McCoy Tyner: un immortale non può morire.

Rimuginando, questa notte, su che cosa avrei scritto sulla scomparsa, a 81 anni, di McCoy Tyner ho pensato che ci sono molti verbi che hanno lo stesso significato di “morire” e uno di essi è “spirare”. Spirare è un verbo che ricorda il vento o il respiro… aria in movimento che trasforma ciò che sfiora in qualcosa di completamente nuovo.

Ecco, McCoy Tyner è un respiro agitatore e rivoluzionario che ha trasformato il pianismo jazz degli ultimi decenni sia dal punto di vista espressivo, riscrivendone i linguaggi con una visione del tutto innovativa, sia dal punto di vista tecnico, sviluppando i concetti dell’improvvisazione modale e reimpiantando le radici africane del jazz nel fervido humus della scena jazzistica coeva.

La sliding door di McCoy Tyner si apre nel momento in cui egli decide di lasciare, dopo soli 6 mesi, il Jazztet hard-bop di Benny Golson, dove suonava assieme ai gemelli Art e Addison Farmer, Curtis Fuller e Dave Bailey. Tyner ebbe a dichiarare, in una datata intervista, che scelse di andare dove sarebbe stato veramente felice, ovvero rispondendo alla chiamata di John Coltrane. Trane, dopo aver suonato con Miles Davis e Thelonius Monk voleva formare un suo gruppo, come band-leader.

Fu così che nacque il leggendario John Coltrane Quartet nella cui formazione c’era Trane al sax tenore e soprano, McCoy Tyner al pianoforte (che sostituì Steve Kuhn), Elvin Jones alla batteria e Steve Davis al basso. Dopo alcuni cambiamenti di bassisti, nel 1961 subentrò stabilmente Jimmy Garrison: quattro veri giganti che in carriera si sono esibiti sia come band-leader, sia come sideman (seppur di lusso!) del fior fiore della musica jazz ma che con questo quartetto hanno certamente conquistato l’immortalità! Nei cinque anni di attività, il John Coltrane Quartet è il generatore di quella musica che  ha contribuito a mutare il corso della storia del jazz: parliamo di album come “My Favorite Things” (dove la title track è una rilettura modale del brano di Richard Rodgers), “Live At The Village Vanguard” “Impressions”, il capolavoro in forma di suite “A Love Supreme” e non si può pensare a quei suoni e a quelle atmosfere se non considerando il fondamentale apporto del pianoforte di Mr.Tyner alla stessa stregua del sassofono di Coltrane.

​Purtroppo, la magica alchimia che si era creata all’interno del quartetto si sfascia a seguito di un alterco con Jones e alla decisa sterzata di Trane verso il free jazz, il pianista lascia dunque il gruppo per fondare un suo Trio, che tuttavia non decolla immediatamente.

Tra il 1967 e 1970 Tyner incide alcuni album con l’etichetta Blue Note, continuando sulla scia dell’hard bop: “The Real McCoy”, “Time for Tyner”, “Tender Moments”, “Expansions” (con Wayne Shorter e Ron Carter nientepopodimeno che al violoncello!) ed “Extensions”.

Photo by Bonnie Schiffman

Dopo il passaggio alla Milestone, registra un live dal Montreaux Jazz Festival, “Enlightenment”, con la potente “Walk Spirit, Talk Spirit”. Alla fine della sessione Tyner dice al sassofonista Azar Lawrence che quella è stata la miglior performance della sua vita. Non c’era una sola pagina scritta!

Tyner fu sempre fedele alla strumentazione acustica, tranne in qualche felice occasione, come in “Sahara”, sensazionale brano dove il pianista si cimenta anche con percussioni e con una sorta di cetra giapponese e nell’album “Trident”, dove suona voce celeste (strumento idiofono a percussione, simile al pianoforte N.d.A) e clavicembalo. Sperimentazione e ricerca d’alto rango.

Udin&Jazz 1996: photo by Luca d’Agostino Phocus Agency

Tra gli anni ’80 e ’90 la sua attività – e popolarità – si esprime ai massimi livelli, non potendo citare tutta la sua enorme discografia e collaborazioni, mi limiterò a ricordare gli album di quel periodo per me irrinunciabili: “The Turning Point”, con la sua big band, “McCoy Tyner Plays John Coltrane: Live at the Village Vanguard”, che contiene una delle mie ballad dell’anima, “Naima”; “McCoy Tyner with Stanley Clarke and Al Foster”, uno strano album dove le melodie modali si mescidano al funk e al blues; “lluminations” registrato con Gary Bartz, Terence Blanchard, Christian McBride e Lewis Nash, che vince un Grammy Award come miglior album strumentale nel 2005.

Poderoso e propulsivo. Sono i due aggettivi che mi sovvengono se penso al pianismo di McCoy Tyner, ho scritto ieri notte sulla mia bacheca Facebook e qui aggiungo anche la assoluta perfezione della sua mano sinistra.

Questo 2020 è iniziato davvero male per la musica jazz.

Un ultimo ricordo per questo immenso artista, la cui scia espressiva continua e continuerà ad ispirare innumerevoli musicisti: il 21 giugno del 1996 McCoy Tyner suonò a Udine, al Festival Udin&Jazz, al Cinema Cristallo, con il suo trio composto da Avery Sharpe, al basso, Aaron Scott alla batteria e con il featuring di Michael Brecker.

Udin&Jazz 1996: photo by Luca d’Agostino Phocus Agency

Ne parlavo con il direttore artistico del Festival (che quest’anno festeggia i 30 anni), Giancarlo Velliscig: fuori diluviava ma all’interno l’atmosfera era bollente, la sala gremita, l’entusiasmo alle stelle e gli applausi senza fine…

In scaletta la strepitosa “Impressions” di Coltrane e nel finale una composizione originale  “Flying High”.

Già. Vola alto Mr. Alfred McCoy Tyner.

Marina Tuni

Udin&Jazz 1996: photo by Luca d’Agostino Phocus Agency

 

Si ringrazia il fotografo jazz Luca d’Agostino – Phocus Agency per le immagini del concerto di McCoy Tyner a Udin&Jazz il 21 giugno 1996.

McCoy Tyner e il quarto d’ora di ritardo

Ho sempre amato molto il mio lavoro, ma in questo periodo, lo confesso, un po’ meno: il fatto è che sempre più spesso mi trovo seduto davanti al computer per commemorare qualcuno che se n’è andato, molto spesso qualcuno che ho conosciuto, apprezzato ed ammirato. Oggi il dispiacere è duplice perché il mondo del jazz ha dovuto subire una duplice perdita: McCoy Tyner e Peppo Spagnoli, l’uno straordinario e impareggiabile pianista, l’altro produttore discografico senza il quale probabilmente il jazz italiano non sarebbe assurto agli onori di oggi.

Ma consentitemi per il momento di soffermarmi su McCoy Tyner ché di Spagnoli parlerò domani.

Chi sia stato il pianista di Filadelfia e cosa abbia rappresentato per l’evoluzione del jazz lo spiega assai chiaramente nel contributo qui accanto Marina Tuni per cui non mi pare sia necessario aggiungere altro.

Io invece voglio raccontarvi un episodio che mi ha coinvolto personalmente da cui traspare la grandezza non solo dell’artista ma anche e soprattutto dell’uomo.

E’ il gennaio del 1996 e l’ambasciata norvegese mi invita ad assistere al Festival Jazz di Molde in programma dal 15 al 20 luglio. Naturalmente accetto in quanto si tratta di una delle più belle realtà musicali del Vecchio Continente. Istituito nel 1961, il Festival sito in questa cittadina della Norvegia situata nella contea di Møre og Romsdal, ha visto transitare nel corso degli anni alcuni dei più bei nomi del jazz internazionale, oltre ovviamente i “campioni” del jazz norvegese quali, tanto per fare qualche esempio, Jon Balke (1975), Karin Krog (1978), Knut Riisnæs (1984), Terje Rypdal (1985, 1986, 1988) e Jon Eberson. Anche il cartellone del 1996 è di tutto rispetto con la presenza, tra gli altri, di Meredith D’Ambrosio, James Carter, Søyr, Bob Dylan… ma l’evento clou è rappresentato dalla performance del gruppo di McCoy Tyner con Avery Sharpe al contrabbasso, Aaron Scott alla batteria, e, in veste di ospite, Michael Brecker al sax tenore.

Tyner era da sempre uno di quei musicisti che avrei voluto intervistare per cui prima del concerto mi rivolgo all’ufficio stampa del festival per vedere se fosse possibile organizzare un incontro con il pianista all’ora e nel luogo in cui egli avesse deciso. Dopo appena un’oretta l’ufficio stampa mi risponde dicendomi che McCoy Tyner era disponibile e che mi attendeva in camerino un quarto d’ora dopo il concerto.

Sinceramente non stavo nella pelle; il concerto è straordinario come sempre: il pianista non si risparmia dando un saggio più che eloquente del perché venisse considerato uno dei più grandi pianisti del jazz di tutte le epoche.

Emozionato come un bambino, trascorso il quarto d’ora convenuto, mi reco nel camerino ma lui non c’è; passano dieci minuti ed ecco comparire sulla soglia McCoy Tyner in maniche di camicia, visibilmente affaticato ma sorridente. Mi tende la mano e mi dice “I’m sorry, I’m late” dopo di che si siede accanto a me e mi spiega per filo e per segno i motivi del suo ritardo.

