Andrà Bene: Il nuovo singolo di Lorenzo Tucci, suonato da Claudio Filippini

Lorenzo Tucci (composer)
Claudio Filippini, pianoforte (courtesy CAM JAZZ)

Jando MusicVia Veneto Jazz

Nel Jazz può ancora capitare di cullarsi per cinque minuti con un brano in ¾, inusuale, inatteso, nuovo di zecca, che non abbia nulla da invidiare a brani celeberrimi come, per dirne uno, Waltz for Debbie.
Può capitare di stupirsi di un’ atmosfera sognante, dolce, senza essere stucchevole, nuova, fresca, frutto del perfetto bilanciamento tra una melodia semplice e un disegno armonico sotteso tutt’altro che scontato.
E sorprendente è anche che un tale piccolo gioiello (Andrà bene ne è il titolo) sia stato creato da un fenomenale batterista, uno dei migliori sulla piazza: Lorenzo Tucci, che svela una vena compositiva che, a dire il vero, era emersa già in precedenza in altri suoi lavori (cito i suoi album Tranety e Sparkle, e non sono certo gli unici di cui si potrebbe parlare). Un batterista che con il suo strumento non produce solo ritmo e battiti. “Suona”, infatti. Come più volte abbiamo sottolineato in questo sito, la batteria di Lorenzo Tucci canta, e suona, oltre ad essere potente strumento ritmico.
In Andrà Bene però la batteria non c’è. Tucci c’è, ma a monte, come compositore, e pensa questo brano per piano solo. Lo compone per Claudio Filippini, altra eccellenza del Jazz, e suo amico da sempre: musicista sopraffino, dallo stile unico, dal tocco inconfondibile, che gli dà suono interpretandone l’atmosfera e mostrando una sintonia che va al di là della bravura, delle capacità espressive, dovuta ad una profonda conoscenza reciproca. Non a caso i due sono compagni di moltissimi viaggi musicali.

Perché mi è sembrato bellissimo questo brano? Perché comincia con otto battute semplici fatte di due note che si alternano e che sono le quinte dei due accordi ascendenti, cromatici, su cui danzano, e che ti prendono irrimediabilmente per mano. Perché poi si apre esplorando un ambito tonale più complesso, ed affascinante, nel quale la melodia si dipana fluttuando, e perché poi approda ad un altro episodio ancora, con un’altra melodia che ti cattura e ti culla. E perché poi di nuovo si apre nell’improvvisazione e nello stile unico di Claudio Filippini.
Alcuni musicisti sono inconfondibili: e non certo perché suonino sempre le stesse note alla stessa maniera. Perché hanno un loro tocco, un loro modo di esprimersi, di riempire il silenzio con suoni che sono loro, e di nessun altro. Sia quando compongono che quando suonano. Due di questi sono Lorenzo Tucci e Claudio Filippini. E’ il motivo per cui questo singolo, registrato alla Casa del Jazz, non potrà passare inosservato.

In questo articolo, vi garantisco, si parla di bella musica.
Ma in finale aggiungo una cosa importante: l’intero incasso sarà devoluto in beneficenza, a favore dell’Associazione Italiana Persone Down (AIPD), sezione di Roma. Una azione importante, benefica anche per chi la fa.

Il brano potete acquistarlo qui: ne vale la pena, in tutti i sensi e per tutti i sensi.

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Vi spiego… il basso elettrico: Danilo Gallo

Danilo, tu suoni il basso elettrico e il contrabbasso. La nostra intervista verterà sul basso elettrico, ma mi dovresti anche spiegare quale dei due strumenti senti più legato alla tua capacità espressiva.

E’ una domanda a bruciapelo! Me la sono posta anche io, e ho cercato di rispondere proprio utilizzando l’uno o l’altro a seconda del tipo di musica che mi trovavo a dover suonare. Mi sono reso conto sul campo di quale fosse lo strumento più consono in determinate situazioni. Ancora adesso non ho chiarissimo in assoluto quale tra il basso elettrico ed il contrabbasso sia quello più adatto alla mia espressività: dipende sicuramente dalla musica. Anche perché sono innamorato tanto del mondo acustico e quindi del mondo in cui il contrabbasso è più a suo agio, che di quello elettrico: ma non ho schemi a riguardo. Mi piace scambiare i ruoli, e i due mondi.

E di tutti gli strumenti, perché il basso elettrico?

Mah, come quasi sempre succede quando si comincia a studiare uno strumento è successo per caso. In realtà io nasco come chitarrista: dopo una piccolissima parentesi di flauto ho intrapreso seriamente lo studio della musica, seriamente perché avevo un maestro, e lo strumento era appunto la chitarra classica. Entrai anche in conservatorio, ma scappai subito, non riuscivo a sopportarne l’ambiente. Per di più all’epoca ero anche un po’ tra il metal e il punk, non mi trovavo bene.
Avrei voluto suonare la chitarra elettrica in un gruppo: se non che a scuola, parliamo della seconda o terza media, con i compagni di classe componemmo una band. A dire il vero nessuno di noi ancora suonava veramente uno strumento: si sognava, si ascoltava musica. Uno di noi era tastierista, un altro aveva già deciso di prendere lezioni di batteria, ed era il mio migliore amico. Un altro aveva già la chitarra elettrica. Rimaneva un ruolo scoperto, il bassista. Mio nonno mi regalò 50000 lire e io comprai un basso elettrico riuscendo ad avere anche uno sconto, quindi lo pagai 48000 lire, di una marca improbabile, Kasuga, che è stato il mio primo basso elettrico, e con quello iniziai a suonare nella band. Chiedetti in prestito un amplificatore che non era un vero amplificatore, era un Philips che aveva si utilizzava anche per l’ascolto di audiocassette: in pratica ho cominciato come “tappabuchi”.

