Il “Core” di Maria Pia De Vito nel disco e nel concerto all’Auditorium

Bella e riuscita operazione culturale-artistica quella portata a compimento da Maria Pia De Vito con il nuovo album “Core/Coraçao” registrato tra Roma e Parigi e presentato al pubblico il 5 maggio all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Conosco Maria Pia sin dagli esordi e l’ho sempre considerata una grande artista per la sua straordinaria voglia di conoscere, capire, di mai fermarsi, di andare ad esplorare terreni inconsueti, di lanciarsi in operazioni tanto rischiose quanto stimolanti. E’ il caso di quest’ultimo “Core/Coraçao”, pubblicato da Jando Music-Via Veneto Jazz,  che rappresenta, probabilmente, il punto più alto raggiunto dalla vocalist napoletana. L’album nasce dall’incontro tra la De Vito e Chico Buarque De Hollanda declinato attraverso l’intento di prendere alcuni gioielli del vasto songbook del cantautore brasiliano e reinventarli in  napoletano.

Ma come è potuto accadere tutto ciò? A spiegarlo è la stessa De Vito la quale, nel corso di una recente intervista, ha spiegato come l’interesse per la musica brasiliana sia albergato nel suo cuore praticamente da sempre, da quando ancor giovanissima ascoltava Chico Buarque che all’epoca viveva in Italia e i cui brani venivano tradotti nella nostra lingua,  come “Construção” che, non a caso, ritroviamo in apertura del CD. Comunque la scintilla vera e propria scocca nel 2010 quando Guinga, uno dei massimi esponenti della nuova musica brasiliana, invita Maria Pia a suonare con lui al festival romano di Villa Celimontana in programma per luglio. Durante le prove, Maria Pia propone di vocalizzare alcune frasi in napoletano: l’esperimento ottiene un esito insperato in quanto Guinga rimane letteralmente entusiasta. In una settimana Maria Pia traduce (o meglio reinventa) in napoletano i testi di otto brani e i due vanno in scena con grandissimo successo, così come accade nel successivo viaggio in Brasile, sempre con Guinga, Tra i brani tradotti ci sono “Olha Maria” e “Voce Voce” ambedue con testi di Chico Buarque; stimolata dai precedenti successi, Maria Pia decide di mandare a Chico queste sue traduzioni che incontrano il favore dell’artista brasiliano; si sviluppa così un intenso legame epistolare per tradurre i testi dal brasiliano in napoletano, un lavoro – sottolinea ancora la De Vito – di straordinaria intensità in cui si pesano le parole, le virgole, ma che alla fine soddisfa appieno tutti e due i protagonisti tanto che lo stesso Chico Buarque è ospite del disco in due brani “Todo sentimento” e “O Meu Guri” (quest’ultimo un duetto in napoletano).

Passo dopo passo, si arriva, quindi, all’individuazione dei brani che si ascolteranno nel disco ed è straordinario constatare come questi piccoli capolavori della musica brasiliana abbiano mantenuto intatta la loro freschezza e la musicalità  dei testi originari pur essendo stati reinventati nella lingua napoletana che si conferma, ove ce ne fosse bisogno, strumento estremamente duttile, ricco di ritmo, di grande varietà che consente interpretazioni di eccelso livello.  Così la già citata “Construção” diventa “A costruzione”, “Agua e Vinho” di Egberto Gismonti si mescola a “Voce ‘e notte”, la celeberrima “Olha Maria” si trasforma in “Curre Maria” … e via di questo passo per tredici brani di indubbio fascino.

Ovviamente l’ottima riuscita dell’album si deve alla bravura di Maria Pia, alla bellezza del materiale tematico… ma anche alla statura dei personaggi che hanno accompagnato la vocalist napoletana in questa avventura e cioè il pianista gallese Huw Warren, che con lei ha inciso due album “Dialektos” e “‘O Pata Pata”, il clarinettista Gabriele Mirabassi probabilmente uno dei migliori conoscitori italiani della musica brasiliana, il chitarrista brasiliano Roberto Taufic che ha curato gli arrangiamenti e Roberto Rossi percussionista particolarmente creativo e originale, con l’aggiunta del Burnogualà Large Vocal Ensemble nel brano n.10, “’O ritorno d’o Jammone”.