Ma vi rendete conto? Un gigante come McCoy Tyner che chiede scusa per un leggero ritardo quando mi è capitato diverse volte di aspettare per un’intervista mezz’ore intere con personaggi che non valgono un’unghia di Tyner.

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Quasi inutile dire che l’intervista si è svolta in un clima particolarmente caldo, quasi affettuoso, con il pianista che ha risposto a tutte le mie domande.

Ecco un episodio forse piccolo ma per chi conosce il mondo della musica credo possa essere significativo di ciò che era McCoy Tyner e di come amava rapportarsi con gli altri.

Gerlando Gatto

Prosegue la rassegna Jazz & Wine Experience all’Hotel DoubleTree by Hilton Trieste, con il Jim Rotondi quintet e il Bob Sheppard trio

Altri due concerti strepitosi per la rassegna che combina live internazionali, degustazioni, cene a tema e incontri con i produttori in uno dei luoghi più esclusivi e storici della città di Trieste. Il Berlam Coffee Tea & Cocktail dell’Hotel DoubleTree by Hilton Trieste si trasforma in un vero e proprio jazz club per una serie di eventi che valorizzano il connubio tra musica, vino e territorio.

Dopo la straordinaria esibizione del quartetto della newyorkese pianista e cantante Dena DeRose, definita dai critici e dal pubblico una delle più grandi voci e interpreti del jazz internazionale, prosegue con altri due strepitosi concerti la rassegna JAZZ & WINE TRIESTE, ospitata negli esclusivi interni del nuovo Hotel.

La rassegna, nata con lo scopo di valorizzare il connubio tra musica live internazionale di alto profilo, eccellenze enologiche locali e ambienti storici e di charme, trasforma il Berlam Coffee Tea & Cocktail in un vero e proprio jazz club e si svolge parallelamente a Trieste, Venezia e Bologna.

E’ già sold out il concerto del Jim Rotondi quintet, in programma domenica 16 febbraio alle 19.30. Jim Rotondi, trombettista newyorkese di fama mondiale, sarà accompagnato da Andy Watson alla batteria e dagli italiani Renato Chicco al pianoforte, Aldo Zunino al contrabbasso e Piero Odorici al Sax. Nato in Montana nel 1962, Jim Rotondi ha vissuto per vent’anni a New York, dove ha collaborato con Lionel Hampton, Ray Charles, Lou Donaldson, Curtis Fuller e George Coleman. Ha registrato quattordici dischi a proprio nome per varie etichette indipendenti di jazz, con diverse formazioni che spaziano dall’hard bop al jazz elettrico. La sua è una sonorità molto particolare e personale che unisce la forza di Freddie Hubbard con il timbro di Chet Baker. Il suono, l’anima, il senso dello swing di Rotondi saranno gli ingredienti di un concerto che racconta la storia del jazz, dall’immenso songbox americano fino all’hard bop, di cui Rotondi è uno dei massimi esponenti viventi. Protagonista, oltre alla musica, sarà la Fondazione Villa Russiz di Capriva del Friuli, altra realtà rappresentativa della storia e delle eccellenze del Collio Friulano, di cui si potranno degustare i vini eleganti, minerali e di grande piacevolezza. Per la serata proporrà il grande CRU bianco Sauvignon De La Tour dedicato al conte Theodor De la Tour, fondatore della cantina. Dopo il concerto sarà possibile cenare al Novecento Restaurant Trieste, con un menù a tema in perfetto stile Jazz & Wine.

Ci sono invece ancora posti disponibili per il concerto di chiusura dell’edizione invernale di JAZZ & WINE TRIESTE, che domenica 8 marzo alle 19.30 avrà come protagonista il trio newyorkese del grande sassofonista Bob Sheppard, accompagnato da Josh Ginsburg al contrabbasso e Anthony Pinciotti alla batteria. Il repertorio comprende standard jazz della tradizione e brani originali, eseguiti in una perfetta comunicazione tra artisti e pubblico, caratteristica preponderante dello stile del trio. Bob Sheppard è uno tra i più richiesti sassofonisti della scena jazzistica internazionale e vanta collaborazioni di massimo livello, sia nell’ambiente jazz che pop, come Freddie Hubbard, Mike Stern, Randy Brecker, Horace Silver, Manhattan Transfer, Burt Bacharach, Kurt Elling, Diane Reeves, solo per citarne alcuni.
Il concerto sarà accompagnato dai vini della cantina Serafini e Vidotto di Nervesa della Battaglia, realtà produttiva di grande tradizione e prestigio. Sono vini che denotano passione e serio lavoro, entusiasmo, impegno e costanza: non è un caso che Serafini & Vidotto abbia dato vita al Rosso dell’Abazia, un vino che ha segnato la storia enologica d’Italia. Si potrà degustare insieme a Phigaia, Incrocio Manzoni e Recantina.

Per informazioni e prenotazioni contattare l’organizzatrice e direttrice artistica Michela Parolin (T: +39 393 0318595, info@jazz-wine.com).

PROGRAMMA

Domenica 16 febbraio 2020 h. 19:30: JIM ROTONDI QUINTET “FEATURING ANDY WATSON”

(Jim Rotondi: tromba e flicorno, Andy Watson: batteria, Piero Odorici: sax tenore, Renato Chicco: piano, Aldo Zunino: contrabbasso)

Wine tasting: VILLA RUSSIZ

Domenica 08 marzo 2020 h. 19:30: BOB SHEPPARD TRIO

(Bob Sheppard: sax, Josh Ginsburg: contrabbasso, Anthony Pinciotti: batteria)

Wine tasting: SERAFINI & VIDOTTO

Costi:

Concerto € 15,00 compreso calice di benvenuto.

Al termine del concerto gli ospiti potranno cenare presso il Novecento Restaurant Trieste con proposta “Menù Jazz & Wine” e sconto 20% sul menù à la carte.

I nostri CD. Italiani in primo piano… ma tanta buona musica anche dall’estero

Stefano Bagnoli We Kids Trio – “Dalì” – Tuk 036

Dopo il progetto dedicato ad Arthur Rimbaud, Stefano Bagnoli si cimenta con un altro concept album esaminando la figura di Salvador Dalì. Accanto al celebre e celebrato batterista, Giuseppe Vitale al pianoforte e Stefano Zambon al contrabbasso, due giovani talenti, rispettivamente di 19 e 20 anni, solidamente ancorati al jazz tradizionale ma nello stesso tempo capaci di misurarsi con successo su terreni più moderni e attuali. L’album consta di 14 composizioni originali a firma del leader e rappresenta una sorta di punto di svolta nella poetica di Bagnoli. In effetti è lo stesso batterista ad affermare che il suo We Kids Trio “sino ad oggi volutamente legato a quella tradizione jazzistica alla quale sono profondamente e visceralmente devoto, viceversa in questo nuovo lavoro lascia spazio alla creatività sonora più ampia e sperimentale”. Di qui una musica aperta, senza confini, a tratti irriverente come la pittura di Dalì, in cui pagina scritta e improvvisazione convivono, in cui la ricerca melodica pur nella sua onnipresenza sconfina spesso nell’imprevisto senza che ciò arrechi un minimo problema all’omogeneità dell’album globalmente inteso. In un tale contesto, certo non banale, Vitale e Zambon evidenziano tutta la loro bravura e sotto la regia del leader dimostrano di sapersi egregiamente districare nel puzzle così ben congegnato e disegnato da Stefano Bagnoli. Un’ultima considerazione perfettamente in linea con l’argomento trattato: la copertina è opera del grafico e illustratore Oscar Diodoro, le cui opere sono state esposte a Roma, Milano, Treviso, Verona, Los Angeles, Parigi e Pechino.

Cuneman – “Tension And Relief” – UR

Questo è il secondo capitolo del progetto posto in essere da Cuneman, un gruppo che si sta facendo conoscere in tutta Italia. Nel 2018 venne pubblicato il loro primo lavoro dal titolo “Cuneman” sempre per l’etichetta milanese UR Records; per “Tension And Relief” all’originaria formazione (Fabio Della Cuna sax tenore e composizione, Jorge Ro tromba e flicorno, Giuseppe Lubatti contrabbasso, Luca Di Battista batteria) si aggiungono Francesco Di Giulio trombone e in otto pezzi il prezioso sousaphone di Mauro Ottolini. Ciò detto resta da sottolineare come la cifra stilistica sia rimasta coerentemente la stessa, vale a dire la costante ricerca di un perfetto equilibrio tra composizione e improvvisazione; il tutto basato sull’interplay che deve necessariamente caratterizzare l’operato di jazzisti di tal fatta. E il risultato è notevole: il gruppo si muove su coordinate ben precise, mettendo in luce qualità sia dei singoli sia del collettivo. E, a mio avviso, i momenti più significativi e convincenti dell’album si hanno quando i sei si muovono contemporaneamente a disegnare un quadro tutt’altro che banale, reso ancora più complesso dalla mancanza di uno strumento armonico. Un’ultima notazione che evidenzia ancor più la valenza dell’album e del gruppo: il repertorio è declinato attraverso undici composizioni tutte scritte da Fabio Della Cuna, il quale passa con estrema disinvoltura e competenza da riferimenti classici, per la precisione a Poulenc nella title track, al jazz più canonico come l’esplicito omaggio a Lee Konitz “Self Conscious-Lee”, fino ad inclinazioni più moderniste come nel caso di “War and Violence” in ambedue le sue parti.