Quando hai capito che per vivere avresti fatto il musicista?

In realtà è una domanda a cui non saprei rispondere nettamente. Tutt’oggi mi chiedo quando diventerò musicista pur essendolo, in fin dei conti. Questo perché, forse, il sogno che avevo da ragazzino è ancora intatto, e quasi a volte non mi rendo conto che a piccoli tasselli si sta realizzando. Non ricordo in maniera nitida quando io abbia deciso di intraprendere la professione: è avvenuto quasi per caso, giorno dopo giorno, ma sicuramente ricordo come se fosse ora i sorrisi di mia mamma che annuiva ai miei primi concerti in luoghi prestigiosi. Forse è iniziato tutto lì.

Ora però mi dovrai dire qualcosa su questo strumento, che è uno strumento elettrofono.

Si è uno strumento elettrofono, termine importante per dire elettrico, nella famiglia degli elettrofoni esiste anche questo strumento, che è il basso elettrico. Elettrico perché ha dei pickups che catturano la vibrazione delle corde e anche della cassa, quindi del legno, lo trasferiscono ad un circuito elettrico attraverso un cavo e un jack che viene poi portato ad un amplificatore che infine ne fa uscire il suono.

Come si chiama questo tuo strumento?

Basso VOX Cougar semi hollow

Questo è un Vox , il modello è Vox Cougar ed è un basso elettrico, perché ha un circuito elettrico, ma è un basso che in inglese si definisce semi hollow bass, in quanto ha la cassa vuota, scavata. Hollow  in inglese, letteralmente, significa “scavato”. E’ quindi un basso per metà acustico e per metà elettrico. La cassa come vedi ha le f intagliate come un contrabbasso o come un violino, ed è aperto dentro, ha una camera acustica. Il corpo dunque è vuoto, a differenza di quello di un basso completamente elettrico, senza camera, che dentro è pieno. Il semi hollow (semi acustico) ha una cassa di risonanza, risuona un po’ di più. Esistono anche bassi semi hollow che hanno la camera ma non hanno le f e a vederli sembrano completamente elettrici, ma hanno un suono molto diverso.

Di che materiale è fatto un basso elettrico?

E’ costruito con un insieme di legni, diversi a seconda che venga costruita la cassa di risonanza, il manico o la tastiera. Nel caso del mio basso non saprei dirti di che legno sia, è uno strumento degli anni 70 di cui si hanno pochissime notizie.La tastiera, questa nera, so essere di ebano. In genere le tastiere sono di ebano o di palissandro.

Di quante parti è composto un basso?

Ci sono parti strutturali e parti elettroniche ovviamente. Quelle strutturali sono il corpo, il manico e la tastiera. La tastiera è applicata sul manico.
Il proseguimento del manico si chiama paletta, sulla quale si trovano le meccaniche, che avvolgono le corde e le tirano per accordarle.

Paletta e meccaniche

Poi abbiamo il ponte, il tirante, e in questo caso il tirante è come quello del contrabbasso. Il tirante è molto flessibile, e influisce molto sul suono. Contribuisce ad una risonanza sonora particolare.Ci sono bassi elettrici semiacustici che, come tutti i bassi elettrici,  non hanno il tirante, ma hanno semplicemente il ponte nel quale le corde entrano e vengono agganciate.

Ponte e Tirante

Le parti elettroniche sono date da un circuito elettronico regolato da potenziometri, che servono a regolare i volumi, e da pickups.

Cosa sono i pickups?

I pickups, termine tecnico, fondamentalmente sono microfoni. In questo caso sembra un insieme di quattro viti, che sono in realtà dei sensori. Come vedi ce ne è uno sotto ogni corda. La loro funzione è quella di reagire alla vibrazione della corda. Ma a suonare non è solo la corda: ci sono anche la cassa, il manico. Lo strumento vibra tutto, a partire dalla paletta.

Pickup al ponte

I pickups (il mio basso ne ha due, uno vicino al ponte uno vicino al manico) sono splittabili, ovvero si possono usare passando il segnale da uno all’altro attraverso una levetta: se la abbasso uso solo il pickup al ponte, che ha un suono un po’ più brillante, più metallico, meno corposo. Se la sollevo uso solo il pickup al manico che ha un suono più rotondo. Se la posiziono a metà uso entrambi i pickups, e in questo particolare caso posso miscelare, mixare, aumentare più uno o più l’altro, usando i potenziometri proprio come se fossero dei mixer.

Pickup al manico e Levetta – split

Ogni potenziometro è riferito ad un pickup?

