La Kabbalah in musica con Gabriele Coen

“Malkuth”: il regno, il terreno, i piedi secondo la Kabbalah, alla base del misticismo ebraico che connette trascendente ed immanente. Il Gabriele Coen quintet ha chiuso il suo concerto (8/11) al Pitigliani Centro Ebraico Italiano con un brano ispirato al più “terrestre” dei livelli kabalistici, di fronte ad un pubblico da tutto esaurito. Il luogo è a Trastevere in una delle rare zone medievali, un posto ad alta suggestione poco lontano dal Lungotevere e sulla sponda opposta a quella dove c’è la Grande Sinagoga.

Il recital del pluristrumentista (sax soprano e tenore, clarinetto) e compositore romano è il terzo appuntamento del Roma Jazz Festival. Nella sua 41a edizione la rassegna, diretta da Mario Ciampà, esplora i rapporti tra musica di ispirazione afroamericana e spiritualità: terreno fertile, vasto, a tratti scivoloso, significativo. <<Oggi, il jazz … (è) una lingua franca, parlata da musicisti di tutto il pianeta. In un clima politico – si legge nel comunicato stampa del RJF – come quello attuale, lacerato da conflitti etnico-religiosi, c’è più che mai bisogno di un simile esperanto comune, che aiuti a superare barriere ideologiche e politiche in nome di una comune spiritualità: quella della musica>>. Così la rassegna (5-31 novembre) si svolge in vari luoghi (Parco della Musica, soprattutto; Casa del Jazz, Alcazar, il Pitigliani, Sacrestia del Borromini, S.Nicola da Tolentino, il Pantheon) <<scelti con il criterio di maggior suggestione, riflessione, per ognuno dei progetti presentati dagli artisti>>, come nel caso di Gabriele Coen.

ph: Davide

Fortemente radicato nella tradizione, “Sephirot. Kabbalah in Music” è un progetto (ed un Cd, Parco della Musica Records) che musicalmente guarda al Miles Davis elettrico come a Electric Masada e The Dreamers di John Zorn, estimatore e produttore per la sua Tzadik di Coen. Il quintetto vanta una lunga storia e vede, alle ance del leader, affiancarsi il Fender Rhodes di Pietro Lussu, la chitarra del giovane ed interessante Francesco Poeti, il basso elettrico di Marco Loddo e la batteria di Luca Caponi (Lussu e Lutte Berg – altro chitarrista del gruppo – sono anche compositori). Dieci brani per altrettanti livelli della kabbalah, partendo da “Kèter” (la corona, ispirazione dell’universo). La musica muta nei vari livelli, mantenendo un impianto modale e combinando chitarra-piano elettrico con le tre ance del leader, magistrale soprattutto al soprano ed al clarinetto. In un repertorio eccellente emergono “Binàh” (intelligenza, la sfera femminile) e “Tifèret” (bellezza, il cuore) ma in ogni brano risaltano il sovrapporsi e fondersi di fiati e chitarra, la marcata personalità dei temi e l’alternarsi dei ritmi.

Luigi Onori

“Il jazz italiano per le terre del sisma” con oltre 30.000 partecipanti

 

La scossa di martedì scorso (5 settembre) – con epicentro a Campotosto vicino L’Aquila – ha ricordato quanto sia ancora profonda e aperta la “ferita” dei terremoti che hanno colpito quattro regioni dell’Italia centrale (Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche) tra il 2009 e il 2016. Attraverso la musica, la solidarietà, la mobilitazione di jazzisti e pubblico – in una chiave ricostruttiva e positiva – la rassegna “Il jazz italiano per le terre del sisma” (31 agosto-3 settembre) aveva riacceso i riflettori sui luoghi terremotati pochi giorni prima, per non dimenticare e per guardare al futuro.  Iniziata a Scheggino e transitata per Camerino, la manifestazione ha fatto tappa il 2 ad Amatrice. Qui sarà costruito ex-novo un Centro Polifunzionale, uno spazio per le arti; vista l’impossibilità di riedificare lo storico cinema-teatro Garibaldi, tutti i fondi raccolti dall’iniziativa dei jazzisti italiani (fin dall’edizione 2016) saranno destinati a questo luogo-simbolo. Nel sito dove sorgerà il Centro Polifunzionale di Amatrice hanno suonato Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura, tromba e bandoneon, in un evento di apertura promosso dalla Croce Rossa Italiana (proseguito, poi, con altri concerti nel piazzale dell’ex Istituto Alberghiero).

Ma è stato a L’Aquila – come nella I edizione del 2015 – che si è concentrata domenica 3 settembre la maggioranza degli eventi: diciotto palchi sparsi nella città dove circa settecento jazzisti italiani di varie regioni, stili e generazioni (in base ad un democratico criterio di rotazione) hanno suonato (esibendosi gratuitamente) dalle 11 all’una di notte.

