OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL – edizione 38 – La terza giornata

SABATO 24 MARZO, TERZA GIORNATA

La conclusione dell’ Open Papyrus Jazz Festival è affidata al duo Stefano Benni e Umberto Petrin con il loro recital per voce recitante e pianoforte, Misterioso, e alla Lydian Sound Orchestra di Riccardo Brazzale con un progetto creato per il 50′ anniversario della morte di Martin Luther King. Due spettacoli consecutivi al Teatro Giacosa, preceduti dalla presentazione del libro Grande Musica Nera – storia dell’ Art Ensemble of Chicago, in cui il curatore Claudio Sessa ha non solo raccontato il suo lavoro ma instaurato un fecondo dibattito anche con il direttore artistico Massimo Barbiero e con i presenti in sala. Non si pensi che il dibattere su un libro alle 18 di un sabato sia così scontato.

Ma andiamo a parlare dei due eventi che hanno concluso questa 38esima edizione.

Per mia scelta i commenti sui concerti saranno, per tutte e tre le serate, divisi in due parti, delle quali la seconda è intitolata ” L’impatto su chi vi scrive” ed è il mio commento personalissimo e dichiaratamente non ammantato di alcuna pretesa obiettività. A prescindere dalla competenza, la musica impatta diversamente a seconda della personalità, della formazione, dei gusti di ognuno.

Teatro Giacosa, ore 21: 30

Stefano Benni e Umberto Petrin
Misterioso
Stefano Benni: voce e recitazione
Umberto Petrin: pianoforte

Uno spettacolo voce recitante e pianoforte su Thelonius Monk, genio un po’ maledetto, figura iconica del Jazz che in un Festival dedicato all’ Elogio della Follia di certo è presenza congrua, nel racconto surreale ma nemmeno troppo di Stefano Benni. Un Monk evocato con parole di volta in volta sanguigne, o rassegnate, o solitarie, o guerresche, o logiche o illogiche, un Monk che parla in prima persona e un Benni trasfigurato in lui. Ma anche una Billie Holiday descritta in maniera potente per chi forse mai ne ha sentito il nome, più familiare per chi il Jazz lo segue. Umberto Petrin, pianista con una poderosa esperienza di interazione con letteratura e poesia, racconta con il suo pianoforte lo stesso Monk di Benni, che prende così forma nella sua duplicità di uomo tormentato e di musicista.

L’impatto su chi vi scrive

Un recital suggestivo, che è volato in un attimo. Intenso l’intreccio dei due lati di Monk – l’uomo (letto da Stefano Benni) e il musicista (suonato da Umberto Petrin). Per chi è immerso nel mondo del Jazz non si tratta tanto di scoprire l’uomo, il musicista, il personaggio (le frasi, le intemperanze, gli episodi raccontati dalle parole di certo non usuali di Benni e dalla bella musica di Petrin non sono nuovi per chi conosce Monk), ma di respirare l’atmosfera della sua vita, del suo sentire, del suo modo di essere.
Per chi invece è un neofita la lettura avrà una potenza diversa che non potrà che portare alla necessità di sapere e ascoltare di più.

Teatro Giacosa, ore 22:30

Orchestra
We insist
Ricordo di Luther King
nel 50° anno della morte
diretta da Riccardo Brazzale
Vivian Grillo: voce
Robert Bonisolo: sax tenore, alto e soprano
Rossano Emili: sax baritono, clarinetto e clarinetto basso
Gianluca Carollo: tromba, flicorno, pocket
Mauro Negri: clarinetto e sax alto
Roberto Rossi: trombone
Glauco Benedetti: tuba
Paolo Birro: piano
Marc Abrams: basso
Mauro Beggio: batteria
e con la partecipazione del
Broken Sword Vocal Ensemble
“Un sogno è sempre a suo modo follia, più quel sogno è grande più deve essere folle, e di certo verrà percepito come tale da propri contemporanei” Così il direttore artistico Massimo Barbiero spiega la sua scelta di inserire questa particolare Big Band nel programma il cui tema è come sappiamo l’ Elogio della Follia.  Il sogno è quello del leader del Movimento per i diritti civili Martin Luther King, del quale quest’anno ricorre il 50° della morte.
Brani intensi, coinvolgenti, tratti dal repertorio di Abbey Lincoln e Max Roach (molto bella Lonesome Lover, ma anche When Malindi Sings), Ornette Coleman (Lonely Woman), e brani originali dello stesso Brazzale (Un capanno di montagna in mezzo al mare) .
Arrangiamenti pensati in chiave black, swinganti, potenti, cuciti su una sezione fiati coesa e trascinante. Una voce femminile duttile e potente, protagonista di molti brani con incursioni nel rap, quella di Vivian Grillo. A contrasto le voci liriche del quartetto vocale Broken Sword Vocal Ensemble e anche un’esibizione da solista del soprano Sara Gramola.

