Vi spiego… la marimba: Massimo Barbiero

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D. Massimo volevo intanto sapere come mai hai cominciato a suonare la marimba. E’ uno strumento che prima o poi i batteristi prendono in esame o tu l’ hai eletta a tuo strumento?
B. “Non credo: non è che ne conosco tanti che suonano la marimba. Di solito si suona il vibrafono, anche per motivi economici, la marimba costa molto di più del vibrafono. Io l’ho scoperta subito, ma c’è un disco famoso, “Conference of the bird”, di Dave Holland, in cui nel brano che da il titolo al disco Barry Altschul suona il tema principale proprio con la marimba: forse quello è il disco in cui me ne sono innamorato. C’è da dire che quando suoni il vibrafono cominci a suonare anche la marimba. La differenza sta nell’ affinità che hai tu, musicista, più con il legno o più con il metallo”.


D. Ecco allora dobbiamo cominciare proprio dall’ inizio. La marimba è uno strumento idiofono… [ [comp. di idio- e -fono]. – Termine usato, per lo più al plurale, per indicare tutti gli strumenti musicali il cui suono è producibile unicamente mediante la messa in vibrazione del materiale da cui è costituito lo strumento stesso, senza l’ausilio di superfici o parti poste in tensione (corde, membrane, ecc.); gli strumenti idiofoni si suddividono in sei categorie principali: a percussione, a scuotimento, a pizzico, ad aria, a raschiamento e a frizione. ] (fonte Treccani)

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Vi spiego… il contrabbasso. Enzo Pietropaoli

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Come mai hai scelto il contrabbasso e quando hai capito che avresti vissuto suonando?

E. Avevo vent’ anni, era il 1975 e venivo da esperienze dilettantesche con tantissimi strumenti: batteria, chitarra e tastiere suonate a orecchio, poi lezioni di sassofono con Maurizio Giammarco. All’ improvviso, l’ impazzimento per il contrabbasso, dopo aver sentito un disco. Studiavo un assolo di sassofono di Joe Farrel su un disco di Chick Corea. Stanley Clarke al contrabbasso. Ho preso questa decisione dopo aver sentito quel suono…. E pensare che oggi Stanley Clarke è un contrabbassista che, pur rispettandone la bravura, mi piace poco ! Non mi piacciono le sue scelte stilistiche, il suo modo un po’ troppo americano “ muscolare” , se posso permettermi il termine “piacione”. Non mi emoziona più, mentre allora fu la ragione della mia scelta.

D. Forse da ragazzi le cose tecniche piacciono di più…

E. Forse si. O forse da ragazzi si subisce maggiormente il fascino di una certa scuola “americana” e poi crescendo ci si accorge che non c’è solo quello.
Quel che conta è che ho cominciato a studiare il contrabbasso e quasi subito ho capito che avrei vissuto facendo il contrabbassista.

D. A che età è possibile cominciare a studiare il contrabbasso? Perché di certo le dimensioni di questo strumento sono notevoli…

E: All’epoca il mio maestro mi disse che il contrabbasso, a differenza di altri strumenti che puoi suonare anche a tre o quattro anni, prima dei 17 anni non lo si poteva cominciare a studiare, poiché richiede uno sforzo fisico per gestire la sua mole, per domarlo, e in un fisico non ancora completamente sviluppato potrebbe provocare dei danni. In realtà esistono dei contrabbassi con un formato molto piccolo (i cosiddetti 2/4) che servono proprio a cominciare, per poi gradualmente passare a quello regolare.

D. Chi era il tuo maestro?

E. Massimo Giorgi, dei Solisti Aquilani, grandissimo solista, prestigioso, che adesso insegna a Santa Cecilia. Ho preso lezioni private da lui per poco tempo ma per me sono state molto importanti.

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Vi spiego… il sassofono: Daniele Scannapieco

Daniele Scannapieco

Daniele, la prima domanda che rivolgo ai musicisti che intervisto è sempre la stessa. Perché il sassofono e quando hai capito che avresti vissuto facendo il musicista?

