L’affascinante universo sonoro di Martin Tingvall

Martin1_by Jenny Kornmacher - small

Sono al Teatro Studio dell’Auditorium Parco della Musica di Roma per ascoltare il concerto in piano solo di Martin Tingvall
Quando appare sul palco Martin suscita immediatamente simpatia; il suo essere svedese è chiaramente evidenziato dalla statura e dal colore dei capelli; si muove con un certo imbarazzo che scompare del tutto quando comincia a suonare.
E a questo punto mi sorge spontaneo un raffronto con il disco di Cecil Taylor che ascoltavo in macchina recandomi all’Auditorium: certo, non si tratta di considerazioni originalissime, ma ancora una volta sono rimasto stupito da quanta differente musica si possa trarre da un medesimo strumento, il pianoforte. Così nei brani di Taylor possiamo ritrovare una smisurata energia e intricati poliritmi che in qualche misura richiamano l’Africa mentre l’arte di Tingvall è profondamente radicata nella cultura europea e in modo specifico nella grande musica del Nord Europa caratterizzata da grandi aperture, profondi silenzi e dolce malinconia. Una musica difficilmente etichettabile che ha indotto qualche critico ad affermare, non senza ragione, che si tratta di una forma di musica che non conosce classificazione di genere collocandosi vicino sia a Edvard Grieg sia al Chick Corea delle ‟Children‘s Songs”.
Nel concerto romano Martin ha presentato brani provenienti dai suoi ultimi due album per solo piano, ‟En ny dag”, del 2012 e “Distance” uscito di recente. (altro…)

Filippo Cosentino alla chitarra baritono affronta con “Tre” una nuova sfida

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Passo dopo passo Filippo Cosentino sta conquistando un suo preciso spazio nel pur variegato panorama dei chitarristi jazz italiani. Merito di un indubbio talento ma anche di studi approfonditi, di grande tenacia e della voglia di sperimentare sempre nuove strade.
E’ in tale contesto che si inquadra la sua ultima produzione discografica, “Tre”, presentata di recente al Teatro Arciliuto di Roma. L’album presenta una sua particolarità: Cosentino suona, in splendida solitudine, la chitarra baritono, affrontando quindi una sfida non proprio facilissima.
La chitarra baritono è, infatti, strumento dalla splendida sonorità, caratterizzata da un timbro più basso, ma non facile da gestire anche perché come strumento ha solo due ottave; ha un corpo più largo rispetto alle chitarre standard, specialmente in caso di strumenti acustici, e ha una scala più lunga che permette alle corde di essere accordate più basse pur rimanendo a una tensione circa pari a quella delle altre chitarre. Non è quindi un caso se nel mondo del jazz solo pochi si sono cimentati con questo strumento; tra questi pochi da ricordare Pat Metheny nel suo album solista del 2003 “One Quiet Night”. (altro…)

