A Chianciano Terme rinasce Banda Sonora

Banda Sonora

Foto di Michele Stallo

 

Meglio di così non poteva andare: è questa la prima considerazione che ci sorge spontanea nel momento in cui ci accingiamo a descrivere quanto accaduto durante la prima edizione di “Acqua e vino – Chianciano Terme – Music Jazz Festival” svoltasi dal 21 al 23 aprile.

Bisogna dare atto a Jonathan Giustini di aver posto in essere una macchina organizzativa ben funzionale e soprattutto di aver progettato una serie di eventi tutti di eccellente livello, dai convegni agli aperitivi musicali ai concerti di fine serata, tutti ad ingresso gratuito e tutti gratificati da una folta affluenza di pubblico; insomma tutto è filato liscio come l’olio, eccezion fatta per il freddo cane che ci ha funestati nella giornata inaugurale… ma siamo sicuri che Jonathan nelle prossime edizioni saprà risolvere anche questo problema.

Scherzi a parte la manifestazione si proponeva due obiettivi fondamentali: rilanciare le eccellenze del territorio e  ricordare a tutti gli appassionati di musica la meravigliosa avventura di “Banda Sonora”.

Ebbene i due obiettivi sono stati centrati alla grande: nella splendida cornice delle Terme di Sant’Elena, che nel passato avevano ospitato illustri artisti come Ella Fitzgerald e il Quartetto Cetra, si sono avvicendati giornalisti, esperti di settore e musicisti i quali hanno potuto godere del magnifico connubio rappresentato dalle acque termali e dal vino che rappresentano eccellenze del territorio di Chianciano Terme e più in generale della Toscana . Il tutto impreziosito da Arcicaccia che ha curato la parte culinaria offrendo agli astanti piatti tipici di cacciagione.

Ma veniamo alla cronaca delle tre giornate. L’ingrato compito di rompere il ghiaccio nel pomeriggio di venerdì 21 è toccato al vostro cronista che ha tracciato le linee principali della storia del jazz dalle origini al bebop. A seguire l’amico e collega Fabio Ciminiera ha presentato l’ultima sua fatica editoriale, “Aldo Franceschini. Un racconto musicale”, un agile volume che attraverso i ricordi di Franceschini personaggio storico del jazz pescarese e non solo, ripresi puntualmente da Ciminiera, inducono uno sguardo non banale tra passato, presente e futuro.

Sabato pomeriggio due incontri di grande interesse: il collega Paolo Prato ha svolto una relazione su un tema delicatissimo come il rapporto tra jazz e musica classica; con l’ausilio di supporti sonori Prato ha proposto una convincente lettura storica e critica dei molteplici sconfinamenti che i due generi hanno sperimentato e continuano a fare. Successivamente il giornalista e performer Maurizio Principato ha tracciato un ritratto di Frank Zappa, ritratto che però avrebbe meritato più tempo.

Domenica incontro con Antonio Ribatti direttore di Ah-Um Milano Jazz Festival, Simone Graziano pianista vice presidente Midj e Daniele Malvisi sassofonista, referente MIDJ Toscana.

Chiusa la parte dei convegni, ogni pomeriggio si è passati alla musica e qui abbiamo registrato la prima bellissima sorpresa: l’ascolto di Marco Massa che, per fortuna, si è esibito tutte e tre le giornate. Conoscevamo il cantautore milanese per averlo ascoltato in alcune registrazioni ma ammirarlo dal vivo è tutta un’altra storia. Marco, oltre ad essere dotato di una splendida voce e di una solida preparazione strumentale, ha una capacità di comunicare che davvero ti colpisce, ti emoziona. E la cosa straordinaria è che questo tipo di sensazioni riesce a trasmetterle non solo quando porge le proprie composizioni ma anche quando interpreta brani altrui con l’ausilio della chitarra: superlative le versioni di “Lazzari felici” di Pino Daniele e di “Quando ti ho vista” di Piero Ciampi. Marco riesce così a intavolare un vero e proprio discorso con il pubblico che lo segue con attenzione e si lascia docilmente trasportare in quel clima intimistico, raccolto in cui vena cantautorale e inflessioni jazzistiche si mescolano a creare un unicum irripetibile.

Nei pomeriggi del 22 e 23 a Marco Massa si è unito il duo Empatia (leggi Mafalda Minnozzi alla voce e Paul Ricci alla chitarra) che sono arrivati inaspettatamente a Chianciano prima di partire per una tournée di presentazione del loro ultimo album – “Coll Romantics” – che li porterà sino in Germania. Ed è stato un bel sentire ché l’entusiasmo della Minnozzi e la classe cristallina della chitarra di Paul hanno ancora una volta conquistato gli spettatori.

Sempre nel corso di questi “aperitivi” musicali abbiamo assistito ad alcune performances solitarie della contrabbassista Federica Michisanti la quale ha confermato quanto di buono avevamo percepito ascoltando il suo album “Isk” vale a dire una solida preparazione di base ma soprattutto la capacità di saper improvvisare pur suonando uno strumento che non si presta facilmente ad esibizioni solitarie.

Come si accennava in apertura, tutti e tre i concerti serali sono risultati di eccellente livello.

Venerdì si è esibito “On The Rock’s” un duo costituito da un’artista originaria della Toscana ma ben nota ed apprezzata a livello nazionale, Federica Zammarchi, e dal giovane e talentuoso tastierista Gianluca Massetti cui si sono uniti, per l’occasione, il polistrumentista (sax, clarinetto, flauto) e compositore Alessandro Papotto già con il Banco del Mutuo Soccorso e Federica Michisanti al contrabbasso-piccolo. Il nome del duo è quanto mai esplicativo in quanto il combo si muove lungo coordinate ben precise che ripercorrono in chiave jazz alcuni classici della storia del rock così come la stessa vocalist tempo fa ebbe modo di affermare: “il repertorio del genere (jazz) ha sempre attinto alla musica popolare amata dalla gente in un certo periodo storico: all’inizio era Broadway, poi gli stessi grandi utilizzarono musica “diversa” per riconquistare un pubblico che avevano in parte perso, si pensi ad Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan che cantarono i Beatles.” Di qui un sound trasversale , influenzato a tratti da gruppi europei come l’ Esbjörn Svensson Trio, a tratti da gruppi più propriamente rock come i King Crimson o da una vera e propria icona come David Bowie. Così in rapida successione abbiamo ascoltato “L’animale” di Battiato, “Heart Shaped Box” dei Nirvana, “Splendido splendente” della Rettori, “Enter Sandman” dei Metallica, l’immancabile “Space Oddity” di David Bowie (pezzo che aveva dato nel 2011 il titolo ad un album della Zammanchi ‘Jazz Oddity – A Power Jazz on David Bowie’s Music’), “Karma Chameleon” dei Culture Club, “Walking On Air” dei King Crimson interpretato in maniera assolutamente superlativa, “Time Is Running Out” dei The Muse, ancora un brano di David Bowie “After All”, “Ma che freddo fa” di Nada e “Barbie Girl” degli Acqua offerto come bis. Il duo ha suonato ancora una volta in maniera assai convincente con la Zammarchi, già voce degli Agricantus, ad affrontare partiture assai note rileggendole in chiave originale, ben coadiuvata da Gianluca Massetti di cui sentiremo parlare ancora a lungo. Il multistrumentista Alessandro Papotto, la cui classe era ben nota, si è inserito magnificamente nel contesto disegnato dal duo contribuendo non poco alla bella riuscita del concerto. Così come ha fatto la giovane Federica Michisanti nei pochi brani in cui è stata impiegata.

