La potenza sonora della Banda dell’Arma dei Carabinieri… racchiusa in una “Nuvola”

Novantadue professori d’orchestra (ma l’organico completo ne conterebbe 102), di cui sei alle percussioni e il resto ai fiati, una potenza di suono di grande impatto, anche emotivo, ricco di colori e sfumature, un repertorio vasto e un curriculum di assoluta eccellenza, impreziosito da numerose tournée in ogni parte del mondo a partire dalla prima, nel 1916 a Parigi. Stiamo parlando, l’avrete già capito, di una banda… ma non di una qualsiasi banda quanto di una delle migliori formazioni del genere che il mondo musicale possa vantare: la Banda dell’Arma dei Carabinieri, ottimamente diretta, da ben 18 anni, dal Colonnello Massimo Martinelli.

Il 28 maggio scorso l’imponente formazione ha tenuto un concerto all’Auditorium della “Nuvola” di Fuksas, nel quartiere Eur a Roma, nell’ambito delle celebrazioni per il 204° annuale di fondazione del Corpo.

A questo punto alcuni dei nostri lettori si staranno chiedendo cosa c’entri la Banda dei Carabinieri in un blog dedicato al jazz. Ebbene le risposte sono molteplici. In generale, parlare semplicemente di jazz, oggi come oggi, è decisamente limitativo, si può – e si deve – invece ampliarne la visione immaginando la musica come un’arte dei suoni, senza dover necessariamente erigere steccati, con inutili distinguo di rango, tra generi. Infatti, come abbiamo più volte detto, è vero che “A proposito di Jazz” è una pubblicazione dedicata al jazz, ma non lo è però in maniera esclusiva. In secondo luogo, sempre in queste stesse pagine, abbiamo più volte dedicato spazio alle bande, nella giusta considerazione che si tratta di formazioni di estrema importanza per la crescita musicale dell’intero Paese. Ma non basta: proprio con riferimento al jazz, molti musicisti – soprattutto statunitensi – si sono formati suonando nelle bande militari che, ancora oggi, introducono nei loro repertori brani di estrazione jazzistica.

La stessa cosa ha fatto anche la Banda dei Carabinieri, inserendo nel proprio repertorio alcuni brani riconducibili al jazz.

Il concerto, presentato da Veronica Maya,  inizia con una delle partiture meno “battute” di Claude Debussy, “Il Martirio di San Sebastiano”, scritta dal compositore francese come musica di scena per l’omonimo melodramma dannunziano. Segue una marcia dei Carabinieri Reali, composta da Luigi Cajoli, che fu il primo Maestro della Fanfara della Legione Allievi Carabinieri di Roma, nel 1887, l’embrione dell’attuale Banda dell’Arma, che egli stesso diresse dal 1910 al 1925. Piccola curiosità per i jazzofili: Cajoli è citato anche nel volume “Il jazz in Italia: dalle origini alle grandi orchestre”, del critico e storico Adriano Mazzoletti, pietra miliare, assieme ad Arrigo Polillo, del giornalismo dedicato a questo genere musicale.

Le prime pennellate jazzistiche della serata ci portano nelle strade di una New York anni ’50,  in balia delle bande giovanili. Da West Side Story, di Leonard Bernstein, ascoltiamo “Mambo” e “America”, due brani di cui l’orchestra ci restituisce intatta la grande forza comunicativa e “Ragtime” composto dal Maestro Direttore della Banda, Massimo Martinelli, forse ispirato da colui che venne definito il re del genere, Scott Joplin.

Nella “Rapsodia Americana”, della prolifica compositrice pugliese Teresa Procaccini (presente in sala), prima donna ad essere nominata direttore di un conservatorio di musica, e in “Bugle Call Rag” e “Sing, Sing, Sing”, brani portati al successo da un maestro della swing era, Benny Goodman, abbiamo avuto il piacere di ascoltare una straordinaria pianista che risponde al nome di Gilda Buttà.

Siciliana di Patti, Gilda frequenta la musica classica sin da giovanissima, tanto da diplomarsi con lode, a soli sedici anni, sotto la guida di Carlo Vidusso. Successivamente si costruisce una solidissima reputazione sia attraverso una fitta serie di concerti in tutto il mondo sia collaborando con il Maestro Ennio Morricone, con il quale ha inciso varie colonne sonore (su tutte “La leggenda del pianista sull’oceano”). Ed è stato davvero un bel sentire, dal momento che la Buttà è una concertista di assoluto livello: le sue dita volano letteralmente sulla tastiera ed esprimono al meglio le concezioni dei compositori, padroneggiando gli aspetti ritmici, armonici e melodici delle esecuzioni nonché il gioco delle dinamiche, così importante quando si suona avendo alle spalle una formazione granitica come quella della Banda dei Carabinieri.

Ma la Buttà non è stata la sola presenza femminile importante; in effetti, come ha sottolineato il Comandante Generale dell’Arma, Giovanni Nistri, sono oltre quattromila, ad oggi, le donne che portano la divisa da carabiniere, ed anche nella Banda ci sono varie esponenti del gentil sesso. Va infatti ricordato che la serata era altresì dedicata all’universo femminile; di qui l’invito ad altre due soliste: la violinista Anna Tifu e l’arpista Micol Picchioni.

