Montellanico, Bonaccorso e King entusiasmano il pubblico

 

Trittico di lusso alla Casa del Jazz dal 28  al 30 gennaio: protagonisti, nell’ordine, Ada Montellanico e il suo quintetto impegnati nella presentazione del loro nuovo album, il quartetto di Rosario Bonaccorso con “A Beautiful Story” ultimo lavoro discografico del contrabbassista siciliano, e il trio del batterista Dave King.

Conosciamo Ada Montellanico oramai da molti anni e l’abbiamo sempre considerata una delle migliori vocalist del panorama jazzistico nazionale, ciò non solo per le indiscusse qualità vocali ma anche per il coraggio con cui affronta determinate sfide. Ricordiamo, al riguardo, che è stata la prima ad evidenziare come si potesse cantare dell’ottimo jazz utilizzando la lingua italiana…ancora è stata tra i primi, se non la prima in senso assoluto, a saper rileggere in chiave jazzistica le composizioni di Tenco…e via di questo passo attraverso una serie di realizzazioni mai banali. Il tutto senza trascurare quell’impegno sociale cui neanche gli artisti dovrebbero sottrarsi: di qui le meritorie battaglie che Ada sta conducendo come presidente dell’associazione dei jazzisti italiani MIDJ.

In questo solco si inserisce l’ultimo album, “Abbey’s road, omaggio a Abbey Lincoln” (Incipit records, distribuzione Egea) presentato per l’appunto alla Casa del Jazz il 28 gennaio. Sul palco Giovanni Falzone tromba, Filippo Vignato trombone, Matteo Bortone contrabbasso, Ermanno Baron batteria, quindi un combo privo degli strumenti armonici per eccellenza, pianoforte e/o chitarra. Ma l’assenza di tali strumenti  non si è avvertita sia per la bravura della sezione ritmica, sia per gli splendidi arrangiamenti di Falzone che, confermandosi uno dei migliori arrangiatori oggi sulle scene non solo nazionali, ha saputo valorizzare al massimo l’elemento ritmico .   E così il gruppo si muove lungo coordinate ben precise in cui scrittura e improvvisazione sono ben bilanciate con i fiati sempre in evidenza,  la voce della Montellanico a legare il tutto con grande padronanza e, cosa da non sottovalutare, una bella presenza scenica. Ovviamente ascoltando l’album manca il fattore visivo, ma tutti gli elementi che si erano apprezzati durante il concerto li si ritrova intatti, se non addirittura valorizzati come ad esempio la voce della vocalist che dalle primissime file della Casa del Jazz non si percepiva al meglio. Ada canta con convinzione e sincera partecipazione, evidenziando ancora una volta quella che personalmente riteniamo la sua dote migliore, vale a dire la capacità di penetrare nelle pieghe più profonde del testo per poi raccontarlo sì da penetrare nel cuore, nell’anima dell’ascoltatore.

L’album si apre con un esplicito omaggio alla Lincoln scritto   da Falzone e da Montellanico cui fa seguito un programma piuttosto variegato anche se in qualche modo riconducibile alla Lincoln: così è possibile ascoltare  un cameo dalla Freedom Now Suite, mentre per quanto concerne i brani interpretati dalla Lincoln, Ada ha volutamente trascurato gli standards  per concentrarsi sul  suo aspetto autoriale. Così particolare attenzione viene posta sia sul suo  spirito africanista sia – sottolinea la stessa Montellanico nel corso di un’intervista concessa a Luigi Onori –  “su testi importanti come “Throw It Away”,  “Bird Alone”, canzoni dove parla di libertà, identità, liberazione. Ci sono anche composizioni altrui come il pezzo di Charlie Haden “First Song” per cui ha scritto testi di alto livello”.

Risultato: uno spaccato abbastanza esaustivo della complessa personalità della Lincoln sicuramente una delle vocalist più innovative, originali e combattive che la storia del jazz abbia conosciuto.

 

*****

 

Domenica 29 gennaio è stata la volta del quartetto del contrabbassista Rosario Bonaccorso con Enrico Zanisi al pianoforte, Dino Rubino al flicorno e Alessandro Paternesi alla batteria, vale a dire tre giovani ma validissimi esponenti del nuovo jazz made in Italy.

In programma la presentazione del nuovo CD “A Beautiful Story” (Jando Music/Via Veneto Jazz) che ripercorre il cammino tracciato nel precedente album “Viaggiando (2015). Si tratta di un percorso che potremmo definire autobiografico in cui Bonaccorso si mette a nudo e narra di sé attraverso la musica, attraverso le composizioni che scoprono la natura di un artista quanto mai sensibile e capace di apprezzare anche le più piccole cose che la vita può darci. In effetti “A Beautiful Story”   rappresenta quella storia meravigliosa che è la vita stessa.

Ma come si traduce tutto ciò in musica? Nell’album in oggetto si traduce in dodici composizioni di Bonaccorso; ascoltandole si ravvisa ancora una volta la propensione

del contrabbassista per la melodia, una melodia dolce, sinuosa, mai banale che ha la forza di farti abbandonare le pene giornaliere per condurti nel suo personalissimo universo musicale in cui bellezza e originalità sono gli elementi principali.

