I NOSTRI LIBRI:

Paolo Ceccarelli – “Roberto Nicolosi – Un grande maestro del jazz” – Zona Music Books – pgg.127 – € 17

Quando mi trovo a leggere un libro del genere, mi stupisco sempre di come l’autore sia riuscito a raccogliere una così grande massa di dati e soprattutto di come abbia fatto ad organizzarli in modo acconcio sì da rendere la narrazione gradevole.

Oggetto del volume in questione è la storia e la carriera di Roberto Nicolosi (Genova 1914 – Roma 1989), grande maestro del jazz, che ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere quando lavoravo a RadioUno occupandomi sempre di jazz.

Nel mondo del jazz sono molti i musicisti che nel corso degli anni non hanno avuto i riconoscimenti che meritavano. A questa nutrita schiera appartiene sicuramente Roberto Nicolosi cui questo libro rende finalmente giustizia.

Dotato di una solidissima preparazione di base, Nicolosi, laureato in medicina e diplomato al conservatorio, ha attraversato alcuni decenni della storia musicale italiana lasciando segni indelebili a testimonianza di un talento genuino. Il suo eclettismo gli ha permesso di spaziare tra diverse attività: da arrangiatore e compositore a conduttore di trasmissioni radiofoniche, da autore in riviste specializzate a giudice in concorsi jazzistici. Per non parlare del fatto che dal 1956 al 1972 ha scritto straordinarie colonne sonore, la cui fama ha valicato i confini nazionali per approdare negli Stati Uniti.

A tutto ciò si aggiunga il fatto che ha suonato con molti dei grandi del panorama musicale internazionale quali, tanto per fare qualche nome, Frank Rosolino, Conte Candoli, Tony Scott.

Dopo un breve excursus sulle origini famigliari, il lavoro si sviluppa su tre direttrici principali che corrispondono ai tre principali momenti della vita di Nicolosi, legati ad altrettante città: Genova, dove passa l’infanzia e l’adolescenza e coltiva la prima passione per il jazz; Milano, dove emerge come musicista, critico, arrangiatore e compositore; Roma, dove inizia l’attività di compositore di colonne sonore e trascorre il resto della vita.

Ad ognuno di questi periodi l‘autore dedica grande attenzione cercando di storicizzare ogni avvenimento e di collocarlo nella giusta cornice storico-sociale. Ecco quindi che, parallelamente alla carriera di Nicolosi, il lettore attento può crearsi un’idea di quel che accadeva nel mondo musicale… e non solo.

Particolarmente interessante la parte in cui viene lumeggiata l’attività di Nicolosi quale autore di colonne sonore, aspetto che, ne siamo sicuri, era rimasto finora misconosciuto alla gran parte degli appassionati seppur attenti.

Il volume è completato dall’analisi tecnica di due brani del jazz italiano d’avanguardia negli anni cinquanta; dalla trascrizione di due interventi dello stesso Nicolosi e di Renzo Nissim, tratti dal programma radiofonico “50: mezzo secolo della Radio italiana” 19° puntata; da affettuose testimonianze di altri musicisti; dall’elenco delle incisioni discografiche delle colonne sonore ovviamente di Nicolosi; da una esauriente bibliografia; pertinente il corredo iconografico.


Guido Michelone – “Il jazz e le arti” – arcana – gg.350 – €23,50

Guido Michelone, studioso ben noto ai cultori della musica afro-americana, ha da poco dato alle stampe un suo nuovo volume dal titolo quanto mai esplicativo: “Il jazz e le arti”.

L’argomento è di quelli che intrigano solo a parlarne: in effetti il jazz, già per sua natura costitutiva, è musica “meticcia” essendo nata dall’incontro tra diverse culture anche geograficamente assai lontane; nel corso degli anni si è poi caratterizzato per la capacità di intrattenere stretti rapporti con le altre espressioni artistiche anche al di fuori degli ambiti strettamente musicali.

Michelone esamina tutti questi ambiti “altri” in una carrellata a tratti entusiasmante di paragoni, raffronti, esempi, consequenzialità.

In particolare il volume si divide in 20 capitoli, ognuno dedicato ad un’arte diversa con cui il jazz è venuto a contatto dando e ricevendone linfa vitale. Ed eccole, una per una, le venti “arti” esaminate dall’autore: si parte con l’abbigliamento, per passare alle “pitture fra astratto e avanguardia” e quindi, in successione, l’architettura, i cartoon, il cover design, la danza, il documentario, il dvd, la fiction, la fotografia, il fumetto, la graphic novel, la jazz-poetry, la musicazione, la pittura, il rito, i soundies, il soundtrack, il teatro, la televisione.

Ora se i rapporti tra jazz e ad esempio la danza, il cinema, la televisione appaiono chiari e ben documentati, il lettore si chiederà sicuramente quali possano essere le connessioni tra jazz e altre arti ad esempio l’architettura. Ebbene, nella sua accurata analisi Michelone evidenzia come i linguaggi musicali non solo possiedano i propri luoghi di appartenenza, ma giungono persino a stabilire un parallelo tra suono e architettura intesa nel senso più ampio del termine (dall’arredamento all’urbanistica). Ebbene anche in quest’ambito il jazz conserva una sua precisa identità, peculiarità dal momento che occupa ambienti diversi rispetto sia alla musica classica sia al rock. Si parte così dai grandi spazi all’aperto in cui nascono e si sviluppano spiritual e blues, per passare alle case chiuse di Storyville, ai night club…fino ai grandi teatri, alle sale da concerto. E questo è solo un esempio dell’accuratezza, dell’acume con cui Michelone affronta ogni singolo argomento sì da condurre per mano il lettore in questo viaggio straordinario alla scoperta dei tanti, tantissimi legami che uniscono il jazz al mondo delle arti globalmente inteso.