Di origini rumene ma nata a Cagliari nel 1986, la Tifu è considerata in senso assoluto una delle migliori violiniste apparse sulla scena negli ultimissimi anni. Attualmente ha l’onore di suonare uno Stradivari del 1716, già posseduto da Napoleone e a lei affidato dall’Associazione Canale di Milano. La Tifu si è esibita, evidenziando una perfetta commistione di tecnica (straordinaria) e sentimento, nel “Concerto per Violino op. 26 n. 1” di Max Bruch, compositore romantico a mio avviso molto sottovalutato. Quest’opera è un capolavoro di simmetria tra elementi stilistici e formali: un incantesimo melodico commovente.

La vibrazione dell’ancia dell’oboe di Francesco Loppi, che ha duettato con la Tifu nel celeberrimo “Oblivion” di Astor Piazzolla, ha fatto vibrare tutta la platea, riuscendo a ricreare, in tutta la sua valenza, il pathos insito nelle note del musicista argentino. Del resto, come non essere piacevolmente vittime di un estatico coinvolgimento verso uno strumento, il violino, che proprio Bruch così descriveva: “può cantare una melodia, e la melodia è l’anima della musica…”

Il gineceo strumentistico si completa con la giovane arpista genovese Micol Picchioni. Diplomatasi col massimo dei voti nel 2004 al Conservatorio F. Morlacchi di Perugia, Micol è stata allieva di Catherine Michel (prima arpa dell’Opera di Parigi), Paloma Tironi, Susanna Bertuccioli e Patrizia Bini (prima e seconda arpa del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino).

L’altra sera si è fatta ammirare in un particolare arrangiamento per arpa e orchestra di “Stairway to Heaven”, dei Led Zeppelin, stratificato brano, sicuramente tra i più conosciuti della musica rock, pubblicato nel 1971. La “scala” che ci ha portato al paradiso (letteralmente!), così come gli altri brani proposti, è suonata da Micol con una straordinaria arpa celtica elettroacustica, dotata di un supporto che le consente di suonare in piedi.

Questo meraviglioso strumento polivoco rivela tutta la sua bellezza nel barocco “Canone” di Johann Pachelbel, brano sulla cui datazione, tuttavia, non si hanno ancora certezze; l’unica che si possiede in merito a questa composizione è che quella manciata di note, originariamente scritta per tre violini e basso continuo, è tra le più copiate della storia della musica, con centinaia di canzoni realizzate sulla sua celebre melodia. Una su tutte? Rain and Tears degli Aphrodite’s Child.

Come spesso accade in ambienti di grandi dimensioni, e come accaduto all’Auditorium della Nuvola, l’eccessiva riverberazione ha inficiato talora un ascolto ottimale, nonostante il suo progettista, l’architetto Fuksas, abbia dichiarato di aver studiato luce e acustica in modo maniacale. Per quanto riguarda la luce dell’intera struttura, non vi sono dubbi: è spettacolare! Nondimeno, ci attende una piacevole sorpresa. Verso il finale, la Banda si scompone: metà rimane sul palco e l’altra metà si posiziona nella parte più alta della platea. Questo effetto surround ci permette di ascoltare perfettamente e nella pienezza dei suoni il poema sinfonico di Respighi “I Pini di Roma”.

Dopo i saluti delle varie autorità presenti, la chiusura rituale di ogni concerto di questa Banda, vera eccellenza della musica italiana, prevede l’esecuzione della “Fedelissima”, composta dal Maestro Luigi Cirenei, marcia d’ordinanza dell’Arma dei Carabinieri e del “Canto degli Italiani”, ovvero l’inno nazionale, in un’interpretazione corale da parte di tutti gli spettatori che hanno gremito l’auditorio. Il concerto verrà trasmesso da Rai 5, in uno speciale realizzato da Rai Cultura, il 5 giugno, data in cui ricorre la giornata nazionale di questa prestigiosa istituzione.

Marina Tuni

A Proposito di Jazz ringrazia il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Giovanni Nistri, il Responsabile Relazioni Esterne e Comunicazione, Generale di Brigata Maurizio Stefanizzi, il Maestro Direttore della Banda, Colonnello Massimo Martinelli e l’Ufficio Cerimoniale.

Photo courtesy: Arma dei Carabinieri

 

Presentato in anteprima assoluta al Salone del Libro di Torino il secondo libro di Gerlando Gatto

Anche il secondo volume di Gerlando Gatto ha avuto il suo battesimo ufficiale al Salone del Libro di Torino: “L’altra metà del jazz – Voci di donne nella musica jazz” (KappaVu / Euritmica edizioni) è stato presentato domenica 13 maggio nella città della Mole Antonelliana alla presenza dello stesso autore, di Claudia Fayenz, giornalista RAI nonché autrice della prefazione, e della vostra cronista, Marina Tuni, responsabile dell’ufficio stampa di Euritmica e del Festival Internazionale Udin&Jazz, mentre ha dovuto dichiarare forfait, per motivi personali, Giancarlo Velliscig direttore artistico del festival udinese.

Proprio da questa manifestazione ha preso il via l’incontro di domenica. È ovviamente spettato alla sottoscritta illustrare il programma del Festival, giunto alla sua ventottesima edizione, che quest’anno si svolge nello spirito di “Take a Jazz Break”, che sarà il filo conduttore di Udin&Jazz 2018. Una sorta di invito, dunque, a rallentare i ritmi, a prendere una pausa dalla superficialità e dalla frenesia di questa epoca, a uscire dall’illusorio universo virtuale, dai social, dalla tecnologia, per ritrovare il sapore delle emozioni vere, della condivisione vissuta realmente, facendolo, nel caso appunto del festival, attraverso il jazz! Molti i concerti e gli eventi in programma in un arco di tempo che va dal 27 giugno al 24 luglio, ma sul Festival torneremo nei prossimi giorni anche per gli imprevisti risvolti determinati dalle dichiarazioni del patron Giancarlo Velliscig.

