ALBA JAZZ: The Art of Quartet

Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

Il sabato, terzo giorno di Festival, è destinato tradizionalmente qui ad Alba alla “serata evento”, se così si può dire, e comincia sempre nel pomeriggio con la marchin’ band che fa ballare tutta la città. E’ un appuntamento, quello con P – Funkin Band irrinunciabile, contagioso, che crea l’atmosfera giusta e coinvolge anche chi il Jazz non lo segue, non lo conosce, e non lo aveva preventivato nella sua giornata.

Il concerto obiettivamente più atteso è quello previsto alle 21:30 in piazza Michele Ferrero, che vede protagonisti The Art of the Quartet, ovvero Kenny Werner, Peter Erskine, Benjamin Koppel e Johannes Weidenmuller.
La sera è fresca e tersa, la piazza gremita e il direttore artistico Fabio Barbero piuttosto emozionato annuncia l’inizio del concerto.

The Art of the Quartet

Kenny Werner, pianoforte
Benjamin Koppel, sax
Johannes Weidenmuller, contrabbasso
e
Peter Erskine, batteria


Il concerto si apre con Iago, di Werner. Un brano fluido, in forma di bossa, imperniato sul dialogo gentile tra sax e piano, in cui la batteria è essenziale, morbida, il flusso sonoro uniforme. L’assolo di batteria di Erskine avviene soltanto sul rullante, da sommesso si intensifica fino a tornare alla bossa iniziale.

Si procede con Haway. Un latin veloce, in cui Werner al pianoforte esprime tutto il suo potenziale ritmico, oltre che melodico, ripartendoli rispettivamente sulla mano sinistra e sulla mano destra, specialmente durante l’assolo.
Quando si arriva alla Fuga (Fugue) parte il contrabbasso di Weidenmuller, segue la batteria percossa con i mallet ed il tema viene introdotto dal sax di Koppel: il pianoforte lo segue quasi parallelamente, contrappuntisticamente, come avviene nelle fughe: ma la valenza è anche lirica, il tema ha una sua intensità melodica che viene esaltata da un crescendo di intensità in cui prevale il clima generale sugli intrecci tra le voci: Erksine passa alle bacchette, il contrabbasso diventa ribollente, il sax lacerante, fino a quando non si arriva al solo di batteria leggero, quasi un frullio di ali. E’ un brano molto teso, quasi una suite, con sospensioni armoniche, episodi in pianissimo che disgregano il rigoroso disegno del contrappunto per poi ritornarvi.

Sukiyaki è una melodia semplice, dolce, cantabile, che viene presentata da Kenny Werner, cui segue all’unisono il sax. E’ tutto essenziale, il contrabbasso che segna i quarti, la batteria al minimo con le bacchette solo sul charleston ottavi e sedicesimi, il pianoforte che accenna senza affondare: la resa è tutt’altro che volatile, l’intensità notevole, l’effetto inaspettato.
I brani si susseguono uno dopo l’altro con la piazza incantata, in silenzio, ad ascoltare un concerto intenso e allo stesso tempo denso di sottigliezze tutt’altro che “ornamentali”. Fino al bis, Easy to Love di Cole Porter: il tema all’unisono tra sax e pianoforte, che si tramuta nelle frasi spezzate del sax con il pianoforte che è quasi una eco, la continuità di sottofondo garantita da Erksine, e il tema che riemerge sul walkin bass di Weidenmuller.
Un attimo di silenzio dopo l’ultima nota e la piazza torna a terra con un applauso fragoroso: e anche io.


L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un concerto incantevole, uno di quei concerti in cui i musicisti decidono di stupire il pubblico non con esibizioni muscolari di tecnica (e dire che i numeri li avrebbero), gigioneggiamenti per attrarre l’attenzione, trovate ad effetto per accalappiare la piazza, che, essendo il concerto ad ingresso libero, non è necessariamente esperta o appassionata di Jazz.
La musica di Werner, Erskine, Koppel e Weidenmuller ha letteralmente avviluppato il pubblico con un poetico  sottrarre, scegliere l’essenza, presentare la delicatezza e allo stesso tempo l’intensità in un range di colori scelti per mostrare la bellezza dei particolari con la pennellata quella incisiva, quella unica che però significa, colpisce, emoziona. E che è quella, nelle arti figurative, dei grandi pittori, che scelgono e ti regalano IL tratto che poi innesta una reazione emotiva che ti fa immaginare e sognare il resto: tu partecipi a quell’opera d’arte.
Ognuno di questi musicisti lavora per esaltare ciò che fanno gli altri sul palco.

Devo dire che io amo molto lo strumento batteria. Ascoltare Peter Erskine dal vivo è una esperienza emozionante.
Il suo assolo di batteria su Hawai è uno dei più belli che io abbia ascoltato: cassa, charleston e rullante, dolci, ipnotici, senza strafare ma talmente poetici da attirarti irrimediabilmente per andare a cercare, istintivamente, il segreto di quella attrazione.
“Sembra che stia prendendo un tè” mi dice piano Franco Truscello, il fotografo ufficiale del festival, stupito, come me, da tanta leggerezza: ma non è una leggerezza che abbia valore in sé.  Non c’è una legge per cui nel Jazz abbia valore assoluto la leggerezza. E’ che Erksine ha una tale padronanza (e un tale amore) per il suo strumento, e per i suoni che immagina, da riuscire a fare cose difficilissime facendole sembrare semplici. Non ha bisogno di attirare l’attenzione dicendo “guardate quanto sono bravo” ma la attira dicendo “ascoltate cosa voglio dire con la mia musica. Ascoltate quante cose belle esistono nei suoni, passando da zero a cento per tutte le sfumature possibili”. Ascoltarne i fraseggi, l’andamento, è benefico, è curativo per l’animo.

“La batteria è uno strumento facile da suonare… male” mi ha detto una volta un grande batterista italiano.
Ha ragione. Ed è veramente raro vederla suonata in un modo così poetico, espressivo, emozionante.

