Massimo Giuseppe Bianchi svela Bach attraverso il tempo

CD Decca 4814521 / Digitale

Un autore può dirsi immortale se nel futuro altri grandi autori non ne potranno mai prescindere. Il che vale per ogni arte: letteratura, arti figurative, musica. Bach è certamente autore immortale, e non occorre in questo articolo darne le prove, tanto più che chi vi scrive non è certo in grado di parlare di Bach: ma di ascoltarne una interpretazione sì.

E poi le prove dell’immortalità di Bach ce le fornisce Massimo Giuseppe Bianchi, che in questo disco con la prestigiosa casa discografica Decca decide di svelare a chi ascolta come Bach abbia attraversato il tempo, filtrato dalla grande personalità artistica di quattro autori magnifici: Ferruccio Busoni, Max Reger, Franz Liszt, CésarFranck.
Ma non pensate che Bianchi ripercorra questa sorta di metalinguaggio musicale bachiano tenendosi distaccato e lontano da ognuno di questi musicisti, Bach compreso.
Perché nella musica colta, chi esegue anche in maniera rigorosa le composizioni altrui, non è mai pedissequo, ma, se artista a sua volta, che è il caso di Bianchi, filtra l’opera con il proprio sentire e con il proprio personale linguaggio, nonché con il proprio tocco, anche quando, come in questo caso, a monte di tutto il lavoro c’è un severo studio filologico, e una cultura del rispetto delle intenzioni degli artisti che vengono eseguiti.
Dunque in questo ambizioso progetto di rilettura di un titano della musica attraverso quattro grandi compositori, ciò che si ascolta è il miracolo dell’eternità di quella stessa musica, ove per eternità si intenda la capacità del rimanere viva, di riuscire a rimanere “coeva” pur risalendo a secoli prima: Bach travalica il 700 e giunge e rinasce nel 900 in Ferruccio Busoni, che ne trascrive la celeberrima Toccata e Fuga in Re minore BWV 565. Un suo tema dall’ opera 81 diventa la matrice preziosa di Variations ad Fugue on a theme of J.S. Bach di Max Reger. Franz Liszt a lui si ispira per Weinen, Klagen, Sorgen, Zagen Variations on Bach Cantata,S.179, facendone quasi una dolente visione onirica. Infine César Franck, con Prélude, Corale et Fugue, mostra come un mondo sonoro apparentemente lontano da Bach sia in realtà così intimamente a lui legato. Per chi sia bravo a coglierlo, lo cita, addirittura, ma non occorrono citazioni: Bach si staglia evidente nella solennità grandiosa e quasi drammatica dell’andamento del Preludio, o in quello placido ma struggente del Corale, o in quello contrappuntistico della Fuga.
Massimo Giuseppe Bianchi infine approda a Bach, senza mediazioni se non quella delle proprie sapienti mani con il Capriccio sopra la lontananza dal fratello dilettissimo, in cui la difficoltà è di certo data anche dal dover interiorizzare per poi esprimere, ed evocare, un sentimento profondamente umano e in questo caso molto definito: la nostalgia di un fratello.
Il virtuosismo, che Massimo Giuseppe Bianchi dimostra possedere non certo come qualità fine a sé stessa ma come possibilità ulteriore di espressività, emerge in tutti i brani di questo disco prezioso: prezioso perché testimonianza di un’eterno “esserci” di Bach in tutta la musica a lui successiva. Prezioso perché testimonianza di quanto ogni artista metta sé stesso e qualcosa di inedito e mai udito prima, nonostante il grande passato che lo precede e che lo ha formato.
Ed infine, prezioso poiché mostra che chi esegue musica non propria, se è a sua volta un vero musicista, imprime molto di sé a quell’opera: non a caso Massimo Giuseppe Bianchi è anche improvvisatore di grande personalità. Solo chi ha personalità può, come Bianchi in Around Bach, raccontare la grande musica in maniera così affascinante: come dire, Shakespeare letto da un corretto e didascalico doppiatore è un conto, letto da un grande attore è tutt’altra questione.