 

Vivian Grillo

Paolo Birro

Sara Gramola

 

                                                               L’impatto su chi vi scrive

Un concerto – spettacolo, molto adatto a chiudere festosamente un Festival (li avevamo incontrati in una situazione simile nel 2016 ad Alba Jazz): è un Jazz d’impegno per la tematica proposta ma allo stesso tempo vigoroso e sgargiante. Vivian Grillo, voce solista, ha potenza e presenza scenica, regge molto bene l’impatto dei volumi notevoli dell’ orchestra, non esita a recitare quando serve e ad esibirsi in sequenze adrenaliniche di rap. Interessante la presenza di un ensemble vocale lirico. Il repertorio presentato si rivela scelta vincente, per l’intensità di brani (vedi Freedom Day) che già di per sé sono una garanzia .

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Per chi ce l’ha fatta, il Festival si è concluso a tarda notte al Caffè del Teatro con Traditional T.S. Jazz Band: Fulvio Chiara: cornet, Roberto Beggio: clarinet, Didier Yon: trombone, Marco Levi: banjo, Valerio Chiovarelli: bass tuba, Marco Pangallo: washboard/bass drum.

 

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL edizione 38, la seconda giornata

VENERDI’ 23 MARZO, SECONDA GIORNATA

La seconda giornata di Open Papyrus Jazz Festival è tradizionalmente quella più corposa e ricca di eventi, che anche quest’anno si sono svolti nella Sala Santa Marta, per la prima parte, e poi al Teatro Giacosa.

Già molta gente in Sala per la presentazione del libro Il Michelone, Nuovo dizionario del jazz. 1200 dischi jazz in 100 anni di Guido Michelone. Le recensioni dell’autore di 1200 dischi di Jazz usciti in 100 anni, che diventa un nuovo dizionario del Jazz. Il pubblico non si è sottratto al fitto dibattito che ne è conseguito.

Alle 19, dopo l’ Aperitivo – Degustazione Consorzio Vini Canavese comincia il concerto di Oba Mundo Project.

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Per mia scelta i commenti sui concerti saranno, per tutte e tre le serate, divisi in due parti, delle quali la seconda è intitolata ” L’impatto su chi vi scrive” ed è il mio commento personalissimo e dichiaratamente non ammantato di alcuna pretesa obiettività. A prescindere dalla competenza, la musica impatta diversamente a seconda della personalità, della formazione, dei gusti di ognuno.

Foto di Carlo Mogavero

Sala Santa Marta, ore 19
Oba Mundo Project
Loris Deval: chitarra classica
Anais Drago: violino
Viden Spassov: contrabbasso
Gilson Silveirapercussioni

Quattro musicisti ineccepibilmente bravi, un progetto nuovo non nell’intento (non è certo la prima volta né sarà l’ultima che si decide di reinterpretare temi famosi da film), ma nuovo nella resa. La presenza di Gilson Silveira indica già che i brani passano per una rilettura in termini ritmici ma anche timbrici e armonici “latin” (ma non manca l’Ucraina e la musica balcanica).
Non è certo un latin da cartolina: suonano benissimo questi tre ragazzi.
Gilson Silveira non è un ragazzo e quasi li tiene a battesimo, lui che è un poeta delle percussioni.
Suonano benissimo, gli Oba Mundo, con la cura di chi la musica l’ha non solo studiata ma  fatta propria e metabolizzata, e di chi il proprio strumento lo padroneggia tecnicamente in maniera perfetta e si può dunque permettere di farne praticamente tutto. Gli assoli della Drago sono ineccepibili e straripanti di energia, il contrabbasso di Spassov è intenso, granitico, offre continui spunti al quartetto non limitandosi all’ accompagnare, la chitarra di Deval è cangiante, i suoi fraseggi connotati da una inesauribile vena creativa. Silveira è una fonte continua di suoni, battiti messi in relazione tra loro con maestria.
I brani abbracciano una bella fetta della storia del grande cinema (da La vita è bella, all’ Orfeo Negro, a Mediterraneo).
La parte tematica è lo spunto per dare il via alla bravura indiscutibile di un quartetto di musicisti fantasiosi e preparati. Le dinamiche sono raffinate, l’interplay impeccabile e la verve improvvisativa notevolissima. Non capita spesso di poter ascoltare ad un festival giovani artisti talentuosi, che cominciano a farsi conoscere al di là delle loro realtà locale. Non capita nemmeno spesso di vedere un musicista affermato mescolarsi così beneficamente e generosamente a musicisti nuovi e dar loro appoggio, fantasia, che sottolineino il loro innegabile estro.