Qui sotto il sound check di un concerto memorabile, negli scatti di Daniela Crevena.

Roma torna ad essere la capitale del jazz!

Non chiedetemi il perché: non lo so. Fatto sta che inopinatamente, nonostante i mille problemi che affliggono la città, Roma si presenta all’appuntamento con l’estate quale vera capitale del jazz. Sono davvero tante le iniziative dedicate alla musica afroamericana che si svolgeranno nella Capitale, alcune davvero di eccellente livello.

Roma, Auditorium Parco della Musica 18 06 2018 foto Musacchio & Ianniello

E partiamo con una struttura prestigiosa che, dopo vari mesi di assoluta inattività, torna prepotentemente alla ribalta. Lunedì 18 giugno, introdotta da un breve assolo di Danilo Rea, è stata presentata alla stampa la riapertura della Casa del Jazz nel cui parco il primo luglio parte la stagione estiva, la prima sotto la gestione della Fondazione Musica per Roma e all’interno della rassegna Estate Romana. Il parco di Villa Osio diventa così il palcoscenico ideale di una fitta programmazione di proposte originali, grandi concerti e spettacoli dal 1° luglio al 5 agosto in collaborazione con IMF Foundation e I Concerti nel Parco.

In particolare la Casa del Jazz ospiterà la 42esima edizione del Roma Jazz Festival, lo storico e prestigioso festival diretto da Mario Ciampà, che dopo 12 stagioni autunnali all’Auditorium Parco della Musica ritorna in estate con gran parte della programmazione alla Casa del Jazz. “Jazz is Now“ è il titolo di questa edizione che vuole trasmettere il sound attuale di una musica che non teme l’usura del tempo. Venti concerti con grandi stelle italiane e internazionali del jazz si susseguiranno alla Casa del Jazz con protagonisti Enrico Rava/Danilo Rea Duo (1.07), Pietropaoli – Zanisi – Paternesi Wire Trio (8.7), Ottolini – Bearzatti Licaones (9.7), Camille Bertault Trio (11.7), Tony Allen (13.7), Giovanni Guidi – Fabrizio Bosso (15.7), The Freexielanders (18.7), Randy Weston (19.7), Corey Harris (22.7), Vijay Iyer Sextet (23.7), Dee Dee Bridgewater (24.7), Tanotrio feat. George Garzone e Leo Genovese (25.7), Paolo Fresu/Chano Dominguez Duo (26.7), Steve Coleman & Five Elements (27.7), Big Fat Band (29.7), Giuliani – Biondini – Pietropaoli – Rabbia “Cinema Italia” (30.7), NTJO New Talents Jazz Orchestra (31.7), Lizz Wright (2.8), Chansons! (3.8), Piji Siciliani (4.8), Swing Valley Band (5.8).

Ma la Casa del Jazz non sarà l’unica location del “Roma Jazz Festival”: così alla Cavea dell’Auditorium ci saranno il 7 luglio gli Snarky Puppy, il 14 Chick Corea Akoustic Band, il 16 luglio Stefano Bollani Quintet, il 20 luglio Pat Metheny; al Museo Maxxi sarà possibile ascoltare il 12 Tommaso Cappellato, il 21 Kamaal Williams Trio, il 1 agosto Sons Of Kemet; presso il Parterre Farnesina il 14 luglio si esibirà Oddisee & Good Company, il 16 luglio Knower, il 23 Cory Henry & The Funk Apostles, il 28 luglio Jungle Green.

Tornando alla Casa del Jazz, la struttura ospiterà per il terzo anno consecutivo un’altra manifestazione storica dell’estate romana, I Concerti nel Parco, giunta alla sua 28sima edizione dal titolo “Una casa bellissima” e diretta da Teresa Azzaro. Tredici eventi, molte produzioni originali, in prima assoluta o al loro debutto romano e molte date uniche, in esclusiva in Italia; una programmazione di grande prestigio, sempre più multidisciplinare ed eterogenea, che ospita grandi nomi del parterre nazionale ed internazionale. Molti progetti speciali e giovani talenti italiani e stranieri che mettono in campo nuove idee per lo spettacolo dal vivo.

Tra i protagonisti: Graham Nash (2.7), Joey Alexander (3.7), Gio Evan (4.7), Monica Molina (5.7), Player2 Orchestra (6.7), The Black Blues Brothers (10.7), Paolo Cevoli e Quartetto Saxofollia (12.7), Claudia Gerini e Solis String Quartet (14.7), Suzanne Vega e Gerry Leonard (16.7), Avion Travel (20.7), Filippo Timi e Giuseppe Albanese (21.7), Teresa Salgueiro (28.7), Flamenco Tango Neapolis (1.8).

Da settembre riprenderanno le attività principali della Casa del Jazz quali la didattica, la divulgazione, la formazione e la promozione del jazz in tutte le sue forme oltre ovviamente alla programmazione concertistica Riaprirà anche il prestigioso studio di registrazione per riprendere le attività di produzione discografica. Verranno inoltre dedicate attività specifiche per i bambini e i giovani, concerti, spettacoli e attività di formazione. Così a maggio scorso è stato siglato un protocollo d’intesa tra la Fondazione Musica per Roma ed il Conservatorio di Santa Cecilia per sviluppare alla Casa del Jazz una collaborazione nei settori dell’Alta Formazione musicale, della formazione di base, della ricerca e della promozione e produzione artistica.

Sempre a maggio si è formata presso la Casa del Jazz la nuova Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti (ONJGT) sotto la direzione di Paolo Damiani, ensemble che raccoglie undici tra i migliori talenti emersi in Italia e che presenta un organico inusuale con due voci femminili e un violino, oltre a fiati e sezione ritmica. Questo pregevole organico presenterà il 17 luglio il progetto “Oscene rivolte” che porterà in tour nelle più importanti città italiane per poi ritornare alla Casa del Jazz a registrare il suo primo disco.

