La Kabbalah in musica con Gabriele Coen

“Malkuth”: il regno, il terreno, i piedi secondo la Kabbalah, alla base del misticismo ebraico che connette trascendente ed immanente. Il Gabriele Coen quintet ha chiuso il suo concerto (8/11) al Pitigliani Centro Ebraico Italiano con un brano ispirato al più “terrestre” dei livelli kabalistici, di fronte ad un pubblico da tutto esaurito. Il luogo è a Trastevere in una delle rare zone medievali, un posto ad alta suggestione poco lontano dal Lungotevere e sulla sponda opposta a quella dove c’è la Grande Sinagoga.

Il recital del pluristrumentista (sax soprano e tenore, clarinetto) e compositore romano è il terzo appuntamento del Roma Jazz Festival. Nella sua 41a edizione la rassegna, diretta da Mario Ciampà, esplora i rapporti tra musica di ispirazione afroamericana e spiritualità: terreno fertile, vasto, a tratti scivoloso, significativo. <<Oggi, il jazz … (è) una lingua franca, parlata da musicisti di tutto il pianeta. In un clima politico – si legge nel comunicato stampa del RJF – come quello attuale, lacerato da conflitti etnico-religiosi, c’è più che mai bisogno di un simile esperanto comune, che aiuti a superare barriere ideologiche e politiche in nome di una comune spiritualità: quella della musica>>. Così la rassegna (5-31 novembre) si svolge in vari luoghi (Parco della Musica, soprattutto; Casa del Jazz, Alcazar, il Pitigliani, Sacrestia del Borromini, S.Nicola da Tolentino, il Pantheon) <<scelti con il criterio di maggior suggestione, riflessione, per ognuno dei progetti presentati dagli artisti>>, come nel caso di Gabriele Coen.

ph: Davide

Fortemente radicato nella tradizione, “Sephirot. Kabbalah in Music” è un progetto (ed un Cd, Parco della Musica Records) che musicalmente guarda al Miles Davis elettrico come a Electric Masada e The Dreamers di John Zorn, estimatore e produttore per la sua Tzadik di Coen. Il quintetto vanta una lunga storia e vede, alle ance del leader, affiancarsi il Fender Rhodes di Pietro Lussu, la chitarra del giovane ed interessante Francesco Poeti, il basso elettrico di Marco Loddo e la batteria di Luca Caponi (Lussu e Lutte Berg – altro chitarrista del gruppo – sono anche compositori). Dieci brani per altrettanti livelli della kabbalah, partendo da “Kèter” (la corona, ispirazione dell’universo). La musica muta nei vari livelli, mantenendo un impianto modale e combinando chitarra-piano elettrico con le tre ance del leader, magistrale soprattutto al soprano ed al clarinetto. In un repertorio eccellente emergono “Binàh” (intelligenza, la sfera femminile) e “Tifèret” (bellezza, il cuore) ma in ogni brano risaltano il sovrapporsi e fondersi di fiati e chitarra, la marcata personalità dei temi e l’alternarsi dei ritmi.

Luigi Onori

L’America di Puccini ne “La Fanciulla del West”

Ora che si vanno gradualmente spegnendo i riflettori dei media sulla felice missione settembrina a New York di Teatro del Giglio di Lucca e Lirico di Cagliari, per un allestimento di La fanciulla del West, a firma Meena-Stefanutti, coprodotto unitamente a N.Y.C.O e Opera Carolina, messo in scena al Rose Theatre del Jazz At Lincoln Center, viene ancora una volta da riflettere sulla particolare sensibilitá artistica che portò Giacomo Puccini a concepire quest’opera ed a rappresentarla al Metropolitan nel 1910, anticipando di fatto di un anno la “prima” di Treemonisha, di Scott Joplin.

Il L.I.S.A. e-journal la definiva, nel 2006, la prima opera “americana”. E si legge su “La Scala Magazine”, sul numero 5 del 2016, che “Luciano Berio avrebbe voluto far rappresentare Fanciulla in forma di musical riorchestrato per una jazzband modello Broadway: la riscrittura, nelle sue mani, sarebbe senz’altro una prosecuzione della modernità di Puccini – una specie di balzo in avanti nel tempo”. Così si è espresso quel Riccardo Chailly che, altrove, accosta Puccini a Gershwin, il più grande creatore dell’armonia “in tutto il novecento”. Rimandi a Puccini peraltro si rinvengono in Un Americano a Parigi. Ma allora questa storia di pistoleri e pionieri, pellerossa e cercatori d’oro del Golden West si sarebbe potuta mutare in … La Fanciulla del Jazz? Non propriamente. Intanto dentro c’è “Wagner En Travesti” per riprendere un titolo di Michele Girardi. Ma è anche vero che nel melodramma si intravede quell’american heritage musicale – melodie dei nativi, canti popolari, ritmi sincopati- di cui Puccini si era interessato. Uno dei circa trenta temi che vi ricorrono, per esempio, è una Zuni Melody indiana. Non mancano cakewalk ed arie folk per creare l’atmosfera giusta: “il colore della musica americana gioca un ruolo particolare; essa s’afferma, da una parte nella monotonia del canto indiano, dall’altra nelle forme piene di vita, á la façon de jazz, o ancora meglio come dei ragtimes e i fiori di retorica della musica dei cercatori d’oro” (Hans-Hürgen Winterhoff, La fille du FarWest. Chefd’oeuvre méconnu?).

Ovviamente quella melodico-lirica rappresenta la componente italica predominante che trova sponda libera nella corposa minoranza dei nostri emigrati e fa breccia anche presso i numerosi appassionati di teatro musicale operistico di lingua inglese.

Al riguardo Deborah Burton, nel saggio The Rhythms of Puccini’s Fanciulla del West, puntualizza che le culture rappresentate nell’opera sono “Native Americane, Latino and White European”.

Tutto ha inizio nel 1907 quando Puccini si reca negli U.S.A. per assistere a una stagione lirica al Metropolitan con solo sue opere in cartellone.

Un viatico che gli fa assaporare l’humus sonoro di quel continente.

Da lí la scelta, non senza incertezze, del libretto The Girl Of The Golden West di David Belasco, con il riadattamento di Zangarini e Civinini, opzione che si sarebbe rivelata idonea a rappresentare un mondo che andava affascinando altri musicisti europei. Guido Marotti notava in “Giacomo Puccini intimo” nel ’25, che il Nostro era stato “il primo musicista europeo a fruire dell’elemento folkoristico nord-americano dopo Antonio Dvôrjàk, il quale ci ha mostrato l’America in quella sua geniale “lettera musicale agli amici: la Sinfonia dal Nuovo Mondo“. E forse certe suggestioni gli erano pervenute e le avvertiva in qualche modo familiari perché insite in varia musica di autori che guardavano al nuovo. Debussy, anzitutto.