Insomma un volume ricco di sorprese la cui lettura consigliamo anche a chi non si occupa prioritariamente di jazz.

Gerlando Gatto

 

Il Jazz contro ogni barriera: presentata la 43° edizione del Roma Jazz Festival

“No borders. Migration and integration: questo il tema di estrema attualità e di grande rilevanza politica scelto da Mario Ciampà per la 43° edizione del “suo” Roma Jazz Festival. Tema che effettivamente si attaglia alla musica jazz che nel corso della sua storia ha sempre abbattuto steccati e barriere di ogni sorta: religiose, di colore, di nazionalità. Peccato che nella terra dove il jazz è nato e si è sviluppato, una vera equiparazione fra bianchi, neri e nativi è ben lungi dall’essere effettivamente raggiunta. Di qui il messaggio che questo Festival intende veicolare: possiamo comprendere il concetto di confine solo se accettiamo anche la necessità del suo attraversamento, attraversamento declinato sia con l’affermazione di una nuova generazione di musiciste che rompono le discriminazioni di genere, sia con le sperimentazioni di inedite ibridazioni dei linguaggi e la riflessione sul dramma delle nuove migrazioni.

La manifestazione che dal 1° novembre al 1° dicembre 2019 animerà la Capitale con 21 concerti fra l’Auditorium Parco della Musica, la Casa del Jazz, il Monk e l’Alcazar, è stata presentata mercoledì 2 ottobre presso l’Auditorium alla presenza di numerosi giornalisti, dei soliti “sedicenti tali”, di Mario Ciampà direttore artistico del Festival e naturalmente dei responsabili della Fondazione Musica per Roma, Aurelio Regina, Presidente e José R. Dosal, Amministratore Delegato. E anche in questa occasione non sono mancati i distinguo tra i due, così mentre Dosal sottolineava come le statistiche dell’ultimo anno ponessero l’Auditorium in cima alle preferenze culturali del pubblico romano, molto più correttamente Regina ribadiva che l’Auditorium fin dalla sua comparsa ha focalizzato attenzione e preferenze degli spettatori capitolini.

Dianne Reeves

E veniamo adesso al folto e interessante programma: come si diceva apertura il primo novembre con due concerti, i Radiodervish alle 21 nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica e gli attesissimi Kokoroko alle 21.30 al Monk Club. Collettivo di otto elementi inglesi di origine africana guidati dalla trombettista Sheila Maurice-Grey, i Kokoroko mescolano le loro radici nigeriane e West Africa con l’urban sound londinese.

Sabato 2 novembre alle 21 in Sala Sinopoli dell’Auditorium primo appuntamento da non perdere: sarà di scena la statunitense Dianne Reeves, considerata una delle più importanti interpreti femminili di jazz del nostro tempo, mentre il 4 novembre, sempre all’Auditorium ma in sala Petrassi, sarà possibile ascoltare il batterista messicano Antonio Sanchez & Migration. Sanchez ha dedicato il suo ultimo lavoro discografico “Lines in the Sands” al tema dell’immigrazione come risposta alle politiche del Presidente Donald Trump e al suo famigerato muro anti-immigrati.

Altro appuntamento di particolare rilievo mercoledì 6 novembre (h21, Sala Petrassi)  con il Cross Currents Trio, “supergruppo” formato da una leggenda del contrabbasso, l’inglese Dave Holland, affiancato dal sassofonista statunitense Chris Potter e dal percussionista indiano Zakir Hussein, specialista del tabla. La loro musica esplora le relazioni tra la musica folk indiana e il jazz a partire dalla rilevanza che l’improvvisazione ha in entrambe.

Archie Shepp

Lunedì 11 novembre nella Sala Sinopoli dell’Auditorium, une delle chicche del Roma Jazz Festival 2019: di scena Archie Shepp, accompagnato dal suo Quartet. Carismatico, intensissimo, capace di battaglie artistiche e sociali che hanno davvero cambiato il corso degli eventi nel ventesimo secolo, ancora oggi Archie Shepp, dopo ben 60 anni di carriera, è un autentico fuoriclasse e rappresenta la reale incarnazione dell’incontro fra l’avanguardia del free jazz e l’impegno politico.

Mercoledì 13 novembre, alle ore 21 nella Sala Borgna dell’Auditorium PdM, è la volta dell’armeno Tigran Hamasyan, in piano solo.

Il giorno dopo, sul palco della Sala Borgna dell’Auditorium, si presenterà il pianista cubano Dayramir Gonzalez, che ha esordito dal vivo all’età di 16 anni nell’orchestra afrocubana di Oscar Valdes Diàkara. Gonzalez presenta “The Grand Concourse”, il disco che lo ha consacrato come uno dei più autorevoli esponenti della tradizione afrocubana a New York.

Sempre il 14 novembre ma al Monk Club il chitarrista Cory Wong mentre il giorno dopo all’Alcazar arriva il sassofonista Donny McCaslin, noto anche fuori i confini del jazz per la sua partecipazione a “Blackstar”, album canto del cigno di David Bowie.

