“Il jazz italiano per le terre del sisma” con oltre 30.000 partecipanti

 

La scossa di martedì scorso (5 settembre) – con epicentro a Campotosto vicino L’Aquila – ha ricordato quanto sia ancora profonda e aperta la “ferita” dei terremoti che hanno colpito quattro regioni dell’Italia centrale (Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche) tra il 2009 e il 2016. Attraverso la musica, la solidarietà, la mobilitazione di jazzisti e pubblico – in una chiave ricostruttiva e positiva – la rassegna “Il jazz italiano per le terre del sisma” (31 agosto-3 settembre) aveva riacceso i riflettori sui luoghi terremotati pochi giorni prima, per non dimenticare e per guardare al futuro.  Iniziata a Scheggino e transitata per Camerino, la manifestazione ha fatto tappa il 2 ad Amatrice. Qui sarà costruito ex-novo un Centro Polifunzionale, uno spazio per le arti; vista l’impossibilità di riedificare lo storico cinema-teatro Garibaldi, tutti i fondi raccolti dall’iniziativa dei jazzisti italiani (fin dall’edizione 2016) saranno destinati a questo luogo-simbolo. Nel sito dove sorgerà il Centro Polifunzionale di Amatrice hanno suonato Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura, tromba e bandoneon, in un evento di apertura promosso dalla Croce Rossa Italiana (proseguito, poi, con altri concerti nel piazzale dell’ex Istituto Alberghiero).

Ma è stato a L’Aquila – come nella I edizione del 2015 – che si è concentrata domenica 3 settembre la maggioranza degli eventi: diciotto palchi sparsi nella città dove circa settecento jazzisti italiani di varie regioni, stili e generazioni (in base ad un democratico criterio di rotazione) hanno suonato (esibendosi gratuitamente) dalle 11 all’una di notte.

Alle spalle di questa mobilitazione di energie positive ci sono enti, strutture e persone. “Il jazz italiano per le terre del sisma” è stato promosso da Mibact, 723a Perdonanza Celestiniana nonché dalle città de L’Aquila, Amatrice, Scheggino e Camerino. Sponsor principale è la SIAE ma la costruzione materiale dell’esteso happening sonoro è frutto del lavoro del direttore artistico Paolo Fresu, di I-Jazz (che raccoglie parecchi festival e organizzatori nazionali), dell’associazione MIDJ (Musicisti Italiani di Jazz, con la sua dinamica presidentessa Ada Montellanico) e della romana Casa del Jazz. Come per le precedenti edizioni, si è realizzato un coordinamento di settore non comune nel nostro Paese, attraverso un lavoro preparatorio (volontario e gratuito) durato molti mesi.

Tanto lavoro ha rischiato di esser messo in forse dal maltempo ma – dopo una notte di forti temporali –  il sole si è alternato alle nubi consentendo lo svolgimento della rassegna all’aperto (anche se erano state predisposte situazioni al chiuso). Trentamila le persone che sono alla fine transitate a L’Aquila per “Il jazz il jazz italiano per le terre del sisma”, un risultato importante considerate le minacce atmosferiche e il ripetersi “usurante” di iniziative di solidarietà.

Pubblico, musicisti e politici (dal ministro Franceschini al sindaco Pierluigi Biondi) si sono ritrovati nel concerto di apertura alla Fontana delle 99 Cannelle alle 11: luogo fortemente simbolico per la gente aquilana, restaurato e magnifico sotto il sole; ben visibile, tuttavia, dalla fontana un edificio transennato ed inagibile. La voce di Peppe Servillo ed i Solis String Quartet hanno dato corpo alla magia della musica, a quell’immateriale che serve al materiale per credere ancora nella vita, nella bellezza. Gli artisti si sono esibiti in un repertorio di brani della canzone napoletana, con omaggi a Fausto Cigliano e Nino Taranto. Il primo appuntamento ha visto anche discorsi e premi, con un chiaro impegno per la ricostruzione da parte della politica e la volontà concreta di contribuire alla rinascita della città da parte del jazz italiano.