E veniamo alla presentazione del libro. Da esperta giornalista radiofonica Claudia Fayenz ha tracciato, con poche frasi, il quadro ambientale ed artistico in cui si inserisce il lavoro di Gatto: dare voce ad un universo femminile che oramai rappresenta una realtà ben consolidata, nell’ambito di una musica che spesso resta ancorata a pregiudizi anacronistici. Non sono passati molti anni da quando una donna jazzista veniva considerata al massimo come vocalist. Oggi, per fortuna, le cose cono cambiate… e in modo radicale. Così ci sono artiste che suonano strumenti una volta impensabili nelle mani di una donna come il sax baritono, il contrabbasso, la batteria… per non parlare della direzione orchestrale e della composizione.

Ecco, Fayenz ha evidenziato in modo assai chiaro come il libro da un canto cerchi di far emergere non solo il lato artistico ma soprattutto quello umano del personaggio (emblematica al riguardo la lunga intervista con Enrica Bacchia), dall’altro come getti un fascio di luce su questo universo, ponendone in rilievo alcuni paradossi: è il caso di una grande pianista catanese, Dora Musumeci, una vera antesignana delle jazziste che in anni lontani riuscì a raggiungere una posizione di assoluto rilievo, lodata dallo stesso Arrigo Polillo, ma proprio per questo invisa ai colleghi “maschietti” che non mancarono di metterle qualche bastone tra le ruote, tanto per usare un eufemismo. Gatto l’ha intervistata nel 1978 e quando Fayenz lo ha invitato a ricordare la figura di questa grande pianista, il critico musicale non ha potuto nascondere un moto di commozione data l’amicizia che li legava e il modo assurdo in cui se n’è andata (travolta sulle strisce della sua città da un pirata della strada mai trovato).

Un altro momento particolarmente intenso si è vissuto quando, sempre su sollecitazione della Fayenz che gli chiedeva quale delle artiste intervistate gli fosse rimasta impressa, Gatto ha rievocato la figura di Radka Toneff, straordinaria vocalist norvegese di origini bulgare, suicidatasi a soli 30 anni, sembra per ragioni sentimentali. Radka non ha avuto il tempo di farsi conoscere ed apprezzare anche dal pubblico italiano, ma quanto fosse stimata in casa lo dimostra il fatto che in sua memoria è stato istituito il “Radka Toneff Memorial Award”.

A parte questo momento di intimi ricordi, Gerlando Gatto ha risposto a tutte le domande della Fayenz ricordando cosa l’aveva spinto a scrivere questo libro, quali i criteri seguiti nella scelta dei personaggi da intervistare, le difficoltà incontrate al riguardo specie con le musiciste straniere, poco inclini ad addentrarsi nel privato. Il tutto con quel tono disteso, colloquiale, scevro da qualsivoglia intellettualismo che caratterizza anche lo stile di scrittura dell’autore.

Alla fine dell’incontro, rispondendo alla domanda di uno spettatore che chiedeva come mai non vi sia un turnover nel jazz e perché, al contrario di quanto accade nel resto dell’Europa, in Italia i giovani non siano motivati a seguire questo genere musicale, si sono registrate risposte praticamente univoche da parte di tutti e tre i relatori: il jazz non è adeguatamente supportato, né riceve le attenzioni dovute da parte dei media e delle istituzioni, basti pensare, ad esempio, che le trasmissioni televisive, specie sui canali pubblici, che ne parlano si sono via via ridotte fino a scomparire quasi del tutto… sign o’ the times, direbbe Prince!

Io ho voluto aggiungere che spetta agli organizzatori avvicinarsi in qualunque modo e forma al mondo giovanile, raccontando questa musica nelle scuole e nelle università e soprattutto affiancando queste azioni ad una politica che preveda importanti agevolazioni nell’acquisto di biglietti per i concerti.

Insomma, un’ora circa di chiacchierata sulle musiciste donne e sul jazz, in senso più lato.

Marina Tuni

 

Gente di Jazz: una nuova recensione del critico musicale Neri Pollastri pubblicata su All About Jazz Italia

Il libro del nostro direttore Gerlando Gatto continua a far parlare di se. Dopo la seconda ristampa e numerosi riscontri da parte della critica e dei lettori, arriva questa pregevole ed accurata recensione scritta dal critico musicale toscano Neri Pollastri e pubblicata sul sito All About Jazz Italia (qui il link), che ringraziamo per averci concesso l’autorizzazione a pubblicarla anche sul nostro portale. Ecco la versione integrale:

Gerlando Gatto: Gente Di Jazz

 

Neri Pollastri By NERI POLLASTRI

Gente di Jazz
Gerlando Gatto
232 pagine
KappaVu
2017

“In questo volume Gerlando Gatto -catanese trapiantato a Roma, che di jazz si è occupato fin dai suoi esordi giornalistici risalenti ai primi anni Settanta e oggi una delle firme storiche del jazz italiano -raccoglie alcune delle sue numerosissime interviste con musicisti realizzate nel corso degli anni, selezionandole sulla base di un criterio solo in parte accidentale: la loro partecipazione a Udin&Jazz, festival che si tiene nella città friulana da oltre un quarto di secolo.