 

Daniele Pozzovio – Resurrection

 

Daniele Pozzovio, pianoforte
Luca Bulgarelli, contrabbasso
Amedeo Ariano, batteria

with
Vanda Rapisardi, voce
Giovanna Famulari, violoncello

Un lavoro fresco, suggestivo, curato, morbido, ricco dal punto di vista delle idee melodiche, armoniche, timbriche, questo Resurrection di Daniele Pozzovio, che appare davvero a proprio agio in un’atmosfera complessiva molto varia ma con un denominatore comune: la ricerca di temi accattivanti, di arrangiamenti raffinati, e il loro sviluppo coerente ma mai scontato.
Pozzovio firma tutte le tracce presenti nel disco e dimostra di aver raggiunto una notevole maturità di musicista a tutto tondo.
I brani hanno tutti una loro propria netta connotazione: veri e propri episodi a sé stanti, con una loro appagante compiutezza. A partire da Resurrection, che dà il titolo all’album, e che parte quasi un po’ trasognato, con un piccolo tema dolce e persistente reso rarefatto da accordi sospesi, aprendosi poi in un più definito andamento tematico e ritmico, un cullare ternario ricco di cambiamenti armonici eppure lineare e dolce all’ ascolto. Tell me I’m blind gioca inizialmente su un’ alternanza di un accordo nelle due tonalità maggiore e minore, ma nello sviluppo si trasforma in un ondeggiare simile, ma non uguale (senza entrare in tecnicismi, l’interessante è un’efficace effetto armonico che crea una bella tensione che catalizza l’attenzione). Anche qui il tema melodico è incisivo e rimane impresso, come filo conduttore anche durante le parti più libere.
E se Attitudini Fenomenali è una ballad un po’ malinconica e nostalgica in cui il notevole interplay del trio viene esaltato dall’atmosfera intimistica del brano (che si intensifica e muta durante l’assolo di Pozzovio, intenso e vibrante), con Blue de Paris andiamo in un altro territorio, completamente diverso: un inizio sanguigno, rigoroso, in cui la batteria di Ariano segna un tempo di marcia – cadenza e in cui Pozzovio ci fa tornare con la mente a certi brani virtuosistici del pianismo classico. Veramente bello l’effetto iniziale che poi, inaspettatamente si riversa nel jazz, nel blues, nello swing più puro: uno di quei brani che non si dimenticano e che anzi si va a ricercare spesso per l’ energia che emanano. Swing da vendere (con tanto di walkin’ bass incalzante) anche in People talk too much… always. Un bel brano finale, Song for my mother, cantato da Vanda Rapisardi chiude questo piccolo viaggio nel Jazz piacevole, coinvolgente e a tratti appassionante: resta da sottolineare che gli assoli di Luca Bulgarelli sono notevoli, e che il groove di Amedeo Ariano è spesso decisivo nella connotazione dei brani. Bello anche l’apporto della violoncellista Giovanna Famulari in The night before.
Un cd che definirei appagante: da non perdere.

