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Antonio Barbagallo – “Splendida luce”

Antonio Barbagallo – “Splendida luce”

Antonio Barbagallo – “Splendida luce” – koiné kne 007

Varie sono le angolature da cui si può analizzare quest’album. Partiamo,quindi, dal leader; il chitarrista e cantante Barbagallo è di sicuro musicista ben preparato cui hanno giovato i lunghi anni di permanenza e lavoro negli States; non v’è dubbio, infatti, che abbia ben assimilato gli stilemi jazzistici sia come vocalist sia come strumentista. Ma, probabilmente proprio questo elemento lo porta a prestazioni discontinue a seconda che affronti brani della tradizione o proponga sue composizioni. Nel primo caso il suo strumento vocale appare ben calibrato e perfettamente in grado di aderire alle molteplici pieghe dei brani; lo si ascolti, al riguardo, nei due pezzi di Charles Mingus “Duke Ellington’s sound of love” e “Portrait”) e nella splendida “Gloria’s step” di Scott La Faro per cui ha scritto un testo di sicuro interesse.

Il discorso cambia radicalmente quando Antonio si esprime in italiano: prescindendo dalla qualità di testo e musica, il suo canto appare meno brillante e non sempre del tutto convincente. E al riguardo non appare del tutto condivisibile la scelta di aprire l’album con “Canzone del musico colto” , brano non proprio tra i più felici del CD.

Dal punto di vista strumentale , Barbagallo ha saputo scegliere compagni di viaggio di assoluta eccellenza: al quartetto di base, completato da Craig Hartley al piano, Ugonna Okegwo al contrabbasso e Chris Brown alla batteria, si aggiungono in alcuni brani il trombettista Fabio Morgera (esemplare il suo assolo in “Monk-ette” e il sassofonista Stacy Dillard il quale si fa ammirare soprattutto in “Lonely People”.

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Francesco Cafiso – “4 out”

Francesco Cafiso – “4 out”

Francesco Cafiso, Dino Rubino – “Travel dialogues” – Francesco Cafiso – “4 out” – abeat JZ 084

Chi pensa che le considerazioni che sta per leggere siano dettate dall’amore per la mia terra, la Sicilia, e quindi da una certa spontanea vicinanza con i musicisti siciliani si sbaglia di grosso: in effetti ritengo Cafiso e Rubino due grandissimi musicisti che, more solito, se fossero nati negli States, avrebbero avuto ben altra notorietà e considerazione ( in special modo Rubino ).

Ma veniamo ai due album in oggetto. Il primo è straordinariamente delizioso essendo eseguito in duo da Cafiso al sax alto, sax soprano e flauto e Dino Rubino al piano tromba e flicorno. I due affrontano un repertorio di standards intervallati da improvvisazioni e il risultato è assolutamente convincente. Già il brano d’apertura, “Moonlight serenade” evidenzia un Cafiso in grande spolvero con un soffiato che ricorda da vicino il gioco delle spazzole: l’ ascoltatore viene immediatamente catturato nella tela intessuta dai due e l’interesse resterà ben vivo per tutta la durata dell’album. Anche perché, uno dopo l’altro, abbiamo l’occasione di risentire brani splendidi quali, tanto per citarne alcuni, “Falling in love with love”, “Moon river”, “These foolish things”, “Besame mucho” (da ascoltare con particolare attenzione) … fino al conclusivo “Confirmation” di Charlie Parker.

Nel secondo album Rubino suona solo il piano e ai due si aggiungono Paolino Dalla Porta al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria a costituire un quartetto solido ed efficace. In questo caso la musica è più viscerale, corporea, ancorata alle grandi lezioni del passato di cui Cafiso si dimostra straordinario interpretare; così ad esempio sia in “Everything I love” sia in “I hear a rhapsody” il suo fraseggio appare quanto mai pertinente, fluido, sorretto da una tecnica straordinaria messa però al servizio della sincerità di ispirazione. Insomma un Cafiso oramai maturo, quale mai forse prima d’ora, e a conferma di queste considerazioni si valutino con attenzione i brani firmati dal sassofonista: “Enigmatic night”, “King Arthur” e “Bach’s flower” sono piccole perle che non sfigurano nel contesto dell’album: in particolare “Bach’s flower”, dopo una splendida introduzione di Paolino Dalla Porta si sviluppa con un piacevole andamento ritmico a sostegno di una suadente linea melodica evidenziata viepiù da un bell’assolo di Rubino.

