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Nello Toscano è una delle colonne del ‘made in Sicily’; contrabbassista e compositore di solida preparazione è oramai da molti anni impegnato in una meritevole opera di diffusione del nell’Isola, cosa ovviamente non facilissima visto il crescente disinteresse degli enti pubblici. Al suo attivo ha variegate esperienze negli organici più diversi, dal trio alla big band, nonché una produzione discografica sempre di eccellente livello. Lo abbiamo intervistato sullo stato dell’arte in Sicilia e queste sono le sue risposte.

-Tu hai deciso di restare in Sicilia per svolgere la tua attività di musicista jazz. Oggi si può vivere nell’Isola occupandosi esclusivamente di questa musica?
Io in Sicilia ci sono arrivato a sette anni da Brescia, dove sono nato. Mio padre nel secondo dopoguerra era emigrato al nord in cerca di un futuro migliore, ma dopo vent’anni per motivi di salute è tornato con la famiglia ed eccomi qui. In casa con mamma bresciana e nonna milanese era come stare al nord. Diventare siciliano alla fine degli anni Cinquanta non è stato facile. Però con il passare degli anni questa terra l’ho sentita mia, mi è entrata dentro e anche quando sarei voluto scappare dalle contraddizioni e dalle penalizzazioni che il Sud vive non ho mai pensato di lasciarla in modo definitivo. Alla domanda se si può vivere di jazz in Sicilia la risposta è no. Solo abbinando all’attività del musicista quella didattica si può condurre una vita economicamente accettabile.

-Cosa è cambiato – se qualcosa è cambiato – in questi ultimi anni?
Gli enti pubblici non hanno più denaro da investire nelle attività culturali e quindi molte manifestazioni jazzistiche sono scomparse. Però, nel frattempo, è anche accaduto che negli ultimi 10-15 anni siano cresciuti dei talenti strumentali, anche se ritengo che il jazz non è di strumentisti che oggi ha bisogno, ma di musicisti e soprattutto di musicisti che non siano solo autoreferenziali. In questo particolare momento ‘storico’ non basta guardarsi dentro, bisogna ritrovare il piacere di guardarsi intorno e non solo per cercare il modo migliore per fare reddito.

-La Sicilia, da sempre, sforna una serie di talenti jazzistici davvero rilevante: come te lo spieghi?
Innanzitutto credo che nei siciliani ci sia un grande desiderio di riscatto, una voglia enorme di essere e di dimostrare di essere speciali che li porta ad affermarsi non solo nella musica. Inoltre, per quanto riguarda i giovani talenti jazzistici, penso che in Sicilia negli ultimi vent’anni si siano create delle importanti occasioni di sensibilizzazione e di crescita grazie all’attività di alcuni musicisti siciliani che hanno fatto da volano a questo processo che non ritengo concluso. Io, in tal senso, penso di aver fatto e di fare ancora la mia parte.

-Sulla base delle mie esperienze, noto che nei concerti di jazz il pubblico giovanile diventa sempre più rado; la stessa cosa avviene in Sicilia?
Sì, avviene anche in Sicilia. Io insegno in un liceo di 2000 ragazzi e il jazz è tabù. La fisionomia psicologica ed esistenziale degli individui delle ultime generazioni in Occidente è completamente cambiata. Sarebbe importante capirne il perché.

-Tu segui la strada di tanti tuoi colleghi dedicando del tempo all’insegnamento, o preferisci dedicarti esclusivamente all’attività concertistica e discografica?
Io suono abbastanza ma la mia base economica proviene dalla scuola pubblica dove insegno da 40 anni. Agli inizi ho insegnato filosofia, poi per quasi 30 musica e da 5 sono tornato a fare filosofia, grazie alla ministra Gelmini che ha eliminato l’educazione musicale da quei pochi istituti superiori in cui veniva insegnata.

-In che misura le scuole di jazz contribuiscono all’evoluzione del linguaggio jazzistico nel nostro Paese?
Le scuole di musica sono sicuramente utili ma non certo per fare evolvere il linguaggio, anzi lo cristallizzano. Probabilmente si sentono meno note stonate in giro ma la musica non ne trae alcun vantaggio. Inoltre i corsi di jazz nei conservatori, per come sono regolamentati dall’attuale normativa, sono inutili e talvolta dannosi.

