L’architettura minimalista della natura nel pianoforte di Marco Ballaben

di Marina Tuni

Il recentemente restaurato Salone delle Poste di Trieste è stato l’affascinante scenario, sabato 11 marzo scorso, della presentazione, ad invito, di “Conchiglie e stelle”, il primo progetto discografico interamente a firma del pianista giuliano Marco Ballaben, per piano solo e, in alcuni brani, in trio con Giovanni Toffoloni al basso e Paolo Muscovi alla batteria (uno dei più talentuosi drummer del panorama nazionale: Neffa, Steff Burns, Al Castellana ecc.). Nella composizione che da il titolo all’album e in “L’infinito più infinito” ha collaborato ai testi la cantautrice Mariangela Di Michele (Marydim), protagonista anche delle versioni cantate (di entrambi i brani è presente sia la traccia strumentale sia quella cantata).

Il disco, realizzato con la consueta cura e riconoscibilità dei suoni nello studio Artesuono di Stefano Amerio, a Cavalicco, è la prima prova come compositore di questo poliedrico artista che ha attraversato la scena musicale del Friuli Venezia Giulia, suonando in diverse formazioni e navigando a vista tra jazz, rock, fusion, pop. Con questo lavoro, infine, Marco trova la sua giusta collocazione e una maturità artistica che lo porta inevitabilmente, per affinità sonora, ad approdare sulle sponde tranquille di una delle sue antiche passioni, quella per la musica da cinema.

“Conchiglie e stelle” ha, infatti, la struttura narrativa tipica della partitura musicale di una colonna sonora cinematografica, a partire dal motivo conduttore, che potrebbe senz’altro essere il riff della versione strumentale di “L’Infinito più infinito”, mentre la title track “Conchiglie e stelle”, anche nella versione cantata, potrebbe essere il main theme che accompagna i momenti topici della pellicola.

La musica di Marco è evocativa, evanescente, eterea, sospesa… ha la stessa architettura minimalista della natura e parla il suo stesso, semplice linguaggio, povero di metafore ma ricco di tracce mnestiche che fanno parte della sua sfera emozionale e affettiva.

A Trieste – ma anche ascoltando il disco – questo è il respiro che ho introiettato, guidata quasi ipnoticamente dalle mani di Ballaben, che sulla tastiera descrivono rapide traiettorie curvilinee, come di stelle cadenti.

Ho trovato spettacolare il lavoro della sinistra, anche perché non si tratta di mero esibizionismo virtuosistico né di necessità, leggasi Wittgenstein, ma di una scelta che a Marco riesce in modo naturale per passare di balzo dal grave all’acuto senza sforzo alcuno.

I brani presentati dal vivo non hanno seguito pedissequamente la tracklist del cd, tranne all’inizio del concerto, allestito con la collaborazione della Casa della Musica di Trieste, guidata dall’infaticabile Gabriele Centis, nella cui struttura Ballaben insegna pianoforte. Per la cronaca, la performance è stata ripresa da un rilevante numero di telecamere mobili e fisse – finanche una crane camera che riprendeva dall’alto – ed è imminente l’uscita di un dvd a cura di Kleva Films (che ringrazio per avermi fornito le immagini che completano questo articolo).

Dopo l’avvio, con la splendida “L’infinito più infinito”, brano di ampia liricità con una forte connotazione espressiva e dallo spirito neoromantico, il pianista esegue un’ispiratissima “Il prato dove giocavamo”, seguita dalla briosa “Festa di paese”, le cui atmosfere virano, subito dopo l’intro, marcatamente verso il jazz. Queste composizioni aprono finestre di tempo nel mondo più intimo di Marco, sono le sue emozioni, sensazioni che restano impresse nella memoria e che ogni tanto affiorano sotto forma di ricordo.

La percezione del tempo è un mistero e ognuno di noi ha una personale concezione del suo trascorrere. Certo è che per quanto la vita possa essere breve o lunga, il tempo dato ci appartiene sempre. Sta a noi avere cura di non sprecare ogni singolo e prezioso istante. Non so se Marco abbia pensato a questo nel comporre “10 minuti, forse 15”, ma sicuramente è lì che la mia immaginazione mi ha portato, nell’ascoltare questa poetica traccia, delicatamente intrisa di una leggera malinconia.