Era una fase delicata della propria vita e della propria attività compositiva quella che, in quegli anni, stava attraversando. Il Maestro era preso da “tanta smania di andare avanti” e da una sorta di febbre dell’oro-ispirativa. Un Puccini “moderno”, un “secondo Puccini”, lo si sarebbe visto proprio con Fanciulla “in bilico fra passato e presente, fra l’immediatezza dell’istinto e la curiosità e il rovello della ricerca, quel voler esser fedele ai punti di partenza di una lunga tradizione (…) e la volontà di non restare indietro” come ha argomentato Leonardo Pinzauti.

Il musicista, al momento della svolta stilistica, aveva giá guardato all’esotico – la Pechino di Turandot o il Giappone di Madame Butterfly – nel lasciarsi alle spalle l’esperienza verista.

Era il passaggio dal glocale al globale, su un parallelo est-ovest.

La Girl segnava uno step decisivo nel suo percorso artistico con l’approdo pieno all’opera internazionale, del resto anche il suo modo di essere era da “elegante cosmopolita” come si evidenzia nella biografia di Mary Jane Phillips-Matz.

Nello specifico l’Ovest, il mito di un (not old) Wild West, a suo modo poteva ancora dirsi “esotico”. Ma non sarebbe bastato lo scenario della selva californiana, miniere e saloon a render significativo questo lavoro se Puccini non avesse messo in mostra la strumentazione che sarà elogiata da Webern, la raffinatezza formale di una partitura che Ravel consiglierà agli allievi, la presenza brillante di un’orchestra di cui Gavazzeni specificherà il protagonismo, la pulsazione che Enzo Siciliano, nella sua monografia edita da Rizzoli, apprezzerà: “Puccini arriva in Fanciulla a dare il ritmo di un treno in corsa all’orchestra”.

Sul piano vocale e attoriale appaiono poi intense le tonalitá drammatiche e coerenti i profili psicologici, a partire dalla bronzea Minnie, ricompresa nel classico triangolo fra due uomini che se la contendono, e che non soccombe fisicamente, a differenza di altre eroine pucciniane.

Oggi ci sono musicisti come Enrico Rava e Max De Aloe, Danilo Rea e Riccardo Arrighini, Marcello Tonolo e Michele Polga, Madelyn Renèe e James Barry che hanno ripreso e riarrangiato arie dell’ultimo grande Genio del melodramma.

Ma, al di là delle ricontestualizzazioni più o meno jazzistiche, la cotée “americana” di questo artista europeo affonda radici ben più lontane nel tempo.

Che risalgono a quando, a inizio del secolo scorso, delineò una personale idea di concertazione di una Nuova Frontiera Sinfonica a far da sfondo armonico all’America reale ed a quella cinematografica e dell’immaginario collettivo degli anni a seguire.

Parlano Sarah Jane Morris e Antonio Forcione

Come annunciato, dopo il podcast pubblichiamo la trascrizione dell’intervista a Sarah Jane Morris e Antonio Forcione, raccolta poche ore prima dell’applaudito concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma su cui vi abbiamo riferito in questo stesso spazio. Come forse noterete, le prime domande e risposte non figurano nel podcast in quanto abbiamo iniziato a conversare a microfoni spenti con Antonio Forcione nell’attesa che giungesse anche Sarah Jane. Gli scatti sono di Beniamino Gatto.

– Antonio, quale programma presenterete questa sera?

“Attualmente siamo in tour per presentare la nostra fatica discografica “Compared To What”.

– Come è stato accolto questo album?

“Molto bene, direi, anche perché, come ben sapete, Sarah Jane è bravissima sia come vocalist sia come autrice”.

– Come vi siete conosciuti? Come è nata la vostra collaborazione?

“Io e Sarah Jane sapevamo dell’esistenza l’uno dell’altra da tanto tempo ma non avevamo avuto l’occasione di suonare assieme. Qualche anno fa, una comune amica, la cantante e chitarrista Sarah Gillespie, ci invitò come special guest alla serata organizzata per la presentazione del suo nuovo disco. Essendo arrivati in anticipo, ci mettemmo a parlare e scoprimmo molte affinità sia musicali sia più in generale di vita. Allora ci siam chiesti: perché non provare a fare qualcosa assieme?”.

– E di qui è nato “Compared To What”?

“Esattamente. Dopo qualche giorno Sarah Jane è venuta a casa mia con un pacco di fogli, di appunti, di storie che prendevano spunto da fatti reali, magari dolorosi. Abbiamo scelto le storie che ci sembravano le migliori ed io le ho rivestite con una musica che è nata facile, spontanea. E’ stata davvero un’esperienza straordinaria perché abbiamo fatto tutto in un giorno e come ho già detto in altre occasioni è stato come scrivere musica per un cortometraggio”.

A questo punto ci raggiunge Sarah Jane Morris; accendiamo il registratore e le rivolgiamo la prima domanda

– Come ci si sente ad essere considerata una delle migliore vocalist al mondo?

S.J.M. “Accidenti. Non so chi può considerarmi tale!”

– Molta gente.

S.J.M. “Veramente? Bene, io non so com’è che fate i paragoni. Credo che dipenda molto dall’ascoltatore. L’unica cosa che so è che amo quello che faccio. Lo amo con passione. Lo amo ogni giorno di più. So quanto io sia fortunata a poter fare quello che faccio e spero di essere in grado di poterlo fare ancora per molto tempo, perché non do mai per scontato il fatto di poter continuare a cantare e a scrivere quello che vedo nel mondo, a esprimere me stessa attraverso le canzoni. Non lo do mai per scontato. Mi godo il viaggio”.

– Quindi è questo il motivo del suo successo.

S.J.M. “Non sono una grande notorietà in quel senso. Ma credo che il vero successo sia, come dicevo prima, di poter fare quello che amo fare”.

– Lei spesso viene in Italia dove è sempre molto bene accolta. Cosa le piace del nostro paese?

