VICENZA JAZZ: Manhattan Transfer al Teatro Comunale (sold out)


Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

VICENZA JAZZ
Teatro Comunale, 18 maggio 2018, ore 21

Manhattan Transfer

Alan Paul, Cheryl Bentyne, Janis Siegel, Trist Curless (voce)
Yaron Gershovsky (pianoforte)
Boris Kozlov (basso)
Ross Pederson (batteria)

A Vicenza Jazz, Festival arrivato alla XXIII edizione e che quindi possiamo definire storico, il direttore artistico Riccardo Brazzale ha voluto uno di quei gruppi divenuti leggendari e che matematicamente, o quasi, attirano un vasto pubblico: e, io aggiungo, Brazzale ha fatto un’ottima scelta. In una programmazione molto varia tra eventi collaterali e concerti serali (ove per collaterale non si debba intendere “di seconda categoria” ) l’evento Manhattan Transfer, stava benissimo.

Parliamo di uno spettacolo che ha fatto il sold out al Teatro Comunale di Vicenza, 900 posti di capienza.
Accompagnati da un trio di tutto rispetto i Manhattan Transfer appaiono sul palco fedeli a se stessi e fanno un’ora e mezzo di musica di cui coloro che li conoscono bene già sanno quasi tutto: arrangiamenti vocali perfetti, di complessità notevole a dispetto dell’impatto molto diretto sul pubblico, glissando funambolici che atterrano sulla nota di arrivo con precisione matematica, dinamiche espanse all’inverosimile, swing a mille, momenti a cappella sublimati da silenzi improvvisi del trio, soli gigioneggianti ma ineccepibili formalmente e stilisticamente, interplay, acrobazie vocali compiute con la divertita ed eccitata disinvoltura di chi ha le spalle coperte da una preparazione ferrea, e in forza della quale può godersi la velocità, la caduta, la rapidissima ascesa, un po’ come credo succeda a tuffatori, acrobati, piloti ed equipaggio del bob a tre, senza rischiare troppo per la propria incolumità fisica: in fondo si tratta solo (!) di cantare. 


Musica – spettacolo, ma di altissimo livello.
Il repertorio? Quasi tutto quello che li ha fatti amare in questi 40 anni di carriera sfolgorante, compresi Java Jive, Birdland, A Tisket A Tasket, Soul Food to go (come terzo bis, con la voce registrata del fondatore Tim Hauser  scomparso quattro anni fa), altri ancora, e qualcosa dal nuovo cd un po’ più in veste bossanova – tranquilla, come spesso accade, meno coinvolgente perché il nuovo o è veramente nuovo oppure un po’ delude.

 

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Mi sono sentita di dover avvisare i nostri lettori più esigenti, più attenti alle novità e alla sperimentazione, a volte ritenuta un valore assoluto nell’arte e nel Jazz, che questa è una recensione più che positiva su un gruppo vocale oramai storico e che non ha cambiato quasi una virgola nel modo di fare musica dalla sua nascita. Ha cambiato solo un membro del gruppo per cause del tutto naturali, come si accennava più sopra.
Premetto per correttezza che io stessa, per anni ho cantato musica arrangiata per quartetti vocali, e che alcuni dei brani che ho studiato erano proprio presi dai loro arrangiamenti.
Premetto che io amo moltissimo i Manhattan Transfer e i gruppi vocali (penso ai Take Six, anche, ma non solo) . Premetto anche che amo il Jazz mainstream e gli spettacoli musicali.
Fatte queste doverose premesse, i Manhattan Transfer mi sono sembrati strepitosi. Dal vivo li avevo visti una sola volta moltissimi anni fa. Poi li ho sempre ascoltati nei dischi. Speravo facessero i pezzi più noti del loro repertorio, e li hanno fatti. Speravo nelle loro coreografie, nella loro comunicativa, nella loro musica di intrattenimento, certo, ma complessa, strutturata, a partire dagli arrangiamenti, per arrivare alla precisione quasi maniacale volta ad ottenere determinati effetti, senza mai separare il virtuosismo dalla capacità di coinvolgere il pubblico. E le mie aspettative non sono state deluse, anzi!
I Manhattan Transfer portano in scena se stessi, e vale la pena di andarli ad ascoltare dal vivo, almeno una volta, fino a che suoneranno, perché quando non ci saranno più li si andrà a cercare su Youtube come testimonianza di musica di altissimo livello.  E’ un gruppo straordinario di musicisti, che fanno ottima musica, con la quale trascinano un pubblico del tutto eterogeneo.
Voglio rassicurare i musicisti avanti, anche i più sperimentatori, e ai fruitori della loro musica, che li amo e ascolto il loro lavoro con attenzione, cura, ammirazione.
Consiglio di andare ad ascoltare questo gruppo di musicisti, una volta nella vita: l’ intrattenimento e lo spettacolo possono essere di grande qualità.
Nella foto qui sotto scattata da Daniela Crevena : i Manhattan Transfer ed il loro selfie con il pubblico che li acclama. Noi li abbiamo trovati bellissimi.