Della bellezza di “Conchiglie e stelle” ho già parlato in apertura, posso solo aggiungere che ascoltata dal vivo ha una forza irresistibilmente trascinatrice. Il pezzo inizia e termina con una sequenza di accordi ripetuti, sui quali si apre il tema, con una serie di essenziali passaggi melodici che si intrecciano circolarmente alla struttura iniziale; poco più di due minuti ma un tale condensato di grazia e soavità che ti sembra di essere nel punto esatto dove finisce il mare per lasciare spazio al cielo… immaginando che forse le conchiglie non sono altro che frammenti di stelle cadute…

E dopo tanti celebri notturni pianistici, da Field ai più famosi Chopin, Debussy, Liszt, Beethoven e, nel ‘900, Fauré o Satie, Marco Ballaben s’inventa un “Diurno”, che porta il numero 1 ed è in tempo di valzer. Visto lo splendido luogo in cui mi trovo, il Palazzo delle Poste, costruito fra il 1890 e il 1894 dall’architetto Friedrich Setzt sotto l’Impero Austro-Ungarico, verrebbe da alzarsi dalla poltroncina per volteggiare aristocraticamente seguendo la musica… 1, 2, 3… 1, 2, 3… retaggi culturali della Mitteleuropa!

Ad un caro amico argentino, maestro di tango, scomparso qualche anno fa, è dedicata “Carlos”, che Marco ricorda come una persona piena di vita e di carisma. E queste sono anche le caratteristiche del brano, che racchiude una matrice latin-jazz e un gioco intrigante di fughe repentine nel tango.

Tra le infinite declinazioni del tempo c’è anche l’attesa. Cesare Pavese scrisse che “aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettare niente che è terribile”. Ne “L’attesa” composta da Ballaben c’è il sapore della speranza che qualcosa di buono possa ancora accadere; è una ballad morbida ed ariosa, piena di luce, un dipinto sonoro dai delicati arpeggi.

“Tutto intorno a te” è una composizione dalla geometria dinamica, che esprime la spontanea continuità del movimento mentre “Un viaggio”, brano dalla struttura melodica semplice, ti fa chiedere che cosa ci sia accaduto e perché non riusciamo più ad osservare ciò che ci circonda con gli occhi di un bambino, lavorando di fantasia, di poesia e riempiendoci ancora di stupore.

Marco ci saluta con un inedito, ancora senza titolo, invitandoci a trovargliene uno. Beh… un po’ influenzata dall’aria che si respira nel  palazzo che ci ospita, già sede delle Poste, un po’ per il potere evocativo di questa musica che, non so spiegare il motivo, mi catapulta in paesaggi incantati alla ricerca dell’aurora boreale, uno degli spettacoli più affascinanti della natura, il titolo a cui ho immediatamente pensato è “La nave postale”. Anche un po’ per ricordare un ieri non troppo lontano, quando esistevano ancora le lettere “vere” e le comunicazioni lente… molto lente… tanto quanto un viaggio su una nave postale, che si fa strada a fatica tra i ghiacci.

Quale altro bis avrebbe potuto concederci Marco Ballaben se non una delle variazioni del tema tratta dalla colonna sonora dell’epico film “L’ultimo imperatore” (diretto da Bernardo Bertolucci nel 1987) e composta da Ryuichi Sakamoto?

“Le parole sono sempre importanti. – Perchè? –  Bisogna saper usare le parole per poter dire ciò che si pensa”

Si. Però, talvolta basta anche solo la musica.

“Conchiglie e Stelle” è disponibile online per l’ascolto e per l’acquisto sui maggiori network web quali iTunes, Spotify, Apple Music, ecc.. di seguito il link

https://open.spotify.com/user/11101570482/playlist/7ILHCR1KLo926xQdA2s44s

Una Guida all’ascolto – concerto con Mingo e Carucci

Officine San Giovanni, martedì 7 marzo, ore 19:15

Nicola Mingo, chitarra
Ettore Carucci pianoforte

Foto di Fabrizio Sodani (cliccare sulle foto per espanderle)