Francesco Fratini – “The Best Of All Possible Worlds” – VVJ 132

Il trombettista Francesco Fratini è il leader di un quartetto completato da Domenico Sanna piano, Luca Fattorini contrabbasso e Matteo Bultrini batteria, cui si aggiungono in alcuni brani Charlotte Wassy voce, Daniele Tittarelli al sax alto, e i rapper Karnival Kid e Kala and The Lost Tribe, con cui ha inciso questo album. I quattro si conoscono e frequentano da diverso tempo ma non avevano, finora, avuto l’occasione di incidere assieme anche perché hanno percorso strade diverse. In particolare Fratini nel settembre 2010 si trasferisce a New York dove frequenta, grazie ad una borsa di studio quadriennale, i corsi della New School For Jazz and Contemporary Music. A New York si ferma per 5 anni avendo così l’opportunità di studiare con insegnanti quali Reggie Workman, George Cables, Aaron Goldberg, Jimmy Owens, Ambrose Akimounsire, Avishai Cohen… tra gli altri. Tornato in Italia nel 2016 costituisce il quartetto di cui parliamo in questa sede e con cui si presenta all’attenzione del pubblico italiano. E se il buongiorno si vede dal mattino non v’è dubbio che di questo gruppo e del suo leader in particolare sentiremo parlare molto a lungo. I quattro si muovono lungo dieci brani tutti scritti dallo stesso Fratini eccezion fatta per ”163 Humboldt Street” di Domenico Sanna e “Buffalo Wings” di Tom Harrell. Scorrendo l’organico, la presenza dei rapper evidenzia al meglio come Fratini sia rimasto legato alla realtà degli States e di come intenda riproporla nella sua musica. Di qui un jazz robusto, solido, impreziosito dalle spiccate individualità di tutti i musicisti

Paolo Fresu, Daniele Di Bonaventura – “Altissima luce. Laudario di Cortona” – Tuk 032

Conosco Paolo Fresu oramai da qualche decennio eppure questo artista riesce ancora a sorprendermi per la straordinaria musicalità che sa infondere in ogni progetto. E’ il caso di questo album concepito e realizzato in collaborazione con il bandoneonista Daniele Di Bonaventura cui si affiancano Marco Bardoscia al contrabbasso, Michele Rabbia alla batteria e percussioni, l’Orchestra da Camera di Perugia e il gruppo vocale “Armonioso incanto” diretto da Franco Radicchia, album impreziosito da una eccellente qualità del suono. In programma la rivisitazione del Laudario di Cortona ovvero una preziosa raccolta di 66 laude (di cui solo 46 canti devozionali) con testo in lingua volgare e su notazione quadrata risalente alla seconda metà del XIII secolo che dovrebbe essere stato copiato fra gli anni 1270 e 1297. Materiale difficile da maneggiare e posso dirlo a ragion veduta dal momento che per ben cinque anni ho seguito mio figlio che studiava e cantava musica sacra. Comunque, a prescindere da queste notazioni personali, l’album è davvero un piccolo gioiello di inventiva e capacità di arrangiare e attualizzare, per giunta in chiave jazzistica, una musica così distante dall’oggi. Dai suddetti 46 canti sono stati estrapolate 13 composizioni (a cui se ne è aggiunta un’altra, quella finale “Laudar Vollio Per Amore”, tratta dal più tardo e similare Laudario Magliabechiano 18). Nel CD in oggetto ogni elemento è al posto giusto: il coro che s’incarica di trasmetterci il misticismo dei canti originari, Fresu e Di Bonaventura che incarnano le due anime di questa musica quella colta e quella popolare, l ‘Orchestra che trasmette una narrazione più ampia, vasta nel cui ambito si rimescolano linguaggi e sonorità che abbracciano non solo la tradizione europea ma anche la cultura araba. Insomma un album da gustare con attenzione in tutte le sue mille sfaccettature.

Roberto Magris – “Sun Stone” – Jmoodrecords – 017

Ancora un eccellente album del pianista triestino Roberto Magris che questa volta si presenta alla testa di un sestetto di caratura internazionale con Ira Sullivan al flauto ed ai sax alto e soprano, Shareef Clayton alla tromba, Mark Colby al sax tenore, Jamie Ousley al contrabbasso e Rodolfo Zuniga alla batteria. In programma sei composizioni originali dello stesso Magris con l’aggiunta di “Innamorati a Milano” di Memo Remigi già entrato nel repertorio di alcuni jazzisti quali Stefano Benini, Marco Gotti, Mario Piacentini…insomma una sorta di standard italiano. Quasi superfluo affermare che Magris ne dà un’interpretazione assolutamente convincente, swingante, senza che venga persa un’oncia dell’originaria linea melodica, il tutto impreziosito dagli assolo dei tre fiati. Ma è tutto l’album che si fa apprezzare per la qualità della musica composta da Magris e la valenza degli esecutori. Il jazz che si ascolta non può considerarsi sperimentale ma proprio per questo acquisisce ancora maggior valore: in un momento in cui il cosiddetto mainstream è additato come qualcosa che si avvicina all’inconcepibile, Magris dimostra come si possa ancora fare non della buona ma dell’ottima musica senza discostarsi troppo dagli insegnamenti del passato. Certo ci vogliono classe, fantasia, capacità compositiva, grande padronanza strumentale, raffinate capacità interpretative, doti non facili da trovare tutte assieme ma che di sicuro fanno parte del bagaglio sia di Magris sia degli altri componenti questo fantastico gruppo. Tra le sette composizioni una menzione particolare la merita “Look at the Stars”, il brano più lungo dell’album, in cui dopo un’intro affidata a pianoforte e sezione ritmica si ascoltano in successione gli assolo dello stesso Magris, del sempre grande Ira Sullivan (classe 1931) al sax soprano, Shareef Clayton alla tromba, Mark Colby al sax tenore e di nuovo Magris prima della ripresa finale che vede la front line esprimersi all’unisono ben sostenuta dalla sezione ritmica.

Francesco Mascio, Alberto La Neve – “I Thàlassa Mas” – Manitù Records

Il chitarrista Francesco Mascio e il sassofonista (soprano) Alberto La Neve sono i protagonisti di questo album in cui si richiama un tema oggi di strettissima attualità: il significato di uno spazio, quale il Mar Mediterraneo, che collega e sotto certi aspetti, accomuna civiltà e tradizioni di più Paesi. Come viene illustrato nelle brevi note di copertina, “I Thàlassa Mas” è il nome con cui i greci chiamavano il Mediterraneo, ma i turchi lo chiamavano in altro modo così come gli arabi, gli albanesi… Questo per sottolineare come luoghi con culture diverse siano uniti dalle onde del medesimo mare. Di qui la partenza per un viaggio non solo musicale ma anche spirituale alla riscoperta di ciò che ci unisce; di qui la creazione di una musica che, prendendo spunto dalle molteplici sonorità dei diversi territori toccati dal Mediterraneo, arrivia ad un unicum di grande fascino; di qui la collaborazione, importante, che a questo intento hanno fornito le voci di Jali Babou Saho (anche suonatore di Kora) artista africano di lingua mandinga, Esharef Ali Mhagag di origine libica e Fabiana Dota di origine napoletana.
Insomma una sorta di jazz etnico che tocca diversi generi musicali (dal francese all’andaluso, dal balcanico al nordafricano, dall’italiano al vicino oriente) declinato attraverso nove composizioni, di cui due a firma di La Neve e sei di Mascio. La terza traccia (“Cano”) è frutto della collaborazione tra Mascio e il già citato Jali Babou Saho. Tutto il repertorio si ispira alle linee sopra illustrate, eccezion fatta per “Soul in September” di Francesco Mascio che si richiama ad un linguaggio jazzistico più tradizionale e mainstream.

Enrica Rava, Joe Lovano – “Roma” – ECM 2654

Ecco uno degli album più interessanti dell’anno: protagonisti due dei più autorevoli jazzisti oggi in esercizio – il trombettista Enrico Rava e il sassofonista Joe Lovano – coadiuvati da una sezione ritmica letteralmente stellare composta da Giovanni Guidi al pianoforte, Dezron Douglas al contrabbasso e Gerald Cleaver alla batteria. E vi assicuro che è davvero motivo d’orgoglio per chi, come lo scrivente, segue il jazz da qualche decennio constatare colme oggi i musicisti italiani siano in grado di misurarsi alla pari con gli artisti d’oltre Oceano. Questo album ne è l’ennesima riprova: registrato live durante un concerto del gruppo all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 10 novembre del 2018, “Roma” è stato classificato primo nell’annuale referendum “Top Jazz” nella categoria “disco italiano dell’anno” e contemporaneamente Enrico Rava è stato ancora una volta giudicato “musicista italiano dell’anno” Un doppio riconoscimento che la dice lunga sui meriti dell’album e del musicista. Ad onor del vero non è che i referendum, da chiunque indetti, fotografino sempre al meglio i valori in campo, ma in questo caso i riconoscimenti sono assolutamente meritati. Ad onta della sua non verdissima età (ad agosto ha compiuto 80 anni), Rava, nell’occasione al flicorno soprano, suona bene, come al solito senza eccedere nei virtuosismi ma con una sensibilità, un trasporto, una visione d’assieme che gli fanno onore. Ovviamente non è da meno un altro leone del jazz quale Joe Lovano (classe 1952) che sfodera un linguaggio sassofonistico sempre attuale nonostante si rifaccia alle più genuine tradizioni del jazz. Il tutto declinato attraverso un repertorio che vede ancora in primo piano i due grandi maestri: così l’album si apre con le due composizioni di Rava “Interiors” e “Secrets”, cui fanno seguito i tre brani del sassofonista “Fort Worth”, “Divine Timing” e “Drum Song”, unico episodio in cui Lovano suona il tarogato, che apre la medley di chiusura completata dal coltraniano “Spiritual” e da un “Over the Rainbow” per solo piano. E proprio quest’ultimo brano mi offre l’occasione per sottolineare come la bella riuscita dell’album si deve anche al pianismo sempre raffinato e ben calibrato di Giovanni Guidi, e all’esemplare supporto di Douglas e Cleaver sempre propositivi.

