Le riflessioni di Marco Giorgi su “L’altra metà del Jazz” di Gerlando Gatto

Riflessioni indotte dalla lettura de “L’altra metà del Jazz” di Gerlando Gatto

Gerlando Gatto pubblica per KappaVu/Euritmica  “L’Altra Metà Del Jazz”, ideale prosecuzione del precedente “Gente Di Jazz”, che ha ottenuto molti riscontri positivi ma che ha anche ricevuto qualche bonaria critica. La moglie di Gerlando Gatto, infatti, così come anche l’attenta giornalista Claudia Fayenz a cui è affidata la prefazione, avevano notato che “Gente Di Jazz” conteneva esclusivamente interviste agli uomini del jazz e che la componente femminile ne era quindi assente. Non per assicurarsi la quiete familiare (happy wife happy life dicono gli americani), Gatto ha recepito l’osservazione e già nel corso della conferenza stampa di presentazione di “Gente Di Jazz” aveva promesso di realizzare un nuovo volume dedicato alle donne nel jazz. Dato che l’autore è una persona di parola, eccoci qui a scrivere del suo nuovo lavoro, una raccolta di bellissime conversazioni con artiste italiane e straniere. 
Al contrario del precedente volume, la nuova opera contiene per il 90% interviste realizzate specificatamente per questo libro. Anche se voi potreste pensare che un’intervista è solo un’intervista e che tante interviste insieme fanno un libro di interviste, il fatto che Gatto le abbia realizzate quasi tutte avendo in mente questo progetto editoriale conferisce al libro un carattere di unitarietà e omogeneità che è immediatamente rilevabile. 
Sono trenta le donne di questo libro, ordinate in rigoroso ordine alfabetico, e comprendono nomi noti e meno noti del panorama jazz nazionale e internazionale. Dalla cubana Daymé Arocena alla partenopea Maria Pia De Vito, da Petra Magoni a Tiziana Giglioni, da Karin Krog alla sfortunata Radka Toneff, da Ada Montellanico alla sudcoreana Youn Sou Nah, da Rita Marcotulli a Sarah Jane Morris, da Dee Dee Bridgewater a Enrica Bacchia…

(Radka Toneff)

Gatto riesce a far emergere la personalità delle varie musiciste, il loro spessore artistico e spesso umano. Qualche volta la conversazione scorre fluida e riesce ad esulare dall’ambito jazzistico scendendo più in profondità sino ad arrivare alla sfera personale, altre volte, quasi sempre con le artiste straniere, il riserbo per il privato ha il sopravvento e l’intervista viene saldamente ancorata all’aspetto tecnico artistico. Gatto è molto bravo a mettere le musiciste a proprio agio e a ricevere da loro informazioni sempre interessanti e mai banali.

La lettura del libro, soffermando l’attenzione soprattutto alle conversazioni con le artiste i cui nomi possono risultare meno familiari al grande pubblico, ci ha indotto ad alcune riflessioni. La prima è quanto lavoro, quanto amore, quanto impegno queste musiciste mettano nella loro professione. Quanta fatica si debba profondere per un applauso, quanto difficile sia la vita per chi ha scelto l’arte e il jazz in particolare, come scopo della propria vita. In tutto il libro non c’è mai un rimpianto, un “se avessi fatto un’altra cosa”, ma solamente la volontà di andare avanti e di migliorare e di non voltarsi indietro. La seconda riflessione che il libro di Gatto ci ha indotto a fare è che anche l’artista meno nota, che esprime il suo pensiero in questo libro, è importante, indipendentemente dall’apporto che è in grado di dare alla musica e al jazz. Di solito noi alziamo lo sguardo verso le stelle, ammiriamo chi per meriti propri o per sue fortunate traiettorie “ce l’ha fatta” e tendiamo invece ad ignorare chi al di sotto della volta stellata lavora con costanza e amore alla musica, pur nella consapevolezza che il successo è, il più delle volte, solo una chimera. Dovremmo invece smettere di scrutare costantemente il cielo con il telescopio e rivolgere il nostro sguardo sulla terra, come ha fatto Gerlando Gatto, andando a cercare attorno a noi la bellezza che ci circonda e che spesso, per nostri limiti o pigrizia, siamo portati a ignorare.

Marco Giorgi per www.red-ki.com

Dalla Puglia all’Africa con Nico Morelli e Oumou Sangaré

Musica di spessore all’Auditorium in due concerti del tutto differenti: intendiamo riferirci al trio italiano di Nico Morelli in scena il 12 settembre e al progetto “Mogoya” della vocalist Oumou Sangaré presentato al pubblico italiano il 22 settembre.

Ma procediamo con ordine.

Pugliese di nascita ma oramai parigino d’adozione, Nico Morelli è artista completo che oramai da anni tiene ben alta la bandiera del jazz italiano oltre confine. Nel concerto romano Nico ha evidenziato molti aspetti della sua poliedrica personalità: esecutore, compositore, arrangiatore che pur traendo ispirazione sia dal jazz propriamente detto sia da alcune atmosfere tipiche della musica colta del secolo scorso, rimane comunque con il cuore e la mente ben ancorati nella tradizionale musicale della sua terra. Non a caso il “Nico Morelli Trio” nasce dall’incontro di musicisti per l’appunto pugliesi – Nico di Taranto, Camillo Pace al contrabbasso anch’egli di Taranto e Mimmo Campanale alla batteria di Andria – tutti di grande esperienza testimoniata tra l’altro dalle numerose prestigiose collaborazioni con artisti del calibro di Bobby Watson, Bobby McFerrin, Randy Brecker, Bob Mintzer e, in ambito Pop, Lucio Dalla. E sempre non a caso buona parte del repertorio è focalizzata proprio sulle melodie popolari pugliesi sia rivisitate in chiave moderna sia considerate motivo ispiratore per composizioni nuove di zecca.

Di qui una musica materica, spesso trascinante in cui la ricerca sonora di Nico si coniuga perfettamente con una concezione del trio che fa dell’interazione la sua carta vincente. Quindi scambi frequenti tra pianoforte e gli altri due strumenti, bellezza delle linee melodiche e grandi capacità improvvisative nella tradizione del migliore linguaggio jazzistico.

Ecco quindi una personale interpretazione di un classico del jazz quale “Honeysuckle Rose” di Fats Waller, ma ecco anche alcuni brani della tradizione pugliese quali “Stu pettu é fattu cimbalu d’amuri” e “Tarantella del Gargano” cui si accompagnano un brano pop moderno quale “A me me piace o blues” di Pino Daniele e un pezzo del grande Carlos Jobim “Agua de beber”.