Si ognuno è riferito ad un pickup. Ho quattro potenziometri, due per ogni pick up. Ogni pickup, infatti, ha un volume e un tono:  il tono “equalizza” il suono agendo sulle frequenze alte, dando un suono più acuto e brillante, e questo si può fare per ognuno dei 2 pickups. Posso miscelare i toni “in corsa”, a seconda dei brani che sto suonando e della necessità che mi si presenta.

Potenziometri

So che esistono due tipi di manici, a secondo di come vengono montati sul corpo del basso. Volevo sapere che influenza ha sul suono che il manico sia dentro o sopra il corpo.

Sì, esistono due tipi di manici. Ci sono bassi elettrici che vengono costruiti con un unico pezzo di legno: dunque il manico non viene applicato dentro al corpo in un secondo momento. Posso immaginare che la potenza sonora sia maggiore, poiché lo strumento vibra contemporaneamente, senza interfaccia, senza interruzioni. Può però presentare delle problematiche: ad esempio il manico potrebbe imbarcarsi, subire delle oscillazioni dannose, ed in quel caso diventa difficile riportare lo strumento alle origini.
Nel mio strumento, che, abbiamo detto, è un po’ particolare, il manico è un pezzo fatto a parte ed inserito poi nel corpo. Come vedi qui c’è una specie di vite, che si chiama truss rod.

Truss rod (vite tra pickup e manico)

Praticamente stringendola o allargandola tiri il manico, che si muove. Un bravo liutaio può dunque intervenire per sistemare qualsiasi problema legato al manico, specie in strumenti un po’ vecchiotti come questo che subiscono nel tempo molte oscillazioni. La truss rod serve anche a calibrare il manico, poiché, lavorando sul manico, si lavora anche sul ponte, ovvero sull’action, la distanza delle corde dal manico, che determina la maneggevolezza e la duttilità dello strumento mentre lo si suona: ma di questo magari parliamo più avanti.

In alcuni bassi vedo dei tasti, come in questo, e in altri invece non ci sono. E’ così?

E’ così. Il basso elettrico nasce con i tasti, a differenza del contrabbasso. Fondamentalmente doveva sostituire il contrabbasso in band che diventavano sempre più rumorose, parliamo del rock and roll: ci voleva uno strumento elettrico, dal suono più potente. I tasti garantivano una intonazione perfetta. Per l’intonazione si agisce anche con la regoletta del ponte.
Successivamente è nato lo strumento fretless, senza tasti. Il basso fretless è uno strumento dal suono totalmente diverso. Il suono vorrebbe emulare un po’ quello del contrabbasso. A dire il vero io non penso mai al basso elettrico come sostituto del contrabbasso. Non lo porto con me “per comodità”, perché ingombra meno. Hanno magari la stessa funzione ma caratteristiche completamente diverse.
Il tentativo di sostituzione è fallito fino a quando non è arrivato Jaco Pastorius, musicista a me non così affine, ma che innegabilmente,con il suo Fender Jazz e la sua personalità, lo ha reso uno strumento importante, pesante, non certo la copia di un contrabbasso.

Mi indichi, invece, nomi di bassisti importanti per il basso con i tasti?

Ce ne sono tantissimi, la vera risposta che dovrei darti è “non lo so “, anche se ne conosco davvero molti. A partire dal rock: John Paul Jones dei Led Zeppelin, con un suono ciccione, senza fronzoli, davvero pazzesco. Musicista rock, perché ovviamente il basso elettrico ha la sua grande letteratura più nel rock che in altri generi musicali. E poi Sting, che suona il suo Fender con il plettro, e, nel Jazz, Stanley Clarke ma tanti altri ancora.

Quanti tasti ci sono in un basso elettrico?

Non è un numero fisso, dipende anche dal diapason, che varia: ci sono strumenti che lo hanno più lungo altri più corto. Comunemente da 20 a 24 tasti.

E qui ti fermo, naturalmente: cosa è il diapason?

Il diapason è, come nel contrabbasso, la distanza che intercorre tra il capotasto e il ponte. Ci sono bassi a scala corta e bassi a scala lunga: quelli a scala lunga hanno i tasti più larghi e così il diapason si allunga, hanno il manico più lungo, e arrivano ad avere anche 24 tasti. Nel suono non cambia niente, cambia la possibilità invece che hai nello strumento di suonare note più acute, l’estensione, la maneggevolezza. A me personalmente non ha mai interessato suonare note acute, o perlomeno non ho approfondito questo aspetto. Il mio strumento è uno strumento a scala corta, short scale, piccolino: poi ne ho altri, per esempio ho un Rickenbacker , che è uno strumento elettrico enorme: quando lo suoni devi allargare le braccia come Gesù Cristo sulla croce.
Parliamo sempre di bassi a quattro corde.

Basso elettrico Rickenbacker

In effetti noi siamo abituati a pensarlo a 4 corde il basso, ma esiste a 6 corde e anche in tantissime altre varietà. In quante varietà?

