Con “Gente di Jazz” un’istantanea sul Jazz italiano negli ultimi anni

Nel 1973 Ian Carr, celebre trombettista fondatore e leader dei Nucleus, pubblicò un libro intitolato Music Outside – Contemporary Jazz in Britain nel quale riportò le sue conversazioni con personaggi emergenti e consolidati della scena musicale jazz britannica. Mike Westbrook, Jon Hiseman, John Stevens, Trevor Watts, Evan Parker, Mike Gibbs, Chris McGregor affrontarono a cuore aperto qualsiasi tema che ritenessero importante, dalle personali scelte artistiche, alle proprie aspirazioni (frustrate o non), alla endemica difficoltà di trovare sbocchi discografici sino a giungere alla triste realtà che, suonando solamente jazz, la vita non era facile. Riletto a distanza di anni, quel libro di interviste, fornisce molte più informazioni di qualsiasi altro trattato critico e ci restituisce un ritratto fedele e vivido del movimento jazz in Inghilterra dei primi anni Settanta.
Così come è avvenuto con Carr crediamo che Gerlando Gatto, autore di Gente di Jazz per l’editore Euritmica/Kappavu, abbia non solamente realizzato un libro di interviste, ma scattato un’istantanea sulla situazione del jazz italiano degli ultimi anni.
Molte intervista sono state realizzate nel corso delle varie edizioni di Udin&Jazz, festival di cui Gatto è assiduo frequentatore, e anche per questo molti sono i musicisti del nord est, storica fucina di talenti del jazz italiano, ad essere interpellati.
Gatto non si è limitato però solamente a dare voce ai jazzisti nazionali, ma ha anche inserito nel suo lavoro i suoi colloqui con musicisti di fama internazionale, quali Joe Zawinul, Mino Cinelu, McCoy Tyner, Martial Solal, Michel Petrucciani, Gonzalo Rubalcaba e Cedar Walton entrando spesso in dettaglio su aspetti meno noti della loro attività.

(Cedar Walton)

Gente di Jazz, quindi, risulta essere una miniera di informazioni per l’appassionato di jazz e, in generale, per chi si occupi di cultura e di spettacolo. Scopriamo così, che Stefano Battaglia ha una solida formazione classica e una conoscenza approfondita dei compositori del barocco, che il sassofonista udinese Francesco Bearzatti si è costruito una solida reputazione in Francia prima di essere conosciuto in Italia (nemo profeta in patria…), che Stefano Bollani non riesce a scindere tra jazz, improvvisazione, divertimento e spettacolo e che sa imitare molto bene Johnny Dorelli, che il contrabbassista Rosario Bonaccorso ritiene, come Leonardo da Vinci, che “la semplicità è il massimo della raffinatezza”.
Scorrendo ancora Gente di Jazz, apprendiamo di come il pianista siciliano Dario Carnovale abbia trovato la sua dimensione artistica nella tranquillità di Udine, di come Claudio Cojaniz intenda in maniera sociale il ruolo dell’artista in quanto “veicolatore di pensiero”, di come Massimo de Mattia sia stato ammaliato dai Delirium di Ivano Fossati e per questo abbia scelto il flauto come suo strumento, e di come il veneziano Claudio Fasoli, storico sassofono del Perigeo, aveva un sogno, ormai irrealizzabile, di suonare con Elvin Jones e Tony Williams. Dall’intervista con Enzo Favata emerge la sua concezione in un jazz che incontri l’anima etnica delle diverse località del globo, mentre da quella con Paolo Fresu apprendiamo che l’emozione del suonare talvolta fa scorrere delle lacrime sul volto del trombettista sardo.

