VICENZA JAZZ: Manhattan Transfer al Teatro Comunale (sold out)


Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

VICENZA JAZZ
Teatro Comunale, 18 maggio 2018, ore 21

Manhattan Transfer

Alan Paul, Cheryl Bentyne, Janis Siegel, Trist Curless (voce)
Yaron Gershovsky (pianoforte)
Boris Kozlov (basso)
Ross Pederson (batteria)

A Vicenza Jazz, Festival arrivato alla XXIII edizione e che quindi possiamo definire storico, il direttore artistico Riccardo Brazzale ha voluto uno di quei gruppi divenuti leggendari e che matematicamente, o quasi, attirano un vasto pubblico: e, io aggiungo, Brazzale ha fatto un’ottima scelta. In una programmazione molto varia tra eventi collaterali e concerti serali (ove per collaterale non si debba intendere “di seconda categoria” ) l’evento Manhattan Transfer, stava benissimo.

Parliamo di uno spettacolo che ha fatto il sold out al Teatro Comunale di Vicenza, 900 posti di capienza.
Accompagnati da un trio di tutto rispetto i Manhattan Transfer appaiono sul palco fedeli a se stessi e fanno un’ora e mezzo di musica di cui coloro che li conoscono bene già sanno quasi tutto: arrangiamenti vocali perfetti, di complessità notevole a dispetto dell’impatto molto diretto sul pubblico, glissando funambolici che atterrano sulla nota di arrivo con precisione matematica, dinamiche espanse all’inverosimile, swing a mille, momenti a cappella sublimati da silenzi improvvisi del trio, soli gigioneggianti ma ineccepibili formalmente e stilisticamente, interplay, acrobazie vocali compiute con la divertita ed eccitata disinvoltura di chi ha le spalle coperte da una preparazione ferrea, e in forza della quale può godersi la velocità, la caduta, la rapidissima ascesa, un po’ come credo succeda a tuffatori, acrobati, piloti ed equipaggio del bob a tre, senza rischiare troppo per la propria incolumità fisica: in fondo si tratta solo (!) di cantare. 


Musica – spettacolo, ma di altissimo livello.
Il repertorio? Quasi tutto quello che li ha fatti amare in questi 40 anni di carriera sfolgorante, compresi Java Jive, Birdland, A Tisket A Tasket, Soul Food to go (come terzo bis, con la voce registrata del fondatore Tim Hauser  scomparso quattro anni fa), altri ancora, e qualcosa dal nuovo cd un po’ più in veste bossanova – tranquilla, come spesso accade, meno coinvolgente perché il nuovo o è veramente nuovo oppure un po’ delude.

 

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Mi sono sentita di dover avvisare i nostri lettori più esigenti, più attenti alle novità e alla sperimentazione, a volte ritenuta un valore assoluto nell’arte e nel Jazz, che questa è una recensione più che positiva su un gruppo vocale oramai storico e che non ha cambiato quasi una virgola nel modo di fare musica dalla sua nascita. Ha cambiato solo un membro del gruppo per cause del tutto naturali, come si accennava più sopra.
Premetto per correttezza che io stessa, per anni ho cantato musica arrangiata per quartetti vocali, e che alcuni dei brani che ho studiato erano proprio presi dai loro arrangiamenti.
Premetto che io amo moltissimo i Manhattan Transfer e i gruppi vocali (penso ai Take Six, anche, ma non solo) . Premetto anche che amo il Jazz mainstream e gli spettacoli musicali.
Fatte queste doverose premesse, i Manhattan Transfer mi sono sembrati strepitosi. Dal vivo li avevo visti una sola volta moltissimi anni fa. Poi li ho sempre ascoltati nei dischi. Speravo facessero i pezzi più noti del loro repertorio, e li hanno fatti. Speravo nelle loro coreografie, nella loro comunicativa, nella loro musica di intrattenimento, certo, ma complessa, strutturata, a partire dagli arrangiamenti, per arrivare alla precisione quasi maniacale volta ad ottenere determinati effetti, senza mai separare il virtuosismo dalla capacità di coinvolgere il pubblico. E le mie aspettative non sono state deluse, anzi!
I Manhattan Transfer portano in scena se stessi, e vale la pena di andarli ad ascoltare dal vivo, almeno una volta, fino a che suoneranno, perché quando non ci saranno più li si andrà a cercare su Youtube come testimonianza di musica di altissimo livello.  E’ un gruppo straordinario di musicisti, che fanno ottima musica, con la quale trascinano un pubblico del tutto eterogeneo.
Voglio rassicurare i musicisti avanti, anche i più sperimentatori, e ai fruitori della loro musica, che li amo e ascolto il loro lavoro con attenzione, cura, ammirazione.
Consiglio di andare ad ascoltare questo gruppo di musicisti, una volta nella vita: l’ intrattenimento e lo spettacolo possono essere di grande qualità.
Nella foto qui sotto scattata da Daniela Crevena : i Manhattan Transfer ed il loro selfie con il pubblico che li acclama. Noi li abbiamo trovati bellissimi.

 

 

 

Presentato in anteprima assoluta al Salone del Libro di Torino il secondo libro di Gerlando Gatto

Anche il secondo volume di Gerlando Gatto ha avuto il suo battesimo ufficiale al Salone del Libro di Torino: “L’altra metà del jazz – Voci di donne nella musica jazz” (KappaVu / Euritmica edizioni) è stato presentato domenica 13 maggio nella città della Mole Antonelliana alla presenza dello stesso autore, di Claudia Fayenz, giornalista RAI nonché autrice della prefazione, e della vostra cronista, Marina Tuni, responsabile dell’ufficio stampa di Euritmica e del Festival Internazionale Udin&Jazz, mentre ha dovuto dichiarare forfait, per motivi personali, Giancarlo Velliscig direttore artistico del festival udinese.