Tower Jazz Composers Orchestra – “Tower Jazz Composers Orchestra”

Questo album, che segna il debutto discografico della Tower Jazz Composers Orchestra, merita una segnalazione particolare per più di un motivo. Innanzitutto evidenzia come l’intesa tra più soggetti possa portare a risultati positivi. L’orchestra è diretta emanazione del Jazz Club Ferrara e il nome Tower si riferisce alla sede storica del club, il rinascimentale Torrione San Giovanni. Ma l’uscita dell’album in oggetto non sarebbe stata possibile senza la collaborazione tra il Jazz Club Ferrara, Bologna Jazz Festival, Regione Emilia Romagna (“Legge Musica L.R 2/18, art. 8”) e Fondazione Del Monte di Bologna e Ravenna. A produrlo la neonata Over Studio Records, etichetta emanazione dell’omonimo studio discografico che si è occupato della registrazione del disco a fine settembre al Teatro De Micheli di Copparo (FE). In secondo luogo è l’ennesima dimostrazione di come il jazz orchestrale conservi un suo fascino particolare ed una sua precisa ragion d’essere…specie se la band segue strade poco battute. In effetti il nome è ispirato alla storica Jazz Composer’s Orchestra di Carla Bley e Michael Mantler e l’intento rimane quello, assai impegnativo, di mettere assieme alcuni compositori-improvvisatori in grado di offrire qualcosa di nuovo. Obiettivo perfettamente raggiunto: nell’organico, composto da musicisti dell’area emiliano-veneta, figurano musicisti di estrazione diversa tra cui figurano nomi ben noti come quelli di Piero Bittolo Bon e Alfonso Santimone che dirigono l’orchestra e della vocalist Marta Raviglia, accanto a giovani di sicuro talento come il trombettista Mirko Cisilino che abbiamo imparato a conoscere a Udine Jazz e la sassofonista Giulia Barba che ho avuto il piacere di intervistare nel 2014 in occasione dell’uscita del suo primo album “The Angry St. Bernard”. Le atmosfere proposte dalla big band sono assai variegate essendo molteplici i punti di riferimento (free jazz, musica latina, musica classica, mainstream orchestrale) ma in tutte si avverte una sapiente scrittura ed un costante equilibrio tra composizione e improvvisazione, una particolare ricerca timbrica, un sapiente uso della dinamica, il ricorso a soluzioni ritmiche inusuali, il tutto supportato dal talento dei musicisti.

Gianluigi Trovesi, Gianni Coscia – “La misteriosa musica della Regina Loana” – ECM 2652

E’ con vero piacere che vi presento questo album in quanto i protagonisti sono, oltre che due grandissimi musicisti, due affettuosi amici che conosco da tempo e che incontro ogni volta con sincero affetto. Ad onor del vero non vedo Gianluigi da circa due anni mentre con Gianni Coscia ci siamo incontrati nello scorso settembre a Castelfidardo per l’annuale edizione del premio internazionale della fisarmonica. In questa occasione Coscia, presentando in concerto un suo brano, omaggiò l’amico di sempre, Umberto Eco. E proprio al grande scrittore e semiologo è dedicato l’album in oggetto che trae ispirazione dal suo «La misteriosa fiamma della regina Loana» del 2004, romanzo illustrato sulla natura della memoria. E così Trovesi al clarinetto piccolo e alto e Gianni Coscia alla fisarmonica imbastiscono un repertorio tutto giocato sul filo dei ricordi, con i due che non nascondono il piacere di suonare assieme e di improvvisare con la solita classe e competenza. L’album si apre con “Interludio”, brano composto da Coscia quando aveva quattordici anni e di cui Eco scrisse i testi, cui fanno seguito una serie di pezzi assai conosciuti che svariano dal jazz, al folk, alla musica popolare italiana come tre frammenti tratti dalla composizione di Leoš Janáček “Nella nebbia”, “Basin Street Blues”, “Pippo non lo sa”, “As Time Goes By”, “Fischia il vento” libera elaborazione di “Bella Ciao”, “Gragnola”, “L’inno dei sommergibili”, una gustosa suite di brani EIAR, per chiudere con “Moonlight Serenade”. Certo l’improvvisazione c’è, lo swing pure, la maestria strumentale quanta ne volete… i virtuosismi strumentali fine a se stessi, il percorrere terreni ai confini del jazz, lo sperimentalismo sui suoni, beh questi elementi non ci sono. Ma siamo sicuri che sia poi così importante?

Gianluca Vigliar – “Plastic Estrogenus” – A.M.A. Records 019

Questo è il secondo album del sassofonista e compositore Gianluca Vigliar in quintetto con Andrea Biondi al vibrafono, Francesco Fratini alla tromba, Luca Fattorini al contrabbasso e Marco Valeri alla batteria, questi ultimi tre presenti anche nel precedente album di Vigliar “Fragia” (2018). Quando ci si accinge ad ascoltare un album di un artista non ancora conosciutissimo bisogna ben chiarire quali sono le aspettative. Se ci si attende di scoprire il novello John Coltrane fatalmente si resterà delusi; viceversa se l’idea è quella di incontrare un musicista di talento ci sono molte più probabilità che le nostre attese non vadano disattese. E’ questo il caso di Gianluca Vigliar, un musicista romano (classe 1979) che pur in possesso di una solida preparazione di base e ad onta delle numerose e prestigiose collaborazioni (Greg Hutchinson, Javier Girotto, Israel Varela, Pino Jodice, Mark White , Paolo Fresu, Pietro Jodice, Giovanni Tommaso… tra gli altri) non ha ancora avuto i riconoscimenti che merita. Questo “Plastic Estrogenus” è una sorta di concept album in cui Vigliar denuncia i danni che la plastica produce all’ambiente e quindi a noi stessi. Come in tutti gli album a tesi è veramente difficile che la musica corrisponda all’assunto per cui è meglio prescindere da questo elemento. Ciò detto bisogna riconoscere a Vigliar da un canto la facilità e la bravura nello scrivere (sei brani su sette sono sue composizioni), dall’altro la capacità di ben arrangiare i brani caratterizzandoli sia con una efficace ricerca timbrica sia con un convincente alternarsi tra “pieni” di buon effetto ed interventi solistici sempre pertinenti.

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Joe Bonamassa – “Live At The Sydney Opera House” – Mascot/Provogue

Iniziamo questa seconda parte della rubrica dedicata alle novità internazionali con un chitarrista bianco che fa musica nera: si tratta del newyorchese Joe Bonamassa (classe 1977). Dopo aver studiato musica classica, Joe, ancora ragazzino, scopre il blues ed è a questo genere che si dedica con tutte le forze esordendo professionalmente nel 2000 e divenendo in breve tempo uno dei migliori esponenti del rock-blues. E quanto tale stima sia meritata viene confermata dagli album che si succedono nel tempo; in particolare dopo i tre CD pubblicati nel 2018, ecco il CD in oggetto registrato dal vivo nel 2016 per l’appunto nella Sydney Opera House, durante il tour di “Blues Of Desperation”. Non a caso molti sono i brani tratti da “Blues Of Desperation”. L’impianto è quello caro al leader vale a dire un rock-blues piuttosto aggressivo, giocato su ritmi veloci e su dinamiche sempre alte. Quindi un linguaggio che potrebbe stancare se non ci fossero anche momenti di maggiore raffinatezza in cui si nota un approccio più jazzistico: è il caso di “Drive” impreziosito da un notevole assolo di Reese Wynans alle tastiere. Tra gli altri pezzi particolarmente convincente la riproposizione di una cover, “Florida Mainiline” tratta da “461 Ocean Boulevard” di Eric Clapton, con un Bonamassa in gran spolvero. E la menzione di Wynans mi offre il destro per sottolineare come il chitarrista presenti in questa occasione una band piuttosto nutrita completata da Anton Fig alle percussioni, Michael Rhodes al basso, Lee Thornburg alla tromba, Paulie Cerra al sax e Mahalia Barnes, Juanita Tippins, Gary Pinto ai backing vocals.

