Da Trieste lo sguardo verso l’estero

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Roberto Magris è nato a Trieste nel 1959. Ha iniziato la sua carriera jazzistica alla fine degli anni ’70. Ha realizzato 27 album ed ha sostenuto concerti in 41 paesi del mondo, suonando in Europa, America, Asia, Africa ed Australia. E’ direttore musicale della JMood Records, casa discografica jazz di Kansas City. In questa intervista Magris parla con estrema chiarezza, affrontando anche tematiche scottanti.

-Cos’è oggi per lei il jazz ?

E’ una musica nata e sviluppatasi nel secolo scorso, così come il rock, e che oggi tende ad unificarsi in altri generi musicali per diventare una musica “complessiva”: la musica del mondo globalizzato. Oggi, grazie alla diffusione globale del jazz e soprattutto alle scuole dove si studia ed impara il linguaggio del jazz, i musicisti sono così consapevoli e preparati da poter  “partire” dal jazz per dirigersi verso molteplici direzioni e stili musicali (un notevole passo avanti rispetto alla mia generazione che studiava invece per “arrivare” al jazz). Oggi quindi il jazz è sia “rivisitazione di un repertorio classico”, sia una musica “progressive” che segue l’evoluzione della società, cercando nuove strade per quella potrà essere la musica globale del futuro. A me, personalmente, piacciono ed interessano entrambe le direzioni.

-Come e quanto influisce sulla sua musica l’essere italiano e più precisamente vivere in una città così particolare come Trieste?

Influisce ed ha influito molto. Se guardiamo la carta geografica dell’Italia, Trieste è una città in posizione marginale, alla frontiera nord-orientale, distante da Milano ed ancor più dalla capitale Roma. Se invece guardiamo la carta geografica dell’Europa vediamo che Trieste si trova al centro, nel cuore della cosiddetta Mitteleuropa e con ben 6 capitali europee a portata di mano (Lubiana, Zagabria, Vienna, Bratislava, Budapest, Praga, oltre a Salisburgo e Monaco). Infatti non è un caso che Trieste abbia fatto parte dell’Austria per ben 600 anni e che il suo porto (che oggi è il primo porto petrolifero del Mediterraneo, dal quale parte l’oleodotto che copre tutto il fabbisogno di Austria, Rep. Ceca, Slovacchia, Ungheria e Baviera) continui ad operare massimamente per il bacino centroeuropeo. Nella mia città, qualunque iniziativa si voglia attivare, se si vuole aver successo si deve necessariamente puntare a quello che è geograficamente il suo hinterland naturale, ovvero il centroeuropa. Se invece ci si rivolge all’Italia, si entra in una dimensione di periferica provincialità. E’ successo anche a me con la musica e, sia chiaro, non si tratta assolutamente di una posizione anti-italiana ma soltanto della logica conseguenza del vivere in questa particolare città. Anzi, come musicista, mi sono sempre trovato a rappresentare all’estero il jazz italiano che però, paradossalmente, non mi ha mai riconosciuto e non mi riconosce tuttora tra i suoi esponenti più rappresentativi. In realtà, per certi versi a ragione… nel senso che io non sono certamente un “prodotto” della scena italiana del jazz, ma il mio retaggio culturale e relazionale e la mia esperienza musicale viene dalla scena jazz centroeuropea. I miei primi vent’anni di jazz, infatti, li ho spesi in gran parte suonando, oltreché nella mia città e nel vicino Veneto, soprattutto in Slovenia, Austria, Ungheria, Germania, Croazia, Rep. Ceca, Polonia ecc.. E’ vero che ho fatto delle puntate con il mio quartetto in quasi tutte le regioni d’Italia, suonando anche a diversi festival, ma la dimensione/rapporto può ben rappresentarsi nel seguente esempio: nella mia vita, finora, ho suonato a Roma un’unica volta, a Milano forse 4-5 volte, mentre a Praga (o a Kansas City, per dirne un’altra) siamo sulla ventina.

