Tempo di lettura stimato: 7 minuti

cd

(Another) Nuttree Quartet – Something Setimental – Kind of Blue 10032
Questo gruppo è una riedizione del ben noto “Nuttree Quartet” con Dave Liebman al sax soprano che sostituisce Jerry Bergonzi e Jay Anderson al contrabbasso al posto di Gary Versace all’organo Hammond; presenti come nel precedente album – Standards”- John Abercrombie alla chitarra e Adam Nussbaum alla batteria.
Anche questa volta il quartetto si cimenta con una serie di standards splendidi che vengono eseguiti in modo originale senza nulla togliere dell’originario spirito. In questo tipo di operazione Dave Liebman si dimostra ancora una volta musicista di livello assoluto ponendo il sax soprano al servizio da un canto delle sue necessità espressive, dall’altro del pezzo che viene davvero esaminato in ogni risvolto melodico – armonico sì da giungere ad un’esecuzione “nuova”.
Non ci credete? Ascoltate con attenzione “Poinciana” e “Besame mucho” e noterete come sia possibile aggiungere ancora qualcosa di personale in brani che pure sono stati interpretati centinaia di volte…e probabilmente sto peccando per difetto.
Ma, a parte questi due brani, è tutto il disco che si fa ascoltare con grande interesse alla riscoperta di pezzi che resteranno nella storia della “nostra” musica. (G.G.)

torna su

Raf Ferrari Quartet – Pauper Dodicilune dischi Ed257
Otto composizioni a struttura di “scatola cinese” quasi, queste del pianista (davvero bravo) Raf Ferrari. Sono brani molto ben architettati e densissimi di suggestioni, rielaborazioni, citazioni di mondi musicali apparentemente contrastanti, dal jazz alla musica classica contemporanea, e non solo. Ognuno di essi si svolge con inaspettati cambi di registro, contrasti tra ritmi lenti e frenetici, giustapposizione di temi contrari sempre pero’ tenuti insieme da un filo conduttore che puo’ essere un tema melodico, un ostinato che resiste al cambiamento, o anche il dialogo, presente in tutto il disco, tra il pianoforte ed il violoncello di Stano o il prezioso contrabbasso di Rondolone, che sottende in maniera discreta ma sostanziale a molti dei brani piu’ belli, palesandosi specialmente nelle parti piu’ jazzistiche insieme alla bella batteria di Sbrolli. E’ musica jazz? Non se si vuole essere puristi. Io ho trovato che sia molto jazzistico il momento compositivo di Ferrari, perché talmente variegata e’ la sua scrittura che vi ho sentita tutta l’ improvvisazione che ascolto nella musica jazz. Dunque una “improvvisazione anteposta” che si traduce in una musica dal flusso sonoro obbligato in quanto precisamente scritta ma inusuale, variegata, piena di impulsi nuovi e quindi interessante, intensa ma anche molto raffinata: ne “Il vuoto”, quasi una piccola suite, piano e violoncello si scambiano temi melodici o si sovrappongono all’unisono, su un giro armonico che si ripete anche quando il tempo raddoppia e si fa vertiginoso e terzinato: ma improvvisamente il pianoforte vola nel jazz e indugia sulla ballad “Someday my prince will come”, con un pianismo che riecheggia anche la musica seria contemporanea. “Naufragio” alterna momenti di introspezione a momenti di vitale reattività. In “La donna ladra” il pianoforte incalza su temi anche dissonanti , con un’ atmosfera circense e quasi grottesca e su ritmi molto sostenuti, ma che si legano improvvisamente ad episodi piu’ soft che a loro volta sfociano in momenti jazzistici ben disegnati da Rondolone e Sbrolli. Ma c’è anche la citazione esplicita di Ravel, con un Bolero eseguito in chiave funky-jazz, o “In fondo alla scala” in cui la batteria inserisce atmosfere di jazz, ed in cui interludi, pieni di virtuosistici abbellimenti, si alternano con frenetici tempi dispari. Ascoltare questa variegata (e sapiente) moltitudine di suoni e suggestioni (persino nell’ unico breve momento forse troppo “zuccherato” del comunque interessante “Segreti”) è un bel viaggio nella bella musica. (D.F.)