Le interviste, raccolte secondo l’ordine alfabetico degli interlocutori, hanno datazioni assai diverse tra loro: talune sono recentissime, molte risalgono agli anni Novanta, talaltre sono ancora precedenti. In alcuni casi -per esempio quelli Enrico Pieranunzi e Gonzalo Rubalcaba -le interviste sono più di una per musicista e permettono così di confrontare periodi diversi della loro carriera artistica.

Gli artisti intervistati sono sia italiani, sia stranieri, spesso di primissimo piano -come nel caso di Enrico RavaStefano BattagliaStefano BollaniPaolo FresuFranco D’AndreaGiancarlo SchiaffiniFrancesco Bearzatti -sia meno noti ma non per questo meno valenti -come Claudio CojanizDario Carnovale, Antonio Onorato, Massimo De MattiaEnzo Favata. Non mancano altri nomi storici del jazz italiano, come Claudio FasoliRoberto GattoRosario BonaccorsoMaurizio Giammarco, mentre tra gli stranieri si trovano alcune autentiche “chicche,” quali Mino CineluMcCoy TynerMartial SolalMichel Petrucciani e Joe Zawinul.

Lo stile delle interviste è estremamente semplice, diretto e colloquiale, frutto anche della modalità in cui sono state effettuate: spesso a margine dei concerti, con un approccio ai musicisti aperto ma anche di timido rispetto, talvolta addirittura a casa dell’intervistatore, a Roma, come nel caso di quelle di apertura -con Battaglia -e chiusura -con Zawinul, diventato quasi un amico di famiglia con un curioso rapporto con la madre di Gatto, pur nella totale incomunicabilità linguistica. Un tal tipo di approccio da un lato favorisce la stesura di pagine molto vive e per il lettore assai stimolanti, dall’altro è molto produttivo nella relazione con gli artisti, i più riflessivi e/o brillanti dei quali, infatti, offrono nel dialogo dei contributi decisamente interessanti.

Ciò accade per esempio nel caso di Battaglia, che parlando del suo passaggio da musicista classico a improvvisatore offre interessanti spunti sulla continuità e la differenza tra i due ambiti musicali; in quello di Bollani, che con le sue modalità schiette e paradossali si spinge anche oltre la musica e prende singolari e interessanti posizioni in campo sociale e, in un certo senso, anche politico; di D’Andrea, che con poche pennellate spiega da dove provenga il suo così rigoroso e al tempo stesso originalissimo mondo musicale; di Rava, che regala alcuni illuminanti aneddoti tratti dalla storia dell’ultimo mezzo secolo di questa musica; di Schiaffini, che condivide alcune lucide riflessioni, tra l’ironico e l’amaro, sullo stato del pubblico e delle istituzioni musicali, ma anche delle belle parole sul senso dell’improvvisazione.

Tutte le interviste sono godibili e interessanti, possibile strumento di comprensione di questa musica non solo per chi ne sia appassionato, ma anche per chi voglia avvicinarla -cosa, com’è noto, spesso per i più non semplicissima -grazie alla presenza di alcuni “fili rossi” che tornano spesso nelle conversazioni, quali lo sviluppo della musica jazz e i suoi rapporti con il pop e la classica, il senso dell’improvvisazione e le sue diverse forme, le ragioni della difficile diffusione di questa musica, le perversioni del mercato e delle istituzioni musicali. Temi, questi, toccati in modo spesso molto diverso (anche per la diversità dei momenti in cui ciascuna intervista è stata effettuata), ma che proprio per questo possono essere compresi in modo più sfaccettato.

Il bel volume, pubblicato dalla casa editrice KappaVu di Udine e già arrivato alla seconda edizione, è completato da una prefazione di Paolo Fresu e da una postfazione di Fabio Turchini, collaboratore di Udin&Jazz che ne riassume lo spirito delle ventisei edizioni, ed è corredato dalle foto di Luca D’Agostino, fotografo storico della rassegna.

In questo volume Gerlando Gatto – catanese trapiantato a Roma, che di jazz si è occupato fin dai suoi esordi giornalistici risalenti ai primi anni Settanta e oggi una delle firme storiche del jazz italiano – raccoglie alcune delle sue numerosissime interviste con musicisti realizzate nel corso degli anni, selezionandole sulla base di un criterio solo in parte accidentale: la loro partecipazione a Udin&Jazz, festival che si tiene nella città friulana da oltre un quarto di secolo.

Le interviste, raccolte secondo l’ordine alfabetico degli interlocutori, hanno datazioni assai diverse tra loro: talune sono recentissime, molte risalgono agli anni Novanta, talaltre sono ancora precedenti. In alcuni casi -per esempio quelli Enrico Pieranunzi e Gonzalo Rubalcaba -le interviste sono più di una per musicista e permettono così di confrontare periodi diversi della loro carriera artistica.

Gli artisti intervistati sono sia italiani, sia stranieri, spesso di primissimo piano -come nel caso di Enrico RavaStefano BattagliaStefano BollaniPaolo FresuFranco D’AndreaGiancarlo SchiaffiniFrancesco Bearzatti -sia meno noti ma non per questo meno valenti -come Claudio CojanizDario Carnovale, Antonio Onorato, Massimo De MattiaEnzo Favata. Non mancano altri nomi storici del jazz italiano, come Claudio FasoliRoberto GattoRosario BonaccorsoMaurizio Giammarco, mentre tra gli stranieri si trovano alcune autentiche “chicche,” quali Mino CineluMcCoy TynerMartial SolalMichel Petrucciani e Joe Zawinul.