Sabato 16 novembre alla Casa del Jazz un appuntamento che sento di consigliarvi caldamente: sto parlando della musicista albanese Elina Duni, impegnata in un concerto in solitaria per voce, pianoforte e chitarra. Nata a Tirana, Elina Duni ha lasciato l’Albania insieme alla madre subito dopo la caduta del regime comunista. In Svizzera ha conosciuto il jazz e se ne è innamorata. Il suo ultimo album, “Partir” (ECM 2018) che si apre con un’abbagliante versione di “Amara terra mia” di Domenico Modugno, è composto da 12 brani cantati in nove lingue diverse e da sonorità che evocano le tradizioni albanesi, svizzere, armene, arabo-andaluse, portoghesi e yiddish. Sono canzoni d’amore e di perdita, che cantano la struggente nostalgia di chi si mette in viaggio, fra il dolore della separazione e il coraggio di cercare nuovi inizi.

Abdullah Ibrahim

Domenica 17 novembre alla Sala Sinopoli dell’Auditorium un artista la cui vita è stata interamente dedicata al superamento delle barriere razziali: Abdullah Ibrahim.  Con il nome di Dollar Brand il pianista sudafricano, oggi ottantenne, rimase nel suo paese d’origine fino agli inizi degli anni ’60 suonando al fianco di Miriam Makeba e fondando la prima importante jazz band del continente africano. Costretto all’esilio in Svizzera per fuggire dagli orrori dell’Apartheid, fu scoperto nel 1965 da Duke Ellington che lo portò a New York. Negli States divenne membro dell’avanguardia al pari di John Coltrane e Ornette Coleman, con cui collaborò in diverse occasioni, imponendosi grazie al suo originale stile pianistico. Nel 1968 Brand si convertì all’Islam e prese il nome di Abdullah Ibrahim, che gradualmente negli anni fece svanire il ricordo del precedente nome d’arte. Durante gli Anni Settanta e Ottanta, divenne la figura più rappresentativa per l’integrazione della scena jazz africana. Figura simbolo della lotta al razzismo, il pianista è ritornato in Patria dopo la fine del regime.

Lunedì 18 novembre in Sala Borgna il chitarrista, pianista e compositore statunitense Ralph Towner, capace di padroneggiare i diversi linguaggi della musica classica, del jazz, delle musiche popolari, e di saperli fondere in una sintesi avanzata sempre in linea con lo spirito dei tempi. Componente essenziale della storica band Oregon, Towner ha una carriera solistica documentata da oltre quarant’anni dalla casa discografica ECM.

Carmen Souza

Beat voodoo, rock haitiano, blues americano è la miscela esplosiva che viene fuori da “Siltane”, l’ultimo album della cantante Moonlight Benjamin, definita dalla stampa la Nina Hagen di Haiti, sul palco dell’Alcazar giovedì 21 novembre alle ore 21.30.

Si ritorna al Monk la sera successiva, venerdì 22 novembre, per l’incontro fra Gary Bartz, un pioniere del genere fusion, e i Maisha, band esponente della nuova scena londinese.

Fra i momenti più attesi di tutto il festival c’è anche il concerto di Carmen Souza venerdì 29 novembre alle 21 nella Sala Borgna per presentare il suo ultimo disco in uscita nel mese di ottobre. Il disco è “The Silver Messengers” ed è un tributo al pianista pioniere dell’hard bop Horace Silver, fra le sue principali fonti di ispirazione.

Domenica 1° dicembre il festival si chiude con il concerto Mare Nostrum, ensemble composto da musicisti che non hanno bisogno di presentazioni: Paolo Fresu, tromba e flicorno, Richard Galliano, fisarmonica e accordina, Jan Lundgren, pianoforte. In Sala Sinopoli dell’Auditorium il viaggio del Roma Jazz Festival termina così dov’era cominciato, richiamando con il nome dell’ensemble quel Mediterraneo che è ricordo e promessa di una convivenza fertile.

Mare_Nostrum_Fresu_Galliano_Lundgren

Particolarmente significativa la presenza italiana; oltre ai già citati Radiodervish e Paolo Fresu, il 9 novembre alla Casa del Jazz la Big Fat Orchestra diretta da Massimo Pirone, ospite speciale Ismaele Mbaye (voce e percussioni), presenterà la produzione originale, “Journey Suite”. Sempre alla Casa del Jazz il 23 novembre Federica Michisanti Horn Trio, una delle musiciste che si stanno imponendo nella scena del jazz italiano come contrabbassiste, compositrici e leader di propri gruppi e progetti. In particolare, nel caso di Federica ero stato facile profeta nel pronosticarle un futuro radioso date le capacità che questa artista ha evidenziato sin dal suo primo apparire sulla scena romana. Per questo importante appuntamento la Michisanti si presenta con Francesco Bigoni al sassofono e Francesco Lento alla tromba e al flicorno.

Mercoledì 27 novembre nella Sala Borgna dell’Auditorium (ore 21) sarà possibile ascoltare il Leonard Bernstein Tribute a opera del sassofonista Gabriele Coen, il musicista italiano che più ha indagato e lavorato sul rapporto tra jazz e musica ebraica in tutte le sue forme e reciproche acquisizioni.

Si rimane in Sala Borgna anche il giorno seguente, giovedì 28 novembre, con Il Jazz visto dalla Luna di Luigi Cinque e la sua Hypertext O’rchestra che vanta come componenti, fra gli altri, la cantante Petra Magoni, il pianista Antonello Salis e il percussionista Alfio Antico. Special guest della serata Adam Ben Ezra al contrabasso e voce. Il progetto e le musiche originali de Il Jazz visto dalla Luna sono di Luigi Cinque con citazioni di grandi del blues e del jazz nonché di Stravinsky, Varèse, Cage, Davis, Balanescu, AREA, Kraftwerk, African and Balkanian music.