Alle spalle di questa mobilitazione di energie positive ci sono enti, strutture e persone. “Il jazz italiano per le terre del sisma” è stato promosso da Mibact, 723a Perdonanza Celestiniana nonché dalle città de L’Aquila, Amatrice, Scheggino e Camerino. Sponsor principale è la SIAE ma la costruzione materiale dell’esteso happening sonoro è frutto del lavoro del direttore artistico Paolo Fresu, di I-Jazz (che raccoglie parecchi festival e organizzatori nazionali), dell’associazione MIDJ (Musicisti Italiani di Jazz, con la sua dinamica presidentessa Ada Montellanico) e della romana Casa del Jazz. Come per le precedenti edizioni, si è realizzato un coordinamento di settore non comune nel nostro Paese, attraverso un lavoro preparatorio (volontario e gratuito) durato molti mesi.

Tanto lavoro ha rischiato di esser messo in forse dal maltempo ma – dopo una notte di forti temporali –  il sole si è alternato alle nubi consentendo lo svolgimento della rassegna all’aperto (anche se erano state predisposte situazioni al chiuso). Trentamila le persone che sono alla fine transitate a L’Aquila per “Il jazz il jazz italiano per le terre del sisma”, un risultato importante considerate le minacce atmosferiche e il ripetersi “usurante” di iniziative di solidarietà.

Pubblico, musicisti e politici (dal ministro Franceschini al sindaco Pierluigi Biondi) si sono ritrovati nel concerto di apertura alla Fontana delle 99 Cannelle alle 11: luogo fortemente simbolico per la gente aquilana, restaurato e magnifico sotto il sole; ben visibile, tuttavia, dalla fontana un edificio transennato ed inagibile. La voce di Peppe Servillo ed i Solis String Quartet hanno dato corpo alla magia della musica, a quell’immateriale che serve al materiale per credere ancora nella vita, nella bellezza. Gli artisti si sono esibiti in un repertorio di brani della canzone napoletana, con omaggi a Fausto Cigliano e Nino Taranto. Il primo appuntamento ha visto anche discorsi e premi, con un chiaro impegno per la ricostruzione da parte della politica e la volontà concreta di contribuire alla rinascita della città da parte del jazz italiano.

Per il secondo concerto (ore 12) si è saliti dalla Fontana delle 99 Cannelle all’area dov’era la Casa dello Studente (vi hanno cantato le Saint Louis Voices, dirette da Milena Nigro); il percorso mette drammaticamente in evidenza quanto ancora ci sia da riedificare. Ancora sul posto una parte delle macerie dell’edificio dove sono morti otto studenti universitari ma altri quarantasette – alloggiati in case private – sono scomparsi per il terremoto del 2009. Sono stati ricordati prima del concerto e si è chiesto un “luogo della memoria” per non dimenticarli.

Dalle 14 sino all’una di notte “Il jazz italiano per le terre del sisma” si è articolato su altri sedici palchi; ben presenti misure di sicurezza che, comunque, non hanno limitato la possibilità di fruire dei molteplici appuntamenti e percorsi sonori. Dal duo alla big-band si è ascoltato un variegato spaccato stilistico e generazionale della musica di ispirazione afroamericana nel nostro paese. In ogni sede di concerto c’era, inoltre, la possibilità di versare un contributo economico per il centro polifunzionale di Amatrice; il pubblico, soprattutto a partire dalle ore 16, è iniziato ad aumentare fino alla cifra già ricordata di 30.000 persone. In vendita in alcuni punti c’era anche il nuovo libro curato dall’associazione MIDJ che racconta – attraverso foto e testimonianze di musicisti – l’edizione dell’altr’anno: “il jazz italiano per Amatrice” (coordinamento editoriale di Marcello Allulli; comitato redazionale di Maria José Galindo e Paolo Soriani; 190 pagine, euro 25). I fondi raccolti con la vendita del volume di grande formato, pagate le spese di realizzazione, andranno sempre per la struttura culturale amatriciana.

