Ancora una presentazione prestigiosa per “L’altra metà del jazz” il secondo libro di Gerlando Gatto, inserita tra gli eventi del festival JazzMi

Dopo le presentazioni al Salone del Libro di Torino, Udine, Catania e Roma, il secondo volume di Gerlando Gatto “L’altra metà del jazz – Voci di donne nella musica jazz” (KappaVu / Euritmica edizioni) è stato illustrato il 13 novembre a Milano, nell’ambito di “Compagni di viaggio: incontri con gli autori”, nei meravigliosi locali che ospitano la libreria di viaggio del Touring Club Italiano, nella sua storica sede di Corso Italia, nel cuore della città meneghina.
L’evento era inserito nel cartellone del Festival JazzMi, quest’anno quanto mai denso di concerti e appuntamenti (più di 200 in 13 giorni!).
Introdotto dal giornalista Pino Mantarro, ufficio stampa del T.C.I., l’autore ha dialogato con un interlocutore illustre, Claudio Sessa, già direttore di “Musica Jazz”, critico musicale del “Corriere della Sera”, docente di Storia del Jazz, nonché scrittore con all’attivo diverse pubblicazioni (Il marziano del jazz. Vita e musica di Eric Dolphy; Le età del jazz. I contemporanei; Improvviso singolare. Un secolo di jazz).

Tra il numeroso pubblico presente anche alcuni artisti molto noti: il compositore e band leader Dino Betti van der Noot, il sassofonista Claudio Fasoli e il fotografo Roberto Masotti, tra i più prestigiosi fotografi jazz di tutta Europa, cui si è aggiunto verso metà serata un altro importante fotografo, Pino Ninfa.

Sessa, nella sua esposizione iniziale, ha definito Gatto “un lavoratore del jazz” e ha sottolineato il valore particolare di questa raccolta di interviste, integralmente al femminile, soffermandosi sovente sul tema della “differenza di genere” nell’ambiente jazzistico.

Spesso si tratta di stereotipi consolidati, come quando, parlando di musiciste jazz, vi si abbini immediatamente la figura della cantante e quasi mai quella della strumentista. In certi “universi” – il jazz è uno di questi ma anche quello militare, ad esempio – esiste ancor’oggi un pregiudizio molto diffuso e difficile da divellere: la tendenza ad incasellare il jazz suonato dalle donne come se esistesse un modo maschile e un modo femminile di suonarlo. Da questa sorta di postulato, si è scatenata un’interessante discussione alla quale hanno partecipato parecchi spettatori. Io non ho mai pensato alle donne che fanno jazz in termini di genere e il mio giudizio si è sempre e solo basato su canoni di bravura, di capacità tecniche, di espressività, di gusto… insomma, su dei parametri oggettivi, e questo indifferentemente se a suonare, comporre, dirigere sia un maschio o una femmina. Ascoltando i vari interventi mi sono stupita: se nel 2018 si parla ancora di questo, evidentemente il problema non è, come credevo, superato.

La discussione si è ulteriormente ampliata, a seguito della domanda di una spettatrice, sulla matrice primigenia del linguaggio jazzistico e se sia possibile distinguere, al semplice ascolto, il jazz statunitense da quello europeo, quello italiano da quello scandinavo, solo per citare alcuni esempi.

Quasi tutti sono stati concordi nel sostenere la tesi che il jazz è un idioma universale diffusosi ovunque nel mondo, e pur riconoscendo che il suo epicentro era e rimane, per certi aspetti, l’America del Nord, ha saputo integrarsi nelle culture di altri paesi ritagliandosi spazi e sonorità completamente nuovi, tanto da contestualizzarsi, assumendo una precipua forma identitaria.

E’ stato piuttosto difficile per Claudio Sessa riportare il vivace scambio di opinioni sui binari dell’oggetto della presentazione: il bel libro di Gerlando Gatto!

Dopo tanto erudito disquisire (c’era molto da imparare nelle parole di alcuni relatori…) sono finalmente comparse le vere protagoniste di questa opera, da Enrica Bacchia (che Gerlando ha definito come l’esperienza più intensa), a Dora Musumeci, una della pioniere tra le musiciste jazz, parliamo degli anni Cinquanta, che diede del filo da torcere ai colleghi maschi e fu amica personale dell’autore (che si commuove ogni qualvolta se ne parli…), da Dee Dee Bridgewater a Sarah Jane Morris, queste ultime due interviste così diverse tra loro e dalle quali emergono con grande evidenza due diversi approcci: molto professionale e distaccato per la prima, empatico e pieno di calore umano per la seconda. Gatto ha ricordato con affetto anche la vocalist norvegese Radka Toneff, che si tolse la vita a soli 30 anni, per amore… si dice.

Alla domanda su quali siano i criteri che lo guidano verso la scelta delle musiciste da intervistare, Gatto ha risposto in modo semplice e diretto: “avendo la fortuna di poter scrivere di jazz per pura passione, l’unico criterio è di confrontarmi con gli artisti che più mi piacciono, quelli che musicalmente mi trasmettono qualcosa.”  (Gerlando è laureato in giurisprudenza e ha fatto per anni il giornalista professionista, specializzato in economia. N.d.A.)