 

 

 

Ambrose Akinmusire 4tet all’ Auditorium Parco della musica

Foto di Adriano Bellucci

 

                                                                                                      AMBROSE AKINMUSIRE QUARTET

Auditorium Parco della Musica, sala Petrassi, 23 aprile 2018, ore 22

Ambrose Akinmusire, tromba
Sam Harris, pianoforte
Harish Raghavan, contrabbasso
Justin Brown, batteria

Ambrose Akinmusire apre il concerto con una intro in cui il pianoforte di Sam Harris appare con accordi sul secondo e sul quarto tempo: giusto un minimale appoggio armonico al suono della tromba, che si apre in una introduzione suggestiva, intensa, quasi struggente fatta di note lunghe, cambi espressividi timbro, dinamiche contrastanti. Fino all’apparire dell’ostinato di contrabbasso di Harish Raghavan, che precede di poco l’entrata esplosiva della batteria di Justin Brown. L’andamento martellante del contrabbasso, gli accordi reiterati del pianoforte,  il deflagrare della batteria, non incidono sul fraseggio di Ambrose, che rimane assestato su quelle note lunghe e sui fraseggi lirici dell’inizio.
Il volume si intensifica, arriva quasi ad un fortissimo senza mai nemmeno sfiorare l’urlato, il fracasso.
Quando la tromba tace, pianoforte, contrabbasso e batteria non fanno altro che aumentare la massa sonora fino allo spessore massimo. Poi da quel momento, molto gradualmente, si torna a diminuire fino al rientro della tromba e di quei fraseggi iniziali.

Questa minima telecronaca differita del primo brano serve a me per capire e poter illustrare a chi legge come possano convivere contemporaneamente improvvisazione libera e parti obbligate, le une in funzione dell’altra, in un bilanciamento costante, anche scorrendo parallelamente tra loro e non come episodi giustapposti. Durante ogni brano coesiste un tipo di andamento e il suo contrario, e spesso essi sono simultanei.
Se un tema in 3/4 della tromba è dolce, e melodico, sullo sfondo contrabbasso e pianoforte saranno incalzanti, insistenti, e la batteria di Justin Brown non produrrà mai un battito uguale all’altro, pur garantendo una funzione di quadratura ferrea, al netto dei suoi incredibili e funambolici assoli.

Un’atmosfera rarefatta sarà resa da mallets in luogo delle bacchette, archetto, accordi al pianoforte che sottolineano solo i cambi armonici e dalla tromba che raggiunge pianissimo quasi vicini allo 0: ma inaspettatamente arriveranno improvvisi e brevi urli che ti scuoteranno da quel quasi incanto cui ti stavi abituando.
Un brano lunare, trasognato, pulsa di una continua ricerca del suono complessivo che rende l’atmosfera quasi magica e rituale: ma il deflagrare della batteria dà il via ad un alternanza tra introspezione onirica ed esplosione di battiti e volumi. Quando la tromba riprende il comando, con note lunghe e dense di suono placa e riporta tutto ad un’atmosfera quasi estatica.
L’energia esplicita e l’introspezione spesso convivono nello stesso istante. Sempre il fil rouge di tutto è insito nel suono della tromba di Ambrose Akinmusire, che è particolare, riconoscibile, e connota Akinmusire e nessun altro.