Sabato 22 aprile cambio totale di atmosfere con il Battista Lena Trio “rinforzato” dalla presenza di Enrico Rava special guest. Battista Lena rappresenta una delle vere eccellenze del jazz italiano, nonostante da tempo si sia ritirato in Toscana e le sue apparizioni live siano piuttosto rade. Eccellente chitarrista ma ancor di più raffinato compositore, Battista ha avuto un ruolo fondamentale nella buona riuscita del festival in quanto è stato protagonista di ben due serate su tre. Il sabato, come accennato, si è presentato in quartetto con Gabriele Evangelista al contrabbasso, Marcello Di Leonardo alla batteria e Enrico Rava con il quale Lena aveva a lungo collaborato negli anni scorsi: ricordiamo tra l’altro “L’opera va” (Label bleu 1992), “I cosmonauti russi” (Label bleu 2001). Facile, quindi, ritrovare l’intesa ed affrontare un repertorio variegato che comprendeva classici del jazz e composizioni originali del chitarrista. I quattro hanno suonato per oltre un’ora e mezzo, senza denotare un solo attimo di stanca, con la musica che scorreva fluida impreziosita sia dall’interplay totale che si è respirato sin dalle primissime note, sia dalla bravura dei singoli che non hanno disdegnato momenti di stimolante improvvisazione.

Domenica 23 aprile il momento clou del Festival, il concerto su cui, dal  punto di vista musicale, è stato costruito l’evento centrale: in questo 2017 ricorrono i venti anni di Banda Sonora, ovvero della Banda Bonaventura Somma di Chianciano Terme che nel 1997 incontrava il jazz, in una formula che avrebbe fatto storia. Nello stesso 1997 Battista Lena registra “Banda Sonora” per l’etichetta francese Label Bleu in un progetto che accomuna la Banda Bonaventura Somma ad alcuni dei massimi esponenti del jazz italiano quali Enrico Rava, Gabriele Mirabassi, Gianni Coscia, Enzo Pietropaoli, Marcello Di Leonardo. L’iniziativa ottiene un successo strepitoso: Banda Sonora viene replicato in numerosi festival europei e in Cina mentre il CD guadagna lo “Choc de la Musique” della rivista Lazzman e le “ffff” di Telèramà; nasce anche un film per la regia di Francesca Archibugi, “La strana storia di Banda Sonora”. Ebbene Jonathan Giustini ha avuto la brillante idea di riunire questa straordinaria formazione ottenendo l’immediata disponibilità in primo luogo della Banda Musicale dell’Istituto Bonaventura Somma di Chianciano, una delle più antiche e prestigiose scuole di musica italiane diretta da Luca Morgantini e presieduta da Luciano Pocello, cui si sono aggiunti, così come vent’ anni fa,  alcuni straordinari musicisti quali Enrico Rava, Gabriele Mirabassi (clarinettista anch’ egli assiduo compagno  di Battista Lena in numerose realizzazioni), Gabriele Evangelista, Marcello Di Leonardo e naturalmente Battista Lena che ha anche scritto le musiche per questa nuova avventura. Ed è stato davvero emozionante domenica sera vedere schierata la Banda, diretta come nel 1997 dal Maestro Paolo Scatena eseguire al meglio le partiture di Lena: da “Stabat mom” a “Il grande cocomero” tema dal film omonimo della Archibugi,  da “Banda 8” a  “Il valzer del povero”, da” Ferie d’agosto “ a “Roma ovest 643”  da “Valzers” a “Fitzcarraldo” a “Saluti da Chianciano”. La banda si è mossa con grande compattezza ed equilibrio mentre i cinque professionisti cui prima si faceva riferimento si sono integrati alla perfezione figurando non già come stelle all’interno di un organico allargato ma come “bandisti” in grado di prodursi anche in assolo. Lungamente applaudito da un pubblico straripante, l’ensemble ha regalato due bis, “Desideri” e ancora “Banda 8”, che hanno chiuso una serata che resterà impressa nel cuore e nella mente di chi ha avuto la fortuna di parteciparvi.

Che dire ancora se non esprimere il sincero auspicio che una manifestazione del genere abbia un suo futuro e ciò per più di un motivo. Innanzitutto il saldo radicamento nel territorio nel senso di voler valorizzare le eccellenze – di qualsivoglia natura – presenti nella zona, in secondo luogo perché ha dimostrato di basarsi su una progettualità artistica che prescinde dalle mode, dalle cordate degli americani di passaggio per l’Europa, dalle facili “cassette” che si ottengono ricorrendo a nomi di poco o nullo interesse per il  jazz, per ricercare qualcosa di originale e di sicuro livello.

Cliccare sulle foto per espanderle (Foto di Michele Stallo)

 

Lucrezio De Seta Trio all’ Alexanderplatz

Foto Elvira Piazza

Alexanderplatz Jazz club, 20 aprile, ore 22

Lucrezio De Seta Trio

Lucrezio De Seta: batteria
Ettore Carucci: pianoforte
Luca Pirozzi: basso

(cliccare sulle foto per espanderle)

 

Spesso mi capita di ascoltare cd, e magari, posto che li trovi interessanti, belli, che mi piacciano, insomma, mi capita anche di scriverne le liner notes, come è accaduto nel caso di questo Brubeck was right di Lucrezio De Seta.
Solitamente poi vado ogni volta che posso ad ascoltare questi progetti dal vivo, perché amo vederne la resa, l’energia del nascere estemporaneo della musica senza mediazioni, che è ciò che del Jazz amo di più.