Dopo aver ascoltato attentamente il disco, il 5 maggio sono andato all’Auditorium per il concerto di presentazione di “Core/Coraçao” e ne sono rimasto letteralmente affascinato. La De Vito è perfettamente capace di ricostruire sul palco le atmosfere dell’album con l’aggiunta di brevi presentazioni che consentono di meglio seguire quanto gli artisti propongono. Ad accompagnarla  il quartetto già citato che si scompone e ricompone a seconda dei brani: così, ad esempio, in “M’abbasta’nu juorno” la cantante è accompagnata da solo pianoforte, in “Curre Maria” la ascoltiamo in duo con Gabriele Mirabassi mentre in “Je t’amo” il ruolo di unico accompagnatore spetta a Taufic… il tutto in rigoroso napoletano eccezion fatta per “Todo sentimento” unico brano proposto in portoghese. Comunque al di là del mutare di formazione, è la perfetta intesa che si respira tra i musicisti a rendere il concerto unico: Maria Pia è così libera di dare sfogo alla propria creatività sicura che i compagni sapranno seguirla, così come i non molti assolo di Warren, Mirabassi e Taufic regalano un ulteriore tocco di classe ad una performance già di per sé maiuscola.

 

Cettina Donato – Lucian Ban e Matt Maneri due facce della stessa medaglia

 

Cos’è oggi il jazz? Chiunque volesse dare una qualche sensata risposta a tale interrogativo si troverebbe immerso in un mare di guai. Eh sì, perché definire cosa sia oggi il jazz è impresa al limite dell’impossibile tali e tanti sono gli elementi che contribuiscono a determinare tale linguaggio. Il jazz è la tradizione di Louis Armstrong, le splendide voci di Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, il bebop di Charlie Parker e Dizzy Gillespie, le cascata sonore di John Coltrane, il modale di Miles Davis, l’informale di Cecil Taylor e Ornette Coleman… ma è anche l’espressione di quanti cercano e spesso trovano un ponte sonoro con la musica contemporanea creando qualcosa in cui è ben difficile trovare attinenze con la tradizione di cui sopra.

Di tutto ciò abbiamo avuto ancora una volta plastica conferma ascoltando, alla Casa del Jazz,  una sera dopo l’altra le esibizioni di Cettina Donato e del duo Lucian Ban e Mat Maneri.

Ma procediamo con ordine.

Il 30 aprile in occasione dell’International Jazz Day, la pianista e compositrice messinese ha presentato, per la prima volta live in Italia, il suo quarto lavoro discografico “Persistency – The New York Project” realizzato con Matt Garrison sax, Curtis Ostle contrabbasso e Eliot Zigmund drums. Andare in tournée con tre musicisti di tal fatta è impresa praticamente impossibile per cui la Donato si è presentata con Luca Fattorini contrabbasso  e Francesco Ciniglio batteria che non hanno certo sfigurato. Ecco, Cettina Donato è artista che ancora adopera un linguaggio che non si fatica a definire “jazzistico” essendo profondamente inserito in quella sorta di mainstream che ancora oggi contraddistingue molti jazzisti di  vaglia. E questo suo radicamento lo si nota non solo nel suo modo di “toccare” il pianoforte quanto nelle composizioni che denotano una raggiunta maturità espressiva che le consente di magnificamente adattare le sue capacità strumentali a ciò che vuole esprimere. Di qui una musica che pur rimanendo fortemente ancorata alle radici del jazz è tuttavia in grado di offrire spunti sempre nuovi e…perché no, di commuovere quanti sanno ascoltare non solo con la mente ma anche con il cuore. E di cuore Cettina ne ha davvero tanto; anche durante il concerto romano, l’artista ha tenuto a precisare che l’intero ricavato della vendita del disco sarà destinato ad un progetto da lei fortemente voluto: la costruzione della Residenza “VillagGioVanna”, in provincia di Messina, destinata ad ospitare in maniera permanente bambini, ragazzi e adulti affetti da autismo e che non hanno il sostegno della propria famiglia. Il progetto comprende anche un grande spazio destinato alle attività musicali con uno studio dotato di strumenti, dischi, una sala cinema, un terreno che ospiterà animali domestici per la Pet Therapy ed anche una piscina. Previsto il supporto di medici, assistenti, infermieri, operatori.