L’impatto su chi vi scrive

Un concerto scoppiettante, pieno di energia, divertente, costruito su musiche molto amate e giustamente molto applaudito.
Il limite del progetto l’ho trovato un po’ nell’applicare, a prescindere, una veste predeterminata  a temi molto diversi tra loro. La Canzone di Geppetto dal film televisivo di Comencini, per fare un esempio, mi è apparsa un po’ più travisata che riletta, mentre se ne sarebbe potuto fare un lavoro bellissimo di interpretazione interiore anche estrema, volendo. I temi vengono utilizzati essenzialmente come mero spunto per le evoluzioni virtuosistiche che seguono. Tra i due estremi della cover e del tema usa e getta preso solo per la sua struttura e poi  ingabbiato in una veste jazzistica preformata ed infilata a qualsiasi costo, c’è tutto un mondo espressivo che può essere infinitamente fecondo. Non a caso, una volta dimenticatami del suddetto tema, ho molto apprezzato le improvvisazioni e le belle introduzioni, che ne erano completamente avulse.
I ragazzi sono più che pronti, io credo, a scrivere e, se lo stanno già facendo, promuovere musica propria,  o a interpretare quella preesistente evitando di decidere “a tavolino” in che modo interpretarla. Lasciandosi andare piuttosto al loro flusso creativo interiore, che è lì che si affaccia prepotentemente e si percepisce vedendoli ed ascoltandoli suonare. Che queste considerazioni li incoraggino perché sono davvero molto bravi.

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Teatro Giacosa, ore 21:30

Helga Plankensteiner and Plankton

 

Helga Plankensteiner: baritone sax, clarinet, voice
Michael Lösch: hammond organ, piano
Enrico Terragnoli: guitar, banjo

Il primo dei concerti al Teatro Giacosa è anche il più interessante e stralunato di tutto il festival, in linea con il tema “Elogio della Follia” voluto dal direttore artistico Massimo Barbiero. Un sestetto dalla poderosa sezione fiati, ma anche con una sezione ritmica in grado di  cambiare registro con disinvoltura e di certo non in maniera didascalica. Helga Plankensteiner ne è la leader, e l’ideatrice, dalla personalità dirompente: eclettica suonatrice di sax baritono, clarinetto e corde vocali, suona per un’ora ed oltre musica originale, in tutti i sensi, intrecciando generi musicali in maniera così creativa che ogni genere viene trasfigurato anche quando sembrerebbe essere replicato fedelmente. Il batterio della creatività si impadronisce del Blues, o dello Swing, o di qualsiasi altra suggestione, modificandoli quasi geneticamente.
Questo è possibile con improvvisi cambi di rotta, di dinamiche, ma anche con una attento studio delle timbriche, appaiando le voci in maniera sempre diversa e quasi sempre a contrasto- il sax baritono con l’hammond, i fiati con il banjo, la voce con la tromba. Ma anche alternando unisoni possenti a improvvisi assottigliamenti che precedono la deflagrazione totale di tutto il sestetto. Matthias Schriefl e Gerhard Gschlössl alle trombe e al trombone sono il controcoro e l’alter ego imprescindibile della Plankensteiner. Enrico Terragnoli è infaticabile e prezioso con i suoi Banjo che ammorbidiscono e armonizzano le digressioni dei fiati. Nelide Bandello lavora come uno strumento armonico oltre che come generatore di battiti. Michael Lösch con l’hammond o con il pianoforte delinea e asseconda l’atmosfera dei brani introducendo anche una bella dose di rigore che, dato il clima sul palco, rende ancora più bizzarro il risultato finale.









