I NOSTRI CD. Musica per tutti i gusti dalle colonne sonore al medioevale

Daymé Arocena – “Cubafonia” – Browns Wood
Viene da Cuba Daymé Arocena da molti considerata una delle voci più interessanti e personali della moderna musica cubana. Ed in effetti non si può disconoscere il talento di questa vocalist che con “Cubafonia” (suo secondo album registrato a Cuba con musicisti cubani) si propone un obiettivo quanto mai stimolante e impegnativo: coniugare la musica etnica con input provenienti da mondi diversi quali, soprattutto, il jazz e poi la classica, la world music, il soul, il pop, la musica latina, anche se in effetti il punto di riferimento principale è costituito   dai diversi ritmi e stili dell’isola caraibica – dal changüí di Guantanamo, al guaguancó… alle ballate degli anni ’70. Risultato raggiunto? Sì… ma non del tutto. Certo, se l’attenzione dell’ascoltatore si concentra esclusivamente sulle capacità vocali dell’artista, se ne rimane colpiti, data la facilità, la naturalezza con cui Daymé affronta anche i passaggi più ardui mai denotando un attimo di incertezza. Il suo senso del ritmo è davvero straordinario così come la capacità di dialogare con la formazione piuttosto estesa. Se invece si allarga l’orizzonte anche al materiale tematico, il discorso cambia. Tutti i brani del CD sono stati composti dalla stessa vocalist e affrontano i territori più disparati cercando di mantenere come filo conduttore il valore delle tradizioni. Ecco, l’unico neo dell’album sta proprio in questa forse eccessiva eterogeneità, questo volersi muovere all’interno di universi sonori caratterizzati da situazioni, da paesaggi molto diversi. Intendiamoci: l’artista c’è sicuramente, le potenzialità sono straordinarie, ma proprio per questo è lecito attendersi qualcosa di più.

Avishai Cohen – “My Palm With Silver” – ECM 2548
Un anno dopo il successo dell’album di esordio per ECM “Into The Silence”, il trombettista Avishai Cohen si ripresenta con il suo quartetto completato da Yonathan Avishai piano, Barak Mori contrabbasso e Nasheet Waits batteria. Ancora una volta Cohen si conferma grande musicista non solo per le capacità tecniche e compositive ma anche – e forse soprattutto – per i sentimenti, le sensazioni che riesce a comunicare con la sua tromba. Emblematico, al riguardo, l’assolo che apre l’intero album: Cohen procede quasi a piccoli passi sulle note acute, creando un clima piuttosto cupo, con pianoforte e contrabbasso che contribuiscono in maniera determinante all’affermazione dell’atmosfera voluta dal leader. Al sassofonista americano e amico Jimmy Greene è dedicato il brano successivo, “Theme For Jimmy Greene”, in cui la tromba evidenzia il suo coté più lirico con Nasheet Waits in bella evidenza. In “340 Down”, il brano più breve del repertorio, Cohen dialoga con sobrietà con la sezione ritmica senza che il pianoforte faccia sentire la sua voce, pianoforte che ritorna in primo piano nel successivo “Shoot Me In The Leg” introducendo il brano che man mano assume un andamento sempre più frastagliato con la tromba a lambire territori caratterizzati da una totale improvvisazione e il pianoforte che a metà del brano s’incarica di ricondurre il pezzo ad atmosfere più liriche. L’album si conclude con un brano dalle forti connotazioni socio-politiche: “50 Years And Counting” si riferisce alla risoluzione 242 dell’ONU emanata mezzo secolo fa, che stabiliva il ritiro di Israele dai territori occupati, e che mai è stata applicata per problemi interpretativi e burocratici. Il tutto ben reso dall’intero quartetto che si esprime con compattezza.