Proprio da questa manifestazione ha preso il via l’incontro di domenica. È ovviamente spettato alla sottoscritta illustrare il programma del Festival, giunto alla sua ventottesima edizione, che quest’anno si svolge nello spirito di “Take a Jazz Break”, che sarà il filo conduttore di Udin&Jazz 2018. Una sorta di invito, dunque, a rallentare i ritmi, a prendere una pausa dalla superficialità e dalla frenesia di questa epoca, a uscire dall’illusorio universo virtuale, dai social, dalla tecnologia, per ritrovare il sapore delle emozioni vere, della condivisione vissuta realmente, facendolo, nel caso appunto del festival, attraverso il jazz! Molti i concerti e gli eventi in programma in un arco di tempo che va dal 27 giugno al 24 luglio, ma sul Festival torneremo nei prossimi giorni anche per gli imprevisti risvolti determinati dalle dichiarazioni del patron Giancarlo Velliscig.

E veniamo alla presentazione del libro. Da esperta giornalista radiofonica Claudia Fayenz ha tracciato, con poche frasi, il quadro ambientale ed artistico in cui si inserisce il lavoro di Gatto: dare voce ad un universo femminile che oramai rappresenta una realtà ben consolidata, nell’ambito di una musica che spesso resta ancorata a pregiudizi anacronistici. Non sono passati molti anni da quando una donna jazzista veniva considerata al massimo come vocalist. Oggi, per fortuna, le cose cono cambiate… e in modo radicale. Così ci sono artiste che suonano strumenti una volta impensabili nelle mani di una donna come il sax baritono, il contrabbasso, la batteria… per non parlare della direzione orchestrale e della composizione.

Ecco, Fayenz ha evidenziato in modo assai chiaro come il libro da un canto cerchi di far emergere non solo il lato artistico ma soprattutto quello umano del personaggio (emblematica al riguardo la lunga intervista con Enrica Bacchia), dall’altro come getti un fascio di luce su questo universo, ponendone in rilievo alcuni paradossi: è il caso di una grande pianista catanese, Dora Musumeci, una vera antesignana delle jazziste che in anni lontani riuscì a raggiungere una posizione di assoluto rilievo, lodata dallo stesso Arrigo Polillo, ma proprio per questo invisa ai colleghi “maschietti” che non mancarono di metterle qualche bastone tra le ruote, tanto per usare un eufemismo. Gatto l’ha intervistata nel 1978 e quando Fayenz lo ha invitato a ricordare la figura di questa grande pianista, il critico musicale non ha potuto nascondere un moto di commozione data l’amicizia che li legava e il modo assurdo in cui se n’è andata (travolta sulle strisce della sua città da un pirata della strada mai trovato).

Un altro momento particolarmente intenso si è vissuto quando, sempre su sollecitazione della Fayenz che gli chiedeva quale delle artiste intervistate gli fosse rimasta impressa, Gatto ha rievocato la figura di Radka Toneff, straordinaria vocalist norvegese di origini bulgare, suicidatasi a soli 30 anni, sembra per ragioni sentimentali. Radka non ha avuto il tempo di farsi conoscere ed apprezzare anche dal pubblico italiano, ma quanto fosse stimata in casa lo dimostra il fatto che in sua memoria è stato istituito il “Radka Toneff Memorial Award”.

A parte questo momento di intimi ricordi, Gerlando Gatto ha risposto a tutte le domande della Fayenz ricordando cosa l’aveva spinto a scrivere questo libro, quali i criteri seguiti nella scelta dei personaggi da intervistare, le difficoltà incontrate al riguardo specie con le musiciste straniere, poco inclini ad addentrarsi nel privato. Il tutto con quel tono disteso, colloquiale, scevro da qualsivoglia intellettualismo che caratterizza anche lo stile di scrittura dell’autore.

Alla fine dell’incontro, rispondendo alla domanda di uno spettatore che chiedeva come mai non vi sia un turnover nel jazz e perché, al contrario di quanto accade nel resto dell’Europa, in Italia i giovani non siano motivati a seguire questo genere musicale, si sono registrate risposte praticamente univoche da parte di tutti e tre i relatori: il jazz non è adeguatamente supportato, né riceve le attenzioni dovute da parte dei media e delle istituzioni, basti pensare, ad esempio, che le trasmissioni televisive, specie sui canali pubblici, che ne parlano si sono via via ridotte fino a scomparire quasi del tutto… sign o’ the times, direbbe Prince!

Io ho voluto aggiungere che spetta agli organizzatori avvicinarsi in qualunque modo e forma al mondo giovanile, raccontando questa musica nelle scuole e nelle università e soprattutto affiancando queste azioni ad una politica che preveda importanti agevolazioni nell’acquisto di biglietti per i concerti.

Insomma, un’ora circa di chiacchierata sulle musiciste donne e sul jazz, in senso più lato.

Marina Tuni

 

Ambrose Akinmusire 4tet all’ Auditorium Parco della musica

Foto di Adriano Bellucci

 

                                                                                                      AMBROSE AKINMUSIRE QUARTET

Auditorium Parco della Musica, sala Petrassi, 23 aprile 2018, ore 22

Ambrose Akinmusire, tromba
Sam Harris, pianoforte
Harish Raghavan, contrabbasso
Justin Brown, batteria

Ambrose Akinmusire apre il concerto con una intro in cui il pianoforte di Sam Harris appare con accordi sul secondo e sul quarto tempo: giusto un minimale appoggio armonico al suono della tromba, che si apre in una introduzione suggestiva, intensa, quasi struggente fatta di note lunghe, cambi espressividi timbro, dinamiche contrastanti. Fino all’apparire dell’ostinato di contrabbasso di Harish Raghavan, che precede di poco l’entrata esplosiva della batteria di Justin Brown. L’andamento martellante del contrabbasso, gli accordi reiterati del pianoforte,  il deflagrare della batteria, non incidono sul fraseggio di Ambrose, che rimane assestato su quelle note lunghe e sui fraseggi lirici dell’inizio.
Il volume si intensifica, arriva quasi ad un fortissimo senza mai nemmeno sfiorare l’urlato, il fracasso.
Quando la tromba tace, pianoforte, contrabbasso e batteria non fanno altro che aumentare la massa sonora fino allo spessore massimo. Poi da quel momento, molto gradualmente, si torna a diminuire fino al rientro della tromba e di quei fraseggi iniziali.