Ma non mancano brani adrenalinici, pura energia, i cui una nota ribattuta può andare avanti anche per tre minuti di seguito, e nei quali il fine sembra quello di saturare i suoni il più possibile. In questi casi il pianoforte assume, come la batteria un’importanza fondamentale, procedendo per accordi pieni e in modo pressoché muscolare.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Non è molto semplice descrivere cosa è accaduto durante un concerto come quello del quartetto di Ambrose Akinmusire, perché la tentazione è quella di non voler capire, e semplicemente di abbandonarsi al suono della sua tromba, che è bellissimo, intenso, ne connota già di per sé la personalità di musicista. Questo suono è emerso da subito nelle introduzioni in solo, quelle in cui come si diceva sopra il pianoforte e gli altri strumenti erano minimali, ma ancora di più stagliandosi durante gli episodi con volume e spessore massimo. Nei momenti in cui la tromba si è tirata fuori dall’ ensemble, credo che molti come me abbiano per qualche secondo avvertito una sorta di ” vuoto” che va al di là della semplice percezione del silenzio. Quel suono è avviluppante e il suo interrompersi provoca un attimo di smarrimento.
In queste righe in cui posso parlare della mia sensazione personale posso dire che il sovrapporsi parallelo di improvvisazione e degli obbligati ha una sua compiutezza, e arriva all’ ascolto come un unico flusso sonoro, in cui gli ostinati martellanti della ritmica e la voce intensa e cangiante della tromba sembrano non aver altra possibilità di persistenza che quella, tanto sono armonici tra loro. Si potrebbe obiettare che è usuale che nel jazz convivano queste due realtà di esecuzione: eppure in questo quartetto l’originalità è nel come si avvicendano gli episodi, i cambi di ruolo e di importanza tra gli strumenti e persino tra le sezioni.
Justin Brown è un batterista prodigioso, dotato di una fantasia irrefrenabile e della duplice capacità di adattarsi, mimetizzarsi assecondando l’atmosfera, ma anche di creare contrasti estemporanei negli episodi in cui sembrava che la ritmica dovesse solo mantenere il punto di una reiterazione potente e martellante.
Il pianoforte di Sam Harris e il contrabbasso di Harish Raghavan sembrerebbero all’apparenza quelli cui è affidato il ruolo della struttura in cemento armato, quella che regge tutto l’edificio: ma se posso rimanere nella metafora è una struttura a vista, originale, tutt’altro che nascosta, anzi volutamente visibile e con una valenza espressiva e non solo di sottolineatura, o accompagnamento.
Un concerto notevole, suggestivo, in cui la personalità del leader emerge senza schiacciare mai i compagni di viaggio. Musica piena di particolari che avrò bisogno di riascoltare, credo, per goderne appieno.





OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL – edizione 38 – La terza giornata

SABATO 24 MARZO, TERZA GIORNATA

La conclusione dell’ Open Papyrus Jazz Festival è affidata al duo Stefano Benni e Umberto Petrin con il loro recital per voce recitante e pianoforte, Misterioso, e alla Lydian Sound Orchestra di Riccardo Brazzale con un progetto creato per il 50′ anniversario della morte di Martin Luther King. Due spettacoli consecutivi al Teatro Giacosa, preceduti dalla presentazione del libro Grande Musica Nera – storia dell’ Art Ensemble of Chicago, in cui il curatore Claudio Sessa ha non solo raccontato il suo lavoro ma instaurato un fecondo dibattito anche con il direttore artistico Massimo Barbiero e con i presenti in sala. Non si pensi che il dibattere su un libro alle 18 di un sabato sia così scontato.

Ma andiamo a parlare dei due eventi che hanno concluso questa 38esima edizione.

Per mia scelta i commenti sui concerti saranno, per tutte e tre le serate, divisi in due parti, delle quali la seconda è intitolata ” L’impatto su chi vi scrive” ed è il mio commento personalissimo e dichiaratamente non ammantato di alcuna pretesa obiettività. A prescindere dalla competenza, la musica impatta diversamente a seconda della personalità, della formazione, dei gusti di ognuno.