Marina Tuni

 

Muore a 49 anni il trombettista texano Roy Hargrove, musicista-simbolo del rinnovamento del jazz

“È con il cuore greve che annunciamo la scomparsa del grande Roy Anthony Hargrove, all’età di 49 anni, a New York la scorsa notte (la notte del 2 novembre NdA), per un arresto cardiaco a causa delle complicazioni della sua coraggiosa battaglia contro la malattia renale”, scrive su Facebook Larry Clothier, suo manager e amico.

La prima volta che mi capitò di sentire la tromba di Roy Hargrove fu nel 2002. L’album era un tributo a Davis e Coltrane (e quello, onestamente, fu il motivo primario che mi spinse ad ascoltarlo); registrato dal vivo in Canada nel 2001, venne pubblicato l’anno dopo con il titolo “Directions in Music: Live at Massey Hall”. Naturalmente, i nomi di Herbie Hancock e di Michael Brecker fecero da traino ma ebbero il merito di farmi scoprire uno tra i trombettisti coevi che avrei amato di più, insieme a Dave Douglas.

Quel disco valse loro ben due Grammy: uno come miglior album jazz strumentale e l’altro come miglior solo nel brano “My ship”, il cui autore della parte musicale è Kurt Weill. Questo pezzo è sempre presente nelle mie playlist, lo trovo perfetto nel suo trasognato lirismo, nella sua trascinante carica interpretativa e il suono del flicorno di Roy è morbido, brillante, unico… ogni tentativo di collegarlo ad altri trombettisti del passato risulta praticamente impossibile.

Da lì, ho iniziato a seguirlo, anche andando a ritroso nel tempo. L’ho ritrovato spesso protagonista in diverse edizioni di Umbria Jazz – anche in questa del 2018 – sia con la sua core-band RH Factor, dalle diverse anime R&B, soul, hip-hop e funky, sia con il suo quintetto più tradizionale.

A proposito di questo quintetto, che vedeva Roy Hargrove, alla tromba e flicorno, Justin Robinson, al sax alto e flauto, Gerald Clayton, al piano, Danton Boller al basso e Montez Coleman, alla batteria, un collettivo di musicisti jazz di alto livello ispirato dall’hard-bop degli anni sessanta, quelli, per intenderci, dei Jazz Messengers di Art Blakey, nel periodo in cui vi suonava un altro mito della tromba: Freddie Hubbard, c’è un altro disco che è entrato nelle profondità della mia anima musicale, si tratta di “Earfood”, uscito nel 2008. Qui Hargrove si immerge nuovamente alla sorgente della sua esplorazione musicale che, tuttavia, non significa un ritorno al passato ma un abbinare la sua profonda conoscenza del jazz più tradizionale alla sua infinita genialità e alla sua indiscutibile  modernità.

C’è in questo disco una versione di Mr. Clean (incommensurabile composizione di Hubbard, indimenticabile nell’incisione del 1970 con Joe Henderson, al sax, George Benson alla chitarra, Herbie Hancock alle tastiere, Ron Carter, al basso e Jack DeJohnette, alla batteria… massima concentrazione di mostri sacri del jazz!) dove il riff di matrice R&B è un miracolo di interplay tra tromba e sax, dove l’ottimo pianismo di Clayton, con i suoi brevi e incisivi assolo, mostra di aver fatto propri gli insegnamenti del miglior Herbie Hancock, dove in ogni nota circola la linfa evolutiva del jazz modale.

Molte sono le storie che si potrebbero raccontare sul “giovane leone Hargrove”, scoperto in una scuola di musica di Dallas da Wynton Marsalis; si potrebbero ricordare i nomi dei grandi musicisti con i quali ha suonato, oltre ai già citati Hancock e Brecker, da Steve Coleman a Oscar Peterson, da Roy Haynes a Dave Brubeck e, più di recente Erykah Badu, Marcus Miller, Angelique Kidjo; si potrebbe dire che la sua musica ha illuminato la strada di parecchi giovani che, grazie a lui, si sono avvicinati ad uno strumento complesso da padroneggiare, come la tromba. Tutto questo, però, è cronaca… già detta, ovunque e da tutti.

Noi abbiamo voluto ricordarlo cercando di entrare nella sua visione della musica, la stessa che ebbe, prima di lui, Miles Davis, entrambi artisti dal talento immenso, pionieri audaci e sognatori… quel tanto che basta a fare la differenza per reclamare, a pieno titolo, un posto nel gotha dei geni musicali del nostro tempo.

Marina Tuni

Forlì Open Music – FOM III edizione Note al Presente – 13 e 14 ottobre 2018 Chiesa San Giacomo Piazza Guido da Montefeltro – Forlì

Nuove date per il Forlì Open Music – FOM, la due giorni di grandi concerti dal respiro internazionale, in programma quest’anno il 13 e 14 ottobre 2018, presso la suggestiva Chiesa San Giacomo a Forlì. Una rassegna unica nel suo genere grazie alla diversità dei linguaggi musicali proposti, in cui la musica della tradizione storica viene a intrecciarsi con quella del presente, in un’azione progettuale dalla forte connotazione divulgativa.