Per il secondo concerto (ore 12) si è saliti dalla Fontana delle 99 Cannelle all’area dov’era la Casa dello Studente (vi hanno cantato le Saint Louis Voices, dirette da Milena Nigro); il percorso mette drammaticamente in evidenza quanto ancora ci sia da riedificare. Ancora sul posto una parte delle macerie dell’edificio dove sono morti otto studenti universitari ma altri quarantasette – alloggiati in case private – sono scomparsi per il terremoto del 2009. Sono stati ricordati prima del concerto e si è chiesto un “luogo della memoria” per non dimenticarli.

Dalle 14 sino all’una di notte “Il jazz italiano per le terre del sisma” si è articolato su altri sedici palchi; ben presenti misure di sicurezza che, comunque, non hanno limitato la possibilità di fruire dei molteplici appuntamenti e percorsi sonori. Dal duo alla big-band si è ascoltato un variegato spaccato stilistico e generazionale della musica di ispirazione afroamericana nel nostro paese. In ogni sede di concerto c’era, inoltre, la possibilità di versare un contributo economico per il centro polifunzionale di Amatrice; il pubblico, soprattutto a partire dalle ore 16, è iniziato ad aumentare fino alla cifra già ricordata di 30.000 persone. In vendita in alcuni punti c’era anche il nuovo libro curato dall’associazione MIDJ che racconta – attraverso foto e testimonianze di musicisti – l’edizione dell’altr’anno: “il jazz italiano per Amatrice” (coordinamento editoriale di Marcello Allulli; comitato redazionale di Maria José Galindo e Paolo Soriani; 190 pagine, euro 25). I fondi raccolti con la vendita del volume di grande formato, pagate le spese di realizzazione, andranno sempre per la struttura culturale amatriciana.

Un vero peccato che la parte serale dei concerti tenutasi nel piazzale davanti alla Basilica di Collemaggio (ancora in restauro) – condotta da Geppi Cucciari –  sia slittata di un’ora e mezza nel suo svolgimento. Per questo motivo hanno suonato ad ora troppo tarda il pianista Enrico Intra (in duo con Marcella Carboni all’arpa) e Marcello Rosa (con una formazione di soli tromboni), musicisti ultraottantenni di grandissima levatura a cui, peraltro, MIDJ ha dato un premio alla carriera. Uno svarione organizzativo che ha visto il pubblico, complici le temperature rigide, scemare dopo il concerto di Mario Biondi (preceduto da banda di Paganico, big-band del Conservatorio de L’Aquila diretta da Massimiliano Caporale, quartetto di Gegè Munari e seguito dal duo Franco Ambrosetti/Dado Moroni) e prima dei “senatori” Intra e Rosa: si sarebbe potuto evitare modificando la scaletta degli interventi, che sono proseguiti con i recital di Gegè Telesforo “SoundzforChildren”, del pianista Rossano Sportiello, di Remo Anzovino e Roy Paci in “Fight for Freedom – Tribute to Muhammad Ali”.

Nel corso del pomeriggio chi scrive ha avuto la possibilità di ascoltare alcuni recital, che si susseguivano nei vari luoghi a distanza di un’ora o quarantacinque minuti. La centrale piazza Duomo – dove i restauri procedono – ha ospitato in un vasto palco formazioni orchestrali, tra cui la Roberto Spadoni & New Project Orchestra; la formazione – diretta dal chitarrista e didatta romano – vede, tra gli altri, Roberto Cipelli al piano, Giovanni Falzone alla tromba e Mauro Beggio alla batteria ed ha un repertorio vivace ed originale che si rifà all’album “Travel Music: l’Italia dal finestrino” (Alfa Music). Lungo l’asse centrale di corso Vittorio Emanuele si affacciano edifici storici i cui chiostri sono stati luoghi di musica. A palazzo Cappa Cappelli il trombettista/flicornista Giovanni Di Cosimo si è esibito con il gruppo elettrico “Nu”, in una formula che attualizza il linguaggio davisiano arricchendolo di tensioni e visioni contemporanee. Poco distante c’è Palazzo Natellis che ha visto l’applaudito recital di Marco Colonna (ance), Eugenio Colombo (ance, flauto) ed Ettore Fioravanti (batteria), il trio “Rahsaan” che propone un’originale e policroma lettura del repertorio di Roland Kirk.

