In morte di un grande artista: la scomparsa a 66 anni del pianista Lyle Mays

Oggi, come ogni mattina, accendo il pc per lavorare. Le azioni che svolgo sono di routine, quasi meccaniche: posta elettronica, rassegna stampa sui quotidiani online, notifiche sui social. Stamani una notizia, per me particolarmente triste, interrompe la routine e il flusso ordinato dei miei gesti, la cui lettura ha l’impatto di un maroso improvviso e violento che s’infrange dolorosamente contro un post su Facebook: “Con profonda tristezza condivido la notizia che mio zio, Lyle Mays, è morto questa mattina a Los Angeles circondato dai suoi cari, dopo una lunga battaglia con una malattia che si è nuovamente manifestata. Lyle era un musicista e una persona eccezionale, un genio in ogni accezione di questa parola. Era il mio caro zio, mentore e amico e le parole non possono esprimere la profondità del mio dolore. Da parte della sua famiglia, desideriamo ringraziarvi per aver amato lui e la sua musica. Al momento, non ci sono dettagli riguardanti il servizio funebre. La famiglia gradisce elargizioni alla Fondazione Caltech (fondi destinati alla ricerca scientifica N.d.A) al posto dei fiori.”

È di Aubrey Johnson, la nipote di Lyle Mays, anche lei musicista (vocalist jazz e compositrice), come tutta la famiglia del pianista originario del Wisconsin; il post arriva direttamente dalla pagina del famoso zio.

Dopo qualche ora, il messaggio di Pat Metheny: “Lyle è stato uno dei più grandi musicisti che io abbia mai conosciuto, questo l’ho sempre saputo. Per oltre 30 anni, ogni istante che abbiamo condiviso nella musica è stato speciale. Il nostro è stato un legame immediato, sin dalle primissime note che abbiamo suonato insieme. La sua enorme intelligenza e le sue conoscenze musicali hanno influenzato ogni aspetto del suo modo di essere. Mi mancherà con tutto il cuore. ” Anche a noi, Pat…

Mays e Metheny si conobbero nel 1975, al Wichita Jazz Festival e Wichita compare anche nel titolo di uno dei loro album più noti, pubblicato per l’etichetta ECM nel 1981: “As falls Wichita, so falls Wichita falls”. Ho sempre considerato questo titolo tra i più bizzarri della storia della musica e pare che l’idea sia partita dal bassista Steve Swallow.

La prima collaborazione con Metheny si concretizza nell’album solista di quest’ultimo “Watercolors”: siamo nel 1977 e il Pat Metheny Group debutterà ufficialmente nel 1978 con un album che porta il loro stesso nome.

La band, che in realtà non si è mai sciolta formalmente, prima dell’abbandono da parte di Mays, pubblicherà una quindicina di album, in studio e live, aggiudicandosi una decina di Grammy Awards (e tantissime nomination…) anche come miglior album jazz sia con “Speaking of Now” nel 2002 sia con l’ultimo album del 2005, “The Way Up”, composizione unica di 68 minuti, quasi una silloge che racchiude in uno scrigno prezioso l’essenza e la sapienza della vis compositiva di questi due straordinari sodali: Pat&Lyle.

La formazione del PMG che io prediligo è tuttavia quella che riuniva Metheny alla chitarra, Lyle Mays alle tastiere e sintetizzatori, Paul Wertico – che se la batte alla pari con Antonio Sanchez! – alla batteria, Steve Rodby al basso e il grande Pedro Aznar alle percussioni e voce. Di recente i delicati e aeriformi ricami vocali di Aznar avevano trovato un nuovo e degno interprete nel polistrumentista italiano Giulio Carmassi; purtroppo una meteora: la sua esperienza nel PMG è durata poco più di una stagione.