Dopo il successo delle passate edizioni che hanno visto sul palco artisti del calibro di Evan Parker (2015), Fire! Orchestra (2016) e Rob Mazurek (2017), il terzo Forlì Open Music presenterà un cartellone composto da sette proposte di assoluto livello artistico con prestigiosi nomi della musica internazionale, tutto come sempre a ingresso gratuito: dallo straordinario duo formato da Enrico Pace e Igor Roma (data unica in Italia) al grande Irvine Arditti (in esclusiva); dal mitico trio dei DKV (data unica in Italia) al meraviglioso duo composto da  Yannis Kyriakides & Andy Moor (in esclusiva); fino ai leggendari The Necks (data unica in Italia) e alla chiusura con Open Border, un progetto  appositamente commissionato in prima mondiale e in esclusiva, che vedrà sul palco due esponenti tra i più rilevanti della musica contemporanea, Gianni Trovalusci e Luigi Ceccarelli e due dei più noti esponenti della musica jazz attuale, Hamid Drake e Ken Vandermark. Completa il cartellone l’Open Day delle scuole musicali di Forlì.

Filo conduttore di questa terza edizione il tema del presente, inteso, nel linguaggio musicale, sia come “qui e ora” con tutte le varie declinazioni della composizione istantanea, sia come espressione del vivere oggi, attraverso opere scritte nel XX e XXI secolo, immerse nel contesto contemporaneo per essenza o tematiche. Un percorso che intende metter in contatto chi ascolta con idee sonore, visioni innovatrici sorprendenti, condizioni musicali del presente mai comuni e stereotipate.

La terza edizione di Forlì Open Music è organizzata dal Comune di Forlì in collaborazione con i Musei di San Domenico, l’associazione culturale Area Sismica e Elisabetta Righini.

Di seguito il programma della due giorni nel dettaglio. Il Forlì Open Music si aprirà con il concerto a due pianoforti di Enrico Pace e Igor Roma, due fuoriclasse di rilievo internazionale, raramente presenti con concerti in Italia, e con un repertorio sorprendente, di raro ascolto, che spazia da Claude Debussy a Gustav Holst.

Enrico Pace è vincitore del primo premio al concorso pianistico internazionale Franz Liszt di Urtecht, svolge carriera solistica con alcune delle più prestigiose orchestre del mondo, come la Royal Orchestra del Concertgebow, la BBC Philarmonic Orchestra, l’Orchestra Nazionale di Santa Cecilia, la MDR Sinfonieorchester di Lipsia, la Camerata Salzburg, l’Orchestra Filarmonica di Varsavia. La sua registrazione per la Decca delle Sonate di Beethoven per violino e pianoforte, insieme a Leonida Kavakos, ha ricevuto il Premio Abbiati della critica italiana. Igor Roma, anch’egli vincitore del primo premio al concorso Liszt di Utrecht, svolge attività concertistica in tutto il mondo. Ha collaborato con prestigiose orchestre internazionali quali la Filarmonica di Rotterdam, la Filarmonica Olandese, la Amsterdam Sinfonietta, la Filarmonica di Arnhem, la Franz Liszt Chamber Orchestra, l’Orchestra Sinfonica di Bilbao, l’Orchestra Nazionale di Madrid, l’Orchestra Sinfonica di Stavanger, l’Orchestra Sinfonica Nazionale Irlandese, l’Orchestra Filarmonica Nazionale Ungherese, la Sinfonica “Giuseppe Verdi” di Milano, la New World Symphony Orchestra di Miami Beach e l’Orchestra Filarmonica di Hong Kong.

A seguire salirà sul palco Irvine Arditti, universalmente riconosciuto come il più grande interprete vivente di musica contemporanea. Centinaia di composizioni per quartetto d’archi e per musica da camera sono state scritte per lui e per l’ensemble da lui creato, l’altrettanto famoso Arditti Quartet.  Molte di queste opere hanno lasciato un segno nel repertorio del ventesimo secolo e hanno dato a Irvine Arditti un posto fisso nella storia della musica. Le prime mondiali di compositori come Ades, Andriessen, Aperghis, Birtwistle, Britten, Cage, Carter, Denisov, Dufourt, Dusapin, Fedele, Ferneyhough, Francesconi, Gubaidulina, Guerrero, Harvey, Hosokawa, Kagel, Kurtag, Lachenmann, Ligeti, Maderna, Manoury, Nancarrow, Reynolds, Rihm, Scelsi, Sciarrino, Stockhausen, Xenakis e moltissimi altri, valgono più di qualsiasi descrizione della vastità ed ecletticità del repertorio di Arditti. Sterminata la discografia, che include attualmente più di 200 CD. L’archivio completo delle sue opere è ospitato dalla Fondazione Sacher di Basilea, in Svizzera.

