REPORTAGE MORONI – LA BARBERA – GOMEZ AL LECCO JAZZ FESTIVAL

Dado Moroni, Eddie Gomez, Joe La Barbera

Un altro bellissimo reportage della nostra Daniela Crevena.
Siamo al Lecco Jazz Festival , martedì 11 luglio.
Sul palco un trio pazzesco. Il progetto è “KIND OF BILL”
Loro sono:

Dado Moroni, pianoforte
Eddie Gomez, contrabbasso
Joe La Barbera, batteria

Daniela Crevena era lì per noi e ci racconta con le sue foto un concerto bellissimo. La musica, ve lo diciamo sempre, si ascolta anche guardando. E qui di foto ce ne sono tante, e bellissime.







PETER ERSKINE AND THE Dr. UM BAND a Lecco Jazz Festival 2017

Jazz per immagini per i nostri lettori con il ritorno delle bellissime foto di Daniela Crevena. La musica si ascolta anche guardando!

Al LECCO JAZZ FESTIVAL sul palco Peter Erskine e la sua DR. UM BAND.

Peter Erskine and the Dr. UM Band

Lecco, 27 luglio 2017
Piazza Garibaldi
Ore 21
John Beasley, tastiere
Benjamin Shepherd, basso
Peter Erskine, batteria
Bob Sheppard, sassofono

Peter Erskine

Benjamin Shepherd

Peter Erskine, Bob Sheppard

Peter Erskine

Benjamin Shepherd

Benjamin Shepherd

Benjamin Shepherd

John Beasley

Peter Erskine

Peter Erskine

Benjamin Shepherd

Bob Sheppard

 

Bob Sheppard

Peter Erskine

Peter Erskine

Peter Erskine

 

U.T. Gandhi & Coleto Blues Syndicate: nasce il cd in una serata di festa

Foto di Gabriele Tiso

Agriturismo Tonutti, Tavagnacco, Udine
30 giugno 2017, ore 18:30 fino a notte fonda

Patrizio Forgiarini Coleto voce
U.T. Ghandi betteria
Giorgio Pacorig Fender Rhodes
Emiliano Visentini basso.
Paolo Rovere chitarra.
Stefano Natali chitarra
Marco Furlan percussioni

Puntata seconda, il giorno è arrivato: il sogno si avvera. La cover band U.T.Ghandi & Coleto Blues Syndicate registra il suo primo album per Artesuono, del mago dei suoni Stefano Amerio.
Se non sapete di cosa io stia parlando, potete leggerlo qui.
Arriviamo all’ Agriturismo Tonutti che il tutto è in fase di allestimento. U.T. Ghandi monta il palco, controlla la logistica, Stefano Amerio ha tutti i device in funzione, i microfoni sono già piazzati. Si allestiscono le luci, e gli effetti speciali. C’è tutto: il proiettore di immagini, la Mirrorball e anche gli sparafiamme. Per terra i tappeti, gli amplificatori e i monitor sono sistemati.
Il tempo è buono ma a tratti incerto: si montano gli ombrelloni per riparare le attrezzature in caso di pioggia.
Io ed Ermanno Basso, leggendario produttore della CAM Jazz, sistemiamo 50 sedie, ma il cortile è capiente, ci sono anche i tavoli dove sarà possibile mangiare e bere le specialità offerte dalla famiglia Tonutti, proprietaria dell’Agriturismo dove tutto, a febbraio, è cominciato, con la festa per il decennale dell’ apertura dell’attività.
Arriva Claudio Filippini, che era ad Udine al conservatorio in un giorno di esami, e ha deciso di partecipare al concerto: magari suonerà il Rhodes in qualche brano anche lui.
Sono pronti anche gli anelli – gadget fatti con la parte metallica dei tappi degli innumerevoli prosecchi prodotti da Tonutti stappati in passato: in vendita per beneficenza.
Il concerto è previsto in due set: uno preparatorio alla registrazione, e poi il live vero e proprio. Si comincerà alle 18,30: arrivano i musicisti, sound check d’obbligo, e dopo poco comincia ad arrivare gente. Molta gente.
E puntuale, minuto più minuto meno, la musica comincia.

