A Tolfa un sincero omaggio alla cultura di New Orleans

Max lazzarin

Grazie alla sapiente regia di Marcello Rosa, direttore artistico nonché anima e motore della manifestazione, il Tolfa Jazz, svoltosi dal 22 al 24 luglio scorsi, ha oramai raggiunto una sua precisa fisionomia che si sostanzia nell’essere l’unico festival del jazz italiano dedicato, in qualche modo, alla città di New Orleans. Ma attenzione: l’omaggio non si declina attraverso la riproposizione di vecchi temi nello stile della Città del Delta quanto nel ricreare un certo clima e soprattutto nel proporre una serie di gruppi che in qualche modo riescano a far rivivere tutte le molteplici istanze che oggi animano la scena di New Orleans.
Ecco quindi le Street Parade a colorare le vie di Tolfa, ecco sabato 23 luglio la splendida Street Parade con Pink Puffers Brass Band e il Centro Artistico di Balletto di Tolfa: è stato davvero emozionante vedere tante bambine divertirsi e danzare nell’interpretazione della fiaba “La principessa e il ranocchio”.
Sotto il profilo strettamente musicale, questa settima edizione del Festival ci ha proposto tanta musica, tutta di qualità, spesso trascinante.
Ad aprire il Festival, nella splendida cornice dell’anfiteatro all’interno della villa comunale, il gruppo del sassofonista Simone Alessandrini con il progetto “Storytellers”: Antonello Sorrentino tromba, Riccardo Gola basso ed effetti, Riccardo Gambatesa batteria cui si è aggiunto quale special guest il grande sassofonista Francesco Bearzatti. Il quintetto ha proposto un jazz fresco, attuale che però non disdegna la tradizione: sono bastati pochi passaggi, un sound particolare per evidenziare come Alessandrini conosca assai bene la storia del jazz. La front-line si misura con composizioni originali evidenziando un’intesa perfetta ed una grande capacità espressiva: pur non potendo contare su uno strumento armonico, le linee dei fiati si incontrano, si intersecano ad elaborare melodie ora minimali ora più complesse in cui l’equilibrio fra pagina scritta e improvvisazione si mantiene su livelli di assoluta eccellenza. Il tutto sorretto da una ritmica puntuale e propulsiva. Il progetto prende le mosse dalla decisione del sassofonista romano di raccontare in musica alcuni aneddoti accaduti durante la seconda guerra mondiale, appresi dal nonno. (altro…)

Grande estate di musica alla Casa del Jazz di Roma

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Bisogna dare atto alla Casa del Jazz di aver saputo organizzare, nonostante le difficoltà economiche, una eccellente rassegna estiva – ‘Summertime 2016’- coniugata su alcune direttrici facilmente individuabili: proporre solo concerti di jazz, nell’accezione più completa del termine, senza pateracchi alla Ranieri, tanto per intenderci; operare un giusto equilibrio tra star internazionali e grandi jazzisti italiani; dare il giusto spazio anche ai nuovi talenti.
In quest’ambito abbiamo ascoltato alcuni concerti di cui riferiamo qui di seguito.
Sabato 9 luglio una grandissima interprete del jazz internazionale: Dee Dee Bridgewater con Theo Croker & DVRKFUNK; si tratta di un quintetto capitanato dal trombettista Theo Croker e completato da Michael King pianoforte, Eric Wheeler basso, Kassa Overall alla batteria, Anthony Ware sax tenore. Croker è un trombettista scoperto dalla Bridgewater che sta conquistando le platee di mezzo mondo, e quanto questo successo sia meritato lo ha ampiamente dimostrato anche il concerto di Roma. Croker è musicista completo, dal fraseggio fluido e personale, con un sound pieno, rotondo, quasi senza vibrato, che ha saputo dare una fisionomia groove molto precisa al gruppo. Ovviamente, però, la protagonista principale rimane lei, Dee Dee Bridgewater, non a caso considerata oggi la regina del canto jazz. Gli anni passano ma non sembrano minimamente aver scalfito le capacità vocali e l’entusiasmo della Bridgewater che sembra aver trovato nuove motivazioni nei suoi compagni di viaggio che l’assecondano in ogni istante. Le sue capacità interpretative sono, se possibile, ancora più mature, consapevoli; in occasione dell’esibizione romana, la Bridgewater ha presentato alcuni brani tratti dal suo ultimo lavoro discografico “Dee Dee’s Feathers”, un disco dedicato a New Orleans in memoria della tragedia dell’uragano Katrina. (altro…)

I nostri CD. Quando il jazz si coniuga con la musica contemporanea

a proposito di jazz - i nostri cd

Andrea Massaria / Giancarlo Schiaffini “Corindilindoli” (SETOLA DI MAIALE SM2830).