Guida anomala per vari problemi tecnici quella di martedì scorso, tra cui alcuni che hanno impedito purtroppo a Gerlando Gatto di proporre l’ascolto di brani della tradizione jazzistica alternati ai live sul palco delle Officine San Giovanni. Non ci si è persi d’animo e prontamente Nicola Mingo ed Ettore Carucci hanno trasformato in concerto live l’intera ora e mezza prevista dal programma.
Musiche di Wes Montgomery (era questo l’argomento della terza guida all’ascolto alle Officine) ma anche brani originali di Mingo, il duo ha mostrato di avere una coesione notevole, e con grande professionalità è riuscito a catalizzare l’attenzione del pubblico (anche stavolta la sala era sold out) nonostante i diversi guai dell’impianto tecnico. E’ per merito dell’energia, della musicalità e della disponibilità di questi due musicisti che i suddetti problemi sono passati in secondo piano:  fluidità e inventiva nel fraseggio bop per Mingo, grande creatività nell’improvvisazione di Carucci, sempre più bravo, non sono mai venuti meno lo swing, l’interplay, la capacità di proporre e di reinterpretare in maniera originale brani celeberrimi come Road Song o Gjingles, ma anche di presentare “nuove creature” in stile come My Bop  o Black Horse.
Gerlando Gatto è riuscito con pochi interventi a tenere saldo il filo conduttore della serata. Per i prossimi martedì l’impianto sarà a posto: molte le sorprese previste da qui a maggio!

“Jazz da Gustare” apre i battenti con Moroni e Ionata

 

Di Amedeo Furfaro

Un inverno da “jazzare” (in dialetto locale indica fare freddo) ma con poco jazz dal vivo in terra bruzia. Meno male che, con la primavera alle porte, è arrivata “Jazz da Gustare”, seconda edizione della rassegna presso il Teatro Piccolo di Castiglione Cosentino, paesino affacciato sopra il Crati, in cui confluisce il Busento, dove riposerebbe la presunta tomba del non presunto condottiero Alarico.

La direttrice artistica Maria Letizia Mayerà ha ben pensato di inaugurarla col duo piano/sassofono formato da Dado Moroni e Max Ionata.

Seguiranno il 25 marzo il quintetto di Pietro Condorelli Jazz Ideas And Song. Infine il 22 aprile sarà la volta del Fabrizio Bosso Quartet.

Una partenza a base di buon jazz italiano, per una formula già sperimentata con successo che prevede di fornire allo spettatore nello stesso biglietto sia il concerto che la cena nel bistrot del teatro. Gusto musicale e gusto nel senso di palato abbinati per una intensa anteprima di jazz e ricca cena di mezzanotte anche se, dal canto nostro, avremmo preferito un aperitivo rinforzato e un bel concerto post prandium. De gustibus, è il caso di dire.

Ma andiamo alla musica. Dichiaratamente si è presentato al pubblico calabrese un progetto, Two For Stevie, nato poco più due anni fa con l’omonimo disco edito da Jando/ViaVeneto Jazz (Millesuoni) che seguiva Two For Duke, della stessa label.

Un lavoro ben rodato, con un concerto alla Casa del Jazz recensito nel 2015 su questa rivista da Daniela Floris.

Di fatto la serata ha registrato in scaletta anche brani del precedente album su Ellington, annodando un inedito fil rouge fra Wonder ed il Duca.

Che poi trova riferimenti anche nella testimonianza dello stesso Moroni, riferitagli dal contrabbassista Jimmy Woode, con cui ha collaborato, nel senso che Duke apprezzava il talento di Stevie, che a sua volta non poteva non ammirare il grande bandleader. Due dischi già ascoltati. Ma nel jazz si sa, la musica cambia, non è mai uguale a se stessa, specie se la si fa su di un palco, senza i limiti della sala d’incisione, dei tempi talora stretti da esigenze di registrazione.

E c’è il fiato del pubblico a stimolare variazioni all’improvviso, incipit, finali, persino gli stop…ad esaltare le qualità dei musicisti in azione. Sarà pure il bello della diretta ma non solo.

Eccole, le qualità, tangibilmente rappresentate in The Secret Life Of Plants resa con vasta tavolozza di colori, registri timbrici variopinti, l’immanenza di una traccia melodica mai soffocata dai virtuosismi.

La parentela delle cover di Stevie Wonder col jazz emerge con prepotenza.

C’è la comune base del blues, che del resto avvicina Louis Armstrong a Jimi Hendrix, Elvis Presley ai Rolling Stones. Ma Wonder ha un’anima jazz oltre che soul, funky, bluesy nella voce, negli strumenti che suona, tastiera e armonica. E nel comporre. Ed è qui, nella fusione calda degli elementi, la complessità dell’operazione, non la sua semplificazione.