Ce ne sono tantissime, poi negli ultimi anni si sono sviluppate anche varianti delle varianti. Senza voler denigrare, sono strumenti belli, ma un conto è suonare un basso, un conto suonare un’arpa. Sono strumenti che bassisticamente non riesco a concepire.
Il primo basso elettrico nasce a 4 corde perché prosegue la storia del contrabbasso, e sono già tante: io a casa ho uno strumento che monta due corde e mi piace tantissimo , ci sono addirittura anche strumenti monocorda.
Ufficialmente il basso è a quattro corde o a cinque, a cinque può avere la corda grave, oppure quella acuta. Nel caso di quelli a 6 corde generalmente si ha sia la corda grave che quella acuta, in aggiunta.
Diciamo che in molta musica pop moderna il basso a cinque o sei corde è molto usato, molto importante. Quando facevo dei tour pop, usavo il basso con la quinta corda grave. La preferisco grave. A me piace il magma, un suono vibrante, magmatico, che venga da sotto, come la lava di un vulcano, il basso per come lo concepisco io deve bollire sotto, essere sulfureo. Le note gravi sono quelle che mi intrigano.

Chitarra Basso Fender VI ( a sei corde)

 


Ci dici quale è la sequenza delle note per l’accordatura del basso?

E’ per quarte ascendenti a partire dal basso: per il basso a quattro corde mi – la – re – sol, per quello a cinque corde si – mi – la – re – sol se è stata aggiunta la corda grave, mi – la –re – sol – do se è stata aggiunta la corda acuta, per quello a sei corde si – mi – la – re – sol – do . Ma ad esempio, nella chitarra basso nella foto qui sopra la sequenza è mi – la – re – sol – si – mi. 

Di che materiale sono fatte le corde?

Le corde del basso elettrico sono fatte di metallo, termine generico per indicare un insieme di possibilità, ad esempio di acciaio (più brillanti) o nichel (piu rotonde e morbide). Ma molti sono allergici al nichel e dunque ci sono delle leghe che sono nichel free, o si usano anche fibre sintetiche. Per strumenti acustici si usano anche corde di nylon, o budello. Io utilizzo corde in carbonio. A dire il vero, tempo fa non sapevo nemmeno che tipo di corde utilizzassi sul mio basso: le compravo perché erano economiche, sinceramente. Invece la corda può avere un suo ruolo importante, non tanto per il suono in sé, quello dipende in grandissima percentuale dal musicista, quanto per l’elasticità, la leggerezza, la tensione. Ho scoperto di avere, per il mio modo di suonare, un’esigenza particolare: la corda rigida mi impedisce di suonare come voglio. Le corde in carbonio sono molto morbide. Qui entra in gioco il bending, ovvero l’alzare la corda. E’ una caratteristica chitarristica, che a me serve, espressivamente. La corda in carbonio mi permette questo, e anche al tatto mi piace di più.

Parlando di corde devo chiederti di spiegarmi cosa sia l’action. Perché è importante?

L’action è la distanza che intercorre tra la corda e la tastiera. Più ampia è la distanza tra corda e tastiera più la cavata è maggiore, più la corda ha la possibilità di vibrare nello spazio e nel tempo. E’ importante perché più l’action è alta più hai volume, come nel contrabbasso.
Se la corda è molto vicina alla tastiera il suono si chiude subito: a me non piace molto, né nel contrabbasso né nel basso elettrico, quindi il mio action è di solito abbastanza altino, e lo ottengo regolando il ponte, mettendo il manico perfettamente in linea. Nel ponte, vedi, ci sono delle viti. Io posso alzarlo tutto, ma posso agire anche sulle singole corde: ogni corda come vedi è posizionata su un binario, o canale. Ogni canale (o selletta) è regolato da una singola vite: dunque se io voglio il mi più o meno alto agisco sulla sua vite. Le viti regolano le sellette.

Sellette

A seconda di quanto le alzi o le abbassi si regola l’action. Aggiungo che più è alto l’action, più tecnicamente diventa difficile suonare lo strumento. In effetti mi complico un po’ la vita.

C’entra qualcosa con l’attacco?

No. L’attacco è quel momento che intercorre tra la nota che pizzichi o che splettri, e il momento in cui la percepisci, il che avviene in una frazione di secondo. La cosa che ti arriva prima di uno strumento è quella punta, detta attacco: poi ti arriva la nota.
E’ come quando tu con una bacchetta percuoti un piatto nella batteria: prima senti la bacchetta e poi il suono del piatto. E’ quella frazione di secondo.

Dunque a seconda di come è costruito il ponte lo strumento cambia molto?

Esistono anche strumenti senza ponte, in cui le corde partono dalla base. Dal punto di vista del suono, il ponte sicuramente deve essere fissato bene, deve essere stabilissimo. Ci sono ponti di metallo come questo, o di legno, anche.

Parliamo delle tecniche differenti per suonare il basso. Non so, mi viene in mente Marcus Miller e lo slap….