andrea-massaria-giancarlo-schiaffini-corindilindoliLa registrazione è in studio dal vivo, nonostante la presenza di effetti elettronici (prodotti da entrambi i musicisti) e le voci registrate di Tiziana Ghiglioni (in “Chirullimaconi”) e di Silvia Schiavoni (“Ho veduto volare”; entrambe composizioni di Schiaffini). Il chitarrista Andrea Massaria ed il trombonista romano hanno in comune, pur essendo distanti come generazione, l’amore e l’interesse per una musica di confine, sbilanciata verso una dimensione “contemporanea”, con larghi spazi improvvisativi ed aleatori. Massaria concepisce la chitarra come un superamento dello strumento “tradizionale” elettrico: in “Spay immorale” se ne avverte il fraseggio ma il suono è ampiamente manipolato e arricchito di effetti. Schiaffini – uno dei fondatori del Gruppo Romano Free Jazz, alla metà degli anni ’60, importante esponente dell’Italian Instabile Orchestra – ha una “filosofia” più materica dello strumento ed ama dialogare con la voce, sia pur registrata. In “Tapiri” il suo trombone, spesso sordinato, si intreccia con la chitarra “liquida” e carica di eco di Massaria. I due artisti, in definitiva, trovano ampi terreni comuni e dipingono paesaggi sonori basati sul puro “colore”, eliminando qualsiasi “disegno formale” e puntando su un interplay ora ribollente ora colmo di un astratto relax (“Tapiri”). (altro…)

Gli “Scanzonati” Mirabassi, Balducci, Modugno e Riondino nel “Giardino Ritrovato”

Scanzonati

Ci sono alcune serate, come quella che si è svolta nel meraviglioso giardino di Palazzo Venezia a Roma,  che ti mostrano un mondo che ti eri dimenticato. Che ti fanno ricordare che esistono la bellezza, la profondità, ma anche la leggerezza, l’ironia. E che ti svelano  anche quanto bella possa essere la musica, quando è suonata con la grazia e la perfezione di Gabriele Mirabassi, Pierluigi Balducci, Nando Di Modugno.  Con loro, David Riondino, che ha deliziato il giardino con letture poetiche e ironiche anch’esse aggraziate, sottili, ilari, tenere.
Un po’ difficile rendere a parole l’incanto, la piccola oasi di bellezza che questi quattro artisti sono riusciti a creare con suoni e parole nell’ambito della rassegna “ Il giardino ritrovato”, quello appunto, meraviglioso, di Palazzo Venezia.
Giardino ritrovato e “Amori sospesi”, così si chiama il Trio. E “Scanzonati” è lo spettacolo (anzi il “Concerto per trio e voce disturbante) che comincia con la voce di Riondino che, fuori campo, legge  Uma Palavra di Chico Buarque, l’ omaggio alla parola di un grande poeta – musicista.
Subito dopo, comincia la musica.  Che è un viaggio in Brasile, ma anche nei Girasoli di Henry Mancini, nelle composizioni originali di Gabriele Mirabassi, di Modugno e di Balducci, e che è tutta una suggestione di meraviglie sonore.  Un po’ perché clarinetto, chitarra e basso acustico insieme hanno un suono intenso e allo stesso morbido: sono poesia essi stessi. E un po’ perché la cura, la amorevole cura con cui ogni singola nota viene emessa da ogni singolo strumento è emozionante, percettibile in ogni vibrazione di corda e ad ogni vibrare di ancia: e questo significa dinamiche incredibilmente raffinate , “pianissimo” dal soffio a “forte” intensi e sempre, sempre bilanciati in un ascolto reciproco continuo. La poesia della musica che incontra la poesia della parola: quando David Riondino legge le deliziose poesie del poeta umoristico Ernesto Ragazzoni, il clarinetto segue docile la metrica del ritornello, appoggiando, sottolineando, dolcemente esaltando il significato di quelle parole così surreali ed eteree e ironiche:

Elegia del verme solitario

Solo è Allah nel Paradiso
del Profeta Makometto
solo è il naso in mezzo al viso
solo è il celibe nel letto,
ma nessun, da Polo a Polo,
come me sul globo è solo,
né mai fu, per quanto germe
ebbe lune del lunario,
perch’io solo sono il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario

.