In tale contesto si evince la personalità di Bonaccorso che non solo si impone come eccellente compositore e altrettanto eccellente strumentista (lo si ascolti particolarmente in “Ducciddu“), ma anche come leader di indiscussa competenza. Non a caso ha chiamato alcuni giovani-grandi musicisti che sia alla Casa del Jazz sia nell’album hanno davvero dato il meglio di sé. Ancora una volta straordinario Dino Rubino che, abbandonato il pianoforte, si è esibito solo al flicorno sciorinando una sonorità, spesso “soffiata”, che è risultata assolutamente in linea con le esigenze espressive del leader (assolutamente toccante il suo eloquio in “My Italian Art Of Jazz”) . Enrico Zanisi sfoggia una sorprendente padronanza strumentale sorretta da un eloquio personale, da una mirabile capacità improvvisativa e da una  rara raffinatezza espressiva (lo si ascolti particolarmente in “Der Walfish”) mentre Paternesi è in grado di tessere costantemente un tessuto ritmico ricco di colori.

 

*****

 

Lunedì 30 gennaio è stata la volta del trio guidato dal batterista Dave King con Billy Peterson al contrabbasso e Bill Carrothers al pianoforte, tutti e tre originari del Minnesota, ed è stato davvero un bel sentire.

Dei tre il più conosciuto è certamente il leader  per la sua duratura collaborazione con The Bad Plus e Happy Apple, ma le sue attività non si fermano di certo a questi due progetti dato che contemporaneamente  è coinvolto in almeno dieci situazioni  che vanno da quelle più prettamente  jazzistiche come le già citate  Bad Plus e Happy Apple a rock bands come Halloween Alaska,  a progetti elettronici come Gang Font. Per non parlare delle numerose collaborazioni con grandi nomi come  Bill Frisell, Joshua Redman, Jeff Beck, Tim Berne, Craig Taborn, Jason Moran…

Il bassista Billy Peterson ha collaborato con artisti di vaglia quali con Leo Kottke , BB King, Johnny Smith, Lenny Breau. Nel 1975 è apparso nel famosissimo  Blood on the Tracks di Bob Dylan’s e pochi anni dopo ha cominciato una duratura collaborazione con Ben Sidran, che poi ha portato a oltre due decadi di lavoro con la Steve Miller Band.

L’artista che più ci ha impressionato, è stato, comunque, il pianista Bill Carrothers; a vederlo lo si potrebbe scambiare per un impiegato del catasto…ancora più improbabile il modo di sedersi dinnanzi allo strumento, appollaiato su una sedia normale… e poi il tocco finale: via le scarpe. Ma quando dalle apparenze si passa alla sostanza, vale a dire quando Carrothers comincia ad accarezzare i tasti bianchi e neri , allora si capisce immediatamente che siamo di fronte ad un grande, grandissimo pianista, dal linguaggio tanto etereo quanto originale e dalla tecnica strepitosa; il tutto al servizio della musicalità e del progetto del trio. Non è certo un caso che Bill sia stato nominato giovanissimo alle Victoires du Jazz, l’equivalente francese dei Grammy, e non è un caso che abbia riscosso pieno successo dapprima in Europa e poi negli Stati Uniti.

Lumeggiata brevemente la statura artistica dei tre, bisogna dire che il trio funziona alla perfezione. Dave King è una vera e propria macchina del ritmo: dalle sue mani, dalle sue dita scaturisce un flusso sonoro ininterrotto ma quanto mai variegato, speziato da mille colori, mille timbri diversi che conferiscono al tutto un sapore assai particolare. Billy Peterson piazza lì poche note ma tanto basta per equilibrare il trio e ancorarlo armonicamente…anche perché Carrothers al pianoforte non sembra avere bisogno di granché per elaborare i suoi assolo così  originali, frutto di un  intenso studio che gli ha permesso di coniugare le influenze di un trombettista come Clifford Brown con quelle di due straordinari pianisti quali Shirley Horn e Oscar Peterson

Insomma i tre sono riusciti  nell’intento, estremamente difficile, di far rivivere, chiaramente attualizzate, le atmosfere care ai trii di Bill Evans e Paul Bley. Così, in rapida successione, abbiamo ascoltato tutta una serie di standards, da “Moonlight Serenade” a “Slow Boat To China”, da “Lonely Woman” a “Four Brothers”, da “Body and Soul” a “So In Love”… Dinnanzi a questi titoli, qualcuno potrebbe anche parlare di un repertorio banale proprio per il fatto che si tratta di brani arcinoti ed eseguiti più e più volte. Ma il “trattamento” proposto dai tre è stato davvero magnifico per inventiva e capacità di legare strettamente il passato al presente dimostrando ancora una volta una tesi di cui personalmente siamo più che convinti: il jazz non è ciò che si suona ma come lo si suona. In altri termini è sciocco criticare aprioristicamente chi ancora oggi suona gli standards: bisogna vedere come li si presenta, come li si vive. Se non ci credete andate a sentire, quando ne avrete occasione, questo straordinario combo.