Centralissimi la basilica di San Bernardino e la scalinata ad essa antistante. Come nel 2015, all’interno della magnifica chiesa si sono susseguiti recital pianistici fra cui quelli di Roberto Magris e Mario Piacentini. Quest’ultimo ha saturato lo spazio con brani dal sapore ora minimalistico ora più decisamente jazzistico, arrivando a distillare suoni in grande sintonia con lo spazio e gli spettatori. Sulla scalinata – con una magnifica vista sugli Appennini e su una zona de L’Aquila ancora caratterizzata dalle gru – ha suonato l’orchestra “L’Insiùm” del pianista Glauco Venier e del direttore-arrangiatore Michele Corcella, formazione eccellente con musicisti friulani e di varie parti d’Italia (Mirco Cisilino, Antonello Sorrentino, Simone La Maida, Michele Polga, Alfonso Deidda tra gli altri). Questo “laboratorio permanente di ricerca musicale” ha proposto prevalentemente musiche del cinquecentesco Giorgio Mainiero, oltre ad un “Dear Lord” in omaggio a Coltrane davvero mistico. Sempre sulla scalinata si è materializzata la musica di Jimi Hendrix nella non-filologica e corrosiva versione del gruppo MIDJ Espresso: Giovani Leoni “Purple Whales”, con – tra i vari – Simone Graziano, Alessandro Lanzoni e Dimitri Grechi Espinoza. Alla fine del corso V.Emanuele, in direzione della basilica di Collemaggio, c’era il palco della Villa Comunale che ha offerto il MatTrio, con il sax tenore di Marcello Allulli, la chitarra di Francesco Diodati e la batteria di Ermanno Baron: un gruppo dal linguaggio intenso e tagliente che declina il jazz nelle tensioni e nella dimensione contemporanea.

Tanti altri musicisti in tanti altri luoghi: piazza S.Margherita e piazza dei Gesuiti, l’interno e l’esterno dell’Auditorium del Parco (creato da Renzo Piano), palazzo Lucentini Bonanni, il ponte della Fortezza Spagnola, piazza Chiarino, parco del Castello, chiese del Crocifisso e di S.Giuseppe Artigiano… Camminando tra un concerto e l’altro un anonimo ha detto ai suoi amici: “Questa è L’Aquila che mi ricordo”; speriamo che non lo sia per un giorno l’anno e che tutti i luoghi colpiti dal sisma possano risorgere in una rinnovata dimensione, con l’aiuto – piccolo o grande – del jazz italiano che nel 2018 sarà per l’ultima volta a L’Aquila nella formula solidale e militante sinora utilizzata.

 

Nicola Puglielli tra standards e originals

 

Cari amici,

ci risiamo… o meglio ci ritentiamo. Martedì 7 febbraio riprendono le guide all’ascolto con Nicola Puglielli e la sua chitarra.

Quanti mi seguono, ricorderanno forse l’esperienza delle “Guide all’ascolto” che per alcuni anni ho condotto alla Casa del Jazz con buon successo.

