Double Cut al TrentinoInJazz 2019

Venerdì 28 giugno
ore 21.30
Cortile di Palazzo Libera
Villa Lagarina (TN)

TINO TRACANNA DOUBLE CUT

Ingresso 10 Euro

Secondo appuntamento per il Lagarina Jazz, una delle sezioni “storiche” del TrentinoInJazz, venerdì 28 giugno a Villa Lagarina: uno dei concerti più attesi dell’intero programma della rassegna, quello dei Double Cut di Tino Tracanna, venerdì 28 giugno. E’ un graditissimo ritorno al TrentinoInJazz, dopo la loro partecipazione nel 2017, per Tino Tracanna (sax tenore e soprano, melodica), Massimiliano Milesi (sax tenore e soprano), Giulio Corini (contrabbasso) e Filippo Sala (batteria).

Double Cut, doppio taglio, si riferisce alla presenza nel quartetto di due sax tenori, che all’occorrenza diventano soprani. Un raddoppio delle prospettive, dei punti di vista, che nella musica di Tino Tracanna acquista un particolare senso di moltiplicazione, di intreccio in cui il contrasto e l’empatia ricevono uguale attenzione. Ma il doppio taglio può anche essere riferito alla presenza, all’incontro di due generazioni, che la regia di Tracanna mette in grado di esprimersi in modo multiforme e sfaccettato. Le parole dello stesso leader sono illuminanti: “Due segni non delimitano uno spazio ma ne moltiplicano il senso, generando infiniti rimandi e collegamenti. Così è la musica oggi, carica di un immenso passato con la necessità immediata di coniugarne la complessità o riscoprirne la perduta semplicità”.

Il quartetto ha due cd all’attivo: Mappe, pubblicato da Parco della Musica Records, è uno dei lavori più importanti del 2018. La rilevanza di Tracanna nella scena italiana è evidente: lo troviamo già giovanissimo nei gruppi di Franco D’Andrea e da più di trent’anni è componente dello storico quintetto di Paolo Fresu. I suoi lavori personali si collocano tra le cose più significative del jazz contemporaneo in Italia. Massimiliano Milesi è stato allievo di Tracanna e ne ha declinato con nuova linfa il rigore, la capacità di sviluppare un discorso musicale coerente. Giulio Corini è tra i più apprezzati esponenti della nuova scena nazionale ed ha collaborato tra l’altro con Enrico Rava, John Abercrombie, Ralph Alessi. Filippo Sala ha suonato con diversi solisti internazionali, tra cui Ralph Alessi, Sabir Mateen e Giovanni Falzone.

Prossimo appuntamento: sabato 29 giugno Stefano Colpi Atrio a Ala (TN).

“Laura Avanzolini Sings “Laura Avanzolini Sings Bacharach” è il nuovo disco pubblicato dalla cantante Laura Avanzolini per Dodicilune Dischi” è il nuovo disco pubblicato dalla cantante Laura Avanzolini

Laura Avanzolini pubblica il suo nuovo lavoro per Dodicilune Dischi, nella collana editoriale Koinè. ” Laura Avanzolini Sings Bacharach” è il titolo del disco dedicato al songbook di Burt Bacharach, uno dei più intriganti e geniali autori di canzoni del nostro tempo, canzoni rese immortali dall’interpretazione di voci straordinarie come Dionne Warwick, Aretha Franklin, Barbra Streisand, Luther Vandross.