Il penultimo concerto della 43° edizione del RJF è affidato al sassofono di Roberto Ottaviano che sabato 3 novembre in Sala Borgna, presenta “Eternal Love”, la sua ultima produzione discografica. In “Eternal Love”, Ottaviano presenta una serie di composizioni di Abdullah Ibrahim, Charlie Haden, Dewey Redman, Elton Dean, John Coltrane, Don Cherry, accanto a suoi brani originali.

Gerlando Gatto

Se n’è andato Gianni Lenoci

Un altro grande del jazz italiano se n’è andato: Gianni Lenoci è scomparso a 56 anni, la sera del 30 settembre.

Originario di Monopoli, in Puglia era considerato una sorta di orgoglio locale, un personaggio di cui andare fieri… e non solo come artista ma forse anche, e soprattutto, come uomo. Non a caso sui social si leggono frasi del tipo “una persona eccezionale, un amico speciale, un musicista strepitoso, un collega insostituibile”, e proprio oggi su Facebook è possibile leggere un ricordo davvero commovente vergato da Francesco Cusa, altro valente jazzista.

Il fatto è che Gianni Lenoci sapeva davvero conquistare chi a lui si avvicinava grazie ad un carattere deciso ma allo stesso tempo dolce e privo di astrusità. Ma era il coté artistico che l’aveva portato alla ribalta internazionale, ottenendo la stima e la fiducia di pubblico e critica.

Diplomato in pianoforte presso il Conservatorio “S. Cecilia” di Roma e in Musica elettronica presso il Conservatorio “N. Piccinni” di Bari, Lenoci ha studiato jazz ed improvvisazione con Mal Waldron e Paul Bley. Forte di questo bagaglio, si è affacciato sulle scene jazzistiche già nei primi anni ’90, collaborando con alcuni artisti di assoluto livello internazionale come Enrico Rava, Steve Grossman, Harold Land, Carlo Actis Dato, Antonello Salis, Glenn Ferris, Han Bennink, Kent Carter, John Tchicai, David Murray, Roscoe Mitchell, Evan Parker… tra gli altri.

Alla musica ‘attiva’ sul campo affiancava l’attività didattica esercitata nei corsi jazz del conservatorio Nino Rota della sua Monopoli, e i suoi ex studenti lo ricordano oggi con tanto, tanto affetto.

Dal punto di vista artistico, Lenoci si è caratterizzato da un canto per la grande capacità improvvisativa declinata attraverso composizioni originali sempre indirizzate verso una sperimentazione mai fine a sé stessa, dall’altro per l’estremo scrupolo con cui studiava ed eseguiva le composizioni altrui, che quando venivano da lui interpretate nulla perdevano dell’originario fascino. In particolare, Lenoci si è dedicato alla rilettura delle pagine di Morton Feldman, Earle Brown, Sylvano Bussotti, John Cage (su questo stesso blog ricordo la recensione dell’album “One – John Cage Piano Music” – Silta Classics SC002) oltre all’opera completa per strumento e tastiera di John Sebastian Bach. Il tutto impreziosito da un tocco sempre al servizio della scrittura, con una attenzione particolare ad ogni minimo dettaglio sia timbrico sia dinamico e con un linguaggio che cercava di essere fedele alle intenzioni del compositore.

Insomma un artista e un uomo straordinario!

Gerlando Gatto

Il Premio Internazionale a Castelfidardo: cresce ovunque l’interesse per la fisarmonica jazz

Oramai da molto tempo vado sostenendo la tesi per cui anche nel campo del jazz la fisarmonica debba godere di uno status assolutamente paritario rispetto a qualsiasi altro strumento. E finalmente, dopo tanti anni, sembra che i fatti mi stiano dando ragione.

Per tanto, troppo tempo, fisarmonica e strumenti affini sono stati tenuti lontani dai palcoscenici che contano, confinati per tradizione nel ghet­to della musica popolare e/o d’in­trattenimento. Questo perché da un canto venivano considerati “poco nobili” dalla musica «seria» mentre, d’altro canto, la musica giovanile, leg­gera e non, li vedeva come oggetti da antiquariato, da conservare con rispetto ma da utilizzare con molta parsimonia. Di qui l’uso di tali strumenti quasi esclusivamente come elementi coloristici, come una sorta di spezia per dare un po’ di sapore alla minestra musicale.  Ma alla fine, nella mutata situazione generale, hanno risalito la corrente, e oggi la fisarmonica può apparire persi­no inflazionata, presente com’è in nu­merosi contesti, dalle più reclamizzate kermesse canore al rock etnico, dal jazz a certa avanguardia «colta». E per rendersi conto di quanto sto dicendo basta dare un’occhiata, ad esempio, alle varie formazioni di casa ECM dove spesso si nota la presenza di una fisarmonica.

Indubbiamente, allo sviluppo della situazione hanno contribuito alcuni grandi artisti come Astor Piazzolla per il bandoneon e Richard Galliano per la fisarmonica vera e propria. E la terra di Francia sembra essere ancora una volta all’avanguardia per quanto concerne questo strumento dato che per comune ammissione il più grande fisarmonicista jazz di oggi è quel Vincent Peirani acclamato da critici e pubblico di tutto il mondo.