Non è un caso che il titolo di un vecchio album del 1962 sia The Jazz Soul Of Little Stevie mentre A Tribute To Uncle Ray dedicato a Ray Charles evidenzi, nella black music, uno dei suoi principali precedenti stilistici. Ed è noto ancora come Wonder abbia composto Chan’s Son con Herbie Hancock e lo abbiano ripreso in tanti quali Freddy Hubbard, Art Pepper, Sonny Rollins, Bobby McFerrin tanto per fare qualche timido esempio. La sua Isn’t She Lovely, presente in manuali di jazz standard, a cura dei nostri impavidi è stata sottoposta ad una riarmonizzazione rallentata per tratteggiarvi una atmosfera bluesy, con un piano alla Errol Garner, per un brano che pare nato cinquant’anni prima. Il sax di Ionata ha smalto anche in Don’t You Worry Bout A Thing dove ricorre ai suoi tipici salti di ottava nell’esposizione del tema; pare, a momenti neroamericano, anzi parkeriano, quando velocizza in chiave bebop, per poi stemperare la vis creativa in leggere frasi sonore. Il pianista dal canto suo omaggia Oscar (il nome di suo figlio) Peterson, che è uno dei lati di Dado; un altro, non irrilevante, è la metronomica cadenza ritmico/percussiva, alla McCoy Tyner, che un paio di sue performances al contrabbasso mettono in mostra, oltre ai cambi di tempo e ai contratempo che si insinuano dolci in una tastiera su cui fa uso intelligente delle tante frecce al proprio arco (pedali, acciaccature stride, accordi policromici, dodecafonismi, carezze alle corde del piano etc.).

Per la cronaca, musicale s’intende, You Are The Sunshine Of My Life diventa nelle mani della coppia uno swing dal mood ellingtoniano mentre, a ribadire la paternità musicale putativa di Duke, arriva, magistralmente eseguita, Daydream seguita da Satin Doll.

Non manca I Wish con un Max al maximum della concentrazione sullo strumento per sostituire il canto di Stevie e una particolare Overjoyed un po’ alla Brubeck in 5/4.

Il concerto double face, omaggio a due artisti di grande pop/ularity, si completa in due distinti medley finali degli autori celebrati. I numerosi astanti, dopo In My Solitude, sulle note di Perdido e Caravan battono le mani a tempo. E’ il segnale che la musica è arrivata a segno. Il disco, i dischi vanno bene, ci mancherebbe, specie se si vive in periferia. Ma il concerto ti comunica qualcosa in più. E’ lo spirito del jazz. E dei jazzisti che sanno suonarlo.

 

 

C’è cover e cover. La rivelazione della U.T. Gandhi & Coleto Blues Syndicate

Foto di Elisa Caldana

 

Foto di Elisa Caldana

Agriturismo Tonutti, Tavagnacco, Udine
25 febbraio 2017, ore 1330

Patrizio Forgiarini Coleto voce
Emiliano Visentini basso.
Paolo Rovere chitarra.
Stefano Natali chitarra
U.T. Gandhi batteria

