I NOSTRI CD. Buon natale in Jazz

a proposito di jazz - i nostri cd

Jesper Bodilsen – “Santa Claus Is Coming To Town” – Up Art Records
santa-clausIl Natale si avvicina e, come ogni anno, sul mercato compaiono produzioni discografiche dedicate a questa festività. Ecco quindi tre album, piuttosto diversi ma accomunati dall’essere dedicati alle canzoni natalizie.
Il primo è il nuovo CD di Jesper Bodilsen, “Santa Claus is Coming to Town”, uscito lo scorso 21 ottobre, su etichetta Up Art Records. Contrabbassista, compositore, arrangiatore e didatta danese, Bodilsen vanta un curriculum di tutto rispetto avendo collaborato con artisti di assoluto livello quali, tanto per citare qualche nome, Enrico Rava, Kasper Villaume, Stefano Bollani, Katrine Madsen, George Colligan, inoltre dal 2003 si è esibito in tutto il mondo con il celebre Danish Trio insieme a Stefano Bollani e al batterista Morten Lund. Adesso ha deciso di mettersi in proprio e in breve tempo ha prodotto due importanti album: del primo , “TID”, abbiamo parlato di recente; il secondo è questo “Santa Claus Is Coming To Town” in cui il contrabbassista si presenta alla testa di un gruppo con Peter Rosendal al piano, Regin Fuhlendorf chitarra, Francesco Calì piano e fisarmonica e Claus Waidtlow al sax con l’aggiunta delle voci di Mads Mathias, Joe Barbieri e la piccola (nove anni) Marie Bodilsen. Il repertorio è scelto con molta oculatezza: niente brani particolarmente celebrati ma canzoni tratte dal mondo natalizio italiano, scandinavo e statunitense. Tutt’altro che casuale anche la scelta delle voci: Mads Mathias è artista di punta della nuova musica danese, e Joe Barbieri è ben noto al pubblico italiano per le sue doti di raffinato e sensibile interprete, li si ascolti rispettivamente, in “Have Yourself A Merry Little Christmas” con in bella evidenza il contrabbasso del leader e la chitarra di Regin Fuhlendorf, e “Quanno nascette Ninno” (versione originale di “Tu scendi dalle stelle”); davvero brava Marie Bodilsen nell’interpretazione del brano tradizionale svedese “På Loftet sidder Nissen” .

Kurt Elling – “The Beautiful Day” – Okeh
the-beautiful-dayDi impianto diverso questo secondo album firmato da Kurt Elling, ovvero da colui che viene considerato una delle personalità più eminenti nel campo del canto jazz maschile: non a caso ha vinto diverse volte i sondaggi delle riviste Down Beat e JazzTimes. Kurt è accompagnato da un gruppo piuttosto numeroso con Stuart Mindeman al piano, Clark Sommers al basso , John McLean alla chitarra (musicisti che erano con lui anche nell’ultimo tour italiano), Jill Kaeding cello, Jim Gailloreto sax soprano, Tito Carrillo tromba, Kendrick Scott batteria, Kalyan Pathak percussioni, Luiza Elling voce. L’album è molto gradevole anche perché l’artista ha avuto l’intelligenza di pescare nel mare magnum delle canzoni natalizie alcune perle che non si ha spesso l’occasione di ascoltare. Così accanto a molti canti tradizionali, figurano, tra gli altri, tre pezzi scritti da Leslie Bricusse per il musical “Scrooge”, uno scoppiettante “This Christmas” di Donny Hathaway dalla chiara impronta soul impreziosito da un convincente assolo di John McLean, il vagamente rockeggiante “Same Old Lang Syne” scritto e cantato da Dan Fogelberg che come singolo ottenne un buon successo nel 1980…fino a giungere a “The Michigan Farm (Cradle Song , op.41/1) una delicata composizione di Edvard Grieg cui Elling ha aggiunto le liriche facendo arrangiare il tutto al fido Mindeman. Ebbene, in tutte queste occasioni Kurt Elling dimostra di aver affrontato l’impresa con grande serietà, abbandonando qualsiasi atteggiamento gigionesco da grande star, di compiacimento del pubblico e cercando così di trasmettere l’intima essenza dei brani. Quasi superfluo aggiungere che la prestazione vocale è ancora una volta di altissimo livello: mai una nota fuori posto, l’intonazione perfetta, l’uso dello strumento sempre aderente alle volontà espressive…in estrema sintesi una grandissima sensibilità musicale.