I dieci brani scelti dalla cantante (Anyone Who Had a Heart, Close to You, The Look of Love, Wives and Lovers, That’s What Friends Are For, I’ll Never Fall in Love Again, The April Fools, I Say a Little Prayer, Raindrops Keep Fallin’ on My Head, Baby It’s You), sono stati arrangiati da Michele Francesconi appositamente per il settetto che si può ascoltare nel disco. La voce di Laura Avanzolini è affiancata da Giacomo Uncini (tromba e flicorno), Antonangelo Giudice (sax tenore e clarinetto), Paolo Del Papa(trombone), Walter Pignotti (chitarra e banjo), Tiziano Negrello (contrabbasso), Michele Sperandio (batteria).
«In questi ultimi anni molti musicisti jazz si sono dedicati alla rilettura di materiale di provenienza pop, operazione spesso rivelatasi poco produttiva e soprattutto rischiosa», sottolinea Gianna Montecalvo nelle note di copertina. «In queste contaminazioni spesso la percezione è quella di ascoltare progetti forzati nell’intento di “sembrare jazz” e di avere come effetto una riduzione della forza espressiva ed evocativa della melodia della canzone pop. Confrontandosi con i brani di Burt Bacharach, si può aggiungere altro a ciò che appare già perfetto? La risposta è in questo lavoro che “profuma” di sincera espressività jazz e forte di una serie di elementi: gli arrangiamenti eleganti, moderni ed ispirati del bravissimo Michele Francesconi, una sezione ritmica solida e compatta, una vivace sezione fiati che costituisce il vero tappeto armonico e contrappuntistico del disco su cui si muove la voce flui da, sicura, intensa di Laura Avanzolini. Ogni brano meriterebbe una attenta analisi sul “come” ogni melodia sia stata enfatizzata, valorizzata dal continuo intreccio della voce con i fiati e dall’attento, funzionale e variegato comping della chitarra», prosegue la Montecalvo. «Ascoltate con attenzione l’intro vocale percussiva di Wives and Lovers, il dialogo della voce con i fiati nell’esposizione del tema e il lungo interludio con gli scambi unisono voce-tromba e voce-trombone (il bravissimo Paolo Del Papa) dove Laura si distingue per la cura dei suoni vocali orchestrali. Il lirismo di Michele Francesconi si afferma prepotente nel bellissimo ed inaspettato corale di That’s What Friends Are For, concepito come ponte tra le due esposizioni del tema ed ancora l’ironica I Say a Little Prayer preceduta dal solo di batteria di Michele Sperandio, o ancora l’intensa esposizione tematica di Raindrops Keep Fallin’ On My Head con la chitarra di Walter Pignotti, l’intro di contrabbasso di Tiziano Negrello in The Look of Love impreziosito dalla verve di Giacomo Uncini sull’ostinato background dei fiati e della voce e le numerose e belle sortite improvvisative di Antonangelo Giudice al sax tenore. La grana vocale di Laura Avanzolini è di rara bellezza, sincera e rassicurante, vicina alla tradizione e nello stesso tempo moderna e lontana da un certo manierismo di molte giovani jazz vocalist. Un disco da ascoltare e riascoltare più volte e da applaudire (spero) in molti live.»

Laura Avanzolini, classe 1985, si avvicina giovanissima alla musica grazie allo studio del pianoforte e della chitarra, per poi approdare allo studio del canto e del jazz con Martina Grossi. Diplomata con il massimo dei voti e la lode in Canto Jazz al Conservatorio “Gioacchino Rossini” di Pesaro sotto la guida di Bruno Tommaso, ha studiato al Biennio di Canto Jazz del Conservatorio “G. Martini” di Bologna con Diana Torto. Parallelamente studia inglese e spagnolo grazie alla laurea in “Comunicazione Interlinguistica Applicata”, conseguita presso la Sslmit di Forlì. Approfondisce l’universo della voce grazie al Corso Universitario di Alto Perfezionamento in Vocologia Artistica. Ha studiato con Roberta Gambarini, Rachel Gould, John Taylor, Joey Blake, Maria Pia De Vito, Cristina Zavalloni, Amy London, Cinzia Spata, Sheila Jordan, Cameron Brown. Insegna canto jazz presso il Conservatorio “J. Tomadini” di Udine. Insegna canto jazz presso i corsi pre-accademici del Conservatorio “B. Maderna” di Cesena (Fc). Ha inciso “Skylark” (Zone di Musica, 2013), insieme a Michele Francesconi, Giacomo Dominici e Marco Frattini. Dal 2011 collabora con la Colours Jazz Orchestra diretta dal M° Massimo Morganti, con la quale ha inciso il disco “Quando Mi Innamoro In Samba” (Egea, 2013). Dal 2014 collabora con Fabio Petretti e Daniele Santimone, con i quali ha inciso “I’m all smiles”, uscito nel 2016 per l’etichetta Dodicilune. Nel 2016 ha inciso “Songs” in duo con Michele Francesconi: il disco raccoglie i brani presentati nella lezione-concerto “Vi racconto una song” ed è stato pubblicato da Alfa Music nel 2017.