Questa minima telecronaca differita del primo brano serve a me per capire e poter illustrare a chi legge come possano convivere contemporaneamente improvvisazione libera e parti obbligate, le une in funzione dell’altra, in un bilanciamento costante, anche scorrendo parallelamente tra loro e non come episodi giustapposti. Durante ogni brano coesiste un tipo di andamento e il suo contrario, e spesso essi sono simultanei.
Se un tema in 3/4 della tromba è dolce, e melodico, sullo sfondo contrabbasso e pianoforte saranno incalzanti, insistenti, e la batteria di Justin Brown non produrrà mai un battito uguale all’altro, pur garantendo una funzione di quadratura ferrea, al netto dei suoi incredibili e funambolici assoli.

Un’atmosfera rarefatta sarà resa da mallets in luogo delle bacchette, archetto, accordi al pianoforte che sottolineano solo i cambi armonici e dalla tromba che raggiunge pianissimo quasi vicini allo 0: ma inaspettatamente arriveranno improvvisi e brevi urli che ti scuoteranno da quel quasi incanto cui ti stavi abituando.
Un brano lunare, trasognato, pulsa di una continua ricerca del suono complessivo che rende l’atmosfera quasi magica e rituale: ma il deflagrare della batteria dà il via ad un alternanza tra introspezione onirica ed esplosione di battiti e volumi. Quando la tromba riprende il comando, con note lunghe e dense di suono placa e riporta tutto ad un’atmosfera quasi estatica.
L’energia esplicita e l’introspezione spesso convivono nello stesso istante. Sempre il fil rouge di tutto è insito nel suono della tromba di Ambrose Akinmusire, che è particolare, riconoscibile, e connota Akinmusire e nessun altro.

Ma non mancano brani adrenalinici, pura energia, i cui una nota ribattuta può andare avanti anche per tre minuti di seguito, e nei quali il fine sembra quello di saturare i suoni il più possibile. In questi casi il pianoforte assume, come la batteria un’importanza fondamentale, procedendo per accordi pieni e in modo pressoché muscolare.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Non è molto semplice descrivere cosa è accaduto durante un concerto come quello del quartetto di Ambrose Akinmusire, perché la tentazione è quella di non voler capire, e semplicemente di abbandonarsi al suono della sua tromba, che è bellissimo, intenso, ne connota già di per sé la personalità di musicista. Questo suono è emerso da subito nelle introduzioni in solo, quelle in cui come si diceva sopra il pianoforte e gli altri strumenti erano minimali, ma ancora di più stagliandosi durante gli episodi con volume e spessore massimo. Nei momenti in cui la tromba si è tirata fuori dall’ ensemble, credo che molti come me abbiano per qualche secondo avvertito una sorta di ” vuoto” che va al di là della semplice percezione del silenzio. Quel suono è avviluppante e il suo interrompersi provoca un attimo di smarrimento.
In queste righe in cui posso parlare della mia sensazione personale posso dire che il sovrapporsi parallelo di improvvisazione e degli obbligati ha una sua compiutezza, e arriva all’ ascolto come un unico flusso sonoro, in cui gli ostinati martellanti della ritmica e la voce intensa e cangiante della tromba sembrano non aver altra possibilità di persistenza che quella, tanto sono armonici tra loro. Si potrebbe obiettare che è usuale che nel jazz convivano queste due realtà di esecuzione: eppure in questo quartetto l’originalità è nel come si avvicendano gli episodi, i cambi di ruolo e di importanza tra gli strumenti e persino tra le sezioni.
Justin Brown è un batterista prodigioso, dotato di una fantasia irrefrenabile e della duplice capacità di adattarsi, mimetizzarsi assecondando l’atmosfera, ma anche di creare contrasti estemporanei negli episodi in cui sembrava che la ritmica dovesse solo mantenere il punto di una reiterazione potente e martellante.
Il pianoforte di Sam Harris e il contrabbasso di Harish Raghavan sembrerebbero all’apparenza quelli cui è affidato il ruolo della struttura in cemento armato, quella che regge tutto l’edificio: ma se posso rimanere nella metafora è una struttura a vista, originale, tutt’altro che nascosta, anzi volutamente visibile e con una valenza espressiva e non solo di sottolineatura, o accompagnamento.
Un concerto notevole, suggestivo, in cui la personalità del leader emerge senza schiacciare mai i compagni di viaggio. Musica piena di particolari che avrò bisogno di riascoltare, credo, per goderne appieno.





Sempre in primo piano il vulcanico Paolo Fresu

 

E’ nota la particolare – per certi versi unica – capacità di concentrazione, creatività ed impegno artistico-intellettuale di Paolo Fresu, da poco presidente dell’Italian Jazz Federation (IJF). Tra il 27 aprile ed il 1° maggio il trombettista-flicornista ha partecipato all’”Umbria Jazz Spring” a Terni, suonando in diversi contesti: insieme al violoncello di Giovanni Sollima e all’Orchestra da Camera di Perugia in un nuovo progetto, in duo con Daniele Di Bonaventura (alla Cascata delle Marmore) e con il quartetto Devil (Bebo Ferra, Paolino della Porta e Stefano Bagnoli). Il 30 aprile era a Verona (teatro Ristori) per l’International Jazz Day con “Lumină”, progetto ideato e realizzato insieme a cinque musicisti pugliesi: la vocalist Carla Casarano, la violoncellista Leila Shirvani, il pianista William Greco, il contrabbassista Marco Bardoscia, il batterista/percussionista Emanuele Maniscalco. In realtà è stato Fresu a pensare integralmente il progetto per la propria etichetta Tŭk Music, concependo un’intera opera intorno al tema della “Luce”, con suggestioni letterarie riprese da Erri De Luca, Lella Costa, Marcello Fois e Flavio Soriga.

Non si vuole, qui, tessere elogi in modo acritico, semplicemente mettere in fila dei fatti e sottolineare come l’artista Fresu riesca a seguire in contemporanea svariate iniziative e a cambiare in tempo reale veste e ruolo senza perdere la sua personalità, sfaccettandola invece in innumerevoli aspetti che le donano una maggiore lucentezza.