The thrill is gone parte e si crea subito l’atmosfera che si era creata a febbraio: il groove della batteria di Ghandi, le chitarre di Paolo Rovere e Stefano Natali,  il basso di Emiliano Visentini, il pianoforte di Giorgio Pacorig sono lì con il loro sound e la loro energia pazzeschi, le percussioni di Marco Furlan enfatizzano con eleganza . E la voce di Patrizio Forgiarini Coleto è quella: no, non sbagliavo nel mio precedente articolo. Ho scritto il giusto. Questa sarà anche “solo” una cover band ma suonano di brutto, trascinano, fanno musica, e durante questo primo set, che è quasi una prova generale, continua ad arrivare gente. “E’ la vostra band!!” esclama sorridendo sornione Forgiarini, ironico ma anche sinceramente pieno di entusiasmo, e cominciano gli applausi, le incitazioni ai musicisti. La batteria di Ghandi macina, il basso è lì che tesse le trame di blues, rock, pop, senza mai un’incertezza, mentre le percussioni aggiungono un timbro fondamentale.
Si arriva al break e i musicisti si disperdono tra la gente, siamo almeno in 300: si beve, si assaggiano le specialità che Marzia e Marco Tonutti hanno predisposto per l’occasione, si stappano bottiglie si ride, si parla e… si riprende la musica.

Da adesso in poi siamo nel live vero.

L’impianto luci è a mille, si alza il fumo di scena, sul palco vengono proiettate immagini psichedeliche, la mirrorball gira e la U.T. Ghandi & Coleto Blues Syndacate suona per un’ora di fila, con la voce pazzesca di Forgiarini che non si capisca come faccia a non incrinarsi mai, nonostante la fatica di cantare con quel timbro graffiante, e potente: la risposta è che Forgiarini Coleto è un cantante autentico, interprete di livello, la voce la sa usare, e i componenti della band, come lui, riescono a tenere il confronto con Giorgio Pacorig e Ghandi, che i musicisti lo fanno di mestiere, così come con Claudio Filippini, che sale sul palco dando temporaneamente il cambio a Pacorig improvvisando senza aver mai provato con loro nemmeno un minuto: gli comunicano il titolo del pezzo in scaletta e lui parte come un treno,  come se niente fosse.

St. James Infirmary, The Spy, I got the blues, Honky Tonky Woman, i brani si susseguono con un’energia che non è solo quella intrinseca alla musica e ai brani scelti per l’occasione. E’ l’energia della felicità di esserci: che accomuna musicisti e il pubblico, che continua ad arrivare.

Tra introduzioni suggestive, assoli avvincenti, crescendo inarrestabili, una voce potente e graffiante, dialoghi con il pubblico irresistibili, applausi, fischi di approvazione, entusiasmo, e le fiammate degli sputafiamme come in un vero concerto rock si arriva a Money on the pocket di Zawinul, con una sorpresa: un testo scritto da Patrizio Forgiarini Coleto che è una delizia, e tra il groove pazzesco e la poesia surreale di quelle parole la serata termina (come musica) e continua fuori dal palco per ore, ancora, in una festa lunghissima. Con tutta la gioia che ha riunito per questo vero e proprio evento quasi quattrocento persone, felici di esserci insieme a musicisti felici di suonare. Il cd uscirà e chi vi scrive avrà l’onore di scriverne le liner notes. Io c’ero, e anche per me è stata una serata indimenticabile.