“Beh, l’ ho scelto a metà degli anni ottanta. In effetti era un periodo in cui nel pop il  sax si usava parecchio, catturava l’ attenzione… insomma, era un po’ ruffiano, e ha attirato anche me. Io  ho iniziato da piccolino a studiare, a sei anni, ma ho cominciato con il clarinetto. Il sassofono è arrivato quando avevo oramai 13 o 14 anni , comprato ovviamente da mio padre. E’ stato tre o quattro anni dopo che ho capito  che poteva essere lo strumento della mia vita.  Inizialmente lo suonavo un po’ per gioco, anche perché era il veicolo verso un tipo di musica diversa per me, che fino a quel momento suonavo nella banda del paese”.

Quindi solo dopo è arrivato il jazz…

“Solo dopo sono arrivato al Jazz, prima suonavo in vari gruppetti di musica pop con gli amici”.

Allora andiamo a vedere insieme questo strumento. Quanti tipi di sassofono esistono?

“Ne esistono tanti, a parte i più conosciuti che sono il sax tenore, il sax contralto, il soprano. Ad esempio il sopranino, che ha un taglio ancora più alto del soprano. Ci sono il baritono, il basso. Il sassofono basso non è diffuso, ce ne è qualche esemplare, c’è solo qualche matto che lo suona!”.

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Ti  interrompo perché mi ha sempre incuriosito il fatto che vedo molti tenoristi spesso suonare anche il sax soprano, come mai?

“Si! Perché il sax tenore e il sax soprano hanno lo stesso taglio, ovvero sono tutti e due strumenti in si bemolle.  Per cui le posizioni, la corrispondenza mano – nota è identica, sono assolutamente identici ma il sassofono soprano è di un’ ottava sopra il tenore. E’ più naturale che il soprano lo suoni un tenorista piuttosto che un contraltista, quindi. Il sax contralto ha una meccanica simile ma è tagliato in mi bemolle: come il baritono.  Sono registri diversi, ottave diverse”.

Ma è vero che è più faticoso suonare il sax soprano del sax tenore?

“Si è vero, perché il problema è l’ emissione. Il sax soprano è più piccolo. Per quanto riguarda gli strumenti a fiato, più essi sono piccoli più aumenta la difficoltà di emissione”.

Questo perchè? Cosa serve, più fiato?

No serve un tipo di emissione diversa,  più precisa. Nel sax tenore il becco (o bocchino) è più grande, puoi permetterti delle sbavature perché l’ ancia ha maggiore facilità di vibrazione.  Con il soprano devi essere preciso proprio perché l’ ancia, avendo meno spazio, deve vibrare nel modo giusto perché emetta una giusta intonazione. Non puoi sbagliare posizione, se no stoni.”

A proposito di ance, ne esistono di vari tipi, giusto?

Le ance si distinguono a seconda del tipo di taglio. Esistono anche unfiled e ance filed, ovvero non tagliate e tagliate, si riconoscono a seconda se sul dorso dell’ ancia stessa si trova o meno un semicerchio, Quella dritta è quella tagliata, quella sul semicerchio è quella non tagliata, o unfiled. Ognuno si trova bene con una o con l’ altra, io uso ance unfiled.

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Ti dico la verità, le ance, essendo comunque di materiale organico, di canna, sono sempre complicate da scegliere, è sempre un terno al lotto trovare quelle giuste, che suonano bene.”

Questo ce lo diceva anche Gabriele Mirabassi per il clarinetto, descrivendoci  questa tormentosa ricerca delle ance…

“Si spesso invidio i trombettisti, mettono il bocchino e suonano, noi invece …”.

In realtà Fabrizio Bosso ci parlava della tormentosa ricerca del bocchino giusto per la sua tromba!

Guarda, mi è successo ad esempio una volta durante il concerto che mettendo il copri bocchino ho rotto l’ ancia. Li veramente mi sarei ammazzato, poi non ti ammazzi, naturalmente,  però è dura, è difficile.”

Quanta estensione di ottave ha il sassofono? Tu sei un tenorista, parliamo del tuo sassofono.

