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cd

Carlo Actis Dato – “World Tour” – Autoprodotto
Il vulcanico multistrumentista prosegue il suo fantastico viaggio attraverso il mondo alla ricerca di situazioni e stimoli sempre nuovi da interiorizzare nella sua musica e riproporre al vasto pubblico degli estimatori.
Questa volta Actis Dato è accompagnato nelle sue fatiche dai fidi Beppe Di Filippo sax soprano e alto, Matteo Ravizza basso , Daniele Bertone batteria e gli undici brani contenuti nell’album sono stati registrati in Egitto, Etiopia, Kenya, Australia dall’ottobre del 2008 all’aprile del 2009.
Come al solito il sassofonista torinese evidenzia quelle che sono le sue caratteristiche migliori vale a dire un innato senso dell’ironia, un fraseggio tecnicamente ineccepibile ,alle volte addirittura torrenziale ma sempre presente a sé stesso, un sound corposo ed originale che ben si sposa con il coté lirico- melodico della sua poetica, un’innata facilità improvvisativa che ne fa uno dei più istrionici ed originali musicisti che la scena del jazz internazionale possa vantare.
Di qui una musica sempre fresca, venata da una evidente gioia di suonare , di darsi con passione, facilità, quasi senza remore come se Actis Dato e compagni finissero con il non prendersi tanto sul serio pur di raggiungere quell’obiettivo di “comunicazione” che sembra prevalere sul resto…senza per questo nulla togliere alla valenza della musica eseguita. (G.G.)

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Quilibri’ – “Eco Fato” – AUAND AU9017
Ad ascoltare questo bel lavoro viene da pensare quasi ad una “lucida incompiutezza”, che proprio per i suoi colori accennati e non imposti, per le sue suggestioni che sono punto di partenza da colmare a cura di chi ascolta, gode di una bellezza delicata di fraseggi, timbri, di note tolte per arrivare ad una complessa leggerezza sonora…. Lo stesso titolo mi ha colpito, perche’ “Eco Fato” (dopo che ho ascoltato il cd ) mi e’ apparso in perfetta sintonia con lo stile della musica: tolte due lettere da una frase ben determinata, finita, legata all’ agire (Ecco Fatto) si arriva a due parole di senso piu’ etereo, piu’ vago, e anche piu’ legate a suoni meno secchi e a concetti piu’ legati al pensiero che all’ azione….. E Ayassot, autore di tutti i brani, insieme a Lipp alla chitarra, Risso al basso, e De Micco e Spena alle percussioni, perseguono un tipo di sonorita’ particolare. Il sax soprano ha sempre una delicatezza di fraseggio, a volte sembra persino un violino (“Panoramix”), spesso indugia sul suono quasi soffiato – ma senza mai perdere in pienezza timbrica; oppure Ayassot vola lungamente su un liberissimo assolo con il suo soprano, lasciando poi pero’ lo spazio alle percussioni che proprio per la loro valenza ritmica “regolamentata” contrastano molto ed esaltano i suoni appena precedenti ; e’ bello anche abbandonarsi al bel solo della chitarra di Lipp, che gradualmente si intreccia con il basso di Risso (“ERBA”).
In certi momenti personalmente Ayassot mi ha ricordato Stan Getz, in altri ne ho semplicemente ammirato la versatilita’ timbrica. A volte mi sono piaciuti i contrasti (ad esempio la morbidezza vigorosa del solo di basso di Risso con la morbidezza piu’ eterea del sax soprano di Ayassot in “Barbasso” ), a volte la capacita’ di evocare atmosfere rilassatamente jazzistiche, ma anche il discostarsene per affrontare melodie o timbri ben piu’ onirici: in ogni caso non si puo’ non sottolineare l’ originale raffinatezza di questi musicisti davvero molto bravi. (D. F.)

