Scomparso Kevin Mahogany un grande del blues

 

Un altro grande del jazz ci ha lasciati il 17 dicembre scorso all’età di 59 anni: Kevin Bryant Mahogany.

Il suo nome a molti di voi probabilmente non dirà molto ma se avrete occasione di trovare in qualche scansia di un negozio di dischi un suo qualunque album, compratelo senza esitazioni: ne rimarrete affascinati.

In effetti Mahogany ha rappresentato, per molti anni, una delle poche alternative alla preponderante presenza femminile nell’ambito del canto jazz.

Nato il 30 luglio 1958, a Kansas City, Missouri, Kevin si dedica sin da piccolo alla musica studiando dapprima pianoforte e successivamente clarinetto e sax baritono. Comincia così a suonare con alcune bands locali mentre perfeziona e completa i suoi studi musicali alla Baker University. Per tutti gli anni ottanta si fa le ossa suonando e cantando anche con proprie formazioni come “The Apollos” e i “Mahogany”. Nel 1991, lo troviamo inserito in un CD del pianista e arrangiatore Frank Mantooth. Gli anni Novanta rappresentano il momento in cui Mahogany raggiunge il meritato successo: abbandonati quasi del tutto gli strumenti, si dedica e si esibisce quasi esclusivamente come vocalist evidenziando uno strumento versatile e duttile. La sua voce di impostazione baritonale si rifà da un canto alla grande tradizione afroamericana di Eddie Jefferson, Jon Hendricks e Joe Williams, dall’altro ai crooners più intimi e raffinati… per non parlare delle sue straordinarie capacità improvvisative declinate prevalentemente attraverso lo scat, che gli derivano – come lui stesso amava sottolineare – dal fatto di aver studiato sassofono e infine il suo attaccamento al blues che interpreta con viscerale partecipazione. Così nell’ambito dei suoi modelli possiamo facilmente inserire anche Billy Eckstine, Joe Williams e Johnny Hartman. E nei confronti di quest’ultimo Mahogany ha sempre dimostrato una particolare ammirazione tanto da dedicargli sia una serata-tributo sia un intero album uscito nel 2007.

Insomma, come si nota, un artista completo, in possesso di mille sfaccettature che gli consentono di affrontare con estrema facilità repertori anche molti diversi tra di loro.

Il suo primo album, “Double Rainbow”, risale al 1993, per Enja; Mahogany si fa accompagnare da un gruppo all stars comprendente il sassofonista Ralph Moore, il pianista Kenny Barron, il bassista Ray Drummond e il batterista Lewis Nash. Grazie al successo ottenuto dall’album, il vocalist effettua tournées anche al di fuori degli States e nel 1996 incide, per la Warner Bros, il CD chiamato semplicemente “Kevin Mahogany” che gli vale l’approvazione della critica tanto da indurre Newsweek a segnalarlo come il miglior giovane vocalist dell’anno. Sempre nel 1996 compare nel film di Robert Altman “Kansas City” dove interpreta la figura di Big Joe Turner.

Successivamente Mahogany è stato protagonista di molte notevoli incisioni tra cui ricordiamo “Kevin Mahogany and the Kansas City Jazz Orchestra” del 2012; ” Next Time You See Me “, registrato in Brasile con Dave Stryker alla chitarra, Jared Gold all’organo e Jimmy Duchowny alla batteria; “Old, New, Borrowed and the Blues” in cui Mahogany dà un saggio delle sue straordinarie capacità interpretative del blues nelle sue più varie sfaccettature.

Accanto a quella di musicista, Mahogany ha svolto anche un’intensa attività didattica insegnando dapprima al Berklee College of Music di Boston e quindi all’ University di Miami.