(Paolo Fresu)

Il batterista romano Roberto Gatto confida all’autore il suo orgoglio per aver inciso con Chet Baker, un musicista che non amava molto i batteristi, mentre il suo compagno nei Lingomania, Maurizio Giammarco, racconta della sua eccezionale esperienza di direttore della Parco della Musica Jazz Orchestra (PMJO). Il chitarrista Antonio Onorato rivela di avere effettuato studi approfonditi sulla Napoli del 1700 e di conoscere bene tutti i musicisti di quel periodo, mentre il pianista Enrico Pieranunzi che ha fornito all’autore ben quattro interviste nel corso degli anni, confida il suo amore per Scarlatti. Enrico Rava ricorda che la sua carriera decollò dopo la registrazione per l’ECM dell’album The Pilgrim And The Star, mentre il pianista romano Danilo Rea rivela la sua ammirazione per la sintesi musicale tra tradizione e improvvisazione raggiunta dai musicisti dei paesi nordici. Infine, ultimo degli italiani, Giancarlo Schiaffini lancia un allarme sulla standardizzazione del linguaggio musicale e sull’omologazione della maniera di fare jazz.

(Enrico Rava)

Passando ai musicisti internazionali, Mino Cinelu racconta di aver parlato con Miles Davis dopo un concerto senza riconoscerlo, mentre il compianto Michel Petrucciani confida di amare Estate di Bruno Martino per la sua melodia e per le grandi possibilità di improvvisazioni che forniva. Gonzalo Rubalcaba racconta dell’importanza nel suo jazz della musica popolare cubana, mentre Martial Solal afferma di non credere nell’elettronica applicata alla musica. Anche Cedar Walton preferisce il suono acustico, mentre McCoy Tyner racconta della sua costante ricerca del nuovo. Chiude la serie delle interviste, ordinate in stretto ordine alfabetico, Joe Zawinul il quale svela che quando sopraggiunge l’ispirazione, la ragione cessa di operare.

(Joe Zawinul)

La lettura di Gente di Jazz è agile. I temi trattati nelle interviste mettono in luce la personalità dei vari artisti, le loro inclinazioni e rivelano la loro estetica musicale. Gatto ha il raro dono di riuscire a far parlare i musicisti, di metterli a loro agio cosicché questi possano davvero esprimere il loro pensiero senza remora alcuna. Questo aspetto è molto apprezzabile in quanto la spontaneità delle dichiarazioni raccolte da Gatto e le verità che queste contengono si trasmettono immediatamente al lettore e consentono a quest’ultimo di entrare in stretto contatto con la dimensione artistica dei musicisti.

Marco Giorgi per www.red-ki.com

(McCoy Tyner)

Le immagini sono di Luca A. d’Agostino/Phocus Agency ©

I nostri libri

I nostri libri

Claudio Fasoli – “Inner Sounds” – agenzia X pgg.285 – € 16,00
Conosco Claudio Fasoli da molti anni e credo ci leghi oramai un rapporto di reciproca stima e simpatia. Ciò nulla toglie all’obiettività con cui ho cercato sempre di valutare l’attività del musicista veneziano e l’altissima considerazione che di conseguenza ho sempre avuto di lui sia come persona sia come musicista. Credo, infatti, di non esagerare affermando che Claudio Fasoli è uno dei jazzisti più originali, significativi e creativi che il mondo del jazz, non solo italiano, possa oggi annoverare. Sulla scena da molto tempo, mai ha sbagliato un colpo sia nella scelta degli organici cui appartenere o cui dar vita, sia nelle produzioni discografiche tutte – e sottolineo tutte – di grande livello. Questo volume , a cura di Francesco Martinelli e Marc Tibaldi, è diviso sostanzialmente in quattro parti: nella prima troviamo tre contributi a firma, rispettivamente di Carlo Boccadoro, Franco Caroni e Massimo Donà; nella seconda una lunga intervista a Claudio Fasoli; la terza contiene alcuni scritti del sassofonista su personaggi iconici del jazz quali John Coltrane, Sonny Rollins, Wayne Shorter, Lee konitz…; la quarta è dedicata ad una serie di pareri di musicisti, giornalisti, addetti ai lavori, con varie competenze, sull’arte e la personalità di Fasoli. A chiudere un breve intervento di Roberto Masotti, un album fotografico, una discografia completa e una bibliografia minima esposta in ordine cronologico. Per dovere di cronaca bisogna sottolineare come il volume prenda le mosse da un altro libro-intervista (“Claudio Fasoli. Note Interiori” – Fondazione Siena Jazz del 2012.) Quell’intervista di Francesco Martinelli – riveduta ed ampliata – costituisce la parte focale anche di questo nuovo volume che rispetto al precedente presenta altre importanti novità: innanzitutto “Note Interiori” non era stato distribuito mentre questo “Inner Sounds” lo si può trovare in tutte le librerie. Inoltre la raccolta degli scritti di Fasoli è completa comprendente sia quelli pubblicati sia alcuni inediti come quelli su John Coltrane. Ciò detto non posso che ribadire quanto scritto recensendo il precedente volume e cioè che il colloquio tra intervistatore e musicista è condotto nel miglior modo possibile sviscerando la carriera di Fasoli in ogni più recondito ambito. Le domande risultano pertinenti e Fasoli risponde a tono, con sincerità e consapevolezza, non disdegnando di mettere in rilievo le varie fasi della sua vita artistica, le idee che le hanno sorrette, le motivazioni che l’hanno portato a determinate scelte. Insomma una lettura sicuramente gratificante che ci aiuta a comprendere non solo la poetica di un grande maestro ma anche perché il jazz nel nostro Paese ha seguito una certa linea evolutiva.