Ma, come si accennava in precedenza Nico è anche un fertile compositore e quindi non potevano mancare sue composizioni quali “Marocco Feel”, “Pezzo X”, “Taranté” e soprattutto uno splendido “New Song” offerto come bis.

 

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Il 22 settembre eccoci ancora all’Auditorium per un concerto molto atteso programmato nell’ambito del RomaEuropa Festival 2018: Oumou Sangaré con il suo nuovo progetto “Mogoya”.

Nata a Bamako, (25-2-1968) capitale del Mali, Sangaré ha conquistato le platee internazionali grazie alla sua musica da sempre indirizzata alla lotta contro la discriminazione delle donne e in particolare contro i matrimoni combinati e la poligamia. Attività che nel 1998 le è valsa la nomina di commendatore dell’Ordre des Arts et des Lettres, e nel 2010 un Grammy Award.

Per il concerto romano la vocalist si è presentata alla testa di un ensemble composto da Abou Diarra al kamele n’goni (una piccola arpa a sei corde con la cassa in legno, ricoperta da pelle di capra), Alexandre Millet alle tastiere, Elise Blanchard al basso Guimba Koyate nella duplice veste di direttore musicale e chitarrista, Jon Grandcamp batteria e percussioni, Emma Lamadji e Kandy Guira coriste, vale a dire quattro musicisti africani e tre francesi.

Dotata di una voce scura, possente, in perfetta aderenza con la statuaria presenza scenica, la Sangaré ha condotto con mano sicura lo show portandolo laddove voleva che arrivasse. Vale a dire a coinvolgere il pubblico e farlo danzare al suono di ritmi africani. In effetti l’artista, nel corso di una intervista rilasciata prima della tournée, aveva esplicitamente affermato di voler “portare un pezzo di Africa in Italia”, di voler comunicare con il suo pubblico attraverso la musica e invitarlo a danzare, portare un messaggio di unità.

Il concerto si può dividere in due parti: nella prima la vocalist ha intonato le sue canzoni (peccato non capirne i testi) ottimamente coadiuvata da tutto il gruppo, con le due coriste particolarmente brave non solo a cantare ma anche a muoversi all’unisono sempre con il sorriso sulle labbra. La musica è sempre coinvolgente sorretta da ritmi per noi occidentali non proprio usuali.

A metà concerto si aggiunge al gruppo, per un solo brano, il francese Émile Parisien che al sax soprano dà una dimostrazione della sua bravura e si tratta del momento, musicalmente parlando, forse più felice dell’intero concerto ad evidenziare, se pur ce ne fosse stato bisogno, di come il linguaggio jazzistico possa magnificamente integrarsi con ritmi africani.

Ma, oltre ad essere il momento musicalmente più riuscito del concerto, il brano ha segnato il punto di svolta ché successivamente la Sangaré ha invitato il pubblico ad alzarsi e ballare. Ed è stato un altro momento magico. Alcuni africani, presenti in sala, sono saliti sul palco e hanno cominciato a danzare così bene che chiunque fosse entrato in teatro in quel momento avrebbe potuto scambiarli per parte integrante dello spettacolo, ad ulteriore dimostrazione di come la musica sia vissuta e sentita in modo completamente diverso in Africa e qui in Europa.

E così il concerto è proseguito sino alla fine in un tripudio di applausi e di pubblico festante a danzare sotto il palco.

I nostri libri.

I nostri libri

Paolo Fresu – “La musica siamo noi” – il Saggiatore – 80 pagine, 15 euro

“So cosa ha spinto me a viaggiare e so cosa ho portato indietro. La musica” Sono le parole con cui Paolo Fresu, straordinario musicista e coinvolgente affabulatore, chiude il primo capitolo di questo suo breve volume dedicato alla musica, alla sua Berchidda… ma non solo ché nel suo sottolineare come attraverso i viaggi, attraverso la musica si possa costruire un ponte tra le diverse culture, l’artista sardo pone in primissimo piano la sua esigenza di uomo e di artista di adoperarsi per costruire un mondo migliore. Di qui la convinzione che l’arte più di tutto aiuti a vivere, insegni a vivere. “E solo adempiendo a questo compito l’artista può essere fedele alla sua natura più profonda”. Insomma un libro che parla sì di musica ma i cui confini vanno ben al di là.
In effetti il volume nasce da una conferenza sul tema ‘Musica e Cultura’ suggerita da Luca Formenton in occasione del traguardo dei mille titoli per la collana La cultura del Saggiatore. Non crediamo, quindi, di esagerare affermando che Fresu detti una sorta di filosofia di vita, in cui l’artista ha il compito precipuo di “agire sulla società, costruirla, farsi architetto o forse anche semplice manovale, insomma deve adoperarsi perché le cose cambino, perché il mondo vada in una direzione nuova e migliore”:
Ovviamente, riferendosi a sé stesso, lo strumento di Fresu è la musica che per lui rappresenta tutto, la vita stessa, la possibilità di rapportarsi con gli altri, una sorta di centro di gravità capace di dare un senso a tutto ciò che sta attorno. E nel parlare della musica Fresu dedica molto spazio alla sua creatura forse più amata, il Festival di Berchidda di cui ripercorre le tappe fondamentali sottolineando come ”Time in Jazz” abbia avuto il merito di scuotere alle fondamenta un sistema che trovava nell’immobilismo la sua principale ragion d’essere.
E alla stessa esigenza di scuotere il “pachiderma di una discografia oramai fossilizzata” risponde la creazione di “Tuk Music” etichetta cui Fresu dedica particolare attenzione a partire dalle copertine le cui foto, non a caso, sono presentate a colori nel volume in oggetto, la cui lettura è tanto piacevole quanto interessante.