L’impatto su chi vi scrive

E’ quel concerto che in un Festival, in mezzo ad altre proposte, mi aspetterei sempre di vedere: nomi meno di richiamo e un palcoscenico che permetta loro di farsi conoscere un po’ di più.
Musica divertente, diversa da quella che si incontra nei circuiti soliti, eppure con un livello di complessità notevole. Giocosa, circense, teatrale, stramba, intensa, energica, totalmente originale, con ampi stralci di improvvisazione che non si limita però ad assoli che si alternano ordinatamente, ma che esplode in momenti anche collettivi imponenti, di cui l’impatto è notevole. Ma anche apprezzabili “cornici” di musica scritta che contrasta mirabilmente con le parti più libere. Un concerto curioso e attraente.

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Teatro Giacosa, ore 22:30
Enrico Rava New 4ET

Enrico Rava: flicorno
Francesco Ponticelli: contrabbasso
Enrico Morello: batteria

Il concerto di Enrico Rava in quartetto è l’evento del Festival, il nome celebre capace di attrarre anche il pubblico meno avvezzo al Jazz. Ed Enrico Rava non delude nemmeno stavolta.
Solo brani originali: “Inutile che ve li annunci, sono tutti brani originali”, dice lui stesso.
Brani originali, e il timbro inconfondibile del flicorno di Rava, i suoi fraseggi essenziali (in quanto a “numero di note” usate) e anche in virtù di ciò ricchi per intensità, dinamiche, efficacia espressiva. Con il suo trio Rava  si mette continuamente in gioco: dialoga moltissimo con Diodati, quasi un alter-ego elettrico, lascia molto spazio a chitarra, contrabbasso, batteria lasciando che si apra una finestra su un gruppo di per sé notevolmente interessante: un concerto nel concerto, in pratica. La batteria di Morello passa agevolmente dal soffio alla potenza massima,  sempre modulata da un controllo totale che ne rende intellegibile ogni istante di ogni successione ritmica, anche la più ardita. Il contrabbasso di Ponticelli è in continua proficua interazione ritmico – armonica con chitarra e batteria. Diodati è un chitarrista dalla personalità musicale ben spiccata, che padroneggia il suo strumento non smettendo mai di sperimentare.










L’impatto su chi vi scrive

Non si può che dire bene di un concerto come questo. Mai nulla di musicalmente scontato. Un musicista pressoché leggendario, che da sempre continua a rimettersi in gioco con musicisti nuovi – giovani – o semplicemente diversi da altri con cui ha interagito in precedenza. Il suo carisma e la sua personalità artistica ne escono sempre rafforzati. Il tre giovani artisti sul palco con lui sono tre talenti del Jazz oramai giustamente affermati,con un loro linguaggio ben riconoscibile e una creatività in continuo divenire. Il dialogo tra i quattro è fitto, è un dialogo tra pari.
In alcuni momenti ho personalmente percepito un certo sbilanciamento tra quella sintesi (intensa) di Rava di cui parlavo sopra, spesso incentrata sul suono in sé,  e la musicalità traboccante di note e battiti del trio con lui sul palco. Quasi certamente questa dualità è cercata e voluta,  e sono consapevole dunque che il contrasto che io sento in alcuni casi come sporadico squilibrio potrebbe per altri rappresentare il valore aggiunto del progetto.

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La nottata è andata avanti fino a notte inoltrata al Caffè del Teatro con i bravi, giovani  e infaticabili The Essence 4tet ( Sara Kari: sax, Emanuele Sartoris: pianoforte, Antonio Stizzoli: batteria e Dario Scopesi: contrabbasso) che hanno animato la nottata con il loro Jazz vitale ed energico

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL – edizione 38 – La prima giornata


Le foto sono di Carlo Mogavero

 

Elogio della follia era il tema di questo trentottesimo Open Papyrus Jazz Festival che si è svolto ad Ivrea. E la follia è certamente quella di chi ancora si ostina (per fortuna) ad organizzare festival , per di più multiculturali. “Ma è di quello che si ha bisogno per sopravvivere, di una sana follia perché solo quella ci rende liberi. Liberi di danzare sino alla fine perché quel senso di libertà diventa irrinunciabile, nonostante il prezzo che si dovrà pagare.” Uno di questi folli (il virgolettato è suo) è appunto il direttore artistico Massimo Barbiero, che ha al suo seguito (per fortuna) anche un bel numero di folli volontari, giovanissimi, che si fanno in quattro perché tutto vada come deve andare.
E’ così che Open Papyrus è arrivato alla 38sima edizione, che si è svolta come sempre tra musica, presentazioni di libri, spettacoli di danza, degustazioni di vini del territorio, e anche una mostra di pittura presso Sala S.Marta e Caffè del Teatro, a cura di ARTE IN FUGA e GoArtFactory.