Dario Giardi – “Viaggio tra le note – I segreti della teoria e dell’armonia musicale” – I Libri di EMIL – pgg.200 – € 16,00
La teoria musicale è materia complessa con cui si deve confrontare chiunque voglia intraprendere la carriera di musicista. Ma la teoria musicale è allo stesso tempo materia affascinante la cui conoscenza ci consente di meglio penetrare nei meandri della composizione sì da conoscerne e apprezzarne i più intimi risvolti.
Ma è possibile insegnare ciò in maniera semplice? A questo interrogativo cerca di fornire una risposta Dario Giardi diplomato in teoria e armonia musicale al Berklee College of Music di Boston.
Il volume è diviso in tre parti: nella prima si ripercorre i principali avvenimenti nella storia della musica fino ad oggi; nella seconda si affronta in particolare i problemi legati alla teoria musicale mentre la terza è dedicata all’armonia.
Molti i problemi sollevati cui l’autore cerca di fornire risposte adeguate. Ovviamente la parte più significativa del volume è quella in cui gli aspetti principali della teoria e dell’armonia musicale vengono affrontati con un linguaggio volutamente semplice ed una serie di esempi che ci aiutano a meglio capire ciò che si legge.
Ciò detto, affermare che, essendo digiuni di teoria musicale, una volta letto questo libro si diventa padroni della materia è una solenne fesseria. Invece, risponde assolutamente al vero sostenere che, se si ha la pazienza di leggere con attenzione quanto Giardi scrive e di seguire gli esempi magari seduto davanti ad un pianoforte o ad una buona tastiera, si avrà un quadro più chiaro di quale sia, ad esempio, la differenza tra tonale o modale o cosa significhi analizzare la struttura armonica di un brano.
Insomma uno strumento che potrebbe risultare importante per insegnanti e studenti di musica nelle scuole, nelle università o nei conservatori, e per tutti coloro che desiderano meglio comprendere le caratteristiche di questo linguaggio. Il libro è impreziosito da numerose proposte di ascolto tratte dal repertorio sia classico sia rock, blues e jazz. Prefazione di Giampaolo Rosselli. (altro…)

ALBA JAZZ 2017: il gran finale con Mauro Ottolini e Sousaphonix


Foto di Carlo Mogavero

Piazza Michele Ferrero, ore 21
Mauro Ottolini, Sousaphonix – The Bix Factor

Mauro Ottolini: trombone
Roberto De Nittis: piano organo toy piano
Paolo Botti: viola, dobro.
Danilo Gallo: contrabbasso
Zeno De Rossi: batteria
Paolo Degiuli: cornetta
Guido Bombardieri: sax alto e clarinetto
Stefano Menato: sax tenore e clarinetto
Vincenzo Vasi: theremin, voce, e varie
Stephanie Ocean Ghizzoni: voce e voodoo
Vanessa Tagliabue York: voce