Ci sono tecniche che servono a produrre timbri ma anche un suono diverso, una risposta dello strumento diverso, un attacco diverso. Le tecniche sono svariate. Lo slap è una tecnica percussiva fondalmentalmente della mano destra. Slap significa schiaffo. Ciò che avviene è questo: il pollice percuote la corda (thumb), e le altre dita strappano le altre corde (popping).
Oltre che da Marcus Miller lo slap è una tecnica usata ad esempio da Stanley Clarke, che l’ha sdoganata: musicista pazzesco. Nello slap si usa un basso con i tasti perché la corda che viene strappata deve tornare sui tasti, dando luogo a quel tipico suono metallico che non avverrebbe se tornasse sul manico senza tasti.
Altro bassista bravissimo a riguardo è Mark King dei Level 42: a parte che cantare e suonare il basso contemporaneamente è difficilissimo, lui poi faceva uno slap veramente molto pieno. Il basso suonato con la tecnica slap è molto usato nella musica funk, o rock, vedi i Red Hot Chili Peppers. Nonostante non sia una tecnica a me affine mi piace. Tornando a Miller, anche se non si può considerare un jazzista mainstream, ha portato molto lo slap nell’ambito jazzistico. E’ fortissimo, ha un suono che lo riconosci subito, i grandi sono così li riconosci subito.

Come si suona il basso? Parliamo a titolo di esempio di un musicista “destro”.

Per quando riguarda la mano destra, quella che pizzica le corde, il basso viene suonato con due dita, l’indice e il medio qualche volta anche il pollice, alternandole, detta in maniera convenzionale. Il pollice ad esempio riesce ad ottenere un suono molto più morbido, vellutato, rispetto alle altre due dita. Si può utilizzare anche il plettro, come vedremo più avanti.
La mano sinistra è un po’ “risuonante”, e reagisce a quello che fa la mano destra: preme i tasti imprimendo l’intenzione voluta, ad esempio far vibrare le corde. Ovviamente più si “accorcia” la corda, minore è la vibrazione che si ottiene, dunque la nota diventa più acuta. La mano sinistra avrebbe anche una sua tecnica: andrebbe messo il pollice al centro della tastiera dietro il manico, e le dita dovrebbero, come dire, coprire tutte e quattro le corde su un range di quattro tasti “a martello”. Questa sarebbe la tecnica ufficiale, che io non uso mai, ma che ogni tanto mi capita di insegnare.
Oppure si decide di usare plettro, che io amo molto: anche una conchiglia di Gallura va benissimo: questa estate ne ho fatto scorta, sono molto levigate e danno un suono particolare. Quando lo compri un negozio di strumenti musicali è di plastica, o di pietra anche . Ma ne esistono anche di osso, di velluto, di cuoio.

Plettri

Il plettro ti da più attacco, rispetto alle dita: è una sorta di “percussione”, se vogliamo. Colpisce la corda, mentre le dita, invece, la pizzicano o la accarezzano. Il suono prodotto è diverso, e il corpo della nota arriva subito dopo. Mi piace avere attacco col plettro per far uscire il suono e poi stopparlo col lato della mano destra ( molto “beat”). E’ molto percussivo il suono prodotto, un battito quasi… suonando con le dita diventa complicato stoppare. il dito espande il suono producendo un timbro e un suono più aperto e anche grosso, bello comunque.
Con il plettro però posso ottenere anche l’esatto opposto di questo: ovvero far risuonare la nota ancor più che con le dita, quasi come una chitarra, percuotendola e lasciandola suonare: l’armonico suona fino a che voglio e non ho il problema di fermare la corda, sono timbri che riesco ad ottenere a seconda del modo in cui voglio suonare.

Danilo, tu usi i pedali, molti pedali, sui quali non mi soffermo più di tanto perché io qui parlo del basso, ma mi serve che tu mi spieghi perché, e cosa succede con i pedali.

La funzione è di arricchimento di un suono che puoi avere in testa e che vuoi portare in una dimensione diversa: una distorsione, un ritardo (delay), ci sono moltissime tipologie di pedali. Mi piace molto il suono senza pedali e con i pedali, dipende davvero dalla situazione, dall’intenzione. E’ il prolungamento onirico di un suono che hai nel pensiero.  Mi deve tornare un suono che mi stupisca, che mi faccia reagire. Mi piace destabilizzarmi e destabilizzare in una sorta di duo con me stesso, al servizio però della musica totale. Destabilizzare è una prerogativa dell’arte a mio avviso, ed è destabilizzante non usare il metronomo: ART SHOULD COMFORT THE DISTURBED AND DISTURB THE COMFORTABLE (BANKSY). II metronomo? Ciò che di più innaturale esista. Tende a stabilizzare l’impossibile.
Il pedale è un colore che mi piace utilizzare per dare una sfumatura più chiara più scura più onirica più grezza meno grezza più punk.

Cosa è “punk”?

Credo non sia un genere musicale ma un suono che abbia un certo tipo di sporcizia graffiante e molto ignorante, e destabilizzante. A volte mi piace molto utilizzare questo tipo di suono.

Quanti ne hai?

Tantissimi, svariati, credo una trentina.

 

Tu hai diversi bassi. Quale scegli, in che occasione, perché ne scegli uno invece dell’altro?