Un vero peccato che la parte serale dei concerti tenutasi nel piazzale davanti alla Basilica di Collemaggio (ancora in restauro) – condotta da Geppi Cucciari –  sia slittata di un’ora e mezza nel suo svolgimento. Per questo motivo hanno suonato ad ora troppo tarda il pianista Enrico Intra (in duo con Marcella Carboni all’arpa) e Marcello Rosa (con una formazione di soli tromboni), musicisti ultraottantenni di grandissima levatura a cui, peraltro, MIDJ ha dato un premio alla carriera. Uno svarione organizzativo che ha visto il pubblico, complici le temperature rigide, scemare dopo il concerto di Mario Biondi (preceduto da banda di Paganico, big-band del Conservatorio de L’Aquila diretta da Massimiliano Caporale, quartetto di Gegè Munari e seguito dal duo Franco Ambrosetti/Dado Moroni) e prima dei “senatori” Intra e Rosa: si sarebbe potuto evitare modificando la scaletta degli interventi, che sono proseguiti con i recital di Gegè Telesforo “SoundzforChildren”, del pianista Rossano Sportiello, di Remo Anzovino e Roy Paci in “Fight for Freedom – Tribute to Muhammad Ali”.

Nel corso del pomeriggio chi scrive ha avuto la possibilità di ascoltare alcuni recital, che si susseguivano nei vari luoghi a distanza di un’ora o quarantacinque minuti. La centrale piazza Duomo – dove i restauri procedono – ha ospitato in un vasto palco formazioni orchestrali, tra cui la Roberto Spadoni & New Project Orchestra; la formazione – diretta dal chitarrista e didatta romano – vede, tra gli altri, Roberto Cipelli al piano, Giovanni Falzone alla tromba e Mauro Beggio alla batteria ed ha un repertorio vivace ed originale che si rifà all’album “Travel Music: l’Italia dal finestrino” (Alfa Music). Lungo l’asse centrale di corso Vittorio Emanuele si affacciano edifici storici i cui chiostri sono stati luoghi di musica. A palazzo Cappa Cappelli il trombettista/flicornista Giovanni Di Cosimo si è esibito con il gruppo elettrico “Nu”, in una formula che attualizza il linguaggio davisiano arricchendolo di tensioni e visioni contemporanee. Poco distante c’è Palazzo Natellis che ha visto l’applaudito recital di Marco Colonna (ance), Eugenio Colombo (ance, flauto) ed Ettore Fioravanti (batteria), il trio “Rahsaan” che propone un’originale e policroma lettura del repertorio di Roland Kirk.

Centralissimi la basilica di San Bernardino e la scalinata ad essa antistante. Come nel 2015, all’interno della magnifica chiesa si sono susseguiti recital pianistici fra cui quelli di Roberto Magris e Mario Piacentini. Quest’ultimo ha saturato lo spazio con brani dal sapore ora minimalistico ora più decisamente jazzistico, arrivando a distillare suoni in grande sintonia con lo spazio e gli spettatori. Sulla scalinata – con una magnifica vista sugli Appennini e su una zona de L’Aquila ancora caratterizzata dalle gru – ha suonato l’orchestra “L’Insiùm” del pianista Glauco Venier e del direttore-arrangiatore Michele Corcella, formazione eccellente con musicisti friulani e di varie parti d’Italia (Mirco Cisilino, Antonello Sorrentino, Simone La Maida, Michele Polga, Alfonso Deidda tra gli altri). Questo “laboratorio permanente di ricerca musicale” ha proposto prevalentemente musiche del cinquecentesco Giorgio Mainiero, oltre ad un “Dear Lord” in omaggio a Coltrane davvero mistico. Sempre sulla scalinata si è materializzata la musica di Jimi Hendrix nella non-filologica e corrosiva versione del gruppo MIDJ Espresso: Giovani Leoni “Purple Whales”, con – tra i vari – Simone Graziano, Alessandro Lanzoni e Dimitri Grechi Espinoza. Alla fine del corso V.Emanuele, in direzione della basilica di Collemaggio, c’era il palco della Villa Comunale che ha offerto il MatTrio, con il sax tenore di Marcello Allulli, la chitarra di Francesco Diodati e la batteria di Ermanno Baron: un gruppo dal linguaggio intenso e tagliente che declina il jazz nelle tensioni e nella dimensione contemporanea.

Tanti altri musicisti in tanti altri luoghi: piazza S.Margherita e piazza dei Gesuiti, l’interno e l’esterno dell’Auditorium del Parco (creato da Renzo Piano), palazzo Lucentini Bonanni, il ponte della Fortezza Spagnola, piazza Chiarino, parco del Castello, chiese del Crocifisso e di S.Giuseppe Artigiano… Camminando tra un concerto e l’altro un anonimo ha detto ai suoi amici: “Questa è L’Aquila che mi ricordo”; speriamo che non lo sia per un giorno l’anno e che tutti i luoghi colpiti dal sisma possano risorgere in una rinnovata dimensione, con l’aiuto – piccolo o grande – del jazz italiano che nel 2018 sarà per l’ultima volta a L’Aquila nella formula solidale e militante sinora utilizzata.