E quando, come dicevo, si arriva ai Girasoli di Henry Mancini, la chitarra di Nando Di Modugno canta il tema, insieme a quella meraviglia di basso acustico dal timbro così pieno e, un po’, per noi inusuale, e l’aria diventa struggente, nostalgica, quasi dolente. Quando entra il clarinetto di Gabriele Mirabassi quasi ci si commuove, ascoltando in quel giardino isolato dal chiasso di Roma che pare impossibile essere stato in mano ad un dittatore che di certo nulla avrebbe colto di questa musica e di queste parole.
E poi c’è Fryderyk,  l’omaggio a Chopin scritto da Pierluigi Balducci, e Amori sospesi , di Nando Di Modugno, e Choro Dançado di Maria Schneider, e Frevo di Egberto Gismonti: tutti brani pieni di pathos, di equilibrio, di bellezza, e suonati con maestria. Quella maestria che quando la incontri ti ricordi cosa è che ti ha fatto innamorare della musica. Ti ricordi perché amavi così tanto la chitarra: perché la si può suonare come la suona Nando Di Modugno, con quella chiarezza espressiva che ti disvela tutte le voci, tutte le armonie, tutti i colori possibili. Ti ricordi perché amavi tanto il clarinetto: perché lo si può suonare come lo suona Gabriele Mirabassi, che lo tramuta in una voce, che parla e canta, senza parole.
Ti stupisci davanti a quel basso che prima di allora sapevi solo che esistesse ma non avevi mai sentito suonare, e che Pierluigi Balducci ti svela in tutta la sua gentile possenza di strumento  dagli armonici affascinanti.
In più ridi, perché ascolti le composizioni di “Joao Meschinho”. Alias David Riondino, che canzona un po’ l’amore infinito di Mirabassi per il Brasile: e ti ricordi cosa vuol dire ridere  con l’ironia sottile e non  artifizi pecorecci degli show televisivi. E conosci un poeta, Ragazzoni,  che non conoscevi se non perché qualcuno un giorno lo aveva, ti sembra, nominato.
Al termine di questo spettacolo, in un posto bellissimo, esci arricchito. Sapendo che c’è un altro livello di percezione della vita, possibile, che ti eri quasi dimenticato, in questo momento storico. Che non c’è solo bruttura, e annaspare, e dolore e dispiacere: ma che se si perseguisse la bellezza, la gentilezza, la cura, l’ironia, il mondo sarebbe migliore, e basterebbe poco. Se tutti fossimo più seriamente… scanzonati.

 

Richard Bona incanta la platea

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Spesso nelle cronache musicali si legge “musicista completo”, “artista a 360 gradi”; ma quali sono le caratteristiche per cui un jazzista potrebbe essere considerato in tal modo? A nostro avviso un musicista completo dovrebbe: innanzitutto possedere una più che solida preparazione tecnica; avere una fertile capacità compositiva e progettuale; saper arrangiare; ed eventualmente saper anche cantare… ultimo elemento, ma non certo per ordine di importanza, avere una buona presenza scenica, cioè saper stare sul palco, saper intrattenere il pubblico senza scadere nel banale o peggio ancora nella volgarità.
Ecco, per quanti hanno assistito domenica 17 luglio alla serata di apertura del 17° Sant’Elpidio Jazz Festival sarà stato facile riscontrare tutte queste doti nel protagonista del concerto, il bassista, multistrumentista e vocalist camerunense Richard Bona con “Mandekan Cubano” ovvero Osmany Paredes al piano, Dennis Hernandez alla tromba, Rey Alejandro al trombone, Luisito e Roberto Quintero alle percussioni e Ludwig Afonso alla batteria. L’ensemble ha presentato l’ultimo lavoro discografico , “Heritage”, che è anche il settimo album registrato da Bona a suo nome. Un album il cui senso è ben spiegato dallo stesso Bona laddove afferma che “La musica abbraccia le differenze e riunisce le genti cosa che non riescono a fare la politica e la religione. Gli schiavi, quando hanno potuto, hanno salvaguardato le musiche dei loro Paesi familiarizzando con gli strumenti di fattura europea dei loro padroni”.   (altro…)

I nostri CD. Dal minimalismo di Bärtsch alla fusion degli Yellow Jackets

a proposito di jazz - i nostri cd

Nik Bärtsch’s Mobile – “Continuum” – ECM 2464
ContinuumProva impegnativa questa del pianista svizzero Nik Bärtsch alla testa del suo gruppo “Mobile” con Sha clarinetto basso e clarinetto contrabbasso, Kaspar Rast e Nicolas Stocker batteria e percussioni, e il quintetto d’archi Extended costituito da Etienne Abelin e Ola Sendecki violini, David Schnee viola, Solme Hong e Ambrosius Huber cello. E già dall’organico si capisce abbastanza bene in quale orbita si muova il gruppo: una ricerca che cerca di coniugare il jazz da un lato con la musica colta contemporanea europea, dall’altro con il minimalismo di marca statunitense. In effetti Nik Bärtsch può vantare approfonditi studi di Conservatorio, anche se, ad onor del vero, in questo “Continuum” l’influenza predominante sembra essere quella del minimalismo americano. Di qui una musica incentrata sovente sulla reiterazione di minuscole celle melodiche che mutano pelle in modo quasi impercettibile. Il tutto sorretto da un robusto impianto ritmico che dimostra come Nik conosca assai bene anche il linguaggio jazzistico. Elemento, questo, che si riscontra anche nel brano conclusivo, “Modul 8_11”, che a tratti – ma solo a tratti – sembra quasi virare verso un andamento ritmico funky, Di impronta più nettamente cameristica sono, invece, “Modul 12”, “Modul 18” e “Modul 60” ; “Modul 44” – il brano più lungo dell’ album – è introdotto da un bel gioco di spazzole per poi svilupparsi su un ostinato eseguito dal pianoforte mentre in “Modul4” il gruppo insiste troppo sulla riproposizione del medesimo gruppo di note. Tra gli esecutori, oltre il leader, una nota particolare la merita Sha, compositore, sassofonista e clarinettista ; classe 1983, Sha ha studiato presso la Jazz School di Lucerna avendo come insegnanti Don Li, Sujay Bobade , Bänz Oester e lo stesso Nik Bärtsch; in questo album suonando con perizia il clarinetto basso, non ha minimamente fatto rimpiangere l’assenza del contrabbasso. Insomma un album ben costruito, ben studiato e altrettanto ben suonato… anche se alle volte il gioco della reiterazione può indurre nell’ascoltatore una certa stanchezza, cosa che andrebbe assolutamente evitata.