Così sono andata all’ Alexanderplatz ad assistere alla presentazione del disco in questione, che è dedicato a Dave Brubeck, ed in particolare alla sua precipua caratteristica, quella dell’aver introdotto in maniera definitiva nel Jazz i tempi “dispari”, che come sappiamo, ai batteristi piacciono particolarmente: a dire il vero non solo a loro, e ad essere sinceri, anche a me, moltissimo.
Ma in questo progetto così connotato, la particolarità è certamente che una volta dichiaratone l’intento, la targa, la musica che si ascolta è ben poco prevedibile: a cominciare da una benefica alternanza tra musica originale, a firma Ettore Carucci, e standard anche molto noti (come Caravan, o Lonnie’s Lament, o Green Dolphin Street per citarne tre). Perché benefica? Perché i brani di Carucci sono piuttosto belli, hanno un notevole respiro melodico, un voicing interessante, e gli standard a loro volta vengono stravolti prima di tutto nel ri – arrangiamento ritmico, dunque sono tutto fuorché scontati.
Questa alternanza, piacevole, accattivante, presente nel disco, si è mantenuta intatta in una serata di musica all’insegna dell’energia, dei contrasti tra incipit anche sussurrati e andamento irresistibilmente crescente, sempre, persino nelle ballad: i tre musicisti sul palco emergono individualmente nelle parti introduttive e nelle chiusure, preferendo intrecciarsi in maniera apparentemente indissolubile durante lo sviluppo del tema, dando vita a spessori armonici e ritmici notevoli ed ad un’ intensità a volte anche impetuosa, ma mai estrema, sempre equilibrata. La ricchezza esecutiva è considerevole: De Seta imprime il groove giusto e pone in gioco una tale varietà di soluzioni ritmiche e timbriche, sempre nette (un esempio per tutti in quell’oscillare tra tempi pari e dispari della sua particolare Green Dolphin Street) che è un piacere distinguere il passaggio delle bacchette da un elemento del suo strumento all’altro, in una progressione che si scopre anche melodica. Luca Pirozzi, con il suo basso, sa essere jazzistico così come un pizzico rockettaro, quando occorre, o appassionato nell’ esporre temi melodici importanti, e ha un ruolo fondante per l’equilibrio sonoro complessivo del trio.
Carucci è un pianista completo, nonché compositore molto convincente. Ha una capacità improvvisativa notevole, sa essere lirico ma anche assertivo e quando serve “muscolare”: ad esempio se l’intento è quello di “doppiare” la batteria creando (come si diceva) uno spessore sonoro molto rilevante.
Brubeck was right supera la prova live in maniera convincente. Per fortuna c’è il Jazz a portare freschezza nella musica: non sempre ma, in casi come il Lucrezio De Seta Trio, posso certamente dire di sì.

I NOSTRI CD. Una sventagliata di nuovi album dal blues alla musica contemporanea

a proposito di jazz - i nostri cd

John Abercrombie Quartet – “Up and Coming” – ECM 2528

In questo album, che apre la stagione 2017 della ECM, ritroviamo il chitarrista John Abercrombie alla testa di un quartetto composto da “vecchi amici”, se ci passate il termine, vale a dire Marc Copland al piano , Drew Gress al contrabbasso e Joey Baron alla batteria. In un modo o nell’altro Abercrombie, anche nel recente passato, ha avuto modo di collaborare con i musicisti su citati : basti ricordare, al riguardo, l’album “39 Steps” del 2013 che tanti consensi ottenne da pubblico e critica. Ciò per sottolineare come il quartetto già prima di entrare in sala di registrazione per quest’ultimo album fosse ben rodato e pronto a seguire le linee direttrici tracciate dal leader. Linee che si sostanziano innanzitutto nella ricerca di una bella linea melodica supportata da raffinate armonizzazioni e quindi nello splendido suono della chitarra di Abercrombie che dialoga magnificamente con il sound più robusto del pianoforte; l’intesa tra i due è a tratti sorprendente: John e Marc sanno ascoltarsi, comprendersi e mai accade che una intuizione, un input lanciato da uno dei due non venga prontamente captato e sviluppato dall’altro. Così il fraseggio liquido, scorrevole di Abercrombie, a fronte del pianismo più articolato e dinamico di Copland, crea spesso una tensione che affascina l’ascoltatore attento. Ovviamente questo continuo gioco di rimandi non sarebbe stato possibile se i due non fossero stati accompagnati da una eccellente sezione ritmica in grado di fornire un supporto di grande flessibilità ed eleganza. Caratteristiche queste che si riscontrano per tutta la durata dell’album, sia che il gruppo interpreti le cinque composizioni di Abercrombie, sia che ad assumere il ruolo del compositore per due volte sia Marc Copland, sia, infine, che si faccia rivivere un capolavoro assoluto quale “Nardis” di Miles Davis.

Theo Bleckmann – “Elegy” – ECM 2512

In perfetta sintonia con il titolo, atmosfere sognanti, oniriche quella disegnate dal vocalist e compositore tedesco Theo Bleckmann al suo esordio da leader nell’ambito della prestigiosa etichetta ECM. Ad onor del vero Theo aveva già registrato per la casa tedesca ma come sideman: lo ritroviamo, infatti, accanto a Julia Hulsmann in “ A Clear Midnight—Weill and America” (ECM, 2015) e ancora con Meredith Monk ‎in “Mercy” (ECM, 2002) e “Impermanence” (ECM, 2008) album, questi ultimi due, in cui suona anche lo stesso batterista di “Elegy”, John Hollenbeck. Ma soffermiamoci adesso su quest’ultima produzione di Theo che ha scelto di guidare un quintetto completato da Ben Monder chitarra, Shai Maestro piano, Chris Tordini, contrabbasso e, come si accennava, John Hollenbeck batteria. Il gruppo appare perfettamente funzionale alle idee del leader vale a dire una musica semplice ma non banale, un organico che si esprime quasi per sottrazione, la precisa volontà di non prediligere il lato virtuosistico della performance ma di affidarsi all’espressività, ad una concezione che in qualche modo potremmo avvicinare al cosiddetto minimalismo. Ovviamente per raggiungere in pieno tali obiettivi occorreva un repertorio acconcio: di qui i dodici brani presenti nell’album, tutti a firma del leader eccezion fatta per “Comedy Tonight” tratto da “A Funny Thing Happened on the Way to the Forum” , musical andato in scena per la prima volta a Broadway nel 1962, con musiche e versi di Stephen Sondheim. I brani sono tutti interessanti anche se una menzione particolare la merita “The Mission” un vero e proprio esercizio di bravura per Theo Bleckmann che dimostra ancora una volta, se pur ce ne fosse bisogno, quanto sia meritata la stima di cui gode nell’ambiente musicale di tutto il mondo.

Dave Brubeck – At The Sunset Center – Solar 4569973

Questo album riporta, per la prima volta integralmente, il concerto tenuto dal quartetto di Dave Brubeck al ‘Sunset Center’ di Carmel (California) nel giugno del ’55. La ‘storica’ collaborazione tra il pianista Dave Brubeck e il sassofonista Paul Desmond era iniziata nel 1946 all’interno di un ottetto dal sapore vagamente sperimentale. Negli anni a venire, in particolare nel 1951, Brubeck e Desmond costituirono un quartetto completato da Fred Dutton al basso e Herb Barman alla batteria, questi ultimi poi sostituiti rispettivamente da Bob Bates e Joe Dodge. In quel periodo il quartetto, nonostante avesse tenuto diversi concerti soprattutto in università e college, realizzò solo un album “Jazz Goes To College” registrato nel corso di vari concerti in college nel 1954. Di qui l’interesse non solo artistico ma anche storico dell’album in oggetto. Dal punto di vista squisitamente musicale, non occorrono certo molte parole per sottolineare come si ascolti una delle formazioni più importanti della storia del jazz, una formazione che seppe dire qualcosa di originale. Certo lo stile può piacere o meno ma il ruolo ricoperto da Brubeck e Desmond resta lì, indiscutibile. L’album contiene otto standards registrati, come si accennava al ‘Sunset Center’ di Carmel cui è stata aggiunta una inedita versione di “Two Part Contention” dello stesso Brubeck registrata durante un concerto al ”Basin Street Club” di New York del 1956. Un’ultima notazione di carattere cronachistico: il “Sunset Center” era un teatro che ospitava dei cicli di concerti jazzistici ed è proprio lì che il 19 settembre dello stesso 1955 Erroll Garner registrò il suo indimenticabile “Concert by the Sea”.