La prima sera si chiuderà con i DKV, una delle formazioni più famose ed eccitanti, composta da vere e proprie leggende del jazz attuale: Ken Vandermark, Hamid Drake e Kent Kessler, che, singolarmente, hanno ridisegnato le traiettorie della musica attuale e che assieme hanno dato una aurea mitologica a questo trio. Vandermark, vincitore del prestigioso MacArthur prize, è un gigante del sassofono ed è stato definito dalla critica statunitense “essenziale per chiunque sia interessato alla continua evoluzione della musica creativa”. Drake è una superstar della percussione jazz, avendo suonato con musicisti del calibro di Herbie Hancock, Wayne Shorter, Archie Shepp, Pharoah Sanders, Malachi Thompson, David Murray, Bill Laswell, Misha Mengelberg, Peter Brotzmann, William Parker e tantissimi altri.

Il giorno successivo vi sarà la bellissima esperienza dell’Open Day delle scuole musicali di Forlì, un progetto che coinvolge e fonde in formazioni diverse gli studenti dell’Istituto Masini e del Liceo Musicale Statale.

La ricerca di incroci non convenzionali non poteva non portare sul palco del FOM l’incredibile duo Kyriakides & Moor, composto dal sempre avventuroso Andy Moor, noto sia per far parte dei The Ex, Dog Faced Hermanns o Kletka Redsia e per le sue innumerevoli incursioni in spazi sempre nuovi come i recenti Lean Left; e da Yannis Kyriakides, compositore definito come “fondamentale della nostra epoca”, non solo nell’ambito della classica contemporanea, ma anche in quello delle arti visive e come esploratore di combinazioni di pratiche tradizionali con i media digitali. Sono accomunati anche da un’urgenza espressiva che li ha portati a essere molto prolifici, seppur su traiettorie diverse tra loro, con migliaia di concerti e innumerevoli collaborazioni per Moor e oltre novanta composizioni per Kyriakides, che è anche direttore artistico dell’Ensemble MAE e docente al conservatorio de L’Aia.

Si prosegue con una formazione che si è guadagnata ormai il titolo di ‘leggendaria’, il trio australiano The Necks, che quest’anno festeggia i trent’anni di attività, composto da Chris Abrahams, Lloyd Swanton, Tony Buck. In un recente, lungo articolo comparso sul New York Times, lo scrittore Geoff Dyer li ha definiti “il più grande trio della terra”. Il seguito e il culto di cui sono da tempo circondati sono giustificati dal risultato di un paziente e costante lavoro di ricerca che i tre musicisti hanno svolto a partire da una formula convenzionale, quella jazzistica del piano trio, che è stata, con tanto metodo quanto intuito, smontata e riassemblata fino a divenire tutt’altro dall’idea di partenza.

La chiusura è affidata a un evento che illuminerà questa terza edizione, Open Border, un progetto appositamente commissionato, in prima mondiale e in esclusiva, che vedrà sul palco due esponenti tra i più rilevanti della musica contemporanea, Gianni Trovalusci e Luigi Ceccarelli e due dei più noti esponenti della musica jazz attuale, Hamid Drake e Ken Vandermark, già membri dei DKV.

Trovalusci, flautista e performer, interprete di un centinaio di opere di autori contemporanei, come Sylvano Bussotti, Alvin Curran, Hubert Howe e tanti altri, ha tenuto concerti in tutto il mondo, dal NYCEMF New York City Electroacoustic Music Festival all’Ars Electronica – BrucknerHaus di Linz, dal Neue Alte Musik di Colonia all’Estonian Music Days a Tallinn. Il suo tratto artistico lo ha portato a frequentare mostri sacri di diversi ambiti, come Roscoe Mitchell, che gli ha dedicato un brano per flauto solo, Fabrizio Ottaviucci, Soo Yeon Lyuh e David Ryan.

Stella luminosa del panorama della musica contemporanea italiana, il percorso di Luigi Ceccarelli parte dal Conservatorio di Pesaro, dove si dedica alla composizione musicale con le tecnologie elettroacustiche. Alla fine degli anni ’70 incontra Achille Perilli e Lucia Latour, con i quali approfondisce il rapporto tra musica, arti visive e danza. Da allora la sua attività si svolge parallelamente sia nel campo della musica elettroacustica, sia nel teatro musicale, inteso nelle sue forme più disparate. Ha ricevuto numerosissimi riconoscimenti internazionali tra cui il premio OPUS del Conseil Québécois de la Musique; l’Euphonie d’Or al Concorso dell’IMEB di Bourges; il Premio UBU, premio della critica italiana dello spettacolo, per la prima volta assegnato a un musicista; e l’Honorary Mention al concorso Ars Elettronica di Linz. Le sue opere sono state inoltre selezionate dall’International Computer Music Conference in sette diverse edizioni.

Questa unione deriva dall’urgenza avvertita da più parti di avvicinare l’ambito della musica etichettata come “colta”, che guarda, già a partire dalla seconda metà del ‘900, alle possibilità offerte dalla composizione istantanea, all’ambito del free jazz, sempre più vicino agli stilemi della musica contemporanea strutturata. Questa fusione può avvenire solo attraverso le sensibilità più alte possibili che il panorama mondiale può offrire e questo evento segnerà una traccia indelebile sul percorso che si seguirà da qui in avanti.