Danilo Rea – ““Il jazzista imperfetto” RaiEri ed. – 237 pagine, 18 euro

La lettura di un libro può lasciarti soddisfatto se ti ha arricchito culturalmente o se ti ha trasmesso tutta una serie di emozioni magari facendoti andare indietro nel tempo con la mente e con il cuore. E’ proprio in questa seconda categoria che, almeno per me, va iscritto il volume recentemente edito dalla Rai e contenente una sorta di autobiografia di Danilo Rea scritta con l’ausilio di Marco Videtta, scrittore, sceneggiatore e produttore di successo.
In effetti molti degli eventi narrati dal pianista sono stati vissuti anche dal sottoscritto in primissima persona e così la lettura del “Jazzista imperfetto” si è man mano trasformata in una sorta di album dei ricordi. Ecco, quindi, riaffiorare alla mente gli anni Settanta, il “Trio” di Roma con Roberto Gatto e Enzo Pietropaoli che ebbi modo di ascoltare al Folkstudio del compianto amico Giancarlo Cesaroni, il quartetto con Massimo Urbani, le molte esibizioni di Chet Baker, le collaborazioni con Lee Konitz, i concerti al Capolinea di Milano e al Music Inn di Roma… e via di questo passo in una sorta di galleria che ci conduce fino ai giorni d’oggi, quando Danilo è giustamente considerato uno dei migliori pianisti anche al di fuori dei confini nazionali.
Rea, senza alcuna presunzione, rievoca, con stile piano ma non banale, le tappe che lo hanno portato al successo evidenziando sempre la sua peculiarità di “improvvisatore”: non a caso, nella quarta di copertina, afferma che “qualunque sia il fuso orario, ovunque mi trovi, quel che è certo è che stasera ancora una volta mi sfiderò, sperando che l’ispirazione arrivi: come la fame, il respiro, l’amore”. E quanto queste parole illustrino l’animo di Danilo può capirlo solo chi lo conosce bene.
Personalmente frequento e apprezzo Danilo da quando lo ascoltai per la prima volta con il Trio di Roma e ricordo benissimo un’intervista che gli feci nel 1980 n cui lo trovai ancora un po’ demoralizzato perché il successo tardava a arrivare ed io gli pronosticai che nel giro di pochi anni sarebbe diventato famoso anche al di fuori degli stretti confini del jazz. Fui fin troppo facile profeta e d’altro canto bisognava avere le orecchie otturate da una buona manciata di prosciutto – come si dice dalle mie parti – per non rendersi conto della valenza di Danilo.

Il jazz in Sicilia: intervista con uno dei più interessanti musicisti italiani Francesco Branciamore

Lo conosco dai primissimi anni novanta quando suonava in trio con Giorgio Occhipinti al piano e Giuseppe Guarrella al basso e già in quegli anni lo consideravo uno dei migliori, più innovativi batteristi italiani. Nel corso degli anni questa mia considerazione si è vieppiù rafforzata tanto da non temere alcuna smentita quando affermo che Francesco Branciamore ha oramai un suo ruolo ben preciso nella musica jazz italiana. Siciliano di Ragusa ma residente a Siracusa, classe 1956, può vantare una solida preparazione di base avendo conseguito il Diploma di Laurea di I Livello in Discipline Musicali Scuola di Musica Jazz al Conservatorio “A. Scontrino” di Trapani e il Diploma di II Livello in Discipline Musicali Indirizzo Interpretativo – Compositivo Jazz al Conservatorio “A. Corelli” di Messina. In questi ultimi anni ha intrapreso un approfondito studio sul pianoforte ottenendo anche in questo caso straordinari risultati. La sua carriera è ricca di riconoscimenti, di collaborazioni prestigiose, di album straordinari, elementi tutti che sarebbe inutile citare in questa sede anche se mi pare importante ricordare come nel marzo del 2000, vince il concorso nazionale Targa Mazars, premio assegnato nell’ambito del festival Jazz in Bocconi, in Milano, quale miglior progetto sul tema “Il jazz oltre il 2000, tradizione e improvvisazione incontrano la tecnologia” assieme ad un altro importante traguardo come compositore di “Lisistrata” nel 2010 per il ciclo delle rappresentazioni classiche dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa.

Come accennato su questi stessi spazi poco settimane addietro, trovandomi in Sicilia l’ho contattato e l’ho intervistato nella “sua” Siracusa nel corso di una mattinata caratterizzata da un gran caldo.

Tu sei uno di quei musicisti che trasferendoti sul Continente avresti probabilmente avuto molta più notorietà rispetto a quella che già hai. Perché hai scelto di restare in Sicilia, nella tua Siracusa?

“Innanzitutto perché amo la mia terra e poi ho fatto un semplice ragionamento: io sono un artista e quindi, ad esempio, se fossi stato uno scrittore avrei potuto produrre qui, stampare e poi far conoscere il mio lavoro anche al di fuori dell’Isola. Allora perché non applicare lo stesso ragionamento alla musica? Quindi prima di tutto pensare alla musica, progettare, incidere, pubblicare e da lì avere l’opportunità di portare il mio lavoro fuori ma senza cambiare la mia residenza”.

-Quanto la vita privata ha inciso sulle tue scelte artistiche ivi compresa, ovviamente, la decisione di restare in Sicilia?

“Il fatto di avere una famiglia, un figlio di diciannove anni, una moglie che lavora e il vivere in una città dove tutto è a misura d’uomo, il che rende possibile gestire i propri tempi, i propri spazi anche per quanto concerne la professione, sicuramente hanno avuto un peso non secondario”.

-Professione. Consideri quella del musicista una professione?

“Sì, non è logorante come altre professioni ma ritengo che sia una professione a tutto tondo che richiede molto impegno, molto studio ed una profonda determinazione che ti spinga ad agire, ad operare. Per me è stato una sorta di necessità in quanto avevo delle cose da esprimere, prima come singolo musicista e poi, ampliando le mie competenze, come compositore e adesso anche come didatta”.

-Quindi tu hai una triplice veste: esecutore, compositore, didatta. Quale ti si attaglia meglio?

“L’una non esclude l’altra. Quando fai il musicista sei alla costante ricerca di un tuo equilibrio; è come se fossi sopra una corda per cui se sbagli puoi anche farti male. Non ci deve essere, quindi alcuna distrazione ed una piena consapevolezza del linguaggio che stai adoperando il che è il frutto di una grande preparazione personale raggiunta attraverso lo studio, l’esperienza, l’interplay con altri musicisti anche più bravi di te. Fare il docente è una cosa che mi gratifica molto perché comunque io insegno senza perdere di vista il fatto che sono un musicista; la cosa che mi interessa di più è trasmettere ai ragazzi che studiano con me una grande passione e una profonda motivazione per aver scelto questa musica jazz che non è una musica semplice”.

-Tu hai studiato anche composizione. Cosa ti ha spinto verso questi lidi?

Io prima di studiare composizione e di conseguire il titolo accademico avevo già alle spalle una carriera di circa 35 anni; quindi solo in tarda età mi sono dedicato ad uno studio filologico del linguaggio jazz il che nulla ha a che vedere con la composizione classica. Questo ci tengo a dirlo: la composizione classica nasce, si sviluppa e si chiude sempre eguale in quanto le varie esecuzioni sono, devono essere, sempre uguali…certo con qualche differente sfumatura interpretativa, ma sostanzialmente sempre uguali. Nel jazz no, c’è sempre l’elemento dell’improvvisazione per cui devi pensare, nella parte obbligata di scrittura, anche al ruolo che devi dare al solista improvvisatore che dovrai scegliere in base alle tue esigenze di scrittura. Come ti dicevo arrivo a questo traguardo piuttosto tardi; prima, da autodidatta, ero giunto a scrivere alcuni pezzi che poi ho inserito nel mio primo album “Flash In Four” registrato per la Splasc(H) Records con Carlo Actis Dato, Piero Ponzo e Marco Mazzola nel 1988 e posso dire che ho avuto la grossa soddisfazione di registrare la mia prima opera in vinile che adesso può costituire una sorta di eccezionalità ma in quegli anni era la normalità. Insomma già verso la fine degli anni ’80 mi ero avvicinato alla composizione ma poi ho ritenuto di approfondire la problematica ed ecco il titolo accademico”.