Adesso, purtroppo, alla Casa del Jazz, per motivi prettamente economici, non è possibile ripetere queste esperienze per cui mi son dato da fare per trovare altri luoghi idonei. Qualche tempo fa, da un piccolo teatro mi era stata offerta la possibilità di organizzare una serata dedicata all’importanza della chitarra nella storia del jazz con il grande chitarrista Nicola Mingo; la serata andò bene e c’erano tutte le premesse per andare avanti ma non se n’è fatto alcunché dato che i gestori del locale si dimostrarono, per usare un eufemismo, poco gentili.

Adesso ho trovato un altro spazio particolarmente idoneo, con una bella sala che sembra fatta apposta per ospitare eventi musicali e altre salette che possono accogliere quanti alla musica non sono interessati: si tratta delle “Officine San Giovanni”, site in Largo Brindisi, 25.

Il primo appuntamento, come accennato in apertura, è fissato per martedì 7 febbraio dalle ore 19 alle 20,30. Protagonista la chitarra solo di Nicola Puglielli che presenterà un repertorio in cui accanto a noti standards quali “Nostalgia in Times Square” di Charles Mingus e “Django” di John Lewis figurano composizioni originali dello stesso Puglielli.

La passione di Puglielli per la chitarra e per il jazz inizia già negli anni settanta, quando frequenta i mitici locali romani come il “Music Inn” ove si fa le ossa suonando con grandi musicisti italiani come Massimo Urbani e Giovanni Tommaso. Più tardi si dedica intensamente allo studio del jazz, della chitarra classica e dell’arrangiamento sotto la guida di Gerardo Iacoucci. Sulla sua strada incontra jazzisti come Kirk Lightsey, Tony Scott, Steve Grossman e Philip Catherine, ma collabora anche con importanti compositori come Nicola Piovani e con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma.

Molte e variegate le esperienze in sala di registrazione con artisti quali Gerardo Iacoucci, Luis Bacalov, Manuel De Sica,  Germano Mazzochetti, Miriam Meghnagi, Gianfranco Reverberi, Lilli Greco, Nicola Piovani.

Come compositore ha ottenuto diversi riconoscimenti in concorsi internazionali come il Carrefour Mondial de la Guitare in Martinica con “In The Middle”. Ha composto le musiche di “Viva Ingrid!”, regia di Alessandro Rossellini, presentato al Festival del Cinema di Venezia del 2015.

Due i CD a suo nome: il primo, “In the Middle”, è stato prodotto nei 2000 dall’etichetta tedesca Jardis ed ha suscitato grande interesse da parte della critica che definisce Puglielli “una nuova stella della chitarra jazz” (Akustik Gitarre, Germania) e “una sorpresa per chi aveva dimenticato la chitarra acustica” (All about Jazz, Italia). Il secondo è “Viaggio ConCorde” pubblicato dalla III Millennio.

Nel 2013, per il Bicentenario Verdiano, ha realizzato due progetti, divenuti CD,  di elaborazione di musiche verdiane: “I Trovatori”, rilettura swing di arie del Trovatore inciso dal gruppo “Hot Club de Zazz” e “Play Verdi” (interpretazione jazzistica dei Preludi di alcune opere) registrato dal “Play Verdi Quartet”.

L’Huffington Post dice di lui che è un arrangiatore capace di “captare l’anima” del grande compositore.

Ha insegnato Chitarra Jazz nei Conservatori di Frosinone, Roma e Perugia.

La musica di Parker emoziona ancora oggi grazie al sax di Cafiso e alle parole di Marchioni

Roma, Auditorium Parco della Musica 27 11 2016 Francesco Cafiso Quartet, Vinicio Marchioni "L'inseguitore" Vinicio Marchioni  voce narrante Francesco Cafiso sassofono contralto Mauro Schiavone pianoforte Pietro Ciancaglini contrabbasso Adam Pache batteria ©Musacchio & Ianniello ******************************************************* NB la presente foto puo' essere utilizzata esclusivamente per l'avvenimento in oggetto o  per pubblicazioni riguardanti la Fondazione Musica per Roma *******************************************************

