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Roberta Brighi L.W. 6Tet – “Lonely Woman” – Caligola 2234

Solo pochi mesi fa, rispondendo ad alcune domande, una jazzista sottolineava come tutto sommato fossero ancora poche le musiciste che si dedicavano al basso. Ebbene nel giro di poco tempo le cose stano cambiando tanto è vero che in questa rubrica sono presenti ben due bassiste: Roberta Brighi, per l’appunto, al basso elettrico e Rosa Brunello di cui ci occupiamo nella successiva recensione. Ma soffermiamoci sulla Brighi. Roberta ha solo 24 anni e ha appena completato gli studi al Conservatorio di Como sotto la guida di Marco Micheli. Evidentemente affascinata dalle teorie armolodiche di Ornette Coleman, presenta un repertorio basato totalmente su quattro album del primo quartetto di Ornette con Don Cherry registrati tra il 1959 e il 1961. Per questa difficile impresa ha chiamato accanto a sé Gianluca Zanello al alto, Natan Sinigaglia al tenore, Lorenzo Biardone al piano, Andrea Bruzzone alla batteria e Giorgia Sallustio alla voce che i lettori di “A proposito di jazz” forse ricorderanno protagonista di una lunga intervista concessaci durante “Udine&Jazz” 2017. A questo punto credo che sia già possibile farsi un’idea della musica contenuta nel CD: resta, comunque da definire se l’esecuzione sia o meno all’altezza dell’originale. Precisando che si tratta di un repertorio di complessa decifrazione, bisogna comunque dire che il gruppo se la cava assai bene soprattutto per merito della sezione ritmica che riesce a rileggere in maniera intelligente le note di Coleman, con la Brighi sempre presente seppure mai invadente (eccellente l’incipit di “Ramblin”) e il batterista Bruzzone preciso, originale a dialogare magnificamente con gli altri compagni d’avventura tra i quali si segnala il pianista Lorenzo Biardone soprattutto per lo splendido assolo di “Congeniality”. Per quanto concerne i singoli brani, sempre affascinante la “title-track”.

Rosa Brunello Y Los Fermentos – “Volverse” – Cam Jazz 79252

La contrabbassista Rosa Brunello giunge al suo terzo CD da leader (il secondo per la Cam Jazz) alla testa di un quartetto con Luca Colussi alla batteria, Alessandro Presti alla tromba e Filippo Vignato al trombone ed effetti elettronici. L’album, registrato durante un alla Casa della Musica di Trieste il 20 febbraio 2017, è godibile e trova la sua principale ragion d’essere nell’ottimo equilibrio raggiunto tra pagina scritta e improvvisazione e nelle diverse strutturazioni dell’organico che conferiscono al tutto una bella varietà timbrica. Ovviamente il merito maggiore di tutto ciò è della Brunello che, oltre ad aver composto quattro sui sei brani in scaletta, sa guidare con mano sicura il gruppo, oltre che farsi valere come strumentista. Eccola, quindi, in funzione meramente di accompagnamento cesellare poche ma “giuste” note, duettando con la batteria o con i fiati; eccola in veste solistica far cantare il proprio strumento; eccola in veste di leader disegnare le varie atmosfere, connettere il tutto sia concedendo ad ognuno il giusto spazio sia richiamando i quattro ad unisoni di rilevante intensità. In tali contesti spiccano, come si accennava, le qualità individuali di Presti trombettista di rara solidità e di Filippo Vignato, rivelazione degli ultimissimi tempi a costituire una front-line molto efficace con interventi solistici di largo respiro, ambedue in grado di perfettamente dialogare con la batteria di Luca Colussi, che oramai da tempo si è affermato come uno dei più innovativi drummer della sua generazione. I brani sono tutti ben costruiti con una prevalenza, assolutamente soggettiva, per “Christmas Tree” caratterizzato da una illuminante introduzione di Luca Colussi che è anche l’autore del brano.