Nils Landgren – “Christmas With My Friends V” – ACT 98302
christmas-with-my-friend-vQuesto terzo album dedicato al Natale si inserisce in una storia che parte nel 2006: il trombonista scandinavo Nils Landgren pensò, bene, in quell’anno, di raccogliere accanto a sé alcuni degli amici musicisti e festeggiare il Natale in musica; il concerto venne registrato nella Chiesa di Odensala a Stoccolma e poi pubblicato su CD. Dato il successo di questa prima esperienza, Landgren ha deciso di ripeterla ogni due anni, effettuando un tour natalizio tra la Svezia e la Germania. Queste tournées hanno prodotto altrettanti album tutti premiati con un Germa Jazz Award. Eccoci quindi al quinto CD che presumibilmente otterrà lo stesso successo dei precedenti sia per il messaggio di pace che intende veicolare sia per la qualità della musica. Sulla statura artistica del leader non esistono dubbi, così come per gli altri artisti scelti per questa nuova avventura: i quattro cantanti: Jeanette Kohn, Jessica Pilnäs, Sharon Dyall e Ida Sand, che suona anche il pianoforte, Jonas Knutsson ai sassofoni, Johan Norberg alla chitarra ed Eva Kruse al basso. Ciascuno di questi musicisti ha proposto due brani arrivando così ad una track list piuttosto variegata in cui il Natale è raccontato sotto varie sfaccettature musicali. Tra i brani che ci hanno maggiormente colpiti , l’apertura basata su un brano di Bach ed eseguita in solitaria da Landgren, “Baby It’s Cold Outside” affidato alla voce di Jessica Pilnäs, il traditional “Go Tell It On The Mountains” interpretato con solida partecipazione da Ida Sand e lo strumentale “Seven Stains From Christmas Eve” di Johan Norberg. (altro…)

La musica di Parker emoziona ancora oggi grazie al sax di Cafiso e alle parole di Marchioni

Roma, Auditorium Parco della Musica 27 11 2016 Francesco Cafiso Quartet, Vinicio Marchioni "L'inseguitore" Vinicio Marchioni  voce narrante Francesco Cafiso sassofono contralto Mauro Schiavone pianoforte Pietro Ciancaglini contrabbasso Adam Pache batteria ©Musacchio & Ianniello ******************************************************* NB la presente foto puo' essere utilizzata esclusivamente per l'avvenimento in oggetto o  per pubblicazioni riguardanti la Fondazione Musica per Roma *******************************************************

Bella integrazione tra musica e parole: questa la prima considerazione che ci è sorta spontanea uscendo domenica 27 novembre dall’Auditorium Parco della Musica dopo aver assistito alla performance del Francesco Cafiso Quartet e di Vinicio Marchioni impegnati ne “L’Inseguitore”.
Tratto per l’appunto da “L’Inseguitore” dello scrittore argentino Julio Cortázar (1914-1984) e pubblicato nel 1959 nella raccolta “Le armi segrete”, il racconto s’ispira liberamente agli aspetti più drammatici della vita di Charlie Parker, ribattezzato Johnny Carter, la cui vicenda è filtrata dalle parole del suo amico Bruno, critico musicale.
Nelle vesti allo stesso tempo di Bruno e di Johnny Carter, Marchioni è stato superbo nel proporre i testi, spesso drammatici, nel dettare i tempi, nel fornire al racconto il giusto pathos sì da farsi seguire sempre con grande attenzione dal numeroso pubblico. L’attore ha evitato qualsiasi facile gigionismo per concentrarsi sul testo, per dare allo stesso sempre la giusta intonazione riuscendo a mantenere desto l’ascolto grazie anche ad un ritmo narrativo che ottimamente si inseriva nel contesto musicale. (altro…)