Il divertimento è una cosa serissima, nella musica, specialmente in una band di undici elementi che suoni il Jazz degli anni 20: per divertire con il Jazz bisogna avere una sezione fiati compatta e coordinatissima negli obbligati, nei background e negli assoli, che sia precisa negli attacchi e che percorra tutte le dinamiche possibili come se niente fosse. Bisogna che ci sia un violinista che suoni anche qualche strumento a corda.
Ci vuole una batteria swingante all’inverosimile, un contrabbasso che sottolinei e che costruisca un continuo tessuto di suoni ritmico armonici senza lasciare mai da sola l’orchestra. Ci vogliono almeno due cantanti che non sappiano solo cantare ma che abbiano comunicativa e feeling con i musicisti e con il pubblico. Se poi c’è anche un cantante e rumorista che delinei un’atmosfera giocosa o fantastica o drammatica questa cosa del divertimento serissimo si concretizza come nel caso dei Sousaphonix.



E allora tenuto conto che il divertimento è una cosa seria, va da sé che divertirsi è un lusso che, almeno qualche volta, tutti noi dovremmo poterci permettere: il lusso ad esempio di una melodia romantica e struggente senza avere il pensiero di apparire poco evoluti o poco intellettuali. O il lusso di un’orchestra ridondante di suoni, che ci strappi per una volta dagli sfibranti progetti in duo ai quali ci siamo dovuti abituare obtorto collo e dal loro minimalismo forzato, una di quelle orchestre che sappiano fare tutti i tipi di ritmi, dallo swing al latin al valzer.
Il lusso di brani fischiettati e di mille rumori creati dal rumorista con enormi basette bianche, dalla voce bellissima, e che ha un tavolino pieno di oggetti colorati dai suoni assurdi. E il lusso di essere incitati a battere le mani da una cantante vestita da maga dagli occhi verdissimi e dalla voce potente che danza sul palco, o ancora di ascoltare una vocalist in smoking dalla voce cristallina che evochi atmosfere di un tempo passato.

E ancora bolle di sapone, coriandoli, lustrini, teschi infuocati, turbanti, conchiglie, riti voodoo, brani haitiani e da ballo, virus da neutralizzare televisioni da spegnere, ruggiti, miagolii e fumo.
Alba Jazz undicesima edizione inaugura il suo secondo decennio chiudendo il festival con una festa in piazza all’insegna del divertimento più folle, suonato molto seriamente da musicisti eccellenti, capeggiati da quell’artista poliedrico istrione trombonista Mauro Ottolini. Forse la festa di chiusura più bella di questi undici anni! Auguri ad Alba Jazz e all’ eroica Associazione che si è concessa ed ha regalato alla città tutta il lusso di una serissima e giocosissima orchestra.

 

ALBA JAZZ 2017: la terza serata con Moses Boyd – Exodus


Foto di Carlo Mogavero

Piazza Michele Ferrero, ore 21
Moses Boyd – Exodus

Moses Boyd, batteria
Binker Golding, sax
Joe Armon – Jones, tastiere
Artie Zaits – chitarra

Alla terza serata del Festival di Alba bisogna dare atto al direttore artistico Fabio Barbero e all’ Associazione Alba Jazz di avere sempre aperto la loro città ad artisti variegati e spesso da noi ancora non troppo noti, superando la logica del “vado sul sicuro”.
Ad Alba Jazz durante l’anno gli appassionati organizzatori ascoltano musica, non lasciano inevasa nemmeno una segnalazione e alla fine – non senza qualche difficoltà per trovare un accordo comune, come è giusto che sia – arrivano a definire un programma che preveda almeno un artista “nuovo”, giovane, emergente. Nelle logiche del mercato attuale, in una parola, rischioso. Ma questa apertura al rischio quasi sempre li ripaga: anche in questo caso il gioco è valsa la candela.