Il 23 aprile, ad esempio, era a Roma per inaugurare al teatro Eliseo il festival “Special Guest”, organizzato dal Saint Louis College of Music. Il trombettista proveniva dalle prove a Perugia con Sollima ed aveva, nella mattinata, avuto un importante incontro istituzionale mentre il 24 era già pieno di impegni. Essendo personalmente la sera occupato a seguire un concerto all’Auditorium (l’argentino Aca Seca Trio), ho chiesto ed ottenuto il permesso di assistere alle prove del recital dell’Eliseo. Nove i brani in programma, tutti di Paolo Fresu ma in appositi arrangiamenti per il Saint Louis Ensemble, formazione orchestrale diretta dal vulcanico Antonio Solimene. Gli arrangiamenti, davvero pregevoli, sono opera di Luigi Giannatempo a parte tre brani: “Paris” e “Un tema per Roma” affidati a due giovani ricchi di talento come Fabio Renzullo e Filippo Minisola. Anche un tema popolare sardo, “Duru duru durusia”, è stato proposto in un brillante – e complesso – arrangiamento di Giovanni Ceccarelli.

Assistere alle prove è stata un’occasione per apprezzare la qualità del jazz italiano in senso proprio ed in senso lato. Paolo Fresu è stato, da par suo, concentratissimo, attento e partecipe. Ha suggerito qualche modifica, dispensato complimenti ad orchestrali ed arrangiatori, provato e riprovato – quando necessario – con l’umiltà ed il carisma dei grandi artisti. I nove brani della scaletta percorrevano un vasto periodo, con composizioni dei primi anni (“Opale”, “Fellini”) fino a temi più recenti: oltre ai già citati, erano previsti “Walzer del ritorno”, “Trasparenze”, “Tango della buona aria”, “E varie notti”. Il Saint Louis Ensemble è stato impeccabile, professionale ed ispirato durante le prove, pronto a seguire il vigoroso direttore Solimene, a ripetere parti di brani, ad eseguire in modo perfetto gli arrangiamenti conferendo, tuttavia, alla musica il necessario calore. Qualche esempio. In “Un tema per Roma” le partiture sostengono un tema semplice ed ispirato, come il solo di Fresu che ora rallenta, ora illumina, ora velocizza. In “Parigi” si crea un’atmosfera vellutata ed intima, con flauto e clarinetti in sezione, e con l’apporto del sax soprano (Gabriele Pistilli) l’orchestra è pronta a lanciare un liberatorio solo di flicorno.

Finite le prove, democraticamente, Paolo Fresu, Antonio Solimene e l’orchestra decidevano la scaletta del concerto serale che sarà stato magnifico, come le prove pomeridiane nella loro dimensione di laboratorio ad uno stato già avanzatissimo.

Mi sembra, infine, giusto ricordare tutti i membri del Saint Louis Ensemble: Maurizio Leoni, sax alto e flauto; Gabriele Pistilli, sax tenore e sax soprano; Luigi Acquaro, sax tenore e clarinetto; Luca Padellaro, sax baritono e clarinetto basso; Mario Caporilli, tromba; Antonio Padovano, tromba; Giuseppe Panico, tromba; Elisabetta Mattei, trombone; Federico Proietti, trombone basso e basso tuba; Andrea Saffirio, piano; Fabrizio Cucco, basso e Alessio Baldelli, batteria.

Il festival “Special Guest” ritornerà il 10 e 15 giugno con gli ospiti Fabrizio Bosso & Serena Brancale e Javier Girotto & Martín Bruhn.

Luigi Onori

Riflettori puntati su Carla Marcotulli, Greg Burk e Riccardo Fassi

Questa volta vorrei soffermarmi su tre artisti che conosco da tempo e che stimo perché mai deludono, sia che li si ascolti su disco sia che li si apprezzi dal vivo.

La prima è Carla Marcotulli, vocalist e didatta di spessore (insegna canto jazz al Conservatorio Santa Cecilia di Roma); Carla ha da poco inciso per la Parco della Musica Records “Love is the Sound of Surprise”, con l’ausilio di una folta schiera di eccellenti musicisti quali il pianista e tastierista Dick Halligan (già nei Blood Sweat & Tears), suo collaboratore da molti anni (sostituito in due track da Greg Burk e in uno da Gilda Buttà), Bruce Ditmans alla batteria, Antonio Leofreddi alla viola, Sandro Gibellini alla chitarra, Marco Siniscalco al basso, Giovanni Tommaso e Stefano Cantarano al contrabbasso, Pietro Tonolo al sax soprano, Giancarlo Maurino al tenore, Rossano Emili al baritono, Aldo Bassi alla tromba, Mario Corvini, Stan Adams al trombone e, in una track, Israel Varela alle percussioni. In repertorio dodici brani tutti originali, eccezion fatta per un pezzo di Schubert (con un tocco di Gershwin) arrangiato da Dick Halligan, e per lo standard “God Bless the Child”, un omaggio a Billie Holiday, la cantante più amata dalla Marcotulli. Particolarmente spumeggiante l’apertura affidata a “Io non sono nessuno”, con liriche della Marcotulli ispirate al poema “I am nobody! Who are you?” di Emily Dickinson e musica di Dick Halligan.

Il tutto dà vita ad una produzione di grande livello per più di un motivo: le qualità della Marcotulli (su cui ci soffermeremo tra poco), la bravura di tutti i musicisti che l’accompagnano, distribuiti in vari organici, la valenza artistica dei brani proposti. Brani molto variegati che danno modo alla Marcotulli di estrinsecare tutte le proprie potenzialità come il perfetto controllo dell’emissione, frutto evidente di un accurato studio del canto lirico (la si ascolti in ‘Gretchen am Spinnrade’ del già citato Schubert). Ma dopo questo saggio di bravura estraneo al jazz, ecco Carla rientrare nel mondo jazzistico con quella che è forse la migliore interpretazione dell’album, “God Bless the Chid” porto con sincera partecipazione. Ma al di là delle mie personalissime preferenze, c’è da sottolineare come la Marcotulli sia superlativa in ogni momento dell’album: sempre precisa, puntuale, con il giusto accento (il che cantando jazz in italiano non è proprio impresa facilissima), una convincente carica ritmica mitigata, all’occorrenza, da una “giusta” dolcezza (la si ascolti in “Live to Give”).

