Monk’n roll con Tinissima 4tet alla rassegna Musica al Vittoriano

 

Foto di Adriano Bellucci

Roma, Vittoriano, Terrazza Italia, 7 luglio 2017
Monk’n Roll
Tinissima 4tet

Francesco Bearzatti, clarinetto e sax tenore
Giovanni Falzone, tromba
Danilo Gallo, basso
Zeno De Rossi, batteria

Quando pensavi che su Thelonius Monk si fossero oramai compiute musicalmente tutte le operazioni possibili – posto che il Jazz è una vena inesauribile, certo, e improvvisarvi o reinterpretare è un qualcosa che non si può prevedere del tutto – ti capita di andare ad ascoltare Monk’nRoll (cd edito da CAM Jazz) di Tinissima 4tet. Le tue quasi certezze si scardinano e passi un’ ora e mezzo intensa, divertente, anzi entusiasmante e, se come chi vi scrive, sei lì per poi doverne dare conto, fai anche molta attenzione a quanta preparazione e carica creativa vi sia dietro quella curiosa operazione.

Siamo a Roma, nella Terrazza Italia del Vittoriano, al tramonto di una sera estiva. E’ lì che si svolge  Musica al Vittoriano (appuntamenti tra Jazz e altro) nell’ ambito  di Art City, rassegna di arte, architettura, letteratura, musica, teatro, danza e audiovisivo organizzata dal polo museale del Lazio nell’arco di tutta l’estate romana.
Il luogo è affascinante, come si può immaginare, i posti esauriti, sold out. Mentre si attende l’inizio del concerto si guarda rapiti il panorama: la terrazza domina la città. Fino a quando non comincia la musica.
Monk’n roll si basa su un’idea pressoché geniale: mescolare il jazz di Thelonius Monk al rock e anche al pop. Come? Intrecciandoli tra loro. Letteralmente, intrecciandoli, come se fossero due fili colorati a contrasto. Quello che avviene è che chi ascolta percepisce nettamente due linee che riconosce, eppure quelle sono strettamente intrecciate.
E’ una specie di rompicapo che non puoi fare a meno di seguire su due piani: uno, quello che ti trascina emozionalmente, l’altro (specie se devi scriverne poi in un secondo momento) quello che ti porta a cercare di capire perché quella musica è così trascinante.

I Tinissima entrano in scena con una introduzione ricca di materiale sonoro, una sorta di presentazione di ciò che sta per avvenire. Mi sbaglierò ma vagamente appare anche Gershwin. Poi, per nulla vagamente, ecco Bemsha Swing avviluppato a Another one bites the dust dei Queen. Non mi andrebbe di stare attenta, mi andrebbe di fare ciò che sta facendo la gente in platea: lasciarsi trasportare da questa specie di positiva schizofrenia jazzrockistica ma non posso farlo. I Queen sono affidati al basso di Danilo Gallo e alla batteria di Zeno De Rossi, Monk è affidato al sax tenore di Francesco Bearzatti e alla tromba di Giovanni Falzone. La parte tematica di entrambi i fronti è volutamente cristallina, inizialmente, e cattura l’attenzione in maniera totalizzante, proprio perché ti trovi in mezzo ad una sorta di rebus, ad un arcano che ti confonde nonostante la soluzione sia ad un passo, specie se hai amato sia Monk che i Queen. Ti trovi a voler seguire entrambe le linee melodiche, la linea armonica si adatta ad entrambe e tu sei in mezzo. Poi l’enigma si scioglie nei soli improvvisati di tromba, di sax, di batteria, poi si ritorna agli obbligati per la tromba il sax, poi il pezzo si chiude e tu sei lì che cerchi ancora di capire cosa sia successo di così elettrizzante.


Il gruppo durante tutto il concerto mostra un estro creativo inesauribile, una serie quasi infinita di trovate espressive. Gli strumenti vengono utilizzati con tutte le funzioni possibili. Può capitare che le note acute del clarinetto svolgano una funzione ritmica. O che su uno strenuo ostinato di basso Bearzatti crei un’improvvisazione soffiando solo sul bocchino e l’ancia del clarinetto stesso. Il basso (versatile, duttile, ma anche potente) di Danilo Gallo può assumere di volta in volta una funzione prettamente ritmica o addirittura straniante, magari reiterando un riff in 7/4 (o 7/8? non saprei dirvi adesso),  ma può aprirsi anche in accordi dal voicing di una grande pienezza armonica, indispensabile in alcuni momenti della performance.
Se la tromba di Falzone espone un tema, il sax tenore di Bearzatti fornisce affondi armonici toccando note fondamentali per la comprensione dell’accordo attuale in quel momento, oppure improvvisa, magari simulando efficacemente una chitarra elettrica.


Il set della batteria di De Rossi, jazzistico, può risuonare come un set rock, in un’alternanza continua tra due mondi sonori.
Round Midnight inspiegabilmente si fonde alla perfezione con Walkin’ on the Moon dei Police.  L’inconfondibile linea di basso la garantisce Danilo Gallo, mentre Francesco Bearzatti e Giovanni Falzone si prendono in carico Thelonius Monk, fino a quando, eseguendo il ritornello di Walkin’ on the Moon a due voci invadono il campo del basso, per poi tornare a Round Midnight. Tu sei ancora lì che cerchi di risolvere l’arcano ed ecco che ancora Gallo e De Rossi ti presentano Billie Jean di Michael Jackson mentre Francesco Bearzatti e Giovanni Falzone vi saldano indissolubilmente Walkin Bad: sembrano nati così i due brani. Sono come due parti di un puzzle finalmente ricostruito, e non me ne vogliano i puristi del Jazz.
Under Pressure
dei Queen sembra legato a Brilliant Corners come un gemello siamese eterozigote, e Walk on the dark side di Lou reed a Criss Cross:  appaiono dopo un omaggio di Bearzatti a Roma, che, calata la sera, risponde a Rugantino risplendendo sotto la Terrazza Italia. Il clarinetto e la tromba cantano a due voci giocando con accenti, dinamiche, sfiorando non si sa come anche un po’ di Messico (l’ho sentito solo io? Magari sì, ma non importa) e tornando da Lou Reed a Rugantino.