-Come si svolge il tuo processo creativo?

“Come sai il mio primo strumento è stato la batteria, ma in questi ultimi anni ho studiato approfonditamente anche il pianoforte che quindi per me oggi ha un ruolo quasi paritario rispetto a pelli e tamburi. Quindi quello che tu chiami processo creativo spesso prende le mosse dal pianoforte. Può ispirarmi una sequenza armonica da cui poi si sviluppa la melodia, a volte parto da una intuizione ritmica, da alcune cellule che metto insieme… il mio obiettivo è comunque sempre quello di non lasciare scontato il divenire di una cosa che può essere ascoltata, che può lasciar prevedere quanto accadrà successivamente: c’è sempre l’elemento sorpresa che fa parte del mio stile compositivo; quindi, ad esempio, brani, composizioni che si avvicendano a piccole sezioni multi-metriche per cui possono esserci dei temi che partono con un ritmo molto rilassato ma che cambiano nel corso dell’esecuzione”.

-Ma il tuo primo input ti viene dall’osservazione del mare, da uno sguardo di tuo figlio, una passeggiata con tua moglie… o cos’altro?

“E’ il classico momento ispirativo che per ogni musicista è diverso. Per me il momento buono è la mattina, a mente fresca… se ho dormito bene ancora meglio. Mi seggo al pianoforte, cerco di tracciare in testa qualcosa che vorrei diventasse materia musicale e poi cerco di trasportarla sulla tastiera. Ovviamente tra il dire e il fare c’è di mezzo tutto un processo di analisi, di approfondimento, di messa a punto delle direzioni da prendere che vanno filtrate attraverso un primo abbozzo al piano e poi man mano sino alla fine”.

-Tornando all’attività didattica non pensi che questo fiorire di tante scuole di jazz finisca con lo sfornare tutta una pletora di ottimi musicisti che però ben difficilmente potranno trovare un lavoro soddisfacente? A ciò si aggiunge, a mio avviso, il rischio di una certa omologazione stilistica. Cosa pensi al riguardo?

“Noi abbiamo osannato per anni la scuola della Berkeley ove effettivamente il rischio della omologazione stilistica è ben presente; in Italia il corpo docente varia dai 40 ai 70 anni, molti fanno parte della generazione che ha fatto la storia del jazz italiano e questi si fanno forte di alcuni dettami della cultura occidentale. Cosa intendo dire? Che tutti questi artisti hanno evidenziato nel loro percorso musicale una grande onestà intellettuale ed è proprio questo il principio fondamentale che hanno cercato di infondere nelle nuove leve di jazzisti per cui io non la vedo così pessimisticamente come te: la situazione italiana non può essere paragonata a quella americana, la nostra è una scuola europea, con principi fermi, forti delle bellissime melodie che contraddistinguono il jazz italiano. Ecco, le scuole italiane cercano di portare avanti questi principi filtrati da tre pilastri fondamentali cha la cultura jazz ci ha lasciato: il blues, gli standards e gli originals”.

-E quanto alle possibilità di lavoro?

“Si tratta di un percorso assolutamente personale. Non basta un percorso per quanto lungo e completo – scuola, conservatorio – per diventare un artista. Occorre ben altro! Occorre ricercare una propria estetica musicale. Viceversa se ti vuoi uniformare ad una estetica che potremo definire mainstream, ad una estetica americana, tanto per essere più chiari, la strada sarà impervia”.

-Da quanto mi dici mi pare di capire che tu credi fermamente in un jazz molto diverso dal jazz americano di matrice europea, e all’interno di esso in un jazz italiano.

“La grande lezione che ci viene dal jazz americano è imprescindibile: ci ha dato alcune forme che nel jazz possono essere raggruppate in due gruppi, il blues e le songs, Un’altra componente fondamentale che ci viene, questa, dalla cultura afroamericana è  il senso del ritmo, dello swing, della pronuncia che noi in Europa non abbiamo … o meglio abbiamo di tutt’altra natura. Il jazz europeo ha dato una grande spinta a quelli che possono essere prerequisiti di un certo stile. Il primo a delineare compiutamente tali elementi è stato Manfred Eicher con la sua ECM; questa casa discografica è stata un ottimo trampolino di lancio di cui si sono serviti anche musicisti italiani che sono andati a ripescare fonti di ispirazione nel passato tradizionale sia classico sia folkloristico, da Gesualdo da Venosa a Monteverdi, a Rossini … Quindi il recupero della tradizione ma con una pronuncia jazz da non perdere”.

-Come si diceva, ci sono moltissimi giovani musicisti. Quali differenze noti tra questi e i jazzisti della tua generazione?

“Ai miei tempi non c’era internet, non c’era facebook, non c’erano i social network che hanno permesso una fortissima accelerata nella promozione della propria immagine, dei propri progetti. Adesso ti racconto qualcosa che sembrerebbe una sorta di favola ma ti assicuro è la verità. Quando incisi il mio primo disco – di cui abbiamo parlato – era una coproduzione con la Splasc(H) per cui io dovevo comprare un certo numero di copie. Io ero un batterista, di estrazione sociale media, sicuramente i miei avevano altre aspettative che non la musica, quindi dovevo pensare a produrmi da solo per cui in quella occasione ho dovuto vendermi la macchina e comprare trecento copie. Sono rimasto a piedi un anno e ti assicuro che non è stato facile… pensa che dovevo andare in giro con la batteria e non avevo un mezzo di trasporto! Oggi una cosa del genere non accade: puoi produrti, andare su una piattaforma digitale e con poco prezzo puoi far veicolare la tua musica. Adesso i mezzi di promozione sono tanti, anche troppi forse, per cui ci può essere una certa dispersione nel cercare e trovare le cose che veramente ti interessano. Il livello è cresciuto molto rispetto alla mia generazione; i giovani hanno un buon livello, sono molto più determinati rispetto alla loro età, sono molto più precoci in quanto arrivano ad un buon livello di maturità a 25, 28 anni”.

-Questo discorso riguarda anche l’espressività?