Lars Danielsson – Liberetto III – ACT 9840-2
Eccoci al terzo capitolo di questo “Liberetto” ovvero del gruppo che il contrabbassista svedese Lars Danielsson ha creato nel 2012; da allora molta della classica acqua è passata sotto i ponti ma il combo mantiene quasi intatta la sua struttura originaria in quanto sono rimasti al loro posto John Parricelli alla chitarra e Magnus Öström batteria e percussioni mentre Tigran al piano è stato sostituito dall’astro nascente franco-caraibico Grégory Privat; a loro si aggiungono, come ospiti, i trombettisti Arne Henriksen e Mathias Eick , Björn Bohlin all’oboe d’amore e al corno inglese, Dominic Miller alla chitarra acustica e Hussam Aliwat all’oud. More solito le composizioni sono tutte del leader che ad onor del vero comincia a denotare qualche segno di stanchezza…almeno da questo punto di vista. In effetti se i primi due album erano stati caratterizzati dalla bellezza del materiale tematico, questo terzo capitolo mostra un po’ la corda dal momento che ad una prima parte convincente fa seguito una seconda parte in cui sembra quasi che sia andato perso il bandolo della matassa alla ricerca di un vacuo espressionismo fine a se stesso. La musica perde mordente, fascinazione; di qui il ricorso a facili stilemi: si ascolti al riguardo “Sonata in Spain” in cui la chitarra di John Parricelli sembra evocare Paco De Lucia. Ciò non toglie, comunque, che anche nella seconda parte dell’album si ascoltino momenti felici come “Mr Miller” in cui Danielsson riesce a ben amalgamare la natura di jazzista scandinavo con l’amore per la musica mediterranea. L’album si chiude con una ballade, “Berchidda”, che evidenzia ancora una volta il senso melodico del compositore.

Bill Frisell, Thomas Morgan – “Small Town” – ECM 2525
Sono passati più di 30 anni da quando Bill Frisell esordiva in casa ECM con “In Line” un album in duo con il contrabbassista Arild Andersen. Adesso il chitarrista ritorna alla formula del duo assieme a quel Thomas Morgan che compare anche in “When You Wish Upon A Star” del 2015. Questo “Small Town”, registrato dal vivo al mitico Village Vanguard di New York nel marzo del 2016, è semplicemente superlativo sia per la ben nota maestria dei protagonisti, sia per l’empatia che si è sviluppata tra i due, sia per la valenza del materiale tematico scelto con accuratezza e comprendente un sentito omaggio a Paul Motian con “It Should Have Happened a Long Time Ago” brano inciso per la prima volta nel 1985 per l’ esordio del trio Motian-Frisell-Lovano, il country song “Wildwood Flower” portato al successo nel 1928 dalla Carter Family, il trascinante “What a Party” del rocker di New Orleans Fats Domino, l’hit di Lee Konitz’ “Subconscious-Lee”, il celebre tema di “Goldfinger” scritto da John Barry, cui si aggiungono tre original di Frisell di cui uno scritto con Morgan. In questa occasione Frisell dà l’ennesimo saggio delle sue capacità tecnico-interpretative: il suo linguaggio è del tutto personale riuscendo a coniugare i diversi input che da anni contribuiscono a determinarne la forza espressiva (jazz, rock, blues, folk); di qui l’alternarsi di frasi costituite da poche note a più complessi fraseggi con cui Frisell racconta le sue storie. Il tutto in un clima intimistico caratterizzato da un sound spesso ovattato e comunque mai gridato. Dal canto suo Morgan si dimostra partner ideale: il suo suono così personale, bellissimo, si sposa magnificamente con la chitarra di Frisell esprimendosi su un piano di assoluta parità; lo si ascolti con quanta personalità e sicurezza interpreta “It Should Have Happened a Long Time Ago”, brano di apertura che introduce al meglio l’intero, straordinario album. (altro…)