Walk this Way  degli Aerosmith emerge, potente, dal basso imprescindibile di Danilo Gallo, e ad esso si abbraccia strettamente Straight no Chaser : il sax interagisce proprio con il basso, Falzone rumoreggia con la sua voce, Zeno De Rossi esplode in un assolo fantastico e tu trovi una delle risposte al quesito “cosa è la creatività”? Ce l’hai avuta davanti per un’ora e mezzo sul palco del Vittoriano durante una sera estiva.
Thelonius Monk avrebbe ballato ascoltando Tinissima 4tet, quasi certamente avrebbe ballato: il quasi lo tengo in serbo per salvarmi dai puristi del Jazz!

I NOSTRI CD. In primo piano il sound atipico del jazz

Max De Aloe, Baltic Trio – “Valo” – abeat 169
De Aloe, Cominoli, Zanchi – “City of Dreams” for Garrison Fewell – abeat 166
Tromba, pianoforte, sassofono, batteria hanno da sempre connotato il jazz con il loro sound; poi man mano si sono aggiunti altri strumenti con un suono profondamente diverso, tra cui l’armonica a bocca e la fisarmonica, che il vostro cronista apprezza moltissimo. Questa volta abbiamo la fortuna di segnalarvi ben cinque album che evidenziano appunto, questo “sound atipico” del jazz, due di Max De Aloe straordinario armonicista, due della splendida coppia Soscia-Jodice e uno di Vince Abbracciante.
Ma procediamo con ordine. “Valo” è una parola finlandese che significa “Luce” e per questo nuovo progetto De Aloe collabora, infatti, con due musicisti nordici, il chitarrista finlandese Niklas Winter e il contrabbassista danese Jesper Bodilsen. Si trattava di una sfida impegnativa in quanto l’universo musicale di Max non è certo lo stesso degli altri due: intriso di melodia il primo, rarefatto e con grande senso dello spazio il secondo. A ciò si aggiunga il fatto che intenzione di De Aloe, così come da lui stesso esplicitata, era “unire il jazz alla musica antica… o meglio trattare la musica antica come se fosse jazz contemporaneo”. Ecco quindi in repertorio musiche di Claudio Monteverdi e di Henry Purcell nonché due perle tratte dalla Graduale Aboense, una partitura – ci informa ancora De Aloe – in notazione neumatica (che caratterizza tra l’altro i canti gregoriani) risalente al XIV-XV secolo ritrovata nella cattedrale di Turku, antica capitale della Finlandia. Ma a parte queste informazioni, l’album è un vero e proprio atto d’amore che De Aloe dedica alla Finlandia, una sorta di viaggio in cui l’armonicista intende prendere per mano l’ascoltatore e portarlo a godere di quegli spazi, quella luce, quei paesaggi che caratterizzano il profondo Nord e che solo quanti hanno visitato quei luoghi possono capire sino in fondo. E la musica appare perfettamente in linea con quanto detto; De Aloe evidenzia ancora una volta quelle che sono le sue grandi doti: un eccellente senso melodico; una pronuncia sempre diretta, chiara, esplicita; un linguaggio mai banale; un sound del tutto personale; una capacità di creare profonde atmosfere con poche note. Per questa non facile impresa un’importanza determinante l’hanno avuta anche i partners di Max: Niklas Winter e Jesper Bodilsen hanno svolto un prezioso lavoro di supporto e di sottolineatura con il chitarrista spesso in funzione solistica (lo si ascolti ad esempio nella title-track). Un’ultima segnalazione: in questo album De Aloe si è espresso anche in splendida solitudine e oltre all’armonica ha suonato anche la fisarmonica, il sintetizzatore e la viola da gamba coronando così un sogno che ci aveva confidato qualche tempo fa.
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Diversa l’atmosfera del secondo album in cui Max suona in trio con Attilio Zanchi al contrabbasso e Lorenzo Cominoli alla chitarra cui si unisce in “Are You Afraid of the Dark?” Tino tracanna al sax soprano . Si tratta di un concept album dedicato alla figura del grande chitarrista Garrison Fewell scomparso nel 2015 e con il quale avevano collaborato sia De Aloe, sia Cominoli sia Zanchi; non a caso il titolo dell’album è lo stesso di un CD inciso da Fewell in Italia per la Splasc(h) Records con il pianista George Cables, il sassofonista Tino Tracanna, il bassista Steve LaSpina e il batterista Jeff Williams; non a caso dei dieci brani eseguiti da De Aloe e compagni ben sette sono di Fewell con l’aggiunta di “Beatrice” di Sam Rivers, “A Reason to Believe” di Zanchi e “Johnny Come Lately” di Billy Strayhorn. Come si conviene ad un tributo profondamente sentito, la musica risponde ad un solo profondo imperativo: la sincerità dell’espressione, la voglia di ricordare un maestro, un amico e un uomo in cui, come ricorda Max, la prima cosa che riconoscevi era la profonda umanità. Di qui una musica eseguita quasi in punta di piedi, con grande dolcezza e delicatezza, spesso pervasa da una soffusa malinconia, senza per questo trascurare una certa carica di swing e quel terreno improvvisativo che tutti e quattro conoscono assai bene. I brani sono ben strutturati con una preferenza particolare per “Insatiable” impreziosito da uno splendido assolo di Max De Aloe