Non sono stata purtroppo presente all’ anteprima di sabato 17 marzo, svoltasi con Enten Eller ed il progetto Minotaurus, al museo Garda: un progetto per quattro musicisti e quattro danzatrici
Alberto Mandarini: tromba
Maurizio Brunod: chitarra
Giovanni Maier: contrabbasso
Massimo Barbiero: batteria
Dance: Giulia Ceolin, Roberta Tirassa, Sara Peters , Tommaso Serratore

Sono arrivata ad Ivrea giovedì 22 marzo, primo giorno effettivo di Festival.
I concerti si sono svolti nella bella sala Santa Marta, chiesa sconsacrata ma consacrata alle arti proprio per merito di questo festival, e nel bellissimo Teatro Giacosa. I dopo concerti notturni per la prima volta nel grande spazio del Caffè del Teatro, fino a tarda notte.
Ivrea dunque non è solo Carnevale, oramai da 38 anni.

E allora cominciamo con questo Elogio alla follia, reso ancora più folle dalle imperdibili presentazioni di Daniele Lucca, altro volto imprescindibile del festival, che fluttua tra seria professionalità e guizzi improvvisi di ironia accompagnando il pubblico da un evento all’ altro come un amico intelligente.

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Per mia scelta i commenti sui concerti saranno, per tutte e tre le serate, divisi in due parti, delle quali la seconda è intitolata ” L’impatto su chi vi scrive” ed è il mio commento personalissimo e dichiaratamente non ammantato di alcuna pretesa obiettività. A prescindere dalla competenza, la musica impatta diversamente a seconda della personalità, della formazione, dei gusti di ognuno.

PRIMA SERATA, GIOVEDI’ 22 MARZO 2018

Sala Santa Marta, ore 21:30

Cominoli, De Aloe, Zanchi

Max De Aloe fisarmonica e armonica cromatica
Lorenzo Cominoli, chitarra
Attilio Zanchi, contrabbasso

Il tenero ricordo in musica dell’indimenticato Garrison Fewell, chitarrista e didatta scomparso nel 2015, amatissimo anche dai colleghi musicisti tutti, in un progetto che comprende suoi brani e brani originali.
I brani si susseguono fluidi, i temi sono semplici, esposti alternativamente da De Aloe, Zanchi o Cominoli, i timbri cambiano essenzialmente per l’avvicendarsi di fisarmonica e armoniche cromatiche. Gli assoli, gli scambi, le improvvisazioni sono garbate, in sequenza, lineari, senza sussulti. “A reason to believe” di Attilio Zanchi gode di una introduzione appassionata di fisarmonica. La loop station espande e reitera creando atmosfere sospese ma sempre morbide e lineari.

 

L’impatto su chi vi scrive:

Un jazz easy listening, ottimamente curato, dalla struttura lineare. Un progetto alla base del quale si percepisce, un fondante, sincero trasporto emotivo verso un musicista stimato come pochi altri non solo dal pubblico ma anche nel suo stesso ambiente.

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Sala Santa Marta, ore 22:30

Tre coreografie sulle musiche dal cd di Barbiero, Savoldelli, Zorzi

Coreografie
Francesca Galardi, Cristina Ruberto, Giulia Ceolin

Danzano:
Erika Ricci accompagnata da Eleonora Buratti, Paola Risoli, Anna Calamita di Tria, Elisa Parla, Miriam Buffa, Luciana Trimarchi, Valentina Corrado, Teresa Pedrotta, Demetra Birtone.
Cecilia Boldrin, Alice Mistretta, Alina Mistretta, Arianna Mistretta, Valentina Papaccio, Sara Ugorese, Ilaria Vitale.
Beatrice Benetazzo.