Come accennato, la sera dopo siamo tornati alla Casa del Jazz, per ascoltare Lucian Ban al pianoforte  e Matt Maneri alla viola. E qui il discorso cambia radicalmente ché trovare tracce di jazz, canonicamente inteso, è davvero difficile…anche se la performance dei due è stata semplicemente superba.  Lucian Ban è un pianista e compositore rumeno cresciuto in un villaggio della Transilvania e residente da diverso tempo negli Stati Uniti. Il suo pianismo ha radici nel blues, in Ellington, Monk e Jarrett e si collega in qualche modo alla tradizione afroamericana, cui aggiunge le influenze che gli vengono dalla sua terra,  la melodia, la malinconia soffusa. Mat Maneri, americano di origine italiana, figlio del sassofonista Joe Maneri, è invece un affermato violinista e specialista di viola, che ben conosce tutta la lezione del free. I due hanno già suonato insieme nel disco a doppio nome Ban/Hebert intitolato “Enesco Re-Imagined” del 2010 mentre a Roma i due hanno presentato brani tratti da “Transylvanian Concert” registrato nel 2011 e che ha rappresentato l’esordio per ECM del pianista rumeno. L’album nasce da un’esibizione live al Culture Palace di Targu Mures in Romania, regione in cui Lucian Ban ha trascorso la sua infanzia. I due hanno letteralmente affascinato il non numeroso pubblico con una musica tanto straniante quanto profonda, esplorando a fondo quel terreno di confine che sta tra il jazz e la musica contemporanea con una padronanza strumentale fuori del comune. I due si conoscono bene e soprattutto si nota che provano grande gioia nel suonare assieme. Non c’è frase, non c’è spunto, non c’è input lanciato da uno dei due che non venga immediatamente ripreso, sviluppato, rilanciato dall’altro. Comunque quello che tra i due impressiona maggiormente è Maneri per la sua capacità di piegare uno strumento difficile come la viola alle sue esigenze espressive. Così la viola la si ascolta ora con voce perentoria, con un sound profondo quasi del tutto privo di vibrato, ora con voce sottile, delicata a sottolineare i passaggi più intricati del pianista, ora in funzione quasi vocale, il tutto sulle ali di una improvvisazione che sembra non conoscere limiti e che proprio per questo, necessita di una concentrazione totale, assoluta. Non a caso il clima che si crea è di quelli che si fatica a rompere anche con gli applausi alla fine di ogni brano.

Un’ultima ma non secondaria considerazione: ad ascoltare questi due artisti straordinari eravamo circa quaranta; nelle stesse ore per il concertone del I maggio a San Giovanni c’erano migliaia di persone!!!

Napoli Jazz Fest: tutte le sfumature della passione nella terza edizione del festival, dedicato al contrabbassista Rino Zurzolo

Di ritorno da Napoli, con gli occhi intrisi di bellezza e con le orecchie dove ancora rieccheggiano miriadi di suoni, mi accingo a scrivere della terza edizione del Napoli Jazz Fest, svoltosi dal 4 al 7 maggio nel cuore del Centro Storico e nel nome di Rino Zurzolo, lo storico contrabbassista di Pino Daniele scomparso di recente, al quale anche A Proposito di Jazz ha tributato un affettuoso omaggio. La rassegna è organizzata dall’associazione culturale Napoli Jazz Club, per la direzione artistica di Michele Solipano (nei prossimi giorni pubblicheremo l’intervista che mi ha rilasciato), con la collaborazione dell’Assessorato comunale alla Cultura e del “Maggio dei Monumenti”, il cui filo conduttore tesse affettuose trame di memoria che attraversano la città, tutte dedicate ad uno dei suoi figli più illustri: Totò, nel cinquantesimo anniversario della morte.

Nel mio articolo di presentazione del Festival ho scritto che Napoli è musica e la musica è Napoli. Niente di più vero. A Napoli la musica è ovunque, la si respira in ogni vicolo ed è proprio attraversando questi quartieri, brulicanti di vita e di creatività, che giungo alla Basilica di S. Giovanni Maggiore, chiesa monumentale risalente al VI secolo e restituita alla comunità partenopea, dopo varie vicissitudini, nel 2012.

Entro nell’imponente Basilica per seguire il concerto inaugurale di NJF, giovedì 4 maggio, quello del quartetto della pianista Elisabetta Serio featuring Javier Girotto, valente sassofonista e compositore argentino. Mi accolgono le note di Take Five di Brubeck e sorrido, pensando alla contrapposizione tra la loquela poetica ed estetica del jazz – il profano – e quella complessa e rituale della liturgia religiosa – il sacro!

Mentre la platea si riempie, in prima fila noto il chitarrista Antonio Onorato e alla mia sinistra quel che rimane dello splendido organo Giovanni Galasso del 1890, al cui restauro verrà destinata una parte dell’incasso.

