ALBA JAZZ 12′ Edizione: TRIO ELF

Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

Piazza Michele Ferrero, ore 21:15

TRIO ELF
Walter Lang: piano,
Peter Cudek, contrabbasso
Gerwin Eisenhauer, batteria

Già al sound check ci rendiamo conto che il concerto sarà particolare: il pianoforte è posizionato in modo che il pianista dia le spalle alla batteria. Walter Lang spiega che lui mentre suona vuole sentire sulla schiena le vibrazioni della batteria.

Il concerto comincia e la nostra sensazione viene confermata da un sound che ad un Festival del Jazz non è usuale incontrare. La batteria simula una drum machine: sequenze ritmiche seriali, metronomiche, che si dipanano in linee piuttosto lunghe.

Il pianoforte è modificato elettronicamente e presenta un tema semplice, un po’ world music, un po’ hip hop, un po’ new age. Il contrabbasso è a dir poco essenziale. Sembrerebbe a dirla così un’atmosfera quadrata, definita, e invece un po’ di tensione sonora c’è. Piano piano i suoni si sciolgono e da seriali diventano più liberi: la batteria diventa batteria acustica, il contrabbasso moltiplica le note e complica il disegno melodico ritmico, il pianoforte diventa acustico,  si improvvisa. Poi gradatamente si ritorna allo schema iniziale, quello seriale, elettronico, ripetitivo, ipnotico.

Si passa ad un brano ispirato al rap, ma seza rap: MC Wrec. L’intro è della batteria, cadenzata, seriale anche in questo caso, quadrata, leggera. Gli stop time appaiono ad intervalli regolari,
Eisenhauer stoppa i ride con decisione matematica. Fino a quando non entrano pianoforte e contrabbasso e l’atmosfera si scioglie, si entra in un mood più jazzistico e improvvisato, in cui il pianoforte si espande liberamente, la batteria produce non più schemi rigidi ma dialoga con il pianoforte, mentre il contrabbasso rimane strenuamente lì a reggimentare quella momentanea dissennatezza. Gradatamente si ritorna a volumi più tenui, e a quella delicata drum machine con cui si era aperto il pezzo.



Dança da Fita è una danza in 5: il pianoforte comincia nel registro acuto e quasi sembrerebbe un carillon, fino a quando la batteria inusuale di Eisenhauer non entra in scena. Il carillon si tramuta in una piccola orchestra da ballo, gioiosa, divertente, dal pianoforte leggiadro e deflagrante a un tempo: la danza si conclude ad alto volume con un imponente fill di batteria finale.

Con Tripolis ecco ancora il pianoforte dai suoni distorti, la batteria ridiventa “digitale”, il contrabbasso viene suonato con l’archetto.
Si delinea e si intraprende una linea ritmico timbrica ben definita, la si persegue, la si sfrutta. Glli incisi si distaccano formalmente dalle strofe, assestandosi su una timbrica acustica, per poi tornare alla drum machine e al pianoforte dai suoni elettronici. Fino ad un finale che prende il via con un crescendo in progressione cromatica ascendente: la batteria continua ostinatamente nel suo mood seriale: l’effetto è a dir poco straniante.


Si prosegue con 746: e gli stessi ELF ci spiegano che il titolo è dovuto che il ritmo è in 7/4 ma la melodia in 6. Io ve lo dico per dovere di cronaca!
La batteria produce dei frullii d’ala, con i mallet sui piatti. Il contrabbasso suona un ostinato in 7/4. Il pianoforte produce rumori di strofinio sulle corde della meccanica e poi piccoli grappoli di note, fino a che non appare un piccolo tema melodico. Segue un secondo episodio con l’unisono del pianoforte e del contrabbasso che prelude alla destrutturazione, in pochi battiti, dell’andamento precedente. Si improvvisa. Si va avanti così. Si termina.

Un brano di sapore brasiliano, dal ritmo di bossanova sotteso, dalle armonie accennate, essenziale e giocoso, non senza momenti intensi per volume ed armonia, crea una piccola isola sonora esotica. Alla batteria si aggiunge il tamburello del pianista, Walter Lang.