Questa storia comincia con un gentile invito rivoltomi da alcuni amici romani e friulani a partecipare alla festa che l’Agriturismo Tonutti, a Tavagnacco, in provincia di Udine, ha organizzato per festeggiare i primi dieci anni di attività. Tonutti ospita, come se stessero in famiglia, musicisti, produttori, addetti ai lavori durante i loro soggiorni mentre si registra nell’ormai leggendario studio di Artesuono di Stefano Amerio.
L’atmosfera è di certo quella giusta, vini deliziosi e squisitezze gastronomiche locali ci sono tutti e in abbondanza. Si attende l’arrivo della band che allieterà il festeggiamento con musica dal vivo, come in ogni festa che si rispetti.
U.T. Gandhi, notevole batterista che gli appassionati di Jazz conoscono molto bene ammonisce: tra poco si comincia, ma il cantante, Patrizio, deve aspettare il suono della campanella, dato che fa il bidello nella scuola del paese, il chitarrista, Paolo, fa il falegname e deve finire un lavoro, e arriva al più presto. Un chitarrista manca, Stefano: lui fa l’elettricista, oggi lavora e non può svincolarsi dai suoi impegni. Il bassista, Emiliano, è arrivato. Lui fa “anche” l’ingegnere in regione Friuli. II leader è lo stesso Gandhi, alla batteria, ovviamente: lui si autodefinisce “batterista piastrellista”, per l’attività principale di famiglia, si intende.
Penso tra me, beh carina questa cosa, dai, un bel sottofondo musicale per di più con un batterista così (io lo conosco come musicista più che come piastrellista, n.d.r.) sarà piacevole, chissà cosa suoneranno.
Poi, non ci penso più di tanto, fino a che non li vedo comporsi nel loro spazio preposto.
Il cantante Patrizio Forgiarini Coleto arriva e stende davanti alla propria postazione un tappeto colorato: a vederlo è un personaggio, certamente. Esordisce sibilando “aspettiamo che monti il vino”, mentre si accordano gli strumenti. Stefano Amerio in persona sistema i microfoni. Si fa un brindisi prima della performance. Io chiacchiero un po’ con Elisa Caldana ed Ermanno Basso, Cam Jazz, anch’essi tra gli invitati di Marzia Tonutti, fino a quando non parte la musica.
All’attacco salto immediatamente sulla sedia: una voce incredibile, funky come non mai, mi aggancia irrimediabilmente da quel momento e per quasi tre ore. E con la voce la chitarra, il basso e, naturalmente la batteria: ora capisco perché Gandhi suona con loro, e con quella che non posso che definire “felice allegria”, ma anche con quella evidente, cristallina sincerità che contraddistingue un musicista quando si diverte a suonare e lo fa con tutta la passione di cui è capace.
Un repertorio di mostri sacri del blues, del funky, del rock, del rythm& blues: Jimi Hendrix, James Brown, B.B.King,  e molti altri ancora, interpretati da una band pazzesca, carica di energia, di personalità. Cover? Sì cover, certo. Ma raramente capita di ascoltare cover così trascinanti, convincenti, vive di una forza così deflagrante.
Quante volte avviene, davanti a situazioni simili, di compiere, per forza di cose, un confronto che risulta impietoso, sia nel caso la band replichi pedissequamente l’originale, sia nel caso ci sia l’intento un po’ presuntuoso di “rileggere” “reinterpretare” geni della musica che sono non replicabili né superabili?
La voce di Patrizio Forgiarini Coleto è una voce che rimane impressa, dal timbro graffiante, potente, personalissima. Il suo senso ritmico impeccabile, così come l’intonazione, del resto. Per non parlare di come riesca a tenere il palco: è bravo, ed è ironico, per di più. Non si tratta solo di essere un personaggio: Forgiarini Coleto è assolutamente inimitabile come interprete. Il trio che lo accompagna ha una tale musicalità, una tale carica di energia che non si è potuto far altro che ascoltare elettrizzati quasi tre ore di musica, ballando, godendo oltretutto della gioia dei musicisti, contagiosa, così come accade quando sul palco ci sono professionisti della musica.
Tanto che a fine concerto ho detto a me stessa: oggi sono stata fortunata. Ho ascoltato un gran batterista, UT Gandhi, un cantante strepitoso, un bassista e un chitarrista coesi e pieni di energia che hanno non solo accompagnato ma creato il groove giusto… quello che fa ballare.
Tutti insieme hanno suonato con il cuore. Ecco il segreto: suonare con il cuore, poiché non basta essere bravi. A dire il vero non basta nemmeno il cuore da solo, perché comunque per fare un concerto simile bisogna essere molto bravi.
E allora mi rivolgo ai puristi che storcono la bocca di fronte al termine “cover band”, a prescindere,  – e spesso lo sono stata io per prima, dunque mi rivolgo anche a me stessa –   e dico a tutti noi come si dice a Roma: “Viecce te”. Viecce te a suonare come la U.T Gandhi & Coleto Blues Syndicate.
E soprattutto dico anche “Viecce te” a fare il bidello alla scuola elementare del tuo paese quando hai la musica nel sangue come ce l’ha Patrizio Forgiarini Coleto, e con quella gioia, per di più.  E a suonare in quel modo facendo “anche” il falegname come Paolo Rovere, l’elettricista come Stefano Natali, l’ingegnere in regione Friuli come Emiliano Visentini, e (passiamogliela, va)  il piastrellista, come U.T. Gandhi.
Auguro a tutti i miei lettori di ascoltare almeno una volta la U.T. Gandhi & Coleto Blues Syndicate. E la cosa sarà possibile, perché sono talmente convincenti e trascinanti che Artesuono, ovvero Stefano Amerio, li registrerà live in giugno, per realizzare un cd. Ogni tanto le fiabe si avverano.

