Seguendo un po’ le sorti di un Paese messo piuttosto male

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Come sanno quanti seguono questo blog, fino a qualche anno fa avevo l’abitudine di commentare i risultati del Festival di Sanremo. Poi viste le polemiche, spesso senza senso, che tutto ciò provocava, ho finito col lasciar perdere.

Ma, come spesso accade, ogni pazienza ha un suo limite e tale limite questa volta è stato ampiamente superato. Abbiamo assistito a qualcosa che fa il paio con quanto accade nella società dando ragione a quanti affermano che il Festival è in qualche modo lo specchio del Paese reale. E allora il Paese è fermo, impallato, bloccato e il Festival si è impantanato sulle secche di un regolamento tanto assurdo quanto incomprensibile.

Ma, prima di entrare nel vivo del problema, è necessario porre alcune premesse. Innanzitutto non entro nel merito di chi ha vinto o non ha vinto ché, come dice l’amico , “commentare queste cose è impossibile poiché per commentare il nulla musicale ci vorrebbero armi dialettiche troppo affilate che forse non sono state ancora inventate”.

Allora il problema si sposta su chi decide cosa. Il regolamento di quest’anno – lo riassumiamo in poche righe – si basava sul concorso di tre giurie: quella popolare (che si esprimeva con il televoto a pagamento) quella della sala stampa e quella della cosiddetta “giuria di qualità”.

Ora una giuria per essere tale deve basarsi su determinate competenze. Mi spiego meglio: se è previsto un televoto (ripeto a pagamento) allora significa che si vuole premiare la popolarità di un artista, a scapito forse della qualità. Viceversa se si dà la prevalenza ad una giuria di esperti, allora si vuol dare preminenza alla qualità (o presunta tale).

Ma è proprio qui che casca l’asino. Una giuria di esperti dovrebbe essere veramente tale, ma nel caso di Sanremo è davvero così?

Consentitemi di avere qualche ragionevole dubbio. Innanzitutto la giuria della sala stampa è composta da circa quattrocento giornalisti, di tutte le testate italiane; ora avendo ben presente in quale considerazione sia tenuta la musica dalla carta stampata, a come vengono pagati quanti si occupano di questo settore, mi sembra più che ragionevole avanzare qualche dubbio sulla competenza in oggetto. Non aiuta poi la notizia che qui di seguito riportiamo senza commenti. Si tratta di un video postato sui social da Francesco Facchinetti. Siamo al momento finale della kermesse, alla proclamazione del vincitore. Ma si inizia, ovviamente, dal terzo posto. E quando Claudio Baglioni annuncia che in terza piazza ci sono i tre tenorini de Il Volo, si scatena il delirio. In molti, anzi moltissimi, esultano. E c’è anche una donna che urla: “Mer***”. Facchinetti, in calce al video e riferendosi ai giornalisti che insultavano i tenorini, ha commentato: “Io vi prenderei a calci in cu*** fino alla fine del mondo: idioti, cogl*** e buffoni”. E questi giornalisti vi sembrano in grado di valutare alcunché? E, mentre ci siamo, quanti di questi che votano sono davvero “giornalisti” ché non basta scrivere (male) qualche articolo per essere considerato “giornalista”

Ma non basta in quanto oltre a questa cosiddetta giuria ce n’era un’altra pomposamente chiamata “giuria di qualità”. Ma vediamone più da vicino i componenti: Mauro Pagani (musicista), Elena Sofia Ricci (attrice), Ferzan Ozpetek (regista, sceneggiatore e scrittore turco naturalizzato italiano), Serena Dandini (conduttrice televisiva e autrice televisiva), Claudia Pandolfi (attrice), Beppe Severgnini (giornalista, saggista, umorista, opinionista, accademico italiano e chi più ne ha più ne metta…peccato che non risulta particolarmente esperto in fatti musicali), Camilla Raznovich (conduttrice televisiva) e Joe Bastianich (chef e musicista). Quindi solo due soggetti su otto hanno specifiche competenze in materia. E allora che cavolo di “giuria di qualità” è?

Come se ne esce? Secondo me sciogliendo l’equivoco. Si vuol fare di Sanremo un festival davvero di qualità? Allora si selezioni una giuria non mastodontica e composta di “veri” esperti e si lasci loro l’onere di decidere.

Si vuol conservare il carattere nazional popolare del Festival? Allora si lasci la parola agli spettatori (che, lo ripetiamo, per votare pagano mentre i cosiddetti giudici sono lì certo non a loro spese).

Ma evitiamo quanto accaduto quest’anno che il voto popolare sia stravolto da due giurie composte nel modo che abbiamo illustrato.

 

P.S. La Berté meritava un premio se non altro per la straordinaria carriera; qualcuno spieghi a Ultimo che al momento non è nessuno e che se non mette da parte la boria che lo ha contraddistinto nel dopo Festival non andrà da alcuna parte.

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