CIVITAFESTIVAL: la mini rassegna Jazz chiude con Duke Ellington

Foto di Laura Girolami

21 Luglio, Cortile Maggiore Forte Sangallo
Ore 21:30
Giorgio Cuscito & Massimo Pirone Big Fat Band in “ Ellingtoniana”

Trumpets: Massimo Patella, Flavio Patella, Paolo Federici,
Trombones: Palmiro Del brocco,Loredana Marcone anche Vocal, Massimo Cuomo
Sassofoni: Alessio DiGiulio, Giorgio Guarini, Stefano Angeloni,Enrico Guarino,Adriano Piva
Piano: Flavio Bonanno
Contrabbasso: Dario Pimpolari
Batteria: Davide Diana

L’ ultimo concerto di Jazz previsto al CivitaFestival è appropriatamente scelto dal direttore artistico Fabio Galadini all’insegna del Jazz tradizionale.
La scelta cade sulla Big Band di Massimo Pirone, ottimo trombonista e direttore d’orchestra, che porta nel suggestivo palco di Forte Sangallo il progetto Ellingtoniana.
Arrangiamenti originali di Duke. Sezione fiati poderosa. Solisti di classe: Pirone il trombone lo suona con maestria, Giorgio Cuscito è un virtuoso del sassofono, ama lo swing di un amore viscerale e comunica questo suo amore con una gioia contagiosa.

Le musiche sono bellissime: le ha scritte Duke Ellington, che va oltre il Jazz, siamo davanti ad un genio della musica contemporanea. E voi non sapete dopo mille concerti di Jazz, alcuni dei quali basati su progetti nuovissimi, giovani talenti, sperimentazioni, spesso molto belle e coinvolgenti (come avrete letto in questo stesso blog) quanto comunque sia utile, e piacevole, e importante ogni tanto “tornare alle origini”, ascoltando quel Jazz che in fondo era quello che ci ha fatto innamorare… del Jazz.
La “sigla” della Big Fat Band? Take the A Train.
“Eh ma uno l’ha sentita mille volte”…
No, non è così. Di solito evitiamo di ascoltarla dicendo a noi stessi “Take the A Train no, la so a memoria”.
Poi la si ascolta dal vivo, dopo un sacco di tempo che in realtà non capitava, nell’arrangiamento originale di Duke Ellington, e ci si ricorda che è bellissima, che quando la si sente è un balsamo per le orecchie, e, guarda caso, non si può fare a meno di tenere il tempo e di cantarla insieme all’ orchestra!

E così accade quando parte Black and Tan fantasy, che viene suonata con tutti i crismi e con il trombone con la sordina e il sax che ruggisce vibrando nella affascinante tonalità in minore così black. Così accade quando la tromba solista esegue il tema di Concerto for Cootie, scritta per l’amatissimo Cootie Williams. E ancora, così accade, quando partono ballad come Prelude to a Kiss, o Sophisticated Lady, così intense e quasi drammatiche nella voce del sax.

Accade lo stesso con  Pyramid, e la sua introduzione tribale di batteria, e quando i sax baritoni accarezzano il tema di I let a song go out of my heart. E quando parte  It don’t mean a thing, con quell’inconfondibile incalzare swingante e l’orchestrazione pensata così in grande.

E ancora accade così quando si ascolta dalla bella voce di Loredana Marcone (anche trombonista) I got it bad,  e le immortali, geniali melodie costruite con poche note ma arrangiamenti sontuosi di Caravan o C Jam Blues.


Per non parlare dei background perfetti, gli special della sezione fiati dietro al solista, così ricchi di ritmo e dai voicing imponenti, delle dinamiche pensate a settori, della pienezza dello spessore sonoro, della cura compositiva dei dettagli, dei temi melodici che vagano per tutta la tessitura della musica scritta. Insomma, ogni tanto, concedetevi di riascoltare la musica di Duke Ellington dal vivo: ne varrà la pena, sempre. C’è ben altro, in giro, con cui annoiarsi.