Lo stile delle interviste è estremamente semplice, diretto e colloquiale, frutto anche della modalità in cui sono state effettuate: spesso a margine dei concerti, con un approccio ai musicisti aperto ma anche di timido rispetto, talvolta addirittura a casa dell’intervistatore, a Roma, come nel caso di quelle di apertura -con Battaglia -e chiusura -con Zawinul, diventato quasi un amico di famiglia con un curioso rapporto con la madre di Gatto, pur nella totale incomunicabilità linguistica. Un tal tipo di approccio da un lato favorisce la stesura di pagine molto vive e per il lettore assai stimolanti, dall’altro è molto produttivo nella relazione con gli artisti, i più riflessivi e/o brillanti dei quali, infatti, offrono nel dialogo dei contributi decisamente interessanti.

Ciò accade per esempio nel caso di Battaglia, che parlando del suo passaggio da musicista classico a improvvisatore offre interessanti spunti sulla continuità e la differenza tra i due ambiti musicali; in quello di Bollani, che con le sue modalità schiette e paradossali si spinge anche oltre la musica e prende singolari e interessanti posizioni in campo sociale e, in un certo senso, anche politico; di D’Andrea, che con poche pennellate spiega da dove provenga il suo così rigoroso e al tempo stesso originalissimo mondo musicale; di Rava, che regala alcuni illuminanti aneddoti tratti dalla storia dell’ultimo mezzo secolo di questa musica; di Schiaffini, che condivide alcune lucide riflessioni, tra l’ironico e l’amaro, sullo stato del pubblico e delle istituzioni musicali, ma anche delle belle parole sul senso dell’improvvisazione.

Tutte le interviste sono godibili e interessanti, possibile strumento di comprensione di questa musica non solo per chi ne sia appassionato, ma anche per chi voglia avvicinarla -cosa, com’è noto, spesso per i più non semplicissima -grazie alla presenza di alcuni “fili rossi” che tornano spesso nelle conversazioni, quali lo sviluppo della musica jazz e i suoi rapporti con il pop e la classica, il senso dell’improvvisazione e le sue diverse forme, le ragioni della difficile diffusione di questa musica, le perversioni del mercato e delle istituzioni musicali. Temi, questi, toccati in modo spesso molto diverso (anche per la diversità dei momenti in cui ciascuna intervista è stata effettuata), ma che proprio per questo possono essere compresi in modo più sfaccettato.

Il bel volume, pubblicato dalla casa editrice KappaVu di Udine e già arrivato alla seconda edizione, è completato da una prefazione di Paolo Fresu e da una postfazione di Fabio Turchini, collaboratore di Udin&Jazz che ne riassume lo spirito delle ventisei edizioni, ed è corredato dalle foto di Luca D’Agostino, fotografo storico della rassegna. “

courtesy: All About Jazz Italia – thanks to Neri Pollastri, author

La scomparsa di Hugh Masekela nel suo Sudafrica: una tromba contro tutte le ingiustizie

Il 23 gennaio, dopo aver lottato contro la malattia, l’ultima delle sue tante battaglie, è scomparso a 78 anni, il trombettista e vocalist sudafricano Hugh Masekela. Ieri, su tutti i media mondiali, rimbalzando sui social, l’annuncio della famiglia: “dopo una lunga e coraggiosa battaglia contro un cancro alla prostata, si è spento serenamente a Johannesburg, Ramapolo Hugh Masekela, circondato dall’affetto dei suoi cari. È stato un padre, un fratello, un nonno e un amico amorevole. I nostri cuori sono profondamente colpiti da questa incolmabile perdita”. La famiglia ricorda anche il fondamentale ed attivo contributo del musicista alle arti, alla musica, al teatro, che rimarrà nell’anima e nella memoria di milioni di persone in ogni continente: un lascito di amore e di avanguardia creativa che attraversa il tempo e lo spazio.

Masekela, conosciuto anche affettuosamente con il nomignolo Bra Hugh, era considerato uno dei padri dell’Afro-Jazz. Un destino di lotta segnato, il suo: a 14 anni ricevette in dono la sua prima tromba da uno dei personaggi che hanno fatto la storia dei movimenti per i diritti civili in Sud-Africa, Padre Trevor Huddleston, che Nelson Mandela definì un pilastro di saggezza, umiltà e dedizione alla causa dei combattenti della libertà, nei momenti più bui della battaglia contro l’apartheid.

La sua biografia racconta che Masekela, dopo essere stato scritturato, nel 1959, dal pianista e compositore Todd Matshikiza per il musical “King Kong” (dove conobbe quella che sarebbe divenuta in seguito sua moglie, “Mama Afrika” Miriam Makeba) decise, l’anno successivo, di lasciare la sua terra, dopo il massacro di Sharpeville, nel quale perirono una settantina di dimostranti, uccisi dalla polizia. Hugh scelse la città di New York e questo fu l’inizio di un periodo di esilio durato trent’anni. A Manhattan, Hugh frequentò la scuola di musica e i numerosi club di jazz, assorbendo l’influente apporto di artisti quali Coltrane, Davis, Gillespie, Armstrong… e furono proprio questi ultimi a spronarlo a sviluppare il suo stile di jazz, d’ispirazione africana e scevro dagli influssi americani. Nacque così, nel 1963, “Trumpet Africaine”, suo album d’esordio. Fu, tuttavia “The Americanization of Ooga Booga”, album registrato dal vivo nel 1966, che lo stesso Masekela catalogò come “township bop”, un mix di sonorità proprie del jazz americano con massicce influenze della tradizione musicale sudafricana, a portarlo al successo, poco prima che il trombettista decidesse di trasferirsi a Los Angeles.