“Questo, in effetti, è un altro discorso. I giovani sono ammaliati da miti che riguardano anche un certo modo di apparire, di presentarsi per cui registro una certa omologazione al riguardo e poche voci fuori dal coro”.

Vorrei tornare al discorso che facevamo prima con riguardo alle nuove tecnologie. Quanto dici è vero ma è altrettanto vero che ancora oggi quasi tutti i jazzisti quando incidono un album devono pagare sempre con l’acquisto di copie. Come te lo spieghi?

“Ti rispondo citando un testo noto di Ashley Kahn “Kind Of Blue” New York 1959: storia e fortuna del capolavoro di Miles Davis. Leggendo il libro, fonte preziosa di vari documenti, come foto, rendiconti economici, fogli del libro paga dei musicisti etc….

ma soprattutto la campagna pubblicitaria messa in campo dalla Columbia Records. Un marketing ineccepibile, se pensiamo che non esisteva ancora il mondo del web. E’ chiaro dietro c’era una star, ma c’era la voglia di vendere la musica prodotta. Oggi è diverso, il mondo discografico si è centuplicato dando spazio a major, medium e a indian labels, con mezzi di promozione a volte limitati. Quindi un musicista che vuole pubblicare con un’etichetta di media portata, come ce ne sono tante valide in Italia e in Europa, deve sottostare ad una coproduzione e acquistare un tot numero di cd, che comunque serve ai concerti perché rimane ancora il solo luogo dove si vendono”.

-Io conosco abbastanza bene la tua discografia; in quest’ambito c’è un album che mi ha sempre molto impressionato anche perché tu evidenzi tutta la tua complessa personalità pur senza suonare alcuno strumento: quello dedicato a Bill Evans. Ce ne puoi parlare?

“Il progetto dedicato alla musica del leggendario pianista jazz Bill Evans, interamente ideato da me come compositore e arrangiatore, comprende flauto, clarinetto, violino, violoncello, pianoforte, contrabbasso. Può dirsi, senz’altro, che per la prima volta la musica del pianista americano viene pensata per un ensemble di questo tipo. L’ultimo esperimento di rilievo è stato fatto dal Kronos Quartet con il contrabbassista Eddie Gomez circa venti anni fa. Per questo progetto quindi ho lavorato sull’anima classica di Bill Evans esaltando l’influenza di Chopin, Ravel, Debussy e Satie. I brani orchestrati e arrangiati per l’ensemble non comprendono soltanto composizioni di Bill Evans, ma anche noti standard jazz da lui frequentemente suonati che nelle sue mani sono diventate vere e proprie composizioni del suo repertorio oltre a due brani inediti che ho voluto dedicare al grande pianista. La parte del pianoforte è interamente tratta da trascrizioni originali di Bill Evans, tutto ciò che si sovrappone a questa (le parti per gli altri 5strumenti) è stato composto e arrangiato ad hoc per questo progetto”.

-Entriamo adesso nell’album dei ricordi; c’è un concerto, una collaborazione che ricordi particolarmente? E c’è un tuo disco che rifaresti e un altro che non rifaresti?

“Io sono stato molto fortunato in quanto ho avuto modo di suonare con grandissimi musicisti; dico spesso che non ho avuto la necessità di andare alla Berkeley in quanto ho suonato in tre concerti con Lee Konitz e tu sai benissimo cosa ciò significhi. Mi ricordo in particolare un concerto a Salerno, eravamo in quartetto e Konitz, come suo solito, quando salivamo sul palco non ti diceva mai la scaletta: cominciava a suonare ed eri tu a dover capire dove andava; in quell’occasione abbiamo suonato una bellissima “Stella By Starlight” durata circa una trentina di minuti, caratterizzata da una splendida introduzione suonata da lui e da me che giravamo attorno al chorus: è stato un momento di grande, grandissima crescita e ti assicuro che quando ho ascoltato la registrazione, ho fatto fatica a riconoscermi. Un’altra persona a cui devo molto è Enrico Intra con il quale ho collaborato diverse volte. Alcune cose dei miei dischi che non rifarei…beh, penso proprio di no: ho sempre fatto cose di cui ero molto convinto; in ogni caso mi onoro del fatto di non aver mai registrato uno standard verso cui ho avuto sempre la giusta devozione ma ascoltato dai grandi”.

-Progetti?

“Il prossimo è piuttosto ambizioso in quanto vorrei registrare un album di piano compositions in cui sarò compositore e interprete. Sto mettendo a punto i brani e il disco sarà pubblicato dalla mia etichetta, la ACK records distribuita dalla Believe Digital, una piattaforma digitale riconosciuta in tutto il mondo”.

Gerlando Gatto

Il Jazz in Sicilia: a Puntalazzo risplende la stella di Rosalba Bentivoglio

Questa estate ho deciso di trascorrere alcune settimane nella mia “Sicilia”, approfittando anche del fatto che il 28 luglio il mio libro “L’altra metà del jazz” sarebbe stato presentato durante il Festival Jazz di Puntalazzo. Avrebbe dovuto essere il mio unico appuntamento “di lavoro” ma come ben sa chi ama il jazz, questa sorta di “sfrenata passione” non ti abbandona mai e così ho raccolto un po’ di materiale che vi proporrò in questo reportage sul jazz siciliano.

Iniziamo con la recensione dei due concerti che ho ascoltato durante il Festival di Puntalazzo cui seguiranno due lunghe interviste con Francesco Branciamore e Stefano Maltese e alcune recensioni discografiche.

Ma andiamo per ordine e cominciamo con il Festival di Puntalazzo in programma dal 24 luglio al 9 agosto presso l’Azienda Costa Sovere di Puntalazzo di Mascali in provincia di Catania. Oramai da tempo sostengo che i festival jazz hanno ragion d’essere solo se concorrono in misura determinante a valorizzare le bellezze naturali e le valenze artistiche delle località in cui si svolgono. Ebbene il Festival di Puntalazzo si iscrive perfettamente in questa cornice dal momento che, fin dagli inizi, ha puntato quasi esclusivamente su alcuni tra i più rappresentativi musicisti siciliani, che hanno singolarmente al loro attivo una intensa carriera artistica e percorsi professionali che li portano ad essere tra i più interessanti nel panorama nazionale.