E ancora Hammer Baby Hammer, un alternarsi continuo di pianoforte martellante fitto, sul registro grave, granitico di ottave parallele, e momenti più fluidi, leggeri timbricamente .
Il bis è una cover: The man machine dei Kraftwerk. Il tema al pianoforte, il contrabbasso e la batteria omoritmici, un andamento rigoroso cadenzato, irregimentato, momenti di improvvisazione, niente silenzi, poche pause, quasi ipnotici.

L’ IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Divertenti, inusuali, coinvolgenti, simpatici, comunicativi. Musica acustica che riproduce musica elettronica. Il Jazz che appare all’improvviso dopo lunghe sequenze seriali ripetitive che stupiscono perché davanti hai uomini e non apparecchiature. Un concerto finalmente nuovo e inaspettato: si dia atto al direttore artistico Fabio Barbero del coraggio di aver portato sul palco un gruppo sconosciuto qui in Italia e assolutamente non allineato: scelta ripagata dal pubblico in piazza. Divertirsi con musica di ottimo livello si può!

Qui sotto, gli scatti di Daniela Crevena dal sound check in piazza Michele Ferrero




 

I più grandi bassisti jazz: vertice conteso fra Mingus e Pastorius.

 

Nuova Jazz Parade su uDiscovered Music ( https://www.udiscoveredmusic.com) pubblicata in rete il 22 maggio da Charles Waring. Con fari stavolta puntati su The 50 Best Jazz Bassist Of All Time (ndr. fra parentesi a seguire il numero corrispondente al piazzamento) per una disamina dei maggiori specialisti di uno strumento al quale di norma è affidato il ruolo di tracciare la linea dinamica nell’esecuzione e di contribuire a definirne tempo e base ritmica, secondo criteri storicamente mutevoli.

Diversi erano infatti i moduli stilistici in uso durante la Big Band Era dei 30s rispetto a quelli degli strumentisti di gruppi in genere più ridotti del bebop, in cui virtuosi come Milt Hinton (30) emancipavano il ruolo prima più rigido del double bass.

E differenti erano colori, timbrica, atmosfere dei bassisti dei 50s, di Scott LaFaro (27) e dei 60s del free in cui l’improvvisare collettivo aiutava “il basso a liberarsi dal ruolo di time-keeping” ma anche quelli in cui Steve Swallow (14) collaborava con Gary Burton, Giuffre e Getz in uno sfondo, quest’ultimo, di cool jazz; distanti per altri versi gli stilemi contrabbassistici degli innovativi 70s, quelli di Malachi Favours (38) e William Parker (36) rispetto all’approccio tipico di individualità del trentennio successivo con la comparsa sulla scena jazzistica di Charnett Moffett (35), Marcus Miller (44), Christian McBride (34). Il più recente panorama, annota Waring, annovera stars quali Esperanza Spalding, Miles Mosley, Ben Williams, Derrick Hodge.

Da rilevare che, in apertura allo scritto in questione, campeggia una foto di Charles Mingus, il che lascerebbe presupporre il più alto riconoscimento al suo indirizzo.

In realtà la posizione da lui acquisita è ottava, dietro Ron Carter (3), Ray Brown (4), Oscar Pettiford (5), Jimmy Blanton (6), Paul Chambers (7) e Jaco Pastorius (1).

Evidentemente l’estensore della nota, nella propria ottica, ha dato un certo peso ad alcune caratteristiche – sia Pastorius sia Mingus erano comunque “mostri”, superlativi per abilità, fraseggio e improvvisazione – senza soppesare adeguatamente ruoli quali compositore e bandleader nel c.v. del musicista oggetto di valutazione (anche se un Charlie Haden, cofondatore della Liberation Music Orchestra, figura comunque al n. 9).

Anche in questa ottica si spiegherebbe il primo posto assegnato a Jaco Pastorius, primus inter pares vista la statura artistica degli altri, per una scelta condivisa anche da settori extrajazzistici.