Il jazz italiano si confronta con l’estero

a proposito di jazz - i nostri cd

Paolo Fresu & Uri Caine – “Two Minuettos (Live in Milano)” Tŭk Music 016
Oggi si parla di musica “apolide”, se il termine è consentito. Per sua natura, per i luoghi ed i modi in cui si pratica, il jazz si è sempre ben sposato a questo aggettivo ed il trombettista Paolo Fresu come il pianista Uri Caine apolidi lo sono nel senso migliore del termine. Pur profondamente radicati nelle rispettive culture d’origine, Fresu e Caine hanno un’apertura d’orizzonti sonori ed una vastità di collaborazioni e progetti che li rende creativamente “figli del mondo”. Nell’album “Two Minuettos (Live in Milano)” (Tŭk Music; fascinosa copertina di Davide Abbati) se ne ha un’ulteriore conferma grazie ad uno “spaccato” del loro repertorio e dei territori sonori che amano percorrere insieme. Su dieci brani in scaletta la metà provengono da autori classici, tra J.S.Bach, Gustav Mahler e la compositrice barocca Barbara Strozzi. Per il resto c’è Gershwin (“I Loves You Porgy”), l’Ahbez di “Nature Boy”, il rock di Joni Mitchell e John Lennon, la canzone italiana di Lauzi e Dalla. Una “frittura mista” che cucinata da tromba, flicorno, effetti e pianoforte risulta sempre ispirata, vertiginosa nell’improvvisazione, raffinata nella ricerca timbrica, qua e là impregnata di blues, melodicamente felice e sanamente “entropica” negli episodi più liberi e sperimentali. Fresu e Caine sono, peraltro, maestri nell’arte della risignificazione, del far filtrare la propria personalità utilizzando un “testo sonoro” conosciuto, riconoscibile ma interpretato (a volte stravolto) in piena autonomia. Due esempi, per chiarire. Nella parte finale di “I Loves You Porgy” il trombettista si inchioda su una nota lunga tenuta (in fiato continuo) mentre il pianista piazza accordi intrisi di soul e blues che poco hanno a che vedere con Gershwin ma non ne possono prescindere: all’interno del prezioso canovaccio del brano si aprono così spazi personalissimi. Alla mahleriana “Symphony No.1, 3rd Movement in D Minor” viene riservato un trattamento che prima la trasforma in un brano stride, poi la accelera in modi quasi parossistici ed infine la lascia “sfinire” in rallentando.
(Luigi Onori) (altro…)

Montellanico, Bonaccorso e King entusiasmano il pubblico

 

Trittico di lusso alla Casa del Jazz dal 28  al 30 gennaio: protagonisti, nell’ordine, Ada Montellanico e il suo quintetto impegnati nella presentazione del loro nuovo album, il quartetto di Rosario Bonaccorso con “A Beautiful Story” ultimo lavoro discografico del contrabbassista siciliano, e il trio del batterista Dave King.

Conosciamo Ada Montellanico oramai da molti anni e l’abbiamo sempre considerata una delle migliori vocalist del panorama jazzistico nazionale, ciò non solo per le indiscusse qualità vocali ma anche per il coraggio con cui affronta determinate sfide. Ricordiamo, al riguardo, che è stata la prima ad evidenziare come si potesse cantare dell’ottimo jazz utilizzando la lingua italiana…ancora è stata tra i primi, se non la prima in senso assoluto, a saper rileggere in chiave jazzistica le composizioni di Tenco…e via di questo passo attraverso una serie di realizzazioni mai banali. Il tutto senza trascurare quell’impegno sociale cui neanche gli artisti dovrebbero sottrarsi: di qui le meritorie battaglie che Ada sta conducendo come presidente dell’associazione dei jazzisti italiani MIDJ.