Qui, determinanti furono gli incontri con alcune delle icone del movimento hippy, come David Crosby e Peter Fonda e la sua crescente popolarità, ma soprattutto la sua indiscutibile bravura, gli valsero importanti featuring con i Byrds in “So You Want To Be A Rock&Roll Star”, Janis Joplin, Jimi Hendrix, gli Who, Otis Redding (nel 1967, sul palco del Monterey Pop Festival) e molti altri, al punto che il singolo strumentale “Grazing In The Grass” gli fece scalare, nel 1968, la Billboard Hot 100 chart, vendendo quattro milioni di copie ed elevandolo al rango di star mondiale.

Da quel momento, la carriera di Bra Hugh è inarrestabile: pubblica decine e decine di album, collaborando con artisti internazionali: Harry Belafonte, Stevie Wonder, Marvin Gaye… La nostalgia della sua terra lo spinge anche a ritornare in Africa, spostandosi dalla Guinea al Ghana e dallo Zaire alla Nigeria, e alcuni dei suoi album storici li compone proprio in quella terra. Ricordo con piacere l’incalzante afrobeat di “Lady” di Fela Kuti, con il quale Hugh visse per qualche tempo in Nigeria, insieme a Stewart Levine… un brano di una forza irruente che ti percuote l’anima. Esattamente come il gradevolissimo “Skokiaan”, con il trombettista statunitense Herb Alpert, una ben bilanciata fusione di South African-American pop jazz.

Desidero ricordare anche “Stimela – The Coal Train”, brano dedicato ai lavoratori delle miniere di Johannesburg e contenuto nell’album “Hope”, registrato dal vivo nel 1993 alla Blues Alley, di Washington, che Hugh, in un concerto a Lugano nel 2015, volle ri-dedicare a tutte le vittime dei “signori della guerra”, in particolar modo alle popolazioni dell’Africa sub-sahariana. Infine, non si può tralasciare “Bring Him Back Home (Nelson Mandela)” che divenne un inno di protesta anti-apartheid e che il trombettista suonò e cantò anche sul palco del memorabile concerto di Paul Simon, “Graceland – The African Concert”, tenutosi nello Zimbabwe, nel 1987 e all’International Jazz Day Global Concert del 2015, a Parigi, sede del quartiere generale dell’Unesco, con John Beasley, Marcus Miller, Mino Cinélu, Guillaume Perret, Lee Ritenour, Avishai Cohen, Kelly Lee Evans e Michael Mayo.

Nel 1990, Masekela fa ritorno nella sua Johannesburg e nel 2004 pubblica la sua autobiografia “Still Grazing”, nella quale non fa mistero dei suoi problemi con la droga e con l’alcool, facendosi promotore di progetti sociali nelle scuole di Soweto, non smettendo mai di comporre musica… “è caduto un baobab e la nazione ha perso una delle sue leggende Jazz” ha twittato il Ministro della Cultura del Sud-Africa, Nathi Mthethwa. Il baobab, l’albero della vita e della conoscenza… quello che protende le sue radici verso il cielo, l’albero immortale, come la musica di Hugh Masekela.

Marina Tuni

Photo: 1) by Michael Ochs Archives/Getty Images – 2) courtesy www.hughmasekela.co.za  – 3-4-5 web

 

“Ricominciamo dal Jazz”: a San Severino Marche il canto di Mafalda Minnozzi accende la solidarietà!

Una delle caratteristiche della musica Jazz è di dare ampio spazio all’improvvisazione, tra i processi creativi più affascinanti, che sorprende anche per il tempo velocissimo che intercorre tra il formarsi di un’immagine musicale nella mente e la sua effettiva realizzazione sonora. Nel caso di “Ricominciamo dal Jazz”, evento benefico svoltosi al Teatro Feronia di San Severino Marche (MC) il 10 dicembre, la solidarietà non si è certo improvvisata, come recitava anche il titolo del concerto, anzi… l’organizzazione è stata impeccabile e molti jazzisti di altissimo spessore come il clarinettista Gabriele Mirabassi, il bandoneonista Daniele di Bonaventura, il pianista Giovanni Ceccarelli, il vibrafonista Marco Pacassoni, il chitarrista Antonio Onorato e due talenti locali: David Padella e Maurizio Moscatelli, oltre a due attori di fama quali Alessandro Incerto e Massimo Reale, non hanno esitato a rispondere alla chiamata della vocalist Mafalda Minnozzi, di origine settempedana, un segno di comunanza verso le popolazioni marchigiane ancora provate dal sisma che ha colpito la regione nel 2016.

E così che al Feronia, delizioso teatro all’italiana progettato da Ireneo Aleandri, inaugurato nel 1828 e oggi diretto con passione da Francesco Rapaccioni, si è radunato attorno all’eMPathia Jazz Duo, di Mafalda Minnozzi e del chitarrista newyorchese Paul Ricci, un manipolo di artisti di indubbio valore e notorietà, accomunati dalla medesima radice solidale e da una filosofia della condivisione, oltre che da una sensibilità nell’arte e nella vita, per un incontro che aveva il nobile intento di raccogliere fondi – ma anche e soprattutto attenzione – per avviare la ricostruzione del palcoscenico del Cinema Teatro Italia, casa delle attività culturali, specie giovanili e studentesche, che il terremoto ha reso inagibile.