Qualche esempio dal web: su www.musicradar.com del 30 agosto 2017, in una classifica ad alto tasso pop/rock/funk di The 50 best bassists of all time (che registra fra gli altri Marcus Miller al 34 e Stanley Clarke al 27) Jaco si conferma (quasi) in vetta, secondo alle spalle di Geddy Lee. Dunque il suo mito è in grado di sovrastare, dall’alto del proprio talento, più paesaggi sonori, a volte intersecandoli.

Analogamente il 24 febbraio dello stesso anno su www.bassplayer.com, su una rosa di 100 bassisti, ecco in cima ancora Jaco, subito dopo James Jamerson (con Stanley Clarke al 4).

Ma se si guarda ad altre pubblicazioni di settore si constata che la scelta va in direzioni contrastanti. In The ten best jazz bassists of all time apparsa il 14 novembre 2013 su www.westworld.com a cura di Jon Solomon è Mingus il primo e Jaco terzo, il quale, spiazzando ancora il lettore, si prende però lo spazio fotografico di copertina!

Analogamente è Mingus a primeggiare in 100 Greatest Jazz Bassists, su digitaldreamdoor.com ancora nel 2013.

De gustibus? O la scala di valori estetico/musicali in pochi anni cambia? Possibile, per figure già storicizzate?  Certo è materia che appassiona.

Si è al cospetto di uno strumento che, grazie anche ad alcuni suoi virtuosi, risulta quasi sempre “centrale” nelle formazioni jazz (e non) e nel contempo attraversa più generi, offrendo una tavolozza di accorgimenti tecnici a chi lo pratica (tremolo, pizzicato, slap etc) per trasformare armonie, timbriche, colori, nel delineare atmosfere e dimensioni. Come quella elettrica e/o acustica che virtuosi alla John Patitucci (46) circumnavigano a piacimento. Con “ibridi” come il fretless di grandi maestri quali Alphonso Johnson (48) ed i 5 o 6 corde per assicurare fluidità chitarristica all’esecuzione.

C’è poi una sponda di matrice più classica, in cui compare spesso l’archetto, ideale per modalizzare, abbastanza diffusa nell’area della musica improvvisata e creativa e in contesti di contaminazione etnica.

La pattuglia degli europei, nella Top 50 di cui si parla, non è granché nutrita come già rilevato su queste colonne, lo scorso 1 marzo, a proposito di analoga classifica di chitarristi. Fra questi il contrabbassista danese Niels Petersen (20), il tedesco Eberhard Weber (39) uno dei vessilli della ECM di Manfred Eicher, il ceco George Mraz (43).

Probabilmente, se si fosse allargata la cerchia delle nomination a più di 50 sarebbero comparsi musicisti come il camerunense Richard Bona, l’israeliano Avishai Cohen o i nostri Di Castri, Pietropaoli, Del Fra, i Tommaso, contemplando perché no qualche nuova presenza femminile come Silvia Bolognesi e Antonella Mazza (ma i nomi del vecchio continente sarebbero ancora altri). Ma, giocoforza, a un certo punto bisogna pur fermarsi per non stilare liste da dizionario.

L’argomento è con/divisivo fra chi predilige il bassismo muscolare e roccioso e chi la leggerezza del tocco, chi i maestri del walking magari con raddoppio vocale della linea melodica e/o improvvisativa alla Slam Stewart, chi il glissato alla Red Mitchell, chi l’orchestralitá di un Renaud Garcia-Fons e chi l’approccio radicale e fisico di Barry Guy, chi la profondità espressiva della scuola scandinava (un nome: Palle Danielson) e chi le pause ai profluvi di note, il genio alla spettacolarità, l’anima alla technè.

Per finire, si vuole ora esporre una modesta proposta: premesso che basso e contrabbasso, nonostante le affinitá, rappresentano due mondi a parte, a partire dalla digitazione, e non solo, perché non distinguerne le classifiche dei Top in altrettante separate categorie? Avremmo così probabilmente Mingus primo dei contrabbassisti e Jaco al vertice dei bassisti, jazz ovviamente, evitando altalene preferenziali.

Ci sarebbe oltretutto maggiore spazio da dare ad artisti meritevoli di varie epoche e latitudini a volte così lontani fra loro seppure accomunati dalla lettura delle partiture in una chiave propria dello strumento che fu di Bottesini.

