Dal 18 al 22 settembre, a Castelfidardo, cittadina delle Marche, in provincia di Ancona

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Oramai da molto tempo vado sostenendo la tesi per cui anche nel campo del jazz la fisarmonica debba godere di uno status assolutamente paritario rispetto a qualsiasi altro strumento. E finalmente, dopo tanti anni, sembra che i fatti mi stiano dando ragione.

Per tanto, troppo tempo, fisarmonica e strumenti affini sono stati tenuti lontani dai palcoscenici che contano, confinati per tradizione nel ghet­to della musica popolare e/o d’in­trattenimento. Questo perché da un canto venivano considerati “poco nobili” dalla musica «seria» mentre, d’altro canto, la musica giovanile, leg­gera e non, li vedeva come oggetti da antiquariato, da conservare con rispetto ma da utilizzare con molta parsimonia. Di qui l’uso di tali strumenti quasi esclusivamente come elementi coloristici, come una sorta di spezia per dare un po’ di sapore alla minestra musicale.  Ma alla fine, nella mutata situazione generale, hanno risalito la corrente, e oggi la fisarmonica può apparire persi­no inflazionata, presente com’è in nu­merosi contesti, dalle più reclamizzate kermesse canore al rock etnico, dal jazz a certa avanguardia «colta». E per rendersi conto di quanto sto dicendo basta dare un’occhiata, ad esempio, alle varie formazioni di casa ECM dove spesso si nota la presenza di una fisarmonica.

Indubbiamente, allo sviluppo della situazione hanno contribuito alcuni grandi artisti come per il bandoneon e Richard Galliano per la fisarmonica vera e propria. E la terra di Francia sembra essere ancora una volta all’avanguardia per quanto concerne questo strumento dato che per comune ammissione il più grande fisarmonicista jazz di oggi è quel Vincent Peirani acclamato da critici e pubblico di tutto il mondo.

Ma senza scomodare i cugini d’Oltralpe, per un’ulteriore conferma dell’importanza acquisita dalla fisarmonica anche nel mondo del jazz sarebbe bastato recarsi, dal 18 al 22 settembre, a Castelfidardo, conosciuta in tutto il mondo per la sua produzione di tali strumenti: è in questa cittadina delle Marche, in provincia di Ancona, che nel 1864 ad opera di Paolo Soprani viene riprodotto uno strumento che anticipa in qualche modo la moderna fisarmonica; da quel momento, Castelfidardo diviene la “patria della fisarmonica” riconosciuta come tale in Italia… e non solo.

In questa cittadina si svolge ogni anno uno dei più importanti appuntamenti per i fisarmonicisti di tutto il mondo: il PIF (Premio Internazionale della Fisarmonica) giunto alla sua 44° edizione, coronata da un successo senza precedenti: 248 iscritti, 63 giurati provenienti da 34 Paesi, tra cui la Nuova Zelanda e per la prima volta il Sud Africa.

Nel 2017, per volontà di Renzo Ruggieri, fisarmonicista che non ha bisogno di ulteriori presentazioni e che attualmente riveste la carica di direttore artistico del PIF,  è stata reintrodotta la categoria Jazz a dirigere la cui giuria è stato chiamato il sottoscritto unitamente a celebrato sassofonista, Chico Chagas illustre fisarmonicista e compositore brasiliano, i fisarmonicisti Roberto Fuccelli e Riccardo Taddei, italiani, Raynald Ouellet dal Quebec e Roman Gomez argentino. Ai nastri di partenza cinque concorrenti, quattro dei quali supportati da una eccellente sezione ritmica messa a disposizione dagli organizzatori e composta da Mauro De Federicis (chitarra), Emanuele Di Teodoro (basso) e Luca Cingolani ().

Incolori le prestazioni del cinese Zhong Kai e di Ondřej Zámečník della Repubblica ceca. Alla finale sono stati quindi ammessi il duo Aleksejs Maslakovs proveniente dalla Germania, l’italiano Antonino De Luca e il belga Loris Douyez. A prevalere è stato, seppur di poco, il duo (fisarmonica e basso elettrico) Aleksejs Maslakovs, in virtù soprattutto di un miglior timing, mentre De Luca si è fatto ammirare per come ha arrangiato il brano tradizionale siciliano “Vitti ‘na crozza”.

Ma lo spazio concesso al jazz non si è fermato qui ché ci sono stati altri due appuntamenti di assoluto rilievo. La sera del 20 al teatro Astra, ad ingresso libero, straordinario concerto della Jazz Colours Orchestra diretta dal maestro Massimo Morganti . La Big band si è mossa con grande compattezza sciorinando un’eccellente intesa nel solco delle più genuine tradizioni jazzistiche. La performance è stata impreziosita dalla partecipazione di tre solisti di assoluto spessore: Massimo Tagliata, assurto alla popolarità grazie alla straordinaria versatilità che gli ha consentito di frequentare sempre con pertinenza i territori più svariati, dal jazz al tango fino al  pop (particolarmente riuscite le performance con Biagio Antonacci); Chigo Chagas, originario della foresta amazzonica per la prima volta a Castelfidardo, che ha portato sul palco le cadenze dei ritmi brasiliani e le emozioni maturate collaborando con artisti quali Milton Nascimento, Caetano Veloso e Gilberto Gil; e poi il veterano Gianni Coscia ovvero 88 anni e non sentirli. E, al riguardo, consentitemi un ricordo personale: conosco Coscia da oltre trent’anni e tutte le volte che l’ho incontrato ho sempre trovato un artista, ma soprattutto un uomo di squisita gentilezza, sempre contraddistinto da una sottile ironia che incarna i valori migliori che la musica, e il jazz in particolare, possa trasmettere. A Castelfidardo Coscia non si è minimamente smentito: ha suonato con la solita capacità di trasmettere emozioni, senza alcuno sfoggio di tecnica fine a sé stessa, ed è stato davvero commovente notare come i componenti dell’orchestra lo scrutavano ammirati quasi a voler catturare e conservare nella memoria ogni sua nota, ogni suo gesto. E per me è stato davvero un piacere potergli consegnare il premio Orpheus Award alla carriera, che quest’anno l’Accordion Art Festival gli ha tributato.

La sera successiva, sempre al teatro Astra, altro evento: la prima della suite “Il Pinocchio” scritta da Renzo Ruggieri per fisarmonica e orchestra, nell’occasione la sinfonica del Teatro Tosti di Ortona, diretta dal maestro Paolo Angelucci. A causa di precedenti impegni non ho potuto assistere al concerto ma amici degni di fede mi hanno assicurato che è stata una serata splendida, con musica eccellente eseguita in maniera eccellente.

Si è così chiusa una manifestazione che conserva intatti tutti i suoi motivi di interesse per cui aspettiamo con ansia e curiosità l’edizione 2020, nella speranza che venga dato sempre più spazio al jazz.

Gerlando Gatto

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