PROGRAMMA

Sabato 13 ottobre  

20.30     Enrico Pace-Igor Roma (data unica in Italia)

21.45     Irvine Arditti (GB) (in esclusiva)

22.30     DKV (USA) (data unica in Italia)

Domenica 14 ottobre

15.00     Open Day Istituti Musicali Forlì

17.30     Yannis Kyriakides & Andy Moor (GR, GB) (in esclusiva)

18.15     The Necks (AUS) (data unica in Italia)

19.15      Open Border (ITA, USA)

Luigi Ceccarelli, Gianni Trovalusci, Hamid Drake, Ken Vandermark

(prima mondiale – in esclusiva)

 

Ufficio Stampa

Michela Giorgini – mob +39 339 8717927 – giorginimichela@gmail.com

 

Dall’inserto “LaLettura” del CorSera e da Musica News due recensioni de “L’altra metà del jazz” di Gerlando Gatto

In vista della prossima presentazione del nuovo e secondo libro del nostro direttore Gerlando Gatto, “L’altra metà del jazz” (KappaVu / Euritmica Ed., 2018), in programma a Roma alla Feltrinelli Libri e Musica di Via Appia Nuova 427 giovedì 13 settembre alle 18 (ingresso libero), pubblichiamo due recensioni. La prima porta la firma di Claudio Sessa, scrittore, critico musicale e giornalista che si occupa di jazz dalla metà degli anni Settanta e scrive sul Corriere della Sera, dove la recensione stata pubblicata domenica 26 agosto nell’inserto “La Lettura” .

La seconda recensione, della quale per maggiore leggibilità pubblichiamo di seguito il testo, è di Silvana Palazzo, scrittrice, responsabile delle attività del Centro di Ricerca e Documentazione sul fenomeno mafioso e criminale dell’Università della Calabria e autrice per il bimestrale Musica News, storica rivista di musica, arte e cultura, al suo ventisettesimo anno di attività. La recensione è uscita sul n. 4/2018.

p.s.: il libro si può acquistare sui principali siti delle librerie online: Feltrinelli, Ibs, Hoepli, Libreria Universitaria, Amazon, Mondadori Store, Unilibro, San Paolo ecc. e sul sito della casa editrice KappaVu (clicca qui)

(MariTu)

Musica News n. 4/2018

Chi dice donna dice jazz – in L’altra metà del jazz – Voci di donne nella musica jazz di Gerlando Gatto (Euritmica/Kappa Vu)

Un libro … di genere. L’altra metà del jazz di Gerlando Gatto si occupa della musica afroamericana suonata o cantata dalle donne del pianeta, dal Giappone della pianista Hiromi alla Cuba della cantante Daymè Arocena, dalla Corea di Youn Sun Nah alla Norvegia di Karin Krog. Ovviamente fino agli USA di Myra Medford. E all’Italia di Marcotulli, Civello, Bolognesi… Non è un mestiere comune fare jazz. E’ semmai un modo di essere di cui le donne musiciste si sono appropriate nei vari ruoli. E non è un rincorrere l’uomo in professioni prima a lei negate. Gatto ne ha scoperchiato l’essenza tutta femminile, ne ha disvelato i modi espressivi, il sentire che aspettava di essere scoperto, dalla viva voce delle stesse donne. Un sentire diverso da quello maschile a cui non ė omologabile. Come nelle caratteristiche di genere i due emisferi restano infatti lontani. Perché se è vero che jazz ė anzitutto sfogo dell’istinto creativo allora l’animo femminile riesce a relazionarsi e comunicare in maniera peculiare come ad accoglierne il linguaggio, lasciando all’ascoltatore la lettura e il piacere dell’ascolto. L’abilità di Gatto è di approfondire la ricerca maieutica della verità, tramite il metodo dell’intervista, con domande che spesso si insinuano nella psiche dell’interlocutrice per catturarne la personalità, attraverso il dialogo e non solo tramite la musica. Nel libro il quadro peraltro si ricompone: emerge il rapporto esistente tra queste due ultime: la nota diventa parola mentre sul palcoscenico ė la parola che si fa nota.

Ė così che la relazione parola/nota entra in perfetta simbiosi e la corrispondenza tra le due diventa arte magia mito. C’ è una curiosità profonda nelle domande poste dall’autore per esempio sul mutamento vocale rilevato in Marilena Paradisi. Lì la voce viene radiografata come elemento chiarificatore di uno stato d’animo che si evolve nel tempo, in una maniera complice e simpatica quasi affettuosa di spulciare nei meandri dei testi oltre che delle melodie. O delle improvvisazioni. Le risposte sono spesso di natura intimistica con quella veritiera disponibilità e messa a nudo propria del genere femminile. Leggera è la discrezione, le questions sono quelle giuste, come nella psicanalisi in cui l’analista sa dove toccare i punti nevralgici del discorso. E l’autore riesce a mettere in luce, non solo la storia personale le abilità e capacità professionali ma anche per molti versi  il mondo di dentro di ogni singola artista.