Pino Minafra e la banda di Ruvo di Puglia al Teatro “La Seine Musicale” di Parigi

Vorrei iniziare questo 2018 condividendo con i lettori di “A proposito di jazz” una bellissima notizia: la banda di Ruvo di Puglia diretta da Pino Minafra insieme al figlio Livio e (nella parte classica e tradizionale) a Michele Di Puppo, suonerà domenica prossima – 14 gennaio – in quel di Parigi, al Teatro “La Seine Musicale”, per concludere la rassegna “Ilot la France et l’Italie”.

Più volte, in questo stesso spazio, ho avuto modo di sottolineare l’importanza della bande di paese, non solo come fucina di nuovi talenti, ma anche – e forse soprattutto – come elemento di conservazione dell’identità di una comunità, di un luogo… per non parlare di quanto le bande siano state importanti per la nascita e lo sviluppo del jazz.  In questo ambito oramai da molti anni un ruolo di primissimo piano è ricoperto dal musicista pugliese Pino Minafra che ha cercato in ogni modo di portare all’attenzione degli appassionati e delle pubbliche autorità l’importanza della banda. Di qui il progetto “La Banda” che nasce nel 1993 proprio per cercare di salvare dall’oblio una grande tradizione musicale tipica del Sud Italia che ha prodotto un suono originale e unico al mondo. L’intento del compositore e trombettista ruvese è stato da un canto quello di documentare su supporto sonoro la tradizione musicale classica della banda – arie d’opera, marce sinfoniche e musiche della settimana santa – dall’altro quello di proiettare la banda nel suono contemporaneo, facendola confrontare con i linguaggi musicali più innovativi grazie alla presenza di compositori e solisti di valore internazionale. Il percorso trasversale fra “Tradizione e Innovazione”  fatto dalla Banda di Ruvo di Puglia, ospite dei più importanti festival europei di jazz, musica classica e contemporanea – Londra (Queen Elisabeth Hall), Parigi, Donaueschingen, Monaco di Baviera, Saalfelden, Graz, Les Mans, Lille, Huddersfield, Kendal, Brighton, Basingstoke, Munster, Berlino e altri – ha pienamente dimostrato l’attualità e la freschezza di questo suono caldo, vivo e generoso, ancora tutto da esplorare oltre che proteggere.

Nel 2012, un grandissimo musicista e compositore come David Byrne, fondatore dello storico gruppo Talkin’ Heads, dichiarò di essere stato ispirato, per la realizzazione del disco Love This Giant con la cantante St. Vincent, proprio dal suono della banda, e in particolare dall’ascolto di un disco di «una banda che suonava su una facciata musica operistica e sull’altra jazz e musica di Nino Rota», verosimilmente corrispondente alla Banda di Ruvo di Puglia diretta da Pino Minafra e al doppio “Traditional Italian Banda / Banda And Jazz” (Enja, 1997). Insomma un’iniziativa meritevole e non a caso l’Unesco ha riconosciuto il fenomeno delle Bande al Sud Italia come Patrimonio Immateriale Mondiale dell’Umanità.

A conferma del tutto il concerto di cui in apertura. In scaletta convivranno la Sivigliana di Adolfo Di Zenzo, celebri arie di Giuseppe Verdi, Georges Bizet, Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi, Vincenzo Bellini, Giacomo Puccini, Gioacchino Rossini, Giuseppe Verdi, alcune colonne sonore di Nino Rota e il brano originale Pinocchio firmato da Livio Minafra.

La Banda è attualmente composta da Vincenzo Mastropirro, Francesco Di Puppo (flauto), Dominga Damato (oboe), Angelo Giodice (clarinetto piccolo), Giambattista Ciliberti, Leonardo Cattedra, Vito Di Cintio, Gianluigi Caldarola, Giuseppe De Michele, Rocco Di Rella, Vincenzo Di Puppo, Giuseppe Dicorato (clarinetto), Nicola Puntillo (clarinetto basso), Massimo Cianciaruso (sax soprano), Paolo Debenedetto (sax alto), Francesco Loiacono (sax tenore), Michele Marzella (sax baritono), Simone Lovino, Vito Vernì, Vito Lamanna (corno), Vito Francesco Mitoli, Luciano Palmitessa, Pino Minafra (tromba), Luciano Pischetola, Biagio De Michino (trombone), Emanuele Maggiore, Vincenzo Bucci (flicornino), Antonio Cicerone (flicorno soprano), Salvatore Barile (flicorno tenore), Nicola Valenzano (flicorno baritono), Giuseppe Scarati, Pasquale Di Muro, Sebastiano Lamorte, Michele Cantatore (tuba), Vincenzo Mazzone, Giuseppe Tria, Simone Salvatorelli e Tommaso Summo (percussioni), Livio Minafra (fisarmonica).

