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Franco Mondini usava le parole come le bacchette: in modo anticonvenzionale, con profondo feeling, sprigionando personalità, arguzia, spirito critico e a volte sarcastico. Il batterista nonché giornalista torinese è morto il 29 giugno nella sua città, era nato nel 1935 e la sua esistenza si può dividere in due sequenze: dal 1951 fino alla fine degli anni ‘60, quando fu essenzialmente un jazzista molto apprezzato sia in Italia che in Europa; dagli anni ‘70 fino a pochi giorni fa, fase in cui si dedicò soprattutto al giornalismo per <<La Stampa>> e <<Stampa Sera>>, con vari incarichi di cronista, redattore, inviato e critico musicale, anche e soprattutto di jazz. In realtà la bruciante passione per la musica afroamericana e la batteria non l’hanno mai lasciato e Mondini ha continuato a suonare – con qualche concerto “privato” – e ad insegnare ad un ristretto numero di allievi. Lunedì 1° luglio si sono svolti i funerali al Cimitero Monumentale di Torino.

Iniziò a sei anni a studiare la fisarmonica sotto la guida di Renato Germonio, passando quindicenne alla batteria come autodidatta, anche se nel 1955 si diplomò in teoria e solfeggio presso un liceo musicale e nel 1956 fu allievo di Kenny Clarke. Fin dal 1951 partecipava alle jam session cittadine schierandosi con i “modernisti”, al fianco di Piero “Peter” Angela, Nini Rosso, Dick Mazzanti ed altri. A metà degli anni ’50 spiccò il volo come batterista del quintetto di Nunzio Rotondo e del trio di Amedeo Tommasi. La fama di Mondini passò ben presto le Alpi portandolo a collaborare con Bill Smith, Tete Montoliu e soprattutto Chet Baker, a partire dal 1959. Il batterista torinese – insieme al pianista bolognese Tommasi e al contrabbassista lucchigiano Giovanni Tommaso – accompagnarono a lungo il trombettista americano in un sodalizio di grande spessore. Nel 2006 il Mondini scrittore ne avrebbe parlato nel libro autobiografico “Sulla strada con Chet e tutti gli altri”, che furono tanti: René Thomas, Stephane Grappelli, Bobby Jaspar, Don Byas, Gato Barbieri, Franco Ambrosetti, Enrico Rava, Peter Brotzmann. Anche negli anni ’70, quando era più dedito al giornalismo, Franco Mondini ha suonato con Benny Bailey,  Palle Danielsson, Pepper Adams. A lungo lo Swing Club di Torino – negli anni ’60 una cave di interesse continentale – ha rappresentato la sua “base”.

Il batterista-giornalista è stato anche autore di un secondo libro, “Fuck Fiction” (2006) in cui narrava con uno stile epigrammatico quanto efficace, schegge della propria vita di uomo e musicista, senza nulla omettere e parlando senza veli della propria tossicodipendenza, dell’infanzia durante la lotta di liberazione, dei tanti musicisti frequentati e conosciuti, degli avventurosi viaggi e concerti in Europa (soprattutto Francia, Olanda e Germania). In “Fuck Fiction” le parti migliori sono, con ogni probabilità, i capitoletti intitolati “Mi ricordo” in cui Mondini con brevi frasi evocava e tratteggiava esperienze e persone, situazioni e sentimenti, riflessioni e pensieri che – se fossero stati sviluppati – avrebbero generato più di un libro. Il tutto scritto, come recita sapientemente la quarta di copertina, <<con uno stile rapido, ritmato come un assolo di batteria e uno sguardo sempre fuori dagli schemi, lucido, ironico e appassionato>>.

E’ morto, in fondo, con Franco Mondini un protagonista di una stagione per certi versi “eroica” del jazz italiano, quella cresciuta suonando con gli americani e con i jazzisti europei, a volte contro tutto e contro tutti, in una stagione creativa e pionieristica.

Luigi Onori

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