Particolarmente toccante l’intervista a Dora Musumeci prima pianista italiana di jazz. Dove Gatto partecipa emotivamente, pur da saggista, alla stesura del romanzo del jazz.

Silvana Palazzo

 

La potenza sonora della Banda dell’Arma dei Carabinieri… racchiusa in una “Nuvola”

Novantadue professori d’orchestra (ma l’organico completo ne conterebbe 102), di cui sei alle percussioni e il resto ai fiati, una potenza di suono di grande impatto, anche emotivo, ricco di colori e sfumature, un repertorio vasto e un curriculum di assoluta eccellenza, impreziosito da numerose tournée in ogni parte del mondo a partire dalla prima, nel 1916 a Parigi. Stiamo parlando, l’avrete già capito, di una banda… ma non di una qualsiasi banda quanto di una delle migliori formazioni del genere che il mondo musicale possa vantare: la Banda dell’Arma dei Carabinieri, ottimamente diretta, da ben 18 anni, dal Colonnello Massimo Martinelli.

Il 28 maggio scorso l’imponente formazione ha tenuto un concerto all’Auditorium della “Nuvola” di Fuksas, nel quartiere Eur a Roma, nell’ambito delle celebrazioni per il 204° annuale di fondazione del Corpo.

A questo punto alcuni dei nostri lettori si staranno chiedendo cosa c’entri la Banda dei Carabinieri in un blog dedicato al jazz. Ebbene le risposte sono molteplici. In generale, parlare semplicemente di jazz, oggi come oggi, è decisamente limitativo, si può – e si deve – invece ampliarne la visione immaginando la musica come un’arte dei suoni, senza dover necessariamente erigere steccati, con inutili distinguo di rango, tra generi. Infatti, come abbiamo più volte detto, è vero che “A proposito di Jazz” è una pubblicazione dedicata al jazz, ma non lo è però in maniera esclusiva. In secondo luogo, sempre in queste stesse pagine, abbiamo più volte dedicato spazio alle bande, nella giusta considerazione che si tratta di formazioni di estrema importanza per la crescita musicale dell’intero Paese. Ma non basta: proprio con riferimento al jazz, molti musicisti – soprattutto statunitensi – si sono formati suonando nelle bande militari che, ancora oggi, introducono nei loro repertori brani di estrazione jazzistica.

La stessa cosa ha fatto anche la Banda dei Carabinieri, inserendo nel proprio repertorio alcuni brani riconducibili al jazz.

Il concerto, presentato da Veronica Maya,  inizia con una delle partiture meno “battute” di Claude Debussy, “Il Martirio di San Sebastiano”, scritta dal compositore francese come musica di scena per l’omonimo melodramma dannunziano. Segue una marcia dei Carabinieri Reali, composta da Luigi Cajoli, che fu il primo Maestro della Fanfara della Legione Allievi Carabinieri di Roma, nel 1887, l’embrione dell’attuale Banda dell’Arma, che egli stesso diresse dal 1910 al 1925. Piccola curiosità per i jazzofili: Cajoli è citato anche nel volume “Il jazz in Italia: dalle origini alle grandi orchestre”, del critico e storico Adriano Mazzoletti, pietra miliare, assieme ad Arrigo Polillo, del giornalismo dedicato a questo genere musicale.

Le prime pennellate jazzistiche della serata ci portano nelle strade di una New York anni ’50,  in balia delle bande giovanili. Da West Side Story, di Leonard Bernstein, ascoltiamo “Mambo” e “America”, due brani di cui l’orchestra ci restituisce intatta la grande forza comunicativa e “Ragtime” composto dal Maestro Direttore della Banda, Massimo Martinelli, forse ispirato da colui che venne definito il re del genere, Scott Joplin.

Nella “Rapsodia Americana”, della prolifica compositrice pugliese Teresa Procaccini (presente in sala), prima donna ad essere nominata direttore di un conservatorio di musica, e in “Bugle Call Rag” e “Sing, Sing, Sing”, brani portati al successo da un maestro della swing era, Benny Goodman, abbiamo avuto il piacere di ascoltare una straordinaria pianista che risponde al nome di Gilda Buttà.

Siciliana di Patti, Gilda frequenta la musica classica sin da giovanissima, tanto da diplomarsi con lode, a soli sedici anni, sotto la guida di Carlo Vidusso. Successivamente si costruisce una solidissima reputazione sia attraverso una fitta serie di concerti in tutto il mondo sia collaborando con il Maestro Ennio Morricone, con il quale ha inciso varie colonne sonore (su tutte “La leggenda del pianista sull’oceano”). Ed è stato davvero un bel sentire, dal momento che la Buttà è una concertista di assoluto livello: le sue dita volano letteralmente sulla tastiera ed esprimono al meglio le concezioni dei compositori, padroneggiando gli aspetti ritmici, armonici e melodici delle esecuzioni nonché il gioco delle dinamiche, così importante quando si suona avendo alle spalle una formazione granitica come quella della Banda dei Carabinieri.