“Laura Avanzolini sings Bacharach” è distribuito in Italia e all’estero da Ird e nei principali store on line da Believe Digital.

VICENZA JAZZ 2019: Top Jazz Night, il Jazz premiato nel Top Jazz 2019

VICENZA JAZZ 2019

Ridotto del Teatro Comunale Vicenza, venerdì 17 maggio, ore 21

FEDERICA MICHISANTI HORN TRIO (miglior nuovo talento italiano dell’anno)

Federica Michisanti, contrabbasso
Francesco Lento, tromba e flicorno
Francesco Bigoni, sax tenore e clarinetto

FRANCO D’ANDREA NEW THINGS

Franco D’Andrea, pianoforte
Mirko Cisilino, tromba
Enrico Terragnoli, chitarra

Al FIM di Milano “Globetrotter”: il nuovo album di Luca di Luzio prodotto da Jimmy Haslip

E’ uscito “Globetrotter”: l’album del chitarrista Luca di Luzio prodotto da Jimmy Haslip, membro fondatore dei celebri Yellowjackets e vincitore di 2 Grammy Awards, noto anche per essere stato uno dei primi bassisti ad aver utilizzato il basso a 5 corde.
Da oltre un mese ai primi posti della classifica americana Roots Music Report tra gli album più trasmessi in radio, “Globetrotter” comprende 9 tracce: 2 omaggi – “Naima” di John Coltrane e “Sunshower” di Kenny Barron – più 7 brani scritti da Luca di Luzio coniugando melodia e groove.
Nel disco una grande lineup: lo stesso Jimmy Haslip al basso elettrico, Dave Weckl alla batteria, Max Ionata al sassofono, George Whitty alle tastiere e altri ospiti tra cui Alessandro Fariselli.
Dopo l’anteprima negli Stati Uniti al NAMM Show, Luca di Luzio presenterà il suo lavoro discografico il 16 maggio al FIM di Milano e poi a luglio con un tour in diverse città italiane.

Chitarrista dallo stile versatile, di Luzio suona l’elettrica, l’acustica, la classica e spazia dagli standard alla bossa nova fino al funky, passando per la fusion ed il blues. Ha un talento creativo ed è impegnato in numerosi progetti musicali per i quali ha collaborato e suonato con artisti a livello nazionale e internazionale: Dave Weckl, Jimmy Haslip, George Whitty, Marvin “Smitthy” Smith, Max Ionata, Fabrizio Bosso, Paolo Fresu, Bob Stoloff, Lauren Bush, Giancarlo Schiaffini, Javier Girotto e molti altri.
Da oltre 5 anni è direttore artistico del Comacchio Jazz Festival, e da oltre 4 cura con l’Associazione Jazzlife la programmazione della rassegna jazz del Mariani Lifestyle di Ravenna, oltre ad aver diretto diverse manifestazioni musicali nel territorio dell’Emilia-Romagna.

Luca di Luzio racconta di “Globetrotter”:
“Dopo 30 anni di musica ho deciso di raccontare la mia storia attraverso 7 brani originali e 2 standard. Tra questi: “Smile!”, uno dei miei primi brani, sintesi del mio linguaggio musicale fatto in gran parte di melodie semplici e groove. Max Ionata esegue un solo fantastico in questo brano; “Mr Brown” è dedicato a Dean Brown, un musicista che mi ha dato molto sia musicalmente che umanamente, mi ha guidato nell’affrontare grandi sfide musicali e mi ha sempre spronato a “tirare su l’asticella” degli obiettivi da raggiungere; in “Jazzlife” l’amico e collega Alessandro Fariselli suona un gran solo con il suo sax tenore; “Sunshower” è un brano di Kenny Barron che suonavo spesso con Marco Tamburini. Mi piace ricordare Marco così e ogni volta che lo suono sento ancora il suo timbro. “POP FLA” è la mia passione per la musica latina e per la tradizione, lo swing insieme in un brano dove George Whitty e Dave Weckl hanno costruito un canovaccio armonico e ritmico incredibile. Ho scritto questo brano un paio di anni fa in Florida. “Naima” è uno dei miei standard preferiti, lo suono da circa 20 anni. Ho riarmonizzato il tema ad accordi e cambiato la tonalità originale per poter usare le corde a vuoto della chitarra.