L’influenza di essere di Trieste nella mia musica si è esplicata soprattutto nei primi anni della mia vicenda musicale. Erano gli anni Ottanta, c’era la cortina di ferro, ed io ero uno dei pochi musicisti dell’Ovest a collaborare regolarmente con la scena jazz est-europea. Con il mio trio di allora, il Gruppo Jazz Marca, ero in contatto e sintonia con il lavoro di musicisti come Emil Viklicky, Janos Gonda, Bosko Petrovic, Tony Lakatos, Janusz Muniak, Sandor Szabo, e proponevo – mi si consenta, in anticipo con i tempi – un jazz di matrice europea basato su melodie popolari, retaggi classici e jazz modale. Registrai 3 Lp, tra cui uno dal titolo mitteleuropa che venne molto apprezzato a livello internazionale e pure recensito da Down Beat, parliamo di 25 anni fa… In Italia passò nel sostanziale disinteresse/incomprensione – eravamo nel periodo “free jazz politico” – così come il mio primo Lp dal titolo comunicazione sonora, che registrai nel 1981 a 22 anni (nel volume giapponese Jazz Critique dedicato al jazz europeo è tuttora presente). I conti comunque alla fine mi sono ritornati, dal momento che questi 3 Lp nel corso degli anni sono diventati dei “collector items” venduti alle aste online su internet e l’etichetta londinese Arision li ha infine ristampati su Cd. Ancora oggi, per quel mondo del jazz est-europeo fatto di etichette discografiche “di stato” come Jugoton, Pannonton, Supraphon, Amiga, Poljazz e di tanto jazz “valoroso” che aveva un significato di libertà, sotto l’icona di John Coltrane, provo una certa nostalgia per la sua sincerità e verità anche naif nel fare musica. La scorsa primavera sono ritornato a Praga, dopo alcuni anni, per 3 serate al Reduta, al Jazzdock ed all’Agharta, in trio con i miei vecchi amici Frantisek Uhlir e Jaromir Helesic. Arrivato ai club, ho trovato tutti i posti già “sold out” ed ho pensato “qui sono sempre a casa”. Poi, quando Pavel Smetacek – leader del Traditional Jazz Studio e poi politico dell’era Vaclav Havel – mi ha portato in regalo un libro sul jazz a Praga nel quale c’era anche un passaggio dedicato a me, con una mia foto, ho pensato: “questo in Italia proprio non lo sa nessuno”. Del resto, mentre in quel periodo in Italia c’erano i collettivi di musica improvvisata, io ero musicalmente e fisicamente tutto da un’altra parte.

-Se non sbaglio nei primi anni 2000 c’è stata anche l’esperienza dell’ Europlane Orchestra…

Esatto… nei primi anni 2000 ho avuto l’opportunità di fondare e dirigere l’Europlane Orchestra, l’orchestra jazz dei paesi centro-europei patrocinata e sostenuta politicamente e finanziariamente dall’INCE-CEI – Iniziativa Centro Europea, con sede a Trieste. E’ stato un periodo di felice ritorno e riscoperta, dopo vent’anni ed a condizioni politiche completamente mutate, di quello stesso mondo del jazz est-europeo, nel frattempo ormai “sdoganatosi” a livello internazionale. Con l’Europlane Orchestra – una specie di Vienna Art Orchestra di dimensioni più contenute – ho scritto composizioni ed arrangiamenti sempre nuovi, per ogni meeting annuale, sostenendo concerti (anche in situazioni istituzionali europee) e registrando 3 Cd (l’ultimo è current views. E’ stata una faticaccia, ma ne è valsa la pena e mi sono divertito con vecchi e giovani amici. Poi, una volta che le varie Ungheria, Romania, Polonia, Rep. Ceca ecc. sono entrate definitivamente nella Comunità Europea, la “mission” si è conclusa e con essa i finanziamenti e l’esistenza dell’orchestra stessa. Ma ancora fino a poco tempo fa i musicisti continuavano a scrivermi: quando ci rivediamo?

-Come spiega il fatto che probabilmente lei è più conosciuto e apprezzato all’estero che non in Italia?