L’apertura del festival è stata affidata all’Orchestra Jazz del Conservatorio di Stato A. Corelli di Messina, diretta da Giovanni Mazzarino, con special guest la compositrice e cantante Rosalba Bentivoglio (ambedue Docenti nel Conservatorio). Ed è stata una scelta più che azzeccata per vari motivi: innanzitutto proporre un’orchestra è sempre impresa meritoria dato che, per evidenti problemi di costo, è sempre più difficile avere l’occasione di ascoltare una big-band. In secondo luogo proporre ad un pubblico non particolarmente “versato” una formazione a largo organico è uno dei modi più intelligenti per avvicinare il pubblico alla musica afro-americana. Infine se a tutto ciò si aggiungono la bravura dei musicisti selezionati e la bontà del direttore il gioco è fatto. Così l’orchestra messinese si è mossa con grande compattezza evidenziando un sound trascinante e alcune individualità di spicco come quelle del sassofonista Orazio Maugeri e del batterista Giuseppe Tringali.

Dal canto suo Mazzarino ha diretto con verve e mano sicura, conducendo l’orchestra là dove voleva che andasse, senza un attimo di stanca, anche quando i brani proposti necessitavano un rilevante sforzo interpretativo. In effetti la scelta del repertorio è stata un’altra carta vincente dal momento che accanto ad alcuni classici quali “But Not For Me” di George Gershwin, nell’arrangiamento di Bob Mintzer,  “My Funny Valentine” di Richard Rodgers, arrangiato da Giovanni Mazzarino e “The Song Is You” di Jerome Kern, l’orchestra ha poi rivolto la propria attenzione ad autori italiani; così abbiamo ascoltato “Night Bird” di Enrico Pieranunzi, “Miss Bo” di Gianni Basso arrangiato da Dusko Goykovich, “Muorica” e “Springtime” dello stesso Mazzarino, “Spider Blues” di Enrico Rava arrangiato da Paolo Silvestri.

Quasi inutile sottolineare l’eccellente qualità interpretativa di Rosalba Bentivoglio che ha proposto un suo brano “Fragments of Smile”.

La stessa vocalist è stata poi la protagonista, il 28 luglio, della serata più interessante dell’intero festival: in scena “Gli affreschi del mio giardino” spettacolo musicale realizzato su testi di Emily Dickinson, già rappresentato nella chiesa S.M. Alemanno a Messina e con la recitazione di Mariella Lo Giudice. Accompagnata da Valerio Rizzo al piano, Samyr Guarrera al sax e samflute, Carmelo Venuto al contrabbasso, Emanuele Primavera alla batteria e Andrea Liotta ai tamburi, la Bentivoglio è stata straordinaria nel costituire il punto focale attorno a cui si è imperniato uno spettacolo complesso impreziosito da una danzatrice butoh, Valeria Geremia. Il tutto condotto con maestria dal regista Enrico Guarrera. Così la splendida voce della Bentivoglio ha illuminato ogni singola sillaba, andando al di là della parola, per improvvisare con quei vocalizzi che costituiscono parte integrante della sua cifra stilistica, a costruire architetture sonore ben coadiuvata soprattutto da Samyr Guarrera, che al sax soprano e al samflute (strumento costruito artigianalmente per lui: sam flute) intesseva un onirico tappeto sonoro ideale per le improvvisazioni della vocalist.

Gerlando Gatto

Udin&Jazz 2018: quando l’età non conta

È proprio vero che, a certi livelli, l’età conto poco o nulla: Dave Holland (classe 1946), Norma Winstone (classe 1941) e Tony Allen (classe 1940) sono stati gli indiscussi protagonisti della 28° edizione di “Udine&Jazz” svoltasi sotto l’insegna “Take A Jazz Break” dal 27 giugno al 6 luglio, con una appendice in programma il 24 luglio con “Laid Black Tour” il nuovo progetto di Marcus Miller.

Personalmente ho assistito alla parte centrale della programmazione prevista dal 2 al 6 luglio e ho potuto constatare come, ancora una volta, la manifestazione abbia mantenuto fede alle proprie caratteristiche quali valorizzare i talenti locali e dare il giusto spazio alle donne: su undici concerti ben quattro erano al femminile. Altra considerazione non secondaria: è stata attuata la formula del doppio concerto a sera, tutto a titolo gratuito eccezion fatta per l’esibizione del contrabbassista Avishai Cohen.

Ma procediamo con ordine. Lunedì 2 luglio, alle 18, alla Loggia del Lionello, appuntamento con la “Udin&Jazz Big Band”. È questa una formazione che sta molto a cuore al patron del Festival, Giancarlo Velliscig, che non a caso la invita in diverse occasioni. E ne ha ben donde dal momento che si tratta di un’orchestra in crescita esponenziale grazie all’affiatamento raggiunto nel tempo, alla bontà degli arrangiamenti e ad alcuni solisti davvero di livello come il trombettista Mirko Cisilino e il pianista Emanuele Filippi, dai quali è nata l’idea di costituire la big-band. Il progetto presentato quest’anno, “Sounds Across Boundaries Reload” propone un repertorio di composizioni originali ispirate alla musica popolare di diverse tradizioni del mondo.

Alle 20, al Teatro Palamostre, location scelta oculatamente per tutti i concerti ad evitare le bizze di un clima non del tutto estivo, esibizione del trio del pianista siculo-udinese Dario Carnovale coadiuvato da Simone Serafini al contrabbasso, fedele compagno di viaggio da una decina d’anni e dall’austriaco Klemens Marktl alla batteria. Batterista, ma soprattutto pianista, compositore, arrangiatore Dario viene oramai considerato una delle più belle realtà del jazz made in Italy anche se, dal punto di vista concertistico, non è che lo si ascolti molto nella varie regioni italiane. È il solito discorso per cui gli organizzatori oramai puntano quasi esclusivamente sulla ‘cassetta’ senza peritarsi di far ascoltare al proprio pubblico qualcosa di nuovo ed interessante. E che Carnovale sia un musicista che merita la massima attenzione è stato ribadito anche da questa esibizione. Dotato di una preparazione classica che gli consente di muoversi con grande agilità su tutte le ottave della tastiera, con tocco nitido e preciso, Dario ha sciorinato un pianismo brillante, ora rilassato al limite dell’onirico, ora fortemente percussivo ma sempre rispondente ad una logica precisa al cui interno pagina scritta e improvvisazione trovavano un mirabile equilibrio. In tale ambito, grande il contributo del batterista austriaco, che onestamente non conoscevamo, e che ha fornito al trio un supporto timbrico di assoluto livello.