Il testo di “Money on the pocket”? Eccolo
Come un’ape volo qua e là
Ogni fiore è casa mia
Nei tuoi colori mi son perso già
Forse è meglio, vado via
Ma ad un tratto penso 
Non ce la faccio senza te…. (continua) (il resto lo ascolterete quando avrete tra le mani il cd)

Guida all’ascolto con Gerlando Gatto e Silvia Manco

Officine San Giovanni, martedì 20 giugno 2017

Silvia Manco, pianoforte e voce

La stagione delle Guide all’ascolto di Gerlando Gatto, prima della pausa estiva, si chiude in bellezza con la pianista e vocalist Silvia Manco, che sceglie di presentare un programma di standard classici, con una caratteristica: tutti i brani selezionati sono armonicamente complessi, o hanno costituito per il mondo del Jazz una novità, un passo in avanti rispetto al passato.
A Silvia Manco dunque piace il Jazz cosiddetto “mainstream” ma piace anche sottolinearne aspetti musicalmente non privi di (bellissime) asperità.
Nelle Guide all’Ascolto la particolarità e quella di poter godere di musica dal vivo intervallata da interventi competenti e anche divertenti ed accattivanti che quella musica non solo spiegano, ma anche contestualizzano.


Non è cosa di tutti i giorni poter ascoltare Old Devil Moon in versione live, cantata con voce profonda e pianoforte swingante, per poi conoscerne la storia, i motivi del raggiunto successo, e dopo poter godere anche magari della versione strumentale di Ahmad Jamal. O Lush Life di Billy Strayhorn nella versione intima, garbata e intensa che ha scelto di eseguire Silvia Manco per poi venire a scoprire che l’autore si arrabbiò moltissimo con Nat King Cole, reo a suo dire di aver stravolto il brano in una sua esecuzione, che a noi alle Officine San Giovanni non è sembrata così disdicevole: lo sappiamo perché Gerlando Gatto dopo averci raccontato l’aneddoto ce l’ha fatta anche ascoltare. Nothing like You, altro brano complesso e affascinante, o Midnight Sun, brano modernissimo di Lionel Hampton. o I’m Hip – “mamma mia questo brano ha mille parole!” – esclama Silvia Manco per poi snocciolarlo con ironia e disinvoltura – si susseguono tra aneddoti e chiacchiere che rendono il pomeriggio un’occasione preziosa per ascoltare, conoscere e divertirsi piacevolmente con il Jazz.


E poi con l’occasione Gerlando Gatto presenta anche il suo libro, edito da Kappavu – Euritmica, “Gente di Jazz – interviste e personaggi dentro un festival jazz“, da poco presentato con successo al Salone del Libro di Torino. Interviste a Jazzisti (con le bellissime foto di Luca D’Agostino) che l’autore ha incontrato negli anni durante il Festival Udin&Jazz. Ventitre jazzisti italiani e internazionali (Bollani, Fresu, D’Andrea, Rava, Battaglia, Bearzatti, Petrucciani, Rubalcaba, Solal, Tyner, tanto per citarne alcuni) che rappresentano un vero e proprio interessante ed istruttivo viaggio nel Jazz.
Le Guide all’Ascolto riprenderanno dopo l’estate e Gerlando Gatto ci sta già lavorando. Silvia Manco chiude questo primo ciclo con grazia, eleganza e bravura.
Ci rivediamo a settembre!

ALBA JAZZ 2017: il gran finale con Mauro Ottolini e Sousaphonix


Foto di Carlo Mogavero

Piazza Michele Ferrero, ore 21
Mauro Ottolini, Sousaphonix – The Bix Factor

Mauro Ottolini: trombone
Roberto De Nittis: piano organo toy piano
Paolo Botti: viola, dobro.
Danilo Gallo: contrabbasso
Zeno De Rossi: batteria
Paolo Degiuli: cornetta
Guido Bombardieri: sax alto e clarinetto
Stefano Menato: sax tenore e clarinetto
Vincenzo Vasi: theremin, voce, e varie
Stephanie Ocean Ghizzoni: voce e voodoo
Vanessa Tagliabue York: voce