Il 22 settembre inoltre la Casa del Jazz ospiterà uno degli appuntamenti del festival “Una striscia di terra feconda”, festival franco-italiano di jazz e musiche improvvisate, che vedrà protagonisti nella prima parte il pianista François Coutorier in un concerto in solo in prima nazionale e nella seconda parte i musicisti italiani, in residenza con il trombettista Mederic Collignon, Camilla Battaglia (voce), Andrea Molinari (chitarra), Rosa Brunello (contrabbasso), Perla Cozzone (pianoforte), tutti vincitori del Concorso Nazionale in collaborazione con l’Institut Français Italia, l’Ambasciata di Francia in Italia, MiDJ e SIAE.

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Ma, come si accennava in apertura, il “Roma Jazz Festival” non sarà l’unica occasione di ritrovo per gli appassionati di jazz. Fra le altre iniziative c’è da segnalare “L’ISOLA DI ROMA JAZZ & BLUES” che si svolgerà dal 4 Luglio al 17 Agosto presso l’Isola Tiberina. La rassegna vedrà la partecipazione di artisti da ogni parte del mondo, come il talentuoso ventenne russo Alexandr Misko, a ben ragione considerato il genio del percussive fingerstyle guitar solo (il 4 Luglio). L’ 8 luglio sarà la volta della pianista giapponese Chihiro Yamanaka e il suo “Electric Female Trio”. Mercoledì 11 Luglio a mio avviso uno degli avvenimenti più importanti dell’intera stagione romana: saliranno sul palco della Grande Arena Carla Bley con Andy Sheppard (sax) e Steve Swallow (basso). Si tratta di artisti che hanno fatto la storia del jazz e che, specie per quanto concerne la Bley, non è usuale ascoltare nella Capitale.  Il 18 invece si esibirà la band statunitense The Bad Plus, dal groove trascinante.

Il 25/7 l’Africa si impossesserà del palco: i Songhoy Blues, quattro ragazzi del Mali, proporranno brani Blues, R&B e Raggae nella lingua della loro terra.

Il mitico sassofonista Kenny Garrett suonerà col suo quintetto il 31 luglio mentre martedì 7 Agosto, si alterneranno sul palco Dick Halligan, storico pianista dei Blood Sweat & Tears, al piano solo, e la “Giancarlo Maurino’S Evidence”, condotta dal noto sassofonista italiano.

A chiudere la rassegna, Atrio, Dumbo, Station e Modular, testimoni delle nuove generazioni del crossover Jazz.

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Intanto dai primi del mese è in corso di svolgimento, nella splendida cornice di piazza Garibaldi, con una vista ineguagliabile sulla Città Eterna, la seconda edizione di “Gianicolo in Jazz” che, sotto la sapiente regia del nuovo direttore artistico Roberto Gatto, andrà avanti fino al 14 settembre. Variegato il programma che prevede artisti di assoluto rilievo internazionale e giovani talenti che possono così trovare l’occasione di far conoscere le proprie potenzialità. Tra gli appuntamenti più importanti il 27 giugno   il vocalist e chitarrista Mark Hanna; il 10 luglio il duo Javier Girotto sax e Natalio Mangalavite piano; il 15 luglio il Paolo Damiani Santa Cecilia Jazz Ensemble con Daphne Nisi voce, Francesco Fratini tromba, Andrea Molinari chitarra, Fabio Sasso batteria e Paolo Damiani contrabbasso e composizioni; il 18 “The Italian Trio” con Dado Moroni piano, Rosario Bonaccorso contrabbasso e Roberto Gatto batteria; il 24 “The Hidden Side” con Rosario Giuliani sax, Alessandro Lanzoni piano, Jacopo Ferrazza contrabbasso e Fabrizio Sferra batteria; il 7 agosto Tandem, ovvero Fabrizio Bosso tromba e Julian Mazzariello piano; il 15 Seamus Blake al sax, accompagnato da Roberto Tarenzi piano, Gabriele Evangelista contrabbasso e Roberto Gatto batteria; il 21 un quartetto di classe con Peter Bernstein chitarra, Dario Deidda basso, Alessandro Lanzoni piano e Roberto Gatto batteria; il giorno dopo Enrico Rava Quartet completato da Domenico Sanna piano, Dario Deidda basso e Roberto Gatto batteria; il 29 Enrico Pieranunzi piano, Rosario Giuliani sax, Luca Fattorini contrabbasso e Marco Valeri batteria; il 4 settembre Maurizio Giammarco “Syncotribe”, ovvero Maurizio Giammarco sax, Luca Mannutza organo e Enrico Morello batteria; il 9 il duo, Rita Marcotulli piano, Israel Varela batteria e voce.

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Un’altra manifestazione in corso di svolgimento è quella che si svolge in un’altra splendida villa della Capitale: la terza edizione del Village Celimontana, rassegna organizzata dal Cotton Club che si protrarrà fino all’8 settembre. Media-Partner della rassegna Radio Montecarlo, la radio italiana che offre maggiore spazio al jazz. Molto spazio ai giovani talenti italiani ma anche appuntamenti di rilievo internazionale: la “Carta Bianca” ad Enrico Pieranunzi sarà una tre giorni dedicata al grande pianista che salirà sul palcoscenico del Village Celimontana presentando due nuovi dischi, domenica 17 giugno in duo con una star emergente, il contrabbassista danese Thomas Fonnesbeak, mercoledì 4 luglio con un concerto in piano solo e giovedì 5 luglio in quintetto con ospite il sax di Rosario Giuliani.

Tra gli altri italiani degni di attenzione le esibizioni – tanto per citare qualche nome –  di Massimo Morriconi, Ellade Bandini, Nico Gori, Lorenzo Tucci, Stefano Sabatini, Gianni Oddi, Giorgio Rosciglione, Riccardo Biseo, Stefano Sabatini.