Bella integrazione tra musica e parole: questa la prima considerazione che ci è sorta spontanea uscendo domenica 27 novembre dall’Auditorium Parco della Musica dopo aver assistito alla performance del Francesco Cafiso Quartet e di Vinicio Marchioni impegnati ne “L’Inseguitore”.
Tratto per l’appunto da “L’Inseguitore” dello scrittore argentino Julio Cortázar (1914-1984) e pubblicato nel 1959 nella raccolta “Le armi segrete”, il racconto s’ispira liberamente agli aspetti più drammatici della vita di Charlie Parker, ribattezzato Johnny Carter, la cui vicenda è filtrata dalle parole del suo amico Bruno, critico musicale.
Nelle vesti allo stesso tempo di Bruno e di Johnny Carter, Marchioni è stato superbo nel proporre i testi, spesso drammatici, nel dettare i tempi, nel fornire al racconto il giusto pathos sì da farsi seguire sempre con grande attenzione dal numeroso pubblico. L’attore ha evitato qualsiasi facile gigionismo per concentrarsi sul testo, per dare allo stesso sempre la giusta intonazione riuscendo a mantenere desto l’ascolto grazie anche ad un ritmo narrativo che ottimamente si inseriva nel contesto musicale. (altro…)

Con Jordan e Cobham a scuola di chitarra e batteria

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Devo confessare che la chitarra e la batteria non sono tra i miei strumenti preferiti, per cui quando la sera del 18 novembre scorso mi stavo recando all’Auditorium per assistere al concerto di Stanley Jordan e Billy Cobham, per l’appunto chitarrista e batterista, era come se , in un certo senso, avessi deciso di farmi del male da solo. E invece no! Il concerto è stato semplicemente superlativo, spesso trascinante e soprattutto mai banale , mai noioso… e dire che i due non si sono certo risparmiati, suonando per oltre due ore filate.
Bene hanno fatto, quindi, gli organizzatori del Roma Jazz Festival, a chiamare questi straordinari personaggi ché di veri e propri mostri sacri della musica stiamo parlando.
Stanley Jordan, nato a Chicago nel 1959, ha iniziato il suo percorso musicale studiando approfonditamente il pianoforte cosicché quando ha deciso di dedicare la massima attenzione alla chitarra, si è posto il problema di come integrare i due strumenti; di qui la riproposizione di una tecnica particolare (“touch” o “tapping”, già adottata ma non adeguatamente sviluppata da Eddie Van Halen) di non pizzicare le corde della chitarra ma di percuoterle con ambedue le mani come se fossero i tasti di un pianoforte; spesso, durante il concerto, abbiamo visto Jordan suonare contemporaneamente con una mano la chitarra e con l’altra il pianoforte con effetti di notevole valenza artistica oltre che di grande spettacolarità. A tutto ciò si aggiunga l’approfondito lavoro che Jordan ha svolto sulle accordature della chitarra riuscendo a ricavarne sonorità ed effetti particolari.
Dal canto suo Billy Cobham è a ben ragione considerato uno dei pochi batteristi “storici” che ancora si esibiscono sui palcoscenici internazionali. Per lumeggiare la personalità di questo grande artista panamense (classe 1944) basti ricordare che ha lavorato con Miles Davis dal 1970 al 1974, all’epoca cioè della svolta elettrica, (lo ascoltiamo tra l’altro in “Bitches Brew” che secondo molti ha dato praticamente inizio alla fusion) ; successivamente Cobham è stato tra i membri fondatori della Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin…per non parlare dei gruppi a suo nome e delle innumerevoli collaborazioni con i più importanti musicisti di jazz tanto che forse si farebbe prima ad elencare quelli con cui non ha suonato piuttosto che viceversa. Ma la statura di Cobham non si limita al lato esecutivo ché il batterista è anche un prolifico e originale compositore che ha saputo spaziare da un genere all’altro lasciando sempre traccia di sé. (altro…)