François Couturier, Tarkovsky Quartet – “Nuit blanche” – ECM 2524

Parlare semplicemente di jazz a proposito di questo album appare improprio: siamo piuttosto nel campo della musica contemporanea eseguita da artisti che hanno frequentazioni importanti con il mondo del jazz. François Couturier piano, Anja Lechner violoncello, Jean Marc Larché sax soprano, Jean Louis Matinier accordéon sono infatti musicisti che abbiamo spesso incontrato in contesti più prettamente jazzistici. Da qualche tempo i quattro hanno costituito questa formazione dall’organico assai insolito che hanno chiamato “Tarkovsky Quartet” in omaggio ad Andrei Arsenyevich Tarkovsky, celebre regista russo scomparso nel 1986. Ancora una volta il quartetto si impone alla generale attenzione per la profondità di campo che riesce a dare alla sua musica. Ascoltando i diciassette brani dell’album – di cui sette sono libere improvvisazioni e gli altri scritti da Couturier da solo o con gli altri compagni di strada – non si può non restare colpiti dalla purezza del suono, dalla estrema linearità con cui si esprime ciascun artista, dall’atmosfera dialogante per cui violoncello e fisarmonica riescono ad esprimersi su un piano di assoluta parità e soprattutto dalla straordinaria capacità improvvisativa dei singoli che, anche nel caso dei brani scritti, trovano ampi spazi per dar libero sfogo alla fantasia. Di qui una musica aperta, nuova ad ogni ascolto, ricca di sottigliezze. E, per chiudere, consentitemi di sottolineare la straordinaria prestazione di Jean Louis Matinier il quale dimostra, se pur ce ne fosse bisogno, come la fisarmonica, se in mani sapienti, sia strumento adatto ad ogni situazione, anche la più sofisticata e quindi lontana da quel recinto popolare cui ancora oggi molti vorrebbero rinchiuderla.

Matt Dibble, Fabio Zambelli – “Songs and Soundscapes” – Xtreme

Album interessante questo proposto da Matt Dibble e da Fabio Zambelli; il clarinettista inglese e il chitarrista italiano hanno costituito da qualche tempo un duo che tralascia facili situazioni per addentrarsi in terreni scivolosi, imprevedibili come quelli rappresentati dalla ricerca e dalla sperimentazione. Intendiamoci: mai abbiamo sostenuto che ricerca e sperimentazioni nel campo musicale siano valori in sé, occorre che le stesse siano sostenute da profonda conoscenza della materia musicale, da eccellente tecnica di base e soprattutto – almeno a nostro avviso – da una onestà di fondo che si sostanzia nell’assoluto abbandono di qualsivoglia ansia di stupire, di meravigliare. Ebbene, ascoltando l’album in oggetto, sembra proprio che i due artisti abbiano le carte in regola per soddisfare anche i palati più esigenti: la loro è una musica tutta basata sull’interplay, sulla coralità, ben equilibrata tra parti scritte (songs) e improvvisazioni (soundscapes), sempre alla ricerca di soluzioni nuove, affascinanti, impreziosite da belle linee melodiche e da una robusta tecnica strumentale. Questi elementi non stupiscono ove si tenga presente che i due si sono conosciuti nel 2001 a Londra, durante i loro studi di jazz performance e composizione presso il conservatorio “Guildhall school of music and drama” e che successivamente hanno suonato, tra l’altro, nella GSMD jazz band misurandosi su repertori di jazz classico e contemporaneo, e con cui hanno vinto il premio BBC come migliore orchestra jazz Britannica. Nel corso della loro attività, prima di questo “Songs and Soundscapes”, hanno inciso nel 2009 in Francia come duo “Minor Mood”, poi pubblicato nel 2011 da Sonitus, e quindi “Spring” sempre in duo pubblicato nel 2015, album che hanno aperto la strada quest’ultima realizzazione.

Duke Ellington – “Blues in Orbit + The Cosmic Scene” – Essential Jazz Classics 2 CD

Duke Ellington – “Sacred Concerts” – “Rondeau”

Il perché di questi due titoli , “Blues in Orbit” e “The Cosmic Scene”, viene illustrato efficacemente nell’esaustivo libretto che accompagna i CD laddove si spiega che, dopo il lancio nello spazio dello Sputnik 1 di fabbricazione sovietica il 4 ottobre del 1957, l’idea di poter viaggiare nello spazio conquistò l’animo della gente. Neanche il jazz ne rimase immune come dimostrano questi due album di Ellington risalenti al 1958-59, ma non solo ché altri lavori dedicati allo spazio furono registrati da Dave Brubeck e da George Russell. Ciò detto occorre sottolineare come i due CD di Ellington contengano integralmente gli LP originari con l’aggiunta di ben diciotto bonus tracks di cui otto alternative takes tratte dalle stesse sedute di registrazione e dodici da altre date. Nel primo album compare la band ellingtoniana al completo mentre nel secondo si può ascoltare un nonetto di livello assoluto con la presenza dei più rappresentativi solisti dell’orchestra. Ellington prese la decisione di ridurre l’orchestra ad un nonetto dopo lo strepitoso successo ottenuto al Newport Jazz Festival del 1956, sempre alla ricerca di nuove vie espressive. Straordinario il repertorio dei due album comprendente sia celebri standard rivisitati e riattualizzati sia nuove composizioni mai registrate in precedenza. Dal punto di vista squisitamente musicale, ambedue gli album sono semplicemente straordinari: l’orchestra ellingtoniana è colta in uno dei suoi momenti migliori, impreziosita dagli assolo di Paul Gonsalves, di Clark Terry, di Jimmy Hamilton, di Johnny Hodges … e via discorrendo in una galleria delle meraviglie che comprende alcuni dei migliori solisti che la storia del jazz possa vantare.
Il secondo CD contiene una recente (2015) registrazione live di brani tratti dai concerti sacri di Ellington, effettuata in Germania dalla Big Band Fette Hope e dal Junges Vokalensemble Hannover sotto la direzione rispettivamente di Timo Warnecke o Jorn Marcussen-Wulff Klaus e di Jürgen Etzold . E’ noto agli appassionati di jazz come i concerti sacri rappresentino , almeno nella considerazione dello stesso Ellington, le pagine più importanti da lui scritte nel corso degli anni. Composti tra il 1962 e il 1973 i tre Concerti rappresentano al meglio l’anima del compositore e la sua stessa concezione della spiritualità. Ben si capisce, quindi, il perché questa musica non venga spesso eseguita risultando assai difficile ricreare le emozioni che Ellington trasmetteva con la sua orchestra. Ben venga, quindi, questa impresa che ci restituisce pagine di musica che non conoscono età. E bisogna dire che sia la band sia i vocalist se la cavano assai bene: da un punto di vista orchestrale, la band riesce a rappresentare quella concezione orchestrale che caratterizzava l’opera di Ellington mentre i cantanti sono tutti all’altezza del compito: Claudia Burghard (mezzo soprano), Joachim Rust (baritono), magistralmente supportati dal già citato Junges Vokalensemble Hannover, danno energia a brani celeberrimi come “Ain’t But The One”,“Come Sunday” , “Something’Bout Believing” riportandoli all’attualità del nuovo secolo.