“Si io sono un tenorista ma in realtà suono anche il soprano e ultimamente anche il contralto, e (indegnamente)  anche il flauto (ride, n.d.r. ) Il sax ha, diciamo due ottave e mezzo, arrivi anche a tre, tre e mezzo magari, si ci puoi arrivare, con le note acute.

Per un sassofonista sono più ardui i suoni acuti o quelli gravi?

“Diciamo che sono due approcci diversi, non c’è tanta differenza, hanno delle difficoltà sia gli uni che gli altri.”

Bisogna studiare molto..

Eh si, molto, quello si, quello sempre.”

Parliamo del becco, o bocchino. Alcuni sassofonisti usano il becco in metallo, altri invece no.  Perché? Qual è la differenza?

“Normalmente sul sax tenore molti preferiscono il metallo, poiché è un sax che ha un suono scuro ed il metallo ha un’ apertura tale che il  colore del suono che ne proviene risulta un po’ più chiaro, come dire, compensa un po’ il suono scuro dello strumento. Io invece uso un becco di ebanite ma il suono è più o meno lo stesso di quello che avevo quando usavo il becco in metallo. A volte sono un po’ “fisse” che uno si crea. Io ad esempio mi trovo male con il metallo, perché mi fa vibrare tutta la parte superiore della bocca. Dipende anche dalla conformazione morfologica del viso del sassofonista. Io preferisco l’ ebanite, su questo non ho dubbi, ebanite tutta la vita!”.

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Vi spiego… il clarinetto: Gabriele Mirabassi

Gabriele Mirabassi (foto Daniela Crevena)

La prima domanda è d’ obbligo. Perché il clarinetto? E quando hai capito che sarebbe stata la tua vita?
“Il clarinetto l’ ho scelto da piccolo perché ero troppo piccolo per capire in che razza di problema mi stavo infilando … e poi è stato troppo tardi per tornare indietro. Però poi uno fa di necessita virtù e devo dire che ora penso che la mia scelta ha il suo perché”.

Parliamo allora di questo strumento. Strumento a fiato, naturalmente. Di che materiale è costruito e come è strutturato? E si dice “clarino” o “clarinetto”?
“Il clarino è uno dei modi in cui si chiama la clarina, ovvero la tromba militare degli antichi romani, che in qualche modo ha una responsabilità nella genealogia del clarinetto. Non è la stessa cosa dunque dire “clarino” e “clarinetto”.

Con che materiale è costruito il clarinetto?
“Il clarinetto è fatto di legno. Nel corso della sua storia, ma anche oggi stesso, possono essere state usate diverse qualità legno differente, ma lo strumento tradizionale è di ebano. Però, poiché l’ ebano è rarissimo e protettissimo, oggi per lo più se ne usa maggiormente una sottospecie meno minacciata in natura, e che si trova soprattutto in Mozambico: l’ ebano grenadilla. Per costruire un clarinetto occorrono due pezzi di ebano: un pezzo unico senza nodi o venature per la lunghezza intera dello strumento è praticamente impossibile da trovare. I due pezzi si chiamano “quadrelle” , e sono due tavole di sezione rettangolare molto spessa, uguali tra loro, che vengono pian piano tornite e ridotte. Vengono poi scavate, rese a sezione circolare, e unite fra loro attraverso un innesto a baionetta, con sugheri che ne garantiscono l’ aderenza.”

Quanti tipi di clarinetto esistono?
“Ne esistono tantissimi e quelli superstiti sono solo una piccola parte di quelli che sono affastellati nel corso della storia. La standardizzazione nella costruzione degli strumenti musicali è un fenomeno relativamente recente: anticamente, e fino all’ inizio di questo secolo, il clarinetto era costruito da artigiani, in un numero limitato, ed ognuno aveva un progetto proprio. Ad esempio il famoso tanto dibattuto clarinetto per cui Mozart scrisse il leggendario concerto k 622 (che oggi è stato ricostruito ma che non è mai stato ritrovato) era il clarinetto costruito da Anton Stadler ed era un modello unico. Oggi quello che comunemente chiamiamo clarinetto è quello soprano in sib, del quale esistono delle varianti. Quelle sopravvissute oggi sono fondamentalmente due: il sistema francese o Boehm e il sistema tedesco, o Oehler. Nelle orchestre tedesche usano uno strumento differente da quello che uso io . Il tubo è più piccolo di diametro e la meccanica è totalmente differente, io non lo saprei suonare. Quello che si suonava nel jazz a New Orleans era ancora un altro sistema, che non esiste più e si chiama sistema Albert . Comunque ormai lo standard è il sistema francese”.