“Globetrotter” è su Spotify http://bit.ly/globetrotterSPOTIFY e su iTunes http://bit.ly/globetrotterITUNES mentre la copia fisica è disponibile cu CD Baby: https://store.cdbaby.com/cd/lucadiluzio. Tutte le info e gli aggiornamenti sul tour sono sul sito www.lucadiluzio.it

Laureato in Chitarra Jazz presso il Conservatorio di Musica Frescobaldi di Ferrara, Luca di Luzio ha suonato con la SIDMA Orchestra dal 2008 al 2013, nella Jazzlife Orchestra, nella Big Band del Conservatorio Frescobaldi. Nel 2008 fonda il quartetto di musica brasiliana Barioca insieme a Chica Piazzolla, Tom Sheret, Flavio Piscopo, formazione con cui si esibisce in oltre 100 concerti.
Nel 2010 costituisce un trio a proprio nome, il Luca di Luzio Electric Trio insieme a Stefano Peretto (dr) e Pier Mingotti (bs). Nel 2016 nasce il Luca di Luzio Blue(s) Room Trio, un Organ trio con Sam Gambarini all’Hammond e Max Ferri alla batteria. Con questa formazione si esibisce in clubs e Festival in tutta Italia e ospita spesso la cantante canadese Lauren Bush.
Nel 2018 Luca registra l’album “Globetrotter” con Dave Weckl alla batteria, Jimmy Haslip al basso elettrico, George Whitty alle tastiere Max Ionata al sassofono. L’album è prodotto dallo stesso Jimmy Haslip.
Partnership e endorsement: Luca di Luzio collabora come endorser con alcune aziende leader del settore nella produzione di strumenti musicali e accessori come Benedetto Guitars, DV Mark Amps, D’Orazio Strings, Eventide Pedals, Zoom Multieffects, Timber Tones picks.Con queste aziende partecipa come dimostratore a numerose manifestazioni nazionali ed internazionali come il SHG, il Frankfurt Musikmesse, il NAMM Show di Los Angeles. Con la D’Orazio Strings, l’azienda produttrice di corde per chitarra più antica al mondo, ha realizzato un set di corde per chitarra Jazz (a sei e a sette corde), oggi commercializzato come suo Signature set. Ha inoltre curato il design di una borsa speciale per le chitarre Archtop (www.jazzbag.it) ed una pedaliera prodotta dall’azienda polacca G-Lab.

CONTATTI
www.lucadiluzio.it – info@jazzlife.it
UFFICIO STAMPA
Fiorenza Gherardi De Candei – tel. 3281743236 – email info@fiorenzagherardi.com

“Avec le temps”: un disco e un concerto di Giovanni Guidi all’insegna della buona musica

La grandezza di un leader si misura anche dalla compagnia che si sceglie. Ebbene, anche sotto questo aspetto, il pianista Giovanni Guidi si dimostra assolutamente all’altezza della stima che lo circonda. Così, quando nel novembre del 2017 è entrato negli studi di registrazione de “La Buissonne”, a Pernes-les-Fontaines, per registrare un nuovo album per la ECM, ha portato con sé quattro jazzisti di assoluto livello internazionale: Francesco Bearzatti al sax tenore, Roberto Cecchetto alla chitarra elettrica, Thomas Morgan al contrabbasso e João Lobo alla batteria.