Ellery Eskelin Trio – “Willisau Live” – hatOLOGY 741

Oramai vicino ai sessanta, il tenorsassofonista statunitense Ellery Eskelin è stato definito da “Down Beat” il miglior artista nel campo della musica creativa di oggi. E per avere conferma di quanto tale considerazione sia meritata basta l’ascolto di questo album registrato dal vivo durante il Festival Jazz di Willisau, in Svizzera, il 28 agosto 2015. Ellery suona in trio con Gary Versace all’organo Hammond B3 e Gerry Hemingway alla batteria. L’organico è inusuale ma non per il sassofonista che sta esplorando questa particolare formula già dal 1994 quando costituì un trio con il tastierista Andrea Parkins e il batterista Jim Black, formula ulteriormente perfezionata nel 2011 con la creazione del Trio New York, dove accanto a Eskelin e Versace c’era Gerald Cleaver alla batteria, in questi ultimi tempi sostituito per l’appunto da Gerry Hemingway. Ed eccoci alla serata del 28 agosto 2015 a Willisau: il trio inizia la sua performance con una medley lunga oltre cinquanta minuti in cui figurano, in successione, un originale – “Our (or about)” –firmato da tutti e tre i musicisti, e tre standard , “My Melancoly Baby”, “Blue and Sentimental” di basiana memoria ed “East of the Sun”. Il set si chiude con altre due perle, la monkiana “Wee See” e “I Don’t Stand A Ghost of A Chance With You”. Ebbene dal primo all’ultimo istante la musica del trio appare innervata da una grande energia e dalla perfetta consapevolezza, da parte di tutti e tre i musicisti, di stare esplorando nuove strade pur restando fortemente ancorati alla tradizione. Di qui il fraseggio e la sonorità del leader che dimostra di aver ascoltato e assimilato la lezione dei grandi del passato quali, tanto per fare qualche nome, Sonny Rollins e Ben Webster; di qui il fantasioso apporto ritmico, davvero originale e timbricamente unico, della batteria di Hemingway che deve aver molto apprezzato le sezioni ritmiche delle orchestre di Count Basie; di qui il particolare approccio alla materia sonora da parte di Versace che stravolge un po’ il modo di suonare di Jimmy Smith, da un tutto pieno ad un gioco di pause e di sottigliezze timbriche non proprio usuali nel mondo degli organisti.

Cameron Graves – “Planetary Prince” – Mack Avenue 1123

Cameron Graves al pianoforte , Kamasi Washington al sax tenore: dovrebbero bastare solo questi due nomi per far capire che tipo di musica si ascolta in questo cd. Ma il gruppo è più largo e comprende altri eccellenti musicisti del moderno jazz di Los Angeles quali il trombettista Philip Dizack, il trombonista Ryan Porter, ed una formidabile sezione ritmica costituita dal batterista Ronald Bruner Jr., dal bassista elettrico Hadrien Feraud considerato oggi un numero uno e dal contrabbassista Stephen “Thundercat” Bruner. La presenza di Kamasi Washington in questo album di debutto come leader di Cameron Graves non deve meravigliare ove si tenga presente che il pianista era partner del sassofonista in quell’album “Epic” che tanto successo ottenne alla sua uscita nel 2015. Insomma questo “Planetary Prince” rappresentava , per Cameron, una occasione assai importante per consacrarsi definitivamente come uno dei migliori, più fantasiosi e visionari pianisti, tastieristi e compositori delle ultime generazioni. E le premesse c’erano tutte anche perché i pezzi dell’album sono da lui stesso scritti e arrangiati. Peccato che anche ad un primo sommario ascolto l’album risulti tutt’altro che imperdibile. Certo Graves suona bene, Washington non deve dimostrare alcunché, ma è tutto l’impianto del disco che non regge, proponendo una musica scontata e poco originale. E qui ci fermiamo in quanto è ben possibile che Graves ritorni sui suoi passi e ci proponga qualcosa all’altezza delle sue enormi possibilità. (altro…)

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL Ivrea – La terza serata

Parole Daniela Floris
Foto Carlo Mogavero

Sabato 24 marzo, ore 18, Sala Santa Marta

Una serata davvero densa di musica e non solo musica, quella di sabato 24, che comincia con un dibattito all’ Oratorio di Santa Marta sul progetto Odwalla, che andrà in scena in seguito la sera al Teatro Giacosa.
“Maurizio Franco, riflessioni su Odwalla”, sulla falsariga del libro di Davide Ielmini Odwalla, tempus fugit, moderato da Alberto Bazzurro, è il modo con cui si analizza, si descrive, si spiega e si cerca di comprendere un progetto oramai ventennale che si rinnova ogni anno, in quanto progetto aperto: aperto a suggestioni, cambiamenti, ospiti accolti, e dunque definibile in toto come Jazz. Strutturato ma in continuo cambiamento. I preziosi ascolti proposti da Maurizio Franco disvelano proprio l’unicità di un progetto che è quello ma che non sarà mai lo stesso. Come sarà chiaro, ancora una volta, come leggerete, al Teatro Giacosa, dove Odwalla entrerà in scena in questa 37 edizione con Baba Sissoko.

Dopo la degustazione aperitivo offerto dal Consorzio Vini Canavese, va in scena il concerto di un fenomenale Boris Savoldelli.

Ore 18:30

Boris Savoldelli, voce ed elettronica

(cliccare sulle foto per espanderle)

Mi verrebbe naturale un incipit che dicesse all’incirca così: “Non fatelo a casa da soli”.
Sì, perché Boris Savoldelli, vocal performer, presenta un’ora di concerto in solo in cui, con l’ausilio della loop station e del sample, moltiplica la sua voce (e che voce, multitimbrica) per tutte le volte che vuole, costruendosi una vera e propria orchestra, o trio, o qualsiasi compagine gli venga in mente di costruire.
Ma per fare questo bisogna essere ottimi musicisti, avere un orecchio finissimo, gusto nell’armonizzare, nonché saper creare basi ritmiche molto precise: la loop station è micidiale, una volta inserita la propria voce, quella viene parte e procede implacabile senza possibilità di aggiustamenti ulteriori, pena l’eternarsi dell’errore, della cattiva intonazione, di un’armonizzazione sbagliata o anche soltanto spiacevole nella resa. No, non fatelo a casa, perché è davvero impresa titanica, e il fallire porta a risultati insopportabili per il malcapitato che vi dovesse ascoltare.
Boris Savoldelli è un musicista, può permettersi questa impresa.
La prima parte consta di una rigorosa arte dell’arrangiamento, estemporaneo, ovvero la creazione di una base strutturata che definire di accompagnamento è certamente riduttivo. La seconda parte è la possibilità di improvvisare su quel ricco substrato autoprodotto, creando secondo la propria sfrenata fantasia: il risultato è di impatto notevole e musicalmente di alto livello.
Savoldelli è divertente, costruisce un repertorio vario e dunque tutt’altro che monocorde (da I mean You, a Leonard Cohen, al blues, a brani leggendari quali My favourite things), e fornisce anche un saggio della propria voce senza sovrimpressioni con un assolo pazzesco, amplificato dalla particolare acustica della Sala Santa Marta.
Se vi capita, andatelo ad ascoltare, perché oltretutto questo artista ha una grande comunicativa e gli piace spiegare, sorridendo e facendo sorridere, tutto ciò che sta creando: dote rara in un settore musicale non di rado un po’ troppo autoreferenziale.