 

Il jazz come viaggio: i “Migrantes” di Innarella Il jazz come incontro: Sandvik e Picchiò

 

Il raffinato lirismo della cantante norvegese Marit Sandvik e il jazz intriso di venature e problematiche mediterranee del sassofonista e compositore Pasquale Innarella, nel ricordo dell’amico-contrabbassista scomparso Pino Sallusti. Questi sono stati i “colori” dominanti il 26 luglio al “SummerTime Festival 2017” (nel giardino della capitolina Casa del Jazz), serata dedicata all’etichetta Alfa Music ed ai suoi progetti.

Mi permetto di riavvolgere il nastro del tempo e di partire dalla seconda parte del recital, quella con il quartetto di Innarella che ha visto Francesco Lo Cascio al vibrafono, Roberto Altamura alla batteria e Mauro Nota al contrabbasso, al posto del compianto Sallusti. Il leader e tenorsassofonista viene da una lunga storia personale e artistica in cui la musica si intreccia al sociale, il jazz ad una dimensione “politica” ed “etica”. Nessun semplicismo, in questo senso, ma “Migrantes” – l’album presentato durante la serata – è il punto di arrivo di un articolato percorso: il Cd prodotto dall’ Associazione di Promozione Sociale “Le Rane di Testaccio” per Alfa Music (coordinatore della produzione Fabrizio Salvatore)  rappresenta, infatti, la tappa più recente di un itinerario che, tra l’altro, vede da anni Innarella impegnato nella periferia romana con formazioni musicali (BandaRustica) che realizzano integrazione e recupero di giovani – immigrati e non – sul concreto e aggregante terreno del “fare musica”.

Il quartetto si impone con un “sound” inconfondibile, dato dalla somma non matematica delle varie personalità. Pasquale Innarella ha maturato una sonorità al sax tenore che, metabolizzando Archie Shepp ed Albert Ayler, si configura in una voce individuale memore comunque di accenti e vibrati folclorici, una voce attuale ed arcaica come quella di Ornette Coleman. Francesco Lo Cascio utilizza il vibrafono come strumento armonico e ritmico, sostiene la struttura dei brani e negli assoli si libra con fantasia ed autentica “trance” musicale; è un artista che sa coniugare razionalità ed estro con esiti sorprendenti. Roberto Altamura, dal canto suo, sa essere incalzante nella scansione quanto creativo ed imprevedibile nelle sezioni più libere, conservando nel suo percussionismo sonorità che arrivano alla batteria da altre esperienze e “storie ritmiche”. Mauro Nota ha il difficile compito di sostituire Pino Sallusti – più volte, e con affetto, ricordato nel  corso della serata: “Migrantes” gli è dedicato – e sta trovando una sua via che connette sostegno armonico solido e capacità di canto e dialogo del contrabbasso in relazione alle altre “voci”.

<<I brani – scrive Innarella – (…) sono frutto di stimoli, sensazioni e riflessioni che riportano il mio ricordo di bambino di un piccolo paese irpino del Sud Italia degli anni ’60-’70 che ho visto svuotarsi. (…) Ora l’emigrazione continua ad avere un sapore amaro e drammatico di persone che attraversano il Mediterraneo sfidando il mare. (…) Non c’è mare o muro che possa fermare il desiderio di migliorare la propria vita! Questo disco infatti è dedicato a tutti quei popoli che sono emigrati e che continueranno ad emigrare>>. Il concerto romano ha ripreso in modo pressoché integrale gli otto brani dell’album, tutti del sassofonista con l’eccezione di “Yemerko Sew” – del jazzista etiope Mulatu Astatke (recentemente ascoltato a Udine) – ed il blues “Night in Town” di Sallusti che ha concluso la vibrante esibizione del Pasquale Innarella Quartet.

Il jazz come incontro e come “viaggio” (sia metaforico che reale) è la filosofa sonora che sottintende l’altro progetto Alfa Music presentato nella serata: “Travel”, a nome della cantante norvegese Marit Sandvik e del batterista italiano (e un po’ apolide) Maurizio Picchiò. <<Questo disco nasce da un viaggio; un viaggio di allegria, lacrime e sorrisi. Mi rende felice vedere – scrive la Sandvik nelle note di copertina – come il fare musica, la cosa che amo di più nella mia vita, crei sempre amicizie nuove. Mi rende felice sentire l’esigenza nel cercare e nel trovare sempre qualcosa di nuovo>>. Tutto è nato quando nell’estate del 2014 la cantante fu invitata insieme al chitarrista Oystein Norvoll a Spoleto per un progetto che prevedeva la collaborazione con musicisti italiani. E’ in questa circostanza che fa il suo ingresso la figura di Maurizio Picchiò, batterista italiano dalla vasta esperienza internazionale che contatta i jazzisti “giusti”: il sassofonista Maurizio Giammarco (anche nelle vesti di arrangiatore), il trombettista Fabrizio Bosso ed il contrabbassista Raffaello Pareti, senza dimenticare il pianista Eivind Valnes, da tempo collaboratore della cantante norvegese.

