Il nuovo album “Où sont les notes d’antan” (Stradivarius) cattura l’ascolto

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All’ incauto che gli porgeva il biglietto da visita recante la scritta “traduttor d’Orazio” Alessandro Manzoni, narra la leggenda, rispondeva piccato: “ Orazio si legge, non si traduce”. Non ostante i dissensi della questione, non si possono negare al Manzoni ragioni da vendere. Nell’arte di Dino Betti van der Noot io scorgo un atteggiamento manzoniano. Il musicista nato a Rapallo ci consegna da sempre un ‘’ non etichettabile, concepito per ampi gruppi strumentali; ogni incisione è un progetto a sé, con una precipua ricerca nelle radici di questa musica. La sua scrittura, questa la mia impressione, non cerca di rappresentare la “natura” della musica afro-americana, come è forzato a fare chi, per esempio, intenda emulare solisti e stili.
Piuttosto, l’intento sembra quello di cavare dal ‘jazz’ un “bello ideale”, libero da condizionamenti.
Ne scaturisce una musica sensuale e stilizzata come il profilo di un’anfora egizia. È quella documentata in questo “Où sont les notes d’antan?” (Stradivarius). Si vedono spesso, associate al ‘jazz’, immagini di libertà sfrenata e non sempre controllata; libertà accomunata non di rado a un’idea di genio poco elaborata. Moltissimi, infatti, venerano la sciatteria scambiandola per libertà e non a caso questa parola, libertà, è, insieme alla consorella ‘diritto’, tra le più inflazionate del tempo nostro.
Il ‘jazz’, verissimo, è per antonomasia una musica libera. Ma che significa? Faremo un complimento a Dino Betti dicendogli che la sua musica non giunge in prima istanza ‘libera’, quanto elegante, necessaria, levigata al lume della ragione ed autorevole. L’autore, del resto, è un illuminista che sa come calare l’ascoltatore nel proprio universo facendolo sentire a proprio agio. Betti non è un iconoclasta, sa che distruggere non significa necessariamente ricostruire.
L’antica filosofia vedànta basava il proprio fondamento sulla non credenza dell’esistenza. Per quegli antichi filosofi indiani, i versetti dei loro libri metafisici avevano valore estetico, non già di ragionamento. Dino Betti è, solo in questo senso, un esteta: non nel naturalismo, non nel commercio, soltanto sull’Isola del Bello trova terreno sufficientemente buono da gettarvi l’ancora.
Se plurime possono dirsi le declinazioni del ‘jazz’, uno solo è il linguaggio, la cui profondità può giacere anche in superficie o, diremmo, nell’impronta. Quando posa un accordo sul pianoforte, quando Pat Metheny arpeggia le corde del suo lisergico chitarrone, siamo già entrati nel loro universo… e ancora costoro debbono iniziare a suonare! Anche queste composizioni definiscono, da subito, un ‘loro’ mondo, ed è il più grande merito dell’autore.
Il titolo del disco richiama il poeta del quindicesimo secolo François Villon, una rievocazione serena, depurata da cascami malinconici.
Il linguaggio di Betti van der Noot compositore e arrangiatore è contraddistinto da quel processo di espansione della scrittura da un testo all’altro per cui, parafrasando Maria Bellonci, ogni nuovo disco è opera insieme chiusa e aperta, autonoma e tutta via legata da filo tenace alle precedenti e a quelle che verranno.
Ho particolarmente apprezzato i diversi riferimenti, timbrici più che motivici, all’arte musicale francese, cui evidentemente il compositore è legato: in particolare sono sgusciati dai miei altoparlanti, ispirando la stanza, i fantasmi di Debussy, di Messiaen ma anche dello Xenakis più esoterico. Un esempio tra i tanti si trova nel brano di apertura del CD, che dà il titolo al disco. Ma le citazioni, come spiega anche l’autore nelle note di copertina, sono molteplici. A ben pensarci, forse non mi va più di chiamare ‘orchestra’ la compagine di Dino Betti. La chiamerò ‘Polis’; lì dove regnano l’ordine e il piacere, i solisti sono i cittadini preclari, che reclamano e ottengono il proprio spazio per proferire parola senza prevaricarsi.
Ricordiamone i nomi: Gianpiero LoBello, Alberto Mandarini, Mario Mariotti, Paolo De Ceglie; Luca Begonia, Stefano Calcagno, Enrico Allavena; Gianfranco Marchesi; Sandro Cerino; Andrea Ciceri; Giulio Visibelli; Rudi Manzoli; Gilberto Tarocco; Luca Gusella; Emanuele Parrini; Niccolò Cattaneo; Filippo Rinaldo; Vincenzo Zitello; Gianluca Alberti; Stefano Bertoli, Tiziano Tononi.
Tutti meritevoli di lode per la misura e l’efficacia dei loro interventi.
Il disco è è impreziosito da un artwork dai colori caldi e festosi, opera di Allegra Betti van der Noot.
La resa del suono è chiara, ben intonata allo spirito della musica. Un passo avanti piazzato sul sentiero della migliore produzione contemporanea.

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