La serata finale entra nel vivo con il Teatro Giacosa sold out per i due concerti di Paolo Fresu Devil Quartet e Odwalla & Baba Sissoko.

Ore 21

Paolo Fresu Devil Quartet

(cliccare sulle foto per espanderle)

Paolo Fresu: tromba, flicorno, effetti
Bebo Ferra: chitarra
Paolino Dalla Porta: contrabbasso
Stefano Bagnoli: batteria

Chi, tra chi ama e il Jazz, e non solo, non conosce Paolo Fresu, e anche il Devil Quartet? Anche chi vi scrive lo ha ascoltato più volte, in varie occasioni. Dunque potrei essere in imbarazzo davanti al mio taccuino, quasi vuoto, perché tanto so già tutto e devo solo trovare nuove parole su cose già scritte.
Invece ad Ivrea ho preso molti appunti, come succede sempre quando ascolto musica che mi piace e per la quale ho intenzione di trovare le parole giuste che possano descriverla.
Ho cominciato a scrivere da subito, con Ambre, brano dolce e melodico, suonato piano, forse pianissimo, ma con una intensità e pienezza di suono particolari: la batteria di Bagnoli apparentemente minimale, respira, invece che battere, il contrabbasso di Dalla Porta interagisce con la chitarra e la tromba intrecciandosi con loro anche melodicamente, e non solo con una funzione di accompagnamento. Il tessuto melodico si fa via via sempre più intenso, le spazzole vengono sostituite dalle bacchette, gli scambi tra la tromba e la chitarra che si fanno più fitti, si improvvisa, il flicorno si arricchisce di effetti, fino ad arrivare alla nota lunghissima in fiato continuo, suggestiva sotto i ricami della chitarra di Bebo Ferra: un andamento al quale è impossibile rimanere indifferenti.
Con Moto Perpetuo si cambia atmosfera: comincia Bagnoli alla batteria, si uniscono man mano gli altri a partire da Ferra: prevalgono gli effetti, si sconfina verso un funky trascinante, il duettare tra chitarra e tromba è continuo, la batteria mantiene il punto graniticamente su rullante e charleston, ed è substrato non solo necessario ma davvero irresistibile, quasi ipnotico, fino ad aprirsi in un assolo dirompente e liberatorio. Si continua a lungo, passando per un bellissimo Blame it on my youth, come omaggio a Chet Baker, poetico, sì, ma di certo non melenso, anzi, ricco di particolari, di cura. E ancora un bellissimo assolo di Dalla Porta al contrabbasso, una chitarra fonte di continui e preziosi spunti, e le note lunghe della tromba ricche di dinamiche cangianti.
Giulio Libano di Bagnoli, brano ancora inedito, che uscirà con il prossimo album, completamente acustico, è ancora una volta un esempio di delicatezza ma anche di efficace pienezza, con il tema che passando da uno strumento all’altro cambia nel timbro e non solo nelle note.
Il bis è il tema della popolarissima fiction Un Posto al Sole e dimostra che il Jazz è ovunque, se a suonare ci sono veri Jazzisti. Quali sono, applauditissimi, Fresu, Ferra, Dalla Porta e Bagnoli.

Ore 22:15

Odwalla e Baba Sissoko

Massimo Barbiero: marimba, vibes, percussions
Matteo Cigna: vibes, percussions
Stefano Bertoli: drums
Alex Quagliotti: drums, percussions
Dudù Quate: percussions
Doussou Bakary Touré: djembè
Andrea Stracuzzi: percussions
Baba Sissoko: kora, tama, voice
Vocal: Gaia Mattiuzzi
Dance: Vincent Harisdò – Jean Landruphe Diby

(cliccare sulle foto per espanderle)

Odwalla è Jazz? E’ musica africana in particolare? E’ musica etnica? E’ un ensemble di percussioni? E’ un progetto sperimentale? E’ musica per danza?
Potremmo partecipare a mille dibattiti, e troveremmo particelle di ognuna di queste definizioni e anche altre. Non credo sarebbe costruttivo classificare, riordinare, strutturare un ensemble così cangiante, aperto, multiforme. Ne perderemmo la parte più suggestiva e in fondo anche il senso. Perché come ho detto più volte, il senso di Odwalla è farsi trascinare dai suoni, dai movimenti, dai colori (Odwalla, quando sul palcoscenico è un’esperienza multisensoriale che comprende anche la danza, i costumi, le luci e anche solo la bellezza visiva di tanti strumenti diversi).
In questa 37′ edizione del Festival l’ospite era Baba Sissoko. Originario del Mali, virtuoso del tama, o tamburo parlante, vocalist eccellente, un curriculum imponente, collaborazioni molteplici con musicisti internazionali di svariati ambiti musicali, tra cui naturalmente il Jazz, è parso essere dal primo istante l’artista perfetto, talmente in sintonia con tutto il gruppo da non sembrare l’elemento esterno, ma uno degli elementi fondanti.
Così come è apparsa assolutamente convincente, compenetrata con il complesso tessuto ritmico armonico del gruppo Gaia Mattiuzzi, con la sua voce capace di essere ad un tempo cosìimmateriale e terrestre.
Odwalla, Baba Sissoko, Gaia Mattiuzzi i due danzatori Cincent Harisdò e Jean Landrupge Dibi hanno creato uno spettacolo di dualismi, di ossimori del tutto apparenti. Il ritmo si è trasformato in melodia, con la tama di Sissoko, la melodia in ritmo, con i vibrafoni di Barbiero e Cigna. Le voci maschile e femminile si sono fuse in un unico suono di cui importava (più che il timbro) la resa come suono universale, punto di arrivo di fusione con il gruppo. Le percussioni, nel loro suonare insieme, hanno creato armonie, oltre che battiti. La innegabile strutturazione ritmica di molti pezzi, come Cappellaio Matto, o più introspettive e melodiche, come Cristiana,  hanno dato il via a poliritmie affascinanti e a lunghi episodi di improvvisazione dove gli assoli però mai hanno determinato l’emergere del musicista in essi impegnato a discapito degli altri.
La danza è apparsa simbolica ma anche fortemente legata a tradizioni ben definite,  gli stessi costumi contrastanti tra il bianco assoluto e i colori sgargianti delle maschere hanno trascinato il pubblico tra sensazioni opposte eppure complementari , in un alternarsi tra il movimento del corpo in tutta la sua fisicità e movimenti invece più astratti o evocativi.
Baba Sissoko è fiero delle sue origini africane, ma con la sua musica, da sempre aperta alle suggestioni “altre” , è una porta aperta alla cultura dell’accoglienza e dello scambio. Odwalla e Sissoko, Massimo Barbiero, anima musicale e culturale di questo progetto imponente i danzatori, i musicisti tutti hanno dato vita ad un concerto di musiche e danze della Terra: inutile andare alla ricerca dei vari tasselli che lo hanno composto e che lo compongono. Il mosaico finale è ciò che si spererebbe accadesse nel Mondo in questo particolare periodo storico: lo abbiamo potuto visualizzare nei metri quadrati di un palco di una città del Nord Italia, chiamata Ivrea. Non poteva esserci una chiusura migliore per l’Open Papyrus Jazz Festival, diventato per due ore, il 24 marzo 2017, il centro del Mondo che, appunto, auspicheremmo abitare.

