Davide Cabassi e il “suo” Beethoven

 

 

 

 

Serve un bel coraggio per intraprendere, oggi, una nuova integrale pianistica beethoveniana, e l’ardimento vale doppio se la pubblicazione avviene sotto l’egida di un’etichetta storica come Decca, che può annoverare incisioni di pianisti entrati nell’immaginario collettivo.
Serve lucida inventiva per riuscire a individuare idee, spunti creativi in grado di rigenerare un’interpretazione giunta dopo mille altre.
Occorre infine, ma non da ultimo, possedere mezzi tecnici adeguati.
A me pare Davide Cabassi possieda i requisiti per soddisfare tutte queste condizioni. Il suo lavoro merita il più alto rispetto e la direzione da lui intrapresa può dirsi, nel senso migliore del termine, quella giusta.

Cabassi sceglie infatti la via più difficile: la fedeltà. La sua lettura è uno specchio nel quale vediamo riflessi il testo e le intenzioni palesi dell’autore. Realizzando l’essoterico, il pianista giunge a una lettura imprevedibilmente e magnificamente esoterica, rendendo manifesto il senso celato di composizioni che, per quanto mai troppo note, sono pur tuttavia assai popolari e battute. In questo disco siamo nel cuore del Beethoven che, ai tempi passati, usava definirsi del “secondo periodo” o “secondo stile”: già maturo e grandioso, l’autore però non spìntosi ancora nella fase più sperimentale che giungerà approssimativamente dopo il 1825, è repertorio di sublime profondità. Qui siamo per la precisione tra il 1803 e il 1806.

Le Sonate proposte nel presente CD Decca, il secondo dell’annunciata ed auspicata integrale, sono appunto l’opera 53, dedicata al conte Waldstein, l’opera 54 in due movimenti che è una delle più brevi, e l’opera 57, colloquialmente nota come “Appassionata”, titolo assegnatole surrettiziamente dopo la morte del compositore. A guisa di  suggello il pianista presenta, giustamente, anche l’ampio “Andante favori” che doveva fungere originariamente da tempo lento della “Waldstein”, poi  scartato per via dell’eccessiva lunghezza. Tuttavia, ci racconta Carl Czerny, il brano era spesso eseguito da Beethoven, che gli affibbiò personalmente il nomignolo di “favori”, ossia favorito. (Tra parentesi voglio aggiungere che l’esecuzione di Cabassi è  la mia preferita tra quante, discograficamente, conosco di questo prelibato ‘gateau’: non sono poche). Il pianista italiano suona con un ammirevole senso delle proporzioni. Sono interpretazioni nelle quali la propulsione ritmica gioca una parte dominante, come è giusto accada in Beethoven, i cui elementi architettonici vengono ispirati dal ritmo così come certe case lo sono dai fantasmi. I ‘fortissimo’ improvvisi, gli ‘sforzati’, le sorprese talora minacciose e talvolta ironiche di cui le partiture sono disseminate, così come i motivi ornamentali e tutte le componenti melodiche e affettuose, tutto viene reso da Cabassi con gusto, senza eccessi. Non c’è in questo pianista manifesta volontà di stupire, soltanto l’intento apprezzabile di veicolare nel modo più chiaro la musica. Penso sia il modo migliore di far emergere la poesia.

Pare che un giorno Stravinsky avesse rivolto ad una pianista alcune osservazioni critiche in merito a un’esecuzione da lui ritenuta troppo carica di effetti e nuances. “Suono così, Maestro” – fu la risposta – “poichè reputo questo pezzo “espressivo”.
“Se è “espressivo”, ribatté il maestro, “perché, di grazia, lo esegue “espressivamente”? Non basterebbe semplicemente.. eseguirlo, siccome già espressivo di suo?”. In questo aneddoto, se non vero sicuramente veritiero, c’è tutto Stravinsky. E anche tutto Cabassi, a mio giudizio, che rende a Beethoven il miglior servizio possibile. Scusate se è poco.