S.J.M. “L’Italia è la mia seconda casa. Mi piace tutto. La cosa principale è il fatto che l’Italia mi permette di essere me stessa. In Italia non mi si giudica, mi si accetta, mentre nel mio Paese, in Inghilterra, non trovo la stessa accettazione: a volte vengo considerata troppo politica… Per quanto concerne il lato artistico, sono vista ora come una cantante pop ora come una cantante jazz, non sono accettata soltanto per quello che faccio. Mentre in Italia tutto quello che tiro fuori viene ben accolto: insomma è Sarah Jane che viene ben recepita semplicemente per quello che fa. Inoltre adoro il cibo italiano, è la miglior cucina al mondo, veramente. È la più salutare al mondo. Il problema per noi inglesi è che quando veniamo in Italia, mangiamo ogni portata come se fosse tutto il pranzo e quindi ingrassiamo. Gli inglesi ingrassano con la cucina italiana perché non accettano il fatto che ci siano piccole porzioni. La cosa migliore è il fatto che voi coltiviate molto del vostro cibo. La luce del sole è una cosa di cui non sappiamo molto in Inghilterra. La cultura, la storia, ma prima di tutto l’accettazione da parte della gente nei miei confronti, ecco quello che mi affascina del vostro Paese”.

– Lei, Sarah, ama tanto l’Italia, Lei invece, Antonio, l’ha lasciata per andare a Londra…

A.F. “Per me succede esattamente il contrario, gli inglesi mi stanno abbracciando e mi dicono di non andare via, me lo chiedono proprio per email di non andare via perché sono un patrimonio per loro, quindi è un po’ strano, proprio oggi ne parlavamo con Sarah in macchina. Molto strano, perché lei si sente a casa qui, io invece sono accolto tanto bene in Inghilterra, in Italia ho qualche problema a tornare, come si dice, siamo un po’ esterofili noi, di più noi degli inglesi, gli inglesi sono un poco più aperti alle cose nuove, diverse…”.

– Lei da quanto tempo sta là?

A.F. “Da 34 anni. Una vita. Infatti i festival li ho fatti tutti là. Io ho girato più in Inghilterra che in Italia, conosco molto di più l’Inghilterra. Avendo detto questo, l’Italia a me piace tantissimo, vengo qua volentieri, però, per amor di Dio, c’è dell’ironia nel fatto che questo duo mi faccia tornare in Italia un po’ di più. È ironico anche che Sarah sia venuta con me anche in Scozia al Festival di Edimburgo… io lo faccio da 23 anni mentre lei non lo faceva da molto tempo. E’ tutto un po’ paradossale”.

– Sarah, se non mi sbaglio, Lei è venuta in Italia per la prima volta per cantare con un gruppo vocal blues chiamato I Panama nel 1980. Quindi è stata al Festival di Sanremo dapprima nel 1990, affiancando Riccardo Fogli, e poi nel 1991 quando ha vinto con la canzone “Se stiamo insieme” con Riccardo Cocciante. Come ricorda queste esperienze?

S.J.M. “Allora, la prima volta che sono venuta in Italia, per unirmi al gruppo, sono arrivata a Pisa e sono andata a vivere a Firenze; avevo bisogno di un luogo dove stare in Italia. È stato molto bello. Il primo concerto fu in occasione dell’apertura del Piper a Roma, che era stato ristrutturato, ed è stata una bellissima esperienza. Inoltre avevo un fidanzato italiano che aveva una Vespa. Ero giovane, sai? Era perfetto. Perfettamente romantico. Ricordo bene San Remo perché tutti i cantanti vorrebbero cantare con una orchestra e là era possibile; era la prima volta che cantavo con una orchestra ed è stato, come lei ricordava, con Riccardo Fogli. Il secondo anno, quando ho scritto insieme a Riccardo Cocciante la canzone che poi avrebbe vinto, ho raggiunto il grande successo in Italia arrivando ad un pubblico di fan molto vasto, dai più giovani ai meno giovani. Ero pazza di gioia perché ho capito che si stava aprendo una porta e mi piaceva l’idea che un paese festeggiasse la sua canzone. L’ho trovata una fantastica idea. Noi non lo facciamo abbastanza in Inghilterra, lo fanno in Francia ed è una grande idea di collaborazione ma il massimo è, come dicevo prima, esibirsi con una orchestra. Ho dei bei ricordi. In seguito, sono tornata al Festival nel 2006 per cantare con Simona Bencini e mi sono esibita anche con Noemi più di recente, credo quattro volte, forse un’altra… chi lo sa”.

– C’è qualcuno cui Lei sente di dover ringraziare in qualche modo per essere stato particolarmente importante nella sua vita di artista?

S.J.M. “Oh, ci sono tantissime persone da ringraziare. Ho tratto molta ispirazione da Nina Simone che era un’artista emotiva, una scrittrice e cantante fortemente combattiva; ho tratto grande ispirazione da Janis Joplin che era un’altra outsider e che non fu mai accettata in vita, lo fu soltanto dopo la sua morte. Sono stata ispirata musicalmente, anche se indirettamente, da Stevie Wonder perché anche lui ama scrivere di quello che accade nella vita, con tutte le sue mille sfaccettature. Sono stata molto ispirata dalle parole di Bob Dylan. Credo che sia uno dei più grandi poeti viventi nella musica. Ce ne sono troppi per poterli nominare tutti, veramente, tanta, tanta gente che devo ringraziare per le loro indicazioni”.

– Sarah ha parlato di Nina Simone, la quale si rifà molto all’Africa, lei, Forcione, ha dimostrato di essere particolarmente affezionato a questo continente avendo intitolato un suo album proprio “Sketches of Africa”. Come mai?

A.F. “All’Africa mi sono affezionato negli ultimi 7, 8 anni, comunque se dovessi ringraziare degli artisti, io non mi rifaccio soltanto all’ambito musicale, Charlie Chaplin è stato quello che mi ha inspirato di più perché mi ha fatto capire che con la creatività ci si può far tutto. È una delle doti che l’essere umano ha e la deve usare. Ovviamente ci sono musicisti come John McLaughlin, Egberto Gismonti, cui devo tantissimo… hanno fatto dei capolavori. John McLaughlin mi ha sempre affascinato come uomo, come persona che rompe le barriere musicali; negli anni settanta faceva Jazz Rock e quando tutti volevano imitarlo, lui prende, lascia tutto, va in India, studia musica indiana e torna con un gruppo Shakti stupendo; queste personalità a me interessano molto. A me non interessano i musicisti, mi interessano gli artisti come persone, quindi ho dei nomi anch’io da menzionare, Pat Metheny fa delle belle cose, John McLaughlin, Ralph Towner che ha scritto delle composizioni stupende, poetiche. Come dicevo a me interessa la creatività, la poesia”.