Al “SummerTime Festival” della Casa del Jazz sono questi, in effetti, i jazzisti che si esibiscono, a parte Bosso sostituito da Fulvio Sigurtà che si è perfettamente inserito nelle musiche in gran parte composte dalla Sandvik. Ella, infatti, sa cantare con personalità e classe, usare la voce a livello strumentale, scrivere brani di originale fattura e creare testi efficaci ed ispirati (anche su brani altrui, come “It Always Is” di Tom Harrell). Il solco è quello del mainstream ma in un’accezione non derivativa, con brani di grande equilibrio, ricchi di dinamica e variazioni timbriche, sempre pieni di sentimento. La delicatezza di “Be My Song” e “Mi ricordo di te”, la trama sonora raffinata di “Going Back, Going Forth” che si intarsia nel tema cantato e si impreziosisce di un solo al soprano di Giammarco, il profilo ritmico di “Matte Bare” dimostrano il valore del progetto, della vocalist e di tutti i musicisti coinvolti.

Un apprezzamento va, in conclusione, anche ad Alfamusic (da Fabrizio Salvatore ad Anita Pusceddu e Alessandro Guardia) per la qualità del loro lavoro discografico in tempi dominati dalla rete Internet in cui realizzare album è sempre più difficile.

Kamasi Washington I molti perché di un successo travolgente

 

Il 20 luglio Roma è stata l’ultima tappa del tour italiano del sassofonista afroamericano Kamasi Washington, dopo Bari (18) e Bologna (19, Botanique festival).

L’artista losangeleno con il suo gruppo è stato ospite del “Viteculture Festival” – rassegna musicale con spazi per intrattenimento, formazione ed animazione sociale – spostatosi dal parco del laghetto di Villa Ada all’ex Dogana. Il luogo comprende alcuni edifici ma è soprattutto una spianata d’asfalto sotto la tangenziale con vista sui treni che arrivano e partono dalla stazione Termini, posto frequentato soprattutto dai giovani, con il pubblico in piedi sotto al grande palco. Luogo, quindi, non connotato jazzisticamente: del resto Kamasi Washington dal 2015 sta sorprendendo la critica per la sua capacità di arrivare ben al di là dei circuiti jazzistici con una musica impregnata di spiritualità e psichedelia ed estimatori (nonché collaborazioni) come Kendrick Lamar, Snoop Dop e Lauryn Hill (di cui Washington è stato “special guest” al Summer Festival l’8 luglio scorso).

Il sassofonista oggi trentacinquenne si è affermato nel 2015 con il triplo Cd “The Epic”, prodotto dall’etichetta Brainfeeder del rapper Flying Lotus; il referendum della rivista americana <<Down Beat>> lo ha proclamato miglior album dell’anno, tributando a Kamasi Washington il doppio titolo di miglior artista jazz e miglior sassofonista emergente. Come ogni fenomeno di successo, il musicista di Los Angeles è stato guardato soprattutto in Europa (e in Italia) con sospetto, anche se il mensile <<Musica Jazz>> ne ha parlato a più riprese.

Il recital romano ha fornito qualche chiave di lettura per capire i motivi di “appeal” della musica di Washington. Intanto il gruppo si muove in una dimensione corale, diretto più che dominato dalla figura sciamanica del sassofonista con lunghi capelli, tunica, medaglione. Tutto, però, appare non artefatto, come la cantante Patrice Quinn che segue la musica con minime coreografie che tradiscono un’immersione totale nel suono. Il leader fa perno su una coppia di batteristi – disposti specularmente -, bassista-contrabbassista, il tastierista Brandom Coleman, il trombonista Ryan Porter ed il sopranista Ricky Washington.

La sezione ritmica usa, in prevalenza, una scansione molto energica ed evita timing jazzistici, oscillando tra funky, reggae e sequenze free. Tutto suona iterativo, poliritmico, “powerfull”. In questo senso i primi due brani del concerto soggiogano il pubblico: sono ipnotici, pervasi di spiritualità, screziati di elettronica, a tratti danzabili e cantati. Hanno un andamento che vede la trama sonora infittirsi con elementi tematici ripetuti ad libitum, quasi in un mantra. Kamasi Washington si ispira (lo ha sempre dichiarato) a John Coltrane e Pharoah Sanders ed ha citato “Lonely Woman” di Ornette Coleman; aggiungerei tra gli ispiratori Sonny Rollins perché nella costruzione degli assoli è molto ritmico (note ribattute, riferimenti tematici) e pur improvvisando con furia resta vicino all’idea di partenza. Nei soli Washington si dona integralmente mentre nelle parti d’assieme vengono sfruttati abilmente i tre fiati. Eccellente il tastierista che usa timbri e colori molto diversi come il trombonista, fantasioso ed elettroacustico.