A seguire è stata la volta di ‘CrossCurrents’, ovvero Dave Holland al contrabbasso, Chris Potter ai sax tenore e soprano e lo specialista di tabla Zakir Hussain, già collaboratore di John McLaughlin e Jan Garbarek. Ovviamente la musica ascoltata da questo trio è stata completamente diversa da quella di Carnovale e compagni. Qui a farla da padrona è il ritmo, un ritmo intenso, travolgente dettato da Zakir Hussain ed è stato davvero un bel sentire come le concezioni prettamente jazzistiche di un sempre superlativo Dave Holland si intrecciassero magnificamente con le ardite architetture disegnate dalle tabla di Hussain, la cui arte si rifà chiaramente alla musica classica indiana. Su un tessuto modale, comune a tutte le composizioni, i due si intendono a meraviglia, con Hussain a colorare la musica con timbriche e dinamiche multiformi e Holland a disegnare con il suo strumento vere e proprie sculture, allo stesso tempo di grande precisione e varietà, con quel suggerire le linee melodiche che verranno in seguito da lui stesso sviluppate. In tale contesto Potter, che pure tanto ha collaborato con Holland, è sembrato a tratti un po’ avulso dalla situazione. Ma, come si dice, è voler cercare il pelo nell’uovo ché il concerto, nel suo insieme, è stato superlativo, con il vertice toccato proprio nel bis quando Potter, al sax tenore, ha avuto modo di estrinsecare appieno l’originalità del suo sound e quella carica lirica che non aveva potuto esprimere in precedenza.

Martedì 3 luglio concerti al femminile e diciamo subito che è stata forse la più bella serata del festival. Merito di Norma Winstone e di Youn Sun Nah.

Alle 20 sono saliti sul palco la vocalist Norma Winstone, il pianista friulano Glauco Venier, il sassofonista e clarinettista Klaus Gesing e il percussionista norvegese Helge Andreas Norbakken, praticamente la stessa formazione che nel marzo del 2017 aveva registrato “Descansado-Music for Films” per la ECM con l’aggiunta del violoncellista Mario Brunello. Ed è stato proprio questo il progetto presentato a Udine; grazie ai preziosi arrangiamenti di Venier e di Gesing e alla squisita sensibilità della Winstone che ha rivisitato i testi di alcuni brani, abbiamo potuto verificare come anche alle prese con temi legati ad un più facile ascolto, sia possibile raggiungere vette di grande lirismo. Merito, ovviamente, di tutti i musicisti ma davvero sorprendente è stata la prova della Winstone che ha mantenuto una voce fresca, una timbrica che sembra non conoscere l’usura del tempo, e soprattutto una capacità di interpretare che oggi le consente di narrare, cantando, delle storie, sì da coinvolgere tutto il pubblico a prescindere dal fatto che il testo sia in inglese e quindi ad alcuni incomprensibile, e che alle volte la vocalist si sia impegnata in uno scat preciso e non banale. Così le musiche di compositori quali Rota, Michel Legrand, Ennio Morricone, Bacalov sono assurte a nuova vita con alcune perle assolute quali il tema di “Taxi Driver” di Bernard Herrmann porto con sensibile partecipazione e l’ardita rivisitazione di Everybody’s Talking, il tema conduttore di “Uomo da marciapiede” composto da Fred Neil nel 1966 per altro non inserito nell’album di cui in precedenza, sulla base di Second Spring, splendido brano di Glauco Venier. Scoppiettante la seconda parte della serata con Youn Sun Nah, accompagnata dalle funamboliche chitarre di Ulf Walkenius. Avevamo già avuto modo di apprezzare le qualità vocali della vocalist coreana e l’avevamo conosciuta meglio nel corso dell’intervista che potrete leggere su “L’altra metà del jazz”. Ascoltarla, quindi, inerpicarsi sulle note delle composizioni originali o degli standard non è stata una sorpresa. E tuttavia sentirla cantare è sempre un’esperienza unica. La Sun Nah è dotata di una tecnica straordinaria sempre al servizio dell’espressività cosicché non si ha mai l’impressione di un virtuosismo fine a se stesso. E la cosa assume davvero il sapore di straordinarietà ove si pensi che fino ai 30 anni quest’artista viveva nel suo Paese e nulla conosceva di jazz. Quindi una maturazione incredibile, frutto anche di uno studio assiduo, cosicché nel corso delle sue esibizioni quasi nulla è lasciato al caso, senza che ciò infici quel tasso di improvvisazione che rende unica ogni interpretazione jazzistica. Improvvisazione che viene stimolata dal musicista svedese il quale, oltre ad essere stato l’ultimo chitarrista di Oscar Peterson, ha sviluppato una sorta di stile orchestrale per cui la sua chitarra riempie ogni spazio. Volendo citare alcuni dei brani presentati durante il concerto è d’obbligo ricordare le interpretazioni di “Hallelujah” di Leonard Cohen e “Avec Le Temps” di Léo Ferré, il sentito omaggio alla canzone francese che è stata la molla principale per cui la Sun Nah si è trasferita in Europa. Certo, ascoltando una dopo l’altra Norma Winstone e Youn Sun Nah era inevitabile operare dei paragoni. Non ci sottraiamo a questa difficile operazione dicendo semplicemente che gli anni di carriera alle spalle della Winstone si fanno sentire quanto a capacità di trasmettere emozione.

Mercoledì 4 luglio è stata la serata più applaudita ma a parere del vostro cronista la più debole. Sul palco, in successione, i Forq che presentavano il nuovo album “Threq” e Avishai Cohen nella sua unica data italiana con il nuovo album “1970”.

Il filo conduttore della serata era evidenziare le diverse influenze che starebbero indirizzando il jazz verso nuovi territori, ma non a caso abbiamo usato il condizionale in quanto non ci sembra che dai Forq o dal nuovo Cohen possano venire input degni di nota.

I Forq sono composti dal chitarrista Chris McQueen (anche membro di Bokanté) e dal batterista Jason Thomas, ambedue provenienti dagli “Snarky Puppy” (del cui concerto romano vi abbiamo appena riferito in queste pagine) cui si sono aggiunti il tastierista Henry Hey già collaboratore di David Bowie e il bassista Kevin Scott. Si tratta di quattro musicisti indubbiamente talentuosi che declinano, però, la loro cifra stilistica attraverso un repertorio più vicino al rock e al funk che al jazz. Di qui un ricorso ad una musica fortemente materica, a costruzioni ritmiche molto ben congegnate e ad assolo trascinanti, di buona fattura. Non a caso sono stati a lungo applauditi dal pubblico giovanile accorso numeroso a sentirli e non a caso hanno venduto un certo numero di dischi.