Insomma davvero un bel disco e non si spiega perché questo “Love is the sound of surprise” arrivi a distanza di 10 anni dall’ultimo lavoro discografico di Carla Marcotulli.

Con nelle orecchie ancora le atmosfere del CD, il 22 aprile ho voluto ascoltare Carla dal vivo, recandomi al Conservatorio Santa Cecilia per il concerto conclusivo di “Percorsi jazz”, il festival giunto alla sua XII edizione ideato e sviluppato in seno al Dipartimento di Jazz, Musiche Improvvisate e Audiotattili del Conservatorio diretto da Paolo Damiani. Ed è stato ancora una volta un bel sentire, nonostante l’infelice acustica della sala che ha reso praticamente inascoltabile il suono della batteria. La Marcotulli era coadiuvata da Greg Burk al pianoforte, Stefano Cantarano al contrabbasso, Bruce Ditmans alla batteria e un coro formato dai migliori allievi del corso di canto jazz curato dalla stessa Marcotulli. Sono stati presentati alcuni dei brani presenti nel CD e, nonostante l’ovvia differenza dal disco, data la diversità dell’organico, la Marcotulli ha avuto modo di evidenziare ancora una volta quelle doti che ne fanno una delle migliori vocalist del jazz italiano… e non solo!

Come detto, nel concerto della Marcotulli al Conservatorio, al pianoforte sedeva un artista che mi consentirete di considerare italiano a tutti gli effetti, dato che già da tempo ha scelto l’Italia come paese d’elezione. Sto parlando, ovviamente, di Greg Burk, artista che meriterebbe molto più di quanto abbia finora raccolto.

Pianista e compositore di rara raffinatezza, Greg nasce a Detroit in una famiglia di musicisti classici: il padre, figlio di immigrati russi e polacchi, era un direttore d’orchestra e la madre, di origine italiana, una cantante lirica. Inizia il suo percorso musicale a 16 anni, nella città natale, suonando con veterani del bebop come Larry Smith, Marcus Belgrave e Roy Brooks, e con giovani emergenti come James Carter, Rodney Whittaker e Gerald Cleaver. Prosegue i suoi studi musicali con grandissimi nomi del jazz internazionale come Yusef Lateef, Archie Shepp, George Russell e, infine, Paul Bley, che lo incoraggia a sviluppare e approfondire un suo stile personale. Nel 2002 esce il suo primo disco per la Soul Note Records. Nel 2004 si trasferisce definitivamente in Italia. Oggi Burk vanta 12 dischi a suo nome, compreso l’ultimo nato “The Detroit Songbook”, su cui vale la pena spendere qualche parola.

Registrato per la prestigiosa SteepleChase nel maggio del 2017 (è il secondo album del pianista per questa etichetta), Burk suona in trio con Matteo Bortone al basso e John B. Arnold alla batteria.

Il titolo ha una sua precisa ragion d’essere in quanto l’album racchiude una serie di brani scritti dal pianista dal 1991 al 1993, quando risiedeva a Detroit e mai più suonati né tanto meno incisi. E nelle note che accompagnano il disco, Greg rievoca la sua passione di quegli anni, ricorda gli altri giovani musicisti che con lui dividevano la scena musicale di Detroit, da Larry Smith a George Goldsmith, da Antonio Ciacca a Kelvin Sholar… insomma una sorta di amarcord, un sentito omaggio all’ambiente in cui si è formato, ma che nulla ha di stantio. Tutt’altro! La musica è fresca, coinvolgente, originale a dimostrazione di un artista a tutto tondo. E in questo album si possono soprattutto ammirare le capacità compositive di Burk, tenuto anche conto del fatto che i brani risalgono ad un periodo in cui l’artista non aveva ultimato il suo percorso formativo.

I pezzi appaiono tutti ben strutturati, sorretti da un solido impianto formale su cui si innestano le escursioni improvvisative certo non estranee al bagaglio dell’artista. Il trio si muove sulle coordinate dettate dal leader il cui fraseggio è sempre elegantemente ritmico, anche perché giunge a maturazione quell’insieme di input, di influenze, quella varietà di approcci che, come afferma lo stesso Burk, partendo da punti di vista diversi si integrano l’uno con l’altro. Non a caso la varietà è uno degli elementi che hanno sempre caratterizzato la sua musica. In questo senso un ruolo particolarmente importante è affidato alla sezione ritmica che deve essere in grado di seguire le intenzioni del leader pur nel variare delle atmosfere. E occorre sottolineare come sia Bortone sia Arnold abbiano fornito un supporto prezioso e determinante per la bella riuscita dell’album, il cui valore, a mio avviso, va al di là del fatto squisitamente musicale in quanto rappresenta anche la testimonianza, viva, pulsante, ancora attuale di un’intera generazione di musicisti che hanno contribuito in maniera determinante allo sviluppo del jazz negli ultimi trent’anni.

E veniamo a Riccardo Fassi e al “suo” Zappa.

Interessante, divertente, onirica, visionaria, trascinante, intrigante, ironica, ribelle… questi sono solo alcuni degli aggettivi che si potrebbero utilizzare per definire la musica di Frank Zappa, ma non sarebbero in ogni caso sufficienti ché la musica del compositore, chitarrista di Baltimora non può essere racchiusa nell’ambito di una qualsivoglia classificazione. Probabilmente l’unica parola che, seppure alla lontana, potrebbe dare un significato a ciò che la musica di Zappa ha rappresentato e ancora oggi rappresenta è il termine “attualità”. In effetti, ad oltre venticinque anni dalla scomparsa di Zappa, la sua musica risulta sempre fresca, di assoluta modernità come se fosse stata scritta solo pochi mesi fa. E un’ulteriore conferma se ne è avuta proprio in questi giorni ascoltando sia il recente CD inciso dalla Tankio Band di Riccardo Fassi sia il concerto del 26 aprile all’Auditorium Parco della Musica di Roma, dedicato alla presentazione dell’album in oggetto (“Riccardo Fassi Tankio Band plays Zappa – The Return of The Fat Chicken – Alfa Music 200”).