Per chiudere da segnalare lo splendido lavoro anche della sezione ritmica: si ascolti con quanta autorevolezza introducono “Everything I love” e con esso l’intero album.

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Roberto Cecchetto – “Mantra”

Roberto Cecchetto – “Mantra”

Roberto Cecchetto – “Mantra” – Parco della Musica Records MR 024

Non molto spesso il brano cha da il titolo all’intero album sia quello più significativo; questa volta, invece, “Mantra” è a mio avviso il pezzo davvero migliore dell’album, forse quello più strutturato e in cui meglio si avverte l’interplay tra il leader e l’eccellente sassofonista Francesco Bearzatti che dimostra, ancora una volta, di essere musicista in continua ascesa, capace di regalare molte sorprese.

Particolarmente entusiasmante anche “Hungry and foolish” caratterizzato da un bel crescendo, degna chiusura di un album eccellente.

Per il resto l’album conferma quanto già di ottimo si sapeva sul conto del chitarrista, autore di tutti i brani contenuti nel CD: la sua è una musica “tirata”, alle volte sghemba, che nulla concede al facile ascolto, men che meno a tentazioni in qualche modo consolatorie.

La chitarra di Cecchetto si staglia sullo sfondo disegnato dai compagni di viaggio che lo seguono alla perfezione in un percorso in gran parte improvvisato, senza che ciò faccia venir meno, neppure per un attimo, la compattezza del gruppo.

In questo senso da sottolineare come il lavoro svolto da Bearzatti, Luca Bulgarelli al contrabbasso e Ivo Parlati alla batteria si integri alla perfezione con il progetto di Cecchetto, riuscendo a fornire un supporto ritmico – armonico di rara precisione e alle stesso tempo flessibilità. Particolarmente apprezzabile l’assolo di Bulgarelli in “Inside View”.

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Scott Colley – “Empire”

Scott Colley – “Empire”

Scott Colley – “Empire” – Cam Jazz 7828-2

Prova di maturità per il contrabbassista che, dopo “Architect of the silent moment” (sempre per la Cam Jazz) si ripresenta al pubblico italiano con un gruppo di tutte stelle composto da Ralph Alessi alla tromba, Brian Blade alla batteria, Bill Frisell alla chitarra elettrica e Craig Taborn al piano.

Colley, in questo album, evidenzia la sua statura di musicista completo: ottimo strumentista, arrangiatore di vaglia, compositore fecondo e fantasioso. Come contrabbassista Scott mette in mostra una cavata sicura e potente, un preciso senso dello swing, una straordinaria fantasia e soprattutto un forte senso narrativo ed evocativo, il tutto coniugato con una estrema facilità improvvisativa.

Come compositore la prova di Colley è, se possibile, ancora più positiva: le atmosfere evocate nei dieci brani contenuti nell’album sono assolutamente variegate e si avverte lo sforzo compiuto per scrivere musica adatta ai solisti, quasi a ricalcare certe procedure care a Duke Ellington. Così, ad esempio, in “January”, “The gettin place” e “5:30 am” è in primo piano la tromba di Alessi unitamente alla chitarra di Frisell che poi diventerà, unitamente al leader, il vero protagonista dell’album grazie a quell’uso peculiare dello strumento che solo egli sa fare, ricavandone suoni spesso al di fuori del comune e che vanno ad arricchire una tavolozza già di per sé quanto mai efficace.

Il pianista Craig Taborn non ottiene lo stesso rilievo anche se non mancano occasioni per apprezzarlo come in “5:30 am” e “Speculation”.

Infine è presente per tutta la durata dell’album il sostegno preciso, puntuale, swingante del batterista Brian Blade… per non parlare degli splendidi spazi solistici che il leader si ritaglia come in “For Sophia”, una suadente ballad in cui Scott Colley dimostra come si possa essere soavemente melodici anche al contrabbasso.