Giuliana Soscia &Pino Jodice 4tet meets Tommy Smith – “North Wind” – Cose
Orchestra Jazz Parthenopea di Pino Jodice e Giuliana Soscia – “Megaride” – Cose
Pino Jodice, pianista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, didatta e Giuliana Soscia fisarmonicista, pianista, compositrice, arrangiatrice e direttore di orchestra oramai da molti anni costituiscono una coppia di straordinaria efficacia nell’arte e nella vita. Di qui un’empatia, un’intesa, un idem sentire che si evidenziano in tutte le loro performances sia live sia discografiche. A quest’ultimo riguardo, le loro produzioni si mantengono tutte su altissimi livelli e a questa regola non sfuggono questi due ultimi CD. Nel primo, “North Wind”, i due, in quartetto con Luca Pirozzi al contrabbasso e Valerio Vantaggio alla batteria, incontrano Tommy Smith sassofonista scozzese di grande talento, compositore/arrangiatore, e direttore della SNJO Scottish National Jazz Orchestra ed anche Artistic Director del Royal Conservatoire of Scotland in Glasgow; personaggio di primissimo piano sullo scenario internazionale Smith ha inciso per varie etichette tra cui ECM, Blue Note , la sua personale Spartacus, e ha collaborato con musicisti di caratura internazionale quali Gary Burton, Chick Corea, Jack DeJohnette, Kenny Barron, Arild Andersen, John Scofield, Trilok Gurtu, Kurt Elling e tantissimi altri. Questo album è quindi il frutto di una amicizia profonda, che ha già visto momenti di collaborazione, declinata nell’occasione in nove brani originali equamente divisi, tre a testa. Ciò nulla toglie all’omogeneità dell’album che si snoda con grande musicalità ponendo in evidenza non solo la maestria strumentale di tutti e cinque i musicisti ma soprattutto la capacità di Soscia, Jodice e Smith di far coesistere un linguaggio (quello di Smith) chiaramente improntato al jazz più propriamente europeo, con la matrice italiana, mediterranea, del pianista e della fisarmonicista. Non c’è un solo passaggio, un solo attimo in cui la musica non appia ben strutturata, ben arrangiata, in cui i tre non dialoghino con grande libertà coadiuvati da una sezione ritmica di assoluta eccellenza. E le atmosfere dell’album sono ben delineate dai primi tre pezzi: in “Body or Soul” brano d’apertura di Tommy Smith, prevalgono gli “ingredienti” nordici mentre in “The Old Castle” di Giuliana Soscia approdiamo a momenti più soft, rilassati, con il sassofonista ad interpretare magnificamente il clima voluto e disegnato dalla Soscia la quale si produce in un assolo delicato e coinvolgente, clima che, però, nelle altre sue composizioni la Soscia abbandona per una scrittura più vicina al free; in “Freedom’s Sword”, così come in tutti gli altri suoi brani, Pino Jodice offre un saggio delle sue capacità di compositore e arrangiatore disegnando un ricco tappeto sonoro su cui si inseriscono gli assolo dei solisti (si ascolti il contrabbasso di Vantaggio e la batteria di Pirozzi nella title track). E via di questo passo fino all’ultimo brano, “Sun” di Tommy Smith, introdotto da una magnifico assolo dell’autore allo shakuhachi, sorta di flauto giapponese e impreziosito tra l’altro da un trascinante assolo di Pino Jodice.
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Di natura completamente diversa il secondo album, registrato dal vivo durante il concerto al Volcano Solfatara il 22 giugno del 2016, nell’ambito del “Pozzuoli Jazz Festival”. Protagonista una “creatura” fortemente voluta da Pino Jodice e Giuliana Soscia, l’ “Orchestra Jazz Parthenopea” che raccoglie 20 musicisti provenienti dal Sud Italia cui si è aggiunto , nell’occasione, Paolo Fresu. Il risultato è davvero notevole: certo, probabilmente i due direttori d’orchestra si saranno rivolti a qualche esempio del passato, ma l’orchestra è riuscita ad ottenere un sound assolutamente personale grazie sia ai preziosi arrangiamenti sia all’utilizzo di strumenti meno usuali, come la fisarmonica di Giuliana Soscia, i tamburi etnici, l’ uso del canto del percussionista Giovanni Imparato, il basso tuba. La band, in tal modo, ha potuto avvalersi di sonorità diverse ampliando la gamma timbrica, nel tentativo, ben riuscito, di coniugare sperimentazione e tradizione, elemento che oramai costituisce una sorta di marchio di fabbrica della coppia Soscia-Jodice essendo già numerosi gli esempi in cui i due hanno evidenziato particolari doti in tal senso. Ma torniamo all’album declinato in sette brani di cui due scritti da Pino Jodice, due da Giuliana Soscia ed uno a testa da Paolo Fresu, Pino Daniele e Joe Zawinul. L’elemento che maggiormente risalta negli oltre 75 minuti di musica è la contaminazione, intesa nell’accezione più nobile del termine. Così ecco il lungo brano d’apertura di Pino Jodice, “Feste popolari in Sardegna”, in cui echi della musica folcloristica sarda si fondono con il jazz canonico rappresentato nell’occasione dagli assolo di Nicola Rando al sassofono, di Paolo Fresu, di Alessandro Tedesco al trombone e di Giuliana Soscia; ecco la più classica delle ballad, “Inno alla vita” , scritta da Fresu per il figlio con due toccanti assolo dello stesso Fresu e di Giuliana Soscia; ecco l’originale approccio al pop con la riproposizione di “Chi tene ‘o mare” di Pino Daniele che ottiene il Riconoscimento di Eccellenza Certificata dalla Fondazione “Pino Daniele Trust Onlus”; ecco reminiscenze della musica classica far capolino nella composizione della Soscia “Variazioni – Sonata per luna crescente” con gli assolo di Enzo Amazio alla chitarra e Pino Jodice al pianoforte; ecco l’omaggio ad uno dei gruppi più importante della storia del jazz, i “Weather Report” con “Volcano for Hire” di Joe Zawinul, introdotto dalla batteria di Pietro Iodice e sviluppato dall’intera orchestra con gli assolo di Virzo al sax, Fresu e Soscia.