– Sarah, se lei dovesse scegliere un brano che la caratterizza particolarmente, quale sarebbe? Voglio dire, ogni volta che penso a Lei, non posso non pensare a “Me and Mrs. Jones”…

S.J.M. “Si, credo che “Me and Mrs. Jones” sia stato il brano che mi ha fatto conoscere al pubblico italiano, è stato un successo qui e trovo interessante il fatto che sia diventato un successo in Italia mentre in Inghilterra è stato bandito dalla radio per paura che io fossi lesbica, una clamorosa lesbica! È ridicolo, qui nessuno mi ha mai posto la domanda mentre in Inghilterra a Radio 1 ogni volta mi chiedevano “Lei è lesbica? Lei è lesbica? Lei è lesbica?”. Quando, quattro anni dopo, esplose il fenomeno Katie Lang, che era una lesbica di grande successo, tutti quanti mi volevano lesbica e ancora una volta non lo ero, quindi due volte amareggiata. Non ho nessun problema sul fatto di essere lesbica, semplicemente io non lo sono, non al momento… tutto può succedere nella vita. Chi lo sa… Ma la canzone di cui vado più fiera l’ho cantata prima di “Me and Mrs. Jones”. In Inghilterra ero molto coinvolta nello sciopero dei minatori del 1984 ed alla fine dello sciopero ho scritto con Kay Sutcliffe una canzone intitolata “Coal not dole”, che poi è diventata l’inno dei minatori: questa è stata la mia prima canzone di protesta ed ero molto coinvolta, emozionalmente coinvolta. Ero distrutta, alla fine, quando il governo Thatcher vinse, le miniere furono chiuse e le comunità furono distrutte; quindi, quella è la canzone di cui vado più fiera, avendo anche collaborato alla sua scrittura, nonostante “Me and Mrs. Jones” sia probabilmente uno dei miei maggiori successi”.

– Qual è la collaborazione artistica alla quale pensa con più piacere o più soddisfazione?

S.J.M. “Attualmente mi sto divertendo moltissimo con Antonio e stiamo crescendo insieme, sapevamo dell’esistenza l’uno dell’altro ma non ci conoscevamo quando abbiamo cominciato a scrivere insieme. È stato un viaggio che ha impiegato diversi anni ma adesso abbiamo molta fiducia l’uno nell’altro, ci conosciamo, siamo amici, amici veri, quindi ci capiamo a vicenda e la scrittura diventa ancora di più una gioia. Direi che questa è, al momento attuale, una collaborazione importante ma in passato credo di aver trascorso un’intera settimana vivendo accanto a Pino Daniele e in quella occasione ho scritto tre canzoni con lui. Quello è stato un momento molto speciale; ma io sono una persona che vive il momento e, indipendentemente da quello che faccio, do sempre il 150%. Oggi questa è la nostra creatura, ne parliamo molto, ci piace pensare che questa sia la prima tappa di un lungo viaggio. Antonio fa molti lavori da solo ma poi torniamo sempre a lavorare insieme. Tutto il lavoro che abbiamo fatto, l’abbiamo completato in due giorni. È stato velocissimo il modo in cui ci siamo capiti e come lui abbia compreso i miei testi. Non abbiamo avuto bisogno di parlare, è successo e basta, quindi sono pronta a continuare questa collaborazione”.

– Lei si muove facilmente dal Pop al Jazz. C’è un campo in cui si sente più a suo agio?

S.J.M. “Ho come una sorta di doppia personalità: nel jazz e nel pop. Non ho istruzione musicale, non ho mai studiato musica, quindi in qualche modo sono libera di esplorare qualsiasi genere perché non appartengo a nessuno e non ho nessuna conoscenza teorica, l’unica cosa che ho è il mio orecchio, che adesso è molto sviluppato, ed il mio istinto. Ho sentimento… e siccome sono una cantautrice, i testi per me sono molto importanti. Io racconto delle storie alla gente, forse il rifugiato che ho appena incontrato ed al quale ho dato il mio telefonino… io scrivo sulla vita, storie umane. Tornando più specificamente alla sua domanda, credo che il mio ascolto negli anni settanta del Rhythm and Blues, ma intendo dire l’originale R&B  per cui adoravo Sly and the Family Stone, i Metres, Bobby Womack, Bobby Bland… tutta questa gente ha avuto influenza su di me. Dopo è venuta la Motown ed anch’essa ha avuto su di me una grandissima influenza dal punto di vista musicale. Io sono un amalgama di tutto quello che ho ascoltato. Non appartengo a nessuno, sono come un pulviscolo”.

– Forcione, tra i personaggi con cui lei ha collaborato ce n’è uno che è molto, molto celebrato nel mondo del jazz; Charlie Haden. Come ricorda questa esperienza?

A.F. “Con affetto, ovviamente ascoltavo – e ancora oggi ascolto – la musica di Haden, album fantastici che per me sono come la Bibbia, ricordo ad esempio il magico “Folk songs” del 1979 con Haden, Egberto Gismonti e Jan Garbarek. Quando la casa discografica mi ha telefonato dicendomi ‘guarda che Charlie Haden ti sta cercando’ io pensavo fosse uno scherzo, poi lui la sera mi telefona e mi dice: ‘io voglio fare un disco con te, degli standard’, io gli rispondo ‘perché non facciamo cose tue che a me piacciono tantissimo e qualche brano mio se ti piace’; così  gli ho inviato un mio pezzo e abbiamo deciso la registrazione. Sono poi andato a Los Angeles e successe un fatto strano: quando bussai alla porta di Charlie Haden, uscì un cagnolino che appena mi vide cominciò a scodinzolare. Charlie mi disse ‘vedi, piaci al mio cane, questo vuole dire che hai energia positiva’. E da lì e nata una collaborazione costruttiva che è stata una lezione di musica ma anche di vita. Quell’uomo non aveva solo un paio di orecchie straordinarie, aveva qualcosa di eccezionale. Una volta gli ho fatto una domanda mentre ero a casa sua: ‘cosa cerca lei nella musica?’ Lui si ferma un attimo e poi mi dice: la bellezza. Non so se serve ma mi è rimasta così, la bellezza… nel senso più ampio del termine. Lo ricordo con tanto affetto Charlie Haden”.

S.J.M. ”Sì, in effetti l’hai detto oggi in treno che questa era stata una delle tue più importanti collaborazioni.”

– Sarah, e lei cosa cerca nella musica?