Come accennato, la seconda parte della serata era dedicata al progetto “1970” di Avishai Cohen, che si è presentato al pubblico udinese con il suo gruppo completato da Shai Bachar tastiere e voce, Marc Kakon chitarra basso e voce, Noam David batteria e Karen Malka voce. Come più volte dichiarato dallo stesso Cohen, scopo dell’album è rifarsi a quelle musiche che egli aveva ascoltato, per l’appunto, negli anni ’70. Ma perché? Questo è l’interrogativo di fondo cui Cohen, a nostro avviso non ha saputo dare risposte esaurienti. In effetti se l’intento è esclusivamente quello di riproporre, attraverso un certo repertorio, determinati stati d’animo allora non si comprende perché una virata tanto decisa verso il pop; certo si  strizza l’occhio al jazz,  al funk, al latino-americano, ad Israele, ed anzi i momenti migliori sono stati proprio quelli con espliciti riferimenti ebraici come in “D’ror Yikra”, inno composto nella Spagna nel 960, e “Alon Basela”, ma l’appiattimento tanto deciso verso stilemi popolari – nell’accezione non certo migliore del termine – toglie credibilità all’intera operazione. Né bastano a nobilitarla quei rari momenti in cui Cohen, sia al pizzicato sia con l’archetto, ci ha ricordato quale straordinario musicista egli in realtà sia. Il concerto si è chiuso con la riproposizione di “Vamonos pa’l monte” di Eddie Palmieri, ad evidenziare l’amore del musicista israeliano per la musica latino-americana.

Giovedì 5 luglio ancora due concerti interessanti. In apertura Quintorigo con la presentazione del nuovo doppio album “Opposites”. Avevamo già avuto modo di ascoltare l’album e l’avevamo trovato interessante, impressione confermata dal concerto udinese. L’album presenta due repertori: nel primo CD solo composizioni originali del gruppo, nel secondo una serie di cover interpretate con pertinenza. Ovviamente durante il concerto non è stato possibile riproporre l’intero contenuto di “Opposites” ma nell’ora e mezzo loro dedicata i Quintorigo hanno avuto modo di enunciare ancora una volta le caratteristiche del loro linguaggio. Vale a dire una sorta di dialogo-contrapposizione tra gli archi dall’impronta classicheggiante di Andrea Costa (violino), Gionata Costa (violoncello) e il sax di Valentino Bianchi, dal chiaro sapore jazzistico, con la sezione ritmica (Stefano Ricci contrabbasso e Gianluca Nanni batteria e percussioni) a fungere da collante. Il tutto impreziosito dalla voce di Alessio Velliscig che pur essendo entrato nel gruppo da poco si è tuttavia ben amalgamato, contribuendo non poco al successo del concerto. Dotato di una bella estensione vocale, di un indubbio senso del ritmo e di una convincente presenza scenica, Velliscig ha interpretato al meglio i brani vocali tra cui un eccellente “Alabama Song” di Weill. Da quanto sin qui detto, risulta evidente come il gruppo sia in grado di affrontare territori anche molto diversi tra di loro senza perdere in coerenza ed omogeneità.

La seconda parte della serata prevedeva una vera e propria icona del jazz, vale a dire il batterista nigeriano Tony Allen con il suo nuovo progetto “The Source”, album di debutto per la Blue Note Records, considerato dallo stesso batterista come la sua migliore creazione artistica in quanto segna il realizzarsi di un sogno d’infanzia. Così, in perfetta coerenza con il titolo del lavoro discografico, abbiamo ascoltato un jazz senza se e senza ma, un jazz canonico che si rifà espressamente alle radici della musica afro-americana vale a dire, da un canto gli input della musica africana derivanti anche dalla lunga collaborazione con Fela Kuti, dall’altro gli stilemi più prettamente jazzistici assunti nel corso della sua lunga carriera negli States. A declinare l’insieme una formazione di tutto rispetto in cui il lavoro ritmico-armonico viene sviluppato da Jean Philippe Dary al piano e tastiera, Jeff Kellner alla chitarra e Mathias Allamane al contrabbasso mentre la front-line con Nicolas Giraud alla tromba e Yann Jankielewicz al sax tenore, si fanno valere sia nelle parti obbligate sia in quelle improvvisate. Dal canto suo Tony Allen dirige il tutto quasi in punta di bacchette, senza farsi notare, ma con grande musicalità e senso del percorso che si vuol compiere.

Venerdì 6 luglio serata interamente dedicata alla musica brasiliana con tre appuntamenti: “Cool Romantics” ovvero il nuovo progetto del duo eMPathia formato da Mafalda Minozzi alla voce e Paul Ricci alle chitarre con l’aggiunta, per l’occasione, del pianista Art Hirahara; una chiacchierata condotta da Max De Tomassi sull’arte di Chico Buarque de Hollanda con la partecipazione di Gianni Minà; “Caro Chico” ovvero la presentazione dell’album di Susanna Stivali in omaggio a Chico Buarque.

Serata dall’andamento alterno e forse un po’ lunga. A dar fuoco alle polveri è stato il duo (per l’occasione trio) eMPathia: e francamente l’espressione dar fuoco alle polveri è del tutto pertinente: la Minozzi, dotata di quelle straordinarie possibilità vocali che ben conosciamo e di una prorompente presenza scenica, non si è risparmiata dando fondo a tutte le energie. Partita quasi in sordina ha man mano sciorinato i suoi volteggi vocali senza rete, che hanno conquistato il pubblico non a caso plaudente a lungo alla fine del concerto. Non bisogna però dimenticare il ruolo sempre prezioso svolto da Paul Ricci. Paul è chitarrista jazz fino al midollo, e non un chitarrista qualsiasi ma un musicista che coniuga una eccellente preparazione tecnica con una squisita sensibilità. Ciò gli consente, grazie anche alla lunghissima collaborazione con la Minnozzi, di esplorare ogni minimo anfratto melodico-armonico dei brani eseguiti sì da fornire alla vocalist un tappeto di estrema sicurezza su cui volteggiare a piacimento, con la certezza che qualunque cosa ella faccia la chitarra di Paul è sempre lì a sostenerla. E questo vale indipendentemente dal fatto che si affronti un pezzo jazz o un brano tratto dalla tradizione europea e statunitense. Come si accennava, nell’occasione il duo è diventato trio grazie all’aggiunta di Art Hirahara al pianoforte che lavorando quasi per sottrazione ha vieppiù valorizzato il canto della Minnozzi.

Dopo un set così esplosivo, difficile il compito della cantante romana Susanna Stivali che ha presentato il suo ultimo album “Caro Chico”. Ben coadiuvata da un eccellente Alessandro Gwiss al pianoforte, Marco Siniscalco basso elettrico e contrabbasso e Emanuele Smimmo alla batteria, la Stivali ha reinterpretato alcuni brani di Chico Buarque alla luce della sua sensibilità jazzistica, suggerendo così un nuovo modo di rileggere il grande artista brasiliano.

Gerlando Gatto

Per le immagini, si ringrazia il fotografo Angelo Salvin© e l’ufficio stampa di Udin&Jazz 2018