Vince Abbracciante – “Sincretico” – Dodicilune 370
Il fisarmonicista pugliese si ripresenta alla testa di un organico composto da Nando Di Modugno chitarra, Giorgio Vendola contrabbasso e dagli archi dell’Alkemia Quartet ovvero Marcello De Francesco e Leo Gadaleta violino, Alfonso Mastrapasqua viola e Giovanni Astorino violoncello. Otto i brani, tutti composti da Abbracciante, attraverso cui il fisarmonicista dà libero sfogo alle sue capacità inventive mescolando le varie influenze che contribuiscono a forgiare il suo stile , e cioè il jazz in primo luogo, e poi la musica popolare brasiliana, la canzone italiana, il tango, la musica classica, le colonne sonore, la musica balcanica… il tutto condito da un virtuosismo mai fine a sé stesso ma funzionale a meglio esprimere le idee del compositore. Così la fisarmonica del leader veleggia sicura sulle delicate tessiture armoniche intrecciate dall’Alkemia Quartet mentre la sapiente chitarra di Di Modugno e il basso preciso di Vendola sostengono la parte ritmica in un continuo gioco di tensione e distensione, di alternanza tra dimensione materica e atmosfere più eteree che tengono viva l’attenzione dell’ascoltatore. Si ascolti, ad esempio, la formidabile carica melodico-ritmica del brano d’apertura “Equinozio” con un violino in bella evidenza, mentre la title track pone in primo piano le doti strumentali del leader ben sostenuto dal contrabbasso di Vendola; in “Elementi” sono i “ricordi” classici ad avere la meglio con un bell’assolo di Di Modugno; in “Anelito” la musica si fa più materica a richiamare atmosfere più familiari subito contraddette dal successivo “Mistico” in cui la musica si libra leggera nell’aria con un intenso dialogo tra fisarmonica e archi. Insomma un susseguirsi di situazioni quanto mai variegate che rendono l’album godibile dal primo all’ultimo istante.

Alter & Go – “Alter & Go” – Filibusta 1704
“Alter & Go” è un gruppo composto da Roberto Bottalico al sax tenore, Pietro Ciancaglini al contrabbasso, Augusto Creni alla chitarra e Pietro Fumagalli alla batteria, cui si aggiunge in due brani Tiziano Ruggeri alla tromba. Nel marzo 2017 il quartetto ha pubblicato il disco omonimo con l’etichetta Filibusta Record, album che rappresenta anche l’esordio discografico del gruppo. La cifra stilistica della formazione va ricondotta a quel modern mainstream ( o se preferite a quell’hard-bop) che caratterizza buona parte del jazz prodotto in questo periodo. Si tratta, quindi, di un jazz che, pur restando fortemente ancorato alle proprie radici, presenta tuttavia elementi di novità che si possono ritrovare – nell’album in oggetto – nelle composizioni originali di Roberto Bottalico (ben otto su un totale di dieci), nel sapore vagamento funky di “A. plays B.” una sorta di mini suite composta da due brani con il tema A eseguito dai fiati di ispirazione jazz messengers e il tema B caratterizzato da un assolo del chitarrista e da un giro armonico particolarmente coinvolgente, nelle capacità improvvisative dell’intera band evidenti soprattutto in “What’s”, nel tentativo di avvicinarsi al jazz più moderno in “Aka Waltz” tutto giocato sulle dinamiche e sulle potenzialità del sax tenore, “cercando di creare – spiega lo stesso Bottalico – un crescendo emotivo fino all’esplosione finale caratterizzata da un solo di batteria”. Tutt’altro che casuale la scelta dei due standard: “Well You Needn’t” di Thelonious Monk è arrangiata in modo da mettere in primo piano il contrabbasso di Ciancaglini che espone il tema mentre “Intermission Riff” (che alcuni ricorderanno come sigla del programma TV7) è stato scelto a chiusura del programma anche in modo simbolico a rappresentare quello che per Bottalico e compagni è un vero e proprio punto di partenza.

Roberto Bonati, Bjergsted Jazz Ensemble – “Nor Sea, Nor Land, Nor Salty Waves” – A Nordic Story” – Parma Frontiere
Questo CD è il frutto della collaborazione tra la rassegna Parma Frontiere, il conservatorio dipartimento di jazz della città (ambedue diretti da Roberto Bonati) e l’università di Stavanger, meravigliosa cittadina della Norvegia meridionale dove il vostro cronista ha trascorso uno dei periodi più entusiasmanti della sua vita. Questo per dire che conosco molto bene il fervore culturale che anima questa cittadina e l’amore per il jazz coltivato per tanti anni attraverso il locale “jazzklubb” diretto con passione e competenza dall’amico Terry Nilssen-Love padre del mitico batterista Paal Nilssen-Love che tanti successi sta ottenendo in tutto il mondo. Ma veniamo all’album per sottolineare come le doti compositive del nostro contrabbassista – nel caso specifico una suite in otto sezioni – abbiano trovato nella formazione norvegese composta da diciotto elementi (voce esclusa) un’interprete ideale per più di una ragione. Innanzitutto la scrittura di Bonati veleggia sempre in quel territorio di confine che sta tra jazz e musica contemporanea ed in genere i musicisti nordici ( e norvegesi in particolare) sono oramai da tempo tra i più significativi esponenti di questo linguaggio; in secondo luogo perché il bilanciamento tra parti corali e parti in assolo ha dato l’opportunità ad alcuni giovani musicisti di mettersi particolarmente in luce come la sopranista Camilla Hole, il clarinettista basso Mathias Aanundsen Hagen, la splendida vocalist Signe Irene Strangborli Time. In definitiva una musica non facile ma proprio per questo da ascoltare con attenzione.