Semiacustici, elettrici, acustici, ho strumenti che non sono contrabbassi ma più vicini ai bassi elettrici, balalaike basse… ne ho tanti. Scelgo a seconda dell’intuizione che ho nei riguardi di una musica che io mi appresto a suonare. Il basso elettrico è più “cattivo”, ma ha molto meno range dinamico di questo semiacustico che vedi qui. Certo, dipende anche dai bassi elettrici. Il mio Rickenbacker è un basso bellissimo, che usava anche il bassista degli YES, ad esempio.
Per Tinissima, il gruppo di Francesco Bearzatti,  uso il Vox  semiacustico perché mi permette di entrare nel magma sonoro della band in un modo più denso, quasi come l’acqua che bolle, per intenderci. Anche nel mio gruppo Dark Dry Tears  uso questo, in brani più morbidi in cui dovevo schitarrare di più, arpeggi, accordi. Ma ho usato il Rickenbacker in brani più cattivi, punk, rock. In Monk’nroll uso il semiacustico, due segnali e due amplificatori, uno fa il basso, l’altro la “chitarra” quando uso il mio semiacustico per simulare la chitarra.

 

 

Gente di Jazz alla Casa del Jazz

Casa del Jazz, 5 dicembre 2017, ore 20:30

Le foto sono scattate e concesse da Massimo De Dominicis

Gerlando Gatto

Gerlando Gatto ha presentato il suo libro di interviste, con foto di Luca D’Agostino, Gente di Jazz ( KAPPA VU edizioni ed Euritmica) alla Casa del Jazz. Un luogo familiare per l’autore, che qui ha tenuto diversi cicli delle sue fortunate Guide all’Ascolto, che negli anni scorsi hanno registrato sempre il sold out e hanno avvicinato molti alla conoscenza di un genere musicale spesso considerato a torto “di nicchia”-
A parlare del libro, che raccoglie interviste realizzate da Gatto tra gli anni 80 e “ieri” ad artisti che hanno partecipato al prestigioso Festival di Udine Udin’&JazzAda Montellanico, cantante, presidente del Midj,  (Associazione Italiana Musicisti Jazz), Luciano Linzi, direttore artistico della Casa del Jazz, Marco Giorgi, giornalista e critico musicale e il trombonista Marcello Rosa, amico addirittura cinquantennale di Gerlando Gatto.Tra il pubblico non solo appassionati ma anche molti musicisti.
Un’ora di considerazioni e di pensieri tra persone che il Jazz lo vivono, lo producono, lo suonano, ne tutelano l’unicità: un pomeriggio dimostratosi molto al di là del semplice “pubblicizzare” un libro.
Si è parlato, in maniera anche appassionata, di come le interviste contenute in questo libro (molto numerose, a Jazzisti italiani e internazionali) siano un modo bellissimo di percorrere trent’anni di storia del Jazz, attraverso le parole degli stessi protagonisti. Di quanto sia importante, e sempre più rara, la figura del giornalista e critico musicale vero, quello che ai concerti va veramente, che i dischi li ascolta veramente, e che ne parla con cognizione di causa.
E anche di quanto sia importante che i Festival del Jazz promuovano oltre che la musica internazionale anche gli artisti locali, spesso meritevoli di attenzione ma quasi sempre oscurati dai soliti noti: tornando qui alla necessità di una particolare sensibilità di direttori artistici e di giornalisti illuminati che possono, per il loro ruolo, dare ossigeno a un ramo della musica davvero in fermento per il particolare e connaturato estro creativo che la contraddistingue.
Un dibattito vivace e pieno di spunti per un libro oggettivamente di notevole interesse non solo per addetti ai lavori, e che sta avendo un grande riscontro di vendite. Con molto orgoglio di noi della redazione di A Proposito di Jazz.

Luciano Linzi

Ada Montellanico

Marcello Rosa

Marco Giorgi

Gerlando Gatto

Moroni, Barron, Chestnut e Grissett. E Thelonious Monk

Moroni, Grissett, Chestnut, Barron

Foto di Adriano Bellucci

Roma Jazz Festival
Auditorium Parco della Musica, Sala Sinopoli
20 novembre 2017, ore 21

FOUR BY MONK BY FOUR, omaggio a Thelonious Monk
Kenny Barron
Dado Moroni
Cyrus Chestnut
Danny Grissett

Di norma consiglio sempre di andare ai concerti – spettacolo in cui suonano musicisti eccellenti insieme. Perché magari non ci saranno (e non è detto) novità espressive di rilievo, profonde novità jazzistiche, ma piuttosto esibizioni divertenti, scambi anche funambolici, la volontà di stupire con acrobazie tecniche intrecciati a brani amatissimi per alimentare l’entusiasmo del pubblico: e però se i musicisti sono eccellenze, e per primi si divertono, queste caratteristiche sono tutt’altro che difetti. Ci si diverte come loro, ci si rigenera, si riascolta un Jazz che ci ha fatto innamorare del Jazz, e si ascoltano brani che – poiché molto noti – non è più così facile ascoltare, a meno che non si decida di andare ad assistere a qualche Jam Session, dato che suonarli è ritenuto oramai scontato.
E allora, ben venga il tributo a Thelonious Monk, di cui ricorre il centenario della nascita di Dado Moroni, Kenny Baron, Cyrus Chestnut e Danny Grissett,  avvenuto nell’ambito del Roma Jazz Festival alla Sala Sinopoli dell’Auditorium parco della musica.