ORTACCIO JAZZ ed il gran finale italo argentino

Le foto sono di Adriano Bellucci

Ortaccio Jazz Festival
16 luglio 2017, ore 22

PARIENTES
Peppe Servillo, voce
Javier Girotto, sax
Natalio Mangalavite, pianoforte e elettronica

La serata finale di questo Festival così ricco di bella musica e di pathos positivo è affidata ad un Trio molto noto e (giustamente) molto amato di artisti: Peppe Servillo, Javier Girotto e Natalio Mangalavite, che portano in scena il loro ultimo progetto, Parientesedito da Egea.
Come in occasione degli altri concerti cui ho assistito, ho intervistato brevemente i componenti del gruppo per Radio Tuscia Events: ecco come mi hanno descritto questo bellissimo lavoro insieme .
Dico “Portano in scena” perché questo concerto è separato dal concetto di  “spettacolo teatrale” solo da una parete sottile di finissima carta di riso: Servillo canta ma allo stesso tempo vive le sue canzoni, quasi sceneggiandole, e il suo cantare è anche un evocativo recitare.
Italiani che vanno a vivere e a lavorare in Argentina, e che poi tornano, come Natalio Mangalavite, o arrivano, come Javier Girotto, in Italia. Per stessa definizione del trio, Parientes è una specie di ponte tra i due paesi. Le canzoni teatrali raccontano nostalgia, ricordi o piccole storie: e sono bellissime.
Il vento che per tutto il pomeriggio imperversava sulla piazzetta e preoccupava gli organizzatori e gli stessi artisti si placa tramutandosi in una fresca brezza: e il concerto comincia.
A Girotto e Mangalavite il compito di aprire: sax soprano e pianoforte cantano all’unisono un piccolo tema poetico in 3/4: alimentano l’attesa dell’entrata applauditissima di Servillo, che comincia subito a cantare una deliziosa Milonga Sentimental. Musica argentina, testo italianissimo, pianoforte di una delicatezza irresistibile.

Quando nel brano successivo si passa ad un Tango, ci si rende conto che il sax di Girotto è quasi un alter ego della voce caratteristica di Servillo, e comincia una specie di viaggio emotivo che non finisce più. Fatto di piccole introduzioni di sax e pianoforte, che poi diventano bellissimi episodi improvvisati, di testi arguti, o comici, o struggenti. Di canzoni (vedi Cambalache) immaginate come le invettive di un rigattiere tano, così venivano chiamati i napoletani in Argentina: tanos. Piccoli capolavori narrativi con un impianto musicale old style che ben si addice al ricordo. In cui pianoforte e sax sono attori esattamente come lo è Servillo: in cui Servillo è strumento esattamente come pianoforte e sax.
Mangalavite usa un altro strumento, oltre a pianoforte e tastiere: la sua bellissima voce, che appare durante una introduzione, con un falsetto che la rende immateriale, e che produce una specie di canto senza tempo, lontano e vicinissimo. Questa digressione sulla voce di Mangalavite è data dal fatto che mi sono ripromessa, in ogni concerto a cui capiterò nel quale potrò ascoltarla, di sottolineare nei miei scritti quanto meravigliosa sia la voce di Mangalavite: è una cosa che farò sempre, anche se canterà per meno di un minuto. Chiudo la parentesi.


Dopo l’introduzione entra Girotto con il sax baritono, che quasi assume la funzione di contrabbasso. Il pianoforte procede parallelamente, e Servillo canta Chiquilín de Bachin ” E lasciami tre rose che portano spine, per tutto il rancore che io canterò”. Poi la ricetta cantata di Come si usa col ragù , sempre con quel sax di Girotto che traduce  in musica ciò che la voce racconta cantando.