Ed è questo stesso gruppo che abbiamo ascoltato il 4 maggio scorso presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma. In programma la presentazione del su citato album, “Avec le temps”, dedicato esplicitamente a Leo Ferré che nel 1969 scrisse questa magnifica canzone, una delle più toccanti in assoluto del panorama musicale di tutti i tempi.

Il disco è ottimo e altrettanto lo è stato il concerto anche se con differenze soprattutto di forma: così, ad esempio, l’album si apre con il brano di Ferré che durante il concerto è stato offerto come gradito bis, e l’esecuzione live di alcuni brani non presenti nell’album come “Te lo leggo negli occhi” portato al successo da Franco Battiato e “Morti di Reggio Emilia”.

Comunque, sia che i brani eseguiti fossero tratti dall’album o meno, la sostanza della musica non cambiava di una virgola.

Da un punto di vista stilistico, il quintetto, se da un canto sembrava porre in evidenza il lato melodico e lirico della sua musica, dall’altro non disdegnava escursioni su terreni altri, vicini ad esempio al free, con la front-line nella sua interezza sempre in primo piano. Il gruppo procedeva spedito, cementato da una perfetta intesa, con ognuno dei cinque che ricopriva un ruolo ben preciso. Così se Guidi si riservava il non facile compito di introdurre i brani e di ripercorrere in un secondo tempo la linea melodica, tessendo una tela armonica, spesso modale, Francesco Bearzatti faceva cantare il suo sax disegnando volute perfette con un sound sempre riconoscibile che richiamava comunque grandi del sax tenore con Albert Ayler tra tutti; quando la trama passava nelle mani di Cecchetto era come se la musica acquistasse all’improvviso nuovo spazio, se superasse i ristretti limiti di un teatro per immergersi in una globalità senza spazio e senza tempo, restando così sospesa, difficile da afferrare. Dal canto suo la sezione ritmica si muoveva con estrema pertinenza, contribuendo in maniera determinante a disegnare l’architettura dei brani: davvero impressionante il lavoro di Thomas Morgan, che con la sua cavata possente e un fraseggio essenziale, riusciva con pochissime note a dare corpo e consistenza a tutta la musica del gruppo (per non parlare delle stupefacenti sortite solistiche) mentre il portoghese João Lobo alla batteria, con un drumming non proprio in coerenza con il tempo base,  evidenziava quell’intesa che oramai da molto tempo lo porta a suonare con Guidi.

Interessanti tutti i brani con una menzione particolare, forse, per il significativo e trascinante “You Ain’t Gonna Know Me ‘Cos You Think You Know Me”, una sorta di inno, assai caro a Guidi, sempre suonato nei suoi concerti, dedicato alla fratellanza e all’eguaglianza, scritto dal trombettista Mongezi Feza, straordinario musicista sudafricano espatriato in Inghilterra per le note vicende del suo Paese e scomparso prematuramente a soli 30 anni.

Gerlando Gatto

 

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 39′ Edizione – seconda parte


Tutte le foto sono di Carlo Mogavero

Un sabato densissimo di avvenimenti non solo musicali, che comincia con le performance in piazza delle Scuole di Danza Baobab, Arabesque e Accademia di Danza e spettacolo.
E oltre alle già citate mostre di pittura e fotografia a Santa Marta e al Caffé del Teatro (rispettivamente Sguardi Africani di Odina Grosso e i sette artisti di Arte in Fuga), eravamo alla presentazione del libro di Davide Ielmini Il suono ruvido dell’innocenza: Musica, gesti e immagini di Enten Eller. Un interessante e a tratti illuminante dibattito sulla musica di un gruppo, Enten Eller, che continua a fare un Jazz autentico: improvvisazione pura, sperimentazione, rimescolamento di linguaggi. Ciò che il Jazz è davvero, e ciò che porta alla constatazione, benefica, che il Jazz, se non cartolina fatta di stilemi replicati, e replicanti, non morirà mai. Massimo Barbiero racconta, la sala è piena, il pubblico, tra cui chi vi scrive è non solo attento, ma partecipativo.
La cultura bisogna proporla. La musica è cultura ed è cultura non solo ascoltarla, ma anche parlarne, e leggerla.