Con Jordan e Cobham a scuola di chitarra e batteria

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Devo confessare che la chitarra e la batteria non sono tra i miei strumenti preferiti, per cui quando la sera del 18 novembre scorso mi stavo recando all’Auditorium per assistere al concerto di Stanley Jordan e Billy Cobham, per l’appunto chitarrista e batterista, era come se , in un certo senso, avessi deciso di farmi del male da solo. E invece no! Il concerto è stato semplicemente superlativo, spesso trascinante e soprattutto mai banale , mai noioso… e dire che i due non si sono certo risparmiati, suonando per oltre due ore filate.
Bene hanno fatto, quindi, gli organizzatori del Roma Jazz Festival, a chiamare questi straordinari personaggi ché di veri e propri mostri sacri della musica stiamo parlando.
Stanley Jordan, nato a Chicago nel 1959, ha iniziato il suo percorso musicale studiando approfonditamente il pianoforte cosicché quando ha deciso di dedicare la massima attenzione alla chitarra, si è posto il problema di come integrare i due strumenti; di qui la riproposizione di una tecnica particolare (“touch” o “tapping”, già adottata ma non adeguatamente sviluppata da Eddie Van Halen) di non pizzicare le corde della chitarra ma di percuoterle con ambedue le mani come se fossero i tasti di un pianoforte; spesso, durante il concerto, abbiamo visto Jordan suonare contemporaneamente con una mano la chitarra e con l’altra il pianoforte con effetti di notevole valenza artistica oltre che di grande spettacolarità. A tutto ciò si aggiunga l’approfondito lavoro che Jordan ha svolto sulle accordature della chitarra riuscendo a ricavarne sonorità ed effetti particolari.
Dal canto suo Billy Cobham è a ben ragione considerato uno dei pochi batteristi “storici” che ancora si esibiscono sui palcoscenici internazionali. Per lumeggiare la personalità di questo grande artista panamense (classe 1944) basti ricordare che ha lavorato con Miles Davis dal 1970 al 1974, all’epoca cioè della svolta elettrica, (lo ascoltiamo tra l’altro in “Bitches Brew” che secondo molti ha dato praticamente inizio alla fusion) ; successivamente Cobham è stato tra i membri fondatori della Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin…per non parlare dei gruppi a suo nome e delle innumerevoli collaborazioni con i più importanti musicisti di jazz tanto che forse si farebbe prima ad elencare quelli con cui non ha suonato piuttosto che viceversa. Ma la statura di Cobham non si limita al lato esecutivo ché il batterista è anche un prolifico e originale compositore che ha saputo spaziare da un genere all’altro lasciando sempre traccia di sé. (altro…)

Jacky Terrasson e Cécile McLorin Salvant al Roma Jazz Festival

Auditorium Parco della Musica, sala Sinopoli, 22 novembre 2016

Jacky Terrasson, pianoforte;
Cécile McLorin Salvant, voce;
Lukmil Perez, batteria;
Chris Thomas, contrabbasso.