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Infine La Scuola Popolare di Musica di Testaccio presenta “Le vie del jazz”, concerti suonati e raccontati dai protagonisti del jazz romano attraverso sei lezioni-concerto.

Un’occasione per ascoltare le varie “anime” del jazz e le molteplici culture che, partendo dal blues e dalla musica di New Orleans, hanno nel tempo influenzato questo linguaggio fino a renderlo una sorta di esperanto musicale.

A rendere possibile l’iniziativa sono i musicisti che fanno base a Roma, tra i quali alcuni insegnanti della Scuola Popolare di Musica di Testaccio come Roberto Nicoletti, Gaia Possenti, Sonia Cannizzo, Simona Bedini e Ludovico Piccinini. Oltre a noti musicisti che, nella scuola, si sono nel tempo formati: Gabriele Coen, Giulia Salsone, Antonella Vitale, Luca Monaldi e oltre ancora a tutti i musicisti che con la scuola hanno più volte incrociato la propria strada per concerti, incontri, stage…

Durante gli incontri si toccheranno le varie influenze: dal rock-pop alle musiche del mondo, a Giuseppe Verdi in chiave gipsy/swing, alla canzone italiana in chiave swing, per finire con un approfondimento sulla musica di Thelonius  Monk e sul trombone.

Ogni incontro prevede una parte illustrativa curata dal relatore e una parte di concerto.

Gerlando Gatto

 

 

L’afflato del jazz rivitalizza sette “Borghi Swing”

Coniugare la musica di qualità con le eccellenze eno-gastronomiche e artigianali del nostro Paese: questo l’obiettivo di Borghi Swing, il nuovo progetto ideato e promosso da I-Jazz, l’associazione che riunisce alcuni tra i più noti e seguiti festival jazz italiani, con il sostegno del MiBACT. La manifestazione è stata presentata alla stampa specializzata nel corso di una conferenza stampa svoltasi venerdì 15 giugno nella Capitale.

Ad animare il progetto saranno sette Festival Jazz che si svolgono lungo tutto lo stivale in altrettanti Borghi particolarmente significativi per le loro caratteristiche storiche, paesaggistiche e culturali e che, da giugno ad agosto, ospitano una programmazione di eventi che include concerti di musica jazz, pop e world music; iniziative artistiche e culturali con visite guidate al patrimonio storico; percorsi nella natura ed escursioni in mare; viaggi nei sapori alla scoperta dell’enogastronomia locale. Tra gli artisti coinvolti grandi nomi del panorama nazionale come Stefano Cocco Cantini, Luigi Martinale, Daniele Dagaro Trio… e molti altri. Ma ci sarà spazio anche per le contaminazioni musicali e per grandi artisti internazionali come David Helbock, Johannes Bär, Andreas Broger, Robert Glasper, Terrace Martin, Christian Scott, Derrick Hodge, Justin Tyson, Taylor McFerrin, Ingrid Jensen, Jeremy Pelt, Aaron Parks. Dato il tenore ella manifestazione non possono mancare realtà musicali fortemente legate al territorio d’origine: Coro di voci bianche del Teatro Regio di Torino e del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino, il BargaJazz Ensemble, la BargaJazz Orchestra, l’Udin&Jazz Big Band.

The Licaones

Robert Glasper

Ma entriamo più nello specifico e vediamo quali sorprese ci riservano i Borghi, richiamati in rigoroso ordine cronologico.

A dar fuoco alle polveri, quasi in contemporanea, la Toscana e il Friuli Venezia Giulia. In particolare dal 20 al 24 giugno a Vicchio si volgerà “ETNICA”, manifestazione che tra l’altro punta a rafforzare l’identità culturale attraverso attività di interazione con vecchie e nuove comunità del territorio. Dal punto di vista musicale da segnalare l’apertura con il concerto di Danilo Rea e Gino Paoli mentre la chiusura sarà affidata ai “Fankoff” che festeggiano il loro XX anniversario ospitando Karima.

Fankoff

Mauro Costantini Bus Horn Band

Dal 22 al 24 giugno, il borgo di Marano e la sua suggestiva laguna ospitano la speciale apertura del Festival Udin&Jazz 2018 #takeajazzbreak, con questa nuova manifestazione, volta a scoprire e valorizzare il borgo marino con un’offerta culturale-musicale di alto profilo. Il progetto artistico, costruito ad hoc per valorizzare una significativa espressione del panorama jazzistico del Friuli Venezia Giulia, coinvolge anche nomi affermati della scena nazionale, come la storica formazione dei Licaones con Francesco Bearzatti, Mauro Ottolini, Oscar Marchioni, Paolo Mappa (24/6 h 20.30 Piazza Aquileia), Claudio Cojaniz, che proporrà un suggestivo  concerto per piano solo all’alba nella Riserva naturalistica Canal Novo (24/6 h 5:00), il progetto di Fantin-Zaninotto-Colussi dedicato a Thelonious Monk con il featuring del chitarrista americano Russ Spiegel (24/6 Piazza Savorgnan h 19:00).

A seguire, dal 6 all’8 luglio, in Piemonte, per l’esattezza a Bagnolo Piemonte e Racconigi (CN) si svolge “JAZZ VISIONS”. Un progetto che Luigi Martinale, direttore artistico della manifestazione racconta così: “Sin dalla prima edizione della rassegna abbiamo scelto come sede dei nostri concerti il meglio che ogni realtà coinvolta potesse offrirci: teatri, parchi, castelli, ma anche aziende che si trasformano per un giorno in sala da concerto. Il progetto Borghi Swing ci ha permesso di portare jazz, arte contemporanea ed eccellenze enogastronomiche nella piccola rocca medievale del Castello Malingri di Bagnolo Piemonte e nel maestoso Castello di Racconigi, una della grandi regge sabaude del territorio”.