Ma senza scomodare i cugini d’Oltralpe, per un’ulteriore conferma dell’importanza acquisita dalla fisarmonica anche nel mondo del jazz sarebbe bastato recarsi, dal 18 al 22 settembre, a Castelfidardo, conosciuta in tutto il mondo per la sua produzione di tali strumenti: è in questa cittadina delle Marche, in provincia di Ancona, che nel 1864 ad opera di Paolo Soprani viene riprodotto uno strumento che anticipa in qualche modo la moderna fisarmonica; da quel momento, Castelfidardo diviene la “patria della fisarmonica” riconosciuta come tale in Italia… e non solo.

In questa cittadina si svolge ogni anno uno dei più importanti appuntamenti per i fisarmonicisti di tutto il mondo: il PIF (Premio Internazionale della Fisarmonica) giunto alla sua 44° edizione, coronata da un successo senza precedenti: 248 iscritti, 63 giurati provenienti da 34 Paesi, tra cui la Nuova Zelanda e per la prima volta il Sud Africa.

Nel 2017, per volontà di Renzo Ruggieri, fisarmonicista che non ha bisogno di ulteriori presentazioni e che attualmente riveste la carica di direttore artistico del PIF,  è stata reintrodotta la categoria Jazz a dirigere la cui giuria è stato chiamato il sottoscritto unitamente a Francesco Bearzatti celebrato sassofonista, Chico Chagas illustre fisarmonicista e compositore brasiliano, i fisarmonicisti Roberto Fuccelli e Riccardo Taddei, italiani, Raynald Ouellet dal Quebec e Roman Gomez argentino. Ai nastri di partenza cinque concorrenti, quattro dei quali supportati da una eccellente sezione ritmica messa a disposizione dagli organizzatori e composta da Mauro De Federicis (chitarra), Emanuele Di Teodoro (basso) e Luca Cingolani (batteria).

Incolori le prestazioni del cinese Zhong Kai e di Ondřej Zámečník della Repubblica ceca. Alla finale sono stati quindi ammessi il duo Aleksejs Maslakovs proveniente dalla Germania, l’italiano Antonino De Luca e il belga Loris Douyez. A prevalere è stato, seppur di poco, il duo (fisarmonica e basso elettrico) Aleksejs Maslakovs, in virtù soprattutto di un miglior timing, mentre De Luca si è fatto ammirare per come ha arrangiato il brano tradizionale siciliano “Vitti ‘na crozza”.

Ma lo spazio concesso al jazz non si è fermato qui ché ci sono stati altri due appuntamenti di assoluto rilievo. La sera del 20 al teatro Astra, ad ingresso libero, straordinario concerto della Jazz Colours Orchestra diretta dal maestro Massimo Morganti . La Big band si è mossa con grande compattezza sciorinando un’eccellente intesa nel solco delle più genuine tradizioni jazzistiche. La performance è stata impreziosita dalla partecipazione di tre solisti di assoluto spessore: Massimo Tagliata, assurto alla popolarità grazie alla straordinaria versatilità che gli ha consentito di frequentare sempre con pertinenza i territori più svariati, dal jazz al tango fino al  pop (particolarmente riuscite le performance con Biagio Antonacci); Chigo Chagas, originario della foresta amazzonica per la prima volta a Castelfidardo, che ha portato sul palco le cadenze dei ritmi brasiliani e le emozioni maturate collaborando con artisti quali Milton Nascimento, Caetano Veloso e Gilberto Gil; e poi il veterano Gianni Coscia ovvero 88 anni e non sentirli. E, al riguardo, consentitemi un ricordo personale: conosco Coscia da oltre trent’anni e tutte le volte che l’ho incontrato ho sempre trovato un artista, ma soprattutto un uomo di squisita gentilezza, sempre contraddistinto da una sottile ironia che incarna i valori migliori che la musica, e il jazz in particolare, possa trasmettere. A Castelfidardo Coscia non si è minimamente smentito: ha suonato con la solita capacità di trasmettere emozioni, senza alcuno sfoggio di tecnica fine a sé stessa, ed è stato davvero commovente notare come i componenti dell’orchestra lo scrutavano ammirati quasi a voler catturare e conservare nella memoria ogni sua nota, ogni suo gesto. E per me è stato davvero un piacere potergli consegnare il premio Orpheus Award alla carriera, che quest’anno l’Accordion Art Festival gli ha tributato.

La sera successiva, sempre al teatro Astra, altro evento: la prima della suite “Il Pinocchio” scritta da Renzo Ruggieri per fisarmonica e orchestra, nell’occasione la sinfonica del Teatro Tosti di Ortona, diretta dal maestro Paolo Angelucci. A causa di precedenti impegni non ho potuto assistere al concerto ma amici degni di fede mi hanno assicurato che è stata una serata splendida, con musica eccellente eseguita in maniera eccellente.

Si è così chiusa una manifestazione che conserva intatti tutti i suoi motivi di interesse per cui aspettiamo con ansia e curiosità l’edizione 2020, nella speranza che venga dato sempre più spazio al jazz.

Gerlando Gatto

“Two Ships In The Night” Dino Betti van der Noot e l’ossessione nel comporre

Conosco Dino Betti van der Noot oramai da qualche decennio; ma è sempre bello, stimolante, incontrarlo e scambiare con lui quattro chiacchiere che vanno sempre ben al di là del fatto squisitamente musicale.