Carla Bley – “Andando el Tiempo” – ECM 2487
Andando El TiempoDi recente ci siamo occupati degli ottanta anni di questa straordinaria e geniale artista che torna a stupire il mondo del jazz con questa sua ultima produzione. Coadiuvata da
Andy Sheppard al sax tenore e soprano e dal compagno di vita e di musica Steve Swallow al basso, Carla evidenzia ancora una volta quanto sia ampia la sua capacità compositiva e come sia ancora fresco ed entusiasmante il suo pianismo. E la cosa , ad onor del vero, non stupisce più di tanto ove si tenga presente che i tre collaborano oramai da tanti anni nulla perdendo dell’originario entusiasmo, anzi aggiungendo sempre qualcosa in termini di empatia. Per averne conferma basta riascoltare “Trios” inciso qualche anno dalla stessa formazione e confrontarlo con questo “Andando el Tiempo”: i tre, se possibile, dimostrano di conoscersi ancora meglio e di saper dialogare su livelli di quasi perfezione, anche perché questa volta le composizioni sono tutte nuove. In effetti l’album ha una genesi particolare dal momento che la Bley ha scritto la musica rispondendo al preciso invito di Manfred Eicher , patron della ECM, di realizzare un disco che raccontasse una storia. Ecco quindi ‘Sin Fin’, ‘Potacion de Guaya’ e ‘Camino al Volver’ (i tre brani attraverso cui si articola la suite che da il titolo all’album) a fotografare il recupero dalla dipendenza dalle droghe di un amico della Bley. Di qui l’uso del ritmo di tango, come espressione di pathos, per evidenziare la caduta e la lotta. ‘Naked Bridges/Diving Brides’ è il regalo di nozze per il matrimonio di Andy Sheppard, influenzato – ammette la stessa Bley – dalla poesia di Paul Haines, librettista di Carla per opere precedenti tra cui ‘Escalator Over The Hill’, e dalla musica di Mendelssohn la cui marcia nuziale viene esplicitamente richiamata . Infine ‘Saints Alive!’ racconta la Bley – è ‘un’espressione usata da vecchie signore sedute sotto il portico nel fresco della sera, mentre si scambiano pettegolezzi particolarmente succosi’, clima reso perfettamente dal dialogo raffinato ed elegante tra Steve Swallow e dapprima il piano della Bley e successivamente il sax di Andy Sheppard. Ma, come si accennava in precedenza, è tutto l’album ad essere caratterizzato da questo dialogo fra i tre che producono un jazz da camera in cui il pianismo così misurato, quasi minimale si coniuga alla perfezione con il lirismo dei sassofoni di Sheppard mentre Swallow si incarica di cucire il tutto con l’enorme carica di swing, alle volte sotterranea ma sempre ben presente che scaturisce dal suo basso elettrico. Il tutto senza che minimamente si avverta la mancanza della batteria.

Wolfert Brederode Trio- “Black Ice” – ECM 2476
Black IceWolfert Brederode al piano, Gulli Gudmundsson al contrabbasso e Jasper van Hulten alla batteria sono i protagonisti di questo interessante album registrato nel luglio del 2015 all’Auditorium dello Studio RSI di Lugano. In effetti si tratta di un trio abbastanza atipico in quanto è costituito da due olandesi (il pianista-leader e il batterista) e un islandese (il contrabbassista); la collaborazione tra Brederode e Gudmundsson data oramai da molti anni passando dal free alla musica per teatro mentre l’innesto del batterista è piuttosto recente, non a caso “Black Ice” è il primo album inciso da questa formazione dopo i due precedenti CD in casa ECM registrati da un quartetto sempre guidato dal pianista ma comprendente Claudio Puntin (clarinetti), Mats Eilertsen (contrabbasso) e Samuel Rohrer (batteria). Quali le differenze tra i due contesti? A nostro avviso la formula del trio valorizza meglio le raffinatezze del pianismo di Wolfert, la sua capacità di delineare un’atmosfera facendo ricorso solo a poche note, il suo controllo della dinamica, il suo senso melodico ben supportato da una capacità di armonizzazione non comune, il suo tocco così delicato e deciso allo stesso tempo: non a caso ha conseguito i masters degree sia in piano classico sia in piano jazz al Royal Conservatory dell’Aia. Prima avevamo accennato alla lunga collaborazione tra Brederode e Gudmundsson e se ne ha l’ennesima dimostrazione già a partire dal brano d’apertura, “Elegia”, in cui il contrabbasso sottolinea al meglio le invenzioni melodiche di Wolfert mentre Jasper van Hult si dimostra innesto quanto mai felice riuscendo a trovare immediatamente una felice intesa con i compagni di viaggio. In repertorio 13 brani scritti da Brederode eccezion fatta per “Conclusion” di Gudmundsson, tutti intrisi di un profondo lirismo; difficile citarne qualcuno in particolare anche se particolarmente ci ha colpiti “Cocoon”, impreziosito da uno splendido assolo di Gulli Gudmundsson.