Edmar Castaneda, Grégoire Maret – “Harp vs. Harp” – ACT9044-2

Nonostante la presenza di un’eccellente arpista jazz come Marcella Carboni, sono ancora in molti nel nostro Paese a ritenere che con l’arpa non si possa suonare del buon jazz. Ebbene, a questi scettici consiglio caldamente l’ascolto di questo bell’album in cui si confrontano un grande esponente dell’arpa quale Edmar Castaneda e un eccellente armonicista quale Grégoire Maret, coadiuvati in alcuni brani da Béla Flack al banjo e Andrea Tierra voce. Svizzero l’uno (Maret), colombiano l’altro (Castaneda) hanno in comune alcuni tratti particolarmente significativi: l’aver deciso di abbandonare il proprio Paese per stabilirsi a New York e l’aver cercato e trovato una nuova strada per il proprio strumento. Di qui l’autorevolezza di cui i due godono nel panorama jazzistico internazionale; tanto per citare qualche elemento Maret ha vinto nel 2006 il Grammy Award for Best Contemporary Jazz Album grazie a “The Way Up” con il gruppo di Pat Meteny mentre Castaneda è unanimemente considerato uno dei massimi esponenti dell’arpa jazz, come d’altro canto testimoniato dalle collaborazioni con alcuni giganti del jazz attuale come Paquito D’Rivera, Giovanni Hidalgo, Joe Locke, Wynton Marsalis, John Patitucci, John Scofield, Hiromi. Poco tempo fa i due si sono incontrati al Montecarlo Jazz Festival e hanno deciso di creare un duo; così nel settembre del 2018, hanno radunato a New York il quartetto di cui in apertura dando vita all’album in oggetto. Album che sicuramente non va incontro alle esigenze di sperimentazione presenti in molti appassionati, ma altrettanto sicuramente soddisferà i palati di quanti anche nel jazz continuano a cercare belle melodie e arrangiamenti non particolarmente cervellotici anche se non banali. Ecco, tutto ciò è presente in abbondanza nell’album declinato attraverso otto brani di cui un paio originali (“Blueserinho” di Maret e”No Fear” di Castaneda) e gli altri sei di sapore prevalentemente sudamericano tra cui spiccano, a mio avviso, “Romance de Barrio” di Annibal Troilo e Homero Manzi e “Manhã de Carnaval” di Luiz Bonfá.

Avishai Cohen, Yonathan Avishai – “Playing The Room” – ECM 2641

I duo tromba-piano non sono frequentissimi nel mondo del jazz anche perché la formula è particolarmente insidiosa: manca del tutto il supporto ritmico e il pianoforte deve assumersi il duplice compito di sostenere melodia e armonia. Certo, occorrono musicisti che non solo siano straordinariamente bravi e sensibili ma anche che si conoscano assai bene per poter liberamente interagire. Ebbene queste due condizioni sono del tutto soddisfatte nell’album in oggetto dal momento che il pianista Avishai Cohen e il trombettista Yonathan Avishai si conoscono da circa vent’anni. E tale intesa si avverte sin dalle primissime note disegnate dal pianoforte che introduce il primo pezzo per oltre un minuto prima di ascoltare anche la tromba di Yonathan. Il clima del CD è, quindi, immediatamente riconoscibile: una approfondita ricerca melodica che bandisce qualsivoglia tentazione virtuosistica per far ricorso, unitamente, a quella sincerità d’espressione che da sempre caratterizza questi due artisti. E il repertorio scelto tocca tutti gli aspetti del jazz, eccezion fatta per le più accese sperimentazioni. Ecco quindi, oltre ai due brani di apertura dovuti rispettivamente ad Avishai Cohen e Yonathan Avishai, “Azalea” di Duke Ellington, “Kofifi Blue” di Abdullah Ibrahim, “Crescent” di John Coltrane, “Dee Dee” di Ornette Coleman fino al blues di Milt Jackson, “Ralph’s New Blues”, inciso per la prima volta dal Modern Jazz Quartet nel 1955 e a “Sir Duke”, brano di Stevie Wonder che ha superato gli ancor ristretti confini del jazz, magnificamente intonato dal pianoforte di Cohen sottilmente contrappuntato dalla tromba di Avishai..

Chick Corea Trio – “Trilogy 2” – Concord 00183 2 CD

Eccoci all’Università del jazz ad ascoltare la lezione di uno dei più grandi pianisti della storia del jazz, il pianista settantottenne di origini italiane Chick Corea, con i suoi assistenti, il batterista Brian Blade e il contrabbassista Christian McBride. Ed in effetti ascoltando questi due straordinari CD con sedici tracce (che non caso si è classificato sesto nell’annuale “Top Jazz” nella categoria “disco internazionale dell’anno”) non si può non restare ammirati di fronte ad un artista che non solo non conosce l’usura del tempo ma che anzi riesce a dare nuova linfa, nuova vitalità ad una formula usata ed abusata qual è quella del piano trio con batteria e contrabbasso. In queste due ore di musica non c’è un solo passaggio che suoni scontato, un solo frammento in cui si avverta un minimo di stasi, di ricorso a cliché: la musica è fresca, trascinante, godibile dal primo all’ultimo istante. Il tutto con un repertorio quanto mai impegnativo in cui figurano, tra l’altro, due brani di Thelonious Monk, “Work” e “Crepuscule With Nellie”, di cui il trio fornisce interpretazioni da antologia…per non parlare degli evergreen di Chick Corea quali “500 Miles High” registrato per la prima volta nel 1972 e impreziosito in quest’ultimo album da un poderoso assolo di Brian Blade, il celeberrimo “La Fiesta” e “Now He Sings, Now He Sobs”. Il titolo dell’album prende le mosse dal precedente cd “Trilogy” del 2014, che ottenne ben due Grammy Awards (Best Jazz Instrumental Album e Best Improvised Jazz Solo per “Fingerprints”) e da cui sono stati ripescati per questo nuovo doppio disco solo due brani, “How Deep Is the Ocean” di Irving Berlin, proposto in apertura, e del già citato “Work”. Come il precedente, anche questo “Trilogy 2” comprende esecuzioni provenienti da anni e luoghi diversi: in questo caso Oakland e Tokio nel 2010, Bologna e Zurigo nel 2012, Ottawa, Minneapolis, St. Louis, Rockport, Rochester nel 2016.

Pablo Corradini – “Alma de viejo” –

Compositore polistrumentista argentino che risiede in Italia da 25 anni, Pablo Corradini ha studiato flauto traverso diplomandosi successivamente in piano jazz. Parallelamente si è dedicato allo studio costante del bandoneon, attività che ha affinato confrontandosi spesso con i grandi maestri bandoneonisti del paese natio. Dopo “Betango” ecco la sua nuova produzione caratterizzata ancora una volta dalla riproposizione in chiave jazzistica dei ritmi tradizionali argentini. Per questa nuova impresa, Corradini ha chiamato accanto a se musicisti di vaglia quali Marco Postacchini al sax tenore e soprano e al flauto, Simone Maggio al piano, Roberto Gazzani al contrabbasso e Gianluca Nanni batteria e percussioni cui si aggiungono come special guests Javier Girotto al quena flute (flauto diritto andino) in “Tempo Atras” e un trio d’archi nella title track (Carlo Celsi violino, Fabio Cappella viola, Giuseppe Franchellucci cello). In repertorio undici brani tutti scritti dal leader che propongono un repertorio assai variegato in cui figurano diversi ritmi del folclore argentino come la zamba, la chacarera ed il tango, declinati però attraverso un linguaggio prettamente jazzistico in cui l’improvvisazione non è certo secondaria. Tra i diversi brani particolarmente significativi i due citati in precedenza in cui figurano gli ospiti, ambedue caratterizzati da una dolce linea melodica ben interpretata rispettivamente da Javier Girotto e dal trio d’archi. Dal canto suo il leader conferma appieno quanto di buono aveva già messo in mostra nei precedenti lavori vale a dire una assoluta padronanza strumentale coniugata con una piena maturità e consapevolezza dei propri mezzi espressivi.

Aaron Diehl – “The Vagabond” – Mack Avenue 1153

Ecco un altro album per trio pianoforte, batteria e contrabbasso. Protagonista Aaron Diehl, nome non particolarmente noto anche se si tratta di un artista davvero di grande spessore: non a caso Aaron Diehl è soprannominato “The Real Diehl” da Winton Marsalis ed è considerato dai critici del New York Times tra i più sofisticati e virtuosi pianisti jazz viventi. In questo album, accompagnato da Paul Sikivie al contrabbasso e Gregory Hutchinson alla batteria, Diehl evidenzia i molteplici aspetti della sua personalità artistica attraverso un repertorio variegato in cui accanto a sue composizioni, figurano brani di grandi personaggi del jazz come Sir Roland Hanna e John Lewis e due pezzi riconducibili alla musica colta come “March From Ten Pieces for Piano, Op. 12” di Sergei Prokofiev e “Piano Etude No. 16” di Philip Glass. L’album si divide, quindi, in due parti: nei primi sette brani Diehl si presenta nella duplice veste di compositore ed esecutore ed in ambedue evidenzia una spiccata sensibilità. Le sue composizioni non sono di facilissimo ascolto ma la ricerca di una precisa linea melodica si appalesa sempre precisa mentre le armonizzazioni ben si attagliano al disegno complessivo del pezzo. L’esecutore di assoluta originalità vien fuori nella presentazione di “A Story Often Told, Seldom Heard” di Sir Roland Hanna e del celebre “Milano” di John Lewis: in questi casi, pur rispettando l’originario impianto dei brani, il pianista ne offre una interpretazione affatto personale e ricercata. Infine, nelle due composizioni rispettivamente di Prokofiev e Philip Glass Diehl evidenzia l’ottima conoscenza del pianismo “classico” supportato, cioè, da studi approfonditi non solo della musica jazz. In ogni caso, qualunque repertorio affronti, Diehl si caratterizza per un stile raffinato ed elegante, per un tocco di straordinaria leggerezza, doti che trovano le loro radici, oltre che nello studio cui prima si faceva riferimento, in un indubbio talento naturale. Un’ultima non secondaria notazione: l’album è dedicato alla memoria di Lawrence “Lo” Leathers, batterista statunitense, caduto vittima di un agguato il 3 giugno del 2019 all’età di 38 anni.