Ci spieghi cosa vuol dire “strumento traspositore”? Ovvero perché si dice che un clarinetto è “in sib”?
“Semplicissimo: il clarinetto è un tubo, tagliato ad una certa lunghezza. La lunghezza del tubo fa si che soffiando nel tubo stesso si generi, come nota, un si bemolle. Tagli un pezzo di legno lungo un si bemolle in pratica! Per ottenere altre note si praticano sul tubo alcuni buchi. Quelli centrali grandi si tappano con il polpastrello, e rispettano la serie degli “armonici” del si bemolle. Tutti i piccoli buchi laterali (che per essere chiusi necessitano di piccole chiavunzole) invece producono le alterazioni. Servono cioè a fare delle note che sono lontane dagli armonici del si bemolle. Ed hanno anche bisogno di un’ abilità costruttiva maggiore. Nella qualità del suono di questi piccoli buchi c’è la differenza tra un clarinetto che costa poco o tanto, perché essendo più piccoli e laterali è molto più difficile che le note che ne derivano siano intonate ed abbiano un suono omogeneo rispetto a quelle che poggiano sugli armonici. Questi piccoli buchi sono lontani dal corpo centrale e per poterli tappare e stappare sono raggiunti da alcuni servomeccanismi, le piccole chiavi, appunto.
Il si bemolle in cui è tagliato il clarinetto noi per convenzione lo chiamiamo DO. Il che ci aiuta, essenzialmente nella diteggiatura, ad usare meno le alterazioni. “

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Vi spiego… la tromba: Fabrizio Bosso

Fabrizio Bosso

– Fabrizio, innanzitutto spiegaci come mai hai scelto di suonare la tromba, e quando hai cominciato a guadagnare e a decidere di vivere con la tua musica.
“ La tromba perché ho un papà trombettista quindi un po’ per imitazione… all’ inizio vedevo lui  suonare e così , dopo aver distrutto una serie di trombe di plastica ho iniziato a suonarne una vera, a cinque anni.  Che dire, ho capito quasi da subito che poteva essere la mia vita”.

– E ora entriamo nel merito.  La tromba è uno strumento a fiato.  In cosa si differenzia da altri strumenti a fiato? Come è strutturata? Come esce il suono da una tromba?
“ Intanto ti dico che è uno strumento in lega di ottone e  rame, e che  in realtà altro non è che un tubo ritorto.  Se non fosse così attorcigliata sarebbe molto lunga, circa due metri, credo. Soffiandovi dentro si crea una vibrazione: ma mentre nel sassofono il  suono esce facendo vibrare l’ ancia, nella tromba questa funzione viene svolta dalle labbra. Il primo suono viene generato dalla vibrazione delle labbra, che viene poi amplificata dal bocchino e dalla tromba stessa”.

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Vi spiego… la batteria: Lorenzo Tucci

Lorenzo Tucci (Foto Daniela Crevena)

Lorenzo Tucci (Foto Daniela Crevena)

Lorenzo, prima di tutto dicci quando hai iniziato a studiare la batteria e perché l’ hai scelta come strumento.
“Ho cominciato a suonare la batteria da bambino. Prima ero appassionato di altro, mi piaceva tanto cantare, cantavo tantissimo, ma mi piaceva molto anche la chitarra, che mio padre mi comprò da piccolissimo . Mi insegnò lui qualche accordo, poi mio zio qualche accordo un po’ più difficile. Mi mandò anche a lezione di pianoforte… Poi un giorno mi sedetti per la prima volta dietro una batteria. Provai a suonarla e capii che era lo strumento della mia vita. La passione per la musica invece, quella l’ ho da quando sono nato”.