Thelonious Monk, i suoi brani leggendari, quattro pianisti e due pianoforti. E un concerto – spettacolo in cui Monk viene riproposto, filtrato, metabolizzato, vissuto in modi diversi ma mai tradito, e in cui il valore aggiunto è proprio quello di venire in contatto con il pensiero, l’idea di Monk che hanno quattro musicisti così diversi tra loro.
Quando si assiste a concerti simili, in pratica, si può scegliere comodamente di carpire il già noto, oppure, con un po’ più di attenzione, di concentrarsi su come generazioni diverse di musicisti hanno reinterpretato l’artista cui offrono il loro tributo. Cercare le differenze prima, per capire cosa di immutabile di lui è rimasto. E quasi sempre si scopre che per ognuno di questi musicisti è evidentemente importante un aspetto in particolare. E sempre si scopre che la sua impronta è totalmente indelebile.
Dado Moroni racconta Thelonious Monk con il proprio inconfondibile stile fatto di domande e risposte tra mano destra e mano sinistra, di spunti ritmici che si susseguono irresistibilmente, facendo trapelare il tema tra accordi, intrecci armonici, esplosioni dinamiche improvvise. Cyrus Chesnuts sottolinea i temi melodici mantenendoli netti e puliti sulla mano destra, mentre la sinistra balza da una parte all’altra della tastiera, quasi barocca, non disdegnando scale cromatiche a contrasto.

Dado Moroni

Cyrus Chestnut

Danny Grissett ricompone, usando inizialmente pochi accordi dissonanti intervallati da molte pause fino a quando gradualmente da quegli accordi non emerge il tema principale, riconoscibile prima dal disegno ritmico e solo in un secondo momento da quello melodico. Kenny Barron mette in gioco tutto il suo swing, potenziato da un walkin’ bass irresistibile, la mano destra fluida e melodica, la mano sinistra ferrea e roboante di suono, tanto trascinante quanto introspettivo nelle ballad, in cui accenna più che citare.

Kenny Barron

Danny Grissett

Il concerto entra nel vivo quando si formano i duetti. Lo schema è una ballad da soli seguita dall’esibizione in duo: comincia Barron al quale si unisce Moroni.  Poi Chesnut al quale si unisce Grissett. Poi rimane sul palco Grissett al quale si unisce Barron. Poi Moroni e Chestnut. Barron strutturato e swingante che si intreccia con Moroni energico e trascinante. Chestnut creativo e sorprendente che si intreccia con Grissett innovativo e destrutturante:  il loro duetto è scoppiettante, divertente in maniera contagiosa. Monk è prepotentemente presente in ogni istante di un concerto dall’energia irrefrenabile. Presente non tanto perché si sono riportati tutti i suoi brani più noti, quelli che tutti noi conosciamo, ma piuttosto perché Moroni, Barron, Chestnut e Grissett hanno appropriatamente scelto di non compierne un’improbabile quanto impossibile replica. L’ importanza di un genio del Jazz trapela infatti dalla sua capacità di persistenza e di riconoscibilità quando, si diceva, musicisti eccellenti decidono di riportarne, a loro modo, la sua energia creativa, innovativa ed espressiva attraverso il loro personalissimo modo di fare musica.
E’ da questo che si sente profondamente che Monk non morirà mai, fino a che a suonarlo saranno musicisti di alto livello. Lo ucciderà solo chi tenterà inutilmente di imitarlo, magari in una Jam Session: Monk ucciso da un Blue Monk imitato quasi alla perfezione.

Danilo Gallo e Marco Colonna: l’improvvisazione sensoriale

Foto di Paolo De Francesco

Blutopia store
Venerdì 6 ottobre, ore 20

Danilo Gallo, basso elettrico ed effetti
Marco Colonna, clarinetti e sassofono

In questo blog abbiamo sempre avuto l’abitudine di svicolare ogni tanto dai canali tradizionali per andare a curiosare in spazi “alternativi” dove spesso avvengono incontri musicali atipici, fuori dagli schemi, anche da parte di musicisti già affermati che abbiamo già ascoltato in situazioni o luoghi più istituzionali, pur nella loro indiscussa carica creativa innovativa.
Capita così che vengo a sapere che al Blutopia, piccolo negozio di vinili, cd e anche libri musicali al Pigneto, quartiere multietnico, culturalmente fervido e “giovane” di Roma, ad un orario insolito per la musica, le 20, suoneranno Danilo Gallo, bassista e contrabbassista e Marco Colonna, clarinettista: entrambi compositori, entrambi sperimentatori, entrambi jazzisti, soprattutto nel senso di improvvisatori.
E così decido di andare.
Il Blutopia è uno di quei negozietti eroici, preziosi, a di fuori dei circuiti soliti, che è bello che esistano, in quartieri così vivaci, e che non esitano ad aprirsi alla musica creando minuscoli spazi scenici estremamente suggestivi per piccole compagini di artisti: in questo caso un duo.
Improvvisazione pura, per un’ora abbondante di musica.
Le improvvisazioni non sono tutte uguali, ve ne sono innumerevoli tipi. Proprio in quanto improvvisazioni, si dirà, questo è ovvio. Alcune agiscono su strutture rigide predeterminate e da quelle partono per arrivare alla fase creativa vera e propria. Altre insistono sul virtuosismo dei componenti del gruppo. Altre su un dialogo serrato tra i musicisti che si scambiano e si alternano negli assoli. Non se ne può esaurire in un articolo l’infinita varietà. Né mi interessa stilare la storia dell’improvvisazione nel Jazz di cui sono pieni saggi e manuali.
Di certo c’è un tipo di improvvisazione che definirei quasi “sensoriale”, sì lo so il termine è improprio probabilmente, che mira a costruire estemporaneamente atmosfere evocative. Gli stessi musicisti diventano quasi dei sognatori, e si divincolano da ogni schema per avviare una ricerca profondamente emotiva di un suono “altro”, di un percorso completamente avulso da qualsiasi paletto rigidamente predisposto.
Nel piccolo negozio, tramutatosi in spazio scenico fuori dal tempo, Danilo Gallo e Marco Colonna hanno scelto questo tipo di performance: un flusso pressoché continuo di suono. Un suggestivo susseguirsi di svolte improvvise guidate dal basso di Danilo Gallo, magari con ostinati moltiplicati dai pedali, che diventano feconda base creativa, o anche dalle note inaspettate del registro alto del sax baritono di Marco Colonna, che interagisce con gli arpeggi morbidi del basso che gli fanno da scenario.