Tra una canzone e l’altra si ha anche il privilegio di ascoltare Peppe Servillo che legge brani delle opere di quel genio irriverente e surreale di Julio Cortazar, magari proprio quello sul pudore di Lucas, raccontato con una maestria ed una leggerezza che regala sorrisi, e risate del tutto privi di un ipotetico potenziale imbarazzo, dato l’argomento descritto (però andatevelo a leggere da soli, non contate su di me! )
Il bis è richiesto per un sincero bisogno di sazietà non ancora raggiunta: chi mi conosce sa bene quanto io non ami i bis. Ma ne valeva la pena stavolta. Girotto al tamburo in duo con Servillo, la canzone parte come argentina e arriva a U piscispada italianissima drammaticissima, e Servillo trasforma una volta di più la sua voce espressiva e potente. Un ponte ancora tra Argentina ed Italia. E dopo, si canta tutti insieme Felicità, di Lucio Dalla: è il tris e io me lo godo fino alla fine.
Ortaccio Jazz si chiude in bellezza: un po’ di malinconia nel lasciare quella piazzetta mi rimane. Ma ora so che di certo ci saranno per me altre volte, a descrivere questo piccolo grande Festival fatto di famiglie, giovani, anziani, cuoche, cuochi e musicisti felici di suonarvi, al di là del compenso. Vi assicuro, una cosa rara.

CivitaFestival e il Jazz: Blue Moka feat. Fabrizio Bosso

 

Foto in B/N di Damiano Rosa

Foto a colori di Laura Girolami

Cortile Forte Sangallo, mercoledì 19 luglio, ore 21:30
BLUE MOKA feat. Fabrizio Bosso
Fabrizio Bosso, Trumpet
Alberto Gurrisi, Hammond
Emiliano Vernizzi,Sax
MIchele Bianchi, Guitar
Michele Morari, Drums

Il secondo concerto Jazz al CivitaFestival vede salire sul palco un gruppo di musicisti giovani e giovanissimi che, pur scegliendo deliberatamente di ispirarsi ad un Jazz “noto” (loro stessi dichiarano di fare un hardbop rivisitato, riletto e riproposto in chiave nuova), hanno suonato per un’ora e mezzo facendo musica fresca, energica, interessante e formalmente ineccepibile. Eseguendo quasi tutti brani originali, per di più.
Il gruppo comincia a vedersi parecchio in giro e si chiama Blue Moka. I suoi componenti sono Alberto Gurrisi, Emiliano Vernizzi, Michele Bianchi e Michele Morari. Con loro Fabrizio Bosso, in veste di ospite, certo, ma che collabora proficuamente con il quartetto da tempo: e infatti è prevista l’uscita di un album insieme a breve.


Un quartetto impeccabile di musicisti giovani, energici, creativi, in possesso di una tecnica invidiabile, e un indiscusso fuoriclasse della tromba sono stati gli addendi di un evento musicale notevole.
L’inizio è già bruciante: Bacon contro Tofu, di Emiliano Vernizzi, comincia con l’esposizione del tema da parte di sax e tromba, prosegue con l’assolo  funambolico di Alberto Gurrisi, poi Emiliano Vernizzi, poi Fabrizio Bosso, poi Michele Bianchi. Infine si torna al tema iniziale. Tutte le armi tecniche, pressoché prodigiose, vengono mostrate da subito, e anche l’andamento lineare del procedere dei brani: esposizione, sviluppo, assoli e improvvisazione in sequenza, ritorno all’esposizione.
Eppure ad un tale rigore strutturale non corrisponde una percezione della musica dal sapore scontato: questo perché i brani sono quasi tutte composizioni originali, ma anche perché tutti i componenti di questo quintetto sono solisti ed improvvisatori di classe. Hanno una tecnica ferrea, e si ha il piacere di assistere ad episodi strumentali da quel punto di vista ragguardevoli, ma sempre finalizzati ad una musicalità con un certo livello espressivo. Anche in presenza di standard notissimi come Body and Soul non si ascolta un semplice replicare di cose già accadute.