Felice Clemente – “Mino Legacy” – Crocevia di suoni – cofanetto con cd, dvd e libro
Progetto complesso ed ambizioso questo concepito dal sassofonista Felice Clemente, dedicato allo zio Mino Reitano, personaggio di primo piano della musica leggera italiana. Per omaggiare l’ex ragazzo di Fiumara, Clemente ha realizzato un cofanetto contenente un CD, un DVD e un libretto. Esaminiamo, quindi, brevemente tutti e tre questi elementi. Il CD costituisce, a nostro avviso, il punto di forza vero e proprio dell’intera realizzazione: undici brani (tra cui un inedito, “Mino Legacy” di Felice Clemente e Fabio Nuzzolese) che in qualche modo ripercorrono la carriera di Mino Reitano reinventando le melodie che Mino portò al successo. Sotto la sapiente regia di Felice Clemente al sax tenore e soprano, ottimamente coadiuvato da Fabio Nuzzolese al pianoforte (responsabile degli arrangiamenti), Giulio Corini al contrabbasso e Massimo Manzi alla batteria, i brani acquistano un sapore nuovo, fresco, originale tanto che non si farebbe fatica a considerarli scritti ad hoc per un disco jazz. In effetti mentre basso e batteria macinano ritmo a tutto spiano, Clemente e Nuzzolese si spartiscono le parti solistiche in un equilibrio tra scrittura e improvvisazione non facile da raggiungere; si ascolti ad esempio, con quanta naturalezza Clemente improvvisa sulla melodia di “Era il tempo delle more” senza che lo spirito originario del brano venga minimante messo in discussione. Altro pezzo di bravura “Eduardo” in cui Felice Clemente si produce in un convincente assolo al sax soprano. Il CD si conclude con il già citato “Mino Legacy” introdotto ancora da un bell’assolo di Clemente al soprano e poi sviluppato dall’intero quartetto.
IL DVD contiene immagini di backstage della registrazione dei brani, un’intervista a Felice Clemente e alcuni filmati di Mino Reitano ivi compreso il commovente discorso che Mino pronunciò al suo ritorno a Fiumara, dopo venti anni di assenza, nel 1998 e che da l’esatta dimensione della statura umana del personaggio.Statura umana lumeggiata a 360 gradi dal libro cui prima si faceva riferimento, curato dal critico musicale Andrea Pedrinelli che ripercorre e approfondisce la carriera di Mino non mancando di sottolineare come la sua musica facesse storcere il naso ai tanti radical-chic a corrente alternata che mal sopportavano il suo stile così popolare eppure di così tanto meritato successo. (altro…)

Con “Gente di Jazz” un’istantanea sul Jazz italiano negli ultimi anni

Nel 1973 Ian Carr, celebre trombettista fondatore e leader dei Nucleus, pubblicò un libro intitolato Music Outside – Contemporary Jazz in Britain nel quale riportò le sue conversazioni con personaggi emergenti e consolidati della scena musicale jazz britannica. Mike Westbrook, Jon Hiseman, John Stevens, Trevor Watts, Evan Parker, Mike Gibbs, Chris McGregor affrontarono a cuore aperto qualsiasi tema che ritenessero importante, dalle personali scelte artistiche, alle proprie aspirazioni (frustrate o non), alla endemica difficoltà di trovare sbocchi discografici sino a giungere alla triste realtà che, suonando solamente jazz, la vita non era facile. Riletto a distanza di anni, quel libro di interviste, fornisce molte più informazioni di qualsiasi altro trattato critico e ci restituisce un ritratto fedele e vivido del movimento jazz in Inghilterra dei primi anni Settanta.
Così come è avvenuto con Carr crediamo che Gerlando Gatto, autore di Gente di Jazz per l’editore Euritmica/Kappavu, abbia non solamente realizzato un libro di interviste, ma scattato un’istantanea sulla situazione del jazz italiano degli ultimi anni.
Molte intervista sono state realizzate nel corso delle varie edizioni di Udin&Jazz, festival di cui Gatto è assiduo frequentatore, e anche per questo molti sono i musicisti del nord est, storica fucina di talenti del jazz italiano, ad essere interpellati.
Gatto non si è limitato però solamente a dare voce ai jazzisti nazionali, ma ha anche inserito nel suo lavoro i suoi colloqui con musicisti di fama internazionale, quali Joe Zawinul, Mino Cinelu, McCoy Tyner, Martial Solal, Michel Petrucciani, Gonzalo Rubalcaba e Cedar Walton entrando spesso in dettaglio su aspetti meno noti della loro attività.

