Gerlando Gatto e “L’altra metà del Jazz” alla Feltrinelli di Roma via Appia

Tutte le foto sono di ADRIANO BELLUCCI


Il nuovo libro di Gerlando Gatto, L’ Altra metà del Jazz, è stato presentato alla Libreria Feltrinelli di Via Appia a Roma. Posti a sedere esauriti, copie del volume esaurite, un parterre non solo di amici e artisti ma anche di curiosi, e a parlare con l’ autore di questo ultimo successo editoriale Claudia Fayenz, giornalista, ed autrice della prefazione, e ben cinque delle protagoniste intervistate: Mariapia De Vito, Antonella Vitale, Ada Montellanico, Marilena Paradisi, cantanti, musiciste. Marcella Carboni, arpista, musicista. Moderatore, Luigi Onori. Presente anche Marina Tuni, ufficio stampa di Euritmica, nonché ispiratrice del titolo di questo interessante volume.

Ada Montellanico

Mariapia De Vito, Marilena Paradisi, Claudia Fayenz

Mariapia De Vito, Claudia Fayenz, Gerlando Gatto, Luigi Onori

Luigi Onori, Antonella Vitale, Ada Montellanico

Nico Morelli

Marina Tuni

Gerlando Gatto, Luigi Onori


Un dibattito vivace, imperniato sui racconti e sulle esperienze di cinque artiste e del loro successo nel Jazz. Quali le difficoltà, se ve ne sono state? Quali le rinunce, se ve ne sono state? Quali le soddisfazioni?
La bellezza di ascoltare quanta passione, determinazione, poesia ci vogliano per scegliere la non facile strada della musica si è materializzata nelle risposte intelligenti e scevre da ogni retorica potenzialmente implicita nel  “lamento di genere” (che spesso relega le donne a minoranza da tutelare a prescindere, come le specie protette dal WWF), delle quali risposte anche io, che non sono musicista ma sono donna che si occupa di Jazz, sono stata grata.
Ci sono certamente pregiudizi. Ma oramai li si guarda con una certa distaccata ironia e li si tramuta in un vantaggio.
La gratitudine va anche a Nico Morelli, pianista, compositore, che rispondendo ad una domanda rivoltagli dallo stesso Gerlando Gatto ha precisato che non ha mai pensato ad una influenza delle donne nel Jazz in quanto donne: è la musica che importa. Un musicista o una musicista sono… musicisti, ed è la musica che conta, al di là del genere.

Ecco altre immagini di un pomeriggio sold out!




I nostri libri.

I nostri libri

Paolo Fresu – “La musica siamo noi” – il Saggiatore – 80 pagine, 15 euro

“So cosa ha spinto me a viaggiare e so cosa ho portato indietro. La musica” Sono le parole con cui Paolo Fresu, straordinario musicista e coinvolgente affabulatore, chiude il primo capitolo di questo suo breve volume dedicato alla musica, alla sua Berchidda… ma non solo ché nel suo sottolineare come attraverso i viaggi, attraverso la musica si possa costruire un ponte tra le diverse culture, l’artista sardo pone in primissimo piano la sua esigenza di uomo e di artista di adoperarsi per costruire un mondo migliore. Di qui la convinzione che l’arte più di tutto aiuti a vivere, insegni a vivere. “E solo adempiendo a questo compito l’artista può essere fedele alla sua natura più profonda”. Insomma un libro che parla sì di musica ma i cui confini vanno ben al di là.
In effetti il volume nasce da una conferenza sul tema ‘Musica e Cultura’ suggerita da Luca Formenton in occasione del traguardo dei mille titoli per la collana La cultura del Saggiatore. Non crediamo, quindi, di esagerare affermando che Fresu detti una sorta di filosofia di vita, in cui l’artista ha il compito precipuo di “agire sulla società, costruirla, farsi architetto o forse anche semplice manovale, insomma deve adoperarsi perché le cose cambino, perché il mondo vada in una direzione nuova e migliore”:
Ovviamente, riferendosi a sé stesso, lo strumento di Fresu è la musica che per lui rappresenta tutto, la vita stessa, la possibilità di rapportarsi con gli altri, una sorta di centro di gravità capace di dare un senso a tutto ciò che sta attorno. E nel parlare della musica Fresu dedica molto spazio alla sua creatura forse più amata, il Festival di Berchidda di cui ripercorre le tappe fondamentali sottolineando come ”Time in Jazz” abbia avuto il merito di scuotere alle fondamenta un sistema che trovava nell’immobilismo la sua principale ragion d’essere.
E alla stessa esigenza di scuotere il “pachiderma di una discografia oramai fossilizzata” risponde la creazione di “Tuk Music” etichetta cui Fresu dedica particolare attenzione a partire dalle copertine le cui foto, non a caso, sono presentate a colori nel volume in oggetto, la cui lettura è tanto piacevole quanto interessante.