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Roberto Demo – “Come se i pesci”

Roberto Demo – “Come se i pesci”

Roberto Demo – “Come se i pesci” – abeat AB JZ 067

Ancora una voce maschile che si cimenta con il canto jazz e ancora un risultato non del tutto convincente nonostante l’ottimo supporto strumentale. Ma procediamo con ordine.

Dopo “La porta” del 2001 e “Sono un bluff” del 2005, questo è il terzo lavoro di Roberto Demo per Abeat; l’album presenta 13 composizioni di cui dieci dello stesso Demo (otto scritte in solitudine, due in compagnia rispettivamente di Luigi Martinale l’una e di Martinale, Risso e Tracanna l’altra), le altre tre sono dovute all’indimenticato Fred Buscaglione “Nel cielo dei bar”, Jovanotti e Centonze “Ragazzo fortunato” e Ornella Vanoni, Pacco e Avogadro “Rossetto e cioccolato” .

Ebbene le composizioni di Demo non sempre convincono appieno seppure supportati da testi non banali; al riguardo il brano migliore è, a nostro avviso, “Il filo rosso” caratterizzato da un suadente andamento melodico con una splendida coda del pianista Lluigi Martinale . In assoluto una delle interpretazioni più convincenti è quella di “Nel cielo dei bar” in cui la voce del leader sembra adattarsi perfettamente alla musica di Buscaglione.

In apertura si faceva riferimento al supporto strumentale: in effetti, oltre a Martinale, Stefano Risso al contrabbasso, Paolo Franciscone alla batteria e soprattutto Tino Tracanna al sax soprano e tenore hanno confermato quella valenza che tutti ben conosciamo ed apprezziamo.

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Rosario Di Rosa – “Cabaret Voltaire”

Rosario Di Rosa – “Cabaret Voltaire”

Rosario Di Rosa – “Cabaret Voltaire” – abeat AB JZ 074

Otto brani ben scritti, ben costruiti e altrettanto ben eseguiti: questa, in estrema sintesi, la carta d’identità di “Cabaret Voltaire” firmato dal pianista siciliano Rosario Di Rosa (autore di tutti i brani) ottimamente coadiuvato da Paolo Dessi al contrabbasso e Riccardo Tosi alla batteria.

Come sottolinea acutamente nelle note che accompagnano l’album Gianmichele Taormina la musica proposto dal trio si pone spesso tra sogno vero e spontanea avanguardia , in una carrellata di “storie intrise di trascinante improvvisazione”.

Il fatto è che effettivamente i tre riescono a bilanciare in modo mirabile parti scritte e parti improvvisate per cui mai un brano appare squilibrato verso l’uno o l’altro versante … anche perché ogni pezzo è accompagnato da una lucida introduzione scritta dall’autore che ne semplifica e migliora l’ascolto.

In questo senso emblematico il brano “Avanspettacolo” (che in qualche modo da il titolo all’intero album) in cui il succedersi di ballad, blues arcaico, rumba e swing rendono assai bene il clima evocato nel titolo.

Assai interessante anche “Basquiat”, chiaramente dedicato a quell’artista dell’avanguardia statunitense, di origine haitiana, Jean-Michel Basquiat che pur essendo scomparso giovanissimo diede egualmente la stura ad un nuovo modo di intendere e praticare l’arte pittorica.

D quanto detto risulta evidente la bella capacità di scrittura del pianista da cui ci si attendono ulteriori prove che confermino l’ottima impressione suscitata da questo album. Infine non si può non sottolineare l’ottimo lavoro sella sezione ritmica sempre precisa ad assecondare le non sempre facili intuizioni del leader.