Kit Downes – “Dreamlife Of Debris” – ECM 2632

Musicista assolutamente atipico questo Kit Downes, il quale, dopo essersi formatosi nel coro della cattedrale di Norwich dove ha imparato a suonare l’organo, si è successivamente innamorato del jazz ascoltando Oscar Peterson. Di qui una musica spesso straniante in cui si mescolano echi i più diversi. Se ne era avuta piena consapevolezza in “Obsidian” in cui Kit suona in splendida solitudine l’organo da chiesa coadiuvato da Tom Challenger al sax tenore in un solo brano. Stesso discorso per quest’ultimo “Dreamlife Of Debris” registrato nel 2018 nella sala da concerto dell’Università di Huddersfield, anch’essa dotata di un organo a canne, strumento cui Downes non sembra proprio voler rinunciare, così come non sembra voler fare a meno di determinati spazi che consentono una certa qualità di suono. Come spiegato da Steve Lake nelle esaurienti note che accompagnano l’album, il titolo dello stesso riporta una frase tratta dal documentario “Patience (After Sebald)” di Grant Gee, che traduce in immagini i testi vergati da W.G. Sebald, durante i suoi viaggi nella contea di Suffolk, testi che in particolare hanno ispirato il suo capolavoro, “Gli anelli di Saturno”. L’impianto basico di “Dreamlife Of Debris” è simile a quello di Obsidian in quanto pone in primo piano l’improvvisazione ma se ne differenzia sotto due aspetti non secondari: qui Downes ha voluto affiancare all’organo altri strumenti (ancora Tom Challenger sax tenore, Lucy Railton cello, Stian Westerhus chitarra, Sebastian Rochford batteria) e, in secondo luogo, si è presentato non solo come organista ma anche come pianista. Il risultato è assolutamente positivo in quanto l’ascoltatore è immerso in atmosfere senza tempo in cui jazz, musica da chiesa, echi folk, richiami alla musica colta da camera si mescolano incredibilmente in atmosfere il cui fascino è difficile da descrivere. Ascoltate il disco e capirete a cosa ci si riferisce.

Ethan Iverson Quartet – “Common Practice” – ECM 2643

Splendido album del quartetto del pianista Ethan Iverson innervato dalla presenza di Tom Harrell e completato da una eccellente ritmica con Ben Street al contrabbasso e Eric McPherson alla batteria). L’album registrato live al Village Vanguard nel gennaio del 2017 ci consegna un mainstream attualizzato, ricco di swing, esplicitato attraverso sia composizioni oramai classiche (ad esempio “The Man I Love”, “I Can’t Get Started”, “Sentimental Journey”, “All The Things You Are” e “We”) sia nuovi brani dovuti anche al pianista di Menomonie quali “Philadelphia Creamer” e “Jed From Teaneck” che rappresentano un mirabile esempio dell’approccio swing del quartetto. Iverson – lo ricordo per quei quattro, cinque che ancora non lo sapessero – è stato membro fondatore del trio jazz d’avanguardia The Bad Plus con il contrabbassista Reid Anderson e il batterista Dave King, che è riuscito a ricollocarsi in contesti assai diversi. E’ il caso, per l’appunto di questo “Common Practice”, il cui risultato è davvero notevole: l’intesa tra il leader e la tromba di Tom Harrell (classe 1946, votato nel 2018 come miglior trombettista dell’anno dalla U.S. Jazz Journalists Association) si staglia su un tessuto musicale ben disegnato in cui le invenzioni melodico-armoniche del leader sono sostenute da una sezione ritmica capace sempre di proiettare la musica in avanti, in una sorta di slancio che mai viene meno. Si ascolti al riguardo l’interpretazione di quel “Sentimental Journey” composto nel 1944 da Les Brown e Ben Homer (musica) e Bud Green (parole), portato al successo dapprima da Doris Day e successivamente inciso da molti jazzisti tra cui Lionel Hampton, Buck Clayton con Woody Herman, Ben Sidran, Frank Sinatra e Rosemary Clooney. Ma il brano citato è solo un esempio di quanto il gruppo sia ottimamente attrezzato anche per merito della sezione ritmica: si ascolti ancora nel successivo ”Out Of Nowhere” il centrato assolo di Ben Street al contrabbasso.

Louis Sclavis – “Characters On A Wall” – ECM 2645

Molti i riferimenti colti in questo album, vincitore del referendum “Top Jazz” nella categoria “disco internazionale dell’anno”, del clarinettista Louis Sclavis coadiuvato da Benjamin Moussay al piano, Christophe Lavergne alla batteria e Sarah Murcia al contrabbasso. L’ispirazione principale risiede nell’arte del pittore Ernest Pignon-Ernest con il quale Sclavis ha avuto modo di collaborare lungamente a partire dagli anni ’80. In effetti le opere di Pignon-Ernest erano state in precedenza oggetto dell’album di Sclavis “Napoli’s Walls” del 2002, disco ispirato ad un ciclo di immagini che il pittore aveva disegnato sui muri della città campana dal 1987 al 1995 aventi ad oggetto la rappresentazione della morte, le donne di Napoli ed i culti pagani e cristiani. Questa volta l’artista francese, in cinque dei suoi brani originali (“L’heure Pasolini”, “La dame de Martigues”, “Extases”, “Prison” e “Darwich dans la ville”) si ispira a dipinti realizzati da Pignon-Ernest in location diverse, da Parigi alla Palestina. Il disco è completato da un brano di Moussay, “Shadows and Lines”, e due improvvisazioni collettive. Altra differenza rispetto all’album precedente è che mentre in “Napoli’s Walls” si faceva un certo uso dell’elettronica, in questo “Characters” il gruppo è totalmente acustico Ciò detto, l’apertura è significativamente intitolata “L’heure Pasolini”, un brano intimista che disegna assai bene il quadro generale entro cui il gruppo si muoverà lungo tutto l’album. Ovvero una musica ricercata, in cui scrittura e improvvisazione si bilanciano, con la sezione ritmica che lavora quasi in sottofondo per creare le condizioni ideali in cui il leader inserisce i propri straordinari assolo caratterizzati sempre da un suono personale, limpido. Suono che si adatta perfettamente sia ai brani di più chiara ispirazione jazzistica, sia a quelle composizioni in cui si evince chiaramente un’ispirazione di matrice classica, nonostante si tratti di improvvisazioni collettive. Un’ultima notazione: l’album è corredato da un esauriente libretto con prefazione dello stesso Sclavis e ampie note di Stéphane Ollivier.

Israel Varela- “The Labyrinth Project” – VVJ 131

Ecco una sorta di internazionale del jazz: a guidarla il compositore, percussionista e vocalist messicano Israel Varela; al suo fianco il sassofonista canadese-americano Ben Wendel conosciuto soprattutto per essere un membro fondatore del gruppo Kneebody che nel 2009 si è meritato una nomination ai Grammy, il pianista tedesco Florian Weber il cui primo album “Minsarah” del 2006 ha vinto il premio della critica discografica tedesca, il bassista brasiliano Alfredo Paixao vincitore di numerosi Grammy Awards e “collaboratore” di alcune stelle anche al di fuori dell’ambito jazzistico come Julio Iglesias, , Liza Minelli, Henry Salvador… fino al ‘nostro’ Pino Daniele. Insomma un insieme composto da quattro spiccate personalità, evidentemente portatrici di culture e input differenziati, che si incontrano dando vita ad un ensemble del tutto originale…così come originale è la musica da loro proposta. Musica difficile da classificare dal momento che accanto a brani di chiara impronta jazzistica (si ascolti i lunghi assolo di Weber e di Wendel in “Heliopolis”) è possibile ascoltare episodi in cui ci si allontana dal jazz per approdare su sponde diverse come in “Azul” affidata alla coinvolgente e mai scontata vocalità di Israel Varela, in alcuni tratti addirittura commovente. Il quale subito dopo conferma in “Nueve secretos” di essere soprattutto uno strepitoso batterista accompagnando in solitudine il trascinante assolo di Ben Wendel. Nel conclusivo “Cuatro” si ricostituisce il gruppo in una sorta di rielaborazione di tutto il materiale sonoro offerto nell’album, quindi attenzione alle dinamiche, sapiente uso della tavolozza coloristica, giusta suddivisione degli assolo, eccellente equilibrio di scrittura e improvvisazione, il tutto conseguenza di un sapido arrangiamento.

A vele spiegate il “Roma Jazz Festival 2019”

Tutte le foto sono di ADRIANO BELLUCCI, che ringraziamo moltissimo.

ROMA JAZZ FESTIVAL – NO BORDERS. MIGRATION AND INTEGRATION

Roma, 1 novembre – 1 dicembre 2019

Si è chiusa domenica, 1 dicembre, l’edizione 2019 del “Roma Jazz Festival”. Ancora una volta la manifestazione voluta e disegnata da Mario Ciampà non ha deluso le aspettative rispetto sia al rapporto programma – tema sia alla qualità della proposta musicale.