torna su

Stefano Pastor – “Chants” – SLAM CD 519
Davvero notevole questo album inciso dal violinista e multistrumentista Stefano Pastor con la tecnica delle sovra incisioni; violino, viola, voce, mandolino, chitarre e percussioni: questi gli strumenti di cui si avvale Pastor per dare vita ad un CD assolutamente originale e di livello. Anche perché il musicista ha scelto di cimentarsi con una serie di celebri su cui i paragoni sono fin troppo facili. Si inizia così con un eccellente “Naima” che viene rivissuto in maniera davvero sentita così come merita la splendida composizione coltraniana. Da qui una serie di brani splendidi quali “ I’ll remember April” , “Caravan” , “Easy Living”, “The song is you” e “There is no Greater Love” cui si affiancano un brano di Tenco tutt’altro che famoso come “Chi mi ha insegnato” due originals – “la Chambre” e “Fortytude (a forty bars tune) – e un pezzo di sapore brasiliano “Dança da Solidão”.
Naturalmente il protagonista dell’album rimane il violino (ascoltare, ad esempio Caravan) ma l’originalità e la bellezza dell’album risiedono proprio nel fatto che l’artista ha saputo misurarsi con l’altra parte di sé affiancando allo strumento principale sia altre sonorità sia la sua voce a complemento di un album che non esito a definire, quanto a concezione e struttura, tra i più interessanti ascoltati quest’anno . (G.G.)

torna su

Barbara Raimondi

Barbara Raimondi

Barbara Raimondi – Accoppiamenti Giudiziosi – Koiné a dodicilune label – kne003
Lavoro ambizioso, che rinnova il connubio tra musica e letteratura, questo “Accoppiamenti Giudiziosi” della brava Barbara Raimondi. Tredici tracce che si basano su altrettanti lavori letterari, suggeriti dai musicisti che collaborano con lei, che sono tanti e di altissimo livello: Di Castri, Zirilli, Pieranunzi, Fioravanti, Pereira, solo per citarne alcuni. Ogni brano e’ connotato, oltre che da testi estrapolati o ispirati dagli autori scelti, anche da una sua precisa scelta sonora. Compagini anche ridotte al minimo e per questo dalla sonorita’ particolare: dall’ arrangiamento per soli archi de “La forma del cuore”, che esaltano la bella ed intensa voce della Raimondi che svetta per espressivita’, ai sassofoni soli di “Accoppiamenti Giudiziosi”, in cui la sperimentazione del suono e’ bilanciata da un sapore melodico di canzone degli anni ’40, resa movimentata da un alternarsi di tempo pari e tempo dispari; oppure il di Di Castri e la batteria di Zirilli che su complessa composizione di Zappa ricamano improvvisazioni libere su voce anche recitante. Ma anche nell’ ormai sperimentato trio (Pieranunzi – Zirilli – – Maiorino) non c’e’ nulla di scontato, un po’ per l’ atmosfera quasi nostalgica e forse onirica del pianoforte e un po’ per i versi di Pedro Salinas, cosi’ musicali nella lettura della Raimondi in lingua originale. Mi piace citare anche “Twisted”, che accosta il famoso brano di Gray e Ross ad un libro che personalmente ho amato molto, “La versione di Barney” di Richter, e al quale trovo ben si accordi la inusuale e solo apparente secchezza dell’ incontro voce – batteria. Se in alcuni brevi momenti la performance della Raimondi puo’ sembrare troppo artificiosa, quasi “di design”, questo cd e’ veramente bello e va ascoltato piu’ volte per capirne la raffinatezza e la profondita’. (D.F.)