Alle 21.35 sale sul palco Elisabetta Serio, accompagnata da Marco De Tilla al contrabbasso e da Leonardo De Lorenzo alla batteria. La Serio dedica, con grande commozione, il suo concerto a Zurzolo, con cui, spiega, ha avuto il piacere di suonare per 10 anni e grazie al quale ha conosciuto Pino Daniele, entrambi musicisti fondamentali nel suo percorso artistico, al pari delle collaborazioni con i grandi del neapolitan power, come James Senese, Tullio De Piscopo ed Enzo Gragnianello.

Il concerto inizia con “Flou”, una composizione inedita che entrerà nel nuovo album della pianista napoletana, “Liquido”. Il brano si apre con una morbida intro affidata al pianoforte, che ci regala la bella immagine di un’ispiratissima Elisabetta che suona con gli occhi chiusi. Il contrabbasso disegna una linea tersa, quasi sussurrata, giocata sul registro grave, mentre il batterista esegue delicate ed eleganti fioriture ritmiche con le spazzole.

“Il cielo sotto di me” è uno dei brani di “16”, il secondo lavoro della Serio dopo la riuscitissima opera prima “April”, e in questo brano, dalla melodia struggente, si aggiunge al trio anche Javier Girotto.

L’argentino, fondatore degli Aires Tango, suona il suo strumento, per tutto il concerto, con una sfrenata passione, muovendosi sulle note come se volesse instillare la vita al sax… i suoi assolo sono dei veri e propri happening all’interno delle esecuzioni. Javier si alza e si abbassa con un gioco di gambe che enfatizza l’emissione dei suoni, fugge via con note impossibili, stoppa la musica con il ginocchio sollevato (alla Ian Anderson!)… sensazionale!

“April” brano che da il nome all’album, esordisce con un tempo lento che prende subito corpo e vivacità grazie ad uno spunto tematico pulsante e fortemente ritmato, che ben si addice alla verve solistica di Girotto.  Elisabetta e Javier, che suona sia il soprano sia il flauto andino, si guardano spesso e si sorridono durante l’esecuzione di questo brano, la gioia di suonare assieme li unisce in un abbraccio musicale.

In scaletta anche lo standard di Sidney Bechet,  “Si tu vois ma mère” e “Brad”, una dedica speciale al pianista Brad Mehldau, composta da Elisabetta Serio. La partenopea e l’argentino giocano sul palco alla ricerca di nuove sonorità; Javier inserisce la campana del sax dentro alla cassa del pianoforte, suonando corti fraseggi che provocano la vibrazione delle corde, creando così un terzo strumento che ha una gamma di suoni che si propaga in ogni direzione, grazie anche alla riverberazione naturale dovuta alla conformazione architettonica e acustica della Chiesa. “Fil rouge”, composizione originale tratta da “April”, è un brano di grande impatto evocativo che evidenzia il profondo feeling che lega  i componenti del gruppo e dove la batteria di De Lorenzo esprime un groove coinvolgente.

La vincitrice del Premio Massimo Urbani 2016, Emilia Zamuner, sale sul palco, chiamata dalla Serio, per eseguire Afrika, brano composto dalla stessa pianista, con le parole di Giulia Rosa, e interpretata anche da Sarah Jane Morris. La Zamuner è una portatrice sana di energia (sempre che ce ne fosse stato bisogno!) e la sua voce è calda e ricca di sfumature ambrate.

Il finale è irresistibile con il pubblico a scandire una “Smells like teen spirit”, l’anthem dei Nirvana, la band di Seattle di Kurt Cobain, spogliata dagli orpelli rockettari e rivestita di un linguaggio crossover tendente al jazz. Non c’è niente da dire, quando una canzone è bella lo è a prescindere da qualsiasi approccio o intenzione si usi per eseguirla ed io amo la versione originale di Cobain esattamente come amo le sue rivisitazioni, di Brad Mehldau e Joshua Redman, di Patti Smith e di Elisabetta Serio.

Un divertente gioco di parole chiude la serata: “come bis facciamo tris”, dice Elisabetta (che sarebbe “Trees”… ed è inserito nel secondo disco “16”), aprendoti il cuore con la sua musica ma anche con quel suo splendido sorriso e con la sua spontanea, quasi fanciullesca semplicità. L’incontro con Javier Girotto crea nuovi spazi di bellezza e di creatività.

Il 5 maggio, sempre alla Basilica di San Giovanni, completamente sold-out, Chiara Civello, cantautrice romana che ha avuto l’onore di comporre con Burt Bacharach e di cantare con Al Jarreau (uno su tutti),   presenta il suo nuovo progetto discografico cinematico “Eclipse” (Sony Music), il cui titolo è ispirato ad una poesia di Emily Dickinson. Si tratta del suo sesto album, che arriva a tre anni da “Canzoni” e dopo aver scalato, nel 2005, le classifiche mondiali con “Last Quarter Moon”, pubblicato dalla prestigiosa etichetta americana Verve Records.