S.J.M. “Il mio viaggio nella musica spero che continui. Quello che cerco è di espandermi, non cerco mai la sicurezza, sono felice di essere portata in luoghi dove a volte devo lottare per la mia sopravvivenza; questo è stato il mio viaggio attraverso la vita e credo che quando sono sul palco, quando canto, vado altrove, sono attenta a ogni persona nel pubblico. E’ come se fossi in un precipizio e tentassi di tenermi con le unghie, sperando che siano abbastanza forti, ed allora, in qualche modo torno. Vado in questi luoghi pericolosi, non ne posso fare a meno. È quello che succede quando salgo sul palco”.

– Com’è la sua routine quotidiana?

S.J.M. “Nessuna routine. Non faccio mai riscaldamento. Non faccio mai pratica di musica. Quindi, questo non fa parte delle mie consuetudini quotidiane. Abbiamo un cane e adoriamo portarlo a passeggio per il bosco. Faccio Pilates quando posso. Per me è impossibile avere una routine perché viaggio sempre quindi sono abituata ad alzarmi alle tre di notte, andare in aeroporto alle cinque, prendere un aereo alle sette, arrivare, fare il check-in in albergo, prepararmi per il sound check, fare un concerto, volare altrove… questa è la mia routine, veramente. Abbiamo comunque un momento nella vita in cui ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di essere più semplici. Ci troviamo inglobati tutto il tempo in orari. Spegni e accendi una volta, e un’altra ancora per ricaricarsi. Fino a quando ero più giovane ero sempre pronta ad andare e via, via, via, e si, si, si; ma adesso mi rendo conto che ogni tanto ho bisogno di un mese in cui non salire sugli aerei, perché la mia vita è prendere sempre aerei…”.

– Ha mai pensato di aver dedicato troppo tempo al suo lato artistico trascurando il lato “normale”?

S.J.M. “No, mai. Da quando mio figlio è nato, l’ho sempre portato con me ovunque … almeno fino a quando ha compiuto cinque anni e quindi doveva andare a scuola. L’ho portato con me attorno al mondo; pagavo un’amica che veniva con noi e prima di andare sul palco lo tenevo in braccio; poi salivo sul palco con dei dolori qui (indica il seno) ma ci mettevo il tempo di una canzone per trasformarmi Sarah Jane Morris, non la mamma, ma non ho mai pensato di averlo trascurato perché lo coinvolgevo tantissimo nella mia vita. Gli ho chiesto se si sentiva trascurato e ha risposto di no. Se non potevo stare con lui, mi assicuravo che la persona che mi sostituiva fosse fantastica e la cosa meravigliosa è che la donna che si prendeva cura di lui quando io non c’ero è diventata la sua seconda madre… lui la tratta proprio come la sua seconda madre. Lei non ha mai avuto figli e c’è tra loro un meraviglioso rapporto; sono felice di poter condividere mio figlio con lei. Come cantante, ho avuto una lunghissima relazione con suo padre, un musicista anche lui, è stata una relazione molto complicata; è molto difficile per due musicisti stare insieme, perché è raro che entrambi abbiano successo contemporaneamente. Questo causa diversi problemi, indipendentemente da quanto importante sia la relazione. Sono stata fortunata, ero leader di una band e lui era un musicista nella band di altri, questo ha creato dei problemi. Forse lui direbbe che si è sentito trascurato ma eravamo tutti e due dei musicisti e sappiamo come è fatto il mondo degli artisti. Mi piace pensare che non ho dei rimpianti. Non mi guardo indietro perché quello che fatto è fatto”.

– Molti artisti sono sempre alla ricerca di nuovi suoni, differenti approcci alla musica. Pensa di appartenere a questa categoria?

S.J.M. “Sì assolutamente. Non sono il tipo di artista che ha successo con una canzone e poi la ripete ancora e ancora perché molta musica è così e credo che Antonio la pensi come me. Noi siamo sempre alla ricerca. Non pianifichiamo. Antonio è un musicista completo. Lui è completamente indipendente, come chitarrista lui non avrebbe bisogno di vocalist, succede, tuttavia, che ci sia tra noi una fantastica combinazione, ma io ho bisogno di Antonio, ho bisogno di qualcuno con cui lavorare. Io non suono nessuno strumento, non bene in ogni caso, quindi adoro queste forme di collaborazione. Chiunque può apportare cose diverse e questo è il mio eterno viaggio: la collaborazione con altre persone. Adoro questa sfida”.

– Moltissime grazie.

S.J.M. / A.F. “È stato un piacere”.

Presentazione speciale per Gente di Jazz, con l’autore Gerlando Gatto, a Napoli il 24 ottobre. L’eleganza della musica jazz sposa la magnificenza architettonica di Palazzo San Teodoro

La lettura rende un uomo completo, la conversazione lo rende agile di spirito e la scrittura lo rende esatto.

Francis Bacon, uno dei padri del pensiero moderno, scrisse queste parole nel 1625 e sono certa che se avesse conosciuto il giornalista Gerlando Gatto avrebbe sicuramente pensato che la descrizione s’attagliasse perfettamente al personaggio!

Catanese, classe 1946, romano d’adozione, Gatto mastica jazz sin da bambino, al punto che, come ha ricordato nel corso della presentazione del suo libro “Gente di Jazz” (ed. KappaVu / Euritmica) a Napoli, lo scorso 24 ottobre, non ricorda di aver ascoltato altri generi musicali, sin da quando era poco più di un marmocchio… tant’è che già nei primi anni ’60, a soli 14 anni, scriveva già di musica su “Il Corriere di Sicilia”!

Nel suo sangue corrono rotaie di note, sulle quali sfrecciano gli “Honky Tonky Trains” del jazz, che partono dai club di New York per arrivare al blues dei Juke Joint della Louisiana, rincorrendo i freddi venti musicali del Nord-Europa, fino a raggiungere le calde sonorità del sud del mondo… con frequenti passaggi nelle stazioni del latin-jazz, brasiliano e afro-cubano.

Ho provato a riassumere la sua lunga carriera usando questa metafora perché sarebbe impossibile – e finanche riduttivo – limitarsi a citare tutto quello che Gerlando ha fatto per il jazz in questi ultimi quarant’anni; basti ricordare i cicli di guide all’ascolto alla Casa del Jazz di Roma, con la quale collabora dal 2007 o la conduzione di programmi radiofonici e televisivi per la Rai, assieme al grande Adriano Mazzoletti, o ancora l’essere uno degli estensori della “Enciclopedia del Jazz” edita da Curci.