-Il non è certo uno strumento facile: quante tempo dedichi ancora allo studio dello strumento?
Ho dedicato la mia vita alla musica, lo strumento l’ho usato più come mezzo che come fine. Ovviamente da giovane l’ho studiato con passione ma poi negli anni mi è capitato di trascurarlo perché impegnato soprattutto nell’organizzazione di concerti o a causa di vicende private. Comunque non mi sono mai fatto prendere da ansie da prestazione tecnica. Tuttavia, recentemente, avendo smesso di fumare (spero per sempre) sto dedicando, con grande piacere, molto più tempo allo studio, è l’unico modo per non pensare alle sigarette.

-Che importanza ha, nel tuo spettro artistico, l’attività compositiva?
Per molto tempo ho avuto il desiderio di scrivere delle cose nuove, anzi innovative, e questo desiderio mi ha portato a frequentare nel ’90 un corso a Parigi tenuto da George Russell, è stata un’esperienza che mi ha dato molto e ha cambiato il mio modo di ascoltare e pensare la musica.

-Combo o big-band: in quale contesto ti trovi più a tuo agio?
Ho suonato di tutto e con la Big Band per più di 20 anni. Ancora adesso mi occupo della Orchestra Jazz del Mediterraneo (OJdM) anche se io non ci suono più. Le formazioni che in questo momento amo di più sono il trio con pianoforte e batteria e il con chitarra.

-Un concerto, un’esperienza artistica che ti è rimasta particolarmente impressa?
E difficile rispondere perché sono tante le circostanze nelle quali ho ricevuto qualcosa di importante e di speciale. Negli anni ho avuto l’opportunità di accompagnare una gran quantità di musicisti che venivano in Sicilia senza ritmica o senza contrabbassista. Però l’esperienza che per molti motivi mi ha fatto fare un salto di qualità è stata quella con Enrico Rava che ha accettato di collaborare ad un mio disco -winter sky, edito dalla Pentaflowers- che mi ha reso noto nell’ambiente non solo siciliano.

-Quale la musica, quali gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato?
Mi verrebbe di rispondere: tutti i grandi ed anche qualcuno meno grande. Ma voglio ricordare solo tre episodi, che non hanno alcuna relazione tra loro ma che mi hanno tirato dentro questa musica in modo viscerale. Un concerto live degli Art Ensemble of Chicago negli anni Settanta, un concerto di Enrico Rava trasmesso in televisione quando era appena rientrato dall’America e un assolo di Eddie Gomez nel brano You Must Believe in Spring, che dà anche il titolo al disco di Bill Evans.

-Cosa pensi della moda imperante di mescolare il jazz con musiche altre, contrabbandandola come una grande novità e dimenticando che il jazz è già di per sé musica “meticciata”?
Sicuramente il jazz ha sempre avuto bisogno di confrontarsi e mischiarsi con la modernità. Non so se oggi la strada giusta siano queste nuove contaminazioni, non ho pregiudizi ma molte le trovo di cattivo gusto, altre ruffiane e solo alcune riuscite. Chissà forse è solo l’inizio di qualcosa che potrà prender forma in futuro. Me lo auguro.

-Oggi si producono dischi di jazz in quantità industriale, dischi che, però, in gran parte non vengono distribuiti né venduti. Per quanto ti riguarda, cosa ti spinge ad entrare in uno studio di incisione?
Continuerò a scrivere e registrare ma la situazione dell’editoria musicale è ormai al capolinea. Se il vinile ha determinato la diffusione del jazz una esagerata produzione digitale può determinarne la fine.

-Qual è il tuo ultimo album e a quali progetti stai attualmente lavorando?
Il mio ultimo album si chiama patchwork project 3 è del 2012, è un disco che ho fatto con dei giovani musicisti a me cari, tra questi ci sono tre tra le più belle realtà del jazz moderno: Dino Rubino, Francesco Cafiso e Sebi Burgio. Attualmente mi sto occupando di pubblicare l’ultimo progetto realizzato questa estate con la Orchestra Jazz del Mediterraneo (OJdM), e cioè una rilettura della Norma belliniana, rivisitata da Paolo Silvestri con Paolo Fresu solista.

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