Se da giovane mi fossi trasferito a Milano o a Roma mi sarei inserito nella scena jazz italiana, invece mi è stato più agevole rimanere a vivere a Trieste ed inserirmi direttamente nella scena jazz europea. Sembra una battuta, ma non lo è. Poi, a partire dagli anni Novanta ho cominciato a suonare anche e sempre di più in giro per il mondo. In America Latina ho praticamente suonato in quasi tutti i Paesi (da Buenos Aires a Lima, da Caracas a Città del Messico, da Montevideo a Managua in Nicaragua, Quito in Ecuador , Asuncion in Paraguay…). In Asia ho suonato in Cina, ad Hong Kong, in Uzbekistan, in Indonesia, nelle Filippine, poi in Australia, in Canada, ai Caraibi in Jamaica e Curacao, in Gabon in Africa e soprattutto negli Stati Uniti. Mi vien da dire che magari qualche festival in Italia in più  avrebbe anche potuto interessarsi alle mie proposte… ma ormai sono molti anni che ho smesso di “perdere tempo” e, semplicemente, se in Italia qualcuno mi chiama vengo volentieri altrimenti pazienza. Da quel che ho potuto toccare con mano, il mondo del jazz italiano (promoter e musicisti) è esattamente come l’Italia, un Paese che amo molto ma che, con ogni evidenza, ha qualche serio problema… con le dovute rare eccezioni, naturalmente. Per contro alla “situazione concerti” devo invece dire, con soddisfazione e gratitudine, che conto molti amici ed estimatori tra i critici jazz italiani, da lunga data, che mi hanno seguito e sostenuto con recensioni ed interviste; inoltre, ho avuto un ottimo rapporto con le etichette jazz italiane, soprattutto con la BlackSaint/Soulnote di Bonandrini, che ha pubblicato 3 miei Cd, che reputo i migliori da me realizzati con musicisti europei (in testa check in, con Tony Lakatos e Michi Erian)

-Lei ha una notevole frequentazione con gli States, in special modo con Kansas City; come è nato questo rapporto?

Semplicemente, il mio manager e produttore discografico negli USA è Paul Collins, che è di Kansas City. Più nel dettaglio, nel 2006 avevo dei concerti a Los Angeles assieme ad Art Davis (bassista di John Coltrane) e suonammo alla Jazz Bakery ed al Catalina di Hollywood, che ebbero un ottimo successo. L’anno seguente ci incontrammo di nuovo a Los Angeles per registrare il Cd mating call, assieme ad Idris Muhammad. Dopodiché fu naturale l’invito a Kansas City, per concerti e nuove registrazioni per la sua etichetta JMood Records, di cui poi mi ha chiesto di diventare il direttore musicale. Oggi, sono arrivato a quota 12 CD incisi a mio nome negli USA per un’etichetta americana, il che penso sia un record per il “jazz italiano”. Negli ulteriori CD per la JMood ho registrato varie volte con Albert Tootie Heath, con Sam Reed, ma anche con “giovani leoni” come Brandon Lee, Kendall Moore e Logan Richardson e la “mia ritmica” (Dominique Sanders al contrabbasso e Brian Steever alla batteria). Di particolare successo finora…  sono stati aliens in a bebop planet ed enigmatix, ma tutti i miei lavori vengono abitualmente promossi presso la rete delle radio jazz americane, con recensioni su Down Beat, JazzTimes, All About Jazz ecc. Oltre a ciò, va ricordato che Kansas City è una delle capitali del jazz ed è la città di Charlie Parker, Mary Lou Williams, Count Basie, Jimmy Lunceford, Jay McShann… ma anche di Bobby Watson e Pat Metheny…  ed a Kansas City c’è la sede dell’American Jazz Museum. Qualche anno fa, proprio in occasione di un mio concerto all’American Jazz Museum, in tributo all’appena scomparso Jay McShann (di cui conosco la famiglia, ho ricevuto in omaggio di alcuni suoi arrangiamenti originali e sul cui pianoforte ho personalmente suonato, a casa sua), il City Council di Kansas City mi ha conferito la cittadinanza onoraria, di cui sono particolarmente orgoglioso. Dopo tanti anni posso dire di essere (anche) un musicista della scena jazz di Kansas City e, anzi, negli USA vengo spesso direttamente presentato come un musicista di Kansas City (che è per me sempre un bel complimento!). Non è escluso che prima o poi mi trasferisca direttamente a vivere negli States, visto che anche a mia moglie piacciono molto.

-Nel vastissimo panorama del -jazz, quali sono i suoi musicisti preferiti?