Ieri sera a salire sul palco è stato un batterista giovanissimo, 23 anni, per l’esattezza, proveniente dalla Gran Bretagna e già molto noto in Europa ma non spesso presente qui in Italia: un musicista davvero sorprendente.
Moses Boyd è il suo nome ed Exodus si chiama il progetto che ha presentato qui ad Alba: un Jazz con agganci alla musica elettronica, all’hip hop e probabilmente anche al rock: ma forse è anche inutile e controproducente tentare di incasellare il lavoro di questo quartetto, energico e deflagrante.
Moses Boyd ha deliziato la piazza con un drumming davvero fuori dal comune, tenendo conto anche della sua giovane età: una tecnica ferrea, di base, ma anche una musicalità particolarissima, che è emersa anche nei momenti più concitati di un concerto tutto improntato su una visione “energica” della performance.

Rullante tesissimo, pelli regolate per avere un attacco estremamente definito, e una fantasia praticamente illimitata nel proporre groove, idee – è lui che stimola quasi tutto ciò che avviene nel palco – Moses Boyd potrebbe tenere un concerto da solo senza stancare, annoiare, frastornare chi ascolta. Il timing è eccezionale, la padronanza dello strumento totale. Cassa e rullante si succedono in continui botta e risposta poderosi, mai uguali, su piatti tamburi e charleston compie finezze non solo ritmiche ma anche timbriche, creando vere e proprie linee melodico – armoniche che si percepiscono molto chiaramente.
Duetta strenuamente con il sax di Binker Golding, suo alter ego dal punto di vista musicale, dando il via a lunghi episodi in cui i suoni si intrecciano strenuamente in un profluvio inarrestabile di note e battiti.


Le tastiere di Joe Armon – Jones hanno una funzione prevalentemente armonica, ma emerge anche una bella capacità improvvisativa, così come accade per la chitarra di Artie Zaits.


Questi quattro ragazzi dalla preparazione tecnica robustissima, da questo punto di vista non hanno nulla da invidiare a musicisti più navigati e celebri di loro. Nulla è affidato al caso, riescono ad essere addirittura funambolici, e la loro intesa è continua.
L’energia spesso nei giovani musicisti è un po’ tracimante rispetto alla scelta di una espressività complessiva: in pratica la tecnica invece di essere un mezzo per arrivare ad un proprio linguaggio finisce per essere l’aspetto principale da far emergere sul resto e da mostrare mentre si suona.
Se si deve notare un difetto nel concerto di ieri sera è proprio questo suonare appagati e esaltati dalla propria bravura, che per ora (giustamente, sono giovanissimi) a loro basta ed avanza. Manca il passaggio successivo, quello del mettere a punto un linguaggio espressivo proprio. Ma metteranno a frutto i loro numeri presto, non manca molto: le qualità ci sono.

Bisogna dire che Moses Boyd appare più avanti in questo senso, più maturo dei suoi compagni di viaggio: ha una musicalità meno muscolare, e, anche improvvisando, mostra di perseguire un disegno tutt’altro che casuale e meramente virtuosistico.
Possiamo stare tranquilli: le nuove leve del Jazz ci sono e sono di altissimo livello. Grazie ad Alba Jazz per averle portate in Italia.

 

Geri Allen, Enrico Rava accoppiata vincente

 

Geri Allen pianoforte , Enrico Rava tromba e flicorno: un duo di straordinaria efficacia; lo abbiamo constatato personalmente il 19 maggio in occasione del concerto inserito nel programma di “Narrazioni Jazz” a Torino.

Allen e Rava rappresentano oramai due icone del jazz moderno, due artisti acclamati dai pubblici di tutto il mondo.