Lyle non era soltanto un pianista, suonava anche la chitarra e la tromba, oltre ad essere un talentuoso compositore, arrangiatore e orchestratore. La sua carriera solistica si è sviluppata parallelamente a quella con il PMG ed è iniziata nel 1986 con un album al quale collaborarono alcune stelle del jazz come Bill Frisell, Marc Johnson e Nana Vasconcelos; sono altrettanto note le sue collaborazioni con artisti del calibro di Joni Mitchell, Rickie Lee Jones e Earth and Wind & Fire.

La firma del Pat Metheny Group e di Lyle Mays è riconoscibile anche nella colonna sonora del film “The Falcon and the Snowman” e la main track “This is not America”, con il featuring di David Bowie, diventò un successo mondiale.

Bisognerebbe scrivere pagine su pagine per contenere tutto quello che questo geniale musicista ha prodotto nella sua lunga carriera, interrottasi ieri a soli 66 anni.

Il mio ricordo finale di questo immenso artista è quello che ho scritto di getto, dopo aver appreso la notizia della sua scomparsa, sulla mia pagina Facebook:

“Tempo fa mi capitò di leggere in un articolo che Lyle Mays e Pat Metheny sono stati per il jazz moderno ciò che furono Lennon e McCartney per la musica pop e George e Ira Gerswhin per i musical (e non solo…). Pensai allora – e lo penso tuttora – che quei paragoni fossero appropriati.

Gli album del PMG con Lyle Mays sono sempre nelle mie playlist e ovunque io ascolti musica.

First Circle credo si possa considerare il capolavoro compositivo della coppia Pat&Lyle, per me uno dei brani più belli che siano stati scritti. Semplicemente perfetto, evocativo, specie per il profilo melodico; l’assolo di piano di Lyle Mays (al minuto 4.33 del video) è pura meraviglia e ha fatto scuola; Pat e Pedro Aznar sono uno stormo di emozioni in volo.

Confesso che io sono tra quelli che non avevano ancora perso la speranza di rivederli dal vivo assieme. Come fu negli indimenticabili concerti al Palasport Carnera del 10 marzo 1988 e in quello di Udin&Jazz, nella splendida scenografia naturale del Castello di Udine, il 16 giugno 2005.

Non accadrà. Purtroppo. Ciao Lyle… e grazie.”

Marina Tuni

 