Cercando di contenermi… e partendo “storicamente” dal basso… Earl Hines, Teddy Wilson, Bud Powell (con Elmo Hope, Sonny Clark, Herbie Nichols), Thelonious Monk (con Mal Waldron e Randy Weston), Oscar Peterson, Wynton Kelly e Tommy Flanagan, Bill Evans, McCoy Tyner, Herbie Hancock, Andrew Hill, Paul Bley… C’è qualcuno che non è d’accordo? Se invece devo proprio selezionare, direi: Powell-Monk-Tyner-Andrew Hill. Oggi apprezzo musicisti come Robert Glasper, Jason Moran, Danilo Perez, soprattutto per il loro tentativo di andare anche in direzioni musicali diverse.

-Quando suona live o va in studio di registrazione, cosa chiede ai suoi musicisti?

Di avere una predisposizione “improvvisativa” verso la musica. In italiano suona male, io la chiamo “improvisational approach”. Poniti davanti al tuo strumento, sii te stesso, suona e osa, prendi le direzioni che vengono dal tuo interno e mettile al servizio del gruppo. Proponi, ma non suonare sopra agli altri e, soprattutto (ma questo negli USA non serve ricordarlo) se suoni il contrabbasso o la batteria ricordati perché hai scelto di suonare proprio quegli strumenti: in primis per accompagnare (!)

-Nella sua musica, che ruolo riveste l’improvvisazione?

Il jazz è basato sull’improvvisazione. Ovviamente però, bisogna avere qualcosa (di interessante) su cui improvvisare e non penso si possa improvvisare sul nulla o su idee o concetti. Questo spetta semmai ai poeti ed agli scrittori. I musicisti fanno musica. Detto questo, soprattutto in studio di incisione, seguo lo stesso “modus operandi” che ho letto anche Miles Davis seguiva: non do prima ai musicisti parti da studiare, ma porto direttamente la musica in studio di registrazione, dove si fa una breve prova del tema o delle parti essenziali e si suona (registrando). Dopodiché, ho fatto mia una frase che ho sentito da Idris Muhammad (che in studio di registrazione ci ha vissuto tutta la vita): “the magic is in the first take”. Per cui, salvo errori assoluti che impongono di rifare, per me è sempre buona la prima take. Nei miei dischi raramente ho inserito una seconda versione di un brano registrato in studio anche perché in genere mi rifiuto proprio di registrarla. Ho imparato e concordo pienamente sul fatto che ogni musicista, essendo un professionista ed un artista, “deve” dare il meglio di sé sempre e subito, per cui è inutile con me discutere se era bello o no un assolo e magari se si può rifare. Ho imparato negli USA che quel che hai registrato, quello sei… inutile starci a girare attorno. Nella seconda take, la magia della prima volta non c’è più e, anzi, c’è il ricordo di quel che si è suonato nella prima take. Il produttore concorda, dal momento che il tempo, in studio di registrazione, è denaro…

Devo anche dire che fin da bambino mi sono ritrovato con la fortuna/sfortuna dell’orecchio assoluto, per cui ahimè, anche se non voglio, sento tutto… A volte è un po’ ossessionante perché qualunque musica senta, anche alla radio, mi scorrono tutte le note in testa, una dopo l’altra… Anche dal vivo, penso che il non conoscere troppo quel che si va a suonare aiuti il processo creativo e porti la musica in situazioni inaspettate, nuove, interessanti. Personalmente, quando suono non tiro “il freno a mano” e mi prendo tutti i rischi, tecnici ed armonici, che derivano dal cercare di suonare semplicemente, senza rete, senza filtri, quel che “mi viene”; penso sia una questione di onestà intellettuale. Non sopporto il concetto di “suonare quel che si sa o quel che vien bene”.

-Lei compone molto: come si sviluppa questo suo processo creativo?

Ogni tanto mi siedo al piano con un’idea (musicale o non) e poi ci improvviso attorno. In genere l’idea iniziale è melodica o ritmica, e poi provo a metterci delle connessioni armoniche. Se non mi piacciono, rimangono solo il ritmo e la melodia. Penso che l’armonia, potrebbe anche non essere indispensabile, come non lo è nella musica africana o nel blues. Credo comunque che “la magia” del prendere delle note da un piano superiore dell’esistenza (non può essere che così) e creare una debba essere “aiutato” dalla cultura personale intesa come consapevolezza di stare al mondo e di conoscere ed interfacciarsi con la società di cui si fa parte, nel modo più ampio ed aperto possibile.