Il tassello che mancava all’opera musiva che è il suo imponente curricolo professionale era la pubblicazione di un libro che raccogliesse in qualche modo il suo importante lavoro.

Nasce così l’idea di “Gente di Jazz”, un volume che racchiude preziose interviste a protagonisti indiscussi della storia del jazz mondiale, che sono uniti da un elemento comune: l’aver partecipato ad una o più delle ventisette edizioni del Festival Internazionale Udin&Jazz.

Ed ecco allora scorrere sotto i nostri occhi i nomi di alcuni dei musicisti che hanno influenzato fortemente il linguaggio musicale della nostra epoca: McCoy Tyner, Cedar Walton, Michel Petrucciani, Enrico Pieranunzi… ma solo per citarne alcuni, perché nel libro le interviste sono ben 25, introdotte dalla prefazione del trombettista Paolo Fresu e chiuse dalla postfazione del filosofo e intellettuale friulano Fabio Turchini.

Le immagini a corredo dell’opera sono quasi tutte del fotografo storico di Udin&Jazz, Luca d’Agostino, tranne un paio firmate da Elia Falaschi e da Luciano Rossetti.

E dopo la presentazione in anteprima, a maggio, al Salone Internazionale del Libro di Torino, quella a Udine, in occasione di Udin&Jazz 2017, e quella più recente alla Feltrinelli di Roma, “Gente di Jazz” ha fatto scalo a Napoli, avvolto nella bellezza di uno scenario prestigioso quali sono le splendide sale affrescate, in stile neoclassico, di Palazzo San Teodoro.

A condurre la serata, con grande competenza e passione, il filosofo napoletano Marco Restucci, che è anche critico musicale, giornalista e scrittore (suo il libro “Dioniso a New Orleans. Nietzsche e il tragico nel jazz”, da poco pubblicato da Albo Versorio). Restucci ha introdotto l’opera definendola come un libro “a cornice” al cui interno trovano posto diversi frammenti, storie e personaggi tutti coinvolti nello stesso, affascinante gioco dialogico i cui fili sono tirati dall’autore.

Oltre a Gerlando Gatto, erano presenti tra i relatori: Giancarlo Velliscig, direttore artistico di Udin&Jazz e Antonio Onorato, chitarrista e compositore napoletano di livello internazionale, un vero e proprio rainbow warrior (dal modo in cui i nativi americani, alla cui cultura e pensiero Antonio è molto vicino, definiscono i loro spiriti che si reincarnano nei bianchi).

I contributi al dibattito, che si è generato grazie anche alle molte domande da parte del numeroso e preparato pubblico, sono stati parecchi e interessanti. Si è venuto così a delineare un vero e proprio “stato dell’arte” della musica jazz contemporanea, con uno sguardo su diversi aspetti tra i quali – forse il più interessante – una riflessione sul ruolo attuale della tradizione orchestrale, che in passato ebbe come protagonisti jazzisti eccezionali. Si è parlato anche dei nuovi linguaggi della scena jazzistica americana dei nostri giorni, chiedendosi come gli artisti possano sfuggire ai canoni imposti dal conformismo culturale odierno riportando nella loro musica quei valori sociali e politici, un tempo legati ai movimenti di protesta, di  quando gli Stati Uniti erano esportatori di contro-cultura.

Ph Massimo Cuomo

Ricco di suggestioni mnemoniche l’intervento di Antonio Onorato, incentrato sul rilevante apporto dato dai musicisti italiani allo sviluppo della musica jazz in America, facendo riferimento ai tanti emigranti che dal meridione sbarcarono negli Stati Uniti e ricordando che questi uomini erano quasi tutti capaci di suonare uno strumento musicale, grazie alla grande tradizione bandistica delle regioni del sud Italia e alle sue svariate contaminazioni.

Nel corso della presentazione, Antonio Onorato, fresco di rilascio di un nuovo lavoro discografico dal titolo “Vesuvio Blues (Blu Music International), e il suo allievo chitarrista Luca Farias (figlio d’arte… il padre, Angelo Farias, è il bassista della band di Antonio Onorato) hanno imbracciato le rispettive chitarre, improvvisando sulle note della sinuosa Footprints di Wayne Shorter, giocando sulla colorata tavolozza armonica del classico della tradizione napoletana Munasterio ‘e Santa Chiara e chiudendo la serata fondendo la bossa nova al neapolitan power con la splendida Manhã de Carnaval, main theme della colonna sonora del celebre film Orfeo Negro, trasposizione cinematografica del mito di Orfeo ed Euridice.

Ph Massimo Cuomo

Una serata perfetta in una location da favola per un libro davvero ben riuscito, che veleggia verso la terza ristampa. Il patron di Udin&Jazz, Velliscig, si è lasciato strappare la promessa di pubblicare nel 2018, sotto l’ala dell’associazione culturale Euritmica, per i tipi della KappaVu di Udine, il secondo volume di Gente di Jazz, che pare sarà interamente dedicato “all’altra metà del jazz…”.

Per finire, permettemi una piccola digressione, essendo una friulana che ama profondamente la sua terra: al termine della presentazione, ospiti del gentiluomo partenopeo Pietro Micillo nella sua Taverna La Riggiola, elegante ristorantino attiguo al Palazzo San Teodoro, con una cucina tendente alla rivisitazione moderna di gusti e sapori della tradizione campana, è avvenuto un simbolico e perfettamente riuscito gemellaggio enogastronomico tra il Friuli Venezia Giulia e la regione ospite dell’evento, con l’abbinamento degli eccellenti vini della casa vinicola Livio Felluga di Brazzano di Cormòns alle varie e squisite portate proposte dallo chef Francesco Pucci. Praticamente… l’optimum delle tipicità!

Marina Tuni

Special thanks per la preziosa collaborazione e per l’ospitalità a Palazzo San Teodoro a: Pietro Micillo, Giovanni Lombardi, Giobby Greco, ing. Camerlingo, Tecno srl

Un sincero ringraziamento alla Taverna La Riggiola, Napoli e a Elda Felluga dell’Azienda Vinicola Livio Felluga, Brazzano di Cormòns (Gorizia)

Grazie al fotografo Massimo Cuomo per la gentile concessione di alcune delle immagini che corredano l’articolo.