RASSEGNA “PIANISTI DI ALTRI MONDI” – Società del quartetto di Milano

Se la celebrata rassegna concertistica curata dalla milanese “Società del Quartetto” fosse paragonabile a un largo fiume tranquillo, che scorre imperturbabile da anni, avremmo allora assistito, domenica 19 gennaio 2020, allo scoccare delle ore 11, a un piccolo miracolo orografico: la nascita di un nuovo affluente. Parliamo di “Pianisti di altri mondi” , rassegna in otto appuntamenti curata da Gianni Morelenbaum Gualberto, inaugurata dal concerto solistico di Vijay Iyer, pianoforte. Con questa nuova importante appendice possiamo dire che il “Quartetto”, fino al sabato istituzione nobilmente conservatrice, si apre a una descrizione della modernità più completa, a una delineazione di paesaggi sonori naturali più esaustiva. Scriveva Pasternak: ”Le correnti moderne immaginavano l’arte come una fontana, mentre è una spugna”. Vale anche per le stagioni concertistiche? Accanto alla musica come “città eterna”, rifugio agli errabondi, museo e reminiscenza, c’è la musica “viarum regina” che sperimenta, rischia, esplora ed è bello – oltre che necessario – che le due anime siano fasi di un medesimo movimento pendolare, respirino dallo stesso polmone. Saprà Milano tener fede alla propria fama di città veloce e dinamica, rispondendo a questa opportunità come merita? Intanto, la scelta del concerto inaugurale è caduta su un artista speciale. Di famiglia tamil, emigrato negli USA dove ha compiuto anche studi matematici di alto livello, Vijay Iyer, che incide per le etichette Act e ECM, ha elaborato uno stile musicale personale. Il concerto, lo dico subito, è stato impressionante. L’artista è latore di una tecnica ‘materica’ non facilmente omologabile. Pare un nuovo Jean Fautrier, il pittore che dissolve il proprio pensiero analitico nell’informale, puntando a far germinare la più lucida emozione attraverso passaggi alchemici. È il classico musicista, Iyer, che non tollera l’ascolto distratto e modella la pasta sonora momento per momento, vergando in ogni anfratto la firma inconfondibile della propria individualità. Con lui tutto è razionale e al tempo stesso imprevedibile. Come i celebri ‘Otages’ del sopracitato artista francese, le composizioni/frattali di Iyer sono autonome, ben connotate individualmente ma comunicano all’ascoltatore, in modo altrettanto chiaro, la propria natura di frammenti derivanti da una sola matrice, da un’unica Presenza: nella diversità si “abbracciano” e percepisci che l’unità espressiva è proprio lì, invisibile e celata in qualche luogo dell’immaginazione del pianista. In questo senso la sua è arte sommamente “schumanniana”. Ma non vorrei allargare troppo lo sguardo. Ovviamente in questa musica c’è molto jazz, approccio grammaticale (quasi) inevitabile oggigiorno nell’improvvisazione, un jazz comunque libero da parentele, a-geografico, che si fa puro segno e vorrebbe definirsi ‘astratto’ in mancanza di determinazioni più precise. Ma queste ultime potrebbe essere profilate forse solo per mezzo delle formule e dei teoremi così cari a Vijay. Se astratto fosse sinonimo di freddezza, va aggiunto che tale parola sarebbe sbagliatissima, giacché in questo torrente c’è anche molto fuoco. Comunque, il non riuscire facilmente a trovare definizioni costituisce un ottimo indicatore del gradiente qualitativo. Il concerto si è articolato in ampi movimenti, strutturati in ‘medley’, che hanno generato altissima tensione e attenzione nel pubblico chiedendo in cambio, com’è giusto, qualcosa alla sua capacità di concentrazione. Esteticamente possiamo parlare di una musica libera quanto elaborata, depurata da elementi inferiori. Il successo è stato vivo e convinto. Gianni Morelenbaum Gualberto ha presentato con il sorriso e un pò di commozione il ‘suo’ artista, ricordando come non sia facile ascoltarlo in solo. Personalmente, sono restato ammiratissimo. Seguiterò a presenziare a “Pianisti di altri mondi”, appuntamenti a cui ciascun cultore della Musica non dovrebbe mancare e le cui date invito a verificare sul sito del Quartetto. Il Teatro Franco Parenti, in verità più noto per la prosa che per la musica, si presta bene a questo tipo di proposte. Infine non possiamo non menzionare il sontuoso Fazioli grancoda, preparato dall’ottimo Davide Lupattelli, che ha donato la sua voce dorata e profonda alle evoluzioni immaginifiche del pianista. Da deuteragonista, merita anche lui gli applausi, unitamente a chi l’ha scelto, poichè da queste cose si distingue un buon organizzatore. Ecco la scaletta del concerto:

1. UnEasy (Vijay Iyer)
2. Work (Thelonious Monk)
3. Libra (V. Iyer)
4. For Amiri Baraka (V. Iyer)
5. Spellbound & Sacrosanct, Cowrie Shells and the Shimmering Sea (V. Iyer)
6. Autoscopy (V. Iyer) 7. Abundance (V. Iyer)
8. Night and Day (Cole Porter / arr. Joe Henderson)
9. Children of Flint (B. Iyer)

Ciao Giorgia


Gerlando, Daniela, Marina Tuni abbracciano la famiglia, gli amici, i colleghi di Giorgia Mileto. Ricordiamo Giorgia per i suoi sorrisi, la sua delicatezza, la sua intelligenza, la sua allegria, il suo sguardo, che carezzava le persone e le note, la sua empatia, la sua professionalità, la sua particolare attenzione alle cose più belle.
Ciao Giorgia, da tutti noi. Siamo tristi.