Questa volta il nostro incontro è determinato dall’uscita del suo nuovo album (“Two Ships in the Night” presentato a Milano il 18 settembre in uno splendido e riuscito concerto ben recensito dal nostro Massimo Giuseppe Bianchi).

Caro Dino, da dove trai tutta questa energia che poi trasfondi nei tuoi album, come quest’ultimo arrivato – “Two Ships in the Night” – che sembra avviato a ripercorrere i successi delle tue precedenti creature?

“Sono sempre stato abituato a buttarmi a testa bassa nella realizzazione di quello che ho deciso di fare. È successo nel mio lavoro come pubblicitario, succede oggi, quando per fortuna continuo a fare musica. Non so se si tratti di energia o soltanto determinazione; oppure semplicemente dell’urgenza di esprimermi con un linguaggio che mi permette di condividere emozioni che non potrei esprimere in altro modo”.

Tu sei un musicista assolutamente anomalo: ti esibisci dal vivo molto raramente, non suoni (almeno in pubblico) alcuno strumento ma ti limiti – si fa per dire – a comporre, assemblare big band sempre di notevole caratura e dirigerle durante le registrazioni. A cosa attribuisci questo successo che oramai ti arride da tanto tempo?

“In realtà ho suonato diversi strumenti, ma conosco bene i miei limiti come strumentista: meglio che non suoni né la mia musica né quella di altri. Credo che questo limite sia una delle ragioni che mi hanno spinto a comporre musica da far suonare ad altri musicisti. Aggiungi il fatto che (come facevo notare a Marcello Lorrai) sono rimasto folgorato dall’esperienza di suonare il violino in un’orchestra sinfonica e che, quando ho scoperto il jazz, sono stato affascinato dal Kenton del 1949/50 e dall’Herman con le composizioni di Ralph Burns: ecco perché la big band è stata una scelta istintiva. Se di successo vuoi parlare (ma cosa è il successo?), credo che quello che mi distingue è l’aver dato una nuova timbrica alla classica big band e non aver badato a mode o tendenze, facendo una mia strada personale, staccandomi sia istintivamente sia consciamente da modelli anche molto amati, primo fra tutti Ellington”.

Puoi parlarci di questo ultimo album. Da cosa hai tratto ispirazione?

“La risposta che mi viene immediata è: non lo so. Pensandoci bene, ci sono, nascosti lì dentro, momenti che mi hanno emozionato – magari legati alla natura, al mare – e pensieri che mi girano per la testa se rifletto al tempo che stiamo attraversando. Tuttavia, tutto è molto sfumato e, davvero, mi è difficile rispondere. I titoli dei brani possono darti una risposta, perché indicano con una certa chiarezza le sensazioni che vogliono evocare (specifico: non descrivere qualcosa di concreto). The Deafening Silence of the Stars quel senso di infinito che sembra schiacciarti quando sei, nel buio, sotto a un cielo stellato. Those Invisible Wings è semplicemente il piacere di fare musica, le ali chi ti dà la musica. A Thousand Twangling Instruments mi sembra possa calzare su misura su una lamentela di Caliban ne La Tempesta di Shakespeare. Blue Gal of My Life è una delicata ballad dedicata a mia moglie. Something Old, Something New: Somehow Blues è una rivisitazione di quell’archetipo dal quale non possiamo staccarci che si chiama blues. Two Ships in the Night, infine, è nato nel ricordo di una splendida lirica di Longfellow, che è diventata letteralmente un modo di esprimere una condizione umana nei Paesi di lingua inglese. Ma, in fondo, la musica è per sua natura asemantica e vale la pena di ascoltarla semplicemente lasciandosi prendere dall’emozione (se c’è), senza retropensieri”.

Come si svolge il tuo processo creativo?

“Generalmente qualcosa inizia a ronzarmi nel cervello, diventando quasi un’ossessione. Poi cerco di scaricare l’ossessione sui tasti del pianoforte e, man mano, la musica sembra nascere quasi autonomamente, sviluppandosi man mano e suggerendo un ventaglio di strade possibili. Prende forma man mano il percorso compositivo, sia dal punto di vista dello sviluppo a partire dal tema, sia da quello timbrico, sia per le occasioni e l’espressività delle improvvisazioni: tutto contenuto, in nuce, in quella prima ossessione. Poi comincia il lavoro che definirei più “artigianale”, vale a dire la decostruzione delle frasi melodiche in maniera da spostarne gli accenti fuori dagli schemi prevedibili (Massimo Bianchi ha scritto “destabilizzate ritmicamente”) e l’orchestrazione vera e propria. In fondo, però, tutto questo va bene, ma la parte più importante è l’intuizione; quella cosa che, una volta finito tutto, e magari anche registrato, ti fa pensare: ma chi ha composto questa musica? Io no, non ne sono capace…”.

Come ben sai ti seguo da molti anni e mai ho notato un attimo di stanca nelle tue composizioni che, a mio avviso, hanno una sorta di andamento narrativo come se volessero prendere per mano l’ascoltatore portandolo da un punto non meglio definito in un altro punto altrettanto non definito ma di straordinaria fascinazione. Quanto c’è di vero in queste mie sensazioni?

“Quando mi è sembrato di non essere in grado di dire qualcosa che, almeno per me, potesse essere interessante, mi sono fermato: c’è tanta bella musica già esistente che bisogna avere un certo coraggio per proporne dell’altra. E, rispetto alla produzione di molti jazzisti, la mia è decisamente limitata, ma regolarmente non riesco a resistere al bisogno di esprimermi attraverso le note. Le tue sensazioni sono corrette: cerco di instaurare un dialogo, sia con i musicisti che eseguono la mia musica sia con chi l’ascolta, attraverso percorsi spesso tortuosi, con episodi magari contrastanti fra loro, per evocare qualcosa che ognuno potrà interpretare secondo la propria personalità ed esperienza”.