-Si considera compositore così come pianista? Quali sono le doti che fanno di un eccellente pianista un vero artista della tastiera?

Invecchiando credo sempre più nella legge del karma e nella reincarnazione. Per cui, l’essere musicista qui ed adesso ed essere in grado di dire qualcosa di bello agli altri non credo sia un merito di cui menar gran vanto, visto che ognuno nella vita ha il suo talento, chi più chi meno, il problema è scoprirlo e coltivarlo; è semplicemente il risultato di una vita/esperienza precedente ed un passaggio di sviluppo verso un qualcosa di diverso, si spera superiore, in una vita futura. Credo che ognuno di noi, musicisti compresi, abbia vissuto un qualcosa che lo porta oggi ad essere, anche musicalmente, quello che è. Del resto non è logico che un ragazzo cresciuto a Trieste si ritrovi poi nella vita a fraternizzare con dei musicisti jazz afroamericani e si senta a casa sua a suonare una musica che all’apparenza e logicamente non gli dovrebbe proprio appartenere. Che poi lo faccia con effettiva conoscenza e competenza, depone ancor più a favore della tesi che ciò non può essere frutto di “studio”, di “volontà”, ma è semplicemente quella che è e doveva essere la sua strada in questa vita. Per cui, penso che ogni artista in realtà era programmato dal suo karma per diventare un artista. Poi, il bello è che la musica, raggiunto un certo livello artistico-professionale, non consente graduatorie assolute come lo sport ma, semplicemente, dice qualcosa di diverso e personale ad ognuno. A me, per fare un esempio, Keith Jarrett ha sempre detto poco, ad altri invece ha detto molto. Io non posso e non voglio giudicare, posso solo prendere atto di quel che dice a me. Per cui, il fatto che la musica di Andrew Hill – per fare un esempio – dica tanto a pochi e poco a tanti, non significa che sia peggiore di quella di Keith Jarrett che dice tanto a tanti e poco a pochi…. Per cui, ognuno cerchi di trovare quella che è veramente la sua strada e cerchi di migliorare. Per fortuna poi, la strada la si fa sempre assieme ad altre persone, anche nella musica.

Mi scuso per la filosofia, magari spicciola, ma si apprezzi il rischio che mi prendo nell’esplicitarla nei confronti di qualunque lettore, anche di quello che sorriderà su tali argomenti.

-Continua a studiare lo strumento e se sì quante ore vi dedica?

Posso dire che, con il tempo, ho maturato un rapporto quasi “zen” con il pianoforte: dal punto di vista tecnico non lo studio più, né studio metodi o scale. Ai concerti preordino il programma e preparo gli spartiti,  poi mi siedo e suono, semplicemente. E le mani vanno sempre dove devono andare. Non penso, suono.

-Lei ha registrato molti album: c’è un filo rosso che li lega in qualche modo?