Ma la Buttà non è stata la sola presenza femminile importante; in effetti, come ha sottolineato il Comandante Generale dell’Arma, Giovanni Nistri, sono oltre quattromila, ad oggi, le donne che portano la divisa da carabiniere, ed anche nella Banda ci sono varie esponenti del gentil sesso. Va infatti ricordato che la serata era altresì dedicata all’universo femminile; di qui l’invito ad altre due soliste: la violinista Anna Tifu e l’arpista Micol Picchioni.

Di origini rumene ma nata a Cagliari nel 1986, la Tifu è considerata in senso assoluto una delle migliori violiniste apparse sulla scena negli ultimissimi anni. Attualmente ha l’onore di suonare uno Stradivari del 1716, già posseduto da Napoleone e a lei affidato dall’Associazione Canale di Milano. La Tifu si è esibita, evidenziando una perfetta commistione di tecnica (straordinaria) e sentimento, nel “Concerto per Violino op. 26 n. 1” di Max Bruch, compositore romantico a mio avviso molto sottovalutato. Quest’opera è un capolavoro di simmetria tra elementi stilistici e formali: un incantesimo melodico commovente.

La vibrazione dell’ancia dell’oboe di Francesco Loppi, che ha duettato con la Tifu nel celeberrimo “Oblivion” di Astor Piazzolla, ha fatto vibrare tutta la platea, riuscendo a ricreare, in tutta la sua valenza, il pathos insito nelle note del musicista argentino. Del resto, come non essere piacevolmente vittime di un estatico coinvolgimento verso uno strumento, il violino, che proprio Bruch così descriveva: “può cantare una melodia, e la melodia è l’anima della musica…”

Il gineceo strumentistico si completa con la giovane arpista genovese Micol Picchioni. Diplomatasi col massimo dei voti nel 2004 al Conservatorio F. Morlacchi di Perugia, Micol è stata allieva di Catherine Michel (prima arpa dell’Opera di Parigi), Paloma Tironi, Susanna Bertuccioli e Patrizia Bini (prima e seconda arpa del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino).

L’altra sera si è fatta ammirare in un particolare arrangiamento per arpa e orchestra di “Stairway to Heaven”, dei Led Zeppelin, stratificato brano, sicuramente tra i più conosciuti della musica rock, pubblicato nel 1971. La “scala” che ci ha portato al paradiso (letteralmente!), così come gli altri brani proposti, è suonata da Micol con una straordinaria arpa celtica elettroacustica, dotata di un supporto che le consente di suonare in piedi.

Questo meraviglioso strumento polivoco rivela tutta la sua bellezza nel barocco “Canone” di Johann Pachelbel, brano sulla cui datazione, tuttavia, non si hanno ancora certezze; l’unica che si possiede in merito a questa composizione è che quella manciata di note, originariamente scritta per tre violini e basso continuo, è tra le più copiate della storia della musica, con centinaia di canzoni realizzate sulla sua celebre melodia. Una su tutte? Rain and Tears degli Aphrodite’s Child.

Come spesso accade in ambienti di grandi dimensioni, e come accaduto all’Auditorium della Nuvola, l’eccessiva riverberazione ha inficiato talora un ascolto ottimale, nonostante il suo progettista, l’architetto Fuksas, abbia dichiarato di aver studiato luce e acustica in modo maniacale. Per quanto riguarda la luce dell’intera struttura, non vi sono dubbi: è spettacolare! Nondimeno, ci attende una piacevole sorpresa. Verso il finale, la Banda si scompone: metà rimane sul palco e l’altra metà si posiziona nella parte più alta della platea. Questo effetto surround ci permette di ascoltare perfettamente e nella pienezza dei suoni il poema sinfonico di Respighi “I Pini di Roma”.

Dopo i saluti delle varie autorità presenti, la chiusura rituale di ogni concerto di questa Banda, vera eccellenza della musica italiana, prevede l’esecuzione della “Fedelissima”, composta dal Maestro Luigi Cirenei, marcia d’ordinanza dell’Arma dei Carabinieri e del “Canto degli Italiani”, ovvero l’inno nazionale, in un’interpretazione corale da parte di tutti gli spettatori che hanno gremito l’auditorio. Il concerto verrà trasmesso da Rai 5, in uno speciale realizzato da Rai Cultura, il 5 giugno, data in cui ricorre la giornata nazionale di questa prestigiosa istituzione.

Marina Tuni

A Proposito di Jazz ringrazia il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Giovanni Nistri, il Responsabile Relazioni Esterne e Comunicazione, Generale di Brigata Maurizio Stefanizzi, il Maestro Direttore della Banda, Colonnello Massimo Martinelli e l’Ufficio Cerimoniale.

Photo courtesy: Arma dei Carabinieri

 

Presentato in anteprima assoluta al Salone del Libro di Torino il secondo libro di Gerlando Gatto

Anche il secondo volume di Gerlando Gatto ha avuto il suo battesimo ufficiale al Salone del Libro di Torino: “L’altra metà del jazz – Voci di donne nella musica jazz” (KappaVu / Euritmica edizioni) è stato presentato domenica 13 maggio nella città della Mole Antonelliana alla presenza dello stesso autore, di Claudia Fayenz, giornalista RAI nonché autrice della prefazione, e della vostra cronista, Marina Tuni, responsabile dell’ufficio stampa di Euritmica e del Festival Internazionale Udin&Jazz, mentre ha dovuto dichiarare forfait, per motivi personali, Giancarlo Velliscig direttore artistico del festival udinese.