Teatro Giacosa, ore 21: 30

Stefano Benni e Umberto Petrin
Misterioso
Stefano Benni: voce e recitazione
Umberto Petrin: pianoforte

Uno spettacolo voce recitante e pianoforte su Thelonius Monk, genio un po’ maledetto, figura iconica del Jazz che in un Festival dedicato all’ Elogio della Follia di certo è presenza congrua, nel racconto surreale ma nemmeno troppo di Stefano Benni. Un Monk evocato con parole di volta in volta sanguigne, o rassegnate, o solitarie, o guerresche, o logiche o illogiche, un Monk che parla in prima persona e un Benni trasfigurato in lui. Ma anche una Billie Holiday descritta in maniera potente per chi forse mai ne ha sentito il nome, più familiare per chi il Jazz lo segue. Umberto Petrin, pianista con una poderosa esperienza di interazione con letteratura e poesia, racconta con il suo pianoforte lo stesso Monk di Benni, che prende così forma nella sua duplicità di uomo tormentato e di musicista.

L’impatto su chi vi scrive

Un recital suggestivo, che è volato in un attimo. Intenso l’intreccio dei due lati di Monk – l’uomo (letto da Stefano Benni) e il musicista (suonato da Umberto Petrin). Per chi è immerso nel mondo del Jazz non si tratta tanto di scoprire l’uomo, il musicista, il personaggio (le frasi, le intemperanze, gli episodi raccontati dalle parole di certo non usuali di Benni e dalla bella musica di Petrin non sono nuovi per chi conosce Monk), ma di respirare l’atmosfera della sua vita, del suo sentire, del suo modo di essere.
Per chi invece è un neofita la lettura avrà una potenza diversa che non potrà che portare alla necessità di sapere e ascoltare di più.

Teatro Giacosa, ore 22:30

Orchestra
We insist
Ricordo di Luther King
nel 50° anno della morte
diretta da Riccardo Brazzale
Vivian Grillo: voce
Robert Bonisolo: sax tenore, alto e soprano
Rossano Emili: sax baritono, clarinetto e clarinetto basso
Gianluca Carollo: tromba, flicorno, pocket
Mauro Negri: clarinetto e sax alto
Roberto Rossi: trombone
Glauco Benedetti: tuba
Paolo Birro: piano
Marc Abrams: basso
Mauro Beggio: batteria
e con la partecipazione del
Broken Sword Vocal Ensemble
“Un sogno è sempre a suo modo follia, più quel sogno è grande più deve essere folle, e di certo verrà percepito come tale da propri contemporanei” Così il direttore artistico Massimo Barbiero spiega la sua scelta di inserire questa particolare Big Band nel programma il cui tema è come sappiamo l’ Elogio della Follia.  Il sogno è quello del leader del Movimento per i diritti civili Martin Luther King, del quale quest’anno ricorre il 50° della morte.
Brani intensi, coinvolgenti, tratti dal repertorio di Abbey Lincoln e Max Roach (molto bella Lonesome Lover, ma anche When Malindi Sings), Ornette Coleman (Lonely Woman), e brani originali dello stesso Brazzale (Un capanno di montagna in mezzo al mare) .
Arrangiamenti pensati in chiave black, swinganti, potenti, cuciti su una sezione fiati coesa e trascinante. Una voce femminile duttile e potente, protagonista di molti brani con incursioni nel rap, quella di Vivian Grillo. A contrasto le voci liriche del quartetto vocale Broken Sword Vocal Ensemble e anche un’esibizione da solista del soprano Sara Gramola.

 

Vivian Grillo

Paolo Birro

Sara Gramola

 

                                                               L’impatto su chi vi scrive

Un concerto – spettacolo, molto adatto a chiudere festosamente un Festival (li avevamo incontrati in una situazione simile nel 2016 ad Alba Jazz): è un Jazz d’impegno per la tematica proposta ma allo stesso tempo vigoroso e sgargiante. Vivian Grillo, voce solista, ha potenza e presenza scenica, regge molto bene l’impatto dei volumi notevoli dell’ orchestra, non esita a recitare quando serve e ad esibirsi in sequenze adrenaliniche di rap. Interessante la presenza di un ensemble vocale lirico. Il repertorio presentato si rivela scelta vincente, per l’intensità di brani (vedi Freedom Day) che già di per sé sono una garanzia .

**********************************

Per chi ce l’ha fatta, il Festival si è concluso a tarda notte al Caffè del Teatro con Traditional T.S. Jazz Band: Fulvio Chiara: cornet, Roberto Beggio: clarinet, Didier Yon: trombone, Marco Levi: banjo, Valerio Chiovarelli: bass tuba, Marco Pangallo: washboard/bass drum.