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Riccardo Fassi – “L’amore nascosto” – DCLC 712

Valutare una colonna sonora al di fuori del contesto filmico è sempre impresa piuttosto difficile dal momento che trattasi di musica scritta proprio per accompagnare immagini. Di qui l’innegabile realtà che solo pochi soundtrack mantengono il loro valore di per sé … e la cosa vale ovviamente anche nel mondo del jazz con le dovute eccezioni. Una di queste è rappresentata dalla musica scritta da Riccardo Fassi per “L’amore nascosto” , un film di Alessandro Capone con Isabelle Huppert, e pubblicata in un CD uscito proprio in questi giorni. L’album del musicista varesino, oramai “naturalizzato” romano, presenta molte pagine davvero interessanti che ne giustificano un ascolto attento ed interessato. Fassi è, in effetti, compositore fecondo e creativo, capace di comporre melodie affascinanti così come brani dalla struttura complessa; ecco, nell’album in oggetto, il tema principale è di sicura presa ed in questo caso la ripetitività aiuta l’ascolto. A ciò va aggiunta la bravura degli esecutori : un quartetto jazz con Riccardo Fassi pianoforte e tastiere, Gianluca Renzi basso, il regista Alessandro Capone batteria e Max Ionata al sax tenore e soprano, che si esaltano in alcune improvvisazioni, pratica di certo non comune nelle colonne sonore, e un classico quartetto d’archi con Roberto Granci e Carlo Rizzari violino, Michael Kornel viola e Giuseppe Tortora cello. Alcuni pezzi evidenziano particolarmente l’interplay dei “jazzisti”; così, ad esempio, la terza ripresa di “Sophie” presenta un fitto ed entusiasmante dialogo tra il piano di Fassi la batteria di Capone e soprattutto il basso di Renzi che dimostra di aver oramai raggiunto livelli di assoluta eccellenza. Dal canto suo, il sassofonista Max Ionata si fa ammirare in diversi brani tra cui la ‘free version’ di “Danielle” e l’ultima ripresa di “Amour”.

Certo, dei brani avrebbero avuto bisogno di un maggiore sviluppo come la terza ripresa di “Danielle”, che sembra interrompersi di colpo evidentemente per ragioni filmiche, ma ciò nulla toglie alla valenza di un album più che dignitoso.

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Antonio Flinta – “Tamed”

Antonio Flinta – “Tamed”

Antonio Flinta – “Tamed” – Splasc(h) CDH 1521.2

Nonostante il leader dell’album sia il pianista Antonio Flinta, in realtà la titolarità dell’album spetterebbe anche al sassofonista Piercarlo Salvia che da tono e spessore all’intero CD.

Si ascoltino al riguardo i primi due brani , “Yudhishthira’s song” e “Invisible people”, in cui l’eccellente lavoro del trio di Flinta con Roberto Bucci al basso e Claudio Gioannini alla batteria viene impreziosito dal sound del sax tenore che, oltre a ritagliarsi ampi spazi di improvvisazione, è sempre lì ben presente a supportare l’amalgama dell’intero gruppo.

Ciò detto, bisogna dare atto a Flinta da un canto di aver scritto composizioni di buon livello in cui c’è ampio spazio per tutti, dall’altro di aver saputo mettere in campo una formazione compatta, omogenea, che sa esprimersi al meglio sia nella canonica formazione del trio, sia in quartetto con l’aggiunta del sax.

Superlativa, poi, la prova di Flinta come pianista: emblematico il brano che chiude l’intero album, “San qiu” in cui , in splendida solitudine, l’artista fornisce un’eccellente prova di maturità evidenziando una perfetta padronanza dei propri mezzi espressivi ed una capacità non comune di trasmettere, attraverso la musica, le proprie emozioni. D’altro canto non si può parlare certo di sorpresa dal momento che Flinta è artista ben noto ed apprezzato da quanti seguono con attenzione le vicende del jazz italiano.

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Kyle Gregory – “World down side up”

Kyle Gregory – “World down side up”

Kyle Gregory – “World down side up” – depth records 008-11-25

Dimensione chiaramente cameristica per questo interessante album del trombettista e flicornista Kyle Gregory coadiuvato in maniera eccellente da Paolo Birro al pianoforte, Roberto Dani alla batteria, Salvatore Maiore al basso e Aya Shimura al violoncello.

E’ forse opportuno sottolineare come per dare vita ad un progetto del genere debbano essere rispettate due ben precise condizioni: che ci sia una straordinaria intesa sugli esiti artistici che si vogliono conseguire e che tutti i musicisti sia in possesso di una superlativa preparazione strumentale, ché anche la minima sbavatura risulterebbe amplificata dal contesto in cui ci si muove.