Gerlando Gatto

 

Salis e Marchitelli ipnotizzano il pubblico

Da ventinove anni si svolge la rassegna “Musica & Musica” presso la Scuola Popolare di Musica di Testaccio. Con la direzione artistica di Paolo Cintio e Vincenzo Russo, la manifestazione si propone di offrire musicisti ed incontri tra artisti al di fuori della “routine” concertistica, contribuendo così ad alimentare la stagione dei recital capitolini (non troppo florida) in orario pomeridiano (dalle 18) ed in uno spazio “recuperato” (la Sala Concerti SPMT, all’interno del vecchio Mattatoio) che – per quanto suggestivo esempio di recupero “industriale” – comincia ad essere insufficiente per il pubblico.

Siamo ormai giunti al quarto appuntamento, quello di domenica scorsa (12 febbraio: Yellow Squeeds con Francesco Diodati, Enrico Zanisi, Glauco Benedetti, Enrico Morello e Francesco Lento) dopo il Generation Quartet (5 febbraio) che univa due sassofonisti fuori dal comune come Eugenio Colombo e Sandro Satta (forse il vero ed originale erede di Massimo Urbani per l’unione felice ed inquieta tra urgenza espressiva e tecnica) e l’inedito duo tra Antonello Salis e Egidio Marchitelli (29 gennaio scorso).

Celebrato nel nome di Frank Zappa e Jimi Hendrix, l’incontro tra i due artisti non si è in realtà basato sulla rivisitazione del repertorio dei due grandi chitarristi-compositori, anche se non sono mancata gustose ed irriverenti “cover”. Quello che ha ipnotizzato gli spettatori per circa due ore è stato l’incontro/scontro tra due poetiche e due filosofie del suono diverse ma aperte nella ricerca di terreni comuni, attente a riprendere e rilanciare  suggerimenti melodici, ritmici, armonici, timbrici che provenivano – a volte come sussurri, altre come venti impetuosi – ora dal piano/tastiera/fisarmonica di Antonello Salis ed altre dalle chitarre elettriche (con “batteria” di effetti) di Egidio Marchitelli. Semplificando si può parlare di incontro tra rock e jazz improvvisato (informale), tra elettrico ed acustico; in realtà i termini dello scambio e dell’invenzione sono stati più ricchi e sfumati, più contraddittori ed ambigui, senza tralasciare i terreni della musica popolare e della canzone brasiliana (Hermeto Pascoal). Tanto per cominciare si è frantumata e frammentata l’idea di “brano” cui sono state sostituite lunghe sequenze spesso confluenti l’una nell’altra (chi scrive ne ha contate orientativamente otto). In esse variava la presenza delle componenti, con una naturale tendenza in Salis  per quella ritmica e melodica (a volta doppiando gli strumenti con il fischio). Marchitelli ha saputo con intelligenza e sensibilità scandagliare la gamma amplissima dello strumento, facendosi ora accompagnatore ora solista ora un mix tra i due ruoli. Qua  là temi hendrixiani ed armonie zappiane, evocazioni non paralizzanti che sono a volte sfociate in fasi di intensa manipolazione sonora (come nella musica contemporanea ma con uno slancio ritmico tutto jazz-rock).

Chi si aspettava “standard” rock (o jazz) è rimasto deluso, perché la musica del duo è opera aperta o – per meglio dire – “action painting”: come i quadri di Jackson Pollock in cui il colore veniva colato, sparso e reso segno davanti agli spettatori, in una “diretta artistica” rischiosa e sfidante; così Antonello Salis ed Egidio Marchitelli hanno portato avanti la loro performance, aggiungendovi una dimensione ed un sapere di street-art, di graffito che può far pensare a Basquiat. Il segreto per apprezzarli è di rimuovere aspettative e canoni critici e lasciarsi andare al flusso della musica che – pur con gli inevitabili “scarti” – conserva una sostanziale potenza espressiva e tenuta, evidente anche nello sforzo fisio-psichico dei due artisti. Musica di performance, impensabile se non nella dimensione del concerto dove tutti si è parte di un rito di creativa liberazione.

Luigi Onori 

I NOSTRI CD. Una fresca ventata di buon jazz italiano

a proposito di jazz - i nostri cd

Bardoscia, Alborada, Marcotulli – “Trigono” – Tuk Music 12
Conosciamo Rita Marcotulli da quando ha cominciato a muovere i primi passi nel mondo della musica; l’abbiamo sempre seguita con affetto e stima e la pianista romana ci ha ricambiato con una carriera luminosa, ricca di splendidi episodi sia concertistici sia discografici. Anche questo album della Tuk Music si colloca su livelli molto alti grazie questa volta non solo a Rita ma anche all’ottimo contrabbassista Marco Bardoscia, allo straordinario quartetto d’archi Alborada nonché alla presenza, quali ospiti d’onore, di Maria Pia De Vito in “I’m a Dreamer” e della chitarra di Nguyên_Lê in “Andrea’s Milonga”, dove compare anche Paolo Fresu straordinariamente al pianoforte e ai battiti di mani. In repertorio tredici brani di cui sei a firma di Marco Bardoscia. L’atmosfera che i musicisti sono riusciti a creare è sorprendente: l’ascoltatore si lascia facilmente cullare dalle note proposte con naturalezza dal gruppo che riesce a far apparire semplici anche passaggi che facili non sono. Il sound creato con l’apporto degli strumenti a corda è ora poetico, ora inebriante, ora suggestivo ma sempre ben lontano da facili concessioni anche perché ad orecchie ben aperte non sfugge l’apporto di fonti ispirative diverse che vanno dalla classica, alla musica accademica contemporanea, dal folk al jazz. Si ascolti, ad esempio, con quanta pertinenza la chitarra di Nguyên_Lê e il pianoforte di Fresu si integrino nel tessuto connettivo disegnato dai compagni di viaggio in “Andrea’s milonga” mentre in “I’m a Dreamer” Maria Pia De Vito conferisce ulteriore spessore ad un ensemble di per sé già ottimo. Tra gli altri brani, uno più convincente dell’altro, ci ha particolarmente colpiti per la bellezza della linea melodica introdotta da Marco Bardoscia, “My Head” dello stesso contrabbassista.