 

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL edizione 38, la seconda giornata

VENERDI’ 23 MARZO, SECONDA GIORNATA

La seconda giornata di Open Papyrus Jazz Festival è tradizionalmente quella più corposa e ricca di eventi, che anche quest’anno si sono svolti nella Sala Santa Marta, per la prima parte, e poi al Teatro Giacosa.

Già molta gente in Sala per la presentazione del libro Il Michelone, Nuovo dizionario del jazz. 1200 dischi jazz in 100 anni di Guido Michelone. Le recensioni dell’autore di 1200 dischi di Jazz usciti in 100 anni, che diventa un nuovo dizionario del Jazz. Il pubblico non si è sottratto al fitto dibattito che ne è conseguito.

Alle 19, dopo l’ Aperitivo – Degustazione Consorzio Vini Canavese comincia il concerto di Oba Mundo Project.

 ************************************

Per mia scelta i commenti sui concerti saranno, per tutte e tre le serate, divisi in due parti, delle quali la seconda è intitolata ” L’impatto su chi vi scrive” ed è il mio commento personalissimo e dichiaratamente non ammantato di alcuna pretesa obiettività. A prescindere dalla competenza, la musica impatta diversamente a seconda della personalità, della formazione, dei gusti di ognuno.

Foto di Carlo Mogavero

Sala Santa Marta, ore 19
Oba Mundo Project
Loris Deval: chitarra classica
Anais Drago: violino
Viden Spassov: contrabbasso
Gilson Silveirapercussioni

Quattro musicisti ineccepibilmente bravi, un progetto nuovo non nell’intento (non è certo la prima volta né sarà l’ultima che si decide di reinterpretare temi famosi da film), ma nuovo nella resa. La presenza di Gilson Silveira indica già che i brani passano per una rilettura in termini ritmici ma anche timbrici e armonici “latin” (ma non manca l’Ucraina e la musica balcanica).
Non è certo un latin da cartolina: suonano benissimo questi tre ragazzi.
Gilson Silveira non è un ragazzo e quasi li tiene a battesimo, lui che è un poeta delle percussioni.
Suonano benissimo, gli Oba Mundo, con la cura di chi la musica l’ha non solo studiata ma  fatta propria e metabolizzata, e di chi il proprio strumento lo padroneggia tecnicamente in maniera perfetta e si può dunque permettere di farne praticamente tutto. Gli assoli della Drago sono ineccepibili e straripanti di energia, il contrabbasso di Spassov è intenso, granitico, offre continui spunti al quartetto non limitandosi all’ accompagnare, la chitarra di Deval è cangiante, i suoi fraseggi connotati da una inesauribile vena creativa. Silveira è una fonte continua di suoni, battiti messi in relazione tra loro con maestria.
I brani abbracciano una bella fetta della storia del grande cinema (da La vita è bella, all’ Orfeo Negro, a Mediterraneo).
La parte tematica è lo spunto per dare il via alla bravura indiscutibile di un quartetto di musicisti fantasiosi e preparati. Le dinamiche sono raffinate, l’interplay impeccabile e la verve improvvisativa notevolissima. Non capita spesso di poter ascoltare ad un festival giovani artisti talentuosi, che cominciano a farsi conoscere al di là delle loro realtà locale. Non capita nemmeno spesso di vedere un musicista affermato mescolarsi così beneficamente e generosamente a musicisti nuovi e dar loro appoggio, fantasia, che sottolineino il loro innegabile estro.