Riccardo Fassi è pianista, compositore, arrangiatore tra i più preparati che il jazz italiano possa vantare. Costituita nel 1983, la “Tankio Band” si è immediatamente imposta all’attenzione di critica e pubblico per la particolare strutturazione dell’organico, che si traduce in una coloritura ed in una timbrica assolutamente originale. Dal canto suo Fassi è sempre stato innamorato della musica di Zappa, che conosce a menadito. Di qui l’idea di inserire nel repertorio dell’orchestra un programma dedicato a Zappa; di qui l’incisione di due CD.

Quest’ultimo, registrato nel novembre del 2016 e nel maggio del 2017, accanto alle composizioni di Zappa che abbracciano vari periodi dai primi anni ‘70 ai ‘90, presenta la celebre “Uncle Remus” di George Duke e alcuni pezzi di Fassi e Salis. Dal punto di vista dell’organico, la Tankio è “rinforzata” dalla presenza di prestigiosi ospiti quali Napoleon Murphy Brock vocalist e sassofonista che per oltre dodici anni militò nelle formazioni dirette da Zappa, Alex Sipiagin tromba e flicorno, Gabriele Mirabassi clarinetto, Antonello Salis accordeon, Ruben Chaviano violino e Mario Corvini trombone.

Il risultato è eccellente: Fassi si dimostra ancora una volta artista di assoluto livello, riuscendo a cucire addosso alla musica di Zappa degli arrangiamenti che pur nell’assoluto rispetto dell’originale portano la musica su un versante prettamente jazzistico consentendo ai vari solisti di esprimersi al meglio anche attraverso spazi improvvisativi assenti nelle partiture originali.

Ciò detto, trasferite queste considerazioni al concerto del 26 aprile ed avrete un’idea chiara della musica che Fassi ci ha offerto.

Pur annoverando tra gli ospiti il solo Gabriele Mirabassi, la band ha macinato musica come un treno, precisa, trascinante, senza un attimo di stanca: così uno dopo l’altro abbiamo ascoltato alcuni capolavori di Zappa, da “Little Umbrellas” a “Uncle Meat” impreziosito dal primo dei molti assolo che Gabriele Mirabassi ci avrebbe regalato nel corso della serata, da “Oh no” ad un medley comprendente “Let’s Make The Water Turn Black” con in primo piano l’ensemble dei fiati, “Eat That Question” e “I’m the Slime”, da “Sofa” una delle poche ballad zappiane all’ironico “Take Your Clothes Off When You dance” dedicato ai “frichettoni” anni ‘70, da “It Must Be A Camel” a “G-Spot Tornado”, una delle ultime composizioni di Zappa originariamente tutta scritta e nel cui ambito Fassi ha invece introdotto una struttura di improvvisazione, per chiudere con “Uncle Remus” che come accennato fu scritto da George Duke per Zappa il quale scrisse un testo cantato. Come bis non poteva mancare quello che forse è il brano più celebre di Zappa, vale dire “Peaches en Regalia”, interpretato ancora una volta magnificamente dalla band. Ed a proposito dell’orchestra, data la valenza della stessa, credo valga la pena citarne tutti i componenti: Giancarlo Ciminelli e Sergio Vitale alle trombe, Massimo Pirone trombone, Roberto Pecorelli tuba, Sandro Satta sax alto, Torquato Sdrucia sax baritono, Steve Cantarano contrabbasso, Pietro Iodice batteria, Riccardo Fassi piano, tastiere, direzione e arrangiamenti oltre al già citato ospite Gabriele Mirabassi al clarinetto.

Gerlando Gatto

La redazione di A Proposito di Jazz ringrazia i fotografi Paolo Soriani e Adriano Bellucci rispettivamente per le immagini di Rita Marcotulli e Riccardo Fassi, Tankio Band.

I nostri libri

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Krin Gabbard – “Charles Mingus – L’uomo, la musica, il mito” – EDT pgg.330 €22,00