Ebbene, dopo un attento e ripetuto ascolto dell’album si può affermare che ambedue le condizioni siano ampiamente soddisfatte: Gregory, autore degli otto brani proposti, è indubbiamente il leader che indirizza il tutto ma un contributo assai notevole, soprattutto per quanto concerne il sound complessivo del gruppo, viene da Aya Shimura al violoncello.

L’album, si apre con tre brani dall’andamento piuttosto simile che potrebbero far pensare ad una eccessiva omogeneità del tutto, impressione subito dopo fugata dal brano n.4 “Beatiful are those ungry for goodness” in cui il ritmo si fa leggermente più incalzante , e dal pezzo n.7 “Beatiful are those persecuted for seeking justice” contrassegnato da una linea melodica ben riconoscibile. Ma tanto basta a far si che il CD possa vantare una varietà di situazioni che lo rendono ancora più intrigante e affascinante.

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Il Trio (Intra/Tommaso/Gatto) – “Canzoni, preludi, notturni”

Il Trio (Intra/Tommaso/Gatto) – “Canzoni, preludi, notturni”

Il Trio (Intra/Tommaso/Gatto) – “Canzoni, preludi, notturni” – Alfa Music 141

Non sempre mettere assieme tre grandi musicisti significa ottenere un bel disco … anche se, ad onor del vero, Enrico Intra, Giovanni Tommaso e Roberto Gatto sono di per sé garanzia di ottimo jazz. Ed in effetti l’album in oggetto si pone su un livello di assoluta eccellenza grazie alla qualità dei musicisti e delle composizioni.

Intra è uno dei compositori più fecondi ed originali che la scena del jazz internazionale possa vantare e lo evidenzia ancora una volta in questo album di cui firma tutte e nove le composizioni (sette da solo e due in collaborazione rispettivamente con il bassista e il batterista) scritte nel 2009, dedicate ai suoi nipoti e chiaramente ispirate al mondo classico. E i brani rispecchiano appunto questo tipo di poetica, una poetica che ha sempre caratterizzato questo straordinario musicista sospeso tra jazz e musica colta in quella terra di confine che solo i grandi riescono a frequentare con coerenza e sincerità di ispirazione. Si ascolti al riguardo “Canzone per Sara” di rara eleganza e delicatezza.

Dal punto di vista esecutivo risulta perfettamente indovinata la scelta di Intra che ha voluto accanto a sé Tommaso e Gatto, musicisti con i quali mai aveva suonato: in effetti i tre hanno trovato una straordinaria sintonia (si ascolti ad esempio “Notturno n.4”) riuscendo a penetrare l’uno nella sintassi degli altri due. Il risultato è di una perfetta compiutezza in una sorta di legame che unisce i tre anche nei momenti di totale improvvisazione in cui bisogna davvero conoscersi bene per leggere le rispettive intenzioni.

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Bob Mintzer – “La vita è bella”Bob Mintzer – “La vita è bella” – Abeat 081

Prendete quattro grandi musicisti, registrateli nel corso di un concerto e 99 volte su 100 ne verrà fuori un buon disco. La stessa cosa vale per questo CD che vede assieme Bob Mintzer al sax tenore, Dado Moroni al piano, Riccardo Fioravanti al contrabbasso e Joe La Barbera alla batteria, registrati dal vivo all’Art Blakey Jazz Club di Busto Arsizio il 4 e 5 dicembre del 2009.

La musica si iscrive nel solco di quel jazz che in qualche modo si richiama all’hard bop, quindi un jazz corposo, ben strutturato e arricchito da continue sortite solistiche che nulla tolgono all’amalgama del gruppo. Evidentemente questo tipo di formula ha già dato molto per cui l’interesse dell’ascoltatore si concentra tutto sulla bravura dei musicisti e sulla bontà dei temi.

Dal primo punto di vista Mintzer e Moroni – non lo scopriamo certo adesso – sono musicisti eccellenti che danno ancora una volta ottima prova di sé: si ascolti tra l’altro la splendida intro del pianista alla composizione di La Barbera “Kind of Bill”. Quest’ultimo è batterista tra i migliori al mondo mentre Fioravanti conferma tutta la sua classe: emblematico lo splendido duetto basso-batteria in “Re re” di Bob Minzer.

