese, profondo, cullante ma non privo di scosse è quello. C’è anche però la bellezza del non essere replicanti, garantita proprio dal fatto che siamo di fronte a musica quasi del tutto improvvisata. Tutto è spunto per volare via e raccontare, in quel modo altro.

Un lavoro francamente notevole, questo di Alberto Dipace, in cui nell’improvvisazione libera si trovano strade, non si va a caso, in cui niente è fine a sé stesso. Si intraprendono in trio percorsi che tendono ad un traguardo, magari, anzi certamente, istintivo, ma che chi ascolta percepisce come  completezza sonora, coesione dinamica. In una parola, come intensa espressività.