Dal 7 luglio al l’11 agosto è in programma a Locorotondo, in provincia di Bari, il “LOCUS FESTIVAL” dedicato prevalentemente alle sonorità contemporanee. Così tra gli ospiti più attesi R+R=NOW, uno speciale dream-team con Robert Glasper, Terrace Martyn,Christian Scott, Derrick Hodge, Justin Tayson e Tayylor McFerrin. Altro attesissimo artista afroamericano del momento è Moses Sumney, mentre Rodrigo Amarante è californiano di adozione ma è un grande della musica brasiliana,

Moses Sumney

Dopo la singola data dell’8 luglio dal 17 al 25 agosto si svolgerà “Barga Jazz”; personalmente conosco questa manifestazione molto molto bene avendone curato l’ufficio stampa nelle primissime edizioni (e siamo negli anni ’80). Si tratta di un progetto che ha conservato negli anni tutta la sua validità dal momento che ha dato la possibilità a molti giovani di esprimere le proprie potenzialità di arrangiatori.

Dal 23 al 29 luglio si svolgerà a Fara in Sabina (RI) il “FARA MUSICA FESTIVAL”; di sicuro spessore il concerto conclusivo: Aaron Parks Trio with Kendrick Scott e Matt Brewer.

Infine dall’8 al 30 agosto è in programma a Diamante, in provincia di Cosenza, il “PEPERONCINO JAZZ FESTIVAL” manifestazione che ha oramai raggiunto una sua meritata notorietà grazie alla valenza dei programmi che nel corso degli anni sono stati presentati. “Il Peperoncino Jazz Festival – dichiara il direttore artistico Sergio Gimigliano – è una rassegna che coinvolge più di trenta località calabresi, sparse tra le cinque province, e racconta i luoghi di interesse storico e paesaggistico attraverso episodi concertistici d’eccellenza”.

Gerlando Gatto

ALBA JAZZ 12′ Edizione: TRIO ELF

Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

Piazza Michele Ferrero, ore 21:15

TRIO ELF
Walter Lang: piano,
Peter Cudek, contrabbasso
Gerwin Eisenhauer, batteria

Già al sound check ci rendiamo conto che il concerto sarà particolare: il pianoforte è posizionato in modo che il pianista dia le spalle alla batteria. Walter Lang spiega che lui mentre suona vuole sentire sulla schiena le vibrazioni della batteria.

Il concerto comincia e la nostra sensazione viene confermata da un sound che ad un Festival del Jazz non è usuale incontrare. La batteria simula una drum machine: sequenze ritmiche seriali, metronomiche, che si dipanano in linee piuttosto lunghe.

Il pianoforte è modificato elettronicamente e presenta un tema semplice, un po’ world music, un po’ hip hop, un po’ new age. Il contrabbasso è a dir poco essenziale. Sembrerebbe a dirla così un’atmosfera quadrata, definita, e invece un po’ di tensione sonora c’è. Piano piano i suoni si sciolgono e da seriali diventano più liberi: la batteria diventa batteria acustica, il contrabbasso moltiplica le note e complica il disegno melodico ritmico, il pianoforte diventa acustico,  si improvvisa. Poi gradatamente si ritorna allo schema iniziale, quello seriale, elettronico, ripetitivo, ipnotico.

Si passa ad un brano ispirato al rap, ma seza rap: MC Wrec. L’intro è della batteria, cadenzata, seriale anche in questo caso, quadrata, leggera. Gli stop time appaiono ad intervalli regolari,
Eisenhauer stoppa i ride con decisione matematica. Fino a quando non entrano pianoforte e contrabbasso e l’atmosfera si scioglie, si entra in un mood più jazzistico e improvvisato, in cui il pianoforte si espande liberamente, la batteria produce non più schemi rigidi ma dialoga con il pianoforte, mentre il contrabbasso rimane strenuamente lì a reggimentare quella momentanea dissennatezza. Gradatamente si ritorna a volumi più tenui, e a quella delicata drum machine con cui si era aperto il pezzo.



Dança da Fita è una danza in 5: il pianoforte comincia nel registro acuto e quasi sembrerebbe un carillon, fino a quando la batteria inusuale di Eisenhauer non entra in scena. Il carillon si tramuta in una piccola orchestra da ballo, gioiosa, divertente, dal pianoforte leggiadro e deflagrante a un tempo: la danza si conclude ad alto volume con un imponente fill di batteria finale.

Con Tripolis ecco ancora il pianoforte dai suoni distorti, la batteria ridiventa “digitale”, il contrabbasso viene suonato con l’archetto.
Si delinea e si intraprende una linea ritmico timbrica ben definita, la si persegue, la si sfrutta. Glli incisi si distaccano formalmente dalle strofe, assestandosi su una timbrica acustica, per poi tornare alla drum machine e al pianoforte dai suoni elettronici. Fino ad un finale che prende il via con un crescendo in progressione cromatica ascendente: la batteria continua ostinatamente nel suo mood seriale: l’effetto è a dir poco straniante.


Si prosegue con 746: e gli stessi ELF ci spiegano che il titolo è dovuto che il ritmo è in 7/4 ma la melodia in 6. Io ve lo dico per dovere di cronaca!
La batteria produce dei frullii d’ala, con i mallet sui piatti. Il contrabbasso suona un ostinato in 7/4. Il pianoforte produce rumori di strofinio sulle corde della meccanica e poi piccoli grappoli di note, fino a che non appare un piccolo tema melodico. Segue un secondo episodio con l’unisono del pianoforte e del contrabbasso che prelude alla destrutturazione, in pochi battiti, dell’andamento precedente. Si improvvisa. Si va avanti così. Si termina.

Un brano di sapore brasiliano, dal ritmo di bossanova sotteso, dalle armonie accennate, essenziale e giocoso, non senza momenti intensi per volume ed armonia, crea una piccola isola sonora esotica. Alla batteria si aggiunge il tamburello del pianista, Walter Lang.