Per quanto concerne il repertorio, lo stesso è basato su sei originals che dimostrano la bontà di scrittura dei quattro cui si aggiungono una splendida versione del tema scritto da Nicola Piovani per “La vita è bella”, e il sempre verde “Invitation” di Kaper interpretato da Mintzer e compagni con grande originalità.

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Barbara Raimondi – “Contigo en la distancia”

Barbara Raimondi – “Contigo en la distancia”

Barbara Raimondi – “Contigo en la distancia” – RTZ 001

Se vi piacciono le canzoni argentine, messicane, sudamericane degli anni 40 e 50 , se vi piace la loro aria accecante, nostalgica, pulita e tersa, non potete non godervi questo disco poetico, intenso, dolce e anche dolente, in cui la voce delicata ed elegante ma densa di colori di Barbara Raimondi vola , si appoggia, si intreccia alle note indimenticabili di brani di estrema bellezza.

L’ intreccio e’ di quelli che colpiscono, e’ quello che consente ad una interprete di lasciarsi avviluppare dai brani che canta e dalla loro atmosfera. In questo cd l’ intreccio e’ anche quello con la batteria di Zirilli, interprete anch’ egli, non semplice facente funzioni di sottolineatura o mero regolatore di battiti. Basti ascoltare a tal proposito la splendida “Cucurucucu’ Paloma”, in cui la voce sapientemente ritarda , infinitesima, non di piu’ di un piccolo istante, creando una positiva tensione durante la strofa, cosi che all’ inciso l’ entrata delle percussioni e’ semplicemente stupenda, deve avvenire, e’ necessaria, ed avviene, dando respiro. La chitarra di Taufic crea accordi sinuosi, morbidi, solari, in una parola, belli. E’ un cd bello, appunto, sia nei brani piu’ ritmici (vedi il dialogo tra chitarra voce e batteria in “Upa neguinho”) che in quelli piu’ interiorizzati (come il vibrante “Alfonsina y el mar”), un cd che trova l’ intensita’ non nell’ esasperazione dei volumi o dei contrasti ma nell’ evidente amore per questa musica cosi’ struggente e vitale, che viene accarezzata, raccontata con benefica passione. (Daniela Floris)

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Rita Sannia – “Legatura di valore”

Rita Sannia – “Legatura di valore”

Rita Sannia – “Legatura di valore” – Koiné kne 006

Quest’album trova, forse, nella delicatezza delle interpretazioni la sua migliore chiave di lettura. In effetti la vocalist sarda popone una performance chiaramente legata ad una visione intimistica della musica in cui ciò che conta è soprattutto dare voci alle proprie sensazioni, emozioni, pur nel completo e coerente rispetto dei brani. Di qui alcune modalità di approccio alla materia sonora abbastanza originali che si possono apprezzare soprattutto nel celeberrimo “My favourite things” di coltraniana memoria, in “Alem do amor” di Baden Powell, in “You’ve got a friend”di Carole King e nel bel tango “Malena” di Lucio De mare e Homero Manzi impreziosito da una splendida introduzione, ricca di pathos, dovuta alla fisarmonica di Fausto Beccalossi.

E già nell’elencazione di questi brani si nota un’altra particolarità dell’album: la varietà del repertorio che svaria da classici del jazz a cover di Cat Stevens (“Morning has broken”) o della già citata Carole King, fino a canzoni originali cantate in sardo: è questo il caso di “Anninnia de giagia” musica di Alfonsi, testi della stessa Rita, un delicato bozzetto dedicato a Nonna Rosa.

Ovviamente la buona riuscita dell’album è dovuta anche all’ottima compagine strumentale che accompagna la cantante tra cui spiccano Peo Alfonsi alla chitarra, autore anche di tutti gli arrangiamenti (eccezion fatta per “My favourite things” e “Gioga Rosa”), Gregor Kyle tromba e flicorno, Carmo Mariani sempre superlativo alle launeddas (lo si ascolti in “Gioga Rosa”) nonché l’ensemble di archi davvero ben utilizzato al di fuori di qualsivoglia tentazione classicheggiante.