Greg Burk – Clean Spring” – SteepleChase 33124
clean-springStatunitense di nascita ma italiano (romano) d’adozione, Greg Burk è artista le cui doti, a nostro avviso, non sono state ancora valorizzate come meriterebbero. E che si tratti di un fior di musicista lo evidenzia a tutto tondo quest’album registrato dal vivo al Teatro Marchetti di Camerino per la prestigiosa SteepleChase nel marzo del 2015. Greg affronta la prova del piano-solo declinandola attraverso quattordici tracce tutte di sua composizione ad evidenziare anche una felice vena compositiva. Greg conosce a fondo lo strumento e lo utilizza in tutta la sua ampiezza con una perfetta indipendenza tra le due mani e un fraseggio fluido, scattante sorretto sempre da pertinenti armonizzazioni. Il tutto guidato da una forte idea di base: ricercare la modernità attraverso l’improvvisazione e la sperimentazione restando, però, in qualche modo ancorato alla tradizione. Di qui una ricerca affatto personale che lo ha portato ad ottenere quei brillanti risultati che si possono apprezzare in quest’ album. Ecco quindi l’omaggio contemporaneamente ad uno dei suoi grandi maestri e alla forma blues in “Blues For Yusef Lateef” mentre in altre tracce come, ad esempio, “A Simple Question” , “Four Reasons”, “Ionosphere” appare evidente la prevalenza dell’improvvisazione. La vena melodica emerge forte in brani quali “Solo una camminata”, “Serena”, “Amore trovato”, lo splendido “Tonos” mentre la title tracke è un delizioso bozzetto caratterizzato da una forte carica ritmica. “Escher Dance” è una sorta di enciclopedia di tecnica pianistica con una continua serie di variazioni tonali e con la mano destra di Burk che vola velocissima sulla tastiera. Il disco si chiude con “Not Forever” un brano di largo respiro in cui si ascolta, tra l’altro, una citazione di “NatureBoy”.

Danielsson, Neset, Lund – “Sun Blowing” – ACT 9821-2
sunblowingIl trio composto da sax tenore, basso e batteria non è certo una novità nel mondo del jazz ma è una formula sempre vincente soprattutto se ad interpretarla sono musicisti quali Marius Neset al sax tenore, Lars Danielsson al basso e Morten Lund alla batteria a costituire una sorta di internazionale scandinava essendo rispettivamente norvegese, svedese e danese. L’idea della registrazione è stata di Morten Lund che ben conosceva gli altri due anche se in realtà il trio si è trovato a registrare in studio senza mai aver suonato assieme. Insomma una scommessa vera e propria che è stata vinta grazie alla brillantezza strumentale di tutti e tre i musicisti e di quell’alchimia che alle volte si crea senza una specifica ragione se non la gioia di suonare assieme. In effetti alle prese con un repertorio di otto brani scritti dai tre con l’aggiunta di “The Cost Of Living” di Don Grolnick, i tre dimostrano di trovarsi a meraviglia: il disegno degli spazi è ottimale così come le improvvisazioni dei singoli che ben si inseriscono nel tessuto complessivo disegnato da batteria e contrabbasso. Comunque, a nostro avviso, una menzione particolare la merita il sassofonista Marius Neset, a suo agio in tutti i brani, e in grado di elaborare un linguaggio, un fraseggio che pur prendendo le mosse dal connazionale Jan Garbarek riesce poi a risultare personale e caratterizzato da un sound ricco, pieno, a tratti potente a tratti dolcemente espressivo: lo si ascolti particolarmente in “Salme” una sua composizione e a nostro avviso uno dei brani meglio riusciti dell’intero album.