Le sezioni scritte sono formalmente precise, gli obbligati della sezione fiati sono eseguiti in maniera perfetta ma si aprono sempre in episodi improvvisati per nulla prevedibili: anche per il groove, occorre notare, che Michele Morari sa imprimere, bilanciandosi perfettamente con le personalità spiccatissime degli altri componenti del gruppo. La chitarra di Michele Bianchi procede con fraseggi ampi, aperti, gioca con la tromba strepitosa di Fabrizio Bosso, che è davvero un mattatore, sul palco. La sua tromba è versatile, e viene usata in tutta la gamma timbrica: senza mai però attirare l’attenzione solo su di sé.  ln questo senso l’abusato termine interplay mi tocca citarlo per forza, perché è costantemente presente: i cinque musicisti sono in continua e proficua relazione sul palco, sia nel complesso, sia quando l’organico va ad assottigliarsi.

E così fa Emiliano Vernizzi, che ha suono e creatività positivamente dirompenti, quando si intreccia con Alberto Gurrisi, che con il suo Hammond sembra un’intera orchestra, per quanto multifunzionale è il suo apporto ritmico, armonico e melodico. Quando simula il contrabbasso lo fa tutt’altro che banalmente: la sua creatività diventa quella di un contrabbassista, pur mantenendo una mentalità “d’insieme”.
Sale sul palco Gegé Telesforo, che era tra il pubblico, e si unisce alla musica: duetta con tromba e sax, tre voci invece di due, mentre la ritmica procede in un crescendo energico fino ad arrivare ad un finale applauditissimo.


Il bis, richiesto a gran voce, è un adrenalinico e vertiginoso tema dei Flinstones! Pubblico comprensibilmente impazzito e un altro colpo messo a segno dal direttore artistico Fabio Galadini: non basta il sold out a decretare il successo di una scelta: occorre anche il successivo riscontro del gradimento. Che in questo caso è stato totale. 

Kamasi Washington I molti perché di un successo travolgente

 

Il 20 luglio Roma è stata l’ultima tappa del tour italiano del sassofonista afroamericano Kamasi Washington, dopo Bari (18) e Bologna (19, Botanique festival).

L’artista losangeleno con il suo gruppo è stato ospite del “Viteculture Festival” – rassegna musicale con spazi per intrattenimento, formazione ed animazione sociale – spostatosi dal parco del laghetto di Villa Ada all’ex Dogana. Il luogo comprende alcuni edifici ma è soprattutto una spianata d’asfalto sotto la tangenziale con vista sui treni che arrivano e partono dalla stazione Termini, posto frequentato soprattutto dai giovani, con il pubblico in piedi sotto al grande palco. Luogo, quindi, non connotato jazzisticamente: del resto Kamasi Washington dal 2015 sta sorprendendo la critica per la sua capacità di arrivare ben al di là dei circuiti jazzistici con una musica impregnata di spiritualità e psichedelia ed estimatori (nonché collaborazioni) come Kendrick Lamar, Snoop Dop e Lauryn Hill (di cui Washington è stato “special guest” al Summer Festival l’8 luglio scorso).

Il sassofonista oggi trentacinquenne si è affermato nel 2015 con il triplo Cd “The Epic”, prodotto dall’etichetta Brainfeeder del rapper Flying Lotus; il referendum della rivista americana <<Down Beat>> lo ha proclamato miglior album dell’anno, tributando a Kamasi Washington il doppio titolo di miglior artista jazz e miglior sassofonista emergente. Come ogni fenomeno di successo, il musicista di Los Angeles è stato guardato soprattutto in Europa (e in Italia) con sospetto, anche se il mensile <<Musica Jazz>> ne ha parlato a più riprese.