(Cedar Walton)

Gente di Jazz, quindi, risulta essere una miniera di informazioni per l’appassionato di jazz e, in generale, per chi si occupi di cultura e di spettacolo. Scopriamo così, che Stefano Battaglia ha una solida formazione classica e una conoscenza approfondita dei compositori del barocco, che il sassofonista udinese Francesco Bearzatti si è costruito una solida reputazione in Francia prima di essere conosciuto in Italia (nemo profeta in patria…), che Stefano Bollani non riesce a scindere tra jazz, improvvisazione, divertimento e spettacolo e che sa imitare molto bene Johnny Dorelli, che il contrabbassista Rosario Bonaccorso ritiene, come Leonardo da Vinci, che “la semplicità è il massimo della raffinatezza”.
Scorrendo ancora Gente di Jazz, apprendiamo di come il pianista siciliano Dario Carnovale abbia trovato la sua dimensione artistica nella tranquillità di Udine, di come Claudio Cojaniz intenda in maniera sociale il ruolo dell’artista in quanto “veicolatore di pensiero”, di come Massimo de Mattia sia stato ammaliato dai Delirium di Ivano Fossati e per questo abbia scelto il flauto come suo strumento, e di come il veneziano Claudio Fasoli, storico sassofono del Perigeo, aveva un sogno, ormai irrealizzabile, di suonare con Elvin Jones e Tony Williams. Dall’intervista con Enzo Favata emerge la sua concezione in un jazz che incontri l’anima etnica delle diverse località del globo, mentre da quella con Paolo Fresu apprendiamo che l’emozione del suonare talvolta fa scorrere delle lacrime sul volto del trombettista sardo.

(Paolo Fresu)

Il batterista romano Roberto Gatto confida all’autore il suo orgoglio per aver inciso con Chet Baker, un musicista che non amava molto i batteristi, mentre il suo compagno nei Lingomania, Maurizio Giammarco, racconta della sua eccezionale esperienza di direttore della Parco della Musica Jazz Orchestra (PMJO). Il chitarrista Antonio Onorato rivela di avere effettuato studi approfonditi sulla Napoli del 1700 e di conoscere bene tutti i musicisti di quel periodo, mentre il pianista Enrico Pieranunzi che ha fornito all’autore ben quattro interviste nel corso degli anni, confida il suo amore per Scarlatti. Enrico Rava ricorda che la sua carriera decollò dopo la registrazione per l’ECM dell’album The Pilgrim And The Star, mentre il pianista romano Danilo Rea rivela la sua ammirazione per la sintesi musicale tra tradizione e improvvisazione raggiunta dai musicisti dei paesi nordici. Infine, ultimo degli italiani, Giancarlo Schiaffini lancia un allarme sulla standardizzazione del linguaggio musicale e sull’omologazione della maniera di fare jazz.

(Enrico Rava)

Passando ai musicisti internazionali, Mino Cinelu racconta di aver parlato con Miles Davis dopo un concerto senza riconoscerlo, mentre il compianto Michel Petrucciani confida di amare Estate di Bruno Martino per la sua melodia e per le grandi possibilità di improvvisazioni che forniva. Gonzalo Rubalcaba racconta dell’importanza nel suo jazz della musica popolare cubana, mentre Martial Solal afferma di non credere nell’elettronica applicata alla musica. Anche Cedar Walton preferisce il suono acustico, mentre McCoy Tyner racconta della sua costante ricerca del nuovo. Chiude la serie delle interviste, ordinate in stretto ordine alfabetico, Joe Zawinul il quale svela che quando sopraggiunge l’ispirazione, la ragione cessa di operare.

(Joe Zawinul)

La lettura di Gente di Jazz è agile. I temi trattati nelle interviste mettono in luce la personalità dei vari artisti, le loro inclinazioni e rivelano la loro estetica musicale. Gatto ha il raro dono di riuscire a far parlare i musicisti, di metterli a loro agio cosicché questi possano davvero esprimere il loro pensiero senza remora alcuna. Questo aspetto è molto apprezzabile in quanto la spontaneità delle dichiarazioni raccolte da Gatto e le verità che queste contengono si trasmettono immediatamente al lettore e consentono a quest’ultimo di entrare in stretto contatto con la dimensione artistica dei musicisti.

Marco Giorgi per www.red-ki.com

(McCoy Tyner)

Le immagini sono di Luca A. d’Agostino/Phocus Agency ©

I nostri libri

I nostri libri

Claudio Fasoli – “Inner Sounds” – agenzia X pgg.285 – € 16,00
Conosco Claudio Fasoli da molti anni e credo ci leghi oramai un rapporto di reciproca stima e simpatia. Ciò nulla toglie all’obiettività con cui ho cercato sempre di valutare l’attività del musicista veneziano e l’altissima considerazione che di conseguenza ho sempre avuto di lui sia come persona sia come musicista. Credo, infatti, di non esagerare affermando che Claudio Fasoli è uno dei jazzisti più originali, significativi e creativi che il mondo del jazz, non solo italiano, possa oggi annoverare. Sulla scena da molto tempo, mai ha sbagliato un colpo sia nella scelta degli organici cui appartenere o cui dar vita, sia nelle produzioni discografiche tutte – e sottolineo tutte – di grande livello. Questo volume , a cura di Francesco Martinelli e Marc Tibaldi, è diviso sostanzialmente in quattro parti: nella prima troviamo tre contributi a firma, rispettivamente di Carlo Boccadoro, Franco Caroni e Massimo Donà; nella seconda una lunga intervista a Claudio Fasoli; la terza contiene alcuni scritti del sassofonista su personaggi iconici del jazz quali John Coltrane, Sonny Rollins, Wayne Shorter, Lee konitz…; la quarta è dedicata ad una serie di pareri di musicisti, giornalisti, addetti ai lavori, con varie competenze, sull’arte e la personalità di Fasoli. A chiudere un breve intervento di Roberto Masotti, un album fotografico, una discografia completa e una bibliografia minima esposta in ordine cronologico. Per dovere di cronaca bisogna sottolineare come il volume prenda le mosse da un altro libro-intervista (“Claudio Fasoli. Note Interiori” – Fondazione Siena Jazz del 2012.) Quell’intervista di Francesco Martinelli – riveduta ed ampliata – costituisce la parte focale anche di questo nuovo volume che rispetto al precedente presenta altre importanti novità: innanzitutto “Note Interiori” non era stato distribuito mentre questo “Inner Sounds” lo si può trovare in tutte le librerie. Inoltre la raccolta degli scritti di Fasoli è completa comprendente sia quelli pubblicati sia alcuni inediti come quelli su John Coltrane. Ciò detto non posso che ribadire quanto scritto recensendo il precedente volume e cioè che il colloquio tra intervistatore e musicista è condotto nel miglior modo possibile sviscerando la carriera di Fasoli in ogni più recondito ambito. Le domande risultano pertinenti e Fasoli risponde a tono, con sincerità e consapevolezza, non disdegnando di mettere in rilievo le varie fasi della sua vita artistica, le idee che le hanno sorrette, le motivazioni che l’hanno portato a determinate scelte. Insomma una lettura sicuramente gratificante che ci aiuta a comprendere non solo la poetica di un grande maestro ma anche perché il jazz nel nostro Paese ha seguito una certa linea evolutiva.