Il divertimento è una cosa serissima, nella musica, specialmente in una band di undici elementi che suoni il Jazz degli anni 20: per divertire con il Jazz bisogna avere una sezione fiati compatta e coordinatissima negli obbligati, nei background e negli assoli, che sia precisa negli attacchi e che percorra tutte le dinamiche possibili come se niente fosse. Bisogna che ci sia un violinista che suoni anche qualche strumento a corda.
Ci vuole una batteria swingante all’inverosimile, un contrabbasso che sottolinei e che costruisca un continuo tessuto di suoni ritmico armonici senza lasciare mai da sola l’orchestra. Ci vogliono almeno due cantanti che non sappiano solo cantare ma che abbiano comunicativa e feeling con i musicisti e con il pubblico. Se poi c’è anche un cantante e rumorista che delinei un’atmosfera giocosa o fantastica o drammatica questa cosa del divertimento serissimo si concretizza come nel caso dei Sousaphonix.



E allora tenuto conto che il divertimento è una cosa seria, va da sé che divertirsi è un lusso che, almeno qualche volta, tutti noi dovremmo poterci permettere: il lusso ad esempio di una melodia romantica e struggente senza avere il pensiero di apparire poco evoluti o poco intellettuali. O il lusso di un’orchestra ridondante di suoni, che ci strappi per una volta dagli sfibranti progetti in duo ai quali ci siamo dovuti abituare obtorto collo e dal loro minimalismo forzato, una di quelle orchestre che sappiano fare tutti i tipi di ritmi, dallo swing al latin al valzer.
Il lusso di brani fischiettati e di mille rumori creati dal rumorista con enormi basette bianche, dalla voce bellissima, e che ha un tavolino pieno di oggetti colorati dai suoni assurdi. E il lusso di essere incitati a battere le mani da una cantante vestita da maga dagli occhi verdissimi e dalla voce potente che danza sul palco, o ancora di ascoltare una vocalist in smoking dalla voce cristallina che evochi atmosfere di un tempo passato.

E ancora bolle di sapone, coriandoli, lustrini, teschi infuocati, turbanti, conchiglie, riti voodoo, brani haitiani e da ballo, virus da neutralizzare televisioni da spegnere, ruggiti, miagolii e fumo.
Alba Jazz undicesima edizione inaugura il suo secondo decennio chiudendo il festival con una festa in piazza all’insegna del divertimento più folle, suonato molto seriamente da musicisti eccellenti, capeggiati da quell’artista poliedrico istrione trombonista Mauro Ottolini. Forse la festa di chiusura più bella di questi undici anni! Auguri ad Alba Jazz e all’ eroica Associazione che si è concessa ed ha regalato alla città tutta il lusso di una serissima e giocosissima orchestra.

 

ALBA JAZZ 2017: la seconda serata con Tingvall Trio

Foto di Carlo Mogavero

Piazza Michele Ferrero, ore 21
Tingvall Trio

Martin Tingvall: pianoforte
Jurgen Attig: contrabbasso
Jurgen Spiegel: batteria

Piazza Ferrero, dopo la serata afrocubana di Omar Sosa, diventa europea ospitando Tingvall Trio: Jazz dalla Germania, leader del gruppo il pianista Martin Tingvall, svedese.
Tingvall Trio si accredita, leggendo in giro, come Jazz melodico, quasi un pop jazz. E per noi italiani “jazz melodico” e “pop jazz” possono essere definizioni attraenti, da un lato, perché sbaragliano quella sensazione che il Jazz debba essere un difficile genere di nicchia per pochi adepti: dall’altro però risultano anche un po’ insidiose, perché portano alla  mente i molti progetti un po’ dolciastri che girano qui e là, e che con il Jazz hanno ben poco a che fare.
La piazza è ancora una volta gremita e il concerto comincia: e io inizio da subito a rivedere il concetto di “Jazz melodico” che ho evinto dai comunicati stampa che riguardano Tingvall Trio. Ma c’è da rivedere anche il labile concetto di “Jazz nordico” (pianista svedese), sul quale io stessa non saprei cosa dire (non ho mai approfondito la questione, perché il mio approccio con la musica è ben poco schematico). In generale, ad istinto, poiché non mi sono mai occupata di schemi, il cosiddetto “Jazz nordico” lo si dovrebbe immaginare introspetivo, solenne, evocativo, e, almeno io, nella mia innata rozzezza, penso in maniera totalmente banale alla neve, al bianco, al silenzio e via dicendo attraverso stereotipi dei quali io stessa sono spesso vittima, pur senza tenerne conto, devo dire a mia discolpa, perché quando vado ad un concerto o ascolto un disco mi metto lì e ascolto senza cercare paragoni, e, confesso, senza documentarmi per niente, volutamente però.
Martin Tingvall ha un suo stile che si chiarisce anche nell’ambito di un solo concerto: non certo perché sia ripetitivo. Ma perché ha un suo linguaggio e un suo approccio, molto personale, e che è tutt’altro che “melodico” , o per lo meno tutt’altro che soltanto melodico.