Payada v/s Rap. Sfida fra improvvisatori

 

Atahualpa Yupanqui, argentino. Victor Jara e Violeta Parra, cileni. Daniel Viglietti, uruguagio. Silvio Rodriguez e Pablo Milanès, cubani. Amparo Ochoa, messicana. Gil, de Hollanda, Veloso, Nascimento, Ben, brasiliani. Cantautori non sganciati dalla propria cultura musicale popolare; differenti da taluni esponenti della canzone d’autore aventi intellettualità borghese e ascendenze letterarie “colte”; più vicini a tanti folksingers americani. A monte di queste grandi individualità artistiche è situato, in Argentina, Uruguay, Brasile, Paraguay, Cile e dintorni, un orizzonte di diffusa tradizione trobadorica popolare, al cui interno esiste la payada, arte poetico-musicale tipica della cultura iberica, forma di letteratura orale in musica.

Al riguardo il CISAI, Centro Interdipartimentale di Studi sull’America Indigena, ha censito numerosi siti sull’improvvisazione orale nel mondo ispanoparlante e nel Mediterraneo: Panama, Cuba, Spagna, Sardegna, Cile, Guatemala, Argentina, Uruguay. 

Il Payador è colui che di norma improvvisa versi in rima accompagnato da una chitarra. L’improvvisazione, spiega Maurizio Franco (Improvvisazione altra? Rugginenti) “è il prodotto del bagaglio di esperienza e della sensibilità di un musicista, raggiunte attraverso precise acquisizioni culturali e tecnico esecutive, abitudini d’ascolto e a relazioni con altri musicisti”. 

Ed è il frutto di memoria sedimentata e di determinate consuetudini esecutive.

Precisa, per il caso in esame, Leopoldo Lugones, in premessa al volume El Payador (Buenos Aires, 1916) che le voci Payador e Payada stanno, rispettivamente, per trovatori e tensione, e derivano dalla lingua provenzale, per eccellenza “la lingua dei trovatori”.

Antenati illustri. E radici estese. Perché il creare al momento non era una specificità trobadorica di poche latitudini ed epoche. Storicamente, senza postdatarsi fino agli aedi omerici, il comporre all’improvviso era stato anche oggetto di sfide acerrime. Una gara epica, avvenuta nel seicento, in una sorta di Italia-Spagna ante litteram, si era svolta fra il maestro di cappella Achille Falcone e il collega Sebastiano Raval, certamen finito uno a uno, in assenza di una “bella” perché l’italiano, nelle more, era passato a miglior vita. La payada ha un analogo carattere competitivo, il “contrapunto” infatti è la tenzone poetico/musicale nella quale si trattano liberamente temi improvvisati ovvero a domanda/risposta come in alcuni canti popolari della tradizione euromediterranea. Ma c’è di più. In rete sono postati video di arzilli pajadores che si “scontrano” con giovani rappers. I video del ricordato CISAI riguardano, oltre a improvvisatori cubani, spagnoli e portoricani, dei “contest” fra gli uni e gli altri.

Encuentro o contrapunto? Incontro o contrapposizione? Diciamo pure una amicale dialettica fra interpreti di diversi generi improvvisativi, uno antico, quello della payada, l’altro contemporaneo, il rap. Un pronipotino in cui ci si esprime lo stesso in libertà con la voce che si sovrappone alla musica di base. E che prevede il cimento, la partita (analogia possibile con le jazz battles, quali, nei ‘50, le drum battles fra Gene Krupa e Buddy Rich?).