Dario Giardi – “Viaggio tra le note – I segreti della teoria e dell’armonia musicale” – I Libri di EMIL – pgg.200 – € 16,00
La teoria musicale è materia complessa con cui si deve confrontare chiunque voglia intraprendere la carriera di musicista. Ma la teoria musicale è allo stesso tempo materia affascinante la cui conoscenza ci consente di meglio penetrare nei meandri della composizione sì da conoscerne e apprezzarne i più intimi risvolti.
Ma è possibile insegnare ciò in maniera semplice? A questo interrogativo cerca di fornire una risposta Dario Giardi diplomato in teoria e armonia musicale al Berklee College of Music di Boston.
Il volume è diviso in tre parti: nella prima si ripercorre i principali avvenimenti nella storia della musica fino ad oggi; nella seconda si affronta in particolare i problemi legati alla teoria musicale mentre la terza è dedicata all’armonia.
Molti i problemi sollevati cui l’autore cerca di fornire risposte adeguate. Ovviamente la parte più significativa del volume è quella in cui gli aspetti principali della teoria e dell’armonia musicale vengono affrontati con un linguaggio volutamente semplice ed una serie di esempi che ci aiutano a meglio capire ciò che si legge.
Ciò detto, affermare che, essendo digiuni di teoria musicale, una volta letto questo libro si diventa padroni della materia è una solenne fesseria. Invece, risponde assolutamente al vero sostenere che, se si ha la pazienza di leggere con attenzione quanto Giardi scrive e di seguire gli esempi magari seduto davanti ad un pianoforte o ad una buona tastiera, si avrà un quadro più chiaro di quale sia, ad esempio, la differenza tra tonale o modale o cosa significhi analizzare la struttura armonica di un brano.
Insomma uno strumento che potrebbe risultare importante per insegnanti e studenti di musica nelle scuole, nelle università o nei conservatori, e per tutti coloro che desiderano meglio comprendere le caratteristiche di questo linguaggio. Il libro è impreziosito da numerose proposte di ascolto tratte dal repertorio sia classico sia rock, blues e jazz. Prefazione di Giampaolo Rosselli. (altro…)

ALBA JAZZ 2017: il gran finale con Mauro Ottolini e Sousaphonix


Foto di Carlo Mogavero

Piazza Michele Ferrero, ore 21
Mauro Ottolini, Sousaphonix – The Bix Factor

Mauro Ottolini: trombone
Roberto De Nittis: piano organo toy piano
Paolo Botti: viola, dobro.
Danilo Gallo: contrabbasso
Zeno De Rossi: batteria
Paolo Degiuli: cornetta
Guido Bombardieri: sax alto e clarinetto
Stefano Menato: sax tenore e clarinetto
Vincenzo Vasi: theremin, voce, e varie
Stephanie Ocean Ghizzoni: voce e voodoo
Vanessa Tagliabue York: voce

Il divertimento è una cosa serissima, nella musica, specialmente in una band di undici elementi che suoni il Jazz degli anni 20: per divertire con il Jazz bisogna avere una sezione fiati compatta e coordinatissima negli obbligati, nei background e negli assoli, che sia precisa negli attacchi e che percorra tutte le dinamiche possibili come se niente fosse. Bisogna che ci sia un violinista che suoni anche qualche strumento a corda.
Ci vuole una batteria swingante all’inverosimile, un contrabbasso che sottolinei e che costruisca un continuo tessuto di suoni ritmico armonici senza lasciare mai da sola l’orchestra. Ci vogliono almeno due cantanti che non sappiano solo cantare ma che abbiano comunicativa e feeling con i musicisti e con il pubblico. Se poi c’è anche un cantante e rumorista che delinei un’atmosfera giocosa o fantastica o drammatica questa cosa del divertimento serissimo si concretizza come nel caso dei Sousaphonix.