Danilo Rea – ““Il jazzista imperfetto” RaiEri ed. – 237 pagine, 18 euro

La lettura di un libro può lasciarti soddisfatto se ti ha arricchito culturalmente o se ti ha trasmesso tutta una serie di emozioni magari facendoti andare indietro nel tempo con la mente e con il cuore. E’ proprio in questa seconda categoria che, almeno per me, va iscritto il volume recentemente edito dalla Rai e contenente una sorta di autobiografia di Danilo Rea scritta con l’ausilio di Marco Videtta, scrittore, sceneggiatore e produttore di successo.
In effetti molti degli eventi narrati dal pianista sono stati vissuti anche dal sottoscritto in primissima persona e così la lettura del “Jazzista imperfetto” si è man mano trasformata in una sorta di album dei ricordi. Ecco, quindi, riaffiorare alla mente gli anni Settanta, il “Trio” di Roma con Roberto Gatto e Enzo Pietropaoli che ebbi modo di ascoltare al Folkstudio del compianto amico Giancarlo Cesaroni, il quartetto con Massimo Urbani, le molte esibizioni di Chet Baker, le collaborazioni con Lee Konitz, i concerti al Capolinea di Milano e al Music Inn di Roma… e via di questo passo in una sorta di galleria che ci conduce fino ai giorni d’oggi, quando Danilo è giustamente considerato uno dei migliori pianisti anche al di fuori dei confini nazionali.
Rea, senza alcuna presunzione, rievoca, con stile piano ma non banale, le tappe che lo hanno portato al successo evidenziando sempre la sua peculiarità di “improvvisatore”: non a caso, nella quarta di copertina, afferma che “qualunque sia il fuso orario, ovunque mi trovi, quel che è certo è che stasera ancora una volta mi sfiderò, sperando che l’ispirazione arrivi: come la fame, il respiro, l’amore”. E quanto queste parole illustrino l’animo di Danilo può capirlo solo chi lo conosce bene.
Personalmente frequento e apprezzo Danilo da quando lo ascoltai per la prima volta con il Trio di Roma e ricordo benissimo un’intervista che gli feci nel 1980 n cui lo trovai ancora un po’ demoralizzato perché il successo tardava a arrivare ed io gli pronosticai che nel giro di pochi anni sarebbe diventato famoso anche al di fuori degli stretti confini del jazz. Fui fin troppo facile profeta e d’altro canto bisognava avere le orecchie otturate da una buona manciata di prosciutto – come si dice dalle mie parti – per non rendersi conto della valenza di Danilo.

Dall’inserto “LaLettura” del CorSera e da Musica News due recensioni de “L’altra metà del jazz” di Gerlando Gatto

In vista della prossima presentazione del nuovo e secondo libro del nostro direttore Gerlando Gatto, “L’altra metà del jazz” (KappaVu / Euritmica Ed., 2018), in programma a Roma alla Feltrinelli Libri e Musica di Via Appia Nuova 427 giovedì 13 settembre alle 18 (ingresso libero), pubblichiamo due recensioni. La prima porta la firma di Claudio Sessa, scrittore, critico musicale e giornalista che si occupa di jazz dalla metà degli anni Settanta e scrive sul Corriere della Sera, dove la recensione stata pubblicata domenica 26 agosto nell’inserto “La Lettura” .