Una maniera per ridefinire il proprio repertorio alla ricerca di soluzioni originali, già a livello di spettacolo. El Payador Perseguido, cantava Atahualpa Yupanqui nel raccontare una vita irta di difficoltà in cui solo il canto unito al poetare può dar sollievo al cantastorie. Il continuo peregrinare è il modo e il mondo in cui poter ritrovare fatti e gesta da verseggiare in cancion e son, da romancero indigeno, poeta/musicista o musicista/poeta che dir si voglia. Ma, come annota Raúl Dorra in El arte del payador (Revista de Literatures populares) il genere gauchesco e quello payadoresco, più popolare, per quanto vicini possano sembrare, sono da considerare separati. In particolare il payador “opera in un’azione” drammatica di tipo discorsivo mentre la poesia gauchesca è costruita su una precisa struttura narrativa, fra satira e tragico, su una grammatica del canto più definita. Da parte sua la payada, dalle origini urbane o rurali come il blues, è tradizione che affida la melodia al servizio di testi intensi e con particolarità ritmiche che ne connotano il canzoniere. In tal senso il patrimonio di ritmi e danze del Sudamerica, risultato della commistione storica fra indios, iberici e africani (questi ultimi risaliti attraverso il Nuovo Messico fino a New Orleans per i primordi del jazz) rappresenta un forziere inesauribile cui poter liberamente attingere ispirazione. 

In analogia emerge talora a tratti, per lo stesso rap, l’identità etnica del linguaggio ancestrale maya (Rusty Barrett, Mayan language revitalization, hip hop and ethnic identity in Guatemala, Language & Communication, sept. 2015).

E così il mito della cultura del continente iberoamericano descritto da Paz, Marquez, Cortázar, Vallejo, Borges, Neruda, Asturias echeggia attraverso le note prodotte da interpreti originali e autentici, cantori erranti di un’arte ancora viva, e di giovani raperos.

La scoperta di una parentela con una arte orale hip hop, con lo stesso gusto del parlato assonante/allitterante su accompagnamento strumentale e il piacere del contrasto, non può che far bene, pur nella reciproca contaminazione, alla payada ed ai suoi alfieri, risvegliandone lo spirito primigenio. 

Come un’invocazione al ribelle Atuhalpa affinchè si risvegli. 

 Desde el sol, Atahualpa / Indio rebelde, Atahualpa / Despierta.

 

Andrà Bene: Il nuovo singolo di Lorenzo Tucci, suonato da Claudio Filippini

Lorenzo Tucci (composer)
Claudio Filippini, pianoforte (courtesy CAM JAZZ)

Jando MusicVia Veneto Jazz

Nel Jazz può ancora capitare di cullarsi per cinque minuti con un brano in ¾, inusuale, inatteso, nuovo di zecca, che non abbia nulla da invidiare a brani celeberrimi come, per dirne uno, Waltz for Debbie.
Può capitare di stupirsi di un’ atmosfera sognante, dolce, senza essere stucchevole, nuova, fresca, frutto del perfetto bilanciamento tra una melodia semplice e un disegno armonico sotteso tutt’altro che scontato.
E sorprendente è anche che un tale piccolo gioiello (Andrà bene ne è il titolo) sia stato creato da un fenomenale batterista, uno dei migliori sulla piazza: Lorenzo Tucci, che svela una vena compositiva che, a dire il vero, era emersa già in precedenza in altri suoi lavori (cito i suoi album Tranety e Sparkle, e non sono certo gli unici di cui si potrebbe parlare). Un batterista che con il suo strumento non produce solo ritmo e battiti. “Suona”, infatti. Come più volte abbiamo sottolineato in questo sito, la batteria di Lorenzo Tucci canta, e suona, oltre ad essere potente strumento ritmico.
In Andrà Bene però la batteria non c’è. Tucci c’è, ma a monte, come compositore, e pensa questo brano per piano solo. Lo compone per Claudio Filippini, altra eccellenza del Jazz, e suo amico da sempre: musicista sopraffino, dallo stile unico, dal tocco inconfondibile, che gli dà suono interpretandone l’atmosfera e mostrando una sintonia che va al di là della bravura, delle capacità espressive, dovuta ad una profonda conoscenza reciproca. Non a caso i due sono compagni di moltissimi viaggi musicali.