Jack DeJohnette/Ravi Coltrane/Matthew Garrison (NO) – “In Movement” – ECM 2488
inmovementQuesto album, almeno per il celebrato batterista, ha una valenza che va ben al di là del fatto squisitamente musicale e che viene esplicitata dallo stesso DeJohnette in una breve nota di copertina: “Matthew – spiega Jack – è il mio figlioccio e ha trascorso molti anni con la mia famiglia durante la sua fanciullezza e Ravi l’ho conosciuto sin da quando era un bambino così lo considero come se fosse un mio figlio”. Senza contare che Jack , nel passato, ha avuto modo di suonare con i padri di ambedue questi giovani musicisti. Non è quindi un caso che l’album si apra con “Alabama” un celebre brano di John Coltrane. Ma non è questa la sola dedica dell’album: ecco quindi “Blue In Green” di Miles Davis e Bill Evans, “Serpentine Fire”, in onore di Maurice White, fondatore degli Earth, Wind and Fire (e ancora una volta Jack ha suonato con tutti e tre questi artisti), “Two Jimmys” in onore di Jimi Hendrix e Jimmy Garrison, mentre “Rashied” è dedicato al batterista Rashied Ali. Insomma un repertorio ricco di riferimenti storici che non possono passare inosservati. Occorre sottolineare come questo trio sia enormemente migliorato nel corso degli anni: lo avevamo ascoltato in concerto nel 2014 e fu una serata insoddisfacente, tanto per usare un eufemismo. I tre apparivano completamente sconnessi, come se mai avessero provato prima di quella serata. E’ stato, quindi, un vero piacere sentire questo album in cui, viceversa, i tre evidenziano un’empatia straordinaria. Il leader, impegnato sia dietro i tamburi e percussioni elettroniche sia al pianoforte, detta i tempi delle esecuzioni e Matthew Garrison al basso elettrico è in grado di seguire gli input del laeder a disegnare un tappeto armonico-ritmico in cui si inserisce perfettamente Ravi Coltrane, positivo con tutti e tre i sassofoni utilizzati: tenore, soprano e sopranino. Il risultato è notevole: DeJohnette è quel grandioso musicista che non ha certo bisogno di ulteriori presentazioni; qualche parola in più è necessaria per i suoi partners: Garrison dimostra di avere un senso compiuto dello spazio entro cui muoversi mentre Ravi ha elaborato un sound molto personale anche al sopranino. I brani sono tutti notevoli con una menzione particolare per le due ballad composte da DeJohnette, “Lydia” dedicata alla moglie e “Soulful Ballad” in cui DeJohnette suona il suo primo strumento, vale a dire il pianoforte. Per chi, viceversa, predilige i climi infuocati, il pezzo forte è costituito da “Rashied” un duetto al fulmicotone tra batteria e sopranino.

Duke Ellington – The Complete Newport 1956 Concert – Essential Jazz Classics 55687 – 2 CD
Thew complete newportRecensire questo doppio CD è impresa quanto mai facile: sarebbe sufficiente dire che si tratta di uno dei migliori jazz festival mai organizzati (basti confrontarne i programmi con quelli odierni; oltre Ellington c’erano Louis Armstrong e Buck Clayton) e che l’orchestra registrata il 7 luglio del 1956 è una delle migliori in assoluto che mai abbia calcato i palcoscenici del jazz. In effetti in quegli anni la big band del Duca era in forma smagliante, impreziosita da solisti che davvero hanno fatto la storia del jazz quali, tanto per fare qualche nome, Clark Terry, Quentin Jackson, Jimmy Hamilton, Johnny Hodges, Paul Gonsalves, Harry Carney, per non parlare della straordinaria sezione ritmica costituita dallo stesso Ellington al piano, Jimmy Wood o Al Lucas al contrabbasso e Sam Woodyard alla batteria. Così abbiamo l’opportunità di riascoltare alcune interpretazioni che sono rimaste memorabili come ad esempio l’assolo con 27 chorus di Paul Gonsalves al sax tenore in “Diminuendo and Crescendo in Blue”. Ma il pregio di questa nuova edizione non consiste solo nel riproporre la versione integrale dello storico concerto del ’56. Sono aggiunte le tracce registrate in studio due giorni dopo lo show e l’intera session realizzata in studio nel marzo dello stesso 1956 nonché alcune tracks molto rare tratte da una trasmissione radiofonica a New York tre mesi prima del concerto a Newport.