Angiolini Bros Quartet – “JazzOmetrix” –
Due fratelli sardi, Alessandro e Andrea Angiolini, rispettivamente sax tenore e pianoforte, sono i co-leaders di un quartetto completato da Mattero Marongiu al contrabbasso e Roberto Migoni alla batteria. L’album, inciso nel febbraio del 2016 per l’etichetta cagliaritana ‘Claire de Lune’, si inserisce nel solco di quel modern mainstream che a sua volta prende le mosse da un hard-bop aggiornato e rivisto. Quindi un jazz robusto, muscolare ma allo stesso tempo raffinato, in cui scrittura e improvvisazione si legano perfettamente. Il tutto declinato attraverso un repertorio di dieci brani tutti composti a partire dalla metà degli anni ’90 fino ad oggi da Andrea Angiolini che denota una certa facilità e originalità di scrittura. Si ascolti, al riguardo, “Dear Astor”, un omaggio a Piazzolla in cui Angiolini è riuscito a ricreare un clima che in qualche modo ci rimanda al grande artista argentino senza far ricorso ad alcuno dei clichés che solitamente si adoperano per omaggiare Piazzolla. Evidentemente la bella riuscita dell’album è legata non solo alla valenza dei brani ma anche alla bravura degli esecutori. Alessandro Angiolini è sassofonista esperto, maturo ben consapevole delle eredità che gli hanno consegnato tenoristi del calibro di Gordon e Brecker ; Andrea Angiolini è pianista di squisita sensibilità, in possesso di una eccellente tecnica di base che gli consente, tra l’altro, un’assoluta padronanza della dinamica; l’intesa tra i due è perfetta segno evidente che i molti anni passati a provare, a suonare assieme non sono passati invano. Marongiu e Migoni costituiscono, infine, una brillante sezione ritmica propositiva e swingante.

Federica Colangelo – “Chiaroscuro” – Alfa Music 168
Delizioso album della pianista e compositrice Federica Colangelo alla testa di “Acquaphonica” formazione composta dall’olandese Joao Driessen sax soprano, dal tedesco Matthijs Tuijn chitarra acustica, dal bulgaro Mihail (Misho) Ivanov contrabbasso e dallo sloveno Kristijan Krajncan batteria e percussioni, insomma una sorta di multinazionale del jazz che raccoglie alcuni dei più luminosi talenti della scena europea. E già da questa composizione dell’organico si ha una prova della maturità raggiunta dalla Colangelo: le sue scelte risultano, infatti, assolutamente coerenti con le idee compositive che la stessa pone in essere dal momento che non si nota una solo attimo in cui il gruppo non si esprima con grande empatia seguendo alla perfezione le indicazioni della leader. Così ognuno ha la possibilità di mettersi in luce in un equilibrio costante tra pagina scritta e improvvisazione: si ascolti, ad esempio, Joao Driessen in “Croma” e “Contemporary Solution” o Matthijs Tuijn in “Graphic Work”. Dal canto suo la Colangelo si fa notare immediatamente fin dalla trascinante introduzione del primo brano “In bilico” per innervare tutto l’album del suo pianismo allo stesso tempo intenso e delicato, frutto di una profonda conoscenza dello strumento: ottima la padronanza della dinamica, leggero e scorrevole il flusso delle improvvisazioni senza alcuna forzatura, senza alcuna volontà di stupire con tecnicismi fuori luogo. Dal punto di vista compositivo, la sua musica è caratterizzata da una linea melodica frutto di varie influenze (musica classica, Karnatic Music ovvero la musica classica dell’India del Sud) che riesce a trasmettere sensazioni profonde.

Sade Farida – “La terra dei ciclopi” – Inner Circle Music 064
Un pianismo spumeggiante non scevro da reminiscenze classiche e folcloriche. Questa, in estrema sintesi, la carta d’identità stilistica di Sade Farida così come la si evince da questo album uscito a fine settembre per la Inner Circle Music, etichetta discografica newyorkese guidata da Greg Osby. “La Terra dei Ciclopi” è il primo album in piano solo di Sade Farida Mangiaracina, interprete e compositrice siciliana che si è fatta già conoscere in tutto il mondo , grazie a collaborazioni con artisti di fama internazionale come Fabrizio Bosso e Michael Rosen . Come si accennava, l’album è per piano-solo eccezion fatta per due brani , “Ballarò” e “Sugnu tutta pi tia”, in cui accanto alla pianista è possibile ascoltare uno strepitoso Luca Aquino impegnato alla tromba e al flicorno. Ma probabilmente il brano più interessante è “Ciuri Ciuri” che assieme a “Vitti ‘na crozza” è la canzone popolare siciliana più famosa di ogni tempo; composta da Francesco Paolo Frontini nel 1883, con testi d’autore ignoto, “Ciuri Ciuri” ha fatto parte del repertorio di qualunque artista abbia voluto affrontare con serietà il grande patrimonio della canzone popolare siciliana. Ne hanno fornito buone versioni, tra gli altri, Mina, Fiorello, Roy Paci e Otello Profazio cui si aggiunge, adesso, Sade Farida. La sua è una interpretazione sotto certi aspetti straniante: dopo una sorprendente introduzione, Sade intona il tema ma lo fa in modo assolutamente personale, innanzitutto ritardandolo all’inizio di molto rispetto alle esecuzioni cui siamo abituati per poi assumere un andamento più veloce sostenuto da un ostinato della mano sinistra; l’esecuzione prosegue alternando, in mirabile equilibrio, improvvisazione e fedele richiami all’originale.