Il recital romano ha fornito qualche chiave di lettura per capire i motivi di “appeal” della musica di Washington. Intanto il gruppo si muove in una dimensione corale, diretto più che dominato dalla figura sciamanica del sassofonista con lunghi capelli, tunica, medaglione. Tutto, però, appare non artefatto, come la cantante Patrice Quinn che segue la musica con minime coreografie che tradiscono un’immersione totale nel suono. Il leader fa perno su una coppia di batteristi – disposti specularmente -, bassista-contrabbassista, il tastierista Brandom Coleman, il trombonista Ryan Porter ed il sopranista Ricky Washington.

La sezione ritmica usa, in prevalenza, una scansione molto energica ed evita timing jazzistici, oscillando tra funky, reggae e sequenze free. Tutto suona iterativo, poliritmico, “powerfull”. In questo senso i primi due brani del concerto soggiogano il pubblico: sono ipnotici, pervasi di spiritualità, screziati di elettronica, a tratti danzabili e cantati. Hanno un andamento che vede la trama sonora infittirsi con elementi tematici ripetuti ad libitum, quasi in un mantra. Kamasi Washington si ispira (lo ha sempre dichiarato) a John Coltrane e Pharoah Sanders ed ha citato “Lonely Woman” di Ornette Coleman; aggiungerei tra gli ispiratori Sonny Rollins perché nella costruzione degli assoli è molto ritmico (note ribattute, riferimenti tematici) e pur improvvisando con furia resta vicino all’idea di partenza. Nei soli Washington si dona integralmente mentre nelle parti d’assieme vengono sfruttati abilmente i tre fiati. Eccellente il tastierista che usa timbri e colori molto diversi come il trombonista, fantasioso ed elettroacustico.

Nel proseguire del recital si riconoscono un paio di titoli da “The Epic”: una particolare versione di “Cherokee”, a tempo lento e in un arrangiamento soul; “The Rhyhm Changes” tra reggae e raggamuffin’, con un testo che inneggia al mutamento, un solo travolgente del leader e la capacità di caricare un pubblico già entusiasta.

Del resto Kamasi Washington non sembra voler fermare la sua musica. E’ stato annunciato l’ingresso nell’etichetta londinese Young Turks mentre dovrebbe uscire quest’estate l’EP “Harmony of Difference”. Il sesto movimento si intitola “Truth” ed è alla base di un video omonimo diretto da regista A.G.Rojas (presentato in marzo a New York e visibile su you tube). E’ incentrato su giovani personaggi dei quartieri South Central ed East L.A. per mettere in risalto la bellezza delle loro differenze nella “speranza che testimoniare la bellezza e al armonia creata dalla fusione di diverse melodie musicali aiuterà le persone a realizzare la bellezza nelle nostre differenze”, come ha dichiarato a sua tempo l’artista. Un messaggio di pace e di tolleranza che fa parte della spiritualità di un musicista da non sottovalutare.

ORTACCIO JAZZ: ANTONELLO SALIS E SIMONE ZANCHINI, LIBERI!

Foto di Adriano Bellucci

Ortaccio Jazz Festival, Vasanello
15 luglio 2017, ore 22

LIBERI!

Antonello Salis, fisarmonica, pianoforte
Simone Zanchini, fisarmonica, live electronics