Nella vita non è facile essere coerenti, ma è ancor meno facile essere in grado di far proprie le idee degli altri quando ci si rende conto che sono migliori delle nostre. Nella musica è uguale. Nei miei dischi – ormai sono arrivato a quota 27 – c’è senz’altro un filo rosso di coerenza che li lega, ma ci sono anche diversi “cambi d’idea”. Considerando i miei ultimi 12 CD realizzati per la JMood però, va fatto un distinguo – che magari la critica non sempre tiene in debita considerazione – tra quelli “decisi” dal produttore (i tributi al pianismo bebop, a Lee Morgan, l’incontro con Sam Reed sul Philadelphia sound ecc.) e quelli “decisi” da me (aliens in a bebop planet e enigmatix, più “need to bring out love” e “world gardens”, che usciranno a breve). Negli USA è ancora viva la figura del produttore che decide il programma da registrare, brani compresi. Poi è il musicista però che ne “paga” le conseguenze.. se raccoglie la sfida. Di questa situazione in Italia ci si è quasi dimenticati, visto l’esorbitante numero di CD autoprodotti. Nel mio caso, oltre alla sorpresa e soddisfazione di sentirmi chiedere – io, musicista “bianco” europeo – di fare negli USA 2 CD sui pianisti storici del bebop e di ritrovarmi con eccellenti recensioni ed apprezzamenti da parte di un certo mondo del jazz più orientato sul mainstream, c’è però anche la conseguenza di ritrovarmi addosso, in questo periodo, un’immagine di musicista tradizionalista o di filologo del bebop, che è invece del tutto distante da quel che è la mia vicenda musicale sempre orientata “ahead”. Aggiungerei però anche un altro aspetto: attenzione, è vero che anch’io ho le mie esperienze di improvvisazione totale e performance tayloriane in piano solo fatte soprattutto in Germania in “tempi non sospetti”, ma ho sempre identificato l’avanguardia in qualcosa che è in diretta sintonia con l’oggi. E, per parlare di oggi, l’oggi non può essere rappresentato dal “ieri” di una stagione free o di musica radicalmente sperimentale, e neanche da certe fisarmoniche condite da ritmi balcanici. L’oggi, piaccia o non piaccia, è un qualcosa legato alla musica urbana, al groove, alla tecnologia, ad un concetto di fusion progressiva ed anche (qualcuno lo ha notato?) ad un ritorno alla melodia. Mi piace la figura di Miles Davis che è sempre andato avanti, l’idea di uno che ha suonato con Parker, poi con Coltrane, poi ha fatto in a silent way e bitches Brew, ed è andato ancora avanti assieme al mondo in cui ha vissuto. C’è ancora un aspetto che ritengo importantissimo e forse non immediatamente riconoscibile: nella fase iniziale un musicista vorrebbe suonare con i colleghi più “vecchi” e più affermati per imparare e cercare, grazie a loro, di affermarsi a sua volta; poi, in una seconda fase, si suona assieme a coetanei, perché si ha lo stesso vissuto, si è sintonia e in un rapporto di forza professionale si è alla pari; ma poi c’è una terza fase, che a me interessa particolarmente, che è quella di suonare con i più musicisti giovani per poter continuare a cogliere lo spirito del tempo attuale ed immaginare tramite loro il futuro, avendo però già “in saccoccia” la propria esperienza ed il proprio background, il che non è poco. E’ per questo che ad un certo punto anch’io ho detto, adesso basta con omaggi, rivisitazioni ed anche bellissimi incontri con figure storiche, vorrei invece confrontarmi e capire dove sono diretti i musicisti della nuova generazione. Certo, alla fine sono sempre io che tiro le fila e faccio la sintesi, ma è questo il modo per me per continuare ad andare avanti in modo intellettualmente onesto e creativamente sensato. Non ho paura di mettermi in discussione, anzi, mi fa piacere. Però, contrariamente a Miles, non penso sia sbagliato riaffermare – in certi contesti ed avendone chiara la finalità – anche la tradizione del jazz. C’è sempre stato e dovrà continuare ad esserci nel jazz un passaggio di testimone tra generazioni e, nel mio piccolo, ho avuto chiara la sensazione di ciò in special modo da Art Davis ed Herb Geller, che mi hanno consegnato in un qualche modo la loro esperienza, la loro tradizione. Non è come si dice “pie in the sky”: mi hanno anche riempito di spartiti, arrangiamenti, informazione, nozioni, ricordi dicendomi sostanzialmente “adesso tocca a te fare la selezione di che cosa tenere e che cosa buttare, visto che ti ritroverai presto ad essere tu la tradizione…”.

-Qual è il suo rapporto con il canto?

Pessimo. Mi sono sempre vergognato a cantare e me ne vergogno tuttora e quindi non canto mai, anche se sono assolutamente intonato. Uguale con il ballo. In compenso sono cintura nera di judo, ho giocato a baseball e fatto molti sport. Non c’entra nulla, ma lo dico così, per pareggiare. Mi piacciono le cantanti perché rischiano tutto e si mettono in gioco completamente, anche fisicamente: guarda che bene che canta ed è anche bellissima, oppure guarda che bene che canta nonostante povera sia proprio bruttina. Se non si dice, si pensa (pubblico femminile compreso). Per cui, musicalmente, meglio non vedere le cantanti, ma soltanto sentirle. Nei miei ultimi Cd ho “utilizzato” Eddie Charles (che è un bluesman) in aliens in a bebop planet e Monique Danielle e Julia Halie in enigmatix e need to bring out love. Tutti molto bravi e professionali, con timbri vocali ideali per la mia musica. In precedenza ho inciso un CD dedicato alla musica di Kurt Weill con la cantante austriaca Ines Reiger, bravissima e da conoscere (!). Da tempo ho un gruppo stabile in Italia (e che ha suonato anche in Polonia, Romania, Kuwait, Bahrein, Filippine ecc.), a cui tengo molto, assieme alla cantante veneta Maria Dal Rovere, veramente bravissima, con la quale propongo un repertorio di canzoni italiane in chiave jazz, soprattutto a “fini istituzionali”. Per cui, a parte me personalmente, ho un ottimo rapporto musicale con le cantanti jazz.