Nata a Pontiac, Michigan, cresciuta a Detroit, Geri Allen si è messa in luce, a partire da metà degli anni Ottanta, nel giro M-Base di Steve Coleman, dopo di che ha suonato in trio con Charlie Haden e Paul Motian, con Dave Holland, Ron Carter, Charles Lloyd, Ornette Coleman costruendosi una solida reputazione sia come solista sia come ‘accompagnatrice’. Nel suo stile si rintracciano disparate influenze, da Monk a Hancock, da Mary Lou Williams a Cecil Taylor, assorbite e ricondotte ad unità con grande maestria.

Parlare di Enrico Rava è quasi superfluo data la notorietà che il trombettista ha oramai raggiunto; in questa sede basti ricordare che si tratta del jazzista italiano meglio conosciuto all’estero e che la sua poetica ha conquistato un pubblico che va ben al di là dell’ancora ristretta cerchia degli appassionati di jazz.

I due si conoscono da molto tempo ma mai avevano avuto l’occasione di suonare assieme. Finalmente quest’anno è stato possibile organizzare un tour che partito il 10 maggio da Vienna, passando poi per Belgio, Germania e Francia, ha ‘toccato’ anche l’ Italia per quattro date: il 17 maggio a Correggio (Reggio Emilia) in occasione del Crossroads 2017, il 18 al Vicenza Jazz Festival, il 19 al Narrazioni Jazz di Torino e il 20 all’Unicredit Pavilion di Milano.

Ma veniamo alla serata del 19. Com’era fin troppo facile attendersi, il concerto è stato semplicemente superlativo. Ad onta del fatto che mai avevano suonato assieme, i due hanno evidenziato un interplay stupefacente: il loro jazz, che non esiteremmo a definire da camera, era asciutto, essenziale, declinato quasi per sottrazione; mai una nota ridondante, mai un passaggio superfluo, mai un’inutile sottolineatura ma un continuo gioco di rimandi, di ammiccamenti sonori, di scambi di ruolo in un flusso sonoro che ha letteralmente affascinato il pubblico. La sonorità lirica e a volte struggente di Rava, la sua freschezza inventiva, il suo fraseggiare così particolare si sono sposati magnificamente con il pianismo sicuramente più materico della Allen che ancora una volta ha evidenziato uno stile del tutto personale pur nella derivazione da quei modelli sopra accennati.

In repertorio brani originali come “Wild Dance” di Enrico Rava tratto dall’omonimo album inciso nel 2011 per la ECM, “Overboard” sempre di Rava registrato nel lontano 1994 con gli  ‘Electric Five’ e “Feed the  Fire” di Geri Allen  già contenuto in due album “Twenty One” del ‘94 e “Some Aspects of Water” del ’97, unitamente ad alcune perle del repertorio jazzistico e brasiliano come “Retrato en branco y preto” di Jobim – Chico Buarque de Hollanda, “Night in Tunisia”,  i monkiani “Round Midnight” e “Well you needn’t”, il sempre attuale “Jitterburg Waltz”  di Fats Waller tutti porti con pertinenza ed eleganza.

Essendo inserito in un contesto significativamente intitolato “Narrazioni Jazz” gli organizzatori hanno pensato bene di affiancare alla musica dei testi scelti davvero bene da Guido Michelone e recitati altrettanto bene da Anna Bonaiuto. Tutto bene, dunque? Non proprio. Intendiamoci: lo scrivente nulla ha contro l’accoppiata parole e musica tanto è vero che lo stesso fa parte del gruppo di Giampaolo Ascolese quando si organizzano spettacoli multimediali. Ma occorre sempre tener presente che la protagonista principale rimane la musica; insomma gli interventi parlati devono essere brevi, concisi sì da non spezzare il ritmo del concerto. Invece a Torino gli interventi della Bonaiuto sono stati troppo lunghi ed accorciarli di qualche minuto nulla avrebbe tolto alla valenza degli stessi, anzi…

I NOSTRI CD

Rosario Di Rosa – “Composition And Reactions” – Deep Voice Records.

