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Andrea Beneventano

Andrea Beneventano

Di recente, su questo stesso sito, avrete letto la recensione dell’ultimo album di Andrea Beneventano, “The driver”, un album in cui il pianista siciliano fornisce l’ennesima dimostrazione di cosa significhi  suonare di gran classe. In effetti il pianista appartiene alla folta schiera di quei musicisti che, pur avendo tutte le carte in regola, non sono riusciti ad ottenere il successo che meritano. E che Beneventano abbia davvero tutte le doti di un grande musicista questo album lo conferma appieno: ottimamente coadiuvato da Francesco Puglisi e Nicola Angelucci basa la sua performance su sette sue composizioni affiancate da due standards “When sunny gets blue” di Marvin Fisher e Jack Segal e “If I should lose you” di Ralph Rainger. Ma qual è il mondo musicale di Andrea? Abbiamo cercato di scoprirlo attraverso questa lunga intervista.

– Cominciamo da lontano; dove sei nato e come ti sei avvicinato alla musica?

“Io sono nato a Catania dove ho cominciato a studiare pianoforte con un insegnante privato; qui dopo aver dato il quinto anno di pianoforte e storia della musica all’Istituto Musicale “Vincenzo Bellini”, nel 1982 mi sono trasferito a Roma. Nella Capitale da un canto ho cominciato a conoscere l’ambiente del jazz, dall’altro ho proseguito gli studi, ho dato gli esami per l’ottavo, il decimo studiando anche composizione classica. A questo punto ho cominciato a suonare anche con personaggi importanti quali, ad esempio, Massimo Urbani… poi sono venuti gli americani tra cui Sal Nistico, Steve Grossman, John Faddis. Red Rodney…e tantissimi altri”.

– Quanti dischi hai fatto da leader?

“Purtroppo solo due: il primo “Trinacria” nel 2003 ed ora questo “The driver” Nel frattempo, come è ovvio, non è che abbia smesso di suonare: ci sono state molte collaborazioni, concerti,festivals… ma dischi pochi,forse una dozzina in tutto..”

– Come mai?

“Io credo ci siano al riguardo due questioni: la prima concerne il come ci si pone, la seconda cosa si propone. Con riferimento al primo aspetto oggi è indispensabile un’attività di pubbliche relazioni che io non curo sufficientemente, al contrario di tanti altri miei colleghi. Per quanto concerne, poi, la proposta musicale, in questi ultimi tempi il successo è accompagnato o dal frequentare territori jazzistici…ma non solo, o dall’inserire nella propria musica qualcosa di estremamente particolare, i famosi progetti di cui tanto si parla. Ebbene anche al riguardo credo di non avere molte frecce al mio arco dato che ho sempre preferito proporre al pubblico la musica che sento, così come la sento, seguendo una sorta di onestà intellettuale da cui credo di non poter prescindere”.

– Pensi di proseguire  lungo questa strada o prevedi qualche aggiustamento di tiro?

“Sostanzialmente la mia strada è questa comunque penso di migliorare la mia attività imprenditoriale, se mi passi il termine, nel senso che cercherò di curare di più i rapporti con questo mondo nel cui ambito necessariamente devo muovermi. Ti faccio un esempio di quanto debba migliorare sotto questo aspetto: non sto neanche su attirandomi così le critiche di colleghi ed amici”.

Torniamo a quest’ultimo tuo album; nonostante tu sia dotato di un’eccellente tecnica, corroborata da  anni ed anni di intenso studio che tra l’altro ti hanno portato al diploma in pianoforte, tendenzialmente preferisci l’espressività al virtuosismo di impatto più diretto. E’ qualcosa di voluto o è semplicemente un assecondare la tua naturale riservatezza?

“Per me c’è una certa differenza tra il suonare in pubblico e suonare in una sala di registrazione. Una situazione live è decisamente più stimolante di quella che ti vede in studio con la cuffia, aspettando il segnale di partenza dalla regia. In secondo luogo il mio obiettivo principale è emozionare l’ascoltatore con la mia musica e con il virtuosismo solo nel momento in cui serve. Ciò non toglie che abbia ascoltato e che tuttora ammiri pianisti funambolici come per esempio Oscar Peterson, sicuramente pianista di ineguagliabile valenza”.

– Nella tua arte pianistica si avverte una profonda conoscenza di tutta la letteratura jazz;  c’è tuttavia  un qualche punto di riferimento più preciso?

“Soprattutto la tradizione, intesa come il sommarsi delle esperienze dei grandi pianisti del passato che hanno lasciato la loro impronta indelebile: io credo che anche le frasi più moderne, innovative non siano altro che l’evoluzione del linguaggio inventato dai grandi del passato”.