E quando hai iniziato a suonare per vivere?
“Bisogna intendersi su ciò che si intende per “vivere”! Diciamo a guadagnare i primi soldi, forse è meglio… da subito, già verso i tredici o quattordici anni, appena cominciato a suonare: andavo a fare le prime seratine con altri, sempre gente molto più grande di me. Si andava a suonare ai matrimoni o a feste di tutti i tipi, mi pagavano, già allora guadagnavo i miei soldini. Sono andato avanti e poi non ho mai smesso”. .

Bene ora entriamo nel merito: spiegaci come è fatto questo strumento, perché è composto da tanti elementi . Parliamo della batteria jazz, naturalmente.
“Diciamo innanzitutto che la batteria Jazz è già più o meno una sintesi rispetto alle batterie più grosse dei batteristi pop, Heavy Metal e via dicendo: è un set abbastanza ridotto, nel quale non si può prescindere comunque da rullante, prima di tutto, e cassa. Così come non si può prescindere da un piatto almeno e da un hi – hat o charleston, oppure, per usare una definizione un po’ arcaica, dai “piatti a pedale”, che sono alla sinistra del rullante e che si suonano con il piede sinistro. Dopo di che è facile aggiungere i tamburi. Se ne possono aggiungere molti, ma di base occorrono almeno rullante, tom tom e timpano”.

batteria definitiva

Puoi spiegarci la funzione di ogni elemento della batteria?
“Bisogna partire dall’assunto che la batteria di per se è un assemblaggio. Se pensi a una banda, una persona suona la cassa, una i piatti, una il rullante, e così via. Una volta assemblati, stabilire i ruoli reciproci di questi elementi è difficile, è come se si dovessero stabilire i ruoli dei tasti di un pianoforte. La cassa ha un suono più grave, si suona con il piede e dà gli appoggi, ma a volte anche gli accenti. Altre volte stabilisce un groove (per “groove” si intende una sequenza ritmica di base, che si ripete ogni battuta e che connota il pezzo, n.d.r. ) molto “dritto” e quindi suona sempre in battere fornendo una sonorità grave, un groove più definitivo rispetto al rullante, con il quale invece si compiono quelle che definirei delle “finezze”. Di certo nella batteria moderna cassa e rullante sono, devono stare assolutamente insieme: si danno botta e risposta e creano groove ben precisi, fondamentali, di base.

La base ritmica, insomma…
“Si la base ritmica! Per quanto riguarda il Jazz, poi, c’è il piatto alla destra del batterista. Nel Jazz il piatto è fondamentale. Con piatto e rullante si può accompagnare un brano anche senza cassa, volendo. Si può fare un accompagnamento scandendo sul piatto i colpi dello swing. E’ la base del Jazz.

Che importanza hanno le bacchette e quanti tipi ne esistono?
“Con le bacchette ci si può sbizzarrire: ne esistono di tutte le lunghezze, di tutti i pesi, di tutti i tipi di legno. Il più usato è l’ Hickory che è una sorta di noce americano, duro. Poi l’ acero, ad esempio, usatissimo…”.

Quindi dalla durezza della bacchetta dipende il suono…
“Si, certo. Conta molto anche la forma della punta: se la punta è più piccola i piatti, i tamburi, assumono un suono più scuro… se è più grossa il suono è più chiaro. Al di là del peso della bacchetta poi, quando hai un suono più chiaro o più scuro vai a compensare con il tipo di piatti che hai scelto. Comunque bisogna sempre tenere a mente che conta moltissimo anche il corpo. Il nostro corpo suona insieme alla bacchetta. E’ da questo insieme di fattori e dal corpo del batterista che si stabiliscono le sorti del suono di ognuno”.

Che altre bacchette esistono?
“Le spazzole, una sorta di scopettine di metallo, con le quali si ottiene il suono caratteristico dello strusciato sul rullante, spesso usato nell’ accompagnare le ballad . In realtà si possono usare anche a prescindere dalle ballad. E poi ci sono i mallet, con il feltro,che hanno un suono molto scuro , arnesi se vogliamo un po’ più da timpani. Inoltre si possono usare anche le bacchette per vibrafono, con la punta un po’ più dura di quelle per il timpano. Io le uso poco . Uso bacchette spazzole e mallet di feltro”.

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