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Judith Berkson – “Oylam”

Judith Berkson – “Oylam” – ECM 2121
Straniante, sghembo (se così può definirsi un disco) ma interessante dal primo all’ultimo minuto questo album della cantate Judith Berkson al suo esordio in casa ECM. Per questo impegnativo compito la vocalist ha scelto di esibirsi in splendida solitudine (accompagnandosi al piano, al Piano Rhodes e all’Organo Hammond) e con un repertorio quanto mai complesso e variegato in cui figurano ben nove pezzi da lei stessa interamente composti, un brano liturgico da lei musicato, un altro pezzo tratto da Schubert per cui la Berkson ha scritto il testo, unitamente a due standards jazzistici (firmati Col Porter e Gershwin) e a “Hulyet, Hulyet” sentito omaggio alla figura del compositore e poeta ebreo Mordechai Gebirtig, ucciso dalla barbarie nazista nel 1942. Come uniformare tutto questo materiale? La risposta sta unicamente nella poliedrica personalità artistica di Judith: soprano, pianista e compositrice attualmente vive a Brooklyn, New York ma vanta una solida preparazione di base: ha studiato canto al New England Conservatory con Lucy Shelton, teoria e composizione con Joe Maneri, piano con Judith Godfrey e Viola Haas. Inoltre ha cantato e insegnato musica liturgica all’ Old Westbury Hebrew Congregation di New York, rappresentando i canti liturgici ebrei una delle sue prime fonti di ispirazione. Comincia a cantare jazz negli ultimi anni ’90 quando, all’incirca ventenne, frequenta anche i compositori d’avanguardia e quanti studiano le tecniche più avanzate circa l’utilizzo della voce. Di qui la scelta di intraprendere una carriera da solista preferendo esibirsi da sola ; in tal modo ha la più ampia possibilità di esprimersi secondo il suo estro creativo e soprattutto di modulare la propria incredibile voce a seconda del brano interpretato. Ed è proprio alla luce delle sue enormi possibilità che si spiega quella scelta di repertorio così strana cui prima si faceva riferimento; ogni brano rappresenta storia a sé, ogni pezzo mostra un lato della personalità artistica della vocalist mai uguale a sé stessa, ogni composizione è il trampolino di lancio per una nuova sorpresa mai, però, fine a sé stessa…insomma ascoltate l’album e tutto sarà più chiaro! (Gerlando Gatto)

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Simone Graziano trio – “Lightwalls”

Simone Graziano trio – “Lightwalls” – Dodicilune dischi ed265
Si capisce subito l’ aria di questo bel cd, gia’ dal primo brano (“Darkness”): melodico, ma non banale, espressivo e non melenso, con una suo progressivo intensificarsi e mutare in suoni piu’ angosciosi, che non e’ solo estetico abbellire, ma e’ proprio una progressiva drammatizzazione sonora del dispiegarsi di sensazioni interiori. “Seven steps dream” cela dietro un tempo dispari una struttura di energico e nerissimo blues (e non e’ solo l’ impianto armonico a parlarci di blues, ma anche il robusto contrabbasso di Tavolazzi, gli accordi del pianoforte di Graziano, stracolmi di blue note e alternati ad un ostinato quasi angosciante, mentre la garantisce e sottolinea con forza l’ incedere asimmetrico dei battiti). Il brano finisce ossessivamente sull’ ostinato del pianoforte che da’ modo a Tamborrino di muoversi creativamente su una base reiterata. “Noir de lumiere” comincia con un delicato e indefinito incedere del piano, ma che gia’ contiene in nuce dissonanze, coltivate anche in unisono con il contrabbasso, che subito dopo da’ inizio ad un episodio solistico molto libero . Il pianoforte poi ricomincia a cantare, malinconico e intenso, anche con bicordi vuoti, poi si torna al tema iniziale. In “The man who sold the world” (di Bowie) colpisce la cura del fraseggio pianistico, quasi “classico”, con una attenzione bellissima a staccati, legati che ha ben poco di improvvisato ma tradisce una cura scritta notevole, prima di sfociare nell’ improvvisazione che mostra invece la metabolizzazione del migliore pianismo jazz ma anche l’ originalita’ che serve a renderla affascinante. E c’e’ anche un solo di Tavolazzi che rimane impresso. E ancora l’ interazione tra Tavolazzi e Graziano e’ inusuale, perche’ la parte piu’ melodica non e’ scontata ma gode di dissonanze create tra i due in un finto unisono che creano inquietudine e interesse. Questo dialogo paritetico tra contrabbasso e pianoforte e’ il filo conduttore di tutto il cd. Lirico e duplice e’ “Corsica”, duplice perche’ il pianoforte di Graziano disegna una melodia quasi “colta”, mentre il contrabbasso e la ritmano quasi un moderno tango, ma in 5/4, prima di lasciare lo spazio ad un altro solo indimenticabile di Tavolazzi. Anche in questo caso Tamborrino e’ bravissimo, poetico, delicato ma non lezioso. “Here’s that rainy Day” riecheggia nostalgicamente Bill Evans ma non in maniera acritica, e’ morbido ed aspro nello stesso momento, in un crescendo che arriva alla ripetizione ad libitum nel finale di una unica frase; e per finire “Colour’ s tale”, che comincia con il contrabbasso che canta sugli accordi del pianoforte: brano ripartito in episodi sonori diversi, in cui il denominatore comune e’ ancora questo speciale parlare tra piano e contrabbasso, in cui la generosamente si presta a sottolineare ed evidenziare momenti a volte lirici, a volte piu’ percussivi, ma sempre bilanciati ed intensi. Il fatto che ognuno di questi brani (qui descritti nella loro totalita’) sia apparso meritevole di commento, indica che questo cd e’ davvero meritevole di un ascolto colmo di attenzione. (Daniela Floris)