L’impatto su chi vi scrive

Un concerto scoppiettante, pieno di energia, divertente, costruito su musiche molto amate e giustamente molto applaudito.
Il limite del progetto l’ho trovato un po’ nell’applicare, a prescindere, una veste predeterminata  a temi molto diversi tra loro. La Canzone di Geppetto dal film televisivo di Comencini, per fare un esempio, mi è apparsa un po’ più travisata che riletta, mentre se ne sarebbe potuto fare un lavoro bellissimo di interpretazione interiore anche estrema, volendo. I temi vengono utilizzati essenzialmente come mero spunto per le evoluzioni virtuosistiche che seguono. Tra i due estremi della cover e del tema usa e getta preso solo per la sua struttura e poi  ingabbiato in una veste jazzistica preformata ed infilata a qualsiasi costo, c’è tutto un mondo espressivo che può essere infinitamente fecondo. Non a caso, una volta dimenticatami del suddetto tema, ho molto apprezzato le improvvisazioni e le belle introduzioni, che ne erano completamente avulse.
I ragazzi sono più che pronti, io credo, a scrivere e, se lo stanno già facendo, promuovere musica propria,  o a interpretare quella preesistente evitando di decidere “a tavolino” in che modo interpretarla. Lasciandosi andare piuttosto al loro flusso creativo interiore, che è lì che si affaccia prepotentemente e si percepisce vedendoli ed ascoltandoli suonare. Che queste considerazioni li incoraggino perché sono davvero molto bravi.

*****************************************

Teatro Giacosa, ore 21:30

Helga Plankensteiner and Plankton

 

Helga Plankensteiner: baritone sax, clarinet, voice
Michael Lösch: hammond organ, piano
Enrico Terragnoli: guitar, banjo

Il primo dei concerti al Teatro Giacosa è anche il più interessante e stralunato di tutto il festival, in linea con il tema “Elogio della Follia” voluto dal direttore artistico Massimo Barbiero. Un sestetto dalla poderosa sezione fiati, ma anche con una sezione ritmica in grado di  cambiare registro con disinvoltura e di certo non in maniera didascalica. Helga Plankensteiner ne è la leader, e l’ideatrice, dalla personalità dirompente: eclettica suonatrice di sax baritono, clarinetto e corde vocali, suona per un’ora ed oltre musica originale, in tutti i sensi, intrecciando generi musicali in maniera così creativa che ogni genere viene trasfigurato anche quando sembrerebbe essere replicato fedelmente. Il batterio della creatività si impadronisce del Blues, o dello Swing, o di qualsiasi altra suggestione, modificandoli quasi geneticamente.
Questo è possibile con improvvisi cambi di rotta, di dinamiche, ma anche con una attento studio delle timbriche, appaiando le voci in maniera sempre diversa e quasi sempre a contrasto- il sax baritono con l’hammond, i fiati con il banjo, la voce con la tromba. Ma anche alternando unisoni possenti a improvvisi assottigliamenti che precedono la deflagrazione totale di tutto il sestetto. Matthias Schriefl e Gerhard Gschlössl alle trombe e al trombone sono il controcoro e l’alter ego imprescindibile della Plankensteiner. Enrico Terragnoli è infaticabile e prezioso con i suoi Banjo che ammorbidiscono e armonizzano le digressioni dei fiati. Nelide Bandello lavora come uno strumento armonico oltre che come generatore di battiti. Michael Lösch con l’hammond o con il pianoforte delinea e asseconda l’atmosfera dei brani introducendo anche una bella dose di rigore che, dato il clima sul palco, rende ancora più bizzarro il risultato finale.









L’impatto su chi vi scrive

E’ quel concerto che in un Festival, in mezzo ad altre proposte, mi aspetterei sempre di vedere: nomi meno di richiamo e un palcoscenico che permetta loro di farsi conoscere un po’ di più.
Musica divertente, diversa da quella che si incontra nei circuiti soliti, eppure con un livello di complessità notevole. Giocosa, circense, teatrale, stramba, intensa, energica, totalmente originale, con ampi stralci di improvvisazione che non si limita però ad assoli che si alternano ordinatamente, ma che esplode in momenti anche collettivi imponenti, di cui l’impatto è notevole. Ma anche apprezzabili “cornici” di musica scritta che contrasta mirabilmente con le parti più libere. Un concerto curioso e attraente.