Fats O – “On Tape” – jazzhaus 123
OnTapeDisco divertente e curioso questo “On Tape” che vede protagonista ‘fatsO’, un ensemble colombiano la cui musica trae evidente ispirazione dal blues così come dal jazz e dall’hard rock: Disco curioso, dicevamo, ed in effetti da musicisti provenienti dalla Colombia, e in modo specifico dalla sua capitale Bogotà, ci si aspetterebbe musica latina nell’accezione più completa del termine. Ed invece ecco questo settetto capitanato da Daniel Restrepo bassista dalla buona tecnica ma soprattutto vocalist dotato di una voce roca e suadente al tempo stesso; accanto a lui una ricca front line con i clarinettisti e sassofonisti Daniel Linero, e Elkin Hernandez, Cesar Daniel Caicedo al sax alto , Pablo Beltran al sax tenore, mentre la sezione ritmica è completata da Santiago Jiménez, chitarrista di formazione classica e Cesar Morales alla batteria con l’aggiunta, quale special guest, dell’alto-sassofonista Daniel Bahamon in “Crying Out”. In repertorio dieci tracce tutte firmate, parole e musica, da Daniel Restrepo che, alla già citata sapienza interpretativa, accoppia una felice vena compositiva. In effetti le sue creazioni disegnano atmosfere molto variegate: così, ad esempio, si passa dallo swingante e allegro “Hello” che apre l’album alla più dolce “It’s Getting Bad” a evidenziare le doti di Santiago Jimenez alla chitarra; dal clima vagamente fusion e malinconico di “Crying Out” in cui il leader duetta con un clarinetto (onestamente non sappiamo da chi imboccato) strumento tipico della tradizione boliviana e chiuso da un bell’assolo di Daniel Bahamon al sax alto, al rock-blues spigoloso e piuttosto duro di “Out of control”; “Pimp” è forse il brano più jazzistico dell’intero album con in bella evidenza la batteria di Cesar Morales e la front line di fiati cui fa seguito il blueseggiante “Movie Star”. “Oye Palo” si caratterizza per essere l’unico brano in cui Restrepo ha fatto ricorso alla lingua spagnola e di conseguenza a stilemi che si rifanno chiaramente alla musica folkloristica boliviana. L’album si chiude con “I’ll Be Fine” , ancora un saggio di bravura di Restrepo come vocalist che in questa occasione richiama, almeno a parere del vostro cronista, il Joe Cocker dei tempi migliori; significativa anche la performance del chitarrista Santiago Jimenez.

Michael Formanek, Ensemble Kolossus – “The Distance” – ECM 2484
TheDistanceImpresa davvero colossale, tanto per citare il nome dell’ensemble, questa intrapresa dal bassista californiano Michael Formanek alla testa di un vasto organico di ben diciotto elementi tra cui non mancano nomi di spicco quali Ralph Alessi , Kris Davis , Oscar Noriega, Chris Speed, Mark Helias che dirige la band anche nei concerti e qualche sorpresa come ascoltare Tim Berne al sax baritono. Insomma un ensemble davvero stellare per una musica che senza dubbio costituisce uno dei non molti capolavori registrati in questi ultimi anni. Le composizioni di Formanek sono di ampio respiro, illuminate da variabili colori orchestrali, da una certa carica di swing anche se alle volte sottotraccia, da un alternarsi di tensione e distensione, da una struttura solida al cui interno i vari solisti trovano la possibilità di esprimere le proprie potenzialità. E’ il caso dello stesso leader sempre straordinario al contrabbasso, ma altresì di molti altri musicisti che con le loro performances riescono a caratterizzare alcuni momenti della lunga suite, “Exoskeleton”, attraverso cui si articola l’album aperto dai sei minuti della title tracke , inusuale preambolo della suite stessa: così, ad esempio, il trombonista Ben Gerstein e la chitarrista Mary Halvorson costituiscono il fulcro su cui ruotano, rispettivamente, la terza e la quinta parte della suite. Ma i momenti più interessanti sono quelli in cui l’orchestra si esprime a pieno organico , compatta, solida…fino al pirotecnico finale in cui ascoltiamo un’improvvisazione collettiva straordinaria per inventiva e allo stesso tempo rispetto della forma: un equilibrio davvero difficile da raggiungere in situazioni del genere.

Allan Harris – “Black Bar Jukebox” – Love Records 233921
Black Bar JukeBoxNato il 4 aprile 1956 a Brooklyn, il vocalist, chitarrista, e compositore Allan Harris può vantare, tra l’altro, numerosi awards tra cui il New York Nightlife Award for “Outstanding Jazz Vocalist” – vinto per ben tre volte – il Backstage Bistro Award for “Ongoing Achievement in Jazz,” e l’ Harlem Speaks “Jazz Museum of Harlem Award.” Il titolo di questo nuovo album è quanto mai esplicativo: attraverso la menzione del jukebox, Harris intende rendere omaggio a tutta una serie di grandi artisti del passato più o meno recente, anche modificando in qualche modo i suoi punti di riferimento. In effetti prima Harris veniva considerato una sorta di straordinaria sintesi di Nat King Cole, Frank Sinatra e Tony Bennett mentre in quest’ultima realizzazione, sotto la guida del produttore Brian Bacchus (lo stesso di Gregory Porter) allarga il suo raggio d’azione includendo in repertorio brani jazz, R&B, country, blues, soul, e musica latina, sia con pezzi originali sia con composizioni di James Moody, Lester Young, Elton John e Bernie Taupin, Rodgers e Hart, Kenny Rankin e John Mayer a disegnare un mosaico tanto variegato quanto affascinante. Alla testa di un sestetto con il batterista Jake Goldbas, il bassista Leon Boykins, il pianista/tastierista Pascal Le Boeuf, con l’aggiunta in veste di special guests del percussionista Samuel Torres e del chitarrista Yotam Silbersteinadd, Allan Harris evidenzia come il suo talento sia rimasto immutato nel corso degli ani. La bellezza della voce caratterizzata da un registro che oscilla tra tenore e baritono e la capacità di interpretare con assoluta padronanza e pertinenza brani tra loro così diversi sono doti proprie solo dei grandi artisti: si ascolti con quanta disinvoltura Allan passi da pezzi quali “I Got A Lot Of Livin’ To Do”, o “Lester Leaps In” un classico di Lester Young trasformato da Eddie Jefferson nel vocalese “I Got The Blues”, o lo swingante “Love’S The Key” tutti di chiara impostazione jazzistica, a “Catfish” di impronta latineggiante, al funky-soulful di “Take Me To The Pilot” un hit di Elton John e Bernie Taupin…fino al sorprendente “Daughters” di John Mayer in cui Allan suona la chitarra acustica disegnando atmosfere che in qualche modo si riallacciano alla mitica Motown.