 

 

 

 

 

Inviato da iPad

 

 

ALBA JAZZ 12′ EDIZIONE: Diego Pinera 4tet


Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA
La foto della mostra fotografica è di FABRIZIO CIRULLI

Assisto a molti concerti, un po’ ovunque, bellissimi, meno belli, in posti prestigiosi e meno battuti. Ma ci sono Festival in cui io, che scrivo di musica per passione, mi trovo con gente che organizza quattro giorni di eventi mossa dalla stessa mia passione. Il mio fine è scrivere. Il loro fine è portare il piazza il Jazz. Uno di questi festival è Alba Jazz.
Assisto ad un “dietro le quinte” che non è poi così “dietro le quinte”, perché tutto avviene davanti agli occhi di tutti: il direttore artistico Fabio Barbero, gli amici dell’associazione Alba Jazz, i volontari, i figli dei volontari, per quattro giorni ma in realtà da molto prima, sono in fermento e organizzano tutto, ma proprio tutto, rimediano agli imprevisti, corrono a prendere cose che mancano all’ultimo momento, recuperano gli artisti all’aeroporto con le proprie macchine, allestiscono i banchetti con i gadget che permettono di autofinanziarsi, cercano e trovano gli sponsor, che evidentemente, se da anni intervengono, è perché Alba Jazz è ritenuto un evento positivo per la città.
Alba Jazz non fa guadagnare un euro agli organizzatori: ma di certo fa guadagnare la città in cultura.
Destinare le proprie risorse personali sulla musica senza avere nient’altro in cambio oltre che la gioia di veder realizzato il sogno che ci si proponeva è ammirevole, e mostra che a volte, a muovere le cose, non sono solo gli interessi economici.
Il sogno degli appassionati di Alba Jazz è questo festival in piazza, aperto a tutti, veramente a tutti, a ingresso libero, con musica scelta dopo un anno di ascolti attenti e condivisi. E bisogna dare atto a Fabio Barbero che sul palco di Alba Jazz praticamente sempre abbiamo incontrato sul palco almeno un gruppo che in Italia non aveva mai suonato prima, almeno un nome internazionale, almeno un gruppo italiano. Progetti diversi per diversi gusti, con la volontà oltre che di divertirsi anche, rischiando, di far conoscere, apprezzare, incontrare artisti di ogni genere.

Quest’ anno ad Alba, all’Oratorio della Maddalena è stata anche organizzata una mostra fotografica, in collaborazione con l’associazione Alec. Obiettivo: Alba e il Jazz è una mostra importante, che racchiude dieci anni di Alba Jazz visti da cinque fotografi che questo festival lo conoscono bene e lo hanno seguito, ognuno con il suo obiettivo, con la propria sensibilità, e, anche in questo caso, con la propria passione. I fotografi sono Roberto Cifarelli, Fabrizio Cirulli, Daniela Crevena, Carlo Mogavero e Franco Truscello. Cinque foto a testa e la storia di Alba Jazz in un percorso affascinante nella percezione della musica in immagini. Venticinque foto dalle quali trapela l’atmosfera che si respira qui ad Alba, attraverso gli artisti ritratti. Il vero protagonista ritratto è il Festival in questi 12 anni.

Alba Jazz 2018 si apre con un concerto inedito in Italia.

Piazza Cagnasso, Mercato Coperto, ore 21

DIEGO PINERA 4TET Despertando

Diego Pinera, batteria
Tino Derado, pianoforte
Omar Rodriguez Calvo, contrabbasso
Julian Wasserfurh, flicorno