Si comincia con “Come vanno le cose”, preceduta da un cinguettio di uccelli molto naturale (merito di Marc Collin dei Nouvelle Vague, produttore dell’album, registrato tra Parigi, Rio e New York) che si espande tra le volte della basilica. Chiara Civello, in un outfit total red e chitarra, ha un modo elegante e sensuale di interpretare le canzoni, che portano firme autoriali importanti come quelle di Bianconi, Di Martino, Kaballà e Donà ed hanno come denominatore comune il cinema.

Chiara, alla chitarra, piano e voce, è accompagnata da Tommaso Cappellato alla batteria e dal giovane polistrumentista siciliano Seby Burgio. I tre musicisti propongono un set decisamente minimal, seppure connotato da una notevole ricchezza sonora, dove le atmosfere spaziano dalla disco all’elettronica spinta, senza dimenticare la musica brasiliana, grande passione della Civello, e la grande tradizione melodica italiana, il tutto declinato in un linguaggio jazz contemporaneo.

Nel corso della performance ho ascoltato la bellissima “Cuore in tasca”, scritta da Antonio Di Martino, “Sambarilove”, dal titolo calembouresco cantato in coro da tutto il pubblico, un ballereccio “sambalanço” composto assieme a Rubinho Jacobina e, verso il finale, “Um Dia”, creata in portoghese con il chitarrista brasiliano Pedro Sa.

Piccola nota a parte per la cover di “Parole Parole” dove il canto, ai limiti dell’essenzialità con qualche etereo e incantevole vocalizzo, è contrapposto ad un arrangiamento di organi elettrici anni Settanta.

Divertente la versione di “El Negro Zumbón”, samba scritta da Armando Trovajoli per il film “Anna” di Lattuada, sulle cui note ballava un’ammiccante Silvana Mangano e venerdì anche una provocante Chiara Civello!

Il concerto termina con un bis di quelli che pesano, per quello che hanno rappresentato nella storia della musica. Sto parlando della struggente “The windmills of your mind”, che Michel Legrand scrisse ispirandosi ad una sinfonia di Mozart e che Paolo Jannacci tradusse per il padre Enzo in “I Mulini dei ricordi”

Chiara la interpreta con grande pathos e la sua voce calda e cangiante emerge per pienezza e profondità, anche nel registro basso… “come cerchi dentro un cerchio, nei mulini dei ricordi…”

Ho aperto l’articolo parlando della bellezza che s’è insediata dentro me dopo questo viaggio… ne custodisco il sapore nella memoria e mi sembra perfetto chiuderlo con le parole di Emily Dickinson, ispiratrice di Chiara Civello ma anche mio imprescindibile ed essenziale punto di riferimento:

La Bellezza – non si crea – È. / La insegui, e si dilegua. / Non la insegui, e si insedia.

A Proposito di Jazz desidera ringraziare i fotografi: Alessandro Catocci e Spectrafoto (Elisabetta Serio) e Antonio Siringo (Chiara Civello) per le immagini a corredo dell’articolo.