Brad Mehldau e Joshua Redman al Roma Jazz Festival

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Martedì 8 novembre, Sala Sinopoli Auditorium Parco della Musica

JOSHUA REDMAN – BRAD MEHLDAU DUO

Brad Mehldau, pianoforte
Joshua Redman, sax tenore e soprano

 

Nearness è il titolo dell’album in duo di Brad Mehldau e Joshua Redman, e martedì sera all’Auditorium, gremito all’inverosimile, l’appropriatezza di questo titolo è apparsa evidente durante le quasi due ore di un concerto formidabile.
Il duo è una formazione, nel Jazz, percepita pregiudizialmente come ostica, per la resa complessiva del suono che potrebbe  potenzialmente essere impoverita da una “sottrazione” di elementi quali il contrabbasso e/o la batteria.

Nel caso di Mehldau e Redman questo pregiudizio si è certamente dissolto anche nei più scettici: due fuoriclasse e due personalità musicali così spiccate non potevano che far scaturire musica tutt’altro che impoverita, esile, esigua.
A cominciare dal pianismo di Mehldau, che imprimendo un ruolo creativo paritario a entrambe le mani sulla tastiera, in pratica raddoppia il pianoforte. Le linee melodiche vengono trasportate anche sulla parte grave dello strumento, le soluzioni armoniche volano in ambiti anche acuti, la ricchezza di spunti sempre nuovi è infinita.  A tal punto che anche in brani come Mehlancholy Mode, in cui gli accordi sono pochi e in progressione discendente praticamente fissa,  ciò che si ascolta nelle parti di piano solo è un flusso continuo e inesauribile di idee musicali, tanto che la progressione armonica finisce per perdersi sullo sfondo.  Quando entra il sax soprano prevale l’estro creativo di Redman, e il pianoforte si ritrae garantendo in uno strenuo ostinato ritmico armonico la sua funzione meramente strutturale e fondante .
Ma questo scambio di ruoli tra i due non è l’unica interazione possibile: ci sono intrecci irresistibili tra quel “doppio pianoforte” e il sax che si prende un sostanziale ruolo di “ritmica” con l’accento insistente e propulsivo su note ribattute, mentre il piano si accende con un andamento torrenziale  ed uno spessore sonoro potente. E ancora, partendo da un volume forte, i due sottraggono implacabilmente note, impeto, accenti fino ad arrivare a “pianissimo” intensi perché carichi di positiva tensione: e vi assicuro che ciò che si percepisce non è solo un abbassamento del volume.
Questa tensione, simile a quella che in una scala diatonica è rappresentata dal ruolo del settimo grado, nota  detta “sensibile”, è ciò che a mio parere connota il live di questi due straordinari musicisti: un suono sempre pieno, pochi spazi vuoti di silenzio,  eppure… si tende sempre a qualcosa d’altro che deve arrivare, o che si deve sviluppare, che viene accennato e che scompare per riapparire dopo, lasciandoti in un’attesa irresistibile di un agognato completamento, che arriva solo alla fine del brano, con chiusure perfette e definitive.
Nel tessuto sonoro ricchissimo, tondo, sono incastonati frammenti di accordi, piccoli temi melodici, brevi flasback di stile più mainstream – e blues anche, e musica classica persino, tanto che si ha la sensazione di voler riascoltare per poterli cogliere tutti.
Spesso i temi principali sono delicati e quasi poetici nel loro percorrere tutti i gradi delle raffinate dinamiche di Redman e Mehldau: ma anche nel percorrere le tante soluzioni armoniche, sottese eppure ben percepibili persino nelle progressioni fisse di accordi. La varietà si gioca sia su sottigliezze, sia su improvvisi e palesi cambi di registro.
Il dialogo è serrato e intenso, e la sensazione aggiuntiva però è che sarebbe possibile una sorta di doppio approccio a queste due ore di musica: l’ascolto di quel dialogo nel suo complesso,  ma anche il concentrarsi sul pianoforte e sul sax presi singolarmente. La pienezza dei due è tale che si potrebbe godere di due concerti distinti e complessi e di certo non “incompleti” da alcun punto di vista.
Chi legge dirà: cosa c’è di strano? Questo è il Jazz. Rispondo sicura: andate ad ascoltare e capirete (al di là delle mie limitate parole) quale sia la stupefacente originalità di questi due artisti.