Nel proseguire del recital si riconoscono un paio di titoli da “The Epic”: una particolare versione di “Cherokee”, a tempo lento e in un arrangiamento soul; “The Rhyhm Changes” tra reggae e raggamuffin’, con un testo che inneggia al mutamento, un solo travolgente del leader e la capacità di caricare un pubblico già entusiasta.

Del resto Kamasi Washington non sembra voler fermare la sua musica. E’ stato annunciato l’ingresso nell’etichetta londinese Young Turks mentre dovrebbe uscire quest’estate l’EP “Harmony of Difference”. Il sesto movimento si intitola “Truth” ed è alla base di un video omonimo diretto da regista A.G.Rojas (presentato in marzo a New York e visibile su you tube). E’ incentrato su giovani personaggi dei quartieri South Central ed East L.A. per mettere in risalto la bellezza delle loro differenze nella “speranza che testimoniare la bellezza e al armonia creata dalla fusione di diverse melodie musicali aiuterà le persone a realizzare la bellezza nelle nostre differenze”, come ha dichiarato a sua tempo l’artista. Un messaggio di pace e di tolleranza che fa parte della spiritualità di un musicista da non sottovalutare.

Il jazz italiano per le terre del sisma

 

Le porte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo si aprono per la conferenza di presentazione de “Il jazz italiano per le terre del sisma”. Il 20 luglio, nella sala del ministro (una magnifica biblioteca antica all’interno di palazzo … in via del Collegio Romano) l’iniziativa è stata illustrata e “lanciata” di fronte ad una folta platea di giornalisti della carta stampata, radiofonici e televisivi.

Intanto i dati: “Il jazz italiano per le terre del sisma” è promosso dal MIBACT, dalla città de L’Aquila e dalla “Perdonanza Celestiniana”, dai comuni di Amatrice, Scheggino e Camerino; sostenuto dalla SIAE come sponsor principale (vari i partner, tra cui Master Music per la fonìa); organizzata da Associazione I-Jazz (che raccoglie 50 organizzatori di festival e rassegne), MIDJ (associazione dei Musicisti Italiani di Jazz) e Casa del Jazz di Roma. La manifestazione sarà mediaticamente coperta da RadioRai e, molto probabilmente, dalla Tv pubblica.

Come si intuisce si è nel solco della continuità con gli anni precedenti ma con una formula diversa, dovuta ai tragici eventi dell’agosto e dell’ottobre 2016: nel 2015 “Il jazz italiano a L’Aquila” raccolse 60.000 persone in una straordinaria mobilitazione; l’anno scorso la rassegna venne completamente cambiata dopo il sisma del 24 agosto arrivando il 4 settembre ad una serie di concerti di solidarietà da Courmayeur a Lampedusa e ad un riuscito appuntamento ancora a L’Aquila. Quest’anno ci saranno quattro giorni con una formula itinerante che vede il 31 agosto il jazz a Scheggino, borgo umbro; il 1° settembre nella marchigiana Camerino; il 2 ad Amatrice ed il 3 a L’Aquila dove si concentreranno 600 artisti, 100 gruppi in 18 luoghi della città, animati dal jazz dalle 11 sino a notte inoltrata. Centoquaranta recital e settecento i jazzisti complessivamente coinvolti (tutti interverranno a titolo gratuito), a testimoniare la <<vicinanza di tutto il mondo del jazz ai territori e alle popolazioni colpiti dal terremoto>>. I fondi ricavati si andranno ad aggiungere a quelli raccolti lo scorso anno per la costruzione di un Centro Polifunzionale ad Amatrice, dato che l’ipotizzata ri-costruzione del cinema-teatro Garibaldi è risultata, di fatto, impossibile. Insieme ad “Io Ci Sono Onlus” il mondo del jazz italiano collaborerà alle successive attività socio-culturali che <<daranno vita e respiro alla struttura>>.

La manifestazione musicale sarà affiancata il 2 settembre (a L’Aquila) da una partita di calcio di beneficenza organizzata dalla Nazionale Italiana Jazzisti con il patrocinio del capoluogo abruzzese; in questo caso i fondi raccolti saranno finalizzati all’acquisto di strumenti musicali per la banda musicale di Amatrice.