Il giovane pianista Emanuele Sartoris, dopo la presentazione del libro su Enten Eller, dà una sua personale lettura della musica Enten Eller, da solo, alle tastiere.

Sala Santa Marta, ore 19:00

Music of Enten Eller

Emanuele Sartoris, keyboard

La musica di Enten Eller è libertà compositiva, tematica, è improvvisazione. Dunque è materiale sonoro molto connotato, denso eppure malleabile per diventare altra musica suonata in maniera completamente diversa da come era in origine.
Emanuele Sartoris sceglie di ricomporre i brani in una sonata tripartita: Adagio – Allegro – Adagio.

Egli stesso improvvisa, ma tramuta Enten Eller in musica prettamente pianistica. Dinamiche marcate, da silenzi impercettibili a volumi importanti, ricerca armonica, visione drammatica del suono: nulla di minimalista, un suono travolgente che si tramuta improvvisamente in qualcosa di più introspettivo, ma sempre in una chiave teatrale e certamente avviluppante. Una scelta timbrica imponente, un ampio uso dei pedali, delle ottave parallele, di arpeggi velocissimi e trasposizioni ardite trasformano brani come Mostar, Teseo, Indaco, in musica “altra”. Quando la musica nasce libera, come la musica di Brunod, Mandarini, Mayer e Barbiero, questa  può davvero tramutarsi in maniera totale.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Sartoris possiede una notevole cultura musicale. Ha una padronanza pressoché totale dello strumento. Nella sua musica si sente l’eco dei grandi compositori che sono entrati a far parte della sua musicalità: Debussy, Beethoven, Bach. Ma anche i grandi pianisti Jazz come Monk, tanto per dirne uno. Il suo suonare è un’originale mix tra il linguaggio cosiddetto colto e quello jazzistico: nelle due sere al Caffé del Teatro lo abbiamo sentito fare un Jazz convincente ed energico con i Night Dreamers Quartet, insieme a Simone Garino al sax, Antonio Stizzoli alla batteria e Dario Scopesi al basso.
La sua rivisitazione della musica di Enten Eller è coinvolgente, potente e curata.
Poi c’è ciò che ho percepito a prescindere dalla musica che ho ascoltato: energia interiore, impellenza espressiva, tormento, persino.
Dunque ho una cosa da suggerire a Emanuele Sartoris:  tutto ciò che sa e che ha studiato e ascoltato può ora  dimenticarlo, tanto farà sempre parte di lui. Perché c’è tutto un non ancora espresso che traspare sempre di più dalla sua musica ed è lì lì per tracimare.
Nel senso che oramai questo pianista ha la maturità di osare suoni ancora mai suonati e che ancora non ha la motivazione di liberare, o che forse ancora non pensa possibili: Emanuele Sartoris può ora ascoltare se stesso e creare la propria, irripetibile musica. E’ un lusso che non tutti possono permettersi.

 

 

Teatro Giacosa, ore 21:15

Wolfgang Schmidtke Orchestra
Monk’s Mood

Ryan Carniaux: tromba
John-Dennis Renken: tromba
Rainer Winterschladen: tromba
Nikolaus Neuser: tromba
Gerhard Gschlössl: trombone
Thobias Wember: trombone
Mike Rafalczyk: trombone
Peter Cazzanelli: trombone basso
Nicola Fazzini: sax contralto e soprano
Gerd Dudek: sax tenore e soprano
Helga Plankensteiner: sax baritono
Michael Lösch: pianoforte
Igor Spallati: contrabbasso
Bernd Oezsevim: batteria
Wolfgang Schmidtke: sax soprano, clarinetto basso, arrangiamento e direzione

La musica di Thelonius Monk in mano ad un’orchestra composta da solisti. Quattro tromboni, quattro trombe, quattro sax, pianoforte contrabbasso e batteria e la particolarità di un ensemble costituito da solisti, che lavorano ognuno con il proprio particolarissimo timbro, che improvvisano ognuno con il proprio particolarissimo stile. Ogni musicista partecipa con il proprio personale suono da solista provvede alle parti scritte, ai background, agli obbligati, senza tentare di uniformarsi al gruppo.