Dopo il saluto degli organizzatori e del sindaco Rosa Piermattei, Mafalda e Paul salgono sul palco. Lei è meravigliosa ed elegante, fasciata in un abito nero con uno strascico rosso, lunghissimo, che rappresenta la scia di distruzione che il terremoto ha portato con se. Un paio di brani in duo per scaldare le corde, siano esse vocali o della chitarra: Triste Sera, brano tra i meno “coverizzati” di Luigi Tenco, dove la cantante sfoggia da subito una tessitura vocale che mette in evidenza la sua enorme solidità tecnica e il suo gran mestiere… e A Felicidade, un classico di Jobim/De Moraes (che Mafalda ha cantato anche con Toquinho, la scorsa estate al Sant’Elpidio Jazz Festival). La chitarra di Paul lo riveste di un mood ritmico e incalzante, dove Mafalda fa danzare le parole, giocando ad allungare e ad aprire le note  e dove, nel finale, sublima la tristezza dei versi di De Moraes in un loop… Não tem fim, não tem fim…

Il primo “friend empatico” della serata è il giovane contrabbassista locale David Padella, laddove locale è un mero dato statistico in quanto il suo talento è innegabile. Il trio popone una rivisitazione sognante di Estate, di Bruno Martino, un bellissimo fermo immagine per un’esecuzione patinata e vintage.

Della potenza immaginifica del pianista Giovanni Ceccarelli, nato a Fabriano ma che da anni vive in Francia, dove ha trovato il successo, ci sarebbe da scrivere un trattato! Il suo è un pianismo a colori, ma colori primari, dell’essenza… ha inoltre un impareggiabile tocco vellutato e con Mafalda e Paul, in un appassionato gioco di sequenze ritmiche, esegue la cinematografica Metti una Sera a Cena, celeberrimo brano di Ennio Morricone, main theme del film omonimo di Patroni Griffi e una pagina dedicata alle raffinate melodie di Cole Porter, con Everytime we say goodbye, dove il contrasto dinamico tra la chitarra di Paul e il piano di Giovanni, e la stilizzazione timbrica di Mafalda risolvono il brano con rinnovata freschezza.

Il suono antico del bandoneon è quanto di più vicino possa scaturire da uno strumento musicale per ricordarci che l’amore è estasi ma anche tormento; e chi più di Daniele Di Bonaventura – nato a Fermo – nell’olimpo dei bandoneonisti europei, avrebbe potuto esprimere al meglio la passione e lo struggimento di composizioni quali Insensatez, bossa nova della coppia Jobim/De Moraes, tra le più celebri al mondo per le innumerevoli incisioni realizzate e la toccante Hymne à l’amour di Edith Piaf? E il bandoneon di Daniele, con le sue melodie carnali, insieme al delicato mantello ritmico della chitarra di Paul e agli arabeschi vocali che disegna Mafalda, rapisce letteralmente il pubblico. C’è da dire che la vocalist, in Hymne à l’amour, è riuscita nel difficile intento di sdrammatizzare il brano, senza intaccarne minimamente intensità e pathos.

Il concerto prosegue con un tributo di eMPathia Duo interamente dedicato a Mina, una delle cantanti italiane più amate di sempre: abbiamo ascoltato Città Vuota, adattata in una minimalista bossa-nova e Nessuno, caricata a swing e temperamento!

Il nobile, quanto impervio, sentimento del perdono è il tema di É preciso perdoar (Bisogna perdonare) portata al successo da João Gilberto, uno dei padri della bossa-nova.  Al chitarrista napoletano Antonio Onorato il compito di reinterpretare questo brano, che Mafalda canta come se fosse uno spiritual. In Antonio si concentrano tecnica, sensibilità, passione e con Paul trova da subito una grande sintonia. Il risultato è avvincente e il trio produce alchimie emozionanti! Il secondo pezzo è uno degli slow più conosciuti del repertorio tradizionale napoletano: Anema ‘e core, una carezza che arriva diritta all’anima, dove una delle due chitarre esegue una sorta di canto essenzialmente monodico e l’altra l’accompagnamento armonico. Il finale è intenso, quasi drammatico: la vocalist canta in ginocchio, ad occhi chiusi, sciorinando una serie di vocalizzi che denotano una perfetta gestione delle nuances dinamiche… a  dir poco strepitoso!

My shining hour, brano che fu scritto nel 1943 per esere inserito nella colonna sonora di una commedia musicale,  ci riporta al jazz più convenzionale. L’ospite sul palco del Feronia è il marchigiano Marco Pacassoni, un maestro del vibrafono e della marimba, un vero incantatore, per come inanella i suoi rintocchi e le sue velocissime sequenze di note! L’abbiamo ascoltato anche in Jogral, con Gabriele Mirabassi, virtuoso del clarinetto a livello internazionale. Questo improvvisato quartetto ha dato vita ad un divertente gioco di scale e di relazioni armoniche.

La “voce” del clarinetto di Mirabassi è unica, penetrante, piena: la sua agilità nei passaggi solistici, e la sua destrezza interpretativa sono emerse prepotentemente in Azzurro, successo di Paolo Conte, forse tra i brani più applauditi della serata (eccezionale la riproduzione del fischio del treno di Mafalda!), in Nuages di Django Reinhardt, nella versione originale con testo in francese e Chega de saudade, focosa e travolgente, pezzo entrato nella leggenda per aver dato inizio al genere della bossa nova…dove Mafalda ha sfoggiato anche la sua anima e le sue doti da attrice (ha studiato con la Compagnia della Rancia di Saverio Marconi) usando linguaggi gestuali, oltre ad ineguagliabili effetti vocali, scat, shake acuti che lei utilizza con naturalezza sorprendente.