I nostri CD

a proposito di jazz - i nostri cd

Nicola Sergio – ‘Cilea mon amour’ – NAU Records
Esiste una “giovane scuola italiana” di jazzisti che non si accontenta di rovistare nel contemporaneo o nella tradizione afroamericana per definire i propri progetti artistici.
Si tratta di uno stuolo di artisti disposti a fare anche dei salti di genere per individuare occasioni non rituali di fare musica. Quelle della lirica, per esempio. Non che sia una novità assoluta. Ruggieri, De Aloe, Arrighini, Polga e Marcello Tonolo fra gli altri si son cimentati con mostri sacri italiani dell’opera; ed ancora ecco Rava confrontarsi su Bizet e Westbrook su Rossini. E via elencando. Nel gruppo oggi annoveriamo il pianista Nicola Sergio che si avventura in un territorio sonoro nuovo, quello di un conterraneo, il calabrese Francesco Cilea, forse il più lirico fra i veristi di inizio novecento. In che “modo”? Di certo non facendo violenza ai temi delle arie selezionate da “Adriana Lecouvreur” (Anima ho stanca, Io son l’umile ancella, Dolcissima effigie), “Arlesiana” (E la solita storia, Era un giorno di festa, Vieni con me sui monti) e “Gloria” (Pur dolente son io) nella rielaborazione effettuata in chiave jazz. In scaletta figura anche “Leonida”, unico brano originale di Sergio dedicato allo scrittore e saggista Repaci, anch’egli palmese come Cilea. C’è infatti nelle produzioni del pianista una sorta di genius loci musicale in qualche modo sottinteso. Un’impresa ardua, quella di arrangiare un innovatore del melodramma come Cilea, autore complesso, quanto a poetica musicale, e mutevole nel tempo, dal verismo robusto e verace di “Tilda” (1892), di cui Sergio non si occupa, al pathos intenso dei gioielli “Arlesiana” (1897) e “Adriana” (1902). Insomma pensare di sincoparne, swingarne, esotizzarne alcune partiture non era idea che potesse venire di primo acchitto; eppure grazie al pianista l’incrocio stilistico è accaduto senza traumi chirurgici, nè semplici copia e incolla da un contesto all’altro. In ciò hanno giocato un ruolo importante quattro musicisti al suo fianco quasi scelti col lanternino: Michael Rosen al sax soprano, Yuriko Kimura al flauto, Stephane Kerecki al contrabbasso e Joe Quitzke alla batteria. Quello che risulta e risalta, oltre all’aver estratto le linee melodiche principali dell’originale, è l’aver smelodrammatizzato (se ci consentite il termine) lo spirito originario del Cilea più vicino a Puccini che a Leoncavallo che è poi quello più moderno a cui anche altri si sono approcciati. Altre eredita’ dall’operista, talune arditezze armoniche e certe raffinate atmosfere che, depurate da un testo a volte ingombrante, paiono paragrafi di un songbook. Dunque un caso riuscito di traduzione dalla lirica al jazz che si chiude in modo esemplare con una interpretazione al piano di Dolcissima effigie che pare nata oggi. Ma l’ “Adriana Lecouvreur” è un’arzilla ultracentenaria, anche se non lo dimostra! (altro…)

La creatività di Bill Laurance nell’ultimo album

Di Luigi Viva – Il 23 maggio dello scorso anno alla Union Chapel, una stupenda chiesa anglicana, abbiamo assistito  al concerto di Bill Laurance, pianista e tastierista degli Snarky Puppy . Si trattò di una serata molto coinvolgente: bel palco, ottima produzione, luci curatissime, atmosfera unica, complice la stupenda location scelta,  pubblico calorosissimo. Da quel concerto, per certi versi unico, viene ora pubblicato un  cd/dvd “Live at Union Chapel” uscito per la GroundUp. Pianista di formazione classica, inglese, trentacinque anni, Bill Laurance ha cominciato ad esibirsi  professionalmente a 14 anni. Inizialmente influenzato da Bill Evans e  Herbie Hancock, per il piano e Joe Zawinul  e Chick Corea per le tastiere, Laurance ha elaborato nel tempo una sua cifra stilistica convincente dando prova della sua bravura  negli album degli Snarky Puppy e nei tre ottimi lavori da solista : “Flint” (2014), “Swift” (2015), “Aftersun” (2016) tutti pubblicati per la GroundUP.

Nel corso degli anni ha collaborato con tanti grandi musicisti: Salif Keita, Bobby McFerrin, Susana Baca, Laura Mvula, Jacob Collier, Lalah Hathaway, Chris Potter, Lionel Loueke, David Crosby (stupende le sue parti di piano in “Lighthouse” ultimo cd di Crosby). Ha inoltre scritto musica per  numerose compagnie di danza oltre a musica per pubblicità, film e documentari.

Un artista poliedrico, sulla cresta dell’onda, complice lo straordinario successo degli Snarky Puppy, il gruppo del momento, vincitore per il secondo anno consecutivo del referendum dei lettori di Down Beat come miglior gruppo jazz oltre ad essere freschi di nomination al Grammy con l’album “Chulcha Vulcha”. Non a caso la band che lo accompagna in questo live vede la presenza di due componenti degli Snarky : il leader Michael League (basso e contrabbasso) oltre a Robert “Sput” Searight alla batteria. Completano il line up: Felix Higginbottom alle percussioni, Vera Van Der Bie (violino), Isabella Petersen (viola), Annie Tangberg (violoncello) e Katie Christie (corno), queste ultime componenti della Metropol Orkest.