Claudio Fasoli – “Inner Sounds” – abeat 158
Fasoli è uno di quei rari musicisti che, come si dice in gergo, mai sbaglia un colpo: lo conosco e lo seguo oramai da molto tempo e non ricordo una sola volta in cui un suo concerto, un suo disco mi abbiano deluso. E anche quest’ultimo album non sfugge alla regola: il sassofonista veneziano (ma oramai milanese d’adozione) si presenta alla testa di un doppio quartetto, il Quartetto “FOUR” ed il “SAMADHI 4et” , ad eseguire sette sue composizioni originali, ispirate a una raccolta di sette poemi (Horae Canonicae), le “ore canoniche” del poeta inglese Wystan Hugh Auden. Il percorso seguito da Fasoli, more solito, non è dei più semplici alternando momenti di grande apertura, liricità a situazioni più scure all’insegna della più assoluta imprevedibilità. Il perché è motivato assai bene dallo stesso Fasoli in una breve nota che accompagna il CD, laddove l’artista spiega che per poter dare ad ogni musicista la possibilità di esprimersi in un territorio sonoro scelto solo per lui, si è giunti ad una moltiplicazione delle situazioni musicali e a brani politematici; di qui la studiata volontà di accostare atmosfere le più lontane fra loro, di qui la possibilità di creare una serie di variabili strumentali che si alternano con grande fascino. Ed è proprio questo, a nostro avviso, il merito maggiore dell’album, vale a dire la capacità dell’inusuale organico di misurarsi, con successo, su partiture tutt’altro che semplici che testimoniano la volontà di Fasoli di mai fermarsi sugli allori, di sperimentare continuamente, di cercare sempre di dare sfogo alla propria creatività con una coerenza, un’onestà intellettuale che unanimemente gli viene riconosciuta. Il tutto impreziosito da una valentia strumentale che trova pochi eguali e non solo in ambito nazionale; il suo sound, il suo fraseggiare sia al tenore sia al soprano hanno una precisa riconoscibilità mentre le capacità compositive sono oramai talmente acclarate che riteniamo inutile ogni ulteriore commento. Insomma un gran bel disco che merita la massima attenzione. (altro…)

I risultati del Top Jazz 2016 non valorizzano appieno le nuove generazioni

 

di Luigi Onori –

E’ trascorso circa un mese dall’uscita dei risultati del referendum “Top Jazz 2016”, frutto della consultazione dei “migliori esperti di jazz italiani” indetta ogni anno dalla rivista <<Musica Jazz>>, a partire dal 1982.

Si è, quindi, ancora in tempo per riflettere sulle indicazioni scaturite (limitandosi ai primi tre/quattro piazzati per ciascuna delle dieci categorie) che dovrebbero offrire un quadro delle novità a livello discografico, concertistico e di progetto. Voglio precisare che quanto leggerete non riguarda le mie individuali opinioni ma si configura come un tentativo di interpretare in modo ampio i voti del <<Top Jazz>>

 

DISCO ITALIANO DELL’ANNO

Vince con 63 punti “Ida Lupino” (Ecm) del duo composto dal trombonista Gianluca Petrella e dal pianista Giovanni Guidi, allargato con la creativa presenza del pluristrumentista Louis Sclavis e del batterista Gerald Cleaver. Di poco staccato (61 punti) il trio del pianista Franco D’Andrea “Trio Music Vol. II” (Parco della Musica Records). Arriva terzo “Music For Lonely Souls (Beloved  by Nature)” (Almar Records) della Lydian Sound Orchestra diretta da Riccardo Brazzale (38 punti), seguito a 35 dal Cristiano Calcagnile Ensemble in “Multikulti Cherry On” (Caligola).

La classifica andrebbe rovesciata, al di là della classe e del valore indiscutibile del gruppo di D’Andrea. Brazzale ha portato la sua Orchestra, con un lungo lavoro, a livelli altissimi sia su repertori originali che storicizzati; Calcagnile ha rivisitato le composizioni di Don Cherry esaltandone proprio lo spirito eversivo, meticcio e di apertura, ricollocandole di fatto in un presente che il trombettista aveva già ampiamente intuito. L’album di Petrella e Guidi ha momenti di eccellenza ma resta magmatico e laboratoriale, quindi pregevole nel suo dipanarsi ma ancora sfuocato rispetto agli altri due.

