Il Jazz, l’affiatamento, la musica

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deseta

Lucrezio de Seta: batteria
Gianni Denitto: contralto
Ettore Carucci:
Leonardo De Rose: contrabbasso

Headache Production
HDC-M-028

Comincio la mia recensione consigliandovi di ascoltare prima di tutto l’ ultimo brano di questo “Movin’on”, disco di esordio come leader di Lucrezio De Seta, che spero non me ne vorrà per questa “deroga a fin di bene”.  Il brano si intitola “Seguendo la Luna Laerte veleggia verso Levante”. Ascolterete un lungo assolo di batteria in cui De Seta si prende il suo spazio per esprimersi soltanto attraverso il suo strumento. E lo fa percorrendo tutte le timbriche possibili della batteria, con un suono  morbido, i tamburi vibranti di armonici, le bacchette che tintinnano sui piatti o sul legno. I tom cantano per quarte, i battiti si intensificano o si dilatano. C’è un profondo studio timbrico anche nei contrasti tra legno metallo e pelli:  e ci si perde di fronte alle infinite possibilità solistiche di uno strumento quando a suonarlo è un musicista completo.
Dopo procedete all’ ascolto di tutto il cd,  e comprenderete che un batterista – musicista quando è leader di un gruppo, ma gli preme la musica, non diventa il sovrano assoluto di quella compagine ma, pur sedendo davanti ad uno strumento potenzialmente prevaricante, proprio perché in grado di fare gli assoli ascoltati in quell’ ultimo brano (e in “Die Ruckehr der Gotter”) , è capace di lavorare in totale interplay, alla pari con gli altri, per far scaturire musica, in questo caso Jazz,  non muscoli. E lo sa fare proprio perché sa suonare “in solo” come avete ascoltato nell’ ultimo (per voi diventato primo)  brano del disco.
De Seta certamente procede con intensità e infinita fantasia, ma non prevarica, non appiattisce, non fagocita il suono complessivo di un gruppo che peraltro è di ottimo livello: con lui Ettore Carucci al pianoforte, Gianni Denitto al sax contralto, Leonardo De Rose al contrabbasso.

I brani ( otto, di cui cinque originali, quattro dello stesso De Seta) sono variegati e mettono alla prova, con successo, la capacità di tutti di “cambiare registro”: sia nell’ atmosfera complessiva, sia via via nello scambio dei ruoli reciproco.
Si comincia con un brano di  Kenny Wheeler, “Smatter” . Denitto al sassofono presenta egregiamente il tema e poi improvvisa. La batteria sa incalzare, sa dare l’ impulso, gioca in maniera impeccabile tra piatti e rullante, è Jazz puro, senza deroghe.  Carucci al pianoforte è travolgente e procede avvinghiato a De Rose fino alla fine in un omaggio ad un grande del Jazz veramente coinvolgente.
Subito dopo si passa ad un delicato “jazz waltz” dal tema deliziosamente malinconico (Vedanta”), curato in maniera intensa e delicata a partire proprio dalla batteria.
Con “Suresh” ci imbattiamo in un brano completamente diverso: la batteria comincia rimanendo fedele all’ atmosfera propria della musica tradizionale indiana, e richiamando i timbri delle tablas, delle percussioni in senso stretto. Si interseca con gli intervalli di seconda aumentata anch’essi fortemente connotati, del sax di Denitto, e con il suono del pianoforte modificato così da sembrare quasi un cymbalon o un’arpa.   Mano a mano che si procede il brano la linea di batteria diventa complessa, si tramuta in un flusso articolato e simultaneo di suoni intrecciati ma perfettamente nitidi all’ ascolto, e cresce l’ uso dei piatti rispetto al suono iniziale prevalente dei tamburi iniziali. Il pianoforte diventa jazzistico e tutt’ altro che “contaminato”, il contrabbasso è prezioso nella sua struttura possente  e generosamente ostinata. Il sax si libra in un’ che rimane dai cardini orientaleggianti ma di certo non è “da cartolina”.
Varrebbe la pena di descrivere tutti i brani di “Movin’on” nel dettaglio, ma mi limito a dirvi che anche la melodia dolce di “Giochi di ombre” (brano originale di Ettore Carucci) è bella per quei piccoli istanti all’ unisono tra pianoforte e contrabbasso, per l’ assolo di contrabbasso che è un tema nel tema, per il clima disegnato dagli accordi del pianoforte, per i battiti leggeri sui ride che sottolineano il sound  del brano. “You don’t know what love is” , celebre standard – ballad, viene ridisegnata completamente da un groove adrenalinico, dal suono graffiante del sax e da un finale ostinato tutt’ altro che romantico.
Michele Rabbia  in “In Medio stat virtus” è la guest che insieme a De Seta culla la parte armonico – tematica del brano in una specie di respiro pulsante unico molto suggestivo, e che se fosse avulso dagli altri suoni presenti del brano, sarebbe esso stesso un tema a se stante, per la ricchezza sonora che batteria e percussioni fanno librare nell’ aria.

Dimenticavo: alla fine, riascoltate “Seguendo la Luna Laerte veleggia verso Levante”.

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