I brani proposti nella versione live  sono tratti dai due primi cd  e  nella versione in concerto acquistano nuova lucentezza. In scaletta, tratti da “Flint” : Gold Coast (molto brave le  musiciste della Metropol Orkest, con toccanti soli al violino e al corno), The Good Things (da sottolineare qui, come in tutto l’album, lo straordinario lavoro di quel gran batterista che è Robert Searight), Never-Ending City (gran solo al piano che riporta alla mente Bill Evans, Paul Bley e Lyle Mays), Swag Times (con Laurance impegnato al Fender Rhodes), Ready Wednesday con l’emozionante l’introduzione di Laurance al pianoforte). Da  “Swift” vengono invece riproposti: The Rush (gran intervento di League al basso) The Real One (caratterizzato dalle sonorità del Roli Seabord), Swift (con il tema suonato da Katie Christie al corno ), Red Sand (dall’impronta fortemente ritmica), Fjords (dalla lunga intro al vocoder), December in New York (la più bella composizione di Laurance, eseguita da Searight alle spazzole, con League al contrabbasso e un  raffinato lavoro in pizzicato da parte degli archi).

Musica che ha molto a che fare con il jazz modale ed il crossover mediando le influenze della musica classica mitteleuropea con il jazz, la musica minimale e l’elettronica. Il risultato è un grande album, fresco, che colpisce per la bellezza dei temi  grazie anche al gran senso della melodia e al notevole tocco di Laurance al piano. L’allegato dvd diretto da Andy Laviolette  consente, a chi non c’era, di rivivere una serata memorabile. “Live at Union Chapel” contribuisce a fissare l’artista in un momento di gran vena creativa, uno degli album più belli degli ultimi tempi.

 

Luigi Viva

 

Enrico Pieranunzi a Radio Tre

Di Maurizio Alvino

Se vi chiedono il nome di un pianista jazz italiano facilmente vi verrà in mente Enrico Pieranunzi. Questo sicuramente per la storia del musicista, costellata di importanti collaborazioni, una su tutte quella con Chet Baker. Ma dopo aver assistito alla serata di ieri 14 dicembre, andata in onda in diretta su Radio Tre Rai per la cura di Pino Saulo, mi viene da dire anche per le caratteristiche dell’uomo. Pieranunzi è persona colta, un bibliofilo come ebbe a dirmi qualche mese fa quando lo incontrai a Torino in occasione di un suo concerto. I suoi aneddoti sono interessanti ed ironici, nonché raccontati con grande capacità di tenere desta l’attenzione del pubblico.

La serata è in piano solo, e si apre con un paio di chorus da Body and Soul, lo standard degli standard. Il tocco del musicista fa sì che le note si materializzino come  perle una dopo l’altra, e già la magia scende nella Sala A della storica sede RAI di via Asiago, a Roma. Pieranunzi, stuzzicato da Saulo, racconta la sua vita a partire da quando, ragazzino, il papà comprò un pianoforte. Iniziò da lì un percorso a doppio binario: da una parte gli studi classici, che faceva privatamente per poi dare gli esami in conservatorio, dall’altra le giornate passate col padre chitarrista a “tirare giù” ad orecchio brani come Please Dont Talk About Me When Im Gone, di Errol Garner, e cercando di penetrare nei meandri del Bebop attraverso i velocissimi fraseggi di Charlie Parker e Bud Powell. Un mondo completamente diverso da quello che poteva essere il mondo di qualunque altro ragazzino cresciuto a Roma nel quartiere di S. Giovanni, un mondo che il giovane Enrico vive con passione ma in grande solitudine rispetto ai coetanei.