E parliamo adesso dello “strumento” di cui ti servi per esprimere le tue idee: la big band. Con quale criterio scegli i musicisti che ne fanno parte, ti affidi solo a un ‘concetto’ musicale o cerchi anche una qualche affinità umana, una sorta di “idem sentire”?

“Ci sono molti elementi che concorrono: il talento musicale, la capacità tecnica, la disponibilità a mettersi in gioco in situazioni fuori dagli standard, ma anche il lato umano, che è sfociato in questi anni in un forte sentimento di calda amicizia e nel desiderio di fare delle cose insieme. Il tipo di musica che propongo vorrebbe stimolare tutti ad andare oltre a quello che si è fatto fino a quel momento, o comunque a cercare di percorrere strade nuove”.

C’è qualche modello orchestrale cui ti riferisci anche se, ad onor del vero, faccio fatica ad individuarne uno ben preciso?

“Sai che non lo so? Forse a tutti, cercando di trovare una via per uscirne…”.

Che importanza, che ruolo gioca l’improvvisazione nei tuoi concerti e quindi nei tuoi album?

“Sono due momenti molto differenti. In ogni caso (credo di averlo già fatto notare in passato) cerco di fare in modo che le parti scritte sembrino improvvisate e che le improvvisazioni siano il completamento logico ed emozionale di quelle. Questo è uno dei motivi della mia scelta di avere spesso improvvisazioni a più voci, che dialogano e interagiscono, creando una complessa composizione istantanea all’interno del brano. Le improvvisazioni sono comunque parte integrante delle composizioni”.

Quale di questi tre elementi – melodia, armonia, ritmo – ritieni più importante nella tua musica?

“Sono tutti ugualmente importanti, anche se in questi ultimi tempi sto approfondendo la ricerca di una poliritmia più accentuata. Ma a questi tre elementi aggiungerei il colore orchestrale”.

Ascoltando più volte “Two Ships…” il brano che maggiormente mi ha colpito è stato sempre “A Thousand Twangling Instruments”; questo pezzo ha per te un significato particolare?

“È un tema che ho scritto molti anni fa e che, finalmente, sono riuscito a eseguire come pensavo dovesse essere eseguito. L’integrazione della batteria di Stefano Bertoli, delle percussioni di Tiziano Tononi e del tabla di Federico Sanesi è stata la chiave per arrivare a questo risultato. Ma anche tutti gli altri musicisti coinvolti hanno giocato un ruolo essenziale, ognuno con la sua voce personalissima – la somma di queste voci crea il suono dell’orchestra – sia negli insieme, sia nelle improvvisazioni: in questo caso di Vincenzo Zitello, Sandro Cerino e Niccolò Cattaneo”.

A cosa attribuisci il fatto che oramai i grossi mezzi di informazione quasi non si occupano più di jazz?

“Qualcuno ha definito il jazz come la musica di una minoranza destinata a una minoranza. E le minoranze non fanno audience. Poi, cosa è, o cosa dovrebbe essere, il jazz? Dal mio punto di vista – ed è per questo che ho scelto il jazz come espressione – dovrebbe essere qualcosa di continuamente in movimento, alla ricerca di strade nuove, di nuovi modi di espressione. Dovrebbe rappresentare un approfondimento di temi e pensieri di origini totalmente diverse per arrivare a un risultato complessivo originale. Ma è sempre così? Ed è comodo per i mass media?”.

Internet, a parte indubbi meriti, è comunque diventato una sorta di ricettacolo per chiunque voglia misurarsi con la scrittura e la critica musicale in particolare. Di qui un profluvio di castronerie difficile da arginare. Cosa pensi al riguardo?

“Basta non leggere oltre, appena ti accorgi che c’è qualcosa che non torna. D’altra parte, è molto difficile limitare la libera espressione, in rete, anche se questo porta a una proliferazione di fake news. Tuttavia, purtroppo, proprio le bufale raggiungono livelli notevoli di lettura e apprezzamento. Ci vorrebbe un vaccino specifico, ma temo che anche in questo caso nascerebbe un movimento no-vax”.

Cosa pensi di due fenomeni sempre più presenti nel nostro panorama: cantanti, anche famosi, di musica leggera che ripresentano le loro composizioni con una venatura di jazz; la presenza di pop-star nei festival jazz, pop star cui spesso è affidata o l’apertura o la chiusura di tali manifestazioni.

“Business e audience: ti dice qualcosa?”.

Guardandoti attorno sia in Italia sia nel mondo quali sono i “nuovi” musicisti che più ti affascinano?