Stan Kenton – “The Stuttgart Experience” – SWR 457
The Stuttgart ExperienceLa leggenda del cosiddetto progressive jazz, Stan Kenton, guida una delle più celebri, innovative ma allo stesso tempo controverse formazioni che abbiano illuminato le scene jazzistiche internazionali. L’orchestra è qui registrata durante un concerto tenuto a Stoccarda il 17 gennaio del 1972: La band è infarcita di nomi importanti quali, tanto per citarne qualcuno, Ray Brown, Fred Carter, Richard Torres, e soprattutto il batterista John van Ohlen… oltre naturalmente allo stesso leader al piano. In quel periodo la band attraversava un momento particolarmente felice e aveva introdotto in repertorio alcuni nuovi brani che si possono ascoltare nell’album in oggetto quali il latineggiante “Malaga” di Bill Holmann , un nuovo arrangiamento della “Rhapsody in Blue” ad opera dello stesso Holmann e il brano portante della colonna sonora del film “Love Story” scritto da Francis Lai . Ebbene, a distanza oramai di molti anni, forse si possono abbandonare le polemiche e riconoscere che, al di là dei gusti personali, Stan Kenton fu un grande musicista e che le formazioni da lui dirette erano organici di grande spessore, in grado di interpretare anche le partiture più ostiche senza alcuna difficoltà apparente. Anche la band che si ascolta a Stoccarda è semplicemente poderosa: Kenton , come al solito, ama agire sulle masse sonore, sovrapponendole o allineandole nel tentativo, rivelatosi comunque utopistico, di fondere in un unicum jazz e musica classica. Di qui un flusso sonoro imponente, costante che si riversa sull’ascoltatore con un sound che è divenuto un vero e proprio marchio di fabbrica delle orchestre kentoniane. Tra i brani presenti nell’album due ci hanno particolarmente colpiti soprattutto per la bontà degli arrangiamenti e la qualità degli interventi solistici: “Rhapsody in Blue” arrangiato da Bill Holman e impreziosito da Chuck Carter nell’occasione al sax baritono e “Intermission Riff” con un centrato assolo del bassista John Worster.

Golfam Khayam, Mona Matbou Riahi – “Narrante” – ECM 2475
NarranteDue straordinarie artiste iraniane, Golfam Khayam alla chitarra e Mona Matbou Riahi al clarinetto, hanno formato il “Naqsh Duo” decidendo di proseguire all’estero i propri studi musicali ma restando in qualche modo legate alle proprie tradizioni. Di qui una musica davvero personale, sotto molti aspetti affascinante, raffinata anche se di non facilissima lettura per un pubblico occidentale poco abituato ai microtoni, ai ritmi, ai cicli improvvisativi propri della musica orientale. Questo “Narrante” costituisce il loro debutto in casa ECM ed è la prima volta che un album prodotto da Manfred Eicher viene edito contemporaneamente in Europa e in Iran. Il repertorio è declinato su nove tracce originali delle due musiciste alla ricerca di un contatto tra oriente e occidente. Evidentemente qui siamo ben lontani da quel che si intende per jazz anche se, ascoltando con attenzione l’album, sembra potersi rinvenire qua e là una pratica improvvisativa certo non sconosciuta alle due. In effetti dal punto di vista tecnico-strumentale Golfam e Mona sono preparatissime, tanto per usare un eufemismo, per cui possono benissimo abbandonare la pagina scritta per addentrarsi in territori sconosciuti ed uscirne senza problema alcuno. Il loro tocco è straordinario, la visione musicale sempre coerente, l’intesa profonda: basta ascoltare un qualsiasi brano per rendersi immediatamente conto di come le due si conoscano alla perfezione intrecciando le loro voci strumentali in un dialogo fitto, incessante. In precedenza accennavamo a come il duo non intenda distaccarsi completamente dalle proprie tradizioni e lo dimostra il fatto che alcuni dei brani si richiamano esplicitamente a tale passato: così, ad esempio, la title tracke trae ispirazione dal Guati , una cerimonia di guarigione del Baluchistan caratterizzata da figure ritmiche ripetitive e scale pentatoniche mentre “Lacrimae” evidenzia l’influenza delle tradizioni improvvisative canore del Kurdistan. (altro…)