Live improvisations, di Renzo Ruggieri

Solo Accordion Project

LIVE IMPROVISATIONS

Renzo Ruggieri, accordion, electronic

Renzo Ruggieri decide di assemblare in maniera ragionata una serie di registrazioni live di suoi concerti in solo, avvenuti nell’ arco temporale tra il 1998 e il 2010, con il preciso intento di porre l’accento sull’improvvisazione libera e sul coesistere del suo accordion con effetti elettronici e loop station: dunque un disco in solo ma con la possibilità di replicare, doppiare, distorcere e rendere mutevoli la voce di uno strumento molto connotato, che siamo abituati ad associare ad un tipo di musica tradizionale, nonostante nel Jazz lo stesso accordion oramai sia sempre più presente ed in alcuni casi innovativo.
In questo percorso ardito, quasi una ricerca sperimentale avvenuta negli anni,  (questo cd chiude un trittico cominciato con la registrazione in studio di Improvvisazioni Guidate VAP100 e  Storie di Fisarmonica Vissuta VAP101 ), Ruggieri si lascia andare ad un’esplorazione integrale (e dal vivo) delle possibilità del proprio strumento, disvelandone le notevoli possibilità espressive, anche quelle più estreme.
Quindici i brani in scaletta, ognuno un piccolo mondo a sé, da ascoltare rigorosamente con la totale apertura mentale che permetta di godere senza pregiudizi di suoni a volte anche ostici, ma sempre inseriti in un disegno che ha un qualcosa di ineluttabile, che in qualche modo va “nel modo giusto”. Perché in fondo sono l’espressione di un messaggio profondamente sentito dal musicista che estemporaneamente lo sta formulando: bisogna fidarsi di lui e con lui decidere di partire per quel viaggio in zone inesplorate.
L’album comincia con Shark : un gioco di suoni che richiama anche alla mente il famoso pattern che identifica il movimento minaccioso del celebre squalo cinematografico. E che mostra quanto l’accordion possa evocare sentimenti angosciosi quali tensione, paura, non senza qualche guizzo di ironia.
I brani sono suggestivi, costruiti con sapienza compositiva, anche se improvvisati, in cui l’anima “tradizionale” dell’accordion, che rimane salda nei fraseggi e nella scelta di armonie spesso struggenti, si intreccia con suoni avveniristici che se vogliamo addirittura ne esaltano le caratteristiche acustiche:  in Mostro è enfatizzato l’aspetto ritmico, nel quale anche il rumore dei tasti è fondamentale, ed  arpeggi , citazioni di repertorio noto (echeggia Piazzolla), guizzano in mezzo a un fitto tessuto elettronico.
Ci sono anche brani più contemplativi, come Vento Calmo, o il loro opposto, come Radio,  completamente costruita sugli effetti e sui loop: una creatività sfrenata ed intellegibile con i parametri e le porte di accesso più varie. Quasi ostica, ma mai respingente. Progressioni armoniche inaspettate, ostinati ipnotici sono disseminati per tutto il cd. Emerge il bisogno impellente di sfogare un estro improvvisativo che va al di là della linea melodica o ritmica, e che esplora tutte le timbriche e i registri possibili. Ogni tanto riemerge il suono naturale dell’ accordion e si sfiorano anche atmosfere rock (Lines). E se la musica tradizionale è presente, come in Saltarè, in cui in una specie di sincronico legame tra passato e futuro si legano scheletro ritmico ed alcune cellule melodiche riconoscibili del saltarello a suoni avveniristici e inaspettati, c’è anche subito dopo (Unheards Words) una musica fortemente sperimentale, “inascoltabile” solo se si rimanga legati a parametri musicali rassicuranti, perché già noti.
Se si sceglie invece di estraniarsi, si viene semplicemente trascinati in un altro mondo sonoro, ipnotico.
In Distorsion lo strumento diventa ancora una volta rock, con l’elettronica e la loop station, sino ad finale di assolo di chitarra alla Jimi Hendrix.
Voci è un brano inizialmente quasi naturalistico, evocativo, tutto giocato su suoni acutissimi che  contrastano note gravissime, sfondi cupi, vibrazioni ostinate, cluster, e la mancanza, proficua, di una melodia.
La melodia invece esiste eccome in Aria, quasi nostalgica, dolce, tenera, con un accompagnamento sommesso, quasi silente, destinato poi ad intensificarsi per compiere solari incursioni nel modo maggiore.
E se in Onde Mosse quasi siamo davanti ad una colonna sonora da film horror, in Free Tango torniamo ad un genere affine all’accordion: ma il tango è rivisto in una chiave drammatica e dissonante, destrutturato della sua parte ritmica tipica, se non in alcuni brevi tratti.
Un click incessante di fondo, esplicito, imperante è la sorgente di Ticks, costruito interamente su quel click.
Film è costruito suonando dal vivo su cortometraggi senza sonoro, a dimostrare che le immagini possono essere sorgente di musica, di musica totalmente improvvisata e libera, ispirata estemporaneamente.
L’ultima traccia è Si Sol Re, che lo stesso Ruggieri spiega essere nato durante l’esecuzione di un bis, in cui il compositore ha chiesto al pubblico tre note su cui improvvisare. Ne è nato un brano placido, dolce, in cui quella piccola cellula melodica, sulla tonalità di Sol maggiore, un arpeggio in terzo rivolto rovesciato, dà origine ad un vero dolcissimo brano, stavolta acustico, che fa approdare ad un porto sicuro chi ha ascoltato questo album dall’inizio alla fine. Chi, cioè, ha intrapreso un viaggio a volte carambolesco, di certo non scontato né rassicurante, ma uno di quei viaggi che ti rimangono impressi e che ti è chiaro che sono stati un insperato arricchimento.