In seguito arriva il diploma e l’insegnamento. Ma Pieranunzi continua il suo percorso di jazzista, frequenta il Music Inn del principe Pepito Pignatelli dove suona, tra gli altri, con Philly Joe Jones. Enrico ci racconta che all’inizio del secondo set Philly Joe ha un violento alterco con il suo pianista, un tedesco, il quale arrabbiatissimo se ne va dal locale. Pepito cerca di convincere Enrico a sostituire il tedesco, anche perché Philly Joe ha fama di girare con un coltello di venti centimetri e non è uno che va per il sottile. Enrico si convince, si siede al piano e parte un blues. Ma qualcosa non torna, e le canoniche dodici misure diventano a volte undici, a volte dieci. Enrico suona a testa bassa senza guardare mai il resto del gruppo, e per dieci lunghissimi minuti soffre cercando di tenere duro. Alla fine, al colmo dello sconcerto, alza lo sguardo e guarda  Philly Jones che gli spalanca un sorriso ad un solo dente e si mette finalmente a suonare a tempo. Enrico ha superato la prova e si è guadagnato di poter suonare con il grande batterista.

Si parla, ovviamente, di Chet. Enrico era andato a suonare a Macerata con Roberto Gatto e Riccardo Del Fra, e in un impeto di sfrontatezza chiese a Chet di registrare un disco con lui. Fu così che nacque Soft Journey, disco di grande fascino, con un Baker lirico (da par suo) ed un Pieranunzi energico e pentatonico. Un disco che contiene, tra l’altro, Night Bird, brano scritto da Enrico per l’occasione e inciso da Chet in almeno quindici dischi.

Tante le storie, gli incontri. Si parla dei tanti anni durante i quali Pieranunzi ha lavorato per il cinema, con Ennio Morricone su tutti. E poi del trio, formazione prediletta dal pianista e da lui declinata con musicisti i più diversi, citando tra i tanti quelli del Live at the Village Vanguard, Marc Johnson e Paul Motian.

Dove va oggi Pieranunzi, grande jazzista italiano e appassionato di Domenico Scarlatti? Verso il mondo classico, a sentire i suoi progetti per il 2017. Ma quello che penso, alla fine di questa gradevolissima serata, è che artisti completi come lui sono ossigeno per i nostri polmoni. Respiro profondamente e vado a casa felice.

 

I NOSTRI CD. Buon natale in Jazz

a proposito di jazz - i nostri cd

Jesper Bodilsen – “Santa Claus Is Coming To Town” – Up Art Records
santa-clausIl Natale si avvicina e, come ogni anno, sul mercato compaiono produzioni discografiche dedicate a questa festività. Ecco quindi tre album, piuttosto diversi ma accomunati dall’essere dedicati alle canzoni natalizie.
Il primo è il nuovo CD di Jesper Bodilsen, “Santa Claus is Coming to Town”, uscito lo scorso 21 ottobre, su etichetta Up Art Records. Contrabbassista, compositore, arrangiatore e didatta danese, Bodilsen vanta un curriculum di tutto rispetto avendo collaborato con artisti di assoluto livello quali, tanto per citare qualche nome, Enrico Rava, Kasper Villaume, Stefano Bollani, Katrine Madsen, George Colligan, inoltre dal 2003 si è esibito in tutto il mondo con il celebre Danish Trio insieme a Stefano Bollani e al batterista Morten Lund. Adesso ha deciso di mettersi in proprio e in breve tempo ha prodotto due importanti album: del primo , “TID”, abbiamo parlato di recente; il secondo è questo “Santa Claus Is Coming To Town” in cui il contrabbassista si presenta alla testa di un gruppo con Peter Rosendal al piano, Regin Fuhlendorf chitarra, Francesco Calì piano e fisarmonica e Claus Waidtlow al sax con l’aggiunta delle voci di Mads Mathias, Joe Barbieri e la piccola (nove anni) Marie Bodilsen. Il repertorio è scelto con molta oculatezza: niente brani particolarmente celebrati ma canzoni tratte dal mondo natalizio italiano, scandinavo e statunitense. Tutt’altro che casuale anche la scelta delle voci: Mads Mathias è artista di punta della nuova musica danese, e Joe Barbieri è ben noto al pubblico italiano per le sue doti di raffinato e sensibile interprete, li si ascolti rispettivamente, in “Have Yourself A Merry Little Christmas” con in bella evidenza il contrabbasso del leader e la chitarra di Regin Fuhlendorf, e “Quanno nascette Ninno” (versione originale di “Tu scendi dalle stelle”); davvero brava Marie Bodilsen nell’interpretazione del brano tradizionale svedese “På Loftet sidder Nissen” .