Comincio questo articolo con una considerazione. Nel Jazz ci sono standard stranoti che pensiamo di non voler più ascoltare: li abbiamo incrociati troppe volte, in tutte le salse, ci sembrano format oramai sterili e sfruttati anche malamente fino allo spasimo.
In realtà nella maggior parte dei casi ciò che capita veramente è che quei brani li sentiamo troppe volte da chi NON sa suonare il Jazz e si appoggia come ad un sostegno sicuro a brani che potenzialmente danno la sicurezza di piacere a prescindere, permettendo di “nascondere” le proprie innegabili carenze.
Quando capita di ascoltare, ad esempio, Caravan da un trio come quello di Jacky Terrasson, o Love for Sale cantata da una interprete come Cécile McLorin Salvant, ci si rende conto che non si è affatto stufi di ascoltare quei piccoli gioielli: anzi forse non si vedeva l’ora di riascoltarli filtrati da chi il Jazz lo sa fare veramente.
Non che Jacky Terrasson e Cécile McLorin Salvant abbiano suonato all’ auditorium solo standard.
La performance inizia in trio, con un lungo episodio costruito sulla giustapposizione di una parte lirica, dolce (su progressione armonica discendente), con una parte più dissonante, ritmicamente netta, fatta di accordi martellanti, di ostinati incrollabili al contrabbasso, di batteria martellante. L’ alternanza dura diversi minuti fino ad arrivare ad un terzo episodio, morbido, melodico e improvvisato: a questo punto fa capolino My funny Valentine. Bella, variata, inizialmente appena accennata in un pianissimo tanto sommesso quanto denso di armonici. Le dinamiche e questi pianissimo così tesi ed intensi sono stati una delle caratteristiche profondamente attraenti della musica di questo bellissimo concerto.
L’episodio successivo, in 5/4, suonato prevalentemente alla tastiera, comincia con una cellula tematica fissa che si sviluppa in un flusso sonoro quasi sensuale, attraverso diminuendo e crescendo sfumati tra il pianissimo ed il forte, e che sfocia in una flebile traccia di Take Five, che appare tra esplosioni energiche a volume intenso, subito soffocate in silenzi improvvisi. Il tema riappare dopo un po’,e migra dal piano al contrabbasso, fino alla svolta in 4/4, per poi riapparire al contrabbasso e terminare, dopo un andamento terzinato, in un altro pianissimo conclusivo.
Potrei descrivervi tutto il concerto in questo dinamismo continuo: come forse qualcuno sa, mentre ascolto prendo appunti per fissare tutto ciò che accade, ma l’importante è capire che la musica di questo trio si sviluppa in una progressione continua che non prevede mai il “voltarsi indietro”. E’ un andamento travolgente ma anche pieno di momenti introspettivi, e chi ascolta è portato a chiedersi “cosa succederà ora”?
Caravan è presentato con il tema tesissimo, un tempo superveloce, quasi adrenalinico, un assolo di batteria fulminante che comincia tutto su rullante e cassa, per poi diventare afro con un rullio continuo sui tom: il brano riesce a diventare ipnotico per le continue reiterazioni circolari melodico – ritmiche, tra le quali il tema riappare a momenti ridestando i sensi da un quasi ottundimento.
A metà performance appare sul palco Cecile McLorin Salvant.
Vincitrice di un Grammy per il miglior album di Jazz vocale: questo lo si scrive per un giusto dovere di cronaca, ma i titoli non valgono a far comprendere la particolarità di una voce come quella di questa interprete che non esito a definire straordinaria. Intonazione e tecnica perfette, va detto, ma tutt’altro che una delle mille “brave cantanti” di cui è disseminato il panorama Jazzistico odierno. Ironica, appassionata, deliziosamente civettuola, espressiva all’inverosimile. Registro grave possente, registro acuto cristallino, un timbro cangiante, un’estensione vocale notevolissima, virtuosa ma non “circense”.
E come i musicisti che in questo concerto la accompagnano, anche Cecile McLorin Salvant cura le dinamiche con notevole grazia, e in particolare i piano, i pianissimo, in tutte le loro infinite gamme. I suoi leggeri glissando sono colmi di leggiadria. La sua voce è strumento potente e gentile: ed è in perfetta sintonia con il trio. Oh my love, di John Lennon, comincia come se fosse Someone to watch over me e poi diventa una piccola meraviglia di dolcezza e di maestria, di tutti: del contrabbasso che fa poche note ma intense, della batteria che soffia su rullante e sul charleston, del pianoforte che suona poco e piano ma nei momenti giusti, quelli dell’impatto emotivo corrispondenti al cambio dell’ accordo, e della voce, sognante, perfetta, da brivido.
Il bis è una splendida Alfonsina y el mar, commovente ed intensa.
Penso di concludere qui questo articolo, perché potrei andare avanti all’infinito. Ma chiudo con il consiglio di ascoltare appena potrete questi musicisti e questa, lo ripeto, straordinaria cantante, anzi, no… musicista, anche lei.