La scomparsa di Mario Guidi: ci ha lasciato un grande professionista del jazz

Un grave lutto ha colpito il mondo della musica jazz. È scomparso stamani a Foligno Mario Guidi, tra i più noti manager jazz, critico musicale e padre del pianista Giovanni.

È lo stesso musicista, sul suo profilo Facebook, ad annunciarne poche ore fa il decesso: “Questa mattina papà – scrive Giovanni – se n’è andato. È stata una grande sorpresa. Ma a pensarci bene, non potevamo che essere tutti certi che sarebbe riuscito a non soffrire per niente! Esattamente come desiderava… I funerali ci saranno Domenica 29 Dicembre alle 15.30 alla chiesa di Sterpete a Foligno”.

Molti i pensieri da parte di amici, di musicisti e di festival sparsi in tutta Italia, con i quali aveva collaborato e che tutti rispettavano e apprezzavano come un manager illuminato e competente, da Enrico Rava: “Qualcosa che non avrei mai voluto dover scrivere: Mario Guidi se n’è andato. Da più di trent’anni, mio collaboratore indispensabile e geniale, e mio carissimo amico. Non ho parole per esprimere la mia gratitudine nei suoi confronti” a Paolo Fresu: “Mario è stato uno dei primi a intraprendere la strada di una professione che, nell’Italia degli anni Ottanta, non esisteva. Nei suoi lunghi anni di attività si è occupato di artisti come Enrico Rava e Stefano Bollani contribuendo con amore e passione a dare luce artistica anche al suo amato figlio Giovanni, oggi uno dei più creativi pianisti europei…”

Il direttore Gerlando Gatto e la redazione di a Proposito di Jazz porgono sincere condoglianze alla famiglia Guidi.

Ciao Lanfranco!

Frequento il mondo del jazz oramai da più di 50 anni eppure non sono tanti i musicisti che potrei definire “amici”, almeno nell’accezione che attribuisco a tale termine.

Ebbene tra tali artisti c’era sicuramente Lanfranco Malaguti, un musicista assolutamente straordinario, dotato di una tecnica superlativa, sempre e comunque al servizio dell’espressività, mai soddisfatto dei traguardi raggiunti, cercando sempre nuove strade tanto che se si ascolta con attenzione la sua discografia si avverte, immediatamente, quest’ansia di ricerca, questa necessità di trovare nuove soluzioni. Ma Lanfranco non era solo un grande jazzista, era anche e soprattutto un uomo colto (profonde le sue conoscenze matematiche), buono, mite, sensibile, intelligente, un uomo cui mi sentivo particolarmente vicino anche se le frequentazioni non erano così assidue. La notizia mi è arrivata improvvisa, inattesa: una telefonata dell’amica Daniela Floris e un cazzotto terribile nel basso ventre che ti fa piegare in due e purtroppo ti fa piangere dal dolore… anche se questa volta non fisico.

Con Lanfranco c’era un bel rapporto, un bellissimo rapporto incentrato innanzitutto sulla stima reciproca e poi sulla simpatia umana, sulla voglia di parlarsi, di confrontarsi. Eh sì, perché Lanfranco amava parlare, esprimere le proprie idee e soprattutto ascoltare quelle degli altri.

Ci siamo conosciuti verso la metà degli anni ‘80 quando ebbi modo di recensire, più che positivamente, uno dei suoi primi album. Lui non so come, si procurò il mio numero di telefono e mi chiamò innanzitutto ringraziandomi e poi chiedendomi di andare più a fondo sulle mie valutazioni. Cosa che ovviamente feci in quella prima lunga telefonata.