La melodia è certamente presente, specialmente negli incipit, nelle introduzioni. Ma è, diciamo così, l’incidente da cui si parte per poi ritrovarsi in mezzo ad esplosioni di volumi, di ritmo, di interazione con gli altri che posso definire sgargianti, intense, febbrili, quasi incandescenti.
Non che manchino sezioni scritte, talvolta il pezzo è costruito anche con parti omoritmiche o addirittura unisoni tra uno strumento e l’altro: trapela sempre la conoscenza ferrea della musica, anche dal punto di vista compositivo. Si parte da lì, ma il brano poi diventa un’altra cosa: la melodia persiste, ma sotto forma di accordi poderosi doppiati da entrambe le mani, e da lì si arriva ad un’improvvisazione spesso simultanea di pianoforte, batteria e contrabbasso.
Pochi assoli, piuttosto il crescendo di tutti in un’espressività che cerca (e trova) un impatto totalmente emotivo con il pubblico, basato su ritmi spesso adrenalinici, su una velocità irrefrenabile e su volumi che diventano considerevolmente alti. Il risultato però non è mai confusionario, scomposto, ma direi possente, trascinante e sempre cristallino, limpido, intellegibile.

Intellegibile, è la prima chiave: forse per questo Tingvall Trio si autodefinisce “melodico”. Forse per melodico si intende “empatico”, forse si intende appunto che la melodia è un importante punto di aggancio – anche perché tra quegli accordi possenti, quel duetti con il contrabbasso ostinato, o con la batteria che batte in un 4/4 velocissimo TUTTI i sedicesimi senza fermarsi mai, il tema melodico trapela, sempre.
Tingvall Trio è un organismo unico, viene anche da descriverlo come entità unica, come sta accadendo a me in queste righe: per tutto il concerto è come ascoltare un unico strumento poliedrico, una sorta di “concerto Tingvall Trio solo”.
Le ballad sono espressive e talvolta persino malinconiche, con assoli belli di contrabbasso e pianoforte, ma prevedono anch’esse una loro cospicua dose di energia: ove questa sia basata non su volumi “sparati”, ma piuttosto intensi, pieni, e densi di pathos.
Pathos è la seconda chiave, da associare a intellegibile. Un modo di esprimersi (attraverso il ritmo, le dinamiche spesso basate su contrasti forti, gli accordi anche dissonanti, l’andamento simultaneo in crescendo) che impatta in maniera forte e benefica su chi ascolta. Niente di esile né volatile, ma anche niente di ostico: è un linguaggio comune che chi ascolta ritrova in sé stesso, un modo di esprimersi aperto e cristallino che tutti noi vorremo riuscire ad utilizzare, forse.

Ecco dunque rivisitati i concetti di “melodico”, “nordico” o anche soltanto “europeo”. Il Jazz è Jazz, esiste, ed esistono i Jazzisti.
Ieri sera ad Alba c’è stato un bellissimo ed inusuale concerto di Jazz.

Stasera si va in Inghilterra: da lì partirà altro Jazz, ad opera di Moses Boyle, batterista, giovanissimo in ascesa. Ma ne parleremo domani! Con parole ed immagini.