Al Bebop il Trio Tucci – Ionata Mannutza

A Roma ci sono locali su cui davvero si può contare se si vuole ascoltare ottimo Jazz: uno di questi è il Bebop. Non vi parlo da avventore comune, ma da appassionata: il Jazz è bellissimo ascoltarlo ovunque, naturalmente, nei teatri, negli auditorium, ma nei club è sempre un po’ diverso, se c’è l’atmosfera giusta. E l’atmosfera giusta è quella in cui c’è silenzio, certo, ma non il silenzio assoluto: ci deve essere una specie di flusso vivo tra musicisti e pubblico. Il palco non deve essere così lontano e nemmeno troppo in alto: li si vede scambiarsi sguardi, li si vede suonare da vicino. Si diventa parte di ciò che sta accadendo.
Sabato sera (per meglio dire, sabato notte, nei club si suona tardi) ha suonato un Trio di eccellenze: uno di quei gruppi che vai a sentire contento, perché già sai che suoneranno bene, anche se non sai esattamente cosa potrà accadere, perché sono musicisti che non si accontentano di proporre un format fisso, del quale si sentono sicuri, un compitino già confezionato così siamo tutti contenti. Il trio in questione è costituito da LorenzoTucci – Max Ionata  – Luca Mannutza, rispettivamente alla batteria, al sax tenore e all’organo Hammond.
Quando si parla di Trio, nel Jazz, si pensa spontaneamente, come è ovvio che sia, alla compagine pianoforte, contrabbasso, batteria. Un hammond trio come quello qui sopra indicato porta chi ascolta in un mondo sonoro abbastanza inconsueto rispetto a quello più tradizionale. Il suono dell’organo elettrico è particolare, inconfondibile: è ovattato ma allo stesso tempo piuttosto pervadente. Gli accordi che si ottengono su un organo hammond si percepiscono nettamente, hanno una forza armonica persistente, continua, alla quale l’hammondista ha anche la possibilità di imprimere dinamiche notevoli. Ed il click tipico dovuto alla pressione dei tasti ha una sua valenza ritmica non indifferente. Il sax tenore (con la sua voce potente e duttile) e la batteria (con le sue infinite possibilità ritmiche e dinamiche), se i musicisti sono all’ altezza di gestire cotanto materiale timbrico, si intrecciano con uno strumento così particolare dando luogo ad una performance molto interessante, anzi, avvolgente. Chi ascolta viene avviluppato, imbrigliato – difficile sottrarsi o distrarsi – in un’ esperienza musicale forte, divertente e di sicuro non piatta o ripetitiva.
Al Bebop è andata così. Tucci, Mannutza e Ionata sono prima di tutto tre solisti di altissimo profilo, e questa non è certo una novità. Proprio in quanto tali, paradossalmente, sono capaci di fondersi in un’unica macchina di suoni in cui nessuno è leader ma in cui ognuno “lavora” per sublimare le caratteristiche degli altri. E dunque far emergere reciprocamente proprio quella vena solistica che è insita in ognuno.
E così quando Ionata espone un tema melodico per poi scioglierlo in una improvvisazione audace, Mannutza con l’hammond ha la cura di creare per il sax uno sfondo armonico  ritmico che nel suo svolgersi però ha una sua intellegibilità a se stante, una pienezza che, guarda caso, è quella che occorre nell’intreccio con la batteria di Tucci, che è a sua volta tutt’altro che “solo ritmo”. A ben ascoltare, anche l’infinita varietà di soluzioni ottenute dalle bacchette (o dalle spazzole) di questo batterista dalla fantasia inesauribile ha una sua precisa progressività armonica e melodica molto tangibile, e dunque godibile.
Se il tema principale è in carico all’ hammond di Mannutza, Ionata potrà fare le veci, inaspettatamente, di una bella linea di contrabbasso. Ci saranno momenti in cui la batteria di Tucci si “limiterà” (se di limitarsi si può parlare, in un contesto in cui il fine non è certo la spavalderia del singolo ma la buona musica) a percuotere charleston e piatti per sottolineare gli impasti armonico ritmici dell’ Hammond durante le improvvisazioni di Mannutza.
Voi direte “beh ma questo è il jazz”.
Appunto, questo è il Jazz, e bisogna saperlo fare, specialmente con tre strumenti così intrinsecamente assertivi, ognuno per le sue particolari caratteristiche. Il pericolo sempre in agguato è quello di “caracollare” in un minestrone indistinto, confuso, e voluminoso di suoni quasi sempre ad alto volume e dallo spessore ingombrante: si rischia di diventare monocordi e si rischia anche l’assuefazione da parte del pubblico al suono stesso. Invece il concerto al Bebop è stato un concentrato di groove, energia, contrasti timbrici e dinamici curati nei particolari, capacità di ascolto reciproco, estro creativo: il tutto in un clima di rilassatezza, quella rilassatezza di chi il suo mestiere lo sa fare molto bene, e può permettersi di divertirsi mentre suona, e dunque di divertire.
La scaletta molto varia tra blues, latin, standards adrenalinici e suggestive ballads ha fatto la sua parte.
Il Jazz è vivo. W il Jazz!