Diego Pinera è un giovane batterista uruguaiano che vive in Germania da anni, e che ha un nutrito curriculum artistico e anche un prestigioso premio all’attivo come miglior batterista in Germania. Dunque a salire sul palco è uno strumentista eccellente, con una padronanza tecnica assoluta del suo strumento. Con lui tre musicisti altrettanto performanti, che volentieri si prestano, già dai primi minuti, ad assecondarne l’energia, esplosiva, e l’innegabile comunicativa.
Il gruppo esegue standard e anche musica originale, con varianti ritmiche spesso previste in tempi dispari e con un sottofondo latin che trapela senza mai prendere il sopravvento.
Il concerto comincia con assolo di batteria di Pinera: un ostinato della cassa sul quale si sovrappongono e si sommano via via, in sequenza altre cellule ritmiche ostinate, poliritmiche, in contrasto. Si moltiplicano e si sovrappongono, come mattoncini sonori, fino ad arrivare naturalmente ad uno spessore massimo, che da quel momento ricomincia a destrutturarsi fino a riassottigliarsi e tornare al solo ostinato della cassa. Un piccolo capolavoro tecnico, ispirato a Max Roach, che prelude al primo brano in trio.

Il brano è Last tango in Paris, di Gato Barbieri, ed è il contrabbasso (con arco) di Rodriguez Calvo ad introdurlo, non senza lirismo: poi tocca al pianoforte di Derado ereditare questa melodia così intensa, e Derado da quel momento non la molla mai, pur destrutturandola, nemmeno durante il solo di contrabbasso, nemmeno durante la progressiva trasformazione del linguaggio verso un latin sempre più esplicito, non solo ritmicamente, ma anche dal punto di vista del linguaggio, soprattutto pianistico.

Si passa a Caravan, in 11/8: adrenalinico, velocissimo, ricco di frasi (ritmiche – melodiche) ripetute a loop, anche contemporaneamente tra tutti gli strumenti. Il flicorno di Wasserfuhr è tanto fedele nell’esporre i temi quanto torrenziale nell’improvvisazione. Le sue note ribattute diventano battiti incalzanti della batteria.


Si prosegue con un brano coltraniano, poi si approda a St.Thomas, di Sonny Rollins, eseguito in 9/4. Il quartetto procede coinvolgendo il pubblico, anche perché il suono di ognuno è potente ma la coesione è innegabile.
Gli obbligati sono ad effetto, si ascolta più di un eco afrocubano, gli stop con ripresa improvvisa di una precisione quasi disarmante.

Non mancano le ballad, delicatamente rese con una particolare cura per i temi melodici, per una timbrica complessiva morbida ma sonora per il tessuto armonico pieno e soffuso: in questo senso Vulnerability è particolare, con quella oscillazione tra un accordo di maggiore e quello costruito al semitono sotto ma in modo minore, il tutto a ritmo quasi di milonga.
Il bis è dedicato a Wayne Shorter e al suo Footprint, in chiave afrocubana, in un crescendo di energia, applauditissimo.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un concerto divertente, coinvolgente ed energico.
Diego Pinera possiede una creatività notevolissima. Sa modulare molto bene il potenziale deflagrante dei suoi battiti e dello strumento, qualità che io ritengo fondamentale per poter definire davvero bravo un batterista. Si diverte, è comunicativo, e tiene perfettamente le fila di un quartetto composto di musicisti che hanno una spiccata personalità: in questo caso sono sidemen, ma si percepisce in ogni momento il loro spessore di solisti.
Il tocco del pianista Tino Derado, infatti, mi è parso particolare. Mi è piaciuto molto il modo cristallino di esporre i temi, ma anche la nettezza dei suoni, degli accordi, della definizione ritmica, oltre che la capacità di essere duttile e fluido in un dipanarsi veloce di episodi anche completamente contrastanti tra loro.
Omar Rodriguez Calvo ha un suono tondo, pieno, e sa essere granitico nei momenti più adrenalinici e ritmici e melodico, cantabile, a volte persino poetico nelle ballad e nei (pochi) momenti meno “tecnici” della performance.
C’è un ma. Nonostante Pinera sia giovane, talentuoso, ferratissimo tecnicamente, il suo Jazz non potrei definirlo davvero innovativo, a meno di non ritenere che l’eseguire St. Thomas in 9/4 sia un’innovazione: è uno sfizio, è anche divertente ascoltare quel quarto in più, è una sfida che i suoi musicisti accolgono con bravura, è interessante seguire lo spostamento di tutti gli accenti o quella battuta in più che ti fa attendere la ripresa del tema lasciandoti in tensione. Ma questo non esprime nulla di più che il saper attuare l’idea di eseguire uno standard in 9 invece che in 4. Forse (ed è l’unico appunto che posso fare ad un gruppo pressoché ineccepibile) dovremo aspettare che Pinera si liberi della voglia di mostrare tutta la sua bravura perché emergano le sue doti di musicista, che ci sono, e si intravedono: e che prima o poi supereranno quelle, strepitose, di strumentista.