Accingersi alla lettura di un nuovo libro è avventura sempre entusiasmante…ci si immerge in un universo sconosciuto, disegnato dall’autore, e al termine di questo percorso puoi sentirti arricchito o deluso. Le aspettative sono di solito alte, gli esiti incerti. Di qui l’importanza delle primissime pagine che possono spingerti a proseguire con entusiasmo o, viceversa, a guardare con diffidenza ciò che segue.
Al riguardo devo precisare che quando mi accingo a leggere un volume che so di dover recensire, cerco di non perdere alcunché di ciò che l’autore vuol comunicare. Quindi attribuisco una certa importanza anche all’introduzione. Ed è proprio in questa primissima parte del volume che ho trovato una perfetta concordanza con il ‘sentire’ dell’autore Krin Gabbard, già docente di Letteratura comparata alla State University, a capo del dipartimento di Jazz Studies alla Columbia University e insegnante di tromba alla New York Jazz Academy. Gabbard definisce il gruppo che Mingus guidava nel ’75 come il ‘suo ultimo grande quintetto’ un gruppo che sapeva accelerare o rallentare in perfetta sincronia in un modo che nessun’altra formazione riusciva a fare. Insomma qualcosa di unico. Valutazione su cui concordo pienamente. In effetti quando mi si chiede qual è il concerto che più mi è rimasto impresso, io rispondo senza esitazioni quello del gruppo di Mingus che si esibì al Sistina di Roma il 17 marzo del 1975 e che annoverava Don Pullen al piano, Dannie Richmond alla batteria, Jack Walrath alla tromba e George Adams al sax tenore… insomma proprio la stessa formazione citata da Gabbard.
E proseguendo nella lettura del libro, un altro elemento che mi ha particolarmente colpito è la capacità dell’autore di farti entrare talmente dentro la materia trattata da invogliarti ad approfondirla ancora di più. Ecco quindi che leggendo questo “Charles Mingus” ho sentito il desiderio di riprendere in mano l’autobiografia del contrabbassista per meglio comprenderla alla luce delle osservazioni di Krin.
Al di là di queste preliminari osservazioni, tutto il libro è godibile dalla prima all’ultima riga, grazie anche ad una prosa fluida, scattante, priva di qualsiasi autocompiacimento letterario (ma in ciò un ruolo importante lo gioca la traduzione sempre puntuale di Francesco Martinelli).
Molto funzionale ed intelligente la quadripartizione del volume. Nella prima parte – “Un circo in una vasca da bagno” – si affronta la vita e la carriera artistica di Mingus illustrate con dovizia di particolari e con un andamento narrativo che non conosce pause. Il lettore è catturato dalle vicende umane e musicali di Mingus, da quanto i suoi problemi di salute fisica e mentale abbiano influito sugli alti e bassi della sua carriera e deve, perciò, seguirlo fino all’epilogo. Particolarmente toccanti le pagine in cui si parla, per l’appunto, della malattia che porterà l’artista ad una fine prematura.
Assolutamente originale ed innovativa la seconda parte – “Poeta, paroliere, autobiografo” – in cui le doti di Mingus quali per l’appunto l’essere ‘poeta, paroliere e autobiografo’ vengono inquadrate nel più generale contesto dei rapporti tra jazz e letteratura. Di qui alcune caratteristiche che rendono particolare la personalità di Mingus: così, a differenza di Baraka, Mingus non crede che le opere d’arte possano essere separate dal caos giornaliero della storia e della politica, tutt’altro! Non è quindi un caso che le parole scritte da Mingus per i suoi brani mettano in evidenza diversi aspetti della sua poetica: dall’amore perduto al paranormale… fino alla stupidità del razzismo foriero di tanta infelicità e alla altrettanto stupida resistenza dei bianchi ad accettare l’idea che l’umanità sia una sola. Secondo Gabbard il Mingus letterato verrà, comunque ricordato soprattutto per “Beneath the Underdog”, la sua autobiografia che l’autore mette a confronto con altre autobiografie di musicisti jazz sottolineandone gli aspetti di assoluta originalità specie laddove il contrabbassista mette a nudo la sua ricerca di una identità coerente, identità complessa che però non gli viene riconosciuta in una società da cui è visto semplicemente come “nero”.
Nella terza parte, “La musica della Third Stream e il resto della storia del jazz”, l’autore, nell’evidenziare i diversi aspetti che in qualche modo legano Mingus da un lato sia al bop sia al cool, dall’altro alla musica popolare del Sud America (con una spiccata predilezione per quella messicana) e al flamenco, fa rilevare un lato ancora poco lumeggiato della poetica mingusiana. Ci riferiamo alla sua monumentale composizione “Epitaph” eseguita nel 1989 al Lincoln Center, composizione che secondo Gabbard avvicina in modo inequivocabile Mingus a quella Third Stream teorizzata tra gli altri da Gunther Schuller.
Nella quarta parte, “Sul palco e fuori con Richmond, Dolphy e Knepper”, l’attenzione viene incentrata su questi tre musicisti che sono stati tra i collaboratori più fedeli e duraturi di Mingus nonostante i rapporti alle volte burrascosi specie con Jimmy Knepper.
Nell’ “Epilogo” si parla dei film che vedono la partecipazione di Mingus sia come autore della musica sia addirittura come comparsa non trascurando le pubblicità televisive che hanno a volte utilizzato musiche mingusiane a lumeggiare un altro aspetto della composita personalità dell’artista.
A completare il volume una ricca bibliografia e una ‘discografia scelta’ nonché un utilissimo indice analitico.
Insomma un libro da non perdere.

Ashley Kahn – “Kind of blue. New York, 1959. Storia e fortuna del capolavoro di Miles Davis” – Il Saggiatore – pgg 292 €28,00

I lettori di “A proposito di jazz” conoscono già Ashley Kahn in quanto è stato recensito il suo splendido volume “Il rumore dell’anima”. Lo scrittore si ripresenta al pubblico internazionale con questa nuova perla dedicata a “Kind of Blue” un album che a ben ragione viene considerato una pietra miliare nella storia musicale del ‘900. In effetti è praticamente impossibile che un amante del jazz non conservi nei suoi scaffali almeno una copia di questo capolavoro, magari una in LP e un’altra in CD. Ma, attenzione, il titolo non deve trarre in inganno: certo, la parte centrale del volume è imperniata sull’album in oggetto, ma c’è di più, molto di più. In effetti delle sedute di incisione che portarono alla nascita del capolavoro si comincia a parlare solo a pag. 112.
In precedenza, Ashley, con l’acume che gli è congeniale, si incarica di tracciare un quadro del musicista seguendone gli sviluppi stilistici e inquadrando il tutto nel contesto di una società statunitense che in quegli anni (siamo nella prima metà degli anni ’50) sta conoscendo profondi cambiamenti. E’ in questo periodo che nasce quel sound che caratterizzerà Miles nel corso di tutta la sua carriera, quel sound che troverà la sua massima esplicazione alla fine del decennio quando, nel 1959, darà vita al capolavoro in oggetto.
Come suo solito Kahn entra dentro le cose – se mi consentite l’espressione – nel senso che non si accontenta delle testimonianze raccolte a piene mani ma vuole vedere, constatare personalmente tutto ciò che riguarda l’oggetto della sua indagine. Di qui l’esame delle partiture originali, la visione di tutti i documenti che riguardano le sedute di incisione (anche se non strettamente inerenti al fatto musicale), l’ascolto attento, quasi maniacale dei nastri originali delle due sessioni che diedero alla luce Kind of Blue… insomma un esame a 360 gradi i cui risultati sono ora a disposizione di tutti.
Ed è davvero straordinario poter ascoltare l’album avendo a disposizione una sorta di guida all’ascolto che ti consente di penetrare nelle più recondite pieghe di una musica straordinaria. Così, attraverso le parole di Bill Evans, di John Coltrane e degli altri musicisti è come se noi stessi, con un balzo all’indietro di 59 anni, fossimo lì, in quello studio della Columbia, sulla trentesima strada di New York, a sentire le battute che si scambiarono i musicisti in quelle ore, i dubbi e le discussioni che segnarono la ricerca di una nuova strada che avrebbe portato al jazz modale… a partecipare, insomma, alla nascita di un capolavoro che, ovviamente, non veniva considerato tale da chi in quel momento lo stava creando ovvero Miles Davis, John Coltrane, Bill Evans, Cannonball Adderley, Jimmy Cobb, Paul Chambers e Wynton Kelly.