Parlare di danza non è facile per chi, come chi vi scrive, non ne ha la minima competenza. Ho visto l’intento (riuscito), complessivamente,  di rappresentare il male del vivere in un’epoca sorda, cieca, muta, inerme di fronte ai reali bisogni di esseri umani oramai ineluttabilmente inglobati in un prefigurato, angosciante, appiattente conformismo, guidato da meccanismi per nulla in sintonia con una vita libera e felice, un modus vivendi che ci viene imposto dall’alto e che, anche nell’attimo in cui si tenti di distinguersi, implacabilmente ci ottunde, ci soffoca, ci rende irrimediabilmente schiavi, conformi e dunque manipolabili.
Volti angosciati, movimenti distonici, scatti tonici clonici espressivi di fastidio e disagio, bocche spalancate in urli silenziosi, serpeggiare e brulicare di corpi tendenti progressivamente ad una crescente inumanità e che tendono, dopo tanto soffrire, ad una inevitabile fissità dello sguardo: movenze espressive eseguite alla perfezione da tutte le brave ballerine sul palco. Che però, per ringraziare i sentiti applausi del pubblico hanno finalmente sorriso.


L’impatto su chi vi scrive

Ballerine bravissime e intense, coreografie espressivamente molto efficaci.

Bernstein, Zirilli, Moroni e Deidda al FolkClub – Torino

 

FolkClub, Torino, ore 2130

Radio Londra

Peter Bernstein, chitarra
Dado Moroni, pianoforte
Dario Deidda, basso
Enzo Zirilli, batteria

Le foto sono di Carlo Mogavero

Prima premessa: il Folk Club a Torino è uno di quei locali in cui ascoltare Jazz è bellissimo. E’ bello entrare in un portone anonimo e scendere le scale per arrivarci. E’ bello lo spazio in cui si svolgono i concerti, è bello stare a contatto con i musicisti sul palco: è un vero Jazz Club, di quelli che potresti trovare anche a Chicago o New York. C’è la giusta atmosfera: tra un set e l’altro si può bere una birra al bancone, ma durante il concerto il silenzio permette di ascoltare (e guardare) senza distrazioni ciò che avviene sul palco. Il patron Paolo Lucà è accogliente e gentile. L’atmosfera è quella dei club degli anni 70 ma senza la puzza di fumo, e con un’organizzazione che non lascia nulla al caso (dall’assegnazione dei posti, alla presenza di un guardaroba). E la musica si sente bene, la programmazione è variata e ricca.

Seconda premessa: Radio Londra è una rassegna preziosa. Come detto più volte il batterista Enzo Zirilli, oramai residente a Londra da anni, esattamente dieci anni fa decise di portare, ad intervalli regolari, sul palco del Folk Club, artisti britannici con cui collabora in Inghilterra a suonare in Italia: spesso sono artisti che qui è raro che vengano. Sono dunque concerti unici, fuori dai circuiti soliti organizzati da uffici stampa e promoter, ed è per questo che una volta l’anno questo blog, e specificamente io Daniela Floris, mi muovo da Roma per ascoltarne almeno uno.

Fatte le dovute premesse, andiamo a parlare del concerto di sabato 10 marzo.

Zirilli, Moroni, Deidda e la guest star Bernstein sono quattro musicisti con una padronanza dello strumento assoluta.
Bernstein è un chitarrista newyorkese quotatissimo che ha all’attivo collaborazioni di lusso, Brad Mehldau, Jimmy Cobb o Diana Krall, tanto per dirne qualcuno, ed è un virtuoso della chitarra, dal suono e dall’impronta molto personali e riconoscibili.
Zirilli è un’ inesauribile fonte di idee, di suoni, percuote la sua batteria in tutti i modi espressivi possibili e percorrendo tutte le dinamiche dal pianissimo al massimo della deflagrazione.
Moroni ha un pianismo personalissimo, travolgente, istintivo, ed è capace di passare dal lirismo più dolce all’ andamento impetuoso con la disinvoltura del fuoriclasse.
Deidda ha una tecnica pazzesca unita ad una fantasia inesauribile e con il suo basso semiacustico (per saperne di più vi riporto a questa intervista a Danilo Gallo) che suonava né più ne meno come un contrabbasso è stato a dir poco funambolico.
Stiamo parlando quindi di un quartetto eccellente.