Perché mi è sembrato bellissimo questo brano? Perché comincia con otto battute semplici fatte di due note che si alternano e che sono le quinte dei due accordi ascendenti, cromatici, su cui danzano, e che ti prendono irrimediabilmente per mano. Perché poi si apre esplorando un ambito tonale più complesso, ed affascinante, nel quale la melodia si dipana fluttuando, e perché poi approda ad un altro episodio ancora, con un’altra melodia che ti cattura e ti culla. E perché poi di nuovo si apre nell’improvvisazione e nello stile unico di Claudio Filippini.
Alcuni musicisti sono inconfondibili: e non certo perché suonino sempre le stesse note alla stessa maniera. Perché hanno un loro tocco, un loro modo di esprimersi, di riempire il silenzio con suoni che sono loro, e di nessun altro. Sia quando compongono che quando suonano. Due di questi sono Lorenzo Tucci e Claudio Filippini. E’ il motivo per cui questo singolo, registrato alla Casa del Jazz, non potrà passare inosservato.

In questo articolo, vi garantisco, si parla di bella musica.
Ma in finale aggiungo una cosa importante: l’intero incasso sarà devoluto in beneficenza, a favore dell’Associazione Italiana Persone Down (AIPD), sezione di Roma. Una azione importante, benefica anche per chi la fa.

Il brano potete acquistarlo qui: ne vale la pena, in tutti i sensi e per tutti i sensi.

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“Ricominciamo dal Jazz”: a San Severino Marche il canto di Mafalda Minnozzi accende la solidarietà!

Una delle caratteristiche della musica Jazz è di dare ampio spazio all’improvvisazione, tra i processi creativi più affascinanti, che sorprende anche per il tempo velocissimo che intercorre tra il formarsi di un’immagine musicale nella mente e la sua effettiva realizzazione sonora. Nel caso di “Ricominciamo dal Jazz”, evento benefico svoltosi al Teatro Feronia di San Severino Marche (MC) il 10 dicembre, la solidarietà non si è certo improvvisata, come recitava anche il titolo del concerto, anzi… l’organizzazione è stata impeccabile e molti jazzisti di altissimo spessore come il clarinettista Gabriele Mirabassi, il bandoneonista Daniele di Bonaventura, il pianista Giovanni Ceccarelli, il vibrafonista Marco Pacassoni, il chitarrista Antonio Onorato e due talenti locali: David Padella e Maurizio Moscatelli, oltre a due attori di fama quali Alessandro Incerto e Massimo Reale, non hanno esitato a rispondere alla chiamata della vocalist Mafalda Minnozzi, di origine settempedana, un segno di comunanza verso le popolazioni marchigiane ancora provate dal sisma che ha colpito la regione nel 2016.

E così che al Feronia, delizioso teatro all’italiana progettato da Ireneo Aleandri, inaugurato nel 1828 e oggi diretto con passione da Francesco Rapaccioni, si è radunato attorno all’eMPathia Jazz Duo, di Mafalda Minnozzi e del chitarrista newyorchese Paul Ricci, un manipolo di artisti di indubbio valore e notorietà, accomunati dalla medesima radice solidale e da una filosofia della condivisione, oltre che da una sensibilità nell’arte e nella vita, per un incontro che aveva il nobile intento di raccogliere fondi – ma anche e soprattutto attenzione – per avviare la ricostruzione del palcoscenico del Cinema Teatro Italia, casa delle attività culturali, specie giovanili e studentesche, che il terremoto ha reso inagibile.