Dopo di allora quella di confrontarci ad ogni sua uscita discografica divenne una nostra piacevolissima consuetudine: ogni volta che Lanfranco pubblicava un nuovo album, mi lasciava il tempo di ascoltarlo e poi mi chiamava chiedendomi un giudizio, un parere. E ovviamente lui non solo accettava le mie poche, pochissime critiche ma si preoccupava di rendere sempre più leggibile il percorso che durante gli anni l’aveva portato ad applicare la teoria dei frattali alla musica che andava producendo e che nel corso degli anni assumeva sempre più i caratteri di una originalità tale da porlo, a mio avviso, in cima ai musicisti di jazz non solo italiani.

Quando gli esprimevo queste mie idee, lui ne era davvero contento, felice di sentire come la sua musica venisse apprezzata. Poco tempo fa ci siamo rivisti a Roma ed è stato un bell’incontro, come sempre. In quella occasione ci siam detti che dato il suo riavvicinamento alla Capitale (si era trasferito dal Veneto a Bologna) sarebbe stato più facile rivedersi anche perché mia moglie mai era stata a Bologna e quindi avevo voglia di fargliela conoscere. Purtroppo non ce l’abbiamo fatta!

Poche settimane dopo, sempre per via telefonica, Lanfranco mi confessò la sua decisione di non incidere più; ne rimasi francamente stupito e ovviamente gli   chiesi spiegazioni ma fu abbastanza vago nelle risposte. A tutt’oggi non sappiamo cosa sia realmente accaduto, cosa abbia provocato questa disastrosa caduta dal quarto piano dell’ospedale di Belcolle a Viterbo, se sia stato un malaugurato incidente, se Lanfranco sia stato sopraffatto da un momento di particolare sconforto, se fosse da tempo afflitto da qualche grande preoccupazione e quindi se questa sua decisione di allontanarsi dagli studi di registrazione trovasse una ratio in qualcosa di molto, molto profondo.

Quel che è certo è che da oggi ho un amico in meno e almeno per me non è cosa da poco!

Apre a Roma “The Music Loft”, nuovo punto d’incontro dedicato alla musica

Si chiama “The Music Loft” ed è un grande spazio dedicato interamente alla musica. Situata in via Carlo Conti Rossini 55 a Roma e organizzata come associazione culturale questa nuova struttura, che sarà inaugurata nel prossimo gennaio, mira a proporre la diffusione della musica in generale, prescindendo dai generi, promuovendo l’educazione all’ascolto musicale e permettendo agli appassionati di incontrarsi in un ambiente ideale per godere della musica e poter scambiare esperienze.

Non a caso “The Music Loft” mette a disposizione degli appassionati oltre 40 mila dischi in vinile che possono essere ascoltati in cuffia nei molti punti d’ascolto disseminati nelle varie sale ed eventualmente acquistati, limitatamente ai soci. E sarebbe veramente il caso di riflettere su questo dato: trovare oggi una collezione di tanti album, alcuni davvero storici, è un patrimonio di assoluto valore che viene messo a disposizione di chi voglia profittarne, confinando le finalità di lucro in un ambito del tutto marginale (ma indispensabile in una iniziativa che non gode di alcun finanziamento pubblico)

Il locale dispone di uno spazio per le conferenze, possibilità di proiezione di video e documentari, nonché di una sala d’ascolto di 50 mq dove gli associati potranno ascoltare musica diffusa da un impianto stereo di qualità, in un ambiente confortevole. Durante l’ascolto potranno ammirare la collezione delle locandine originali di alcuni concerti tenuti al Fillmore West di San Francisco alla fine degli anni Sessanta, nonché il grande disegno originale su cartoncino di Miles Davis “Deep Blue”.

L’ambito delle attività che verranno via via sviluppate prevede incontri con giornalisti e musicisti, guide all’ascolto, presentazione di libri, corsi mirati alla conoscenza dei vari generi musicali ed esibizioni acustiche di piccoli gruppi.

L’idea di TML trae spunto dalle esperienze degli anni settanta del loft di Ornette Coleman, situato al 131 di Prince Street, New York e da quello di Charles Mingus, che divennero per un certo periodo un punto di aggregazione importante per le sperimentazione musicale e la diffusione della cultura musicale in genere.

Redazione