Emozioni intense con “Inside” del duo eMPathia

Paul Ricci e Mafalda Minnozzi

Nella mia oramai lunga carriera di cronista musicale pochissime volte mi è capitato di ascoltare un artista veramente cosmopolita, che cioè sapesse cantare in diverse lingue con piena padronanza delle stesse. Al momento l’unico nome che mi viene in mente è quello di Caterina Valente della quale, probabilmente, alcuni giovani lettori nulla sanno.
E’ quindi con grande piacere che ho ascoltato di recente una cantante che veramente sa esprimersi in diverse lingue con estrema disinvoltura: dal francese di “Hymne à l’amour” al brasiliano di “A felicidade”, dall’inglese di “Every Time We Say Goodbye” all’italiano di “Città vuota”.
Stiamo parlando della vocalist Mafalda Minnozzi che assieme al chitarrista Paul Ricci costituisce il guppo “eMPathia”; i due hanno presentato al Cotton Club di Roma il nuovo album “Inside” prodotto da Jeff Jones. Ci eravamo già occupati di questo duo in occasione del concerto alla Casa del Jazz del 23 aprile 2015 e ne eravamo rimasti favorevolmente impressionati. Sensazione che è stata confermata dal concerto al Cotton Club: i due costituiscono un’entità musicale straordinaria cui si adatta perfettamente il nome “eMPathia”. Perfetta l’intesa per cui i due riescono a produrre una musica che va ben al di là del ristrettissimo organico: spesso se si ascolta i loro brani ad occhi chiusi si ha quasi l’impressione che ad eseguirla sia un gruppo più numeroso. Merito della grande intensità e delle capacità interpretative della vocalist, ma anche del sapiente lavoro di rifinitura, di cesellatura oseremmo dire, nonché di vera e propria costruzione di un raffinato tappeto armonico-ritmico operata da Paul Ricci, artista sicuramente sottovalutato, dotato di sensibilità, di capacità arrangiatrice e di tecnica non comuni (lo si ascolti ad esempio, in “A Felicidade” di Antonio Carlos Jobim e Vinicius de Moraes). Ricci usa diversi tipi di chitarra da cui trae colori e sfumature timbriche diverse: la chitarra jazz, la chitarra baritono, la chitarra a risuonatore in legno che dà un colore unico all´adattamento blues acustico di “Hymne a L´Amour”. (altro…)

I NOSTRI CD. Da Milano a New York è tutto un bel sentire

I NOSTRI CD

di Amedeo Furfaro

Roberto Cecchetto Core Trio – “Live At Cape Town” – NAU

Live at cape townSi respira aria di club, in “Live At Cape Town”, album che il chitarrista Roberto Cecchetto ha affidato ai tipi musicali della NAU, praticamente in ognuno dei brani registrati due anni fa nel detto Cafe’ milanese. Già in “Nowhere Man”, titolo che ricorda l’Uomo senza luogo beatlesiano, sigilla il numero 01 della collana, senza che dal suo Core Trio traspaia una precisa collocazione stilistica. In realtà quello a cui si guarda è un mondo di suoni affrancato e libero, così come nella slappante “Easy Walker”, dall’iniziale fraseggio a due fra il basso elettrico di Andrea Lombardini e la batteria di Phil Mer; e più avanti la chitarra elettrica a far da collante al loro dialogo.
La dimensione di musica in action assume, in “That Evening”, i contorni di una ballad costruita con tavolozza di impressioni del momento e colori mutanti.
L’impronta dell’istantaneo è ancora più forte nella successiva “Core Awake” dall’improvvisazione permeata di suoni concreti, richiami elettronici, sprazzi cyber, affreschi free. Poi rimossi in “Daylight”, dove l’ispirazione vaga sulle ali di un ritmo costante e contemporaneo. Nella successiva “Gift”, vero e proprio inno alla musica, Cecchetto conferma il proprio chitarrismo essenziale, sfrondato, incentrato sulla timbricità dello strumento e sull’attenzione armonica di accordi e di sequenze melodiche che vi si posano. Ed è, questa, una composizione-Manifesto per il nostro “Roberto Cecchetto Experience” per un album che trasuda il calore degli applausi “veri” della esibizione dal vivo. Infine” Waiting List” disegna a tratti uno scenario post Jazz/Rock che di fatto si rivela un laboratorio di fusione nel Nucleo (Core, in inglese) di filoni differenti: nota per nota, nota su nota, mentre il drumming si fa insistente e insegue a ruota il beat, il battito scandito dalle linee di basso; con la sei corde del leader del Trio proiettata verso innovativi spazi extratonali, extramodali, extraformali, “sitting in his nowhere land” pur tenendo fermo il centro di gravità della propria musica. (altro…)