Dopo il saluto degli organizzatori e del sindaco Rosa Piermattei, Mafalda e Paul salgono sul palco. Lei è meravigliosa ed elegante, fasciata in un abito nero con uno strascico rosso, lunghissimo, che rappresenta la scia di distruzione che il terremoto ha portato con se. Un paio di brani in duo per scaldare le corde, siano esse vocali o della chitarra: Triste Sera, brano tra i meno “coverizzati” di Luigi Tenco, dove la cantante sfoggia da subito una tessitura vocale che mette in evidenza la sua enorme solidità tecnica e il suo gran mestiere… e A Felicidade, un classico di Jobim/De Moraes (che Mafalda ha cantato anche con Toquinho, la scorsa estate al Sant’Elpidio Jazz Festival). La chitarra di Paul lo riveste di un mood ritmico e incalzante, dove Mafalda fa danzare le parole, giocando ad allungare e ad aprire le note  e dove, nel finale, sublima la tristezza dei versi di De Moraes in un loop… Não tem fim, não tem fim…

Il primo “friend empatico” della serata è il giovane contrabbassista locale David Padella, laddove locale è un mero dato statistico in quanto il suo talento è innegabile. Il trio popone una rivisitazione sognante di Estate, di Bruno Martino, un bellissimo fermo immagine per un’esecuzione patinata e vintage.

Della potenza immaginifica del pianista Giovanni Ceccarelli, nato a Fabriano ma che da anni vive in Francia, dove ha trovato il successo, ci sarebbe da scrivere un trattato! Il suo è un pianismo a colori, ma colori primari, dell’essenza… ha inoltre un impareggiabile tocco vellutato e con Mafalda e Paul, in un appassionato gioco di sequenze ritmiche, esegue la cinematografica Metti una Sera a Cena, celeberrimo brano di Ennio Morricone, main theme del film omonimo di Patroni Griffi e una pagina dedicata alle raffinate melodie di Cole Porter, con Everytime we say goodbye, dove il contrasto dinamico tra la chitarra di Paul e il piano di Giovanni, e la stilizzazione timbrica di Mafalda risolvono il brano con rinnovata freschezza.

Il suono antico del bandoneon è quanto di più vicino possa scaturire da uno strumento musicale per ricordarci che l’amore è estasi ma anche tormento; e chi più di Daniele Di Bonaventura – nato a Fermo – nell’olimpo dei bandoneonisti europei, avrebbe potuto esprimere al meglio la passione e lo struggimento di composizioni quali Insensatez, bossa nova della coppia Jobim/De Moraes, tra le più celebri al mondo per le innumerevoli incisioni realizzate e la toccante Hymne à l’amour di Edith Piaf? E il bandoneon di Daniele, con le sue melodie carnali, insieme al delicato mantello ritmico della chitarra di Paul e agli arabeschi vocali che disegna Mafalda, rapisce letteralmente il pubblico. C’è da dire che la vocalist, in Hymne à l’amour, è riuscita nel difficile intento di sdrammatizzare il brano, senza intaccarne minimamente intensità e pathos.

Il concerto prosegue con un tributo di eMPathia Duo interamente dedicato a Mina, una delle cantanti italiane più amate di sempre: abbiamo ascoltato Città Vuota, adattata in una minimalista bossa-nova e Nessuno, caricata a swing e temperamento!

Il nobile, quanto impervio, sentimento del perdono è il tema di É preciso perdoar (Bisogna perdonare) portata al successo da João Gilberto, uno dei padri della bossa-nova.  Al chitarrista napoletano Antonio Onorato il compito di reinterpretare questo brano, che Mafalda canta come se fosse uno spiritual. In Antonio si concentrano tecnica, sensibilità, passione e con Paul trova da subito una grande sintonia. Il risultato è avvincente e il trio produce alchimie emozionanti! Il secondo pezzo è uno degli slow più conosciuti del repertorio tradizionale napoletano: Anema ‘e core, una carezza che arriva diritta all’anima, dove una delle due chitarre esegue una sorta di canto essenzialmente monodico e l’altra l’accompagnamento armonico. Il finale è intenso, quasi drammatico: la vocalist canta in ginocchio, ad occhi chiusi, sciorinando una serie di vocalizzi che denotano una perfetta gestione delle nuances dinamiche… a  dir poco strepitoso!