-Ha suonato e inciso davvero con tanti bei nomi del jazz internazionale; c‘è un incontro, una registrazione che le è rimasta particolarmente impressa?

La prima cosa che mi viene in mente è l’ultimo CD registrato dal vivo con Herb Geller al festival jazz di Novi Sad in Serbia. Io avevo l’influenza con 38° di febbre abbondanti. Prima del concerto, al bar dell’albergo ho preso degli antibiotici assieme ad un paio di bicchierini di Slivowitz (grappa di prugne balcanica) ed ero ritornato subito un po’ in forma nonostante mi sentissi in un bagno turco di sudore. Entrato nel backstage ho trovato Herb che si faceva mettere un cerotto trasparente sul labbro dalla presentatrice, dal momento che l’ancia messa male, non si sa come, glielo aveva tagliato e non smetteva di sanguinare. Dovevamo aprire la serata ed ancora sanguinava. Poi abbiamo iniziato il concerto e, come dicevo prima, io ho semplicemente suonato ed Herb anche. Tutto è andato a meraviglia e, sentita la registrazione fatta dalla televisione serba, Herb era super contento, soprattutto di come aveva suonato lui (cosa rara). Io non ho più parlato del suo labbro e lui della mia febbre curata con le grappe di prugne. La registrazione è uscita su CD pubblicato dalla JMood – un favore personale fattomi da Paul Collins – con il titolo an evening with herb geller & the roberto magris trio” e le recensioni viaggiano sulle 4 e 5 stelle… Morale: quando si sta male è meglio? Adesso però me ne viene in mente anche un’altra. Poi, scelga lei.. Eravamo a Kansas City in studio di registrazione io, Art Davis e Jimmy “Junebug” Jackson (per tanti anni batterista di  Jimmy Smith, l’organista). Per risparmiare sul costo dello studio, il produttore Paul Collins aveva optato per la session notturna. Mi sembra 5 ore a partire dalle 22. Arrivo in studio, apro il piano, faccio un accordo e sento che il piano non è stato accordato, anzi è proprio scordato e sicuramente non si può registrare. Non si può neanche rinviare, perché il giorno successivo ci attende un volo. Paul Collins è incazzato nero e minaccia di chiedere i danni allo studio. Gli addetti dello studio provano a telefonare all’accordatore. Risponde la moglie che dice che è uscito ed è in qualche pub a bersi una birra, quando ritorna gli dice che lo stiamo cercando. Passa mezz’ora e finalmente lui richiama e dice, no problem arrivo… Ci vuole altra mezz’ora prima che lui arrivi e finalmente a mezzanotte inoltrata si mette ad accordare: “plin-plin”. Io, Art Davis e Junebug nel frattempo ci eravamo messi distesi su un divano a fare zapping alla televisione. Poi, spulciando tra alcuni DVD,  Junebug fa: avete visto l’ultimo film di Rocky con Silvester Stallone? No, nessuno l’aveva visto. E così, mentre l’accordatura procedeva, avevamo cominciato a guardarlo. Sul più bello, verso la fine, all’ultimo incontro di Rocky, quello per la vita, arriva Paul Collins che dice: l’accordatore ha finito, possiamo cominciare. E noi, in coro: eh no… adesso c’è Rocky che fa l’ultimo incontro e guardiamo il film fino alla fine! Paul, incredulo, gira i tacchi e torna in regia. Lo sento dire, sconsolato: hanno deciso che adesso guardano il film… Infine, sulle ali dell’ultima vittoria di Rocky Balboa, abbiamo così registrato kansas city outbound, a cuor leggero e baldanzosi, nonostante fosse ormai l’alba. Poi, come nei film… mattino inoltrato, caffè Starbuck’s e donut, rapido passaggio in albergo per prendere le valigie, e dritti in aeroporto.

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