Lorenzo Tucci: “Sparkle”, il mio Jazz scintillante

Sparkle

JandoMusic/ Via Veneto Jazz

Lorenzo Tucci, drums
Luca Mannutza, piano
Luca Fattorini, bass

Flavio Boltro, trumpet
Karima, vocals on #10

Esce per l’etichetta Jando Music il nuovo disco di Lorenzo Tucci, Sparkle.
In Trio, con l’apporto in alcuni brani della tromba di Flavio Boltro, il cd contiene anche un omaggio a Pino Daniele interpretato da Karima. L’organico è nuovo rispetto a quello del precedente “Tranety”, e vede Luca Mannutza al pianoforte e Luca Fattorini al contrabbasso. I brani sono (a parte tre) tutti originali, scritti dallo stesso Tucci, che, pur se non nuovo nell’impresa, si mette in gioco anche come compositore.

Il Jazz è questo: è anche respirare nuova aria buona, senza paura. Tucci il Jazz lo sa fare bene, e il risultato è estremamente positivo, interessante, originale e, detto con semplicità, bello e avvincente da ascoltare.
Un po’ perché, si sa e più volte è stato sottolineato, la batteria la sa suonare benissimo: ha una tecnica che non è mai asservita a virtuosismi inutili ma è utilizzata per far cantare, parlare, esprimere uno strumento che in teoria dovrebbe principalmente “battere il tempo”. Ma anche perché i brani e gli arrangiamenti, magistralmente eseguiti da lui e dai musicisti che lo affiancano in questo progetto, rimangono impressi: sono freschi, moderni, hanno respiro e sono variegati, mai monocordi. Tucci compie una scelta precisa: la connotazione tematica di ogni brano, curatissima e per questo efficace. Il tema può essere armonico (come quello di Sparkle Suite) che primeggia e viene trasformato, ridisegnato, ammorbidito dal pianoforte, e nel quale la batteria crea, struttura, ma non rinuncia a “cantare”.
Oppure può essere un semplice tema melodico in tonalità minore come quello di Past, che si risolve su arrivi armonici inaspettati e che si scioglie in un bel solo di Mannutza.
Anche uno scorrevole 5/4 come So One è notevole: armonicamente complesso nei suoi inserti, all’ ascolto è fluido e coinvolgente, dato che batteria e pianoforte sono così in sintonia da produrre un’ unica ondata di suoni cuciti impeccabilmente dal bel suono del contrabbasso di Fattorini. E’ un brano dinamico e tranquillo, con un suono ricco ma elegante, la cui essenza è colta dalla tromba di Boltro che con le sue note lunghe lascia agio ai giochi infiniti della batteria di Tucci.
In Grow, una ballad che è jazz puro, il tema è affidato al contrabbasso, gli accordi del pianoforte sono carezzevoli, le spazzole leggerissime: ne rimane impresso il suono, l’atmosfera.
In Keep Calm ritroviamo un tema costituito da una bella progressione armonica: riproposto a loop riesce a rilassare, ipnotizzare, trascinare. Lo si continua a cantare anche quando è terminato. In Two years la batteria è irresistibilmente ricca di spunti. Emerge quella tecnica sopraffina di cui si parlava più sopra: un suono rotondo, potente, anche,  ma un volume mai eccessivo anche quando vira in alto, e che sa creare il tessuto ritmico adatto ad esaltare (ad esempio) l’assolo di contrabbasso di Fattorini fantasioso, piacevole, inusuale.
Ci si rigenera con L&L, in cui Boltro sottolinea impeccabilmente una melodia pulita, dolce, latin, o si può ascoltare con gusto il Seven Days di Sting in cui appare chiaramente quale sia la differenza tra una cover e un brano che, attraverso un vero jazzista come Tucci, diventa standard: il contrabbasso disegna la strofa ritmicamente in maniera quasi secca, con un efficacissimo ostinato, per ammorbidirsi poi nell’ inciso, che con i suoi cromatismi armonici, diventa più lirico.
Boltro e Mannutza giocano su Tarì e sul suo impianto di accordi sospesi su una cellula melodica reiterata. Si finisce con la splendida voce di Karima che interpreta E po’ che fa di Pino Daniele, su un arrangiamento blues così come il blues e come il jazz devono essere. Lorenzo Tucci ha la capacità di farlo vivere, il Jazz, di evocarlo dal silenzio ma anche di rinnovarlo e riplasmarlo a suo piacimento: il risultato è ancora una volta quello giusto e allo stesso tempo completamente nuovo.
Chiediamo a Tucci qualcosa di più su questo progetto, l’ ottavo da leader.