Danish String Quartet – “Last Leaf” – ECM 2550

Non è facile ascoltare musica del genere sia per la qualità intrinseca della stessa sia per l’assoluto livello dell’esecuzione. In effetti il “Danish String Quartet” è, nel suo genere, uno dei numeri uno a livello mondiale. Dopo aver inciso sempre per la ECM un album pubblicato nel 2016 e dedicato a Thomas Ades, Per Norgard e Hans Abrahamsen, il quartetto torna in pista con questo “Last Leaf” che conferma quanto di buono il gruppo aveva già evidenziato. Il quartetto d’archi, cui in alcuni brani si aggiungono un pianoforte e un harmonium, affronta questa volta un repertorio basato sulla musica folcloristica dei Paesi del Nord Europa. In particolare, come spiegano i quattro musicisti, l’album trae ispirazione da un natalizio danese “Now Found Is The Fairest Of Roses” pubblicato nel 1732 dal teologo e poeta danese H. A. Borson. Di qui tutta una serie di riletture, reinterpretazioni di brani che fanno parte della tradizione di quei fantastici luoghi e che, sempre secondo le note che accompagnano l’album, avevano una funzione sociale. Il “Danish String Quartet” è andato a ripescare questi tesori e ce li propone in una veste smagliante, a tratti affascinante, ammaliante senza alcunché tradire dell’originario spirito. E rendere attuali pezzi non classici che hanno alcuni secoli di storia è impresa tutt’altro che semplice. Si ascolti, ad esempio con quanta grazie e maestria è presentata “Dromte mig en drom”, una ballata danese del ‘300, mentre per il suo andamento ritmico si fa particolarmente apprezzare “Shine you no more” scritto da uno dei componenti il gruppo, il violinista Sorensen. Ma ogni singolo pezzo è da ascoltare con la massima attenzione date le molte sorprese che riserva e che si possono scoprire man mano dopo ripetuti ascolti. Il fatto è che, come si accennava in apertura, il “Danish String Quartet” è uno dei migliori ensemble da camera oggi in circolazione: l’empatia tra i quattro è semplicemente stupefacente, serrato lo scambio tra i musicisti, sempre ben calibrate le armonizzazioni, perfetto il controllo ritmico così come il controllo della dinamica. Non a caso nei “pieni” si ha quasi la sensazione di ascoltare un’intera orchestra d’archi e non quattro soli artisti. Insomma un disco imperdibile per chi ama la buona musica al di là delle etichette…ché come avrete già capito in questa circostanza non è proprio il caso di parlare di jazz.

De Mattia, Pacorig, Maier, Giust – “Desidero vedere, sento” – Setola di maiale

De Mattia Suono madre – “Ethnoshock!” – Caligola

Ogni volta che ascoltiamo Massima De Mattia ci chiediamo da quale recondito anfratto della sua anima sgorghi questa musica al tempo stesso così coraggiosa, vitale e assolutamente coerente pur nella sua assoluta estemporaneità. In effetti, come lo stesso flautista ama spesso ripetere, la sua non è tanto ‘musica improvvisata’ quanto ‘creazione istantanea’ ovvero musica composta sul momento e fortemente influenzata da tutto ciò che sta attorno: quindi rumori del traffico, suono di campane, atteggiamento del pubblico e via di questo passo. Se ne volete una prova ascoltate con attenzione il secondo album, “Ethnoshock!”, registrato dal vivo durante ‘Udin&Jazz’ del 2017 che non caso si intitolava per l’appunto “Ethnoshock!”. Già in sede di recensione del Festival avevamo sottolineato come questa performance fosse stata una delle migliori, se non la migliore in assoluto, performance della manifestazione. De Mattia, ben sostenuto da Luigi Vitale vibrafono, balafon ed effetti elettronici, Giorgio Pacorig al Fender Rhodes e Zlatko Kaucic alla batteria e percussioni sfodera una sicurezza ed una visione d’assieme assolutamente straordinarie; il quartetto si muove praticamente ad occhi chiusi senza un attimo di stanca di indecisione. Insomma non possiamo che ribadire quanto già scritto a proposito del Festival di Udine a cui rimandiamo i lettori che volessero ulteriormente approfondire.
Un altro quartetto è il protagonista anche del primo album, “Desidero vedere, sento”. Questa volta De Mattia suona con Giorgio Pacorig al piano, Giovanni Maier al contrabbasso e Stefano Giust alla batteria in una performance registrata dal vivo all’ Angelica – Centro di Ricerca Musicale (art director: Massimo Simonini) di Bologna l’11 ottobre del 2016. Ancora una volta la dimensione live enfatizza le doti non solo di De Mattia ma anche dei suoi compagni di viaggio a costituire un combo di straordinari improvvisatori. Forse non ci sarebbe bisogno di sottolinearlo, ma i quattro si muovono nell’ambito di una dimensione libera, scevra di qualsivoglia condizionamento ma proprio per questo assai pericolosa. Il rischio di cadere nel manierismo, nel deja-vu, nello scontato è dietro l’angolo, può palesarsi in ogni momento: basta un calo di tensione, un input non recepito nel giusto verso e la frittata è fatta, non si torna indietro. Ebbene nulla di tutto ciò si percepisce ascoltando l’album: viceversa vengono in primo piano la passione, la dedizione, la spontaneità, l’onestà intellettuale di questi quattro artisti che non a caso sono oramai considerati tra i migliori improvvisatori non solo a livello nazionale. Di qui una musica certo di non facile ascolto ma sempre innervata da un perfetto controllo della dinamica (ben resa dalla registrazione) e da una sorta di lirismo che non sfugge ad un orecchio allenato anche quando non si appalesa immediatamente ma scorre come sotto traccia.