EDE: Zanisi – Gallo – Baron alla Rassegna Da Maggio a Maggio

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La foto è di Marc Maggio

Rassegna “Da Maggio a Maggio
Sabato 26 maggio ore 20:30
Laboratorio Pianoforti Marc Maggio

EDE
Enrico Zanisi, pianoforte e synth modulare
Danilo Gallo, basso elettrico
Ermanno Baron, batteria

Comincio con il dire che qui a Roma ci sono tanti posti dove ascoltare musica. Auditorium, teatri, club più o meno piccoli, bar, spazi all’aria aperta che ora a primavera cominciano ad animarsi, dunque c’è da scegliere.
Ma io stessa non sapevo che esiste un Laboratorio per la riparazione, e anzi, la cura, dei pianoforti, nel cuore del quartiere Pigneto. E’ il laboratorio di Marc Maggio, tecnico accordatore restauratore di pianoforti, ed è sito in via Giovanni De Agostini 19.
Quando entri senti l’odore caratteristico che chiunque abbia varcato la soglia di un negozio di pianoforti conosce benissimo, e ti trovi in un grande spazio, saturo (naturalmente) di pianoforti, a coda, mezza coda, verticali, un verticale è persino nel bagno.
Marc Maggio con il batterista Marco Calderano hanno inventato, in questo spazio fascinoso e inusuale, un piccolo festival del Jazz, “Da Maggio a Maggio” di tre giorni, a maggio, appunto. Il primo concerto venerdì 25 maggio, con Marco Calderano, AntiHero. Il secondo sabato 26 maggio con EDE, Euristic Data Exchange e l’ultimo il 28 maggio con Stefano Calderano Playin’ Rice.

Sono stata al secondo concerto, quello di EDE, ovvero Enrico Zanisi, pianoforte e synth modulare, Danilo Gallo, basso elettrico, Ermanno Baron, batteria.
EDE oltre che acronimo dei nomi dei musicisti è anche acronimo di Euristic Data Exchange:“un processo euristico di ricerca sonora, scambio di dati estemporaneo, istintivo e intuitivo,il suono come obiettivo finale. Le partiture si ottengono in dirittura d’arrivo
La Treccani ci spiega il termine euristico così: “in matematica, procedimento, qualsiasi procedimento non rigoroso (a carattere approssimativo, intuitivo, analogico, ecc.) che consente di prevedere o rendere plausibile un risultato, il quale in un secondo tempo dovrà essere controllato e convalidato per via rigorosa.”
Resi doverosamente noti gli intenti del gruppo, doverosamente vi dico che raramente, andando ad ascoltare un gruppo che non conosco, mi documento sull’intento dichiarato del gruppo stesso: preferisco ascoltare e documentarmi alla fine, quando cerco le parole per descrivere la musica, vedere cosa di quell’intento mi è arrivato, cosa io ho capito, e SE ho capito, e se non ho capito, perché .

Ho preso posto in quella sala così profumata di legno, corde, feltrini, e dopo una lezione di Marc Maggio sul funzionamento della meccanica del pianoforte, ho ascoltato un’ora di musica completamente improvvisata, dal primo all’ultimo minuto. Come da intento dichiarato, ma io non lo sapevo: una ricerca estemporanea di una strada sonora comune. Chi guida? Non c’è un pilota in particolare: si improvvisa, ma con la sicurezza di chi il mezzo lo conosce così bene da potersi permettere (e godersi) ogni tipo di evoluzione.
Vi descrivo, sperando di essere fedele a ciò che è accaduto, i primi minuti di questo concerto inusuale, sperando di non essere troppo tecnica, o pedante: ma occorre per dare un’idea della musica. E poter poi approdare nel mio amato spazio “L’impatto su chi vi scrive” per poter parlare delle mie personalissime sensazioni a riguardo.