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Giancarlo Mazzù Trio meets Salvatore Bonafede – “Among the waves of light”

Giancarlo Mazzù Trio meets Salvatore Bonafede – “Among the waves of light” – Dodici lune dischi ed.266
Devo dire che quando mi sono accinto ad ascoltare il CD in oggetto, mi aspettavo molto in quanto sono un convinto estimatore di Luigi Bonafede che considero uno dei più brillanti pianisti e compositori oggi in esercizio sul Vecchio Continente che non ha ancora trovato la considerazione che merita. Così il primo brano, “Friends fron another life”, mi ha lasciato piuttosto deluso con una cantabilità eccessiva tanto da farmi dubitare che tutto l’album fosse indirizzato alla ricerca di facili consensi. Poi, per fortuna, il discorso è radicalmente cambiato e la musica ha assunto una sua precisa valenza. Merito di una serie di fattori: innanzitutto la vena poetica di Mazzù capace di scrivere nove degli undici brani presentati , brani in cui si evidenzia – come già accennato – un gusto per ampie linee melodiche che prendono spunto da profondi stati d’animo mai disgiunti da una piena conoscenza musicale; in secondo luogo la sapienza strumentale dello stesso Mazzù che per l’occasione imbraccia soltanto la chitarra (che resta il suo primo strumento) fornendo una prova di eccellente livello ben coadiuvato da Fabrizio Giambanco alla batteria e Vincenzo Baldassarro al basso; infine l’aggiunta di Salvatore Bonafede. Il pianista siciliano, con il suo straordinario pianismo, denso, swingante, mai banale , è riuscito perfettamente a seguire i percorsi non sempre facili del chitarrista con un valore aggiunto che a mio avviso contribuisce in maniera determinante a catturare l’attenzione dell’ascoltatore che altrimenti rischierebbe di andarsene per la tangente. (Gerlando Gatto)

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Jacques Schwarz-Bart – “Rise Above”

Jacques Schwarz-Bart – “Rise Above” – Dreyfus FDM 46050 369532
Personalità artistica ed umana piuttosto complessa quella del sassofonista Jacques Schwarz-Bart: originario dei Caraibi (Guadalupe), cresciuto in Francia, residente oramai da molti anni a New York, Schwarz-Bart racchiude nella sua musica le influenze provenienti da tali differenti contesti. La sua storia musicale inizia nel 1997 quando collabora per la prima volta con il trombettista , come membro del gruppo Crisol… di qui si sviluppano una serie di collaborazioni tra cui quelle con Erykah Badu e D’Angelo. Nel 2004 Jacques lascia Hargrove per formare una propria band ,“Gwoka Jazz Project”, con cui registra due album per l’ Universal, “Soné Ka La” e “Abyss”, che lo lanciano nel mercato internazionale. Questo “Rise Above” prende le mosse dal 2000 quando comincia a scrivere una serie di brani secondo uno stile che lui stesso definisce “Brother Jacques Project”. In questo stesso periodo incontra e sposa la vocalist Stephanie Mackay che gli consente di aggiungere un’altra pennellata di colore alla sua già ricca tavolozza, ottenendo così un più largo spettro emozionale e soprattutto – come confessa lo stesso sassofonista – un maggiore equilibrio artistico tra semplicità e astrazione. Dopo la nascita del figlio, riascolta i brani scritti qualche anno prima dedicati alla moglie e decide di completare il progetto. Nasce così “Rise above” che contiene un brano assai significativo, quello che da il titolo all’intero album, scritto all’indomani della tragedia dell’11 settembre, una preghiera e nello stesso tempo un canto di speranza quando sembrava – afferma l’autore – che la terza guerra mondiale stesse sul punto di scoppiare. Comunque, tematiche a parte, la musica di Schwarz-Bart si caratterizza ancora una volta per il caratteristico groove che è poi l’essenza della sua arte, un groove che racchiude una solida preparazione di base e soprattutto un certo gusto molto ben definito. (Gerlando Gatto)

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Zap Mama – “ReCreation”

Zap Mama – “ReCreation” – Heads Up HUCD3159
Ecco un’altra eccezione nell’ambito della nostra rubrica: un album sicuramente non jazzistico, ma quanto meno di eccellente fattura e quindi degno di essere ascoltato anche dal “nostro” pubblico. In effetti “ReCreation” è una miscela ben dosata di sonorità brasiliane, ritmi africani, suoni inusuali su cui si staglia la voce di Marie Daulne. Registrato nel 2008 in diversi paesi e città quali il Belgio, Boston, Brasile, Los Angeles e New York, l’album risente di tutte queste influenze . Così, ad esempio, “Vibrations” è un brano che richiama le sonorità africane grazie alle percussioni di Karriem Riggins e del musicista Shora di conga bongo; dal sapore latino è invece “Hello to Mama” dove la voce della leader, Marie Daulne, è ben accompagnata da un non meglio identificato “Trumpetisto from Miami”. Interessanti e suggestivi i duetti di Marie Daulne con il regista francese Vincent Cassel in “Paroles Paroles” e con G. Love in “Drifting”. Insomma un album piacevole, ovviamente senza alcuna pretesa di sperimentazione ma giusto magari per una pausa da un’attività troppo impegnativa. (Gerlando Gatto)

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