“Il jazz italiano per le terre del sisma”  è stato raccontato ai giornalisti soprattutto dal direttore artistico Paolo Fresu, con significativi interventi di rappresentanti della Siae, del ministro Franceschini e degli amministratori locali: Pierluigi Biondi, Gianluca Pasqui, Paola Agabiti Urbani – rispettivamente sindaci de L’Aquila, Camerino e Scheggino – e Federico Caprioli, assessore del comune di Amatrice. Fresu ha sottolineato la coralità del jazz e l’assoluta uguaglianza dei musicisti, anche se a Marcello Rosa ed Enrico Intra sarà tributato un premio alla carriera. Il trombettista ha tra l’altro affermato che <<la nuova geografia del sisma ridisegna la mappa della solidarietà. Le quattro regioni del centro Italia  portano con sé una forte tradizione jazzistica non solo per il numero di musicisti a cui hanno dato i natali ma per la qualità storica e architettonica di città e di borghi che si legano, da sempre, alla cultura e al turismo e che oggi sposano le ambizioni di un linguaggio contemporaneo e in divenire come il jazz>>. Quindi doppia missione, di solidarietà concreta e di ricostruzione a partire dal “suono” e dalla sua capacità di  aggregazione e identità.

Il ministro ha sottolineato il vero e proprio spartiacque psicologico per il jazz italiano determinatosi con la manifestazione del 2015, sottolineando che l’iniziativa del 2017 agisce per <<riportare la fiducia e il turismo nei luoghi colpiti dal sisma perché la ricostruzione passa attraverso l’arte, la musica e la vita>>.  Dopo il sindaco de L’Aquila (che si è impegnato anche per future manifestazioni a carattere jazzistico nella città ed ha espresso tutta la solidarietà ai comuni colpiti dal sisma del 2016), il primo cittadino di Camerino ha ricordato che <<eventi come questo ci ricaricano, rappresentano una ricchezza>> in una quotidianità lacerante. Il sindaco di Scheggino, piccolo borgo della Valnerina, ha sottolineato l’importanza di <<riattivare il tessuto sociale ed economico dei nostri borghi>>. Per l’assessore del comune di Amatrice <<gli eventi sismici hanno travolto anche la cultura del nostro territorio>> e questa prima iniziativa con la musica ad Amatrice riaccende la speranza in un territorio ancora drammaticamente provato.

Appuntamento, quindi, dal 31 agosto al 3 settembre per “Il jazz italiano per le terre del sisma” senza dimenticare il sostegno organizzativo di varie associazioni locali come Visioni in Musica (Scheggino), Musicamdo-Jazz e TAM-Tutta un’Altra Musica (Camerino) e Fara Music (Amatrice).

Se ne è andata Geri Allen

Di Luigi Onori

Foto di Carlo Mogavero

Chiedo scusa ai lettori se ho fatto passare una decina di giorni dalla morte della pianista afroamericana Geri Allen, prima di parlarne. La Allen si è spenta il 27 giugno scorso in un ospedale di Philadelphia: era malata di tumore ed aveva sessant’anni, essendo nata nel 1957 a Pontiac (Michigan). In Europa (ed in Italia) si era esibita l’ultima volta nel maggio scorso, in un apprezzato duo con Enrico Rava.

Ci sono artisti che si seguono per lunga parte della carriera, artisti con cui chi scrive di musica cresce insieme: ci si nutre dei loro progressi, si assimilano e condividono i passi in avanti… Ho intervistato Geri Allen all’inizio della mia carriera e pubblicato sulle colonne di <<Musica Jazz>> (allora dirette da Pino Candini) un suo ritratto nella seconda metà degli anni ’80. In tante occasioni ho parlato della jazzwoman per varie testate, spesso all’interno del movimento M-BASE (capitanato da Steve Coleman), collettivo in cui la sua personalità emerse. Per molto tempo, fino al 2006 circa, ho seguito costantemente la sua carriera ed i suoi concerti, l’ultimo in trio presso la romana Casa del Jazz insieme ad un ballerino di tip-tap: una sorta di ritorno al passato, quando Louis Armstrong negli anni ’20 accompagnava i “folletti” dalle suole rinforzate.

Sono del 1956, un anno più anziano della pianista di Pontiac, e  la sua scomparsa mi ha ferito, anche perché la sua parabola creativa era tutt’altro che discendente e la rende paragonabile a Mary Lou Willians. Come quest’ultima, Geri Allen si è affermata in un mondo caratterizzato da una marcata presenza maschile; di notevole importanza è il suo itinerario artistico che, partito dai fermenti vivi della contemporaneità, l’ha vista definitivamente approdare all’insieme delle musiche afroamericane (“Timeless Portraits and Dreams”, Telarc 2006). L’ultimo album, non a caso,  si intitola “Celebrating Mary Lou Williams live at Birdland NY” (Intakt, 2016).