La mia seconda serata di permanenza a Vasanello vede sul palco uno dei concerti (secondo me) più interessanti ed intensi di questa mia estate di musica.
La fisarmonica è uno strumento verso il quale vivo un amore contrastato, e posso anche dirne il perché: durante un concerto di Richard Galliano, quest’ultimo fagocitò talmente tanto il suo compagno di palco Gonzalo Rubalcaba da risultarmi purtroppo un po’ petulante. Annullò, coprì, ogni accenno del suo linguaggio pianistico a volte ermetico, spesso poetico, e questa sensazione mi è rimasta a lungo.
Il duo Salis Zanchini mi ha definitivamente riconciliato con questo strumento bellissimo riuscendo a scardinarne le potenzialità espressive, quelle usuali, quelle che ci si aspettano.
Salis e Zanchini ad Ortaccio Jazz si rincontrano dopo una serie di concerti avvenuta qualche tempo fa, e non escludono di poter, da ora in avanti, registrare un disco, insieme, rigorosamente dal vivo.
Il che sarebbe perfetto, perché questi due artisti fondano la loro performance sull’improvvisazione estemporanea, nonostante emerga di continuo materiale tematico riconoscibile, che funge da temporaneo porto di approdo a chi ascolta e viene emozionalmente travolto da un flusso continuo di suoni, note, ritmi, trovate armoniche, che si susseguono quasi senza sosta.
Non è certamente un caso che  questo progetto si chiami LIBERI! . Me ne hanno parlato in questa piccola intervista che ho realizzato prima del concerto per Radio Tuscia Events !


Salis e Zanchini salgono sul palco. L’uno si posiziona davanti al pianoforte, l’altro sistema la sua fisarmonica, e comincia da subito un inseguirsi, un sollecitarsi, un ispirarsi reciproco che non si fermerà nemmeno un attimo fino ad arrivare alla fine del concerto.
Appare, si concretizza, Caravan in un contesto quasi adrenalinico, e quel tema rimane costantemente sotteso, magari anche solo con l’enfatizzarne sapiente la parte ritmico armonica.
Quello spessore sonoro imponente improvvisamente si assottiglia, fino a diventare una melodia addirittura dolce ed evocativa, o un momento armonico placido e morbido.
Siamo lì a riprenderci da quei contrasti che il pianoforte diventa una batteria, mentre Zanchini alla fisarmonica suona Amarcord: e il tutto diventa deliziosamente nostalgico, rarefatto, ma nulla è citazione pedissequa: Salis rumoreggia con i coperchi sulle corde del pianoforte, come è suo uso voi direte, sì lo è. Ma cambiano l’intento, e anche l’impeto. E dunque è tutto sempre stranamente nuovo.
Gli standards o comunque le musiche note sono intervallati da lunghe digressioni totalmente improvvisate, o anche, rimane un benefico dubbio di cui in realtà non interessa la soluzione, le digressioni improvvisate vengono intervallate da standards o musiche note. Il buono, il brutto e il cattivo emerge quasi improvvisamente e viene espansa, enfatizzata per poi scemare di nuovo.


Tra Salis e Zanchini l’empatia è pazzesca. I cambi di registro o di atmosfera sono estemporanei e contemporanei, così come gli approdi alla momentanea, e a volte giocosa, tranquillità.
Gli assoli di entrambi gli artisti possono essere di stampo classico quasi organistico o contrappuntistico o richiamare da lontano le modalità della musica tradizionale, o sfiorare il Jazz, o reiterare all’infinito una cellula melodica che ad ascoltarla bene è densa di quelle che nella musica popolare si chiamano “microvarianti”.
In ognuno di questi casi i suoni riempiono, saturano l’aria. Le due fisarmoniche, o la fisarmonica e il pianoforte, o la fisarmonica e la scatoletta di tonno percossa da Salis sono un’unico strumento, si fondono, sia nei pianissimo o negli stupefacenti momenti di amplificazione dell’insieme. Appare il Bolero di Ravel e quella fissità armonica e ritmica è compensata dalla continua ricerca di tutti gli effetti acustici e timbrici possibili. E ancora ecco il tango, e episodi improvvisati torrenziali, e il rientro in zone tonali, e la sigla storica di 90′ minuto in versione latin, e St.Thomas di Sonny Rollins. E durante il bis una incantevole e quasi surreale One day my prince will come , che sfocia in un bellissimo chiasso finale in totale contrasto con l’atmosfera del brano originale, per poi tramutarsi nel tema di Star Wars.
Gli organizzatori di Ortaccio Jazz hanno regalato a chi c’era un concerto che non esagero nel definire indimenticabile.