IL VENTO DA EST PIEGA L’ERBA DELLA CONSUETUDINE

Nello stupendo romanzo di Julian Barnes “Il senso di una fine” si pronuncia, a un certo punto, la seguente affermazione: “ La nostra vita non è la nostra vita, ma la storia che ne abbiamo raccontato”. Si potrebbe dire altrettanto della storia della musica europea? Ben assestata e avviata sulle solide ‘coulisse’ di stili e autori celebrati, essa presenta, come tutte le invenzioni ‘a posteriori’, delle zone d’ombra. Non si dice alcunché di nuovo affermando che, della musica di alcuni stati, ben poco si conosce, un bel nulla si esegue. Prendiamo a esempio la Bulgaria: a parte la famosa ed eccellente compagine corale “Le Mystère des Voix Bulgares”, nota nello stivale perlopiù per il “Pippero”, nient’altro ci sovviene; e lo stesso si potrebbe dire degli altri molteplici aspetti, tutti molto ricchi, della cultura di un popolo la cui tradizione affonda le radici in terra greca, altra landa musicalmente misconosciuta. È quindi con curiosità che ho iniziato ad ascoltare “Wind from the East” (Geganew), il CD che la pianista italo-bulgara Victoria Terekiev ha dedicato a tre compositori della terra dei suoi avi. Tale curiosità poteva restare semplicemente sentimento in sé conchiuso destinato ad essere archiviato all’ascolto, invece man mano si è trasformata in piacere, infine in gioia. Cosa accomuna le opere che Victoria ha scelto per il suo disco? Sono pezzi brevi articolati in raccolte, “suites” di danze o studi melodici, come avviene spesso con la musica dei paesi dell’est dove mai si dimentica il legame con il folklore tradizionale e l’ispirazione si adatta particolarmente alle piccole forme. (altro…)

Vino, donne e canto: Willi Boskovsky interpreta gli Strauss

Johann Strauss jr. e Josef Strauss, figli del patriarca Johann Strauss comunemente detto Johann Strauss ‘padre’, scrissero a Vienna i loro Walzer raggiungendo acuti di popolarità difficilmente immaginabili persino ai nostri giorni e non soltanto in terra di Cacania. Pensate che, a proposito di Johann Strauss jr. (1825-1899), si andò esercitando in un certo periodo, con lauti profitti, persino un commercio al dettaglio avente come oggetto le ciocche dei suoi capelli; roba che Justin Bieber manco se la sogna. Come giudicare questa musica? Un aneddoto rivelatore pare quello, poco importa se è leggenda, attribuito a Johannes Brahms che avrebbe così apostrofato il rampollo Johann :” Bello il suo ‘Danubio Blu’…complimenti vivissimi …peccato non l’abbia scritto io!”
E’ musica non tanto da valutarsi con il metro della profondità e della creatività, qualità che pure non mancano, quanto da gustare come si apprezza un manufatto d’epoca, un piatto tipico, una creazione autoctona… come, che so, le uova Fabergé, le Porcellane di Capodimonte, il Gamelàn balinese, le Altane veneziane. Altrettante, va senza dire, serie forme d’arte,
Il Walzer di Strauss è infatti Vienna, le Gasthaus e i palazzi, quel conservatorismo come calore rassicurante, l’umorismo anche a volte un poco sempliciotto ma di tradizione poetica fortissima, senza il il bisogno di aprirsi ad ogni costo al futuro.
Va detto anche che è musica, a dispetto dell’apparente semplicità del dettato testuale, assai difficile da interpretare; occorre non tanto conoscerne la sintassi, quanto saperne padroneggiare la complessa semantica: se non di persona, toccherebbe almeno spiritualmente recarsi in loco, alla Salgari, respirare l’aria della città, trovarcisi bene,. (altro…)

“Luys i Luso” di Tigran Hamasyan. Poesia da un mondo lontano

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“Classica” o “concertistica” sarebbe la musica intesa come Pensiero, cristallizzato in quel sudario che prende il nome di Spartito, il quale rimane lettera morta finché un esecutore non decida di infondergli nuova vita. Il ‘nomos’ scritto viene abitualmente considerato superiore per via di un pregiudizio contratto nella notte dei tempi, sul quale non ci dilungheremo. Ma la stessa musica concertistica, nella propria storia, ha notoriamente e non di rado annesso a sé anche l’elemento improvvisativo, la creazione estemporanea, affidandola agli esecutori in una sorta di corpo mistico.
Questa coesistenza di forme alternative del racconto musicale fa tornare alla mente certe luminose parole di Italo Calvino a proposito dell’unione amorosa di Lettore e Lettrice uniti nello stesso letto : ”…reduci da universi separati, vi ritroverete fugacemente nel buio dove tutte le lontananze si cancellano, prima che sogni divergenti vi trascinino ancora tu da una parte e tu dall’altra…”
Il disco che propongo al vostro ascolto (ricordo che questa non è rubrica di recensioni, non sono critico musicale, ma di semplici consigli discografici), “Luys y Luso” ( significa “luce dalla luce”) di Tigran Hamasyan è un’esplorazione della musica sacra armena. Patrimonio di straordinaria bellezza qui riproposto per coro e pianoforte. Diverse orbite s’intersecano: il canto popolare, la scrittura, l’improvvisazione… Diremmo anche: la preghiera. (altro…)

Strauss e Zemlinsky: poesia in divenire

Se si dovesse evocare, per il ventesimo Secolo, un nome soltanto a testimonio di quella succursale della modernità che prende il nome di avanguardia, nessuno penserebbe a Richard Strauss.
Forse erroneamente.