 

MUSICISTA ITALIANO DELL’ANNO

Franco D’Andrea (91 punti), Tino Tracanna (31), Luca Aquino e Cristiano Calcagnile (30). Qui è necessario interrogarsi sul “senso” della votazione per la categoria in oggetto. Credo che sia utile votare guardando soprattutto alle “generazioni più recenti” che non possono essere confinate al “miglior nuovo talento”. D’Andrea ha vinto più volte in questa categoria e nulla si può togliere alla sua perdurante ed originale produzione. Continuare a votarlo (come a scegliere musicisti ampiamente riconosciuti quali Enrico Rava, Paolo Fresu o Enrico Pieranunzi) contribuisce – indirettamente – alla rigidità ed alla mancanza di ricambio nei cartelloni di festival e club. I musicisti alle spalle del pianista meranese, in questo senso, riguardano nomi che meritano il massimo di attenzione e che dovrebbero viaggiare quanto più possibile nel circuito concertistico nazionale: il sassofonista (didatta e compositore) Tino Tracanna, il trombettista Luca Aquino ed il batterista-leader Cristiano Calcagnile. Guadare al presente, quindi, indirizzando verso il ricambio: nel 1982 (prima edizione del referendum) vinsero, tra gli altri, Massimo Urbani ed Enrico Rava, non Nunzio Rotondo ed Enzo Scoppa (e nessuno mette in dubbio il valore di tutti i citati).

 

NUOVO TALENTO ITALIANO

In questa categoria le indicazioni del <<Top Jazz>> sono  rispondenti alla realtà. Un vero e meritato plebiscito per il trombonista veneziano Filippo Vignato (81 punti); 50 punti per il trombettista bresciano Gabriele Mitelli, artista di grande creatività spesso a fianco del vibrafonista Pasquale Mirra. Più staccata (39 punti) la clarinettista e compositrice Zoe Pia che si è imposta e fatta apprezzare con l’album “Shardana” dove si intrecciano folclore e contemporaneità, scrittura ed oralità. Qua e là nella classifica altri nomi di pregio tra cui Francesco Diodati, Mattia Cigalini, Manlio Maresca, Piero Bittolo Bon, Simone Graziano… Giustamente <<Musica Jazz>> ha abbinato a questa categoria un’intervista al produttore dell’etichetta Auand, Marco Valente, che spesso ha documentato con anticipo i “nuovi talenti”.

 

NUOVO TALENTO INTERNAZIONALE

I risultati prevedono un ex-aequo (29 punti) ed uno scarto di cinque punti per il terzo classificato (23). Sovradimensionato il risultato della sassofonista e compositrice norvegese Mette Henriette (suo album di debutto per la Ecm) mentre pienamente meritato quello del trombettista trentaquattrenne Jonathan Finlayson, un artista che suona da quindici anni nei Five Elements di Steve Coleman, ha un ruolo importante nell’ottetto di Steve Lehman e compare nell’ensemble del “chicagoano” Muhal Richard Abrams. Coglie il personaggio emergente la terza segnalazione, quella della sassofonista danese (residente in Norvegia) Mette Rasmussen; si esibisce spesso in solo (sarà il 19 febbraio in prima italiana al Centro d’Arte di Padova) e fa parte della Fire!Orchestra di Mat Gustafsson.

 

MUSICISTA INTERNAZIONALE DELL’ANNO

Indiscussa – e indiscutibile – la vittoria del polistrumentista e compositore Henry Threadgill (81 punti); ampio lo scarto per il secondo e terzo classificato che si collocano in un’area simile, quella del jazz d’avanguardia: il pianista Vijay Iyer ed il trombettista Wadada Leo Smith (seguiti da vicino dal batterista-compositore Jack DeJohnette e dal pianista Brad Mehldau).

 

DISCO INTERNAZIONALE DELL’ANNO

Al di là della prima posizione, il resto della classifica è piuttosto fluido. Threadgill trionfa (65 punti) con il suo album “Old Loks and Irregular Verbs” dedicato all’amico Lawrence “Butch” Morris (Pi Rcordings, realizzato con l’Ensemble Double Up); distanziati i Cd di Jack DeJohnette (“In Movement”, Ecm, inciso con Ravi Coltrane e Matthew Garrison) e “Into the Silence” (Ecm) del trombettista Avishai Cohen (da non confondere con l’omonimo contrabbassista). E’ tuttavia importante che nei primi dieci classificati ci siano gli album che hanno “segnato” e contraddistinto il 2016: “America’s National Parks” (Cuneiform) di Wadada Leo Smith; “The Distance” (Ecm) del Michael Formanek Ensemble Kolossus; “Lovers” (Blue Note) di Nels Cline; “Take Me To the Alley” (Blue Note) di Gregory Porter; “The Declaration of Musical Indipendence” (Ecm) di Andrew Cyrille; “A Cosmic Rhythm with Each Stroke” (Ecm) del duo Iyer / Smith; “Sélébéyone” (Pi Recordings) di Steve Lehman.