Prima di approdare al New York ed al collettivo M-BASE, la pianista si è interessata al soul ed al pop, giungendo al jazz attraverso la fusion degli Head Hunters, un gruppo elettrico capitanato negli anni ’70 da Herbie Hancock. In realtà è stata la metropoli industriale di Detroit il luogo della sua formazione, presso la Cass Technical High School dove insegnava l’influente trombettista Marcus Belgrave. A questo “imprinting” la Allen è tornata nel 2013 con il Cd “Grand River Crossing: Motown & Motor City Inspirations” (Motèma): brani di artisti Motown (da Smokey Robinson a Stevie Wonder) e di jazzisti d Detroit, terzo album di un trittico iniziato nel 2010 e con esecuzioni soprattutto in solo.

Laureatasi in etnomusicologia con Nathan Davis, la pianista – come si diceva –  arriva a New York ed è parte attiva del collettivo MBASE insieme ad un’altra jazzista di vaglia, la vocalist Cassandra Wilson, e ad artisti del calibro di Greg Osby (altista), Gary Thomas (tenorista), Kevin Eubanks (trombonista), David Gilmore (chitarrista), Gene Lake (bassista), Marvin “Smitty” Smith (batterista). In Europa incide il suo primo album “The Printmakers” cui seguirà il solo “Homegrown” (Minor Music 1984-’85). Da lì la carriera di Geri Allen ha dimostrato di  saper unire Monk a Cecil Taylor, il funky al jazz ed al gospel, Jimi Hendrix alla tap dance. Si susseguiranno, poi, esperienze e collaborazioni sempre significative: il suo gruppo elettroacustico Open On All Sides; i magistrali trii con Charlie Haden e Paul Motian; le proprie formazioni (dal trio al settetto) spesso con musicisti dalla forte personalità (da Ron Carter a  Kenny Garrett); il matrimonio con il trombettista Wallace Roney; l’attività di compositrice; l’incisione con Ornette Coleman dell’album “Sound Museum” (1996), primo pianista ad affiancare il padre del free jazz dopo Paul Bley (che lo fece nel 1958); i tour e numerosi i progetti discografici.

Nello stile di Geri Allen c’era sempre una forte tensione ritmica, unita ad un sottile melodismo. Spesso dietro le quinte, guidava con mano sicura ed esperta i suoi gruppi come sapeva mettersi al servizio degli altri musicisti, si trattasse di Dave Holland o Wallace Roney. Sono personalmente legato ad una manciata di sue registrazioni che consiglio, senza nessuna sistematicità. “Homegrown” (per l’etichetta europea Minor Music, 1985) la vedeva in piano solo, in una fragrante poetica che fondeva Monk e  Taylor alternando ritmo e cantabilità, giocando sulle pause, rendendo ora fitta ora rarefatta una musica originale (in gran parte suoi  brani, tra cui “Mama’s Babies” ed “Alone Together”) e sempre ispirata. In “In The Middle” (Minor Music, 1987) dove guida il suo ottetto Open on All Sides (con Steve Coleman e Robin Eubanks) c’è tutta l’anima “black music” dell’artista di Pontiac: strumenti elettrici, cori, forme non convenzionali, davvero un’apertura in tutte le direzioni con una salda radice jazz. Il trio con il contrabbassista Charlie Haden ed il batterista Paul Motian rappresentò la vera e propria consacrazione della Allen che seppe inserirsi fra i due “giganti” (latori ciascuno di una storia sonora imponente, tra Ornette Coleman e Bill Evans). Nell’album “In the Year of the Dragon” (JMT 1989) si percepiscono un ruolo paritario ed un riuscito interplay, evidente anche dal contributo compositivo di Geri Allen: “For John Malachi” e “No More Mr.Nice Guy”. Musica che travalica generazioni e gerarchie e si fa, soprattutto, “relazione”. Splendida anche la registrazione “Maroons” (Blue Note, 1992) con Marcus Belgrave e Wallace Roney (trombe), Anthony Cox e Dwayne Dolphin (contrabbasso), Pheeroan AkLaff e Tani Tabbal (batteria): tolti gli aspetti più vistosamente eversivi, resta una salda poetica ispirata anche dalla storia e da altre arti (come la lirica di Greg Tate che dà il titolo all’album). Niente di neoclassico, piuttosto un jazz intensamente contemporaneo quanto consapevole della propria storia.

Mi mancherà Geri Allen.

 

Luigi Onori