Avviandoci verso la fine, Giovanni Ceccarelli e Daniele Di Bonaventura, con gli eMPathia, ci regalano due incantevoli interpretazioni: Io che amo solo te di Sergio Endrigo e Dindi, per la quale è inutile cercare aggettivi… tale è la sua intensità, delicatezza, profondità. Un brano che amo visceralmente. Con un altro talento marchigiano, il sassofonista Maurizio Moscatelli, Mafalda e Paul eseguono Via con Me di Paolo Conte.

Dopo quasi tre ore di grande musica e spettacolo arriva implacabile il tempo del bis, con tutti gli artisti sul palcoscenico del Feronia, preceduto da una lettura scenica dei due attori che nel corso dello spettacolo avevano portato il loro contributo alla causa della solidarietà, recitando brani di Montale e di Quoist: il napoletano Alessandro Incerto (Un posto al sole, La squadra, I bastardi di Pizzofalcone) e il fiorentino Massimo Reale (reduce dal successo de  “Il Penitente” all’Eliseo di Roma con Luca Barbareschi e da quello televisivo nella serie “Rocco Schiavone” con Marco Giallini).

Il brano scelto, Samba da Bênção, la samba delle benedizioni (che servono sempre!), viene usato spesso dai grandi interpreti brasiliani, come forma di saluto, proprio nel finale dei concerti, assieme al mantra antico “saravà” (la forza che movimenta la natura…);  applausi a scroscio per eMPathia jazz duo plus Friends!

Il concerto è stato organizzato dalla MBM Management di Marco Bisconti, in collaborazione con il Comune e la Pro Loco di San Severino Marche.

Nota di colore: al di là della sua innegabile valenza solidale, l’evento ha avuto dei risvolti conviviali, momenti di grande condivisione e amicizia durante i quali gli artisti (e la sottoscritta) hanno potuto apprezzare l’ospitalità del popolo marchigiano e gli eccellenti prodotti gastronomici regionali!

Marina Tuni

La gallery fotografica è di Paolo Soriani Soriansky che ringraziamo!

Ancora una presentazione per Gente di Jazz di Gerlando Gatto. Il 5 dicembre alla Casa del Jazz a Roma

Continuano le presentazioni del libro del nostro direttore Gerlando Gatto, la cui seconda ristampa si sta rapidamente esaurendo. Martedì 5 dicembre si ritorna a Roma, in uno dei luoghi più amati dagli appassionati della musica jazz: alle 20:30, alla Casa del Jazz, l’autore dialogherà con il giornalista e critico musicale Marco Giorgi, con il coordinatore artistico della Casa del Jazz ed esperto di musica Luciano Linzi e con Ada Montellanico, musicista e Presidente MIDJ – Associazione Italiana Musicisti di Jazz.

“Gente di Jazz – interviste e personaggi dentro un festival jazz” di Gerlando Gatto (edizioni KappaVu/Euritmica, Udine, 2017, I edizione – II ristampa), con la prefazione di Paolo Fresu, la postfazione del filosofo Fabio Turchini e le foto di Luca d’Agostino, è stato presentato al Salone del Libro di Torino, a alla Feltrinelli di Roma, a Udine e a Palazzo San Teodoro a Napoli. Il volume contiene una serie di interviste ad importanti artisti della scena jazzistica italiana ed internazionale che, in epoche anche molto diverse, sono intervenuti al Festival Internazionale “Udin&Jazz”, tra i quali Stefano Bollani, Michel Petrucciani, Danilo Rea, McCoy Tyner, Gonzalo Rubalcaba, Enrico Pieranunzi, Enrico Rava, Antonio Onorato, Maurizio Giammarco, Giancarlo Schiaffini, Cedar Walton, Joe Zawinul, Franco D’Andrea, Mino Cinelu, Paolo Fresu, Martial Solal e molti altri.

Alla fine della presentazione, salirà sul palco Lucrezio de Seta con il suo trio, per presentare in anteprima il suo secondo lavoro da leader Brubeck Was Right, pubblicato nel febbraio 2016 dall’etichetta Headache Productions. Un progetto originale e dinamico caratterizzato da una forte intensità emozionale, che alterna brani originali poetici e passionali a rielaborazioni moderne dei più grandi standard della tradizione jazzistica. Il disco si distingue per un sound originale e strizza l’occhio tanto alla tradizione quanto ai più moderni dettami estetici del jazz moderno: per la serata la formazione sarà completata da Ettore Carucci al pianoforte e Lorenzo Feliciati al basso. Una formazione ricca di groove in cui la batteria di Lucrezio de Seta, divisa tra tempi irregolari e pronunce swingate, trova la corretta vena interpretativa per rielaborare grandi classici del jazz. A fare il resto ci pensano il pianismo moderno di Ettore Carucci, caratterizzato da una grande padronanza del fraseggio e del comping mai banale, e il basso di Lorenzo Feliciati, dallo stile asciutto e diretto, perfetto nell’esecuzione. Brubeck was Right! è un progetto innovativo, dalla forte vena creativa che partendo dalla tipica formazione in trio acustico si evolve senza timidezze reverenziali di stampo stilistico, dando vita ad arrangiamenti moderni e composizioni originali che ben si collocano nel panorama jazzistico più attuale.

Ingresso (presentazione+concerto) € 10 – info e biglietti: www.casajazz.it

Info stampa Gente di Jazz: stampa@euritmica.it