In questo solco si inserisce l’ultimo album, “Abbey’s road, omaggio a Abbey Lincoln” (Incipit records, distribuzione Egea) presentato per l’appunto alla Casa del Jazz il 28 gennaio. Sul palco Giovanni Falzone tromba, Filippo Vignato trombone, Matteo Bortone contrabbasso, Ermanno Baron batteria, quindi un combo privo degli strumenti armonici per eccellenza, pianoforte e/o chitarra. Ma l’assenza di tali strumenti  non si è avvertita sia per la bravura della sezione ritmica, sia per gli splendidi arrangiamenti di Falzone che, confermandosi uno dei migliori arrangiatori oggi sulle scene non solo nazionali, ha saputo valorizzare al massimo l’elemento ritmico .   E così il gruppo si muove lungo coordinate ben precise in cui scrittura e improvvisazione sono ben bilanciate con i fiati sempre in evidenza,  la voce della Montellanico a legare il tutto con grande padronanza e, cosa da non sottovalutare, una bella presenza scenica. Ovviamente ascoltando l’album manca il fattore visivo, ma tutti gli elementi che si erano apprezzati durante il concerto li si ritrova intatti, se non addirittura valorizzati come ad esempio la voce della vocalist che dalle primissime file della Casa del Jazz non si percepiva al meglio. Ada canta con convinzione e sincera partecipazione, evidenziando ancora una volta quella che personalmente riteniamo la sua dote migliore, vale a dire la capacità di penetrare nelle pieghe più profonde del testo per poi raccontarlo sì da penetrare nel cuore, nell’anima dell’ascoltatore.

L’album si apre con un esplicito omaggio alla Lincoln scritto   da Falzone e da Montellanico cui fa seguito un programma piuttosto variegato anche se in qualche modo riconducibile alla Lincoln: così è possibile ascoltare  un cameo dalla Freedom Now Suite, mentre per quanto concerne i brani interpretati dalla Lincoln, Ada ha volutamente trascurato gli standards  per concentrarsi sul  suo aspetto autoriale. Così particolare attenzione viene posta sia sul suo  spirito africanista sia – sottolinea la stessa Montellanico nel corso di un’intervista concessa a Luigi Onori –  “su testi importanti come “Throw It Away”,  “Bird Alone”, canzoni dove parla di libertà, identità, liberazione. Ci sono anche composizioni altrui come il pezzo di Charlie Haden “First Song” per cui ha scritto testi di alto livello”.

Risultato: uno spaccato abbastanza esaustivo della complessa personalità della Lincoln sicuramente una delle vocalist più innovative, originali e combattive che la storia del jazz abbia conosciuto.

 

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Domenica 29 gennaio è stata la volta del quartetto del contrabbassista Rosario Bonaccorso con Enrico Zanisi al pianoforte, Dino Rubino al flicorno e Alessandro Paternesi alla batteria, vale a dire tre giovani ma validissimi esponenti del nuovo jazz made in Italy.

In programma la presentazione del nuovo CD “A Beautiful Story” (Jando Music/Via Veneto Jazz) che ripercorre il cammino tracciato nel precedente album “Viaggiando (2015). Si tratta di un percorso che potremmo definire autobiografico in cui Bonaccorso si mette a nudo e narra di sé attraverso la musica, attraverso le composizioni che scoprono la natura di un artista quanto mai sensibile e capace di apprezzare anche le più piccole cose che la vita può darci. In effetti “A Beautiful Story”   rappresenta quella storia meravigliosa che è la vita stessa.

Ma come si traduce tutto ciò in musica? Nell’album in oggetto si traduce in dodici composizioni di Bonaccorso; ascoltandole si ravvisa ancora una volta la propensione

del contrabbassista per la melodia, una melodia dolce, sinuosa, mai banale che ha la forza di farti abbandonare le pene giornaliere per condurti nel suo personalissimo universo musicale in cui bellezza e originalità sono gli elementi principali.

In tale contesto si evince la personalità di Bonaccorso che non solo si impone come eccellente compositore e altrettanto eccellente strumentista (lo si ascolti particolarmente in “Ducciddu“), ma anche come leader di indiscussa competenza. Non a caso ha chiamato alcuni giovani-grandi musicisti che sia alla Casa del Jazz sia nell’album hanno davvero dato il meglio di sé. Ancora una volta straordinario Dino Rubino che, abbandonato il pianoforte, si è esibito solo al flicorno sciorinando una sonorità, spesso “soffiata”, che è risultata assolutamente in linea con le esigenze espressive del leader (assolutamente toccante il suo eloquio in “My Italian Art Of Jazz”) . Enrico Zanisi sfoggia una sorprendente padronanza strumentale sorretta da un eloquio personale, da una mirabile capacità improvvisativa e da una  rara raffinatezza espressiva (lo si ascolti particolarmente in “Der Walfish”) mentre Paternesi è in grado di tessere costantemente un tessuto ritmico ricco di colori.