 

GRUPPO INTERNAZIONALE DELL’ANNO

Molto vicini i punteggi ed uno scarto massimo di 16 punti tra il primo e l’ultimo gruppo. Opinioni, quindi, variegate con una leggera prevalenza per il trio The Bad Plus (32 punti), l’Ensemble Double Up di Henry Threadgill (30 punti) e la Fire!Orchestra di Mat Gustafsson (28), tallonata da un’altra formazione orchestrale di estetica opposta, gli Snarky Puppy (27). Apprezzabile la presenza in classifica del trio di Brad Mehladu, degli Snakeoil di Tim Berne e del gruppo São Paulo Underground.

 

GRUPPO ITALIANO DELL’ANNO

In questa categoria i giurati sono stati compatti incoronando, con pieno merito, la Lydian Sound Orchestra diretta da Riccardo  Brazzale (90 punti). Seguono a distanza formazioni rodatissime come il Tinissima Quartet di Francesco Bearzatti (43 p.) e gruppi più recenti quali Tino Tracanna & Acrobats (40 p.) e Cristiano Calcagnile Ensemble (39 p.). Tra i primi dieci Roots Magic, il Double Quartet di Claudio Fasoli, Enten Eller e i Sousaphonix di Mauro Ottolini. Le indicazioni per “gruppo italiano dell’anno” se intrecciate con quelle di “musicista italiano dell’anno” riescono a dare un’efficace istantanea del panorama del jazz del BelPaese nella sua ricca e poliedrica complessità.

 

Un paio di categorie riguardano “inediti storici” e “ristampe”: non hanno bisogno di commento perché hanno rispettivamente incoronato album di Bill Evans, Miles Davis quintet, Charlie Parker e dell’Albert Ayler quartet, John Coltrane, Peter Erskine trio. Qui parla la “storia”, remota o recente, e c’è veramente poco da aggiungere.

Luigi Onori

Nicola Puglielli tra standards e originals

 

Cari amici,

ci risiamo… o meglio ci ritentiamo. Martedì 7 febbraio riprendono le guide all’ascolto con Nicola Puglielli e la sua chitarra.

Quanti mi seguono, ricorderanno forse l’esperienza delle “Guide all’ascolto” che per alcuni anni ho condotto alla Casa del Jazz con buon successo.

Adesso, purtroppo, alla Casa del Jazz, per motivi prettamente economici, non è possibile ripetere queste esperienze per cui mi son dato da fare per trovare altri luoghi idonei. Qualche tempo fa, da un piccolo teatro mi era stata offerta la possibilità di organizzare una serata dedicata all’importanza della chitarra nella storia del jazz con il grande chitarrista Nicola Mingo; la serata andò bene e c’erano tutte le premesse per andare avanti ma non se n’è fatto alcunché dato che i gestori del locale si dimostrarono, per usare un eufemismo, poco gentili.

Adesso ho trovato un altro spazio particolarmente idoneo, con una bella sala che sembra fatta apposta per ospitare eventi musicali e altre salette che possono accogliere quanti alla musica non sono interessati: si tratta delle “Officine San Giovanni”, site in Largo Brindisi, 25.

Il primo appuntamento, come accennato in apertura, è fissato per martedì 7 febbraio dalle ore 19 alle 20,30. Protagonista la chitarra solo di Nicola Puglielli che presenterà un repertorio in cui accanto a noti standards quali “Nostalgia in Times Square” di Charles Mingus e “Django” di John Lewis figurano composizioni originali dello stesso Puglielli.

La passione di Puglielli per la chitarra e per il jazz inizia già negli anni settanta, quando frequenta i mitici locali romani come il “Music Inn” ove si fa le ossa suonando con grandi musicisti italiani come Massimo Urbani e Giovanni Tommaso. Più tardi si dedica intensamente allo studio del jazz, della chitarra classica e dell’arrangiamento sotto la guida di Gerardo Iacoucci. Sulla sua strada incontra jazzisti come Kirk Lightsey, Tony Scott, Steve Grossman e Philip Catherine, ma collabora anche con importanti compositori come Nicola Piovani e con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma.

Molte e variegate le esperienze in sala di registrazione con artisti quali Gerardo Iacoucci, Luis Bacalov, Manuel De Sica,  Germano Mazzochetti, Miriam Meghnagi, Gianfranco Reverberi, Lilli Greco, Nicola Piovani.

Come compositore ha ottenuto diversi riconoscimenti in concorsi internazionali come il Carrefour Mondial de la Guitare in Martinica con “In The Middle”. Ha composto le musiche di “Viva Ingrid!”, regia di Alessandro Rossellini, presentato al Festival del Cinema di Venezia del 2015.

Due i CD a suo nome: il primo, “In the Middle”, è stato prodotto nei 2000 dall’etichetta tedesca Jardis ed ha suscitato grande interesse da parte della critica che definisce Puglielli “una nuova stella della chitarra jazz” (Akustik Gitarre, Germania) e “una sorpresa per chi aveva dimenticato la chitarra acustica” (All about Jazz, Italia). Il secondo è “Viaggio ConCorde” pubblicato dalla III Millennio.

Nel 2013, per il Bicentenario Verdiano, ha realizzato due progetti, divenuti CD,  di elaborazione di musiche verdiane: “I Trovatori”, rilettura swing di arie del Trovatore inciso dal gruppo “Hot Club de Zazz” e “Play Verdi” (interpretazione jazzistica dei Preludi di alcune opere) registrato dal “Play Verdi Quartet”.