**************************************

Teatro Giacosa, ore 22:30
Enrico Rava New 4ET

Enrico Rava: flicorno
Francesco Ponticelli: contrabbasso
Enrico Morello: batteria

Il concerto di Enrico Rava in quartetto è l’evento del Festival, il nome celebre capace di attrarre anche il pubblico meno avvezzo al Jazz. Ed Enrico Rava non delude nemmeno stavolta.
Solo brani originali: “Inutile che ve li annunci, sono tutti brani originali”, dice lui stesso.
Brani originali, e il timbro inconfondibile del flicorno di Rava, i suoi fraseggi essenziali (in quanto a “numero di note” usate) e anche in virtù di ciò ricchi per intensità, dinamiche, efficacia espressiva. Con il suo trio Rava  si mette continuamente in gioco: dialoga moltissimo con Diodati, quasi un alter-ego elettrico, lascia molto spazio a chitarra, contrabbasso, batteria lasciando che si apra una finestra su un gruppo di per sé notevolmente interessante: un concerto nel concerto, in pratica. La batteria di Morello passa agevolmente dal soffio alla potenza massima,  sempre modulata da un controllo totale che ne rende intellegibile ogni istante di ogni successione ritmica, anche la più ardita. Il contrabbasso di Ponticelli è in continua proficua interazione ritmico – armonica con chitarra e batteria. Diodati è un chitarrista dalla personalità musicale ben spiccata, che padroneggia il suo strumento non smettendo mai di sperimentare.










L’impatto su chi vi scrive

Non si può che dire bene di un concerto come questo. Mai nulla di musicalmente scontato. Un musicista pressoché leggendario, che da sempre continua a rimettersi in gioco con musicisti nuovi – giovani – o semplicemente diversi da altri con cui ha interagito in precedenza. Il suo carisma e la sua personalità artistica ne escono sempre rafforzati. Il tre giovani artisti sul palco con lui sono tre talenti del Jazz oramai giustamente affermati,con un loro linguaggio ben riconoscibile e una creatività in continuo divenire. Il dialogo tra i quattro è fitto, è un dialogo tra pari.
In alcuni momenti ho personalmente percepito un certo sbilanciamento tra quella sintesi (intensa) di Rava di cui parlavo sopra, spesso incentrata sul suono in sé,  e la musicalità traboccante di note e battiti del trio con lui sul palco. Quasi certamente questa dualità è cercata e voluta,  e sono consapevole dunque che il contrasto che io sento in alcuni casi come sporadico squilibrio potrebbe per altri rappresentare il valore aggiunto del progetto.

                                                                                                                                                           *****************************************

La nottata è andata avanti fino a notte inoltrata al Caffè del Teatro con i bravi, giovani  e infaticabili The Essence 4tet ( Sara Kari: sax, Emanuele Sartoris: pianoforte, Antonio Stizzoli: batteria e Dario Scopesi: contrabbasso) che hanno animato la nottata con il loro Jazz vitale ed energico

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL – edizione 38 – La prima giornata


Le foto sono di Carlo Mogavero

 

Elogio della follia era il tema di questo trentottesimo Open Papyrus Jazz Festival che si è svolto ad Ivrea. E la follia è certamente quella di chi ancora si ostina (per fortuna) ad organizzare festival , per di più multiculturali. “Ma è di quello che si ha bisogno per sopravvivere, di una sana follia perché solo quella ci rende liberi. Liberi di danzare sino alla fine perché quel senso di libertà diventa irrinunciabile, nonostante il prezzo che si dovrà pagare.” Uno di questi folli (il virgolettato è suo) è appunto il direttore artistico Massimo Barbiero, che ha al suo seguito (per fortuna) anche un bel numero di folli volontari, giovanissimi, che si fanno in quattro perché tutto vada come deve andare.
E’ così che Open Papyrus è arrivato alla 38sima edizione, che si è svolta come sempre tra musica, presentazioni di libri, spettacoli di danza, degustazioni di vini del territorio, e anche una mostra di pittura presso Sala S.Marta e Caffè del Teatro, a cura di ARTE IN FUGA e GoArtFactory.

Non sono stata purtroppo presente all’ anteprima di sabato 17 marzo, svoltasi con Enten Eller ed il progetto Minotaurus, al museo Garda: un progetto per quattro musicisti e quattro danzatrici
Alberto Mandarini: tromba
Maurizio Brunod: chitarra
Giovanni Maier: contrabbasso
Massimo Barbiero: batteria
Dance: Giulia Ceolin, Roberta Tirassa, Sara Peters , Tommaso Serratore

Sono arrivata ad Ivrea giovedì 22 marzo, primo giorno effettivo di Festival.
I concerti si sono svolti nella bella sala Santa Marta, chiesa sconsacrata ma consacrata alle arti proprio per merito di questo festival, e nel bellissimo Teatro Giacosa. I dopo concerti notturni per la prima volta nel grande spazio del Caffè del Teatro, fino a tarda notte.
Ivrea dunque non è solo Carnevale, oramai da 38 anni.