Brad Mehldau e Joshua Redman al Roma Jazz Festival

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Martedì 8 novembre, Sala Sinopoli Auditorium Parco della Musica

JOSHUA REDMAN – BRAD MEHLDAU DUO

Brad Mehldau, pianoforte
Joshua Redman, sax tenore e soprano

 

Nearness è il titolo dell’album in duo di Brad Mehldau e Joshua Redman, e martedì sera all’Auditorium, gremito all’inverosimile, l’appropriatezza di questo titolo è apparsa evidente durante le quasi due ore di un concerto formidabile.
Il duo è una formazione, nel Jazz, percepita pregiudizialmente come ostica, per la resa complessiva del suono che potrebbe  potenzialmente essere impoverita da una “sottrazione” di elementi quali il contrabbasso e/o la batteria.

Nel caso di Mehldau e Redman questo pregiudizio si è certamente dissolto anche nei più scettici: due fuoriclasse e due personalità musicali così spiccate non potevano che far scaturire musica tutt’altro che impoverita, esile, esigua.
A cominciare dal pianismo di Mehldau, che imprimendo un ruolo creativo paritario a entrambe le mani sulla tastiera, in pratica raddoppia il pianoforte. Le linee melodiche vengono trasportate anche sulla parte grave dello strumento, le soluzioni armoniche volano in ambiti anche acuti, la ricchezza di spunti sempre nuovi è infinita.  A tal punto che anche in brani come Mehlancholy Mode, in cui gli accordi sono pochi e in progressione discendente praticamente fissa,  ciò che si ascolta nelle parti di piano solo è un flusso continuo e inesauribile di idee musicali, tanto che la progressione armonica finisce per perdersi sullo sfondo.  Quando entra il sax soprano prevale l’estro creativo di Redman, e il pianoforte si ritrae garantendo in uno strenuo ostinato ritmico armonico la sua funzione meramente strutturale e fondante .
Ma questo scambio di ruoli tra i due non è l’unica interazione possibile: ci sono intrecci irresistibili tra quel “doppio pianoforte” e il sax che si prende un sostanziale ruolo di “ritmica” con l’accento insistente e propulsivo su note ribattute, mentre il piano si accende con un andamento torrenziale  ed uno spessore sonoro potente. E ancora, partendo da un volume forte, i due sottraggono implacabilmente note, impeto, accenti fino ad arrivare a “pianissimo” intensi perché carichi di positiva tensione: e vi assicuro che ciò che si percepisce non è solo un abbassamento del volume.
Questa tensione, simile a quella che in una scala diatonica è rappresentata dal ruolo del settimo grado, nota  detta “sensibile”, è ciò che a mio parere connota il live di questi due straordinari musicisti: un suono sempre pieno, pochi spazi vuoti di silenzio,  eppure… si tende sempre a qualcosa d’altro che deve arrivare, o che si deve sviluppare, che viene accennato e che scompare per riapparire dopo, lasciandoti in un’attesa irresistibile di un agognato completamento, che arriva solo alla fine del brano, con chiusure perfette e definitive.
Nel tessuto sonoro ricchissimo, tondo, sono incastonati frammenti di accordi, piccoli temi melodici, brevi flasback di stile più mainstream – e blues anche, e musica classica persino, tanto che si ha la sensazione di voler riascoltare per poterli cogliere tutti.
Spesso i temi principali sono delicati e quasi poetici nel loro percorrere tutti i gradi delle raffinate dinamiche di Redman e Mehldau: ma anche nel percorrere le tante soluzioni armoniche, sottese eppure ben percepibili persino nelle progressioni fisse di accordi. La varietà si gioca sia su sottigliezze, sia su improvvisi e palesi cambi di registro.
Il dialogo è serrato e intenso, e la sensazione aggiuntiva però è che sarebbe possibile una sorta di doppio approccio a queste due ore di musica: l’ascolto di quel dialogo nel suo complesso,  ma anche il concentrarsi sul pianoforte e sul sax presi singolarmente. La pienezza dei due è tale che si potrebbe godere di due concerti distinti e complessi e di certo non “incompleti” da alcun punto di vista.
Chi legge dirà: cosa c’è di strano? Questo è il Jazz. Rispondo sicura: andate ad ascoltare e capirete (al di là delle mie limitate parole) quale sia la stupefacente originalità di questi due artisti.