SNARKY PUPPY La band del momento

 

Articolo di Luigi Viva

 

Erano anni che non si vedeva un gruppo jazz con una tale impatto, progettualità ed idee. Scomparse le grandi band stabili (Pat Metheny Group, Joe Zawinul, Chick Corea e ancor prima Miles Davis), il jazz elettrico e più contaminato stava attraversando una certa crisi, complice anche lo streaming e il download che hanno dimezzato gli introiti dalle vendite di cd e dvd.

Gli Snarky Puppy in tredici anni di duro lavoro (il  loro leader Micheal League ha 33 anni), si sono imposti all’attenzione mondiale come la band del momento. L’attuale tour (oltre quaranta concerti in Europa) sta registrando numerosi sold out come quello di Londra (5.000 biglietti venduti).

Nati nel 2004, dodici album all’attivo, un susseguirsi di tour (superata  quota 1300 concerti)  e l’investitura di ben tre Grammy  ( nel 2013 per l’esecuzione di Something con Lalah Hathaway, contenuto nel loro album Family Dinner– Volume One, nel 2015 per l’album SYLVA inciso con la Metropole Orkest e nel 2016 per CULCHA VULCHA che ha trionfato come Best Contemporary Instrumental Album). Non bastasse, anche il  prestigioso referendum di Down Beat  li vede vincitori dal 2015 nella categoria miglior gruppo jazz, scalzando grandi nomi quali Pat Metheny, Herbie Hancock e Chick Corea.

Quattro le date italiane: Torino, Trento, Pisa e Bologna anch’esse esaurite da giorni.

Moltissimi giovani presenti e molti musicisti accorsi per toccare con mano la bravura di questa band. . Questa la formazione: Michael League – basso, keybass, Larnell Lewis – batteria, Marcelo Woloski- percussioni ,Chris McQueen – chitarra, Bill Laurance – tastiere, Justin Stanton- tromba e tastiere, Mike Maher – tromba e flicorno, Chris Bullock e Bob Reynolds  Sax.

Aspettative non deluse. Finalmente ad un concerto ci si diverte, si ascolta musica di gran qualità, suonata da eccellenti musicisti, guidati da un leader come Micheal League che sa, come e quando, intervenire nelle improvvisazioni, modificando la scaletta (totalmente differente quella di Pisa dalla data precedente) senza alterare il risultato : gran musica e soddisfazione che unisce pubblico e musicisti.

Nei camerini, come nel palco, l’atmosfera è rilassata ed amichevole, nessun problema di ego, disponibilità con il pubblico al quale gli Snarky dedicano del tempo nel dopo concerto. Che dire, dopo anni di noia, di proposte musicali spocchiose, arrivano loro che con talento  si impongono suonando a livelli incredibili, riproducendo dal vivo in maniera ottimale anche i loro album più complessi senza utilizzare alcun tipo di sequenze, abusate e tanto da molti artisti, incluso Pat Metheny.

In scaletta brani dal loro ultimo brano CULCHA VULCHA (Palermo, Tarova, Gemini, Big Ugly  trascinante brano con League al Key bass. Dal vecchio repertorio solo pezzi  da  WE LIKE IT HERE uscito nel 2014 : Tio Macaco con un travolgente duello percussivo fra Marcelo Woloski e Larnell Lewis , Outlier con il sassofonista  Bob Reynolds in grande evidenza ,  What About Me?  e  Lingus  pezzo forte degli Snarky , brano tiratissimo e nel quale con grande sapienza Michael Leaugue ha collocato lo struggente  solo di Bill Laurance al piano.

Prossimo album degli Snarky Puppy previsto per il 2018, nel frattempo Michael League tornerà in Italia questa estate con la sua nuova produzione Bokantè con tre concerti italiani: il 21 luglio a Roma (da confermare), il 22 Locus festival  a Locorotondo ( Bari) e il  25  a Fano.