“OÙ SONT LES NOTES D’ANTAN” ?

 

Milano, Teatro No’hma, mercoledì 22 marzo 2017
OÙ SONT LES NOTES D’ANTAN , di Dino Betti Van der Noot

Direttore: Dino Betti Van der Noot

Orchestra
Trombe e flicorni: Gianpiero LoBello, Alberto Mandarini, Mario Mariotti, Paolo De Ceglie
Tromboni: Luca Begonia, Stefano Calcagno, Enrico Allavena
Trombone basso: Gianfranco Marchesi
Flauti, clarinetto basso e sax alto: Sandro Cerino
Sax alto: Andrea Ciceri
Flauti e sax tenore: Giulio Visibelli
Sax tenore: Rudi Manzoli
Clarinetto e sax baritono: Gilberto Tarocco
Vibrafono: Luca Gusella
Violino: Emanuele Parrini
Pianoforte: Niccolò Cattaneo
Tastiere: Filippo Rinaldo
Arpa bardica: Vincenzo Zitello
Basso elettrico: Gianluca Alberti
Percussioni: Stefano Bertoli, Tiziano Tononi

Ho assistito, mercoledì 22 marzo, al concerto dell’orchestra di Dino Betti van der Noot al Teatro No’hma di Milano. Le musiche erano dello stesso Dino Betti, che ha anche diretto l’orchestra.

È stata una bellissima serata che mi ha stimolato alcune riflessioni. Quando si prova a tradurre il ‘jazz’, che è un lampo elettrico, nel linguaggio dell’orchestra, che è invece un libro aperto a squadernare linee e concetti stratificati, c’è il rischio di perdere qualcosa: l’essenziale. Spogliato della propria nudità, ossia dell’indicibile, al “jazz” orchestrale tocca rivestirsi di slancio nuovo. Violàti da violentatrice necessità, ai suoni ‘organizzati’ tocca così rifarsi una verginità, affinché possano fecondare il nostro interesse di ascoltatori e venire a loro volta resi fecondi dalle emozioni restituite, in un ciclo simile a quello delle piogge. È la ‘Big Band’, sia ben chiaro, un meccanismo di natura cardinale e non affatto ordinale: cioè a dire, non bastano la somma di ottimi solisti, un buon arrangiamento, astute mescolature di timbri a rappresentare lo spirito tormentato, ora giocoso ora schizofrenico, talvolta persino morbosamente sentimentale della musica ‘jazz’; va inserita la variabile umana, un ‘quid’ nel quale confluiscano quel corpo di forze vitali e irrazionali che dell’idioma afroamericano hanno costituito lo slancio e, diremmo, la protesta primigènia.

Dovessi racchiudere la musica di Dino Betti van der Noot in una qualità che la rappresenti, proromperebbe d’istinto una parola: freschezza. (Un’altra sarebbe: passione).

Oggigiorno è dato ascoltare numerosi giovani leoni della musica di matrice afroamericana, anche in terra europea benché il ‘jazz’, mi si consenta, rimanga indiscutibilmente un “black affair”. Dotatissimi, preparati, spesso addirittura laureati. Ma propongono con incrollabile convinzione la musica dei loro padri. “Come vuole la tradizione..”, sogghigna P. Favino nello spot della pasta Barilla. Quest’ultima – la tradizione, non la pasta- è alla base di tutto. Ma quando, oltre all’alfa, la tradizione giunge ad essere anche l’omega di un atto creativo, può accadere che il modo in cui si dicono le cose finisca col divenire più interessante delle cose dette in sé. Dino Betti è un giovane ragazzo che “dice” la musica in modo sempre nuovo, poiché essa sempre nuova è per lui. Dalle composizioni di questo artista trapela una luce vitale, divertita, che chiede solo di essere lasciata filtrare. Lo stile per lui, nato stiloso e non astretto ad una professione unica, è una sinecura.

Ho parlato prima di passione. Ma all’ordine del giorno, di qualità sue se ne potrebbero citare molte altre. Il senso dei colori, il gusto per un calligrafismo “totale”, alla Depero, capace di restituire l’idea di perfezione senza raggelare i molti elementi messi in campo, il grande rispetto per i ‘suoi’ solisti. Amassi la retorica mi spingerei persino a dire che si è innamorato della sua orchestra: come donna amata, essa ha cambiato fisionomia, nel tempo, senza mutare il proprio volto. E la musica che propone, del resto, non ha bisogno di categorie, di riferimenti: basta a se stessa.

Il programma si è svolto attraverso una scaletta composizioni felici, mutevoli come una giornata marzolìna, le quali andranno a costituire il materiale del nuovo album. Dino Betti, ben lo sappiamo , sforna dischi esclusivamente orchestrali con la cura del bravo pasticciere orgoglioso del proprio negozio, perpetuamente affollato di famiglie e bimbi festanti che non vedono l’ora di ricevere dalle sue mani le spumiglie, i bignè, le pastarelle. Il disco annunciato prenderà il titolo da un verso nostalgico di Villon “Où son les notes d’antan”. Uscirà in estate, e lo aspettiamo. Ai solisti, il cui elenco trovate in calce a questa memoria, sono stati tributati interminabili quanto meritati applausi da una sala piena. Tutti, senza distinzione alcuna, meritano lodi. Al maestro oltre agli applausi, è giunto un affetto particolare. Sicuro, armato di “charme”, simile ad un alato Mercurio, la sua performance ha testimoniato di una ispirazione così rifinita, di uno stile così pregiato che a riguardo si può provare solo la più sincera ammirazione.

L’architettura minimalista della natura nel pianoforte di Marco Ballaben

di Marina Tuni

Il recentemente restaurato Salone delle Poste di Trieste è stato l’affascinante scenario, sabato 11 marzo scorso, della presentazione, ad invito, di “Conchiglie e stelle”, il primo progetto discografico interamente a firma del pianista giuliano Marco Ballaben, per piano solo e, in alcuni brani, in trio con Giovanni Toffoloni al basso e Paolo Muscovi alla batteria (uno dei più talentuosi drummer del panorama nazionale: Neffa, Steff Burns, Al Castellana ecc.). Nella composizione che da il titolo all’album e in “L’infinito più infinito” ha collaborato ai testi la cantautrice Mariangela Di Michele (Marydim), protagonista anche delle versioni cantate (di entrambi i brani è presente sia la traccia strumentale sia quella cantata).