La seconda recensione, della quale per maggiore leggibilità pubblichiamo di seguito il testo, è di Silvana Palazzo, scrittrice, responsabile delle attività del Centro di Ricerca e Documentazione sul fenomeno mafioso e criminale dell’Università della Calabria e autrice per il bimestrale Musica News, storica rivista di musica, arte e cultura, al suo ventisettesimo anno di attività. La recensione è uscita sul n. 4/2018.

p.s.: il libro si può acquistare sui principali siti delle librerie online: Feltrinelli, Ibs, Hoepli, Libreria Universitaria, Amazon, Mondadori Store, Unilibro, San Paolo ecc. e sul sito della casa editrice KappaVu (clicca qui)

(MariTu)

Musica News n. 4/2018

Chi dice donna dice jazz – in L’altra metà del jazz – Voci di donne nella musica jazz di Gerlando Gatto (Euritmica/Kappa Vu)

Un libro … di genere. L’altra metà del jazz di Gerlando Gatto si occupa della musica afroamericana suonata o cantata dalle donne del pianeta, dal Giappone della pianista Hiromi alla Cuba della cantante Daymè Arocena, dalla Corea di Youn Sun Nah alla Norvegia di Karin Krog. Ovviamente fino agli USA di Myra Medford. E all’Italia di Marcotulli, Civello, Bolognesi… Non è un mestiere comune fare jazz. E’ semmai un modo di essere di cui le donne musiciste si sono appropriate nei vari ruoli. E non è un rincorrere l’uomo in professioni prima a lei negate. Gatto ne ha scoperchiato l’essenza tutta femminile, ne ha disvelato i modi espressivi, il sentire che aspettava di essere scoperto, dalla viva voce delle stesse donne. Un sentire diverso da quello maschile a cui non ė omologabile. Come nelle caratteristiche di genere i due emisferi restano infatti lontani. Perché se è vero che jazz ė anzitutto sfogo dell’istinto creativo allora l’animo femminile riesce a relazionarsi e comunicare in maniera peculiare come ad accoglierne il linguaggio, lasciando all’ascoltatore la lettura e il piacere dell’ascolto. L’abilità di Gatto è di approfondire la ricerca maieutica della verità, tramite il metodo dell’intervista, con domande che spesso si insinuano nella psiche dell’interlocutrice per catturarne la personalità, attraverso il dialogo e non solo tramite la musica. Nel libro il quadro peraltro si ricompone: emerge il rapporto esistente tra queste due ultime: la nota diventa parola mentre sul palcoscenico ė la parola che si fa nota.

Ė così che la relazione parola/nota entra in perfetta simbiosi e la corrispondenza tra le due diventa arte magia mito. C’ è una curiosità profonda nelle domande poste dall’autore per esempio sul mutamento vocale rilevato in Marilena Paradisi. Lì la voce viene radiografata come elemento chiarificatore di uno stato d’animo che si evolve nel tempo, in una maniera complice e simpatica quasi affettuosa di spulciare nei meandri dei testi oltre che delle melodie. O delle improvvisazioni. Le risposte sono spesso di natura intimistica con quella veritiera disponibilità e messa a nudo propria del genere femminile. Leggera è la discrezione, le questions sono quelle giuste, come nella psicanalisi in cui l’analista sa dove toccare i punti nevralgici del discorso. E l’autore riesce a mettere in luce, non solo la storia personale le abilità e capacità professionali ma anche per molti versi  il mondo di dentro di ogni singola artista.

Particolarmente toccante l’intervista a Dora Musumeci prima pianista italiana di jazz. Dove Gatto partecipa emotivamente, pur da saggista, alla stesura del romanzo del jazz.

Silvana Palazzo

 

Along Came Jazz Una rassegna attenta al nuovo

 

“Along Came Jazz 2018” ha chiuso i battenti domenica 29 luglio con il progetto – dedicato a colonne sonore – “When You Wish Upon a Star” del chitarrista Bill Frisell, seguito – alle Terme Acque Albule, presso Tivoli (Roma) – da circa ottocento spettatori.

I dati della manifestazione, ad ingresso gratuito, parlano di successo dato che la cantautrice napoletana Flo (25/7; accompagnata da Marcello Giannini, Davide Costagliola e Michele Maione) ha avuto un pubblico di 400 persone, come gli ottimi Roots Magic (Alberto Popolla, Enrico De Fabritiis, Gianfranco Tedeschi, Fabrizio Spera) il cui concerto è stato spostato al 27 luglio causa pioggia, con gli inevitabili disagi anche nella comunicazione. L’affluenza maggiore si è registrata il 28 per Steve Coleman & Five Elements (Jonathan Finlayson, Kokay, Anthony Tidd, Sean Rickman) arrivando ad oltre 900 spettatori, tra cui molti giovani attratti dalla presenza del rapper. L’altosassofonista e leader afroamericano ha, peraltro, un album in uscita proprio in questo mese di agosto, registrato dal vivo al newyorkese Village Vanguard.