L’album è accompagnato da un vero e proprio libretto in cui la Sannia guida l’ascoltatore, in maniera assai coinvolgente, alla scoperta di sé stessa o meglio delle motivazioni che l’hanno spinta a intraprendere la strada della musica. E che Rita sappia tenere in mano assai bene la penna, oltre che il microfono, è dimostrato dal fatto che i testi di tre brani sono suoi, testi che si mantengono ben lontani dalla banalità.

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Carol Sudhalter – “The octave tunes”

Carol Sudhalter – “The octave tunes”

Carol Sudhalter – “The octave tunes” – alfa 122

Album interessante anche se non del tutto omogeneo questo della polistrumentista Carol Sudhalter. Carol suona sax tenore, sax baritono e flauto ma presenta elementi di originalità soprattutto al flauto, tanto da essere citata da Stefano Benini nel suo bel volume “Il flauto jazz” come una delle migliori “specialiste” del momento. Per avere la conferma di tali valutazioni la si ascolti con attenzione nel brano d’apertura , il ben noto “Flamingo”, o in “Nature boy”: la musicista dimostra di sapersi misurare con grande padronanza ed originalità con questo non facile strumento, cosa che viceversa non sempre accade con gli altri strumenti. Ad esempio l’interpretazione di “Somewhere over the rainbow” al sax baritono appare non del tutto convincente dal momento che non si discosta granché dalle molteplici interpretazioni che hanno caratterizzato questo brano.

Venendo agli altri musicisti che si ascoltano nel CD, ancora una splendida conferma dal “nostro” Vito Di Modugno il quale all’ Hammond B3 affronta con grande piglio l’ellingtoniano “Daydream” fornendone un’interpretazione davvero notevole, così come il suo original “Pancake blues”.

Notevole anche l’apporto della vocalist Marti Mabin particolarmente convincente in “You go to my head” cosa che non si può dire dell’altra cantante Elena Camerin che nell’interpretazione di “Quisiera ser” appare fuori contesto nell’economia generale dell’album.

Da sottolineare, infine la prova del giovane pianista Carlo Barile, all’epoca della registrazione solo diciottenne ma già in possesso di un linguaggio originale impreziosito da un fraseggio quanto mai fluido e non banale.

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Pietro Vitale – “Colore dell’anima”

Pietro Vitale – “Colore dell’anima”

Pietro Vitale – “Colore dell’anima”

Bel disco questo del batterista Pietro Vitale, bel disco ad iniziare dalla copertina e dal titolo. Dopo molti anni che ascolto e “vedo” CD, raramente una copertina mi colpisce ancora. Questa volta, invece, la foto di Pierluigi Lettieri mi ha riportato alla mente uno straordinario viaggio in India che feci circa trent’anni fa, con un amico inglese cresciuto in India … ed in effetti proprio lì, in mezzo ad una povertà per noi inimmaginabile, mi sentii più vicino a quella parte più intima di ognuno di noi che forse meriterebbe sempre maggiore attenzione .. così come restai colpito dai bellissimi colori che, come giustamente rileva il titolo, sono anche quelli dell’anima, con le mille sfumature che si manifestano, si dice nel booklet, “attraverso la molteplicità di forme e di colori”.

Ovviamente queste parole resterebbero lettera morta riferita ad un disco se non fossero supportate da un adeguato contenuto musicale che per fortuna in questo CD c’è tutto. Così, dopo un inizio di chiara impronta funky, e un blues ben eseguito, si arriva al pezzo che da il titolo all’intero album, un brano su tempo lento magicamente interpretato da un sestetto in cui spiccano Marco Brioschi tromba e flicorno, Luigi Vitale al e il sempre più convincente Julian Oliver Mazzariello. E così, via via si sussuegue una serie di brani dalle atmosfere cangianti tra cui due pezzi di chiara ispirazione africana – “Dounia” e “Mama Africa” – in cui si ascoltano le voci di Alassane Doulougou e Pina Cavanna cui si aggiunge nell’ultimo pezzo Paul Victor Dabiré.

L’album si chiude con il brano di maggior sapore jazzistico “Sphere” in cui Mazzariello si produce in uno splendido assolo.

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