Kurt Elling – “The Beautiful Day” – Okeh
the-beautiful-dayDi impianto diverso questo secondo album firmato da Kurt Elling, ovvero da colui che viene considerato una delle personalità più eminenti nel campo del canto jazz maschile: non a caso ha vinto diverse volte i sondaggi delle riviste Down Beat e JazzTimes. Kurt è accompagnato da un gruppo piuttosto numeroso con Stuart Mindeman al piano, Clark Sommers al basso , John McLean alla chitarra (musicisti che erano con lui anche nell’ultimo tour italiano), Jill Kaeding cello, Jim Gailloreto sax soprano, Tito Carrillo tromba, Kendrick Scott batteria, Kalyan Pathak percussioni, Luiza Elling voce. L’album è molto gradevole anche perché l’artista ha avuto l’intelligenza di pescare nel mare magnum delle canzoni natalizie alcune perle che non si ha spesso l’occasione di ascoltare. Così accanto a molti canti tradizionali, figurano, tra gli altri, tre pezzi scritti da Leslie Bricusse per il musical “Scrooge”, uno scoppiettante “This Christmas” di Donny Hathaway dalla chiara impronta soul impreziosito da un convincente assolo di John McLean, il vagamente rockeggiante “Same Old Lang Syne” scritto e cantato da Dan Fogelberg che come singolo ottenne un buon successo nel 1980…fino a giungere a “The Michigan Farm (Cradle Song , op.41/1) una delicata composizione di Edvard Grieg cui Elling ha aggiunto le liriche facendo arrangiare il tutto al fido Mindeman. Ebbene, in tutte queste occasioni Kurt Elling dimostra di aver affrontato l’impresa con grande serietà, abbandonando qualsiasi atteggiamento gigionesco da grande star, di compiacimento del pubblico e cercando così di trasmettere l’intima essenza dei brani. Quasi superfluo aggiungere che la prestazione vocale è ancora una volta di altissimo livello: mai una nota fuori posto, l’intonazione perfetta, l’uso dello strumento sempre aderente alle volontà espressive…in estrema sintesi una grandissima sensibilità musicale.

Nils Landgren – “Christmas With My Friends V” – ACT 98302
christmas-with-my-friend-vQuesto terzo album dedicato al Natale si inserisce in una storia che parte nel 2006: il trombonista scandinavo Nils Landgren pensò, bene, in quell’anno, di raccogliere accanto a sé alcuni degli amici musicisti e festeggiare il Natale in musica; il concerto venne registrato nella Chiesa di Odensala a Stoccolma e poi pubblicato su CD. Dato il successo di questa prima esperienza, Landgren ha deciso di ripeterla ogni due anni, effettuando un tour natalizio tra la Svezia e la Germania. Queste tournées hanno prodotto altrettanti album tutti premiati con un Germa Jazz Award. Eccoci quindi al quinto CD che presumibilmente otterrà lo stesso successo dei precedenti sia per il messaggio di pace che intende veicolare sia per la qualità della musica. Sulla statura artistica del leader non esistono dubbi, così come per gli altri artisti scelti per questa nuova avventura: i quattro cantanti: Jeanette Kohn, Jessica Pilnäs, Sharon Dyall e Ida Sand, che suona anche il pianoforte, Jonas Knutsson ai sassofoni, Johan Norberg alla chitarra ed Eva Kruse al basso. Ciascuno di questi musicisti ha proposto due brani arrivando così ad una track list piuttosto variegata in cui il Natale è raccontato sotto varie sfaccettature musicali. Tra i brani che ci hanno maggiormente colpiti , l’apertura basata su un brano di Bach ed eseguita in solitaria da Landgren, “Baby It’s Cold Outside” affidato alla voce di Jessica Pilnäs, il traditional “Go Tell It On The Mountains” interpretato con solida partecipazione da Ida Sand e lo strumentale “Seven Stains From Christmas Eve” di Johan Norberg. (altro…)