Kit Downes – “Obsidian” – ECM 2559

Ancora un disco insolito nel catalogo di Manfred Eicher. Protagonista il pianista inglese Kit Downes il quale, dopo aver imparato a suonare l’organo nella cattedrale di Norwich, si è fatto conoscere dal pubblico del jazz sia per le esibizioni del suo abituale trio sia per le numerose collaborazioni con artisti di grosso calibro soprattutto nel campo dell’avanguardia. Per questo debutto in casa ECM come leader – aveva già inciso per l’etichetta tedesca accanto a Thomas Strønen nell’album “Time Is A Blind Guide” del 2014 – si presenta nella veste di organista alle prese con tre diverse tastiere appartenenti agli antichi organi a canne di altrettante chiese: St. John di Snape, nella contea di Suffolk, St. Edmund di Bromeswell ancora nel Suffolk e Union Chapel a Londra. Il repertorio, affrontato in solitudine (eccezion fatta per la presenza del sassofonista Tom Challenger in “Modern Gods”) si basa per otto decimi su composizioni originali dello stesso Downes cui si aggiungono il brano conclusivo scritto a quattro mani con il padre Paul e la tradizionale ballad scozzese “Black Is The Color”. Risultato? Ovviamente anche in questo caso parlare di jazz è inopportuno; parlare di buona musica invece è del tutto pertinente. In effetti Downes, avendo scelto tre strumenti dalle diverse caratteristiche – uno grande (quello londinese, del 1877), uno medio e uno piccolo (in origine un harmonium, quindi senza pedale) – ha modo di estrinsecare appieno le sue potenzialità come strumentista e come fervido compositore-improvvisatore. Le atmosfere disegnate sono prevalentemente pensose, plumbee coinvolgenti nella loro bellezza con Downes, gran sacerdote delle dinamiche, pronto a evidenziare ogni pur minima possibilità espressiva dello strumento tanto da far addirittura ascoltare in “The Bone Gambler” i rumori meccanici dello strumento grazie alla posizione ravvicinata dei microfoni. E per avere un’idea della grande varietà contenuta nell’album basta ascoltare in rapida sequenza il primo e l’ultimo brano: all’ampia regalità di “Kings” registrato a Londra con l’organo grande si contrappone “The Gift” registrato con il piccolo organo della St. Edmund Church, sicuramente il brano più solare dell’intero album.