Si è parlato con il direttore artistico di “Along Come Jazz” – Enzo Pavoni – del futuro della rassegna, sospesa tra il 2010 ed il 2015 e ripresa nel 2016 in stretta collaborazione con la presidenza delle Terme Acque Albule, senza contributi dagli enti locali. Forte del continuativo successo, l’Associazione “Costa della Forma”, organizzatrice del festival tiburtino, vorrebbe continuare ma quanto accadrà e se ci saranno altre edizioni dipende dalla proprietà della Società Terme Acque Albule, che è privata – sebbene per ora al 40% – e in quanto tale libera dalle decisioni della politica.

Si sta, comunque, lavorando per ipotizzare il proseguimento della collaborazione (soprattutto sotto il profilo economico) per un minimo di tre anni, dato il carattere nazionale di “Along Came Jazz” i cui concerti sono stati spesso riproposti da Radio3. La stessa amministrazione comunale sembrerebbe essersi accorta del valore della rassegna. Il futuro saprà dare una risposta a quanto costruito in anni di lavoro e di programmazione sempre attenta al “nuovo” che si muove sia in Italia che negli U.S.A.

Luigi Onori

DANILO REA al CIVITA CASTELLANA FESTIVAL

Le foto sono di LAURA GIROLAMI

Il Civita Castellana Festival arriva alla trentesima edizione con una serie infinita di eventi teatrali, letterari, musicali che il direttore artistico Fabio Galadini ha la cura di scegliere tra i migliori e i più variegati del momento per andare incontro ad un pubblico che sia il più ampio possibile. E ci riesce. E sapete cosa ottiene?
Non che ad ogni serata accorra un pubblico particolare, o di nicchia, che di volta in volta accorra ad assistere al “suo” spettacolo dedicato.
Ma che oltre agli appassionati, accorrano anche i “curiosi” di vari generi, di varie tipologie di evento. Il che si chiama nient’altro che fare cultura anzi, propagare cultura, piantare semi proficui, attivare sensi ed interessi.

Tutte le serate (quelle teatrali, quelle musicali, nonché gli eventi letterari) hanno registrato il sold out.
Io ho assistito (e presentato) un concerto squisitamente Jazzistico: il piano solo di Danilo Rea, a Forte Sangallo.

Forte Sangallo
Sabato 21 luglio 2018
Ore 2130

Danilo Rea piano solo ” Something in Our Way”

Quando si assiste ad un concerto solistico di Danilo Rea bisogna sapere che si partirà da un intento e si arriverà  non si sa dove.
Something in Our Way è un progetto pensato sul repertorio di Beatles e Rolling Stones. Brani leggendari di due gruppi britannici leggendari, percepiti comunemente come rivali, contrari, opposti.
Ma Danilo Rea, nell’intervista che ha preceduto il concerto, specifica che il Jazz, per lui, è partire da materiale che ispiri la creatività, da melodie, da progressioni armoniche che lo colpiscano, per poi dare il via ad un percorso di improvvisazione del tutto nuovo. Ed è per questo che non esiste una scaletta precisa, predeterminata nei suoi concerti: nemmeno in questo piano solo al Forte Sangallo. Location, bisogna sottolineare, veramente suggestiva.