Amedeo Furfaro – “Agenda Jazz – Appunti di Jazz Appreciation” – CJC – pgg143 €8,00

Giornalista, critico musicale e musicista Amedeo Furfaro evidenzia una bella facilità di scrittura dando alle stampe una nutrita serie di volumi. L’ultimo arrivato è questo “Agenda Jazz” che prende spunto dalle vicende personali dell’autore che in tanti anni di attività pubblicistica, legata al jazz, ha avuto modo di approfondire molte situazioni legate a questo genere musicale. Di qui la ricchezza dei temi trattati nel libro così come brevemente elencati dallo stesso Furfaro nell’introduzione: “Jarrett ed Hancock, Mozart e Puccini, il latin tinge e i colori del jazz, la filatelia e la fotografia, la grafica umoristica e gli autografi, l’improvvisazione e il futurismo”.
Gustoso il primo capitolo in cui l’autore cerca di fornire delle risposte a quanti si chiedono quanto possa valere oggi un autografo di un grande del jazz.
Particolarmente stimolante –e proprio per questo degno di ulteriori approfondimenti – il capitolo dedicato al rapporto tra jazz e cartoni animati, rapporto che vive un momento particolarmente difficile dato che, eccezion fatta per sporadici episodi, il jazz sembra rarefarsi sempre più nei commenti sonori.
Fa riflettere il capitolo dedicato alla “Filatelia” laddove l’autore pone giustamente in rilievo come mentre in tutte le altre parti del mondo anche l’emissione filatelica abbia dato il giusto spazio e la dovuta importanza alla musica jazz, nel nostro Paese non si registra alcuna apertura costante al grande jazz italiano nonostante alcune figure del jazz made in Italy siano oramai apprezzate se non osannate a livello internazionale.
Dopo brevi scritti dedicati a Hancock, Jarrett, Patitucci ecco forse quella che a nostro avviso, è la parte più curiosa e interessante dell’intero volume vale a dire una raccolta di vignette già uscite in forma sparsa su “Musica News” in cui si ironizza sul jazz, sui jazzisti dimostrando, così, come si possa fare satira bonaria su un universo così particolare come quello jazzistico.
Non mancano riflessioni sulla musica colta (Il rapporto tra Mozart e il jazz), sulla lirica (Puccini), sul tango, alcune interviste (Noa Anja Lechner e Riccardo Fassi sulla musica di Zappa) e una serie di scatti fotografici “strappati – sottolinea l’autore a concerti degli anni ’80 con mezzi di fortuna “.
Il volume è corredato da tre indici. dei gruppi musicali, dei brani, dei musicisti

Pino Ninfa – “Racconti in Jazz” – Postcart – pgg.163 €13,50

Ninfa è uno dei migliori fotografi che il panorama culturale italiano possa vantare, e non abbiamo usato la parola ‘culturale’ a caso ché l’arte di Pino non si estrinseca solo nel jazz andando ben al di là dei confini nazionali con straordinari reportage focalizzati sul sociale e realizzati in località molto lontane e non particolarmente tranquille, per usare un eufemismo. Al riguardo mi piace ricordare “Round about Township”, un viaggio fotografico in cui Ninfa racconta con toccante sensibilità e partecipazione le difficili condizioni di vita delle periferie urbane di Johannesburg e Città del Capo, luoghi storici dell’apartheid, ancora oggi simbolo di povertà e malessere sociale.
Ma veniamo al libro in oggetto: spesso si sente dire che la fotografia rappresenta una sorta di documentazione ‘oggettiva’. A mio avviso niente di più sbagliato; la fotografia risente, eccome, da chi la fa: è il fotografo che sceglie l’inquadratura, le condizioni di luce, il momento in cui azionare lo scatto… è il fotografo, insomma, che crea la fotografia. E per rendersene conto basta osservare con attenzione quanto pubblicato nel libro in oggetto.
Tutti noi potremmo fotografare in un club o in teatro musicisti come, tanto per fare qualche nome, Enrico Intra, Abdullah Ibrahim, i Funk Off, ma saremmo in grado di dare alla foto la stessa forza espressiva, la stessa carica comunicativa che Ninfa infonde nelle sue creazioni? Francamente ne dubito dal momento che l’essere artisti non è prerogativa di tutti.
Ché, lo ripeto, di vere e proprie creazioni artistiche si tratta: c’è chi si esprime con il pennello, chi con le note, chi, come fa Pino, con la macchina fotografica. E i risultati sono eccellenti, dal momento che le immagini di Ninfa non si lasciano racchiudere in una cornice spazio-temporale ma raccontano storie ed emozioni che si prolungano nel tempo. La cosa è ancora più vera quando, come nel caso in oggetto, alle foto si accompagna una breve introduzione, un breve scritto che serve a contestualizzare la foto. Ninfa sa perfettamente di non essere uno scrittore e proprio per questo, nel corso di un’intervista, spiega come “il mio uso della parola è molto vicino al parlare quotidiano, mentre attraverso la mia sensibilità visiva riesco a essere più personale nel trovare storie da raccontare agli altri e a me stesso”.
Molte di queste foto le ho viste nel corso di una mostra realizzata all’Auditorium Parco della Musica di Roma e ricordo perfettamente l’impressione di ammirato stupore che mi hanno trasmesso nonostante conosco e apprezzo Pino da molto tempo. Questo per dire che non c’è una foto che mi abbia impressionato più delle altre: è un racconto che va gustato attimo dopo attimo, immagine dopo immagine.