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Felice Reggio Big-Band – “Mio caro Tenco” – Splasch(h) Records cdh1527.2
“Mio caro Tenco” del bravo Felice Reggio e’ un cd di ottima fattura, piacevole, curato: ma mi porta a riflettere su un aspetto che va al di la’ della mera esecuzione. Perche’ sono rimasta stupita di quanto possa cambiare radicalmente la composizione di un artista a seconda del contesto nel quale venga eseguita. Parrebbe questa una affermazione scontatissima, specie in un ambito quale e’ quello del jazz – e quella di Reggio e’ una ottima Jazz Band: sappiamo bene quanto alcuni standards siano stati interpretati in migliaia di modi, e siano stati dilatati – ristretti – rallentati – accentati – velocizzati – e variati armonicamente o dal punto di vista dell’ arrangiamento. Ma in questo caso siamo di fronte a due tipi di musica totalmente diversi: un cantautore intimistico, per certi versi minimalista, che affronta temi – anche dal punto di vista testuale naturalmente – cosi’ emotivamente privati , e la grande compagine invece della Big Band, con le sue dinamiche, il dispiegamento dei fiati, ed i suoi arrangiamenti dinamici.
Ad ascoltare attentamente i brani di Tenco eseguiti da una grande Band accade cosi’ qualcosa di contraddittorio: da una parte si scopre un lato di questo grande autore scevro da un certo rassegnato tormento , e se ne nota una ariosita’ melodica ed armonica che vengono evidenziate proprio dagli arrangiamenti per una Jazz Band, rimanendo stupiti da quanto quelle composizioni siano adatte a quegli arrangiamenti (basti ascoltare “Averti tra le braccia” o l’ ardito “Ciao Amore Ciao in chiave Rythm’ blues) ; dall’ altro, specie in alcuni brani quali “Mi sono innamorato di te” o anche “Vedrai Vedrai” si prende atto della insita, profonda, individuale traccia di quell’ artista, di quel modo di sentire e di comporre, che osta fortemente al trasformarsi di quelle note in anonime e genericamente malinconiche“ballads”. Anzi stranamente, quel “rassegnato tormento” ancora di piu’ in certi momenti, quasi per contrasto, appare tanto evidente da risultare struggente. Dunque la “firma” di Tenco non e’ solo legata alla sua particolarissima e propria ed inconfondibile interpretazione di cantante- uomo ed artista, ma essa e’ ravvisabile anche e proprio in quelle linee melodiche che egli stesso ci ha lasciate.
Quindi se da un lato si perde il lato peculiare del Tenco cantautore, dall’ altro se ne intuisce quello altrettanto peculiare squisitamente musicale – un po’ offuscato forse, nell’ originale, dalla sua grande personalita’ interpretativa . Ma si scopre anche la malleabilita’ di quella musica: in “Mai” gli arrangiamenti latineggianti si rivelano inaspettatamente adatti a quella sequenza melodica originaria. Ma e’ vero anche il contrario, se in altri casi nonostante l’ arrangiamento sembra sempre fortemente di ascoltare la voce personalissima di Luigi Tenco.
Questa duplicita’ di esperienza sensoriale – al di la’ della valenza estetica di un cd sicuramente piacevole, in alcuni punti piu’ riuscito che in altri, come e’ normale che sia, andrebbe indagata a lungo perche’ crea l’ affascinante dilemma di quanto, in qual misura, fino a che punto un interprete / compositore e la propria opera vivano legati inscindibilmente anche in condizioni di una “rivisitazione estrema”, se cosi’ la si puo’ definire, come nel caso di questa di Reggio e della sua Big Band. (Daniela Floris)

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Tomasz Stanko – “Dark Eyes” – ECM
Tomasz Stanko è sicuramente uno dei più originali e innovativi musicisti del Vecchio Continente, rappresentando, tra l’altro, la punta di diamante dell’intero mondo jazzistico polacco.
“Riscoperto” da Manfred Eicher per la sua ECM, il trombettista ha realizzato proprio con l’etichetta tedesca alcune delle sue cose migliori e quest’ultimo album si iscrive di diritto tra queste, e per più di un motivo.
Innanzitutto la scelta dei compagni d’avventura: proprio come a suo tempo aveva fatto Miles Davis, idolo e punto di riferimento della poetica di Tomasz, anche il trombettista polacco si è più volte segnalato come talent scout. E così questa volta presenta due giovanissimi ma eccezionali musicisti finlandesi, il Alexi Tuomarila e il batterista Olavi Louhivuori, ambedue dotati di una sensibilità che ben si attaglia alle esigenze espressive del leader.
In secondo luogo Stanko ha scritto una serie di brani di rara bellezza melodica, con ciò sparigliando un po’ le carte dei suoi ammiratori. In effetti anche se oramai da tempo il trombettista ha abbandonato quei toni aspri che caratterizzavano tanta parte della sua produzione, mai si era lasciato andare ad una musica così suadente, suggestiva ma non per questo banale. Tutt’altro! I suoi temi racchiudono una profonda poesia , una forza evocativa e una ricchezza armonica tali da far considerare questo album , come si accennava in apertura, tra i più riusciti dell’intera produzione di Stanko. (G.G.)

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Elisabetta Tucci – Soluzioni Jazz –
Avendo tra le mani un cd nuovo, le prima cose che si vanno a guardare sono la formazione e i brani; ebbene, da questo punto di vista il disco in oggetto appare un clone di tanti altri album più o meno riusciti, vale a dire una cantante che si misura con un repertorio tratto in massima parte dai classici del jazz, con una spruzzatina dell’immancabile Brasile e una puntata nel mondo pop italiano che tanto va di moda in questo periodo.
Invece, fin dalle prime note, si rivela una piacevolissima sorpresa: quanto sopra detto non può essere contraddetto trattandosi di un dato di fatto, solo che il tutto viene proposto in modo assolutamente nuovo ed originale. L’idea è di arrangiare i vari pezzi in chiave fusion con una ritmica sostanzialmente funky.
Di qui un accompagnamento forse un po’ pesante ma di sicuro coerente con gli intendimenti dell’arrangiatore che risponde al nome di Gegé Albanese, altresì tastierista del gruppo.

E dato che parliamo dei componenti la formazione, un plauso particolare lo merita il sassofonista Paolo Farinelli che in più di un’occasione si fa notare per assoli sempre misurati e coerenti con l’impostazione generale del quintetto.
Dal canto suo Elisabetta Tucci sfodera una bella voce, una notevole capacità interpretativa anche se non sempre appare a suo agio con i brani scelti. Così, ad esempio, proprio il pezzo italiano “L’importante è finire” meritava una ulteriore messa a punto mentre superlative ci sono apparse le interpretazioni di “Angel eyes” e “Route 66”.

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