1) Innanzitutto, perché Sparkle?

È il mio modo di vedere il jazz attualmente: non più con la retorica del “bianco e nero” ma “sparkle”:  colori messi insieme, scintillanti, variegati, accecanti, un’ aurora boreale… così come la fusione di generi musicali diversi e di culture dovrebbe essere. Quello scintillio che mai deve svanire negli occhi di ognuno di noi e nel modo di essere creativi e di amare, lo sparkling che ci fa giudicare la qualità di uno champagne e che ci da brio e entusiasmo.

2) Come e in quale particolare momento è nata l’esigenza di metterti in gioco totalmente come musicista, come strumentista e come compositore?

Sento sempre di più l’esigenza di scrivere musica, credo che un musicista debba essere ricordato e/o menzionato anche per quello che ha scritto  oltre alla bravura sul proprio strumento.
Scrivere musica è una cosa molto bella perché tiri fuori veramente te stesso e deve essere sempre così senza “condizioni”.
Quando scrivi non c’è nessuno che puoi dirti come devi farlo , cosa è bello e cosa è brutto, hai la libertà totale in base al tuo background culturale / musicale.
Io scrivo sempre in base ai mie “flussi emozionali” con la speranza poi che arrivino al pubblico.
Quello che scrivi è tuo e sarà tuo per sempre, testimoniato da un disco che registri o da una partitura.
È evidente che ti metti in gioco: ogni disco che fai vuol dire uscire allo scoperto e darti in “pasto” a critica e pubblico .

3) Il jazz di Sparkle è particolarmente scorrevole. Risuona di una grande cura per la melodia ma è anche connotato da un sound internazionale. Quale e quanto Jazz ascolti, quanto ne metabolizzi, quale soprattutto ti influenza?

La melodia è sempre stata importate per me: per me melodia significa cantabilità, musica che resta nella nostra memoria.
Credo che ogni musicista dovrebbe  ricordarsi di ciò che scrive: in caso contrario significa che la  musica è scritta “a tavolino” e questo spesso ne inficia la cantabilità. 
Ascolto molto jazz e molta musica in generale, al di là dei generi, cerco di ascoltare senza tabù e pregiudizi, con il cuore e le orecchie ben aperti. A volte ascolto anche un solo brano per decine di volte di seguito.

4) Ascoltando questo tuo lavoro emerge molto netta la tua inclinazione a “targare” ogni tuo brano identificandolo quasi anagraficamente con un tema preciso: che esso sia “armonico” o “melodico”. Come arriva l’idea di un tema che sarà la base di un tuo brano?

Per quanto mi riguarda attribuisco alla parola “idea” un significato diverso da quello che stai attribuendo tu: nel momento in cui compongo l’ “Idea” è una soluzione, un miglioramento, o una correzione  a qualcosa che ho già progettato: quindi nella prima fase di concepimento di un brano mi interessa molto poco.
A me interessano l’intensità e la carica dinamica con cui canto le “arie” che mi passano per la testa: se le ritengo emotivamente valide le scrivo, e poi magari le armonizzo.

5) E’ vero che ogni tuo brano rimane impresso poiché precisamente connotato, firmato.  Ma di certo non si può dire che il materiale iniziale una volta sviluppatosi rimanga inerte. Sembra che tu riesca a quadrare il cerchio tra semplicità e complessità, optando anche per impianti armonici di certo non facili. Quanto c’è di progettuale e quanto di “istintivo” in un risultato simile?