– Keith Jarrett, Gonzalo Rubalcaba, Brad Mehldau: a quale di questi tre pianisti ti senti più vicino?

“Questa è una domanda davvero difficile. Innanzitutto ci si può sentire vicini in maniera diversa.. per cui ad esempio di Rubalcaba non si può non considerare il fatto che lui è cubano con tutto quello che ciò comporta in materia di sound e di ritmo; Jarrett lo ammiro moltissimo per la dinamica, i colori e soprattutto il suono legato… quel tipo di suono legato credo ce l’abbia solo lui. Se mi permetti forse aggiungerei un elemento che mi piace meno nel pianismo soprattutto di Jarrett e cioè quel lato ipnotico per cui alle volte si lascia andare a veri e propri “tormentoni ritmici”. Brad Mehldau per alcuni versi è molto simile a Jarrett soprattutto nelle ballads… comunque lo trovo geniale in alcune cose, mentre in altre non mi ci ritrovo in quanto penso che probabilmente, come persona, debba essere piuttosto introverso; questo fatalmente finisce con il riflettersi in alcuni aspetti della sua musica. In altre parole, nonostante alcune difficoltà della mia vita, io tutto sommato, mi reputo una persona solare e quindi non mi riconosco in questa sorta di cupezza. Ovviamente queste sono minuzie nel mare magnum della grande arte di questi due straordinari personaggi”.

– Quanto conta nella tua musica l’essere siciliano?

“Francamente non lo so…chissà se l’essere originario del “Nord Africa”, ovvero della Sicilia….. dia qualcosa di diverso alle persone e quindi , nel mio caso, anche alla mia musica. A parte lo scherzo, io sono molto legato alla mia terra tanto è vero che il mio primo disco l’ho intitolato “Trinacria”. Naturalmente sono molto affezionato a Catania, una città che mi ha dato tanto, ma ad un certo punto ho sentito l’esigenza di partire anche per confrontarmi con situazioni qualitative diverse”.

– Come funziona il tuo processo creativo? Ti viene un’idea, ti siedi al pianoforte e la espliciti.. o viceversa mentre stai suonando ti imbatti in una combinazione di note che ti intriga e decidi di approfondire il discorso?

“Può capitare che all’improvviso ti venga una certa idea e poi la sviluppi; in ogni caso io ritengo che il processo creativo sia, tutto sommato, il risultato della tua sensibilità e di quello che ascolti e che hai ascoltato in passato… Quando mi siedo al pianoforte è come avere delle tele bianche su cui disegnare dei quadri; non so cosa suonerò fino al momento in cui le mani si abbassano sulla tastiera, cerco di raccontare me stesso attraverso il mio bagaglio musicale acquisito con lo studio, ma soprattutto con l’ascolto dei grandi musicisti. L’obbiettivo è sicuramente divertirmi, provare delle emozioni e poi sperare che queste “arrivino” al pubblico”.

– Nell’ambiente tu sei considerato un ottimo didatta e molti alunni sono letteralmente entusiasti del tuo modo di insegnare. Cosa ti da e cosa ti toglie l’insegnamento?

“Ti toglie praticamente nulla.. nel senso che l’unica cosa è il tempo ma io sono convinto che se hai voglia, il tempo per studiare e migliorare lo trovi comunque. Invece mi da moltissimo soprattutto perché io appartengo a quella categoria di persone a cui piace molto, oltre che suonare, anche  insegnare, che significa anche dare ad altri un qualcosa di tuo, aiutare chi voglia accostarsi all’arte (non mi sembra poco!)”

– Tra le tue tante esperienze, ce n’è qualcuna cui ti senti particolarmente legato?

“Sì, ricordo in particolare un concerto al Teatro Ponchielli di Cremona con Benny Golson; c’erano poi Buster Williams al contrabbasso, Ed Thigpen alla batteria, Chico Freeman, Artur Blyte e Nathan Davis ai sassofoni ; gli artisti sono arrivati in teatro alle otto e trenta quando già il pubblico stava prendendo posto; non avevamo fatto neanche una prova… ad un certo punto, prima di iniziare il concerto, Benny mi ha dato una cartellina con brani mai suonati da me, superdifficili, pieni di “obbligati”… e molti su tempi dispari. Dopo un brutto quarto d’ora , Golson, che è davvero un gran signore, mi ha tranquillizzato dicendomi che avremmo suonato per lo più standards  e per fortuna tutto è andato per il meglio tanto che alla fine tutti si sono congratulati con me”.

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