No Borders- Migration and Integration” era il tema di quest’anno ed in effetti la presenza di alcuni artisti quali – tanto per fare qualche nome – Archie Shepp e Abdullah Ibrahim – sta lì a testimoniare quanto il jazz abbia fatto nel corso della sua non lunghissima storia, per abbattere le barriere che ancora separano gli uomini. Ma in linea di massima tutti gli artisti presenti hanno offerto uno spaccato di qualità delle varie tendenze oggi presenti sulla scena jazzistica internazionale. Infine davvero encomiabile la partecipazione dei molti musicisti italiani sulla cui statura non credo ci siano oramai dubbi di sorta.
Non mi ha viceversa convinto la scelta di coinvolgere diverse locations ma ciò dipende probabilmente dalla mia non giovanissima età per cui non amo particolarmente muovermi a Roma… ma questo è un altro discorso che meriterebbe ben altri approfondimenti.
Ma torniamo alla musica.

L’11 novembre è salito sul palco Archie Shepp con Carl Henri Morisset piano, Matyas Szandai contrabbasso e Steve McCraven batteria.

Parlare di Archie Shepp significa rievocare una stagione particolarmente significativa e non solo per il mondo del jazz: siamo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70; la società statunitense è pervasa da fortissime inquietudini, i giovani manifestano sia per la pace sia per una effettiva eguaglianza tra bianchi e neri, alcuni comportamenti della polizia reclamano profondi cambiamenti e il riferimento è ai disordini avvenuti nel carcere di Attica nel 1971 repressi violentemente. Il jazz non si chiama fuori e tra i grandi musicisti è proprio Archie Shepp a scrivere di getto “Attica” a seguito dell’ondata emotiva causata dalla repressione di cui sopra. Ma è solo un esempio di quanto Shepp si sia speso per affermare l’afrocentrismo e la tradizione musicale del continente africano e quindi per ribadire quanto rispetto meriti la popolazione di colore negli States. Di conseguenza ascoltare un concerto di Shepp è sempre un’esperienza particolare che, a mio avviso, va vissuto sotto un duplice aspetto.

Dal punto di vista emozionale, almeno per chi scrive, è sempre toccante trovarsi davanti uno dei più grandi esponenti della storia del jazz.

Dal punto di vista più strettamente musicale non si può fare a meno di notare come, purtroppo, anche per Shepp il tempo abbia lasciato qualche traccia. Il ruggito del vecchio leone, almeno nel concerto romano, non si è sentito. La voce strumentale si è affievolita, l’imboccatura del sax tenore non è ferma e solida come un tempo, la presa di fiato denota qualche incertezza che si ripercuote immancabilmente sulla qualità del suono. Viceversa quando ricorre al canto, Shepp è più convincente: la voce è sempre roca, graffiante e l’interpretazione sicuramente all’altezza della situazione. Insomma Shepp sa dare un significato preciso a ciò che canta e lo sa comunicare assai bene.
Funzionale a quanto detto la scelta del repertorio che si basa su alcuni classici della tradizione come, ad esempio, “Petit fleur” di Sidney Bechet, “Don’t get around much anymore” e “Come Sunday” di Duke Ellington. Non mancano certo pezzi più moderni come “Ask me now” di Thelonious Monk, “Wise One” un brano di Coltrane tratto dall’album “Crescent” del 1964 particolarmente caro a Shepp… immancabile il già citato “Attica”, mentre come bis un graditissimo “Round Midnight” accolto con un’ovazione dal numeroso pubblico.

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Mercoledì 27 novembre al Teatro studio di scena il quintetto del sassofonista e clarinettista Gabriele Coen, con Benny Penazzi violoncello, Alessandro Gwis pianoforte e live electronics, Danilo Gallo, contrabbasso e basso elettrico e Zeno de Rossi batteria.

Ora se mettiamo assieme cinque jazzisti di assoluto livello, un compositore di spessore assoluto (Leonard Bernstein) e un arrangiatore di sicura competenza (Andrea Avena), le aspettative non possono che essere molto alte. E tali aspettative sono state assolutamente soddisfatte. Il gruppo ha presentato un progetto incentrato sul compositore di Lawrence, Massachusetts, che confluirà in un album la cui uscita è prevista per il prossimo gennaio.
La prima parte del concerto è stata dedicata a “West Side Story”, il musical con libretto di Arthur Laurents, parole di Stephen Sondheim, rappresentato per la prima volta il 19 agosto 1957 al National Theatre di Washington.
Abbiamo così ascoltato in rapida successione, preceduti da una breve ma esauriente presentazione di Coen, “Prologue”,“Something’s Coming”, “The Dance at the Gym-Cha Cha (Maria)”, “Tonight”, “One Hand, One Heart”, “I Feel Pretty”, “Somewhere”. Particolarmente azzeccate le interpretazioni di “Maria” e “Tonight”, probabilmente i pezzi più noti dell’intero musical.
Sulla scorta degli originali arrangiamenti concepiti da Avena, il gruppo ha leggermente velocizzato i due brani mettendone così in rilievo tutto il potenziale ritmico, grazie anche ad una sezione particolarmente affiatata come quella composta da Zeno De Rossi e Danilo Gallo; i due sono stati semplicemente superlativi… così come d’altro canto tutti i membri del quintetto. In particolare Alessandro Gwis si è meritato applausi a scena aperta per alcuni assolo particolarmente centrati mentre letteralmente trascinanti gli inserti del violoncello di Benny Penazzi che ha avuto l’onore di suonare diretto dallo stesso Leonard Bernstein. A completare la front-line il sassofono soprano e il clarinetto di Gabriele Coen che ha condotto la serata con autorevolezza evidenziando la solita bravura come solista.

Tornando alla cronaca del concerto, ancore più impegnativa la seconda parte, di ispirazione ebraica, che si è aperta con il primo movimento dai “Chichester Psalms”, opera completata nel 1965 su commissione del decano della cittadina inglese di Chichester. Si tratta di una selezione di testi biblici in lingua ebraica, articolata in tre movimenti, scritta per corista ragazzo soprano o contralto, coro e orchestra, quindi un’opera estesa non facile da interpretare in chiave jazzistica e per giunta in quintetto. Difficile la traduzione in chiave jazz anche di “Yigald” altra melodia liturgica scritta nel 1950 per piano e coro.
A chiudere “Some Other Time” scritto nel 1944 per il musical “On the Town” con liriche di Betty Comden e Adolph Green.
Alla fine scroscianti e meritati applausi e viva attesa per l’album che, come si accennava, dovrebbe uscire nel prossimo gennaio.

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Venerdì 29 novembre è stata la volta della chitarrista e vocalist portoghese, di origini capoverdiane, Carmen Souza in quartetto con Ben Burrell piano, Theo Pascal basso, Elias Kacomanolis batteria e percussioni.

In programma la presentazione dell’ultimo album “The Silver Messengers” dedicato, come facilmente comprensibile, a Horace Silver. Ora, dedicare un omaggio ad una figura talmente straordinaria come quella di Silver, è impresa sicuramente molto, molto difficile che comunque Carmen ha affrontato con la giusta dose di consapevolezza, maturità, ed umiltà. In effetti, come più volte dichiarato dalla stessa artista, l’intento è stato quello non tanto di riproporre pedissequamente la musica del maestro quanto di far rivivere su disco e sul palco le peculiarità che hanno fatto grande la musica di Silver, vale a dire uno stile giocoso e colorato di influenze funky, una forte carica ritmica, una melodia riconoscibile e penetrante. Non a caso Carmen ama ripetere, al riguardo che il suo obiettivo è “onorare la musica e il compositore, il gusto, l’innovazione e fare luce sul suo lavoro in modo che la sua musica continui a toccare altre persone che non sono mai venute in contatto con essa”
Di qui l’album di cui sopra che viene ulteriormente valorizzato durante le performance. Non ho assistito ad altri concerti di Carmen Souza ma devo dire che questo all’Auditorium mi ha davvero impressionato e per più di un motivo.
Innanzitutto la straordinaria padronanza scenica dell’artista: Carmen non ricorre ad alcun artificio scenico e sul palco è davvero elegante nella sua squisita compostezza, affidandosi completamente al talento che possiede in sovrabbondanza. La sua voce è molto, molto particolare: centrata prevalentemente sul registro medio-basso è comunque capace sia di scendere con naturalezza nelle tonalità più basse sia di risalire verso l’alto, più alto. Il timbro è screziato, a tratti graffiante, leggermente roco a ricordare alcune delle grandi vocalist del passato. Assolutamente pertinente il contorno strumentale con in primissimo piano Theo Pascal al basso elettrico e contrabbasso, mentore della vocalist con la quale collabora da ben diciotto anni, il quale non a caso firma tutti gli arrangiamenti del gruppo.

E così brano dopo brano la musica si dipana con naturalezza: si apre con un brano celeberrimo di Edu Lobo, “Upa neguinho”, e già si ha la consapevolezza di poter assistere ad una bella performance. Carmen è perfettamente a suo agio, la sua voce comincia a graffiare il giusto e i compagni d’avventura la seguono fedelmente. Segue un brano scritto da Theo Pascal con liriche della stessa Souza, “Lady Musika”, dedicato espressamente a Horace Silver il quale era solito riferirsi alla musica come “Lady Music”. Ed ecco quindi il primo brano di Horace Silver, “The Jody Grind”, che l’artista interpreta facendo ricorso ai ritmi della “funana”, un genere musicale molto popolare a Capo Verde. Ed è anche questa l’occasione per evidenziare come nello stile di Carmen Souza confluiscono elementi di varia natura che si renderanno più espliciti nel prosieguo del concerto: accenti esotici, africanismi, scat nella più completa accezione jazzistica, bossa nova, samba… il tutto mescolato sì da realizzare un unicum di sicuro impatto. Impatto che si ripropone quando la vocalist intona il celebre “Soul Searching” ancora di Horace Silver.
Gustosa, divertente la riproposizione di un vecchio brano di Glenn Miller, “Moonlight Serenade” adottata dallo stesso direttore d’orchestra come sigla musicale.Ancora due blues, “Capo Verdean Blues” di Silver e “Silver Blues” di Pascal e Souza dopo di che ci si avvia al finale con chiari riferimenti all’Africa. E sulle note di “Pata Pata” e “Afrika” il pubblico risponde positivamente all’invito della vocalist, danzando e applaudendo festosamente Carmen e compagni

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Come accennato, domenica 1 dicembre conclusione alla grande con il progetto Mare Nostrum ovvero Paolo Fresu (tromba e flicorno), Richard Galliano (fisarmonica e accordina) e Jan Lundgren (pianoforte).