L’Huffington Post dice di lui che è un arrangiatore capace di “captare l’anima” del grande compositore.

Ha insegnato Chitarra Jazz nei Conservatori di Frosinone, Roma e Perugia.

Tiresia – Enten Eller

Alberto Mandarini: trumpet
Maurizio Brunod: electric and acoustic guitars, live sampling, effects
Giovanni Maier: double Bass
Massimo Barbiero: drums and percussions

Per il suo trentennale, Enten Eller, nella sua formazione attuale, presenta Tiresia. Non vorrei troppo dilungarmi sulla storia del gruppo, sulla precedente discografia, su informazioni che si possono trovare agevolmente ovunque. Non vorrei utilizzare righe preziose per contestualizzare questo lavoro, poiché non mi interessa più di tanto inserirlo in uno schema.  Non conta lo schema, bensì il traguardo di un un cd autoprodotto in cui l’ improvvisazione è libera ma tutt’altro che casuale, ed è il propellente per un lavoro nuovo, fresco, e allo stesso tempo strutturato con una certa sapienza.
Tre le tracce in tutto, per 72 minuti di musica.

Morgan le Fay
E’ la chitarra acustica di Maurizio Brunod a dare l’avvio, con un’introduzione in tonalità minore quasi dolente. Quando si unisce il contrabbasso di Maier si passa al modo maggiore: gradualmente si uniscono la batteria di Massimo Barbiero e la tromba di Alberto Mandarini. Da quel momento parte un’ improvvisazione trasognata, emotiva, a tratti giocosa, reciprocamente fondata su un crescendo espressivo, che cambia profondamente, si evolve, approda a diverse atmosfere sonore. Fino ad approdare ad un episodio dall’aria sospesa, quasi fiabesco, in cui inizialmente sono le percussioni a decidere il suono complessivo, con il graduale uniformarsi ad esse della chitarra, del contrabbasso, della tromba. Progressivamente, ogni strumento emerge in duo con Barbiero e non si può definire esattamente chi, tra le percussioni e gli strumenti, canti, o chi, tra loro abbia una funzione meramente ritmica: perché la fusione è totale.  L’inspessirsi e l’assottigliarsi armonico, melodico, ritmico vengono percepiti come organismo unico. Anche quando il contrabbasso di Meier si unisce con l’archetto, anche quando Barbiero cambia strumento a percussione, anche quando la chitarra di Brunod e la tromba di Mandarini si modificano con gli effetti. E al momento della conclusione, con la chitarra acustica che torna a chiudere cerchio intrecciandosi con la tromba in live sampling, si è completamente rapiti: tanto che il silenzio equivale ad un improvviso rumore che ci desta di soprassalto.

Andromeda
A differenza di Morgan Le Fay l’inizio è basato su suoni distorti della chitarra, e su una batteria ritmicamente destrutturata: l’improvvisazione è libera, ma nettamente tesa alla creazione di un magma sonoro centripeto, e volto a riempire ogni spazio di attenzione, in una sorta di “horror vacui” acustico. Anche in questo caso si viene avviluppati completamente fino al divincolarsi della tromba di Mandarini, che improvvisamente si staglia sugli altri con un netto ostinato: che in realtà è semplicemente lo spunto per la creazione di un altro episodio sonoro. Anch’esso ha un effetto quasi ipnotico, un po’ per il ripetersi che pare infinito di quella cellula melodico ritmica, un po’ per il live sampling e gli effetti, un po’ perché questa è musica che sembra non avere un percorso diacronico, ma meditativo piuttosto, una sorta di espansione di un lungo istante nel quale si aspira ad una compiutezza finale.
Una ricerca continua di timbro, di suoni inusuali, di soluzioni armoniche, in cui la batteria non ha mai la funzione di far quadrare, geometrizzare un andamento, ma piuttosto di allargarne i confini. E’ strumento armonico più che ritmico. Gli episodi si avvicendano con un sapiente alternarsi o aggregarsi dei componenti del quartetto, che mutano continuamente timbro, da acustico, ad elettronico, ad acustico. Il finale è un acquietarsi progressivo su suoni di conchiglie, note gravi con l’archetto del contrabbasso, frasi della tromba che si fanno spazio in un’aria sempre più rarefatta.

Aylan
Il tema conduttore iniziale lo introduce la tromba, che viaggia libera fluttuando su uno sfondo reiterato all’infinito dalla chitarra, e che si intreccia al contrabbasso e alla batteria. L’ improvvisazione è totale, libera, aperta, ariosa. Stavolta però si ha la sensazione di procedere in avanti: quella tromba corre veloce, ha un suo tema definito che sembra percorrere luoghi sonori inesplorati fino a trasformarsi, improvvisamente: gli effetti elettronici prevalgono, le percussioni cambiano. Tutto è sospeso fino all’entrata creativa ed incisiva del violino di Parrini, che sembra diventare causa scatenante del successivo assolo di contrabbasso, e del nascere di un nuovo flusso sonoro collettivo, vibrante, straniante. Musica in continuo, veloce divenire: perché quel viaggio libero e fluttuante continua, anche drammaticamente, per certi versi persino in modo teatrale, fino all’epilogo.
Tiresia non è di certo musica semplice: eppure è indiscutibilmente musica che evoca, trascina, che non lascia né distaccati, né tanto meno inerti.