L’ album Composition e Reactions (Deep Voice Records) di Rosario Di Rosa, in solo pianistico, presenta essenzialmente un’unica opera che si “sfasa”in 12 cosidette Reactions.
Nasce nel solco del precedente già maturo Pop Corn Reflection (NAU) in un percorso artistico i cui riferimenti stilistici arrivavano a Steve Reich e Schoenberg.
Stavolta il jazzista offre una versione ulteriormente aggiornata della propria musica.
Nella struttura d’insieme affiora una certa affinità con le arti visive, le tecniche grafiche nell’uso di forme e colori per il gusto di “rappresentare” spazi e figure, nel definirne i passaggi.
E c’è poi una dichiarata apertura agli effetti elettronici e un recupero del datato MIDI. In dettaglio le Reactions sono 12 frammenti liberi della Composition n.26, questa, si, scritta, non improvvisata.
Ognuna di esse ha una propria specifica caratterizzazione. Si comincia con Variation e Morphing ovvero trasformazione dei lineamenti iniziali in quelli del tutto nuovi del punto d’arrivo. La successiva, e suggestiva Phasing e’ l’attuazione per gradi della cellula sonora selezionata attraverso sequenze di tipo minimalista laddove Density, giocando su “l’interdipendenza dei vari parametri musicali” (Harrington), percorre in lungo e largo una tastiera che pare non pesata.
La Reaction n. 4, Spaces, è la più onirica, gravida di silenzi astrali. Seguono, appesi/sospesi nel pentagramma, Intervals, in due takes, il primo dei quali a momenti si adagia melodicamente liberandosi dal senso di tensione che li contrassegna.
La n. 6, Tuning, e’ il ritorno alla culla tonale dopo varie scorribande fuori dal seminato. E se nella n. 7, Sampling And Loops, sopravviene la techné di una voce metallica che comprime le note del pianoforte, in Strings lo strumento ritorna percussione pura. Di Rosa espone poi in Clusters grappoli di note grumose del ricorrente sapore monkiano reso contemporaneo che in Textures rivela trame di puro tessuto non tappezzeria musicale.
Lo (s)compositore insomma assembla e sfaccetta, anatomizza e ricuce, spostandosi dal concreto all’astratto mosso da un impulso espressivo forte. Verificando dinamicamente come alla azione (compositiva) possa corrispondere una reazione (improvvisativa).

Federica Gennai, Filippo Cosentino – “Come Hell Or High Water” – Naked Tapes 01
C’e’ modo e modo di combinare e disporre corde e corde vocali, nel jazz.
Petra Magoni si fa accompagnare da Ferruccio Spinetti al contrabbasso. Claudio Lodati non disdegna loop ed elettronica creativa nel seguire la voce di Rossella Cangini. Il melodizzare di Patty è armonizzato dalla chitarra di Tuck così come il bel canto, fra etno e classica, di Noa trova nella chitarra di Gil Dor una piattaformasonora che è un riferimento più che costante. E c’è chi, come Filippo Cosentino, nel seguire volute ed evoluzioni canore, alterna diverse soluzioni di strumento, orientando così ovviamente la prospettiva musicale.
Assieme alla vocalist Federica Gennai annovera nel proprio armamentario sonoro sia chitarra acustica sia elettrica sia, spesso con funzione di “basso armonico”, la chitarra baritona. La cantante, come del resto lui stesso, si serve spesso di effettistica, ma il dato saliente della loro ricerca sonora sono i colori variopinti della timbrica da una parte, dall’altra un ondeggiare fra atmosfere mediterranee e climi musicali tipici del jazz contemporaneo europeo in un comporre del tutto originale.
Nel cd Naked Tapers 01 intitolato Come Hell Or High Water la proposta dei due musicisti evidenzia in modo abbastanza nitido la propria dimensione ispirativa. Beninteso, fra i brani eseguiti si ritrovano Avalanche di Leonard Cohen e Footprints di Wayne Shorter quasi come due fari del folk-blues e dei ’60s jazzistici a cui guardare e riprendere con rispetto e partecipazione. Ma ecco la musica popolare, la propria, in senso strettamente culturale, affiorare in Tramuntanedda (il chitarrista piemontese ha origini siculo-calabre) brano che, ne siamo sicuri, sarà stato fra i più apprezzati nei suoi tour estivi fra Centroeuropa ed Asia per l’abile coniugare linee melodiche southern con improvvisazioni su base spanish. Peraltro ogni brano in scaletta ha una propria connotazione ben definita. Loneliness per il tema trattato della solitudine “nel cuore della terra” affrontato consuadente poesia dalla Gennai. E se No Solution Re Solution è ancora un meditare, essenziale e spoglio, che si adagia su reverberi di arpeggi come stesi sotto la luce solare e Lullaby in Blue è viaggiointrospettivo… bifronte insomma dai due poli, a Baritona e Crescendo, un nome un programma, segue Every Moment Is A Gift (SongFor Paola) con quello strano sapore di istantaneo come il momento in cui il pezzo è nato. Resalio ha un attacco che ricorda Non dire No diBattisti ma è solo un’impressione; lo sviluppo prende una piega bluesy che si trasforma strada facendo, strato per strato di accordi.
Infine il brano che da il titolo all’album è un rientro in quella confidenziale intimità che costituisce la principale cifra stilistica del progetto discografico del duo. Meglio dire della Coppia, per sinergia, musicale e interpersonale.
Umberto Tricca – “Moksha Pulse” – Workin’ Label