Dunque, se sabato 10 marzo per caso o per scelta aveste voluto ascoltare un Jazz di alto livello legato alla tradizione, standard di autori come Wes Montgomery, Cole Porter, Wayne Shorter, Benny Golson, Horace Silver, Jerome Kern ed altri ancora; se aveste voluto ascoltare brani strutturati come succede nel Jazz tradizionale (esposizione del tema iniziale – improvvisazione ed assolo in sequenza di tutti e quattro i musicisti – scambi ogni 4 battute tra batteria chitarra o batteria e pianoforte, o batteria e basso, e ritorno al tema iniziale con rallentato finale ); se aveste voluto ascoltare assoli mirabolanti per tecnica e virtuosismo, dinamiche, velocità adrenalinica di esecuzione, o ballad toccanti che si intensificano progressivamente; se aveste voluto ascoltare swing a manetta, walkin’ bass inappuntabili, ghiotti fraseggi chitarristici in stile Wes Montgomery; se aveste voluto vedere musicisti sul palco che si divertono a giocare tra loro percorrendo tutto ciò che è tecnicamente possibile fare col proprio strumento, lasciandovi con la rassicurante cintura di sicurezza di brani celeberrimi; se aveste voluto godervi un bel Missile Blues di Wes Montgomery fatto con tutti i crismi; bene, se aveste voluto tutto questo, questa serata di Radio Londra con Bernstein, Zirilli, Moroni e Deidda sarebbe stata per voi quella giusta, anzi, perfetta. Ma non avreste trovato posto: il locale era sold out. E gli applausi hanno dimostrato che non era sold out a caso: un altro grande successo per questo decimo anno di Radio Londra.







Mehldau, Bach, Mehldau all’Auditorium Parco della Musica

Auditorium Parco della Musica, Jazz Love 

Sabato 17 febbraio, ore 21 Sala Sinopoli
Brad Mehldau, Three pieces after Bach

Brad Mehldau, pianoforte

 

 

Brad Mehldau suona Bach e suona se stesso: andando ad ascoltare un concerto del genere, se si fa questo bellissimo mestiere di scrivere di musica, ci si chiede quanto si ascolterà di Bach e quanto di Mehldau. Poi ci si chiede, una volta scritto un articolo, quanto i puristi di Bach troverebbero di Bach, quanto si indignerebbero nel caso non ci fosse tutto quel Bach che si aspettano. Poi quanto i puristi di Jazz troverebbero di Mehldau, quanto si indignerebbero nel caso non ci fosse tutto quel Mehldau che si aspettano.
Poi si spengono le luci, e si comincia ad ascoltare.
Bach viene affrontato da Mehldau in vari modi. Intrecciato a trame nuove quasi da subito, come accade nel Preludio n° 3 in Do# minore BWV 848, con quella sesta che da maggiore diventa minore, con il contare in uno più che in 3, tanto che il preludio sembra diventare una danza.
Oppure decide di eseguire Bach nella sua interezza, per poi accostarvi Mehldau: così accade ad esempio con il Preludio n° 1 in Do maggiore BVW 870, del quale da subito enfatizza l’incipit: che gli ricorda You must believe in spring .Quando Mehldau passa a Mehldau quell’incipit diventa citazione precisa e persino struggente.
Nella Fuga n° 16 in Sol minore BWV 885 Mehldau è improntato su una indiscutibile perfezione formale, nonostante non prevalga l’aspetto “matematico”, se così lo possiamo definire: ha di per sé, come caratteristica, un pianismo in cui mano sinistra e mano destra sono intercambiabili. In certi momenti è come se suonasse due pianoforti che dialogano tra loro: Bach gli è innegabilmente congeniale.
Ma il Bach di Mehldau è più soffuso, meno marziale di quanto noi ci potremmo aspettare. Viene enfatizzato non tanto il rincorrersi delle voci contrappuntistiche ma le singole parti tematiche di quelle voci stesse, che vengono estrapolate per poi farle tornare nelle composizioni originali che seguono. E così, ad esempio, in questa Fuga in sol minore una nota della mano sinistra diventa l’ostinato, la nota ribattuta del brano che la segue: che si intensifica e si rarefa in mezzo ad accordi dissonanti.
I brani originali sono, sembrerebbe, per la quasi totalità, scritti. Costruiti non sprecando alcun tema, estraendone l’essenza nel caso sia proveniente da Bach, e trasportandola nella nuova partitura. Il fraseggio, anche se ad un ascolto non attento non sembrerebbe, è contrappuntistico. Ogni tema viene espanso, ristretto, ampliato con inserti nuovi, subisce variazioni dinamiche, timbriche, in un un contesto armonico totalmente diverso. Nuovi temi fatti di un tessuto preesistente si avvicendano in un percorso per nulla casuale. Eppure del tutto inaspettato.
Persino l’ostinato nel brano che segue la  fuga in Sol Minore 885, quella nota ribattuta è così mutevole che non sembra nemmeno più un ostinato, e rimane nella mente anche nei pochi istanti in cui viene sospeso.
Il tema della fuga ritorna, riemerge, si inabissa tra altri, e infine torna, ma alla mano sinistra, mentre la destra, in un finale cupo, pastoso, malinconico ribatte quella nota che per Mehldau era l’inizio di tutto.
L’inizio di tutto sono i cromatismi del Preludio n° 6 in Re minore BWV 851, che diventano una parte importante della composizione che segue: ma lo è anche il dinamismo insito in quel preludio, che Mehldau decide di trasporre in tutt’altro ambito armonico, e di isolare tra brevissimi ma efficaci silenzi sospesi, che lo incorniciano, e ne sottolineano l’intenzione.
Di certo c’è una ricerca profonda da parte di Brad Mehldau di ciò che di Bach egli sente più vicino, ma anche di ciò che accomuna due epoche così lontane. E una volta trovato quel filo rosso, quel filo disegna nuove trame plausibili e possibili.