Io credo che ogni artista, pittore, scrittore  musicista, poeta, scultore o architetto è stato sempre compromesso, influenzato o contaminato da qualcosa, qualcuno: un Dio, il bisogno di denaro, una scadenza, una delusione, una nascita, un lutto magari. Non esiste la purezza creativa assoluta: tutto questo rende qualsiasi cosa, compresa una composizione musicale, terrena, imperfetta e proprio per questo umana e straordinaria.
Il mio compromesso voglio trovarlo con il pubblico, con chi ascolta i dischi o con chi viene ai miei concerti, e questo è il mio progetto: arrivare in modo autentico e diretto. Certamente un mio brano può essere anche complesso, armonicamente o ritmicamente: ma con una melodia forte, scritta  di istinto piuttosto che forzata cerebralmente, riesco a trovare una connessione maggiore con chi mi ascolta. E questo mi fa stare bene.

6) Quando componi un brano lo pensi già ritmicamente, o il groove da imprimergli nasce in un secondo momento?

Io credo che per ogni musicista ogni frammento melodico o brano nella sua interezza venga in mente con il proprio ritmo già sottinteso. Armonizzare la melodia  è cosa più complessa. Armonia e arrangiamento possono poi decidere sorti del brano in positivo, ma anche in negativo.

7) Solo tre brani non tuoi. Scelti come, e perché?

L & L è una bellissima composizione di un mio caro amico ( Andrea Sorgini), brano che mi regalò quattro anni fa in occasione di un giorno importante della mia vita: mi ero ripromesso di registrarlo alla prima occasione e di consegnarla al pubblico.
Seven day di Sting e E pò che fà di Pino Daniele sono a mio avviso  due brani bellissimi del panorama pop internazionale. Spetta al jazzista (come avveniva negli anni d’oro del jazz) far diventare ” standard” una composizione.

8) Voglio parlare un po’ dei musicisti di Sparkle. In questo disco compare la tromba di Flavio Boltro. Perché hai pensato alla tromba e perché alla sua tromba in particolare?

Quando scrivo un brano penso anche al suono complessivo e per alcuni brani volevo proprio la tromba. Quando pensi alla tromba ti vengono in mente alcuni grandi trombettisti: uno di questi  è Flavio Boltro.
Flavio ha suonato solo alcuni brani dato che il disco è stato registrato per la maggior parte in trio, ma mi ha regalato dei camei molto emozionanti.

9) Arriviamo al tuo nuovo Trio. Tu e Luca Mannutza avete un sodalizio che dura da tempo, e avete suonato in compagini ampie (penso agli High Five, ad esempio) ma anche in duo in progetti più inusuali (penso a Lunar, altro tuo disco di grande successo) . Cosa ti serviva in questo caso del suo personale modo di suonare?

Luca Mannutza  è un musicista che conosco molto bene e da molto tempo. Oltre alle indiscusse  capacità pianistiche e musicali si mette a disposizione, dando sempre il massimo riguardo a quello che gli viene richiesto, con umiltà e serietà:  i risultati sono sempre sorprendenti.  Aggiungo anche che in Sparkle ha suonato in modo anche inusuale rispetto al suo stile, dimostrando  di come un musicista possa essere plastico e sensibile se ci sono volontà e talento.

10) Per la prima volta invece sei affiancato da un bravissimo Luca Fattorini al contrabbasso. Parlaci anche di questa scelta.

Ho scelto Fattorini perché è bravo, si sa muovere in diversi contesti musicali,  ed è quello che cercavo da un giovane musicista in un disco come Sparkle.  Come avrai notato ci sono tante atmosfere diverse: avevo bisogno di un musicista di ampie vedute, sensibile, e con quella tendenza alla modernità che ogni giovane musicista dovrebbe avere.
Luca è riuscito a darmi tutto questo.

11) C’è un omaggio molto bello a Pino Daniele in cui hai scelto di inserire la bellissima voce di Karima. Perché lei, perché proprio E po’ che fa’?