Jan Garbarek: un concerto ‘algidamente’ inerte

Jazz&Wine of Peace 2016 - Jan Garbarek Group

l Jazz&Wine of Peace, la cui XIX edizione si è svolta a Cormòns (in provincia di Gorizia) dal 26 al 30 ottobre 2016, è un festival in continua evoluzione che collega la musica al territorio, con un cartellone di tutto rispetto e 18 concerti, seguendo i quali si può scorrazzare tra le splendide colline del Collio, in Friuli Venezia Giulia, tra dimore storiche e aziende vitivinicole situate in una terra sorprendentemente prodiga di eccellenti vini e di prodotti enogastronomici di altissima qualità.
A onor del vero, il festival è iniziato con un’anteprima speciale, il 23 ottobre nell’incantevole residenza dogale di Villa Manin, dove ho potuto gustare l’esibizione del Tinissima 4et, con Francesco Bearzatti al sax e al clarinetto, Giovanni Falzone alla tromba, Danilo Gallo al basso e Zeno De Rossi alla batteria: granitica formazione di punta del jazz nazionale e oltre. In una saletta strapiena, sopra le scuderie, la cui acustica mi ha consentito di apprezzare ogni singola nota, ho ascoltato un’esaltante esecuzione dell’ultima monografia in musica scaturita dalla brillante vis compositiva del sassofonista friulano, questa volta nel nome di Woody Guthrie, dopo le suite per Tina Modotti, Malcolm X e Thelonius Monk, attualizzato in veste rock!
“This Machine Kills Fascists” è il titolo del progetto discografico, oltre ad essere la famosa scritta che compariva sulla chitarra del folk-singer e poeta rivoluzionario americano; ma le citazioni si fermano qua, visto che i brani sono tutti originali, eccetto la traccia finale, l’immortale “This land is your land”, il cui noto tune è stato a lungo cantato dal pubblico, assieme alla band, nel galvanizzante finale di un set che ha infuocato gli animi!
Ma passiamo a mercoledì 26 ottobre. In una Cormòns agghindata a “Jazz&Wine of Peace”, con vetrine a tema, menu ad hoc e, soprattutto, vino&musica ad invadere ogni spazio cittadino in qualsiasi momento della giornata… m’incammino verso un Teatro Comunale, sold out da giorni, per il concerto del quartetto di Jan Garbarek, al sax soprano e tenore, uno dei vessilli dell’etichetta ECM, con Rainer Brüninghaus al pianoforte e tastiere, Yuri Daniel al basso e uno spettacolare Trilok Gurtu, maestro indiscusso delle tabla, alla batteria e percussioni.
Il concerto inizia con una intro molto evocativa del sibilo dei venti del nord, dalle atmosfere oniriche e suggestive, grazie anche al fondale montato sul palco che si colora di un azzurro vivo, dove Garbarek suona il soprano in un cristallo di riverberi e dove il piano e il basso tracciano linee che vanno a formare un disegno sonoro preciso.
Nel corso del concerto, il sassofonista norvegese userà molto il sax tenore ma ancor più spesso il soprano ricurvo. La voce dello strumento è sempre incisiva, tagliente, a volte metallica e stridente, un urlo che ricorda i suoni del ghiaccio quando s’incrina, un suono alto e nitido che si propaga lunghissimo nell’aria, che sembra di vetro. (altro…)