Tre bis hanno riportato Mehldau al suo mondo usuale. Lo swing, una appassionata When I Fall in Love. Non più Bach. Non così distante da Bach, per pienezza sonora, per quella intercambiabilità delle mani nel percorrere il brano. Tre bis, generosamente concessi ad una platea entusiasta e coinvolta.

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 L’impatto su chi vi scrive. Il parere personale di chi vi scrive.

Ho sempre avuto un’ attrazione verso le terre di confine, che vivono della ricchezza  tra zone diverse, che esse siano geografiche, o che siano terre metaforiche. Da questo per me intrigante limbo tra due mondi musicali diversi, nella mia personale percezione di un concerto che ho trovato bellissimo, è scaturita musica nuova, e per questo affascinante.
Bach, sotto le mani di Brad Mehldau, se dovessi cercare un modo di definirlo, diventa impressionista. Il rigore formale esiste: Mehldau lo sa suonare Bach. Il rincorrersi contrappuntistico delle voci è chiaro e presente. Ma sceglie, come accennato, di dare pennellate espressive che tendono più che a svelare chiaramente l’intreccio dei temi tra loro, ad enfatizzare alcuni di questi temi, che essi siano ritmici (vedi l’ostinato nel caso della fuga in sol minore) o melodici (vedi il tema che richiamava You must believe in spring, nel preludio 1 in Do Maggiore, o i cromatismi nel caso del preludio 6 in Re minore). Chi ascolta viene come preparato al brano originale che ne scaturirà.
E’ un Bach diverso da ogni altro. Brad Mehldau non ha come priorità la fedeltà matematica alla partitura originale, ma espressivamente la tramuta in un brano più indefinito, impalpabile, proiettato verso la scomposizione del materiale sonoro in qualcosa di altro. E’ tutt’altro che “contaminazione”. E’ creare un punto o più punti di contatto.
Allo stesso modo, i brani originali sono Jazz, ma fino ad un certo punto. E’ musica scritta, per lo più, almeno così sembrerebbe, sulla quale probabilmente ci sono varianti – dovrei seguire il concerto avendone le parti per capire – ma è scritta. In fondo Mehldau compie, specularmente, l’operazione opposta che ha compiuto interpretando Bach: limita la libertà improvvisativa del Jazz, suonando brani definiti in partenza. Fissa il suo estro creativo nelle partiture. Crea dunque un rigore formale e mette dei paletti a se stesso come jazzista.
In questo ho trovato la bellezza del progetto. Il mischiare le carte. Il rendere così fluidi e potenzialmente opposti due generi così apparentemente distanti. Di certo chi vuole ascoltare Bach come scritto da Bach non sarà forse, dico forse, soddisfatto da Mehldau. Chi vorrà ascoltare Mehldau  di Paranoid Android o Que Sera non sarà forse, dico forse, soddisfatto da questo Mehldau.
Chi invece vuole ascoltare senza confini musica di confine troverà come me, questo concerto incredibilmente coinvolgente.
Ricostruire quali brani di Bach abbia suonato Mehldau non è stato semplice: mi prendo un margine di errore dato dall’averne scritto a casa nei giorni seguenti.