“Confesso di essere fondamentalmente interessato ai musicisti che suonano la mia musica. So che non è la risposta che ti aspetti, ma davvero sono affascinato da come, tutti, rispondono agli stimoli che cerco di passare loro. Ne ho ricordati sei, poco fa, ma lasciameli ricordare tutti, perché ognuno, con le sue specifiche caratteristiche stilistiche e il suo suono, è essenziale nella costruzione del sound orchestrale complessivo, oltre che per gli interventi improvvisativi. Gianpiero LoBello, grande prima tromba; Alberto Mandarini, raffinatissimo alla tromba e al flicorno; Mario Mariotti, che ha firmato il suo primo assolo in questo album; Paolo De Ceglie, ecco un giovane che promette molto bene; Luca Begonia, con il suo trombone acrobatico; Stefano Calcagno, che man mano sta trovando il suo spazio; Enrico Allavena, un altro giovane promettente; Gianfranco Marchesi, la base solida su cui poggiano gli altri tromboni; Giulio Visibelli, che esce prepotentemente con due assoli memorabili; Andrea Ciceri, entrato subito nello spirito di questa musica; Rudi Manzoli, che troverà più spazio in futuro (l’ha già trovato in concerto); Giberto Tarocco, polistrumentista estremamente duttile; Luca Gusella, solista elegante e raffinato; Emanuele Parrini, voce indispensabile sia negli insieme sia dal punto di vista solistico; Filippo Rinaldo, il più giovane, ma già con una personalità notevole; Gianluca Alberti, in un libero dialogo continuo con orchestra e solisti”.

Che tipo di musica ascolti?

“Pino Candini, molti anni fa, mi ha definito “onnivoro”. Ti basta se ti dico che tendo ad ascoltare soltanto buona musica?”.

Quale, per te, il rapporto tra il jazz e le altre arti?

“È variato molto negli anni, anche perché il jazz ha vissuto periodi completamente diversi fra loro. Certamente può ispirare opere visive: ci sono opere di mia figlia Allegra, le “Immagini Retiniche”, che hanno la stessa immediatezza di una improvvisazione jazzistica; e non è casuale che io le abbia chiesto di poterle utilizzare per le copertine dei miei album. D’altra parte, Giorgio Gaslini aveva paragonato alcune mie composizioni a tele di Pollock piuttosto che di Rothko o di Klee. Poi c’è la poesia, e personalmente ho avuto la fortuna di musicare bellissime poesie di Stash Luczkiw e Lou Faithlines. Ma qui il discorso diventerebbe molto lungo, perché bisognerebbe analizzare che cosa si intende davvero per poesia”.

Oggi, musica a parte, viviamo un periodo storico particolarmente difficile e impegnativo. Quale pensi debba essere il ruolo del musicista – e in particolare del jazzista – nella società di oggi?

“Mantenere in vita un senso poetico, che mi sembra piuttosto assente in gran parte della vita di ogni giorno, stimolando una partecipazione attiva e una comunicazione fra artisti e pubblico. È qualcosa cui il jazz, per le sue peculiarità, mi sembra particolarmente vocato”.

Se dovessi tornare indietro nel tempo, c’è qualcosa che non rifaresti?

“Qualcosa che non ho fatto”.

Il tuo sogno nel cassetto?

“Riuscire a fare un ciclo di concerti con questo gruppo di musicisti straordinari: qualcosa che giustifichi sessioni di prove più lunghe di un pomeriggio in cui si deve fare anche il sound check”.

Gerlando Gatto

Francesco Branciamore: dalla batteria al piano solo

Francesco Branciamore si è affermato, nel corso degli ultimi anni, come uno dei più originali e preparati batteristi del pur variegato panorama jazzistico nazionale. Non a caso il suo curriculum è ricco di prestigiosi riconoscimenti e di preziose collaborazioni con artisti di assoluto livello internazionale quali, tanto per fare qualche nome, Lee Konitz, Evan Parker, Barre Philips, Ray Mantilla, Keith Tippet, Pier Favre, Paul Rutherford, Michel Godard,  Enrico Rava, Gianluigi Trovesi, Enrico Intra, Eugenio Colombo, Paolo Fresu… Senza trascurare le numerose musiche scritte per spettacoli teatrali e cinematografici nonché i tanti album registrati a partire dal 1987.

Insomma quel che si dice un artista maturo, completo, capace di esprimersi compiutamente. Eppure questa dimensione evidentemente stava stretta all’artista siciliano che, abbandonata l’oramai comoda veste di drummer, fa il gran salto e si presenta al pubblico e alla critica cambiando strumento: eccolo quindi incidere in piano solo «Aspiciens pulchritudinem» per la Caligola.

In repertorio nove pezzi, tutti scritti da Francesco, di durata variabile dal minuti e mezzo a tre minuti, con una ottima presa di suono che esalta lo splendido Steinway a disposizione dell’artista.

Nove brani ispirati dalle parole di Charlie Haden sull’essenza della musica riportate nella copertina dell’album “Voglio allontanare le persone dalla bruttezza e dalla tristezza che ci circondano ogni giorno e portare musica bella e profonda a quante più persone posso”.

Ed in effetti ascoltando l’album si avverte una precisa sensazione: il desiderio dell’artista di lasciarsi trascinare dalle emozioni, di camminare ad occhi chiusi sulla strada suggerita dagli stati d’animo del momento. Di qui un’atmosfera soffusa, profondamente intimista; di qui un pianismo oserei dire delicato, senza alcuno sfoggio di tecnica, ma funzionale all’espressività; di qui una ricerca della linea melodica che caratterizza tutti i brani, alcuni soffusi da una evidente melanconia (“Saudade”).

Particolarmente apprezzato, da parte del vostro cronista, il pezzo dedicato al trio EST del compianto Esbjörn Svensson (“Thinking to EST”).

Questa nuova impresa di Francesco Branciamore sarà presentata il 20 settembre nella sala concerti dello splendido Palazzo Nicolaci di Noto, a metà novembre presso la Libreria Feltrinelli di Messina e quindi all’Auditorium della sede Rai di Palermo.

Gerlando Gatto