My shining hour, brano che fu scritto nel 1943 per esere inserito nella colonna sonora di una commedia musicale,  ci riporta al jazz più convenzionale. L’ospite sul palco del Feronia è il marchigiano Marco Pacassoni, un maestro del vibrafono e della marimba, un vero incantatore, per come inanella i suoi rintocchi e le sue velocissime sequenze di note! L’abbiamo ascoltato anche in Jogral, con Gabriele Mirabassi, virtuoso del clarinetto a livello internazionale. Questo improvvisato quartetto ha dato vita ad un divertente gioco di scale e di relazioni armoniche.

La “voce” del clarinetto di Mirabassi è unica, penetrante, piena: la sua agilità nei passaggi solistici, e la sua destrezza interpretativa sono emerse prepotentemente in Azzurro, successo di Paolo Conte, forse tra i brani più applauditi della serata (eccezionale la riproduzione del fischio del treno di Mafalda!), in Nuages di Django Reinhardt, nella versione originale con testo in francese e Chega de saudade, focosa e travolgente, pezzo entrato nella leggenda per aver dato inizio al genere della bossa nova…dove Mafalda ha sfoggiato anche la sua anima e le sue doti da attrice (ha studiato con la Compagnia della Rancia di Saverio Marconi) usando linguaggi gestuali, oltre ad ineguagliabili effetti vocali, scat, shake acuti che lei utilizza con naturalezza sorprendente.

Avviandoci verso la fine, Giovanni Ceccarelli e Daniele Di Bonaventura, con gli eMPathia, ci regalano due incantevoli interpretazioni: Io che amo solo te di Sergio Endrigo e Dindi, per la quale è inutile cercare aggettivi… tale è la sua intensità, delicatezza, profondità. Un brano che amo visceralmente. Con un altro talento marchigiano, il sassofonista Maurizio Moscatelli, Mafalda e Paul eseguono Via con Me di Paolo Conte.

Dopo quasi tre ore di grande musica e spettacolo arriva implacabile il tempo del bis, con tutti gli artisti sul palcoscenico del Feronia, preceduto da una lettura scenica dei due attori che nel corso dello spettacolo avevano portato il loro contributo alla causa della solidarietà, recitando brani di Montale e di Quoist: il napoletano Alessandro Incerto (Un posto al sole, La squadra, I bastardi di Pizzofalcone) e il fiorentino Massimo Reale (reduce dal successo de  “Il Penitente” all’Eliseo di Roma con Luca Barbareschi e da quello televisivo nella serie “Rocco Schiavone” con Marco Giallini).

Il brano scelto, Samba da Bênção, la samba delle benedizioni (che servono sempre!), viene usato spesso dai grandi interpreti brasiliani, come forma di saluto, proprio nel finale dei concerti, assieme al mantra antico “saravà” (la forza che movimenta la natura…);  applausi a scroscio per eMPathia jazz duo plus Friends!

Il concerto è stato organizzato dalla MBM Management di Marco Bisconti, in collaborazione con il Comune e la Pro Loco di San Severino Marche.

Nota di colore: al di là della sua innegabile valenza solidale, l’evento ha avuto dei risvolti conviviali, momenti di grande condivisione e amicizia durante i quali gli artisti (e la sottoscritta) hanno potuto apprezzare l’ospitalità del popolo marchigiano e gli eccellenti prodotti gastronomici regionali!

Marina Tuni

La gallery fotografica è di Paolo Soriani Soriansky che ringraziamo!