E ancora Hammer Baby Hammer, un alternarsi continuo di pianoforte martellante fitto, sul registro grave, granitico di ottave parallele, e momenti più fluidi, leggeri timbricamente .
Il bis è una cover: The man machine dei Kraftwerk. Il tema al pianoforte, il contrabbasso e la batteria omoritmici, un andamento rigoroso cadenzato, irregimentato, momenti di improvvisazione, niente silenzi, poche pause, quasi ipnotici.

L’ IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Divertenti, inusuali, coinvolgenti, simpatici, comunicativi. Musica acustica che riproduce musica elettronica. Il Jazz che appare all’improvviso dopo lunghe sequenze seriali ripetitive che stupiscono perché davanti hai uomini e non apparecchiature. Un concerto finalmente nuovo e inaspettato: si dia atto al direttore artistico Fabio Barbero del coraggio di aver portato sul palco un gruppo sconosciuto qui in Italia e assolutamente non allineato: scelta ripagata dal pubblico in piazza. Divertirsi con musica di ottimo livello si può!

Qui sotto, gli scatti di Daniela Crevena dal sound check in piazza Michele Ferrero




 

ALBA JAZZ 12′ EDIZIONE: Diego Pinera 4tet


Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA
La foto della mostra fotografica è di FABRIZIO CIRULLI

Assisto a molti concerti, un po’ ovunque, bellissimi, meno belli, in posti prestigiosi e meno battuti. Ma ci sono Festival in cui io, che scrivo di musica per passione, mi trovo con gente che organizza quattro giorni di eventi mossa dalla stessa mia passione. Il mio fine è scrivere. Il loro fine è portare il piazza il Jazz. Uno di questi festival è Alba Jazz.
Assisto ad un “dietro le quinte” che non è poi così “dietro le quinte”, perché tutto avviene davanti agli occhi di tutti: il direttore artistico Fabio Barbero, gli amici dell’associazione Alba Jazz, i volontari, i figli dei volontari, per quattro giorni ma in realtà da molto prima, sono in fermento e organizzano tutto, ma proprio tutto, rimediano agli imprevisti, corrono a prendere cose che mancano all’ultimo momento, recuperano gli artisti all’aeroporto con le proprie macchine, allestiscono i banchetti con i gadget che permettono di autofinanziarsi, cercano e trovano gli sponsor, che evidentemente, se da anni intervengono, è perché Alba Jazz è ritenuto un evento positivo per la città.
Alba Jazz non fa guadagnare un euro agli organizzatori: ma di certo fa guadagnare la città in cultura.
Destinare le proprie risorse personali sulla musica senza avere nient’altro in cambio oltre che la gioia di veder realizzato il sogno che ci si proponeva è ammirevole, e mostra che a volte, a muovere le cose, non sono solo gli interessi economici.
Il sogno degli appassionati di Alba Jazz è questo festival in piazza, aperto a tutti, veramente a tutti, a ingresso libero, con musica scelta dopo un anno di ascolti attenti e condivisi. E bisogna dare atto a Fabio Barbero che sul palco di Alba Jazz praticamente sempre abbiamo incontrato sul palco almeno un gruppo che in Italia non aveva mai suonato prima, almeno un nome internazionale, almeno un gruppo italiano. Progetti diversi per diversi gusti, con la volontà oltre che di divertirsi anche, rischiando, di far conoscere, apprezzare, incontrare artisti di ogni genere.

Quest’ anno ad Alba, all’Oratorio della Maddalena è stata anche organizzata una mostra fotografica, in collaborazione con l’associazione Alec. Obiettivo: Alba e il Jazz è una mostra importante, che racchiude dieci anni di Alba Jazz visti da cinque fotografi che questo festival lo conoscono bene e lo hanno seguito, ognuno con il suo obiettivo, con la propria sensibilità, e, anche in questo caso, con la propria passione. I fotografi sono Roberto Cifarelli, Fabrizio Cirulli, Daniela Crevena, Carlo Mogavero e Franco Truscello. Cinque foto a testa e la storia di Alba Jazz in un percorso affascinante nella percezione della musica in immagini. Venticinque foto dalle quali trapela l’atmosfera che si respira qui ad Alba, attraverso gli artisti ritratti. Il vero protagonista ritratto è il Festival in questi 12 anni.

Alba Jazz 2018 si apre con un concerto inedito in Italia.

Piazza Cagnasso, Mercato Coperto, ore 21

DIEGO PINERA 4TET Despertando

Diego Pinera, batteria
Tino Derado, pianoforte
Omar Rodriguez Calvo, contrabbasso
Julian Wasserfurh, flicorno

Diego Pinera è un giovane batterista uruguaiano che vive in Germania da anni, e che ha un nutrito curriculum artistico e anche un prestigioso premio all’attivo come miglior batterista in Germania. Dunque a salire sul palco è uno strumentista eccellente, con una padronanza tecnica assoluta del suo strumento. Con lui tre musicisti altrettanto performanti, che volentieri si prestano, già dai primi minuti, ad assecondarne l’energia, esplosiva, e l’innegabile comunicativa.
Il gruppo esegue standard e anche musica originale, con varianti ritmiche spesso previste in tempi dispari e con un sottofondo latin che trapela senza mai prendere il sopravvento.
Il concerto comincia con assolo di batteria di Pinera: un ostinato della cassa sul quale si sovrappongono e si sommano via via, in sequenza altre cellule ritmiche ostinate, poliritmiche, in contrasto. Si moltiplicano e si sovrappongono, come mattoncini sonori, fino ad arrivare naturalmente ad uno spessore massimo, che da quel momento ricomincia a destrutturarsi fino a riassottigliarsi e tornare al solo ostinato della cassa. Un piccolo capolavoro tecnico, ispirato a Max Roach, che prelude al primo brano in trio.