torna su

Sunflower Quartet – “Frattale” – Sard Music 0010
Davvero una bella sorpresa l’ album presentato da questa nuova etichetta sarda. Un quartetto costituito da una splendida voce, quella di Francesca Corrias che suona bene anche il flauto, con altri tre strumentisti di sicuro livello: Sandro Mura (piano), Filippo Mundula (contrabbasso) e Pierpaolo Frailis (batteria). Un repertorio quanto mai stimolante costituito da brani inediti in italiano, inglese e portoghese. Alla fine del cd si ha l’impressione di avere ascoltato musicisti che sicuramente amano le atmosfere brasiliane ma in modo tutt’altro che calligrafico. Di qui la sicurezza con cui si muovono passando dallo swing al , dal jazz, all’elettronica …alla bossa nova, creando atmosfere sempre nuove, originali pur con questo “sapore” sudamericano ben presente nelle loro corde.
D’altro canto non è difficile trovare nello stile di Francesca Corrias, a mio avviso vera anima del gruppo, influenze “nobili” come quelle di Norah Jones, Maria Joẫo, David Linx che si riflettono nell’attitudine verso una certa versatilità che trova immediato riscontro nelle diverse modalità di interpretazione. Per rendersene conto basti ascoltare la varietà di clima che caratterizza brani come ‘Ciao Heller’ , ‘Magic bell’, ‘No anxiety’, e ‘Angelica’.
Insomma un disco davvero notevole che fa ben sperare per il futuro di questo quartetto nato in terra di Sardegna ma destinato a raccogliere allori in ogni dove. (G.G.)

torna su

John Taylor – Phases – CAM JAZZ prm 7816- 2
Non e’ facile dare una definizione di questo bellissimo cd di piano solo. E’ un album rarefatto, intimamente espressivo ma che potenzialmente, proprio per la sua indefinitezza, puo’ toccare corde emotive diverse a seconda di chi sia il destinatario che ascolta questi flussi di note. E’ musica introspettiva, che a me personalmente e’ risultata malinconica, profonda, lunare, a tratti gelida, a tratti calda, sempre intensa e mai prevedibile. Pochi spunti melodici, grande ricerca di impasti armonici che mi hanno dato la sensazione di una ricerca interiore e mai cerebrale o strategica. “Phases” si intitola questo lavoro, e se ci si abbandona alla musica si capisce il perche’ di questa scelta: piccole melodie che ciclicamente ricompaiono giocando con gli accordi della mano sinistra, l’ inseguirsi di ostinati armonici con tocchi simili a cristallini tocchi di campana ad intervalli (“For Carol”). Se si ascolta nello stato d’ animo giusto, in questi suoni cosi’ interiori e a tratti intimi, si possono trovare anche valenze metaforiche. Ma le metafore sonore non sono scontate, non sono “a basso costo”: se in “Spring” sentiamo un graduale sbocciare di note dapprima timide ed indefinite, l’ atmosfera e’ malinconica, e la tonalita’ minore (come in quasi tutto il cd) prevale nettamente; e allora troviamo la vera analogia, non da cartolina, con la stessa (ma non uguale) atmosfera di “Autumn”, che e’ quella, forse, delle stagioni di passaggio, come lo sono l’ autunno e la primavera, in cui in fieri troviamo cio’ che esplodera’ in seguito. Ed e’ un’ analogia che ci parla di stati d’ animo piu’ che di descrizioni naturali. Questa sensazione diventa netta all’ ascolto di “Summer”, brano piu’ jazzistico degli altri, con un suo spunto melodico ed armonico piu’ definito ma che ci sorprende per l’ atmosfera nordica, solitaria, introspettiva, anche essa descrittiva di uno stato d’ animo percettivo dell’ artista e non certo di paesaggi visivi, cosi’ come accade in “Winter”: anche essa piu’ “compiuta” rispetto alla primavera ed all’ autunno, emotivamente meno mesta dell’ estate, piu’ energica e con risoluzioni anche nel modo maggiore. Ascoltando il pianoforte di John Taylor ho avuto la sensazione che questo artista abbia davvero parlato del suo sentire piu’ profondo attraverso la musica. E’ una sensazione che, in quanto mia, potrebbe non essere obiettiva: ma cosa potrei chiedere di piu’ ad un musicista del far nascere una comunicazione silenziosa, seppur anche fallace, in me che lo ascolto? Vuol dire che nessuna di quelle note e’ stata da lui voluta inutilmente. (Daniela Floris)

torna su

Articoli scelti per te:

Ti è piaciuto l'articolo? Lascia un commento!

Commenti

commenti