Proprio da questa manifestazione ha preso il via l’incontro di domenica. È ovviamente spettato alla sottoscritta illustrare il programma del Festival, giunto alla sua ventottesima edizione, che quest’anno si svolge nello spirito di “Take a Jazz Break”, che sarà il filo conduttore di Udin&Jazz 2018. Una sorta di invito, dunque, a rallentare i ritmi, a prendere una pausa dalla superficialità e dalla frenesia di questa epoca, a uscire dall’illusorio universo virtuale, dai social, dalla tecnologia, per ritrovare il sapore delle emozioni vere, della condivisione vissuta realmente, facendolo, nel caso appunto del festival, attraverso il jazz! Molti i concerti e gli eventi in programma in un arco di tempo che va dal 27 giugno al 24 luglio, ma sul Festival torneremo nei prossimi giorni anche per gli imprevisti risvolti determinati dalle dichiarazioni del patron Giancarlo Velliscig.

E veniamo alla presentazione del libro. Da esperta giornalista radiofonica Claudia Fayenz ha tracciato, con poche frasi, il quadro ambientale ed artistico in cui si inserisce il lavoro di Gatto: dare voce ad un universo femminile che oramai rappresenta una realtà ben consolidata, nell’ambito di una musica che spesso resta ancorata a pregiudizi anacronistici. Non sono passati molti anni da quando una donna jazzista veniva considerata al massimo come vocalist. Oggi, per fortuna, le cose cono cambiate… e in modo radicale. Così ci sono artiste che suonano strumenti una volta impensabili nelle mani di una donna come il sax baritono, il contrabbasso, la batteria… per non parlare della direzione orchestrale e della composizione.

Ecco, Fayenz ha evidenziato in modo assai chiaro come il libro da un canto cerchi di far emergere non solo il lato artistico ma soprattutto quello umano del personaggio (emblematica al riguardo la lunga intervista con Enrica Bacchia), dall’altro come getti un fascio di luce su questo universo, ponendone in rilievo alcuni paradossi: è il caso di una grande pianista catanese, Dora Musumeci, una vera antesignana delle jazziste che in anni lontani riuscì a raggiungere una posizione di assoluto rilievo, lodata dallo stesso Arrigo Polillo, ma proprio per questo invisa ai colleghi “maschietti” che non mancarono di metterle qualche bastone tra le ruote, tanto per usare un eufemismo. Gatto l’ha intervistata nel 1978 e quando Fayenz lo ha invitato a ricordare la figura di questa grande pianista, il critico musicale non ha potuto nascondere un moto di commozione data l’amicizia che li legava e il modo assurdo in cui se n’è andata (travolta sulle strisce della sua città da un pirata della strada mai trovato).

Un altro momento particolarmente intenso si è vissuto quando, sempre su sollecitazione della Fayenz che gli chiedeva quale delle artiste intervistate gli fosse rimasta impressa, Gatto ha rievocato la figura di Radka Toneff, straordinaria vocalist norvegese di origini bulgare, suicidatasi a soli 30 anni, sembra per ragioni sentimentali. Radka non ha avuto il tempo di farsi conoscere ed apprezzare anche dal pubblico italiano, ma quanto fosse stimata in casa lo dimostra il fatto che in sua memoria è stato istituito il “Radka Toneff Memorial Award”.

A parte questo momento di intimi ricordi, Gerlando Gatto ha risposto a tutte le domande della Fayenz ricordando cosa l’aveva spinto a scrivere questo libro, quali i criteri seguiti nella scelta dei personaggi da intervistare, le difficoltà incontrate al riguardo specie con le musiciste straniere, poco inclini ad addentrarsi nel privato. Il tutto con quel tono disteso, colloquiale, scevro da qualsivoglia intellettualismo che caratterizza anche lo stile di scrittura dell’autore.

Alla fine dell’incontro, rispondendo alla domanda di uno spettatore che chiedeva come mai non vi sia un turnover nel jazz e perché, al contrario di quanto accade nel resto dell’Europa, in Italia i giovani non siano motivati a seguire questo genere musicale, si sono registrate risposte praticamente univoche da parte di tutti e tre i relatori: il jazz non è adeguatamente supportato, né riceve le attenzioni dovute da parte dei media e delle istituzioni, basti pensare, ad esempio, che le trasmissioni televisive, specie sui canali pubblici, che ne parlano si sono via via ridotte fino a scomparire quasi del tutto… sign o’ the times, direbbe Prince!

Io ho voluto aggiungere che spetta agli organizzatori avvicinarsi in qualunque modo e forma al mondo giovanile, raccontando questa musica nelle scuole e nelle università e soprattutto affiancando queste azioni ad una politica che preveda importanti agevolazioni nell’acquisto di biglietti per i concerti.

Insomma, un’ora circa di chiacchierata sulle musiciste donne e sul jazz, in senso più lato.

Marina Tuni