Il brano è Last tango in Paris, di Gato Barbieri, ed è il contrabbasso (con arco) di Rodriguez Calvo ad introdurlo, non senza lirismo: poi tocca al pianoforte di Derado ereditare questa melodia così intensa, e Derado da quel momento non la molla mai, pur destrutturandola, nemmeno durante il solo di contrabbasso, nemmeno durante la progressiva trasformazione del linguaggio verso un latin sempre più esplicito, non solo ritmicamente, ma anche dal punto di vista del linguaggio, soprattutto pianistico.

Si passa a Caravan, in 11/8: adrenalinico, velocissimo, ricco di frasi (ritmiche – melodiche) ripetute a loop, anche contemporaneamente tra tutti gli strumenti. Il flicorno di Wasserfuhr è tanto fedele nell’esporre i temi quanto torrenziale nell’improvvisazione. Le sue note ribattute diventano battiti incalzanti della batteria.


Si prosegue con un brano coltraniano, poi si approda a St.Thomas, di Sonny Rollins, eseguito in 9/4. Il quartetto procede coinvolgendo il pubblico, anche perché il suono di ognuno è potente ma la coesione è innegabile.
Gli obbligati sono ad effetto, si ascolta più di un eco afrocubano, gli stop con ripresa improvvisa di una precisione quasi disarmante.

Non mancano le ballad, delicatamente rese con una particolare cura per i temi melodici, per una timbrica complessiva morbida ma sonora per il tessuto armonico pieno e soffuso: in questo senso Vulnerability è particolare, con quella oscillazione tra un accordo di maggiore e quello costruito al semitono sotto ma in modo minore, il tutto a ritmo quasi di milonga.
Il bis è dedicato a Wayne Shorter e al suo Footprint, in chiave afrocubana, in un crescendo di energia, applauditissimo.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un concerto divertente, coinvolgente ed energico.
Diego Pinera possiede una creatività notevolissima. Sa modulare molto bene il potenziale deflagrante dei suoi battiti e dello strumento, qualità che io ritengo fondamentale per poter definire davvero bravo un batterista. Si diverte, è comunicativo, e tiene perfettamente le fila di un quartetto composto di musicisti che hanno una spiccata personalità: in questo caso sono sidemen, ma si percepisce in ogni momento il loro spessore di solisti.
Il tocco del pianista Tino Derado, infatti, mi è parso particolare. Mi è piaciuto molto il modo cristallino di esporre i temi, ma anche la nettezza dei suoni, degli accordi, della definizione ritmica, oltre che la capacità di essere duttile e fluido in un dipanarsi veloce di episodi anche completamente contrastanti tra loro.
Omar Rodriguez Calvo ha un suono tondo, pieno, e sa essere granitico nei momenti più adrenalinici e ritmici e melodico, cantabile, a volte persino poetico nelle ballad e nei (pochi) momenti meno “tecnici” della performance.
C’è un ma. Nonostante Pinera sia giovane, talentuoso, ferratissimo tecnicamente, il suo Jazz non potrei definirlo davvero innovativo, a meno di non ritenere che l’eseguire St. Thomas in 9/4 sia un’innovazione: è uno sfizio, è anche divertente ascoltare quel quarto in più, è una sfida che i suoi musicisti accolgono con bravura, è interessante seguire lo spostamento di tutti gli accenti o quella battuta in più che ti fa attendere la ripresa del tema lasciandoti in tensione. Ma questo non esprime nulla di più che il saper attuare l’idea di eseguire uno standard in 9 invece che in 4. Forse (ed è l’unico appunto che posso fare ad un gruppo pressoché ineccepibile) dovremo aspettare che Pinera si liberi della voglia di mostrare tutta la sua bravura perché emergano le sue doti di musicista, che ci sono, e si intravedono: e che prima o poi supereranno quelle, strepitose, di strumentista.


EDE: Zanisi – Gallo – Baron alla Rassegna Da Maggio a Maggio

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La foto è di Marc Maggio

Rassegna “Da Maggio a Maggio
Sabato 26 maggio ore 20:30
Laboratorio Pianoforti Marc Maggio

EDE
Enrico Zanisi, pianoforte e synth modulare
Danilo Gallo, basso elettrico
Ermanno Baron, batteria

Comincio con il dire che qui a Roma ci sono tanti posti dove ascoltare musica. Auditorium, teatri, club più o meno piccoli, bar, spazi all’aria aperta che ora a primavera cominciano ad animarsi, dunque c’è da scegliere.
Ma io stessa non sapevo che esiste un Laboratorio per la riparazione, e anzi, la cura, dei pianoforti, nel cuore del quartiere Pigneto. E’ il laboratorio di Marc Maggio, tecnico accordatore restauratore di pianoforti, ed è sito in via Giovanni De Agostini 19.
Quando entri senti l’odore caratteristico che chiunque abbia varcato la soglia di un negozio di pianoforti conosce benissimo, e ti trovi in un grande spazio, saturo (naturalmente) di pianoforti, a coda, mezza coda, verticali, un verticale è persino nel bagno.
Marc Maggio con il batterista Marco Calderano hanno inventato, in questo spazio fascinoso e inusuale, un piccolo festival del Jazz, “Da Maggio a Maggio” di tre giorni, a maggio, appunto. Il primo concerto venerdì 25 maggio, con Marco Calderano, AntiHero. Il secondo sabato 26 maggio con EDE, Euristic Data Exchange e l’ultimo il 28 maggio con Stefano Calderano Playin’ Rice.