Dal synth di Zanisi parte un suono lungo, persistente, acuto, che fende l’aria. Baron percuote con bacchette di metallo ciotole di metallo, l’effetto è di campanelli, l’atmosfera è rarefatta. Poco dopo il basso di Danilo Gallo introduce un bicordo che risolve in una nota unica, quasi una tonica. Questo schema bicordo/nota unica prosegue, e i suoni si susseguono aumentando in velocità. Le due note del bicordo si slegano e la sequenza diventa un ostinato di tre note. Il synth aumenta gli effetti. La batteria intensifica i battiti, il tessuto sonoro complessivo prima piuttosto dilatato si addensa. Il basso diventa incalzante, e si assesta sul registro grave. Appare il suono del pianoforte: con una cellula melodica reiterata che comincia su una ampiezza di una nona, per poi restringersi ad una sesta. Il basso elettrico lo doppia con lo stesso andamento ritmico. La batteria ne carpisce il groove e decodifica il tutto dal punto di vista ritmico.
Questo andamento dura qualche decina di secondi, fino a quando il basso procede ascendendo cromaticamente con note ribattute: ma queste via via si diradano. Rallentano gli impulsi e si ritorna gradualmente alla rarefazione sonora dell’inizio. Riappare quella nota persistente del synth con cui tutto era cominciato, ma il basso ricomincia cantando una piccola melodia pentatonica…..
Mi fermo. Perché sono accadute mille altre cose, e questi sono soltanto i primi otto nove minuti. E gli stessi musicisti, se leggeranno questa descrizione, penseranno che sono impazzita, perché il loro procedere era completamente istintivo, anche se non casuale: l’istinto non è mai casuale. Dubito, in pratica, che possano ricordare così precisamente cosa hanno suonato.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

In un concerto tutto di musica improvvisata estemporaneamente ciò che conta, a mio parere, è proprio l’impatto su chi ascolta.
Per ascoltare bene un concerto come questo, secondo me è fondamentale abbandonare i propri rassicuranti riferimenti e lasciarsi avvolgere dai suoni. Su di me una performance come quella di EDE può avere un potere evocativo ed immaginifico molto forte, una volta abbandonati i miei riferimenti usuali (centri tonali, strutture, cadenze, il jazz, il free jazz, il jazz modale, la musica tradizionale e così via dicendo).
Ho dovuto solo cercare di sdoppiarmi concentrandomi e scrivendo (vedi sopra) cosa accadeva, ma mi sono ritagliata anche una metà della mia percezione lasciandola libera, perché volevo godermi quell’impatto emotivo. Per tutto il tempo ho assistito alla nascita improvvisa di suoni che erano ognuno causa del successivo, che a suo volta era effetto del precedente, e ancora, causa del successivo, mi si perdoni la spirale: ma è ciò che è accaduto.
Mi sono trovata in giardini fiabeschi, quando Zanisi insisteva reiterando piccoli arpeggi nel registro acuto del pianoforte, sottolineati dal basso, che cantava libero, e da Baron con i suoi suoni di campane. Poi ho assistito ad un sisma sotterraneo, quando Danilo Gallo si è aperto in un suono grave, lavico, profondo, da far vibrare le pelli della batteria, che è diventata a sua volta secca, insistente, potente. E’ stato un tintinnio di ciotole a fermare quel sisma, quasi richiamando all’ordine il basso, e costringendolo a suoni sempre più diradati.
Talvolta i suoni volatili del synth mi sono sembrati aria pulita. Un momento quasi parossistico placatosi gradualmente mi ha evocato il navigare placido in un fiume di suoni, improvvisamente inscritti in un centro tonale, con un susseguirsi di accordi (quasi) comprensibili: ma oramai io i miei rassicuranti riferimenti li avevo abbandonati , e decodificarli non mi è sembrato così importante. Non li ho analizzati e così ancora non ho capito  come sia potuto accadere di trovarmi, alla fine, ad ascoltare El Choclo, sì, El Choclo, il tango. Mi sono affrettata a trascriverne le note nel mio taccuino per poter poi ricordare a me stessa quale titolo avrei dovuto ricercare. Era El Choclo: sono partita da una nota fissa di sintetizzatore e sono approdata ad un tango argentino.