Michael Mantler – “Comment C’est” – ECM 2537

Avete presente il concetto di musica ‘consolatoria’? Bene, con questo album siamo nel territorio completamente opposto, vale a dire una musica che non solo nulla ha di consolatorio ma anzi si prefigge di illustrare «l’ambiente omnipervadente di odio, avidità e corruzione», facendoci riflettere su alcuni dei mali che affliggono la società odierna, come intolleranza, guerra, commercio, follia… termini, che guarda caso, sono anche i titoli di alcuni dei dieci brani contenuti nel CD. A comporli (musica e testi in francese) è il trombettista Michael Mantler che rende esplicito il suo intento affermando di non essere «più in grado di ignorare eventi mondiali travolgenti ed oltraggiosi». A coadiuvarlo in questa difficile impresa il Max Brand Ensemble diretto da Christoph Cech, il pianoforte di David Helbock e soprattutto la voce della vocalist francese Himiko Paganotti, alla quale è ovviamente affidato il compito più gravoso di rendere al meglio la musica di Mantler. E occorre dire che per il vostro cronista è stata una bella scoperta: figlia d’arte (il padre è il contrabbassista Bernard Paganotti, e la madre la pittrice giapponese Naoko Paganotti) Himiko se la cava egregiamente dando corpo e spessore alle non facili composizioni del leader. Le atmosfere sono gravi – e non potrebbe essere diversamente dati i temi trattati – e richiamano un sound cameristico che solo grazie agli interventi sempre ben calibrati e melodicamente pertinenti di Mantler ci riportano in territori non lontanissimi dal jazz. In quest’ambito il gioco delle dinamiche è essenziale con un alternarsi di vuoti e pieni che rende assai interessante l’ascolto anche perché il Max Brand Ensemble assolve la funzione di fondale su cui si stagliano la voce della Paganotti e gli strumenti di Helbock e di Mantler. A quest’ultimo, al di là della valenza musicale, bisogna riconoscere il coraggio di aver concepito e realizzato un’opera che tende alla riflessione indipendentemente da un qualsivoglia riscontro di pubblico e/o di critica.

Björn Meyer – “Provenance” – ECM 2566

Album di grande suggestione ed interesse questo inciso dal chitarrista Björn Meyer nell’agosto del 2016. In effetti se i dischi per solo contrabbasso non sono infrequenti, non altrettanto si può dire per la chitarra basso, strumento già poco utilizzato anche in contesti diversi dal solo. Non è quindi esagerato affermare che questo CD rappresenta il punto più luminoso di una carriera che ha visto Meyer impegnato su diversi fronti ma sempre alla ricerca, come egli stesso afferma, del proprio ‘suono acustico’ ad onta del fatto che il suo strumento è elettrico. Stabilitosi in Svizzera dalla natia Svezia, Meyer lavora con l’arpista e vocalist persiana Asita Hamidi, con lo svedese Johan Hedin specialista di nyckelharpa, con Anouar Brahem, e per ben dieci anni con il gruppo Ronin di Nik Bärtsch in veste di solista. Adesso, dopo anni di attenta preparazione, eccolo compiere il salto di qualità: prepara un repertorio di dodici brani da lui scritti (ad eccezione di “Garden Of Silence” della già citata Asita Hamidi) e si presenta al giudizio degli ascoltatori per illustrare i risultati di un lungo studio sul rapporto tra sperimentazione sonora e l’acustica dei luoghi. In effetti, anche se il suo strumento non è tecnicamente parlando acustico, tuttavia Meyer afferma esplicitamente che il modo in cui l’acustica del luogo impatta non solo sul suono ma anche sulla stessa maniera di improvvisare è stato per lui sempre motivo di sorpresa e di ispirazione per cui in questo progetto solitario oltre a lui e al suo strumento c’è un altro protagonista ed è il luogo in cui si è svolta l’incisione. Ed il luogo è il celebre Stello Molo RSI de Lugano. Ovviamente non abbiamo la controprova, non sappiamo cioè se la stessa musica registrata in un luogo diverso sarebbe risultata egualmente valida, comunque limitandoci a ciò che si ascolta nell’album, bisogna dire che la presa di suono è semplicemente perfetta: la musica di Meyer, raffinata, si basa molto su dettagli, financo minimi, che nell’album sono resi benissimo. Così la musica si dipana di brano in brano sempre caratterizzata da uno spiccato senso melodico che si evidenzia soprattutto in “Trails Crossing” e “Pendulum”.