Temi melodici fortemente presenti, e che diventano anelli progressivi di una catena di suggestioni, citazioni, piccoli temi nuovi di zecca estemporanei, e anche la ricerca di armonie tra brani che hanno molti più punti in comune di quanto non ci si aspetti; il pianoforte percorso in tutti i modi possibili, partendo dalla potenza di ottave percussive e accordi pieni che percorrono interi episodi tematici, arrivando alla delicatezza cristallina di arpeggi delicati sulla parte acuta del pianoforte, cromatismi, dinamiche nella gamma dei pianissimo. La cifra stilistica di Rea è questa e anche qualcosa d’altro.
Ad un tratto emerge Let it be, che si tramuta in Somewhere over the rainbow. Cosa c’entrano Beatles e Rolling Stones con Somewhere over the rainbow? Semplicemente uno dei molti approdi di un viaggio immaginario estemporaneo. La melodia si dissolve e di essa rimane la progressione armonica, che si tramuta in un walkin’ bass sopra il quale la mano destra gioca a correre sulla tastiera anche freneticamente, fino a che non si torna a Let it Be, in forma quasi di ballad. And I Love her, dal tema iniziale terso, nitido, piano piano viene espanso, trasposto, fino a tramutarsi in Angie. Angie è resa in modo quasi drammatico, e cangiante: nei primi minuti Rea timbricamente decide di ricostruire l’ atmosfera rock, e persino, credetemi, quasi il timbro inconfondibile della voce di Jagger. Poi trasfigura quella stessa melodia tramutandola in Jazz allo stato puro, almeno fino a quando non appare Motocicletta, di Lucio Battisti, che però da il via a (I can’t get no) Satisfaction. E poi ancora Michelle, Your Song, di Elton John, My Favourite Things, Hey Jude.  Tutto è conclusione e al tempo stesso incipit di qualcosa di altro, tra loop potenti, riff che fanno da ponte tra un brano e l’altro, un suono pieno ed un morigerato uso dei pedali, dinamiche a contrasto, una vena improvvisativa indomabile: queste le caratteristiche di un concerto il cui bis comincia con You can’t always get what you want, che si adagia poi su Mission di Ennio Moricone.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un concerto suggestivo, fatto di svolte improvvise, di suoni volutamente ed efficacemente potenti che hanno un impatto molto forte e coinvolgente su chi ascolta. Danilo Rea sa trascinare in un percorso nel quale, partendo dalla melodia, si trovano punti in comune tra mondi musicali, sonori, di genere, completamente diversi tra loro, e su quelli gioca e crea qualcosa di altro ancora. E poiché i punti di arrivo, gli anelli di questa catena musicale, sono brani che fanno parte del nostro dna, per un’ora si corre, ci si riposa, si canta, ci si sente a casa ma allo stesso tempo ci si stupisce, di quei punti in comune di un patrimonio che credevamo così difforme: e non solo Beatles e Rolling Stones, ma anche Morricone, Battisti, Monk e tutti quelli che ho ascoltato al Forte Sangallo ma che è impossibile elencare tutti: un’ora di bella musica dal vivo, un’ora di Jazz.

 

 

“L’altra metà del Jazz” risuona alle falde dell’Etna

Nel meraviglioso scenario naturale di Puntalazzo, in una grotta alle falde dell’Etna con in basso il panorama di una Catania riccamente illuminata, il nostro direttore Gerlando Gatto ha presentato, il 28 luglio scorso,  la sua recente creatura editoriale “L’altra metà del Jazz” edito da KappaVu/Euritmica.

La serata è stata semplicemente perfetta, a momenti anche toccante quando in apertura Gatto ha sfiorato le corde degli affetti. In realtà, per lui siciliano di Catania, “emigrato” a Roma all’inizio degli anni ‘70 per l’impossibilità di trovare lavoro in Sicilia, tornare nei luoghi che l’hanno visto crescere, forte di una prestigiosa realizzazione (è il secondo volume in due anni dopo “Gente di Jazz”, edito sempre da KappaVu/Euritmica) è stato un evento emozionante. Anche perché nell’occasione è stato circondato dall’affetto delle persone (parenti e amici) che non hanno voluto mancare all’appuntamento, contribuendo così all’ottima riuscita della serata. Al riguardo, determinanti gli apporti di Francesco Vaccaro, musicista ben noto, che ha introdotto e guidato la serata, e di Rosalba Bentivoglio, una delle  grandi vocalist italiane la cui intervista figura nel libro. Si è così sviluppato un intenso e interessante colloquio a tre voci incentrato sul ruolo e l’importanza del jazz al femminile.

ph: Enrico Guarrera“Ruolo e importanza” – ha sottolineato Gatto – “che oramai nessuno osa mettere in discussione dal momento che mentre prima la musicista jazz era quasi esclusivamente una cantante, oggi le donne suonano qualsivoglia strumento, compongono e dirigono esattamente come un uomo”. Allora non c’è più alcuna differenza? Su questo eterno interrogativo è intervenuta la Bentivoglio, sottolineando come le donne abbiano una sensibilità sicuramente diversa rispetto a quella di un uomo, differenza che quindi si manifesta anche nella musica.

 

ph: Enrico GuarreraLa presentazione si è chiusa con note non proprio ottimistiche sul futuro del jazz e sul ruolo dei mass media.

Giusto il tempo di un cambio d’abito e la Bentivoglio è riapparsa sul palco per dar vita ad uno splendido concerto su cui a breve ci riferirà lo stesso Gatto.

da Redazione

La Redazione di A Proposito di Jazz ringrazia Enrico Guarrera per la concessione delle immagini.