 

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Lunedì 30 gennaio è stata la volta del trio guidato dal batterista Dave King con Billy Peterson al contrabbasso e Bill Carrothers al pianoforte, tutti e tre originari del Minnesota, ed è stato davvero un bel sentire.

Dei tre il più conosciuto è certamente il leader  per la sua duratura collaborazione con The Bad Plus e Happy Apple, ma le sue attività non si fermano di certo a questi due progetti dato che contemporaneamente  è coinvolto in almeno dieci situazioni  che vanno da quelle più prettamente  jazzistiche come le già citate  Bad Plus e Happy Apple a rock bands come Halloween Alaska,  a progetti elettronici come Gang Font. Per non parlare delle numerose collaborazioni con grandi nomi come  Bill Frisell, Joshua Redman, Jeff Beck, Tim Berne, Craig Taborn, Jason Moran…

Il bassista Billy Peterson ha collaborato con artisti di vaglia quali con Leo Kottke , BB King, Johnny Smith, Lenny Breau. Nel 1975 è apparso nel famosissimo  Blood on the Tracks di Bob Dylan’s e pochi anni dopo ha cominciato una duratura collaborazione con Ben Sidran, che poi ha portato a oltre due decadi di lavoro con la Steve Miller Band.

L’artista che più ci ha impressionato, è stato, comunque, il pianista Bill Carrothers; a vederlo lo si potrebbe scambiare per un impiegato del catasto…ancora più improbabile il modo di sedersi dinnanzi allo strumento, appollaiato su una sedia normale… e poi il tocco finale: via le scarpe. Ma quando dalle apparenze si passa alla sostanza, vale a dire quando Carrothers comincia ad accarezzare i tasti bianchi e neri , allora si capisce immediatamente che siamo di fronte ad un grande, grandissimo pianista, dal linguaggio tanto etereo quanto originale e dalla tecnica strepitosa; il tutto al servizio della musicalità e del progetto del trio. Non è certo un caso che Bill sia stato nominato giovanissimo alle Victoires du Jazz, l’equivalente francese dei Grammy, e non è un caso che abbia riscosso pieno successo dapprima in Europa e poi negli Stati Uniti.

Lumeggiata brevemente la statura artistica dei tre, bisogna dire che il trio funziona alla perfezione. Dave King è una vera e propria macchina del ritmo: dalle sue mani, dalle sue dita scaturisce un flusso sonoro ininterrotto ma quanto mai variegato, speziato da mille colori, mille timbri diversi che conferiscono al tutto un sapore assai particolare. Billy Peterson piazza lì poche note ma tanto basta per equilibrare il trio e ancorarlo armonicamente…anche perché Carrothers al pianoforte non sembra avere bisogno di granché per elaborare i suoi assolo così  originali, frutto di un  intenso studio che gli ha permesso di coniugare le influenze di un trombettista come Clifford Brown con quelle di due straordinari pianisti quali Shirley Horn e Oscar Peterson

Insomma i tre sono riusciti  nell’intento, estremamente difficile, di far rivivere, chiaramente attualizzate, le atmosfere care ai trii di Bill Evans e Paul Bley. Così, in rapida successione, abbiamo ascoltato tutta una serie di standards, da “Moonlight Serenade” a “Slow Boat To China”, da “Lonely Woman” a “Four Brothers”, da “Body and Soul” a “So In Love”… Dinnanzi a questi titoli, qualcuno potrebbe anche parlare di un repertorio banale proprio per il fatto che si tratta di brani arcinoti ed eseguiti più e più volte. Ma il “trattamento” proposto dai tre è stato davvero magnifico per inventiva e capacità di legare strettamente il passato al presente dimostrando ancora una volta una tesi di cui personalmente siamo più che convinti: il jazz non è ciò che si suona ma come lo si suona. In altri termini è sciocco criticare aprioristicamente chi ancora oggi suona gli standards: bisogna vedere come li si presenta, come li si vive. Se non ci credete andate a sentire, quando ne avrete occasione, questo straordinario combo.

Gerlando Gatto