E allora cominciamo con questo Elogio alla follia, reso ancora più folle dalle imperdibili presentazioni di Daniele Lucca, altro volto imprescindibile del festival, che fluttua tra seria professionalità e guizzi improvvisi di ironia accompagnando il pubblico da un evento all’ altro come un amico intelligente.

*********************************************************************

Per mia scelta i commenti sui concerti saranno, per tutte e tre le serate, divisi in due parti, delle quali la seconda è intitolata ” L’impatto su chi vi scrive” ed è il mio commento personalissimo e dichiaratamente non ammantato di alcuna pretesa obiettività. A prescindere dalla competenza, la musica impatta diversamente a seconda della personalità, della formazione, dei gusti di ognuno.

PRIMA SERATA, GIOVEDI’ 22 MARZO 2018

Sala Santa Marta, ore 21:30

Cominoli, De Aloe, Zanchi

Max De Aloe fisarmonica e armonica cromatica
Lorenzo Cominoli, chitarra
Attilio Zanchi, contrabbasso

Il tenero ricordo in musica dell’indimenticato Garrison Fewell, chitarrista e didatta scomparso nel 2015, amatissimo anche dai colleghi musicisti tutti, in un progetto che comprende suoi brani e brani originali.
I brani si susseguono fluidi, i temi sono semplici, esposti alternativamente da De Aloe, Zanchi o Cominoli, i timbri cambiano essenzialmente per l’avvicendarsi di fisarmonica e armoniche cromatiche. Gli assoli, gli scambi, le improvvisazioni sono garbate, in sequenza, lineari, senza sussulti. “A reason to believe” di Attilio Zanchi gode di una introduzione appassionata di fisarmonica. La loop station espande e reitera creando atmosfere sospese ma sempre morbide e lineari.

 

L’impatto su chi vi scrive:

Un jazz easy listening, ottimamente curato, dalla struttura lineare. Un progetto alla base del quale si percepisce, un fondante, sincero trasporto emotivo verso un musicista stimato come pochi altri non solo dal pubblico ma anche nel suo stesso ambiente.

*********************************************************

Sala Santa Marta, ore 22:30

Tre coreografie sulle musiche dal cd di Barbiero, Savoldelli, Zorzi

Coreografie
Francesca Galardi, Cristina Ruberto, Giulia Ceolin

Danzano:
Erika Ricci accompagnata da Eleonora Buratti, Paola Risoli, Anna Calamita di Tria, Elisa Parla, Miriam Buffa, Luciana Trimarchi, Valentina Corrado, Teresa Pedrotta, Demetra Birtone.
Cecilia Boldrin, Alice Mistretta, Alina Mistretta, Arianna Mistretta, Valentina Papaccio, Sara Ugorese, Ilaria Vitale.
Beatrice Benetazzo.

Parlare di danza non è facile per chi, come chi vi scrive, non ne ha la minima competenza. Ho visto l’intento (riuscito), complessivamente,  di rappresentare il male del vivere in un’epoca sorda, cieca, muta, inerme di fronte ai reali bisogni di esseri umani oramai ineluttabilmente inglobati in un prefigurato, angosciante, appiattente conformismo, guidato da meccanismi per nulla in sintonia con una vita libera e felice, un modus vivendi che ci viene imposto dall’alto e che, anche nell’attimo in cui si tenti di distinguersi, implacabilmente ci ottunde, ci soffoca, ci rende irrimediabilmente schiavi, conformi e dunque manipolabili.
Volti angosciati, movimenti distonici, scatti tonici clonici espressivi di fastidio e disagio, bocche spalancate in urli silenziosi, serpeggiare e brulicare di corpi tendenti progressivamente ad una crescente inumanità e che tendono, dopo tanto soffrire, ad una inevitabile fissità dello sguardo: movenze espressive eseguite alla perfezione da tutte le brave ballerine sul palco. Che però, per ringraziare i sentiti applausi del pubblico hanno finalmente sorriso.


L’impatto su chi vi scrive

Ballerine bravissime e intense, coreografie espressivamente molto efficaci.