Avvertenza: il prossimo concerto di EDE non sarà di certo uguale a questo.

 

 

Vicenza Jazz: Randy Weston e Billy Harper duo (in esclusiva)


Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

VICENZA JAZZ
Teatro Olimpico, 19 maggio, ore 22

Randy Weston e Billy Harper duo

Randy Weston, pianoforte
Billy Harper: sax tenore

Il secondo concerto in programma al Teatro Olimpico vede un gigante (in tutti i sensi) del pianoforte Jazz in duo con un grande protagonista del sax: Randy Weston e Billy Harper entrano sorridenti, prendono posto sul palco e il concerto comincia con un’intro di pianoforte tutt’altro che morbida e rassicurante. Dissonanze, frasi spezzate, un piccolo ma veramente volatile accenno all’incipit di ‘Round Midnight fino all’entrata del sax, che comincia da subito a raccogliere i suggerimenti del pianoforte.

Da quel momento comincia un’improvvisazione libera e un flusso da Weston e Harper, un’interazione fatta di idee lanciate, sviluppate, momentaneamente tralasciate e riprese inaspettatamente, flusso che persiste per tutto il concerto e che ha una sua forma stilistica precisa.
Se affrontano un Blues, quel Blues si percepisce fortemente. Il piano ed il sax ne toccano i cardini, e che siamo in presenza di un Blues lo capiamo da quei cardini: si sceglie la sintesi dei punti di riferimento. La batteria, assente, viene evocata dai pochissimi accenti necessari e ridotti al minimo. Una volta evocato il pulsare ritmico in modo che il nostro cervello possa immaginarlo in sottofondo, il pianoforte si può permettere di virare libero e addirittura ridondante: tu però sai che sei in un Blues. A dire il vero le ridondanze sono poche, prevale l’essenzialità. Il contrabbasso, assente, viene evocato da pochissime note che si comprende che sarebbero inscritte in un walkin’bass.


Il ritmo, le pulsazioni, sono sempre appena accennate e sottintese. Il pianoforte di Randy Weston e il sax di Billy Harper interagiscono ma più giustapponendosi che sovrapponendosi, quasi in un continuo “domanda e risposta”, dialogando ad armi pari. Ovvero, il pianoforte non è accompagnamento armonico alle digressioni del sax. Sono due entità distinte che dialogano, due personaggi di una storia che parlano fra loro ognuno con la sua voce.
Nei piccoli momenti in cui i due ritornano ad un andamento più mainstream si ha la decodifica per viaggiare nei minuti successivi.
Fraseggi compiuti, sapiente uso di staccati e legati, energia e una presenza sul palco notevole. Sorridenti, comunicativi, felici di suonare insieme, felici di suonare al Teatro Olimpico: il direttore artistico Riccardo Brazzale rivela che il novantaduenne Randy Weston è venuto in Italia solo e soltanto per Vicenza Jazz. Innovativi.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un concerto pulsante di energia e carica creativa. Un Jazz originale, che dimostra ciò che ho sempre pensato e cioè che il parametro anagrafico non è quello giusto per valutare la freschezza del modo di fare Jazz di un artista: conta la musica. Per non parlare della presenza scenica di entrambi gli artisti e la loro capacità di comunicare la gioia di suonare insieme. Una sensazione dunque più che positiva di un concerto di altissimo livello.

In questo mio piccolo spazio in cui descrivo sensazioni soggettive posso dire che l’andamento quasi sempre alternato dei due strumenti, questo rincorrersi continuo con pochi momenti di raccordo, il linguaggio spesso frammentato delle frasi, al mio ascolto è risultato in alcuni tratti spigoloso e dunque un po’ allontanante. Il pubblico del Teatro Olimpico, però, in questo non è sembrato d’accordo con me!

Qui sotto, il backstage!


Gli altri concerti che abbiamo seguito a VICENZA JAZZ!
Manhattan Transfer
Gavino Murgia e Cantar Lontano
Tigran Hamasyan