Nato nel 1864 e scomparso nel 1949, è il più importante e noto compositore del periodo cosiddetto tardoromantico. Che significa? In parole (troppo) semplici, che egli continuò ad adottare il sistema tonale anche dopo la rivoluzione di Schönberg, la dodecafonia, approntata quando era molto giovane e che mai lo interessò se non marginalmente per soluzioni particolari (penso ad alcuni luoghi del melodramma “Elektra”).

Se però, come dicevamo, il sistema accordale è, di principio, quello tradizionale inaugurato dal Rameau, per nulla tradizionale – per contro – è in Strauss la maniera di declinare questo linguaggio: l’imprevedibilità delle concatenazioni tonali, la gravida ricchezza delle melodie, spesso soggette a complicate permutazioni, il caleidoscopio strumentale e soprattutto la stratificazione dell’armonia fanno del suo stile un modello di eleganza.
Molto condivisibile appare la tesi di Quirino Principe che, nel suo bel saggio-biografia sul compositore monacense, tende a collocarlo nel novero di chi guarda al futuro, pur restando ancorato a un passato vagheggiato come irraggiungibile.
Benché Strauss risentisse di indubbie influenze wagneriane, il poema sinfonico “Till Eulenspiegels lustige Streiche” op.28, composto tra il 1894 e il 1895, non è opera d’epigono.
Vuol raccontare gli scherzi e le avventure di quel personaggio di fantasia molto popolare in Germania. I due temi che rappresentano Till sono presentati, rispettivamente, dal corno e dal clarinetto: il tema del corno descrive l’esteriorità del carattere, lo spirito giocoso; quello affidato al clarinetto è più elaborato, quasi a simboleggiarne l’ingegnosità. Il discorso è ricco di sorprese, pur tuttavia molto saldo nelle sue parti costituenti. Lunghe inquadrature di suggestivi paesaggi, confessioni intime, sorprese: tutto si tiene in un memorabile capolavoro che ha anche la caratteristica di spingere taluni strumenti (come ad esempio il succitato corno) a virtuosità inaudite nell’ambito della scrittura orchestrale. (altro…)

Classica. Contro il potere distruttivo del tempo

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Questo stupendo disco pubblicato da Hyperion rappresenta per me e mi auguro sarà lo stesso per voi, una vera scoperta.
Del “Madrigale”, forma fissa di andamento strofico che ha origine in Italia nel XIV secolo (ne accenna già Dante nel Purgatorio, canto secondo, nell’incontro con il musico Casella) si parla a proposito dell’ “Ars Nova Musicæ” e naturalmente nel secondo ‘500; di questo periodo dorato della storia della Musica, tale genere costituisce la base.
Claudio Monteverdi, Luca Marenzio, Carlo Gesualdo da Venosa sono soltanto alcuni dei nomi che portarono all’eccellenza questa pratica, e con essa la Musica stessa.

L’arte del “madrigalismo” che, terra terra, consiste nell’applicare musica a un testo, si stemperò via via in altri generi, in particolare nel teatro musicale e in quello stile borghese e domestico che è il “Lied”. In epoca classica, punte o pochissime sono le testimonianze e il genere sembrava dato per estinto. In effetti, parlando di Madrigale, si evoca sempre il passato, un passato dotto e patrizio nel quale musica, poesia, matematica parlano un linguaggio simile. Ci sovviene invece – grazie a questa incisione – che in terra d’Albione, dove il tempo sembra essersi fermato, attraverso molti canti secolari scritti come complemento al madrigale elisabettiano diversi compositori eccellenti proseguirono una tradizione remota.

Vi dice nulla, ad esempio, il nome del compositore Robert Lucas Pearsall (1795-1896)?
Forse no. Ebbene, i cinque suoi madrigali che aprono il CD sono un’autentica delizia: di forma, di pensiero, di canto sottile. Un giuoco che non si può accerchiare in una sola descrizione, ma di certo espresso mirabilmente da ciascuno di questi lavori. Bene si percepisce come questo compositore cercasse di coniugare fra loro, in un compromesso, gli incanti armonici di Purcell con le sofisticazioni che, nell’epoca sua, giungevano dal continente: tentativo, come sempre, mediato da quella irriducibile prospettiva isolana secondo la quale – lo si dice con il massimo rispetto – fuori dall’Inghilterra nulla avviene di rilevante. Ma tant’è.

Ancora più spiccato, nel secondo compositore qui presentato, Henry David Leslie (1822-1896), sembra il rapporto con la tradizione della musica popolare autoctona, il “gymel” in particolare. Le sue canzoni d’amore sembrano collocate al di là del tempo ed esprimono un candore noviziale, diremmo parrocchiale, che certo non ne sminuisce il fascino. (altro…)