Sono stata al secondo concerto, quello di EDE, ovvero Enrico Zanisi, pianoforte e synth modulare, Danilo Gallo, basso elettrico, Ermanno Baron, batteria.
EDE oltre che acronimo dei nomi dei musicisti è anche acronimo di Euristic Data Exchange:“un processo euristico di ricerca sonora, scambio di dati estemporaneo, istintivo e intuitivo,il suono come obiettivo finale. Le partiture si ottengono in dirittura d’arrivo
La Treccani ci spiega il termine euristico così: “in matematica, procedimento, qualsiasi procedimento non rigoroso (a carattere approssimativo, intuitivo, analogico, ecc.) che consente di prevedere o rendere plausibile un risultato, il quale in un secondo tempo dovrà essere controllato e convalidato per via rigorosa.”
Resi doverosamente noti gli intenti del gruppo, doverosamente vi dico che raramente, andando ad ascoltare un gruppo che non conosco, mi documento sull’intento dichiarato del gruppo stesso: preferisco ascoltare e documentarmi alla fine, quando cerco le parole per descrivere la musica, vedere cosa di quell’intento mi è arrivato, cosa io ho capito, e SE ho capito, e se non ho capito, perché .

Ho preso posto in quella sala così profumata di legno, corde, feltrini, e dopo una lezione di Marc Maggio sul funzionamento della meccanica del pianoforte, ho ascoltato un’ora di musica completamente improvvisata, dal primo all’ultimo minuto. Come da intento dichiarato, ma io non lo sapevo: una ricerca estemporanea di una strada sonora comune. Chi guida? Non c’è un pilota in particolare: si improvvisa, ma con la sicurezza di chi il mezzo lo conosce così bene da potersi permettere (e godersi) ogni tipo di evoluzione.
Vi descrivo, sperando di essere fedele a ciò che è accaduto, i primi minuti di questo concerto inusuale, sperando di non essere troppo tecnica, o pedante: ma occorre per dare un’idea della musica. E poter poi approdare nel mio amato spazio “L’impatto su chi vi scrive” per poter parlare delle mie personalissime sensazioni a riguardo.

Dal synth di Zanisi parte un suono lungo, persistente, acuto, che fende l’aria. Baron percuote con bacchette di metallo ciotole di metallo, l’effetto è di campanelli, l’atmosfera è rarefatta. Poco dopo il basso di Danilo Gallo introduce un bicordo che risolve in una nota unica, quasi una tonica. Questo schema bicordo/nota unica prosegue, e i suoni si susseguono aumentando in velocità. Le due note del bicordo si slegano e la sequenza diventa un ostinato di tre note. Il synth aumenta gli effetti. La batteria intensifica i battiti, il tessuto sonoro complessivo prima piuttosto dilatato si addensa. Il basso diventa incalzante, e si assesta sul registro grave. Appare il suono del pianoforte: con una cellula melodica reiterata che comincia su una ampiezza di una nona, per poi restringersi ad una sesta. Il basso elettrico lo doppia con lo stesso andamento ritmico. La batteria ne carpisce il groove e decodifica il tutto dal punto di vista ritmico.
Questo andamento dura qualche decina di secondi, fino a quando il basso procede ascendendo cromaticamente con note ribattute: ma queste via via si diradano. Rallentano gli impulsi e si ritorna gradualmente alla rarefazione sonora dell’inizio. Riappare quella nota persistente del synth con cui tutto era cominciato, ma il basso ricomincia cantando una piccola melodia pentatonica…..
Mi fermo. Perché sono accadute mille altre cose, e questi sono soltanto i primi otto nove minuti. E gli stessi musicisti, se leggeranno questa descrizione, penseranno che sono impazzita, perché il loro procedere era completamente istintivo, anche se non casuale: l’istinto non è mai casuale. Dubito, in pratica, che possano ricordare così precisamente cosa hanno suonato.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

In un concerto tutto di musica improvvisata estemporaneamente ciò che conta, a mio parere, è proprio l’impatto su chi ascolta.
Per ascoltare bene un concerto come questo, secondo me è fondamentale abbandonare i propri rassicuranti riferimenti e lasciarsi avvolgere dai suoni. Su di me una performance come quella di EDE può avere un potere evocativo ed immaginifico molto forte, una volta abbandonati i miei riferimenti usuali (centri tonali, strutture, cadenze, il jazz, il free jazz, il jazz modale, la musica tradizionale e così via dicendo).
Ho dovuto solo cercare di sdoppiarmi concentrandomi e scrivendo (vedi sopra) cosa accadeva, ma mi sono ritagliata anche una metà della mia percezione lasciandola libera, perché volevo godermi quell’impatto emotivo. Per tutto il tempo ho assistito alla nascita improvvisa di suoni che erano ognuno causa del successivo, che a suo volta era effetto del precedente, e ancora, causa del successivo, mi si perdoni la spirale: ma è ciò che è accaduto.
Mi sono trovata in giardini fiabeschi, quando Zanisi insisteva reiterando piccoli arpeggi nel registro acuto del pianoforte, sottolineati dal basso, che cantava libero, e da Baron con i suoi suoni di campane. Poi ho assistito ad un sisma sotterraneo, quando Danilo Gallo si è aperto in un suono grave, lavico, profondo, da far vibrare le pelli della batteria, che è diventata a sua volta secca, insistente, potente. E’ stato un tintinnio di ciotole a fermare quel sisma, quasi richiamando all’ordine il basso, e costringendolo a suoni sempre più diradati.
Talvolta i suoni volatili del synth mi sono sembrati aria pulita. Un momento quasi parossistico placatosi gradualmente mi ha evocato il navigare placido in un fiume di suoni, improvvisamente inscritti in un centro tonale, con un susseguirsi di accordi (quasi) comprensibili: ma oramai io i miei rassicuranti riferimenti li avevo abbandonati , e decodificarli non mi è sembrato così importante. Non li ho analizzati e così ancora non ho capito  come sia potuto accadere di trovarmi, alla fine, ad ascoltare El Choclo, sì, El Choclo, il tango. Mi sono affrettata a trascriverne le note nel mio taccuino per poter poi ricordare a me stessa quale titolo avrei dovuto ricercare. Era El Choclo: sono partita da una nota fissa di sintetizzatore e sono approdata ad un tango argentino.

Avvertenza: il prossimo concerto di EDE non sarà di certo uguale a questo.