Il repertorio di Monk viene eseguito liberamente, le sezioni si fronteggiano in formazioni sempre diverse e si ascolta un Jazz multiforme che si avvicina allo swing ma che improvvisamente vira su episodi atonali e quasi free, per poi arrivare ad unisoni inaspettati. I sax possono diventare le chiavi ritmiche insistendo con un’unica nota nei tempi deboli. Si può formare un inusuale trio tra tromba pianoforte e batteria perché improvvisamente il contrabbasso tace, o un duo tra tromba, o trombe,  e contrabbasso perché è improvvisamente il pianoforte a tacere.


Grande spazio agli assoli e pubblico felice.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Una sonorità inusuale, continue sorprese, una musica leggendaria, quella di Monk, con arrangiamenti divertenti e tutt’altro che ossequiosi. Un concerto divertente ed energico, non il solito omaggio deferente ad un genio che replicare sarebbe impossibile.

 

 

Teatro Giacosa, ore 2230

Bosso / Guidi

Not a What

Fabrizio Bosso: trumpet
Aaron Burnett: tenor sax
Giovanni Guidi: piano
Dezron Douglas: bass
Joey Dyson: drums

“Iazz is not a what, it is a how”: è una celebre frase di Bill Evans, che Fabrizio Bosso e Giovanni Guidi prendono come ispirazione e nome del loro nuovo gruppo, in procinto di diventare album. A Ivrea un quasi numero zero dunque, in attesa di disco e tour europeo.
Musicisti oramai da anni divenuti eccellenze a livello internazionale, Bosso e Guidi con Burnett, Douglas e Dyson, hanno portato al Giacosa tutto il proprio repertorio espressivo e virtuosistico.

Il concerto prende il via con una lunga intro, composta da un unisono solenne, mosso da suggestivi arpeggi al pianoforte, fino a quando il sax di Burnett non si libra in un assolo, sostenuto armonicamente da una alternanza  ciclica di due accordi a distanza di una quarta.
Durante tutto il concerto si ascolta un’alternanza tra obbligati perfetti, con unisoni tra tromba e sax anche a velocità supersonica, e momenti di improvvisazione libera, in cui il pianoforte di Giovanni Guidi definisce l’atmosfera dei brani: torrenziale, armonico, a volte impetuoso a volte indefinito e fiabesco.


Può capitare che tromba e pianoforte si incontrino in uno di quegli obbligati, può accadere che sugli affreschi sonori di Guidi Bosso ricami linee melodico ritmiche variegate, nette, acrobatiche persino.
Può accadere che il contrabbasso di Douglas si sciolga in un assolo puramente Jazzistico o proceda con un tradizionale walkin’ bass, come invece capita che lo si ascolti impastato armonicamente con il pianoforte, contribuendo, con un andamento timbrico grave e vibrante, al suo evocativo rumoreggiare.

Oppure si possono ascoltare melodie adrenaliniche suonate da sax e tromba a distanza di una trasgressiva quarta parallela che si disgiungono inaspettatamente per seguire ognuno la sua strada di improvvisazione, sottolineati da una batteria dal groove e dal timing notevolissimi.


Il bis è una bella My funny Valentine, della quale personalmente ringrazio questo quintetto: oramai è uno standard ritenuto A TORTO troppo eseguito, e  quasi nessun musicista lo esegue più. Dunque, paradossalmente, è oramai raro ascoltarla suonata da musicisti di livello.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un concerto energico, cucito addosso alle personalità spiccatissime di Fabrizio Bosso e Giovanni Guidi, a tratti muscolare, a tratti strutturato, sempre definito da un notevole dialogo creativo tra i cinque musicisti, che trovano ognuno il proprio spazio espressivo, e anche quello per momenti di puro virtuosismo strumentale, di cui nessuno dei cinque difetta. Questo mix di espressività e virtuosismo ha reso entusiastico il finale di Open Papyrus Jazz Festival.