Maciej Obara Quartet – “Unloved” – ECM 2573

Di sicuro spessore questo quartetto polacco-norvegese guidato dal sassofonista polacco Maciej Obara, al cui fianco troviamo il connazionale Dominik Wania al pianoforte e due norvegesi, Ole Morten Vågan al contrabbasso e Gard Nilssen alla batteria. Per questo suo album d’esordio in casa ECM Obara ha scritto ben sei dei sette brani eseguiti con l’aggiunta di “Unloved” del grande Krzysztof Komeda, autore preferito del regista Roman Polański. E proprio il regista, assieme al trombettista Tomasz Stańko, rappresenta la principale fonte di ispirazione per questo sassofonista che al suo attivo può vantare una collaborazione proprio con Stańko nell’ambito del “New Balladyna Quartet”. Venendo ai contenuti dell’album, ci sono diversi aspetti da evidenziare. Innanzitutto la felice vena compositiva del leader che, pur privilegiando la ricerca melodica, è comunque riuscito a comporre un quadro a tinte variegate in cui ballad, brani più sperimentali (“Sleepwalker”), ritmi veloci si susseguono senza che l’insieme perda un minimo di omogeneità e coerenza. Particolarmente convincenti, in questo quadro, “One for” splendida ballad impreziosita da un assolo di Wania, “Unloved” porto con rara delicatezza con ancora Wania in bella evidenza, ed “Echoes” in cui, dopo una introduzione di Wania, la scena è conquistata dal sassofonista che si lancia in un lungo e spericolato assolo con alle spalle uno strepitoso dialogo tra batteria e contrabbasso; a chiudere ancora un intervento di Wania. Da quanto già detto, risulta evidente il ruolo di primissimo piano del pianista Dominik Wania sempre sorretto da un’eccellente sezione ritmica elegante, precisa, mai invadente, capace di creare un ricco tappeto musicale su cui innestare gli assolo di pianoforte e sassofono. Ed è proprio il sassofonista Maciej Obara il principale artefice della riuscita dell’album. Obara ha un suono caldo, avvolgente con una punta di malinconia che richiama il jazz nordico, un fraseggio essenziale scevro da qualsivoglia esibizionismo e una spiccata propensione ad ascoltare i compagni di viaggio dando loro adeguato spazio per esprimersi compiutamente. Insomma un bel quartetto di cui sentiremo ancora parlare.

Luca Zennaro – “Javaskara” – Caligola 2237

Album interessante questo inciso dal quartetto guidato dal chitarrista Luca Zennaro e completato da Nicola Caminiti – alto sax, Nicolò Masetto – double bass e Marco Soldà – batteria cui si aggiunge in due brani il bolognese Federico Pierantoni al trombone. In repertorio sette brani scritti tutti da Luca Zennaro eccezion fatta per “Giochi di luce” dovuto alla penna di Marco Tamburini. Il progetto nasce nell’estate del 2016 presso i corsi di alto perfezionamento musicale di Siena Jazz e vede impegnati musicisti giovani, talentuosi e promettenti. In effetti, Luca Zennaro, di Chioggia, ha da poco compiuto 21 anni e sta ancora frequentando il Dipartimento Jazz del Conservatorio di Rovigo, dove ha avuto modo di farsi apprezzare nel suo ultimo anno di insegnamento da Marco Tamburini. Questo è quindi il suo primo album da leader ed anche se si nota qualche ingenuità, qualche momento di stanca, nel complesso questa prova d’esordio è più che positiva tanto da poter affermare, senza tema di smentita, che di questi jazzisti sentiremo ancora parlare. Il gruppo funziona bene e riesce a catturare l’attenzione dell’ascoltatore. Ciò per merito sia della bravura dei singoli, sia degli arrangiamenti in grado di far emergere le potenzialità dei singoli, sia della felice vena compositiva del leader. Così i vari pezzi sfuggono a qualsivoglia sensazione di ripetitività con qualche punta di eccellenza come, ad esempio, in “Ritorno a Baker Street” brano che apre l’album e che viene ripreso in chiusura. Un’ultima notazione concernente il titolo dell’album che ha incuriosito anche il vostro cronista; ebbene il termine “Javaskara” nulla ha a che vedere con una qualche lingua dell’Europa orientale trattandosi, invece, di una versione di ‘giavascara’, parola che nel dialetto dei nonni polesani di Luca significa scapigliato.

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