Il disco, realizzato con la consueta cura e riconoscibilità dei suoni nello studio Artesuono di Stefano Amerio, a Cavalicco, è la prima prova come compositore di questo poliedrico artista che ha attraversato la scena musicale del Friuli Venezia Giulia, suonando in diverse formazioni e navigando a vista tra jazz, rock, fusion, pop. Con questo lavoro, infine, Marco trova la sua giusta collocazione e una maturità artistica che lo porta inevitabilmente, per affinità sonora, ad approdare sulle sponde tranquille di una delle sue antiche passioni, quella per la musica da cinema.

“Conchiglie e stelle” ha, infatti, la struttura narrativa tipica della partitura musicale di una colonna sonora cinematografica, a partire dal motivo conduttore, che potrebbe senz’altro essere il riff della versione strumentale di “L’Infinito più infinito”, mentre la title track “Conchiglie e stelle”, anche nella versione cantata, potrebbe essere il main theme che accompagna i momenti topici della pellicola.

La musica di Marco è evocativa, evanescente, eterea, sospesa… ha la stessa architettura minimalista della natura e parla il suo stesso, semplice linguaggio, povero di metafore ma ricco di tracce mnestiche che fanno parte della sua sfera emozionale e affettiva.

A Trieste – ma anche ascoltando il disco – questo è il respiro che ho introiettato, guidata quasi ipnoticamente dalle mani di Ballaben, che sulla tastiera descrivono rapide traiettorie curvilinee, come di stelle cadenti.

Ho trovato spettacolare il lavoro della sinistra, anche perché non si tratta di mero esibizionismo virtuosistico né di necessità, leggasi Wittgenstein, ma di una scelta che a Marco riesce in modo naturale per passare di balzo dal grave all’acuto senza sforzo alcuno.

I brani presentati dal vivo non hanno seguito pedissequamente la tracklist del cd, tranne all’inizio del concerto, allestito con la collaborazione della Casa della Musica di Trieste, guidata dall’infaticabile Gabriele Centis, nella cui struttura Ballaben insegna pianoforte. Per la cronaca, la performance è stata ripresa da un rilevante numero di telecamere mobili e fisse – finanche una crane camera che riprendeva dall’alto – ed è imminente l’uscita di un dvd a cura di Kleva Films (che ringrazio per avermi fornito le immagini che completano questo articolo).

Dopo l’avvio, con la splendida “L’infinito più infinito”, brano di ampia liricità con una forte connotazione espressiva e dallo spirito neoromantico, il pianista esegue un’ispiratissima “Il prato dove giocavamo”, seguita dalla briosa “Festa di paese”, le cui atmosfere virano, subito dopo l’intro, marcatamente verso il jazz. Queste composizioni aprono finestre di tempo nel mondo più intimo di Marco, sono le sue emozioni, sensazioni che restano impresse nella memoria e che ogni tanto affiorano sotto forma di ricordo.

La percezione del tempo è un mistero e ognuno di noi ha una personale concezione del suo trascorrere. Certo è che per quanto la vita possa essere breve o lunga, il tempo dato ci appartiene sempre. Sta a noi avere cura di non sprecare ogni singolo e prezioso istante. Non so se Marco abbia pensato a questo nel comporre “10 minuti, forse 15”, ma sicuramente è lì che la mia immaginazione mi ha portato, nell’ascoltare questa poetica traccia, delicatamente intrisa di una leggera malinconia.

Della bellezza di “Conchiglie e stelle” ho già parlato in apertura, posso solo aggiungere che ascoltata dal vivo ha una forza irresistibilmente trascinatrice. Il pezzo inizia e termina con una sequenza di accordi ripetuti, sui quali si apre il tema, con una serie di essenziali passaggi melodici che si intrecciano circolarmente alla struttura iniziale; poco più di due minuti ma un tale condensato di grazia e soavità che ti sembra di essere nel punto esatto dove finisce il mare per lasciare spazio al cielo… immaginando che forse le conchiglie non sono altro che frammenti di stelle cadute…

E dopo tanti celebri notturni pianistici, da Field ai più famosi Chopin, Debussy, Liszt, Beethoven e, nel ‘900, Fauré o Satie, Marco Ballaben s’inventa un “Diurno”, che porta il numero 1 ed è in tempo di valzer. Visto lo splendido luogo in cui mi trovo, il Palazzo delle Poste, costruito fra il 1890 e il 1894 dall’architetto Friedrich Setzt sotto l’Impero Austro-Ungarico, verrebbe da alzarsi dalla poltroncina per volteggiare aristocraticamente seguendo la musica… 1, 2, 3… 1, 2, 3… retaggi culturali della Mitteleuropa!

Ad un caro amico argentino, maestro di tango, scomparso qualche anno fa, è dedicata “Carlos”, che Marco ricorda come una persona piena di vita e di carisma. E queste sono anche le caratteristiche del brano, che racchiude una matrice latin-jazz e un gioco intrigante di fughe repentine nel tango.

Tra le infinite declinazioni del tempo c’è anche l’attesa. Cesare Pavese scrisse che “aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettare niente che è terribile”. Ne “L’attesa” composta da Ballaben c’è il sapore della speranza che qualcosa di buono possa ancora accadere; è una ballad morbida ed ariosa, piena di luce, un dipinto sonoro dai delicati arpeggi.

“Tutto intorno a te” è una composizione dalla geometria dinamica, che esprime la spontanea continuità del movimento mentre “Un viaggio”, brano dalla struttura melodica semplice, ti fa chiedere che cosa ci sia accaduto e perché non riusciamo più ad osservare ciò che ci circonda con gli occhi di un bambino, lavorando di fantasia, di poesia e riempiendoci ancora di stupore.

Marco ci saluta con un inedito, ancora senza titolo, invitandoci a trovargliene uno. Beh… un po’ influenzata dall’aria che si respira nel  palazzo che ci ospita, già sede delle Poste, un po’ per il potere evocativo di questa musica che, non so spiegare il motivo, mi catapulta in paesaggi incantati alla ricerca dell’aurora boreale, uno degli spettacoli più affascinanti della natura, il titolo a cui ho immediatamente pensato è “La nave postale”. Anche un po’ per ricordare un ieri non troppo lontano, quando esistevano ancora le lettere “vere” e le comunicazioni lente… molto lente… tanto quanto un viaggio su una nave postale, che si fa strada a fatica tra i ghiacci.

Quale altro bis avrebbe potuto concederci Marco Ballaben se non una delle variazioni del tema tratta dalla colonna sonora dell’epico film “L’ultimo imperatore” (diretto da Bernardo Bertolucci nel 1987) e composta da Ryuichi Sakamoto?

“Le parole sono sempre importanti. – Perchè? –  Bisogna saper usare le parole per poter dire ciò che si pensa”

Si. Però, talvolta basta anche solo la musica.

“Conchiglie e Stelle” è disponibile online per l’ascolto e per l’acquisto sui maggiori network web quali iTunes, Spotify, Apple Music, ecc.. di seguito il link

https://open.spotify.com/user/11101570482/playlist/7ILHCR1KLo926xQdA2s44s