E allora tenuto conto che il divertimento è una cosa seria, va da sé che divertirsi è un lusso che, almeno qualche volta, tutti noi dovremmo poterci permettere: il lusso ad esempio di una melodia romantica e struggente senza avere il pensiero di apparire poco evoluti o poco intellettuali. O il lusso di un’orchestra ridondante di suoni, che ci strappi per una volta dagli sfibranti progetti in duo ai quali ci siamo dovuti abituare obtorto collo e dal loro minimalismo forzato, una di quelle orchestre che sappiano fare tutti i tipi di ritmi, dallo swing al latin al valzer.
Il lusso di brani fischiettati e di mille rumori creati dal rumorista con enormi basette bianche, dalla voce bellissima, e che ha un tavolino pieno di oggetti colorati dai suoni assurdi. E il lusso di essere incitati a battere le mani da una cantante vestita da maga dagli occhi verdissimi e dalla voce potente che danza sul palco, o ancora di ascoltare una vocalist in smoking dalla voce cristallina che evochi atmosfere di un tempo passato.

E ancora bolle di sapone, coriandoli, lustrini, teschi infuocati, turbanti, conchiglie, riti voodoo, brani haitiani e da ballo, virus da neutralizzare televisioni da spegnere, ruggiti, miagolii e fumo.
Alba Jazz undicesima edizione inaugura il suo secondo decennio chiudendo il festival con una festa in piazza all’insegna del divertimento più folle, suonato molto seriamente da musicisti eccellenti, capeggiati da quell’artista poliedrico istrione trombonista Mauro Ottolini. Forse la festa di chiusura più bella di questi undici anni! Auguri ad Alba Jazz e all’ eroica Associazione che si è concessa ed ha regalato alla città tutta il lusso di una serissima e giocosissima orchestra.

 

ALBA JAZZ 2017: la terza serata con Moses Boyd – Exodus


Foto di Carlo Mogavero

Piazza Michele Ferrero, ore 21
Moses Boyd – Exodus

Moses Boyd, batteria
Binker Golding, sax
Joe Armon – Jones, tastiere
Artie Zaits – chitarra

Alla terza serata del Festival di Alba bisogna dare atto al direttore artistico Fabio Barbero e all’ Associazione Alba Jazz di avere sempre aperto la loro città ad artisti variegati e spesso da noi ancora non troppo noti, superando la logica del “vado sul sicuro”.
Ad Alba Jazz durante l’anno gli appassionati organizzatori ascoltano musica, non lasciano inevasa nemmeno una segnalazione e alla fine – non senza qualche difficoltà per trovare un accordo comune, come è giusto che sia – arrivano a definire un programma che preveda almeno un artista “nuovo”, giovane, emergente. Nelle logiche del mercato attuale, in una parola, rischioso. Ma questa apertura al rischio quasi sempre li ripaga: anche in questo caso il gioco è valsa la candela.

Ieri sera a salire sul palco è stato un batterista giovanissimo, 23 anni, per l’esattezza, proveniente dalla Gran Bretagna e già molto noto in Europa ma non spesso presente qui in Italia: un musicista davvero sorprendente.
Moses Boyd è il suo nome ed Exodus si chiama il progetto che ha presentato qui ad Alba: un Jazz con agganci alla musica elettronica, all’hip hop e probabilmente anche al rock: ma forse è anche inutile e controproducente tentare di incasellare il lavoro di questo quartetto, energico e deflagrante.
Moses Boyd ha deliziato la piazza con un drumming davvero fuori dal comune, tenendo conto anche della sua giovane età: una tecnica ferrea, di base, ma anche una musicalità particolarissima, che è emersa anche nei momenti più concitati di un concerto tutto improntato su una visione “energica” della performance.

Rullante tesissimo, pelli regolate per avere un attacco estremamente definito, e una fantasia praticamente illimitata nel proporre groove, idee – è lui che stimola quasi tutto ciò che avviene nel palco – Moses Boyd potrebbe tenere un concerto da solo senza stancare, annoiare, frastornare chi ascolta. Il timing è eccezionale, la padronanza dello strumento totale. Cassa e rullante si succedono in continui botta e risposta poderosi, mai uguali, su piatti tamburi e charleston compie finezze non solo ritmiche ma anche timbriche, creando vere e proprie linee melodico – armoniche che si percepiscono molto chiaramente.
Duetta strenuamente con il sax di Binker Golding, suo alter ego dal punto di vista musicale, dando il via a lunghi episodi in cui i suoni si intrecciano strenuamente in un profluvio inarrestabile di note e battiti.


Le tastiere di Joe Armon – Jones hanno una funzione prevalentemente armonica, ma emerge anche una bella capacità improvvisativa, così come accade per la chitarra di Artie Zaits.


Questi quattro ragazzi dalla preparazione tecnica robustissima, da questo punto di vista non hanno nulla da invidiare a musicisti più navigati e celebri di loro. Nulla è affidato al caso, riescono ad essere addirittura funambolici, e la loro intesa è continua.
L’energia spesso nei giovani musicisti è un po’ tracimante rispetto alla scelta di una espressività complessiva: in pratica la tecnica invece di essere un mezzo per arrivare ad un proprio linguaggio finisce per essere l’aspetto principale da far emergere sul resto e da mostrare mentre si suona.
Se si deve notare un difetto nel concerto di ieri sera è proprio questo suonare appagati e esaltati dalla propria bravura, che per ora (giustamente, sono giovanissimi) a loro basta ed avanza. Manca il passaggio successivo, quello del mettere a punto un linguaggio espressivo proprio. Ma metteranno a frutto i loro numeri presto, non manca molto: le qualità ci sono.

Bisogna dire che Moses Boyd appare più avanti in questo senso, più maturo dei suoi compagni di viaggio: ha una musicalità meno muscolare, e, anche improvvisando, mostra di perseguire un disegno tutt’altro che casuale e meramente virtuosistico.
Possiamo stare tranquilli: le nuove leve del Jazz ci sono e sono di altissimo livello. Grazie ad Alba Jazz per averle portate in Italia.