 

Sarah Jane Morris, Antonio Forcione: un duo che emoziona e trascina

Le collaborazioni tra vocalist e chitarristi non sono certo un fatto nuovo nel mondo del jazz. L’apice è stato raggiunto dal celeberrimo duo Ella Fitzgerald-Joe Pass che ha dato vita ad album oramai storici come “Take Love Easy” del 1973, “Fitzgerald and Pass…Again” del 1976, “Easy Living” del 1986. E tutti giocati su un repertorio costituito in massima parte da standard riproposti in veste minimale, con voce e chitarra acustica. Ma Ella e Joe non sono stati gli unici. Nell’arco degli anni ricordiamo Tuck and Patty, Sammy Davis Jr protagonista di due album oramai classici, uno con  Mundell Lowe per la Decca negli anni ’50 e l’altro alla fine dei ‘60 con Laurindo Almeida, Julie London accompagnata da Barney Kessel o Howard Roberts, Sheila Jordan con Barry Galbraith … fino a giungere ai giorni d’oggi con il duo “Empathia” costituito da Mafalda Minnozzi e Paul Ricci.

In questo glorioso filone si è inserito, oramai da qualche tempo, un altro duo di straordinaria valenza: Sarah Jane Morris e Antonio Forcione.

I due si sono esibiti di recente all’Auditorium Parco della Musica di Roma ottenendo uno strepitoso successo, per altro assai meritato.

In effetti si tratta di due musicisti di eccezionale livello: Sarah Jane Morris, (Southampton, 21 marzo 1959) è una cantante, compositrice, attrice britannica capace di interpretare con egual classe musica jazz, rock e R&B. Particolarmente legata al nostro Paese, che lei stessa definisce la sua seconda casa, non perde occasione per esibirsi dalle nostre parti trovando sempre un’ottima accoglienza.

Antonio Forcione (Montecilfone in Molise 1960) è un compositore, chitarrista, produttore che, dopo alcune esperienze nel nostro Paese, nel 1983 si trasferisce in Gran Bretagna dove ottiene unanimi riconoscimenti tanto da essere considerato, dagli stessi inglesi, uno dei musicisti più vitali ed originali dell’attuale scena musicale britannica; nel luglio 2012 inizia a collaborare ed esibirsi con Sarah Jane Morris.

Illustrate per somme linee la personalità dei due musicisti, si capisce bene il perché i due stanno ottenendo ovunque grandi consensi e il perché ogni loro concerto si concluda con una prolungata ed entusiasta standing ovation. Così alcuni critici hanno avvicinato il loro stile, l’intensità che mettono nelle loro interpretazioni, il modo in cui sanno raccontare in musica le proprie esperienze a veri e propri geni quali Janice Joplin, Tom Waits e Jimi Hendrix.

A Roma hanno presentato la loro ultima fatica discografica, “Compared To What”, album tutto giocato su un repertorio originale (ben otto brani scritti da Sarah Jane Morris, Antonio Forcione e Johnny Brown) cui si aggiungono altri quattro pezzi: “Blowin in The Wind” di Bob Dylan, “Message in a Bottle” di Sting, la title-track di Gene McDaniels e “Superstition” di Stevie Wonder. Il filo conduttore sia del disco sia del concerto è la precisa volontà di affrontare tematiche sociali di attualità e quindi di grande impatto; il tutto coniugato con arrangiamenti moderni e originali. Così ecco “Comfort Zone” che parla di violenza sulle donne, dedicato alle prostitute uccise a Ipswich nel 2006 da un serial killer, che evidenzia tutte le straordinarie capacità attoriali della Morris, in grado di calamitare l’attenzione degli spettatori senza minimamente alcunché forzare e pur tuttavia riuscendo a toccare l’animo di chi l’ascolta; ecco “The Sea” sul dramma dei profughi nel mar Mediterraneo, “I Bare My Soul” sull’incertezza del futuro. Accanto a queste tracce di impegno sociale, ci sono anche canzoni d’amore (“Awestruck” che apre l’album), d’ironia (“All I Want Is You”) e quelle tre cover cui abbiamo già fatto riferimento: “Message in a Bottle”, “Superstition” e “Blowing in the Wind”.

Per quanto concerne la modernità degli arrangiamenti, l’esempio migliore è costituito da “Blowing in the Wind”; ma l’essenzialità che caratterizza questo brano, il basarsi quasi esclusivamente sulla semplicità dell’esecuzione e dell’interpretazione, ha costituito la cifra stilistica dell’intero concerto romano. Chitarra e voce dialogano in modo convincente: Sarah Jane canta con la sua voce possente, ma allo stesso tempo calda, sensuale e avvolgente, dando un senso preciso ad ogni singola parola del testo; il suo stile, che la rende così personale, coniuga perfettamente una sensibilità pop con quella flessibilità che le deriva dall’amare e dal frequentare territori prettamente jazzistici. Dal canto suo Antonio Forcione crea una sorta di straordinario tappeto che mai si sovrappone alla voce, dando anzi alla Morris la capacità di far emergere la valenza del testo. La chitarra è quindi essenza musicale allo stato puro, mai una nota fuori posto, mai un fraseggio che non sia funzionale al discorso interpretativo, mai sfoggio di bravura ‘inutile’. Pochissime volte durante il concerto Forcione si è lanciato in spericolati assolo ma ogni volta – come ad esempio in “All I Want Is You” – è stato un tripudio di applausi.

Insomma una serata da incorniciare.

Gerlando Gatto

A Proposito di Jazz ringrazia Michele Stallo per la concessione delle immagini

JazzMI: ovvero le MI..lle facce del jazz!

La prima edizione di JAZZMI era partita l’anno scorso come una scommessa ambiziosa: rappresentare la storia e l’attualità di una musica complessa e in continua evoluzione come il Jazz, invitandone a Milano i protagonisti in un nuovo e grande festival diffuso nella città.

La scommessa è stata vinta, grazie alla partecipazione entusiasta del pubblico che ha riempito teatri, club, sale da concerto, gallerie d’arte e ognuno dei numerosissimi spazi del festival.

Anche la soddisfazione espressa dalle istituzioni, dagli sponsor, dagli operatori, dagli enti coinvolti a vario titolo nella manifestazione, come pure gli attestati ricevuti dagli artisti di fama mondiale presenti nel programma, ha confermato che la strada era quella giusta. Una strada che è appena agli inizi: JAZZMI è un progetto che vuole continuare a crescere e a espandersi nel territorio, dal centro alle periferie.

Questa seconda edizione di JAZZMI offre un programma ricchissimo, ancora più variegato e differenziato nelle proposte. Ci sono musicisti-icona, capiscuola, star indiscusse della storia del Jazz e nuove proposte, artisti emergenti, sperimentatori di nuovi linguaggi.