Avevo avuto già  il piacere di collaborare con Karima e quindi di apprezzare le sue eccezionali doti canore e umane .
Quando ho deciso di inserire E pò che fa nel  disco non ho avuto esitazioni e glielo ho proposto immaginando già un arrangiamento che sarebbe stato adatto alla sua voce ed a un quartetto. Ho cercato di trattare il brano come un vero e proprio standard jazz. Lei ha cantato divinamente e sono sicuro che anche Il grande Pino avrebbe apprezzato. Almeno lo spero. 

13) E’ difficile in Italia per un batterista essere leader di una formazione?

Credo che attualmente sia difficile per tutti i musicisti. E’ un periodo un po’ incerto e non è ben chiaro a cosa si andrà incontro: la crisi economica in generale ha prodotto anche una crisi di valori, e inevitabilmente una crisi culturale. Il jazz, come accade in altre categorie, ne risente.
Essere un bravo leader richiede impegno, polso e lucidità nel gestire la musica ma anche le diverse situazioni che attualmente il mercato richiede: purtroppo non basta più suonare bene ( seppure è una condizione necessaria ), ma ci sono molti aspetti da curare e da non sottovalutare.
Essere leader vuol dire anche  avere  qualità che prescindono dallo strumento.

14) Cosa pensi del mercato discografico in questo periodo? Quale è il passato, quale è il futuro, soprattutto per il Jazz?

Molto spesso si confonde la mancanza di vendita del disco “fisico” come una mancanza di produzioni  musicali in senso artistico.
Invece di musica ce ne è tanta , tanti artisti tanti generi, tanta proposta.
Tuttavia il mercato discografico del jazz pur essendo di nicchia continua ad avere successo: gli appassionati comprano dischi e lo faranno sempre, anche perché ci sono produttori seri e coraggiosi come Jando Music / Via Veneto jazz che imperterriti vanno avanti. Ho la fortuna di essere prodotto da loro, che hanno un vasto catalogo di ottima musica. 

15) E’ già partita la promozione? State già suonando in giro? E’ prevista una presentazione ufficiale?

Si, la promozione vuol dire fare concerti e per fortuna quelli non mancano: a questo proposito vorrei ringraziare la mia agenzia,  BlueartManagement di Rosario Moreno, che lavora molto bene.
Appena è uscito Sparkle ho iniziato da subito a suonarlo live e la risposta del pubblico è stata molto entusiasmante.
La presentazione ufficiale sarà il 22 Maggio all’Alexanderplatz jazz club di Roma, un club al quale sono molto legato. Quindi bene, molto bene.

Roma e il jazz

Massimo urbani 2

Che Roma sia una città jazzistica – nonostante i numerosi e strutturali problemi per la musica di ispirazione afroamericana – è affermazione plausibile. Domenica 8 maggio alle ore 18 è stata collocata una targa in onore di Massimo Urbani nell’area verde antistante il parco di Santa Maria della Pietà a Roma nord. E’ l’atto (temporaneamente) conclusivo di un percorso iniziato il 6 agosto 2015, quando la giunta del municipio XIV aveva deliberato l’apposizione di una targa in memoria di “Max” che è nato e cresciuto nel quartiere di Monte Mario. Nel marzo 2015 si era, peraltro, svolto un jazz festival a piazza Guadalupe, sempre dedicato al grande sassofonista e la rassegna dovrebbe essere replicata nei prossimi mesi, diventando un “appuntamento annuale per tutti gli appassionati e i fruitori di questa forma musicale (il jazz, n.d.r.) di cui Massimo ha saputo rendere al meglio quell’urgenza espressiva che ne è alla base” (come ha dichiarato Pino Acquafredda, presidente della commissione Scuola, Cultura e Sport). Alla cerimonia di domenica hanno partecipato svariate persone che hanno conosciuto Massimo Urbani e gli sono state amiche, come il batterista Ivano Nardi con cui Max ha spesso suonato. (altro…)