I NOSTRI CD. Da Apuzzo e Ottolini due piccoli capolavori

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Antonio Apuzzo Strike!, “Songs of Yesterday, Today and Tomorrow” (dodicilune, Ed.355).

Da tre decenni Antonio Apuzzo – polistrumentista e compositore romano – esplora il linguaggio di Ornette Coleman. Come fece Steve Lacy con Thelonious Monk, Apuzzo è da tempo giunto ad una totale metabolizzazione della poetica di Coleman che gli consente di mettere a fuoco la sua, tanto autonoma quanto interrelata con quella dell’altista texano. E’ da notare, poi, che in Europa e negli Usa pochi sono i “discepoli” di Ornette la cui musica, a più di cinquant’anni dalle prime uscite discografiche, è spesso rimossa o sottovalutata da neofiti – e non – del jazz. Apuzzo mette in rilievo la valenza (e potenza) vocale e canora di Coleman, utilizzando veri e propri testi ora in italiano ora in inglese cantati dalla valente Costanza Alegiani, figura di compositrice e vocalist tra le più interessanti del panorama jazzistico-contemporaneo peninsulare. Purtroppo le liriche non sono inserite nel Cd ed è un peccato perché il legame simbiotico tra parole e musica in Apuzzo è forte, intenso, rivelatorio. “In un tempo lontano” e “Sounds of love, pain and fear” sono opera del leader; ad Ornette appartengono “Sadness – Long time no see” e “A Girl Named Rainbow”, mentre “Deporta il tempo nel futuro” è di Jolanda Insana, “Peel the paint” di K.Minnear/D.Shulman/P. Shulman/R.Shulman, “Eclipse” di Charles Mingus, “Lonely Woman” di Margo Gunyan e “Song of Endless Time” di Dylan Thomas. Anche l’uso intimamente sonoro delle liriche potrebbe essere un altro tratto in comune con Lacy, forse una semplice ma significativa coincidenza. Si tratta, infatti, di due artisti che hanno portato avanti con coerenza rigorosa e profonda ispirazione la propria poetica, senza cedere a nessuna tendenza esterna e seguendo un percorso di creativa trasformazione interiore a stretto contatto con il mondo nelle sue incessanti modificazioni. Personalmente – e non da oggi – ritengo Antonio Apuzzo un musicista straordinario, uno strumentista fuori dal comune su tutti i suoi strumenti (sax alto e tenore, clarinetto e clarinetto basso), un compositore innovativo che poco (o nullo spazio) ha avuto sulla scena nazionale ed europea, senza per questo rinunciare ad una produzione di alto livello e ad una significativa azione didattica, formativa, sociale (è stato tra gli animatori della Scuola Popolare di Villa Gordiani, a Roma).
“Songs of Yesterday, Today and Tomorrow” lo dimostra. Il leader utilizza un quintetto con la Alegiani, Luca Bloise (marimba e percussioni), Sandro Lalla (contrabbasso, musicista di valore da sempre al fianco di Apuzzo) e Michele Villetti (batteria e percussioni). Con un numero limitato di musicisti, la musica ha sempre uno spessore orchestrale, un’ampiezza di respiro, una polifonia di voci che integra, arricchisce, contrappunta quella del leader. Gli undici brani sono legati da brevi episodi – spesso in solo – che cuciono le stoffe di un grande arazzo di sentimenti, situazioni, riflessioni. L’elaborazione del dolore e il fluire inarrestabile del tempo non portano la musica di Apuzzo in un orizzonte nostalgico ma scrittura ed improvvisazione sono lucide e appassionate, convinte a vivere-suonare fino all’ultimo respiro, a catturare l’umanità della vita fino al grido finale, a quello “Strike!” che suona come una non consolatoria speranza. Ho sempre poco creduto alle classifiche ed ai referendum (pur partecipando da decenni alle consultazioni) ma penso che questo disco (peraltro prodotto da Antonio Apuzzo e Gabriele Rampino) sia uno dei più significativi dell’anno, se si considera il jazz come una musica non consolatoria ma di passione e avanguardia, non nel senso retorico ma come capacità di leggere il presente, guardare al futuro con le radici ben piantate nel passato. (altro…)