JAZZMI vuole dare conto di quanto di significativo sta accedendo oggi, in Italia e nel mondo, sotto il dinamico cielo del Jazz, le sue affinità e le sue collisioni con altre musiche e altre forme, le sue infinite influenze e diramazioni.

Ci sono ancora film e documentari inediti, mostre fotografiche, incontri e masterclass con i musicisti, reading, laboratori, residenze e feste di quartiere.

Per JAZZMI sono centrali anche le periferie.

Da sottolineare quest’anno è la presenza di importanti produzioni originali, e il coinvolgimento dei bambini in vari progetti ludici e educativi.

JAZZMI continua a collaborare con le realtà cittadine che si occupano di Jazz tutto l’anno, in una rete di sinergie che rende possibile questi 11 giorni di grande festa del Jazz.

JAZZMI ideato e prodotto da Triennale Teatro dell’Arte e Ponderosa Music & Art, in collaborazione con Blue Note Milano, è realizzato grazie al Comune di Milano, Assessorato alla Cultura, con il sostegno del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, main partner INTESA SANPAOLO, partner FLYING BLUE e HAMILTON, sotto la direzione artistica di Luciano Linzi e Titti Santini.

I punti nevralgici dei concerti come lo scorso anno sono Triennale Teatro dell’Arte e il Blue Note. Il Teatro dell’Arte torna a proporsi come luogo dell’incontro creativo tra performing arts – teatro e musica. Uno spazio per le nuove espressioni artistiche, per elaborare nuovi format di relazione tra artisti e pubblico e per sperimentare le nuove alchimie creative della contemporaneità.

Il Blue Note, Jazz club e ristorante aperto dal 2003 parte del network internazionale, è una delle realtà di punta nel panorama jazz mondiale. Nella sua sede di via Borsieri nel quartiere Isola, propone circa 300 spettacoli l’anno, che rappresentano al meglio la varietà e le contaminazioni del Jazz contemporaneo. L’atmosfera tipica del Jazz club ed il contatto ravvicinato con i musicisti completano l’esperienza, rendendo ogni serata al Blue Note un evento unico ed irripetibile.

Triennale Teatro dell’Arte ospiterà una fitta programmazione di concerti, tra gli altri: Lee Konitz, Andrea Motis e Gabriel Royal, Gaetano Liguori IDEA trio (Guest Pasquale Liguori), Shabaka & The Ancestors, Naturally 7, Nels Cline Lovers, Donny McCaslin, Rob Mazurek & Jeff Parker, Ghost Horse, Bill Frisell, Guano Padano, Gavino Murgia, Xamvolo, Gianluca Petrella, Ben L’Oncle Soul con il suo tributo a Sinatra, Mauro Ottolini, Makaya Mc Kraven, Franco D’Andrea, Harold Lopez Nussa e Francesco Bearzatti Tinissima Quartet, oltre a una mostra di fotografie di Pino Ninfa con le improvvisazioni al pianoforte di Enrico Pieranunzi.

La programmazione del Blue Note, prevede i live di: Stacey Kent, Al Di Meola, Mike Stern & Dave Weckl Band, Joe Lovano Classic Quartet, Maria Gadù e Kneebody.

Due grandi firme del panorama Jazz italiano, Stefano Bollani e Paolo Fresu, rispettivamente con due progetti particolari danno lustro alla seconda edizione di JAZZMI: il primo con una serata inedita interamente dedicata a Milano, sua città natale all’Auditorium La Verdi, il secondo accompagnato da Daniele Di Bonaventura, ospitato alla Pirelli HangarBicocca con “Altissima Luce”, un concerto dedicato al Laudario di Cortona, la più antica collezione di musica italiana, per la prima volta a Milano.

Anche per la seconda edizione JAZZMI arriverà in tutta la città, con concerti in importanti sedi come Santeria Social Club, Base Milano, Spirit De Milan e Alcatraz.

Il Teatro dal Verme vedrà esibirsi il pianista Brad Mehldau con Chris Thile, esponente della musica roots americana. Il Conservatorio aprirà le sue porte per il concerto del pianista canadese Chilly Gonzales & Kaiser Quartett che tanto successo ha riscosso in occasione della sua esibizione a Piano City 2017 e al sassofonista Jan Garbarek, in duetto con il versatile percussionista Trilok Gurtu. All’Alcatraz sono attesi i De La Soul, capostipiti del movimento Hip Hop e della Black Music moderna, oltre a Laura Mvula (in collaborazione con Radio Monte Carlo), nuova regina dell’R’n’B e del Soul contemporaneo e Mulatu Astatke con il suo ensemble africano.

Ancora tanti luoghi in programma per i concerti. La Santeria Social Club ospiterà il 3  Novembre il concerto della colorita Sun Ra Arkestra diretta da Marshall Allen e il 7 novembre il magico duo inglese Binker & Moses. Allo Spirit de Milan i nostrani Chicago Stompers con l’indimenticabile Lino Patruno, al Masada il trio Thumbscrew in cui milita Mary Halvarson appena insignita di un Grammy. A Il Mare Culturale Urbano il live della pianista francese Eve Risser, BASE Milano con la festa swing degli Electric Swing Circus e l’eclettico ensemble Abraham Inc. con David Krakauer, Fred Wesley & SoCALLED.

Jazzdo.it

JAZZDO.IT è il nuovo progetto del festival realizzato con il contributo di SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori. Un progetto unico in Italia, rivolto a tutti i componenti della filiera del Jazz quali artisti, etichette discografiche, festival, editori, media, operatori, associazioni, professionisti, studiosi e appassionati.

Ci saranno convegni, showcase, conferenze, incontri e masterclass con artisti e operatori del settore, tutti dedicati all’approfondimento dei temi e delle istanze del Jazz, dalla produzione discografica al live, dalla didattica all’export. L’intento è quello di creare un ambiente comune di alto profilo internazionale dove le associazioni di categoria, gli operatori e le istituzioni possano ritrovarsi, dialogare e insieme elaborare progetti per la diffusione del Jazz italiano all’estero, dando vita a collaborazioni e partnership internazionali, sull’esempio dei più virtuosi modelli europei, che saranno presenti.

Crediamo che anche questo sia uno dei compiti ineludibili di un grande festival Jazz contemporaneo proiettato al futuro, quale JAZZMI aspira a essere.

Il cuore di JAZZDO.IT si svilupperà da venerdì 10 a domenica 12 novembre nella cornice di Triennale Teatro Dell’Arte, ma durante tutto JAZZMI diversi saranno i momenti di approfondimento dedicati ai professionisti e agli amanti del Jazz.