Un succedersi irresistibile di suggestioni, in cui anche gli improvvisi silenzi diventano suono: non lo interrompono, piuttosto ne amplificano il successivo materializzarsi con le note lunghe, e ricche di preziose dinamiche, del clarinetto.
Ad un certo punto può capitare di ascoltare i rintocchi di un pendolo. Ma anche il magma denso, ribollente del basso che fa quasi tremare, e che tramuta chi ascolta in cassa di risonanza. E su quel magma di cui tu stesso stai risuonando, si stagliano e si imprimono le circonvoluzioni del clarinetto.
Frasi spezzate inducono a risposte spezzate che però accelerano e si fondono progressivamente una all’altra diventando linee continue. Uno spunto ritmico diventa base portante di tutt’altro. Ogni episodio è preludio del prossimo episodio ed epilogo del precedente.
Non esiste un ambito tonale definito, non esistono rassicuranti progressioni di accordi già note su cui appoggiarsi. Eppure l’atmosfera non è ostica né ardua o respingente: è tutto casomai molto avvolgente.
Una linea di basso reiterata non la si percepisce come ripetitiva, perché provoca una tensione pulsante. Un plettro sfregato nella porzione estrema delle corde diventa un suono di campanelli quasi magico, prima di approdare in lande placide, laghi sonori, in cui lo strumento a fiato produce un suono naturale, al di là della musica.


Danilo Gallo e Marco Colonna hanno inventato, concepito, suonato per un’ora e forse di più onde in tempesta alternate ad un dondolio ipnotico di armonie e timbri inusuali, frutto di una ricerca continua ma spontanea, immediata. Niente di strategico o di preventivato: eppure all’ascolto tutto appare come se non ci fossero altre possibilità di risoluzione, tanto tutto si percepisce come inusuale, di certo, ma molto, molto vicino alla perfezione.

Andate in giro. Sia negli Auditorium, che nei Jazz Club prestigiosi, che nei piccoli spazi scenici inaspettati come il Bluetopia. La bella musica, di ogni tipo,  si può annidare ovunque.

Fresu – Di Bonaventura- Ensemble Mare Balticum. “Archaeo Hits”

Un fotoreportage bellissimo realizzato per noi da Adriano Bellucci la sera del concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 3 ottobre.

Al pari del progetto europeo a cui è collegato e alla mostra ArchaeoMusica che approda ad ottobre Parco regionale dell’Appia antica, di cui inaugura idealmente l’allestimento romano, il concerto Archaeo Hits strappa al silenzio che sembrava averle inghiottite per sempre alcune delle musiche più antiche che si possano immaginare, “ricostruendole” anche mediante la libertà espressiva e le prassi improvvisative del jazz. Un viaggio molto indietro e (anche) avanti nel tempo – in un certo senso, oltre il tempo – che conduce a orizzonti sonori non sempre contemplati dalla storia della musica ufficiale né pienamente indagati dall’archeologia classica. Un modo inedito, ispirato e informato, di interpretare i primi metodi di notazione musicale di cui si ha certezza, adottati nella Grecia classica e successivamente dai Romani, di far risuonare le canzoni delle saghe tradizionali scandinave risalenti alla Viking Age insieme alle prime laude italiane, ripescate da preziosi manoscritti pre-rinascimentali con lo spirito di rigore e avventura che ha sempre guidato sui rispettivi sentieri artistici Paolo Fresu, Daniele di Bonaventura e i virtuosi svedesi dell’Ensemble Mare Balticum.

Come sapete qui a “A proposito di Jazz” siamo fermamente convinti che la musica si possa anche immaginarla ed ascoltarla guardandola. Ecco questo suggestivo concerto in 15 scatti per voi.

ARCHAEO HITS
Paolo Fresu tromba, flicorno
Daniele di Bonaventura bandoneon
Aino Lund Lavoipierre voce, percussioni
Ute Goedecke voce, arpa medievale, recorder
Per Mattsson strumenti ad arco medievali
Stefan Wikström sackbut, percussion