Curioso il titolo del disco di esordio del chitarrista Umberto Tricca, Moksha Pulse, edito da Workin’ Label e distribuito da I.R.D.   Moksha, in sanscrito, significa liberazione, emancipazione, affrancamento dalle limitazioni. E la cosa ci può stare, col jazz, visto che anche l’Asia, oltre l’afroamericanità, può rivendicare vicinanze con questo tipo di musica. Pensiamo all’improvvisazione della musica indiana tradizionale. E già nell’intro dell’album, Slow Passacaglia, il chitarrista appare slegato da contorni e margini canonici occidentali.
Non si pensi a influssi etnici spinti alla Remember Shakti per intenderci. Gli strumentisti che lo accompagnano, Achille Succi (sax, clarinetto basso), Giacomo Petrucci (sax baritono), Nazareno Caputo (vibrafono), Gabriele Rampi Ungar (contrabbasso) e Bernardo Guerra (batteria) producono con lui un magma sonoro che afferisce a modalità più di jazz contemporaneo che parajazz o metafolk che dir si voglia.
Pulse, l’altro termine del titolo, non c’entra con i Pink Floyd ne’ con Roger Waters. Nessuna parentela rock (semmai la 6 corde pare richiamare a volte certa sgorgante limpidezza accordale di Larry Coryell). Pulse è il polso, il battito, semplicemente. Seguendolo il sestetto si prodiga in una ricerca di gruppo consistente nell’interfacciare linguaggi musicali anche eterogenei nelle 6 composizioni del chitarrista (la settima, Lude, e’ dell’indiano Vijay Iyer). E se Jhumara Tal pare riecheggiare Sue’s Changes di Mingus, contrattempi ostinati e complesse sincopi contrassegnano in stile Metrics di Steve Coleman il brano che da titolo all’album. Che poi, nell’incedere inventivo si allarga, scopre spazi nuovi, si diversifica. Empty Sky, ballad legata idealmente a Burning in Varanasi, ha un attacco scofieldiano che lascia insinuare, come un serpente dal cesto, l’alto sax di Succi, sorretto da vibrafono e double bass, musica allo statu nascenti dalle estreme radici est/ovest.
Chango Rebel ha per finire una lenta struttura ciclica con un crescendo che deborda in una caleidoscopica poliritmicità afrocubana, con relativa esplosione della sezione ritmica.
L’opera prima di Tricca, sia come compositore che leader, si presenta insomma come un buon viatico verso i prossimi lavori, si spera sempre a 360 gradi di latitudine geomusicale.