L’intesa, nata una decina d’anni fa, e documentata da tre eccellenti album incisi nei rispettivi Paesi di origine, si sostanzia nel tentativo, perfettamente riuscito, di elaborare un linguaggio nuovo, originale, partendo dalle radici proprie di ciascun musicista. In effetti sia Fresu (sardo), sia Galliano (francese di chiare origini italiane), sia Lundgren (svedese) sono artisti profondamente legati alle proprie origini da cui hanno tratto linfa vitale per la loro musica, i cui tratti caratteristici si ritrovano in una ricerca melodica a tutto campo non disgiunta da un senso ritmico-armonico per cui non si avverte la mancanza di contrabbasso e batteria.

L’apertura è affidata a “Mare Nostrum” la composizione che apre il primo dei tre album incisi dal trio e, guarda caso, composta non già dai due musicisti mediterranei ma dallo svedese Lundgren. E già da questo pezzo si ha un’idea precisa della musica che si ascolterà durante il concerto. I tre si muovono secondo un preciso idem sentire, lasciandosi portare dall’onda emotiva che trasmettono al pubblico e che dal pubblico ritorna sul palco con straordinaria immediatezza. Così il concerto non conosce un attimo di stanca, con il trio che si scompone in duo per ricomporsi subito dopo senza che ciò abbia la minima influenza sull’omogeneità del tutto. Le atmosfere sono variegate, così ad esempio l’italianità di Fresu emerge chiaramente in “Pavese”, in “Love Land” sono le atmosfere tipiche del folk svedese ad assurgere in primo piano, mentre in “Chat Pitre” di Galliano è facile scorgere quella dolce malinconia tipica di certa musica francese.

E così è un continuo aggiornamento della tavolozza di colori espressi dal trio grazie ad una maestria strumentale e ad una capacità espressiva che fanno dei tre dei grandiosi interpreti.

Il concerto trova una sua splendida conclusione con due bellissime melodie, “The Windmills of Your Mind” di Michel Legrand e “Si Dolce è il tormento” dal nono libro di madrigali scritto a Venezia nel 1624 da Claudio Monteverdi, compositore innovativo protagonista degli albori dell’opera barocca

 

Gerlando Gatto

 

 

 

 

I NOSTRI CD. Curiosando tra le etichette (parte 5)

Leo Records

(di Luigi Onori)

L’etichetta inglese Leo Records ha da poco festeggiato il suo quarantesimo anno di esistenza: il 6 giugno 2019 al londinese Cafe OTO si sono esibiti alcuni artisti che hanno, nel tempo, collaborato con Leo Feigin: Carolyn Hume, Paul May, Phil Minton, Roger Turner, Charlie Beresford, Peter Marsh. Sono una piccola rappresentanza di quanto la Leo Records ha documentato nel tempo; saltatore in alto russo – ai tempi dell’Unione Sovietica – Leo Feigin chiese ed ottenne asilo politico in Inghilterra negli anni ’70 ed iniziò a lavorare per la BBC. Nel 1979 non trovò alcun produttore per la musica che, clandestinamente, riceveva dall’Urss e decise di fondare una propria etichetta, con lo slogan “music for inquiring mind and the passionate heart”. Da allora Feigin non ha mai smesso di dare spazio ad artisti d’avanguardia americani, europei, giapponesi…in un catalogo vastissimo; fondamentale – negli anni ’80 e ’90 – fu l’opera di diffusione da parte della Leo Records dell’avantgarde jazz sovietico, che accompagnò la fine del regime e fornì un “luogo”, non solo sonoro, per molti oppositori. Un’idea della vastità, a volte entropica e dispersiva, di orizzonti dell’etichetta inglese ce la offre una delle ultime uscite del 2019, forte di cinque album.

Perelman-Maneri-Wooley, “Strings 3”
Il sassofonista tenore Ivo Perelman è uno degli artisti-pilastro nella produzione della Leo Records, almeno nell’ultimo decennio. A questo straordinario e prolifico improvvisatore di origine brasiliana, Feigin ha concesso di documentare gli incontri con tanti artisti, da cui sono scaturite alcune consolidate collaborazioni. Quella con il solista di viola Mat Maneri (altro “campione” dell’etichetta) è particolarmente solida, anche perché Perelman era da giovanissimo un virtuoso del violoncello, nella natìa San Paolo, ed ha molto registrato con strumenti ad arco. Ecco il senso della serie “Strings”, il cui terzo episodio vede anche il coinvolgimento del promettente trombettista Nate Wooley. I cinquantatre minuti di musica sono articolati in undici tracce semplicemente numerate, frutto della totale improvvisazione-esplorazione di registri sonori, intrecci polifonici, campi sonori nel senso più vasto e “contemporaneo” del termine.

Perelman-Maneri-Wooley-Shipp, “String 4”
La registrazione è posteriore di alcuni mesi, rispetto alla precedente, sempre ai Parkwest Studios di New York. Il trio si amplia a quartetto con l’importante presenza del pianista Matthew Shipp, uno dei ricercatori sonori più interessanti degli ultimi decenni, da qualche tempo un po’ in ombra. I suoi interventi accordali e solistici rendono meno aereo l’intreccio tenore/viola/tromba e Shipp porta, nella libera improvvisazione, un apprezzabile senso della forma e della misura; quasi cinquantacinque i minuti di musica, anche in questo caso suddivisi in nove parti numerate. Perelman è coproduttore della serie “strings” e suo è il “cover artwork” su opere di Tom Beckam. La libertà di esplorazione delle relazioni tra ance e “corde” si coniuga, così, con un attento controllo del prodotto discografico.

Christof Mahnig & Die Abmahnung, “Red Carpet”
Trombettista, leader e compositore di tutti i nove brani, Mahnig si muove su coordinate quasi antitetiche a quelle di Ivo Perelman. La storia-tradizione del jazz è per lui motivo di studio e creazione, recuperando elementi di carattere formale e linguistico senza, però, un processo mimetico né derivativo. La parte centrale del Cd è costituita dalla suite “Three Pictures” (circa quindici minuti) ed il trombettista dialoga in tutte le tracce con il chitarrista Laurent Metéau, il contrabbassista Rafael Jerje ed batterista Manuel Künzi. Il risultato è un album che unisce godibilità e innovazione, sfruttando il ristretto organico in modo magistrale. Il cd è stato prodotto con il supporto economico di istituzioni culturali svizzere (Lucerna).

Blazing Flame Quintet/6, “Wrecked Chateau”
La parola, la poesia (tutti i testi nel booklet) sono al centro di questo lavoro discografico che si potrebbe definire polistilistico: l’ascolto dell’iniziale “Back Into The High Tide We Go” è piuttosto esemplificativa. Tutti le liriche sono del “vocalist” (la sua è una “song poetry”, in realtà) Steve Day, supportato talvolta da Julian Dale che è anche contrabbassista e violoncellista. Il gruppo prevede inoltre Peter Evans (violino elettrico a cinque corde), David Mowat (tromba), Mark Langford (sax tenore, clarinetto basso), Marco Anderson (batteria, percussioni). Non mancano sfumature e accentazioni rock, atmosfere teatrali e riferimenti jazzistici anche nei versi (“Flaming Gershwin”). Musica aperta, porosa, mutevole, visionaria, libertaria, di artisti non più giovani ma ancora “utopistici”.

Oogui, “Travoltazuki”
Feigin riesce a spiazzarti, sempre. Il produttore definisce il gruppo un “disto-disco-trio” ed il lavoro discografico “un laboratorio di sorprese musicali che mettono insieme jazz, disco, progressive rock e improvvisazione”. Il tramite con l’etichetta d’avanguardia inglese è stato il chitarrista svizzero Vinz Vonlanthen (ha inciso più volte per la Leo, nell’ambito della musica improvvisata): ha creato un trio con il pianista/tastierista Florence Melnotte ed il batterista/percussionista Sylvian Fourier (all’occorrenza tutti usano la voce) per rileggere il sound della disco anni ’80 in una chiave assolutamente personale (“Shitimogo”; nell’interno del cd c’è anche un John Travolta “mascherato”). Operazione riuscita? In ogni caso bisogna dar atto a Leo Feigin di una grande apertura, il che non è poco per i suoi ottantuno anni (è nato nel 1938 in quella che si chiamava Leningrado).

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Parco della Musica Records

La Parco della Musica Records è l’etichetta discografica della Fondazione Musica per Roma che dal 2004 pubblica i migliori progetti registrati all’Auditorium Parco della Musica di Roma o proposti da artisti profondamente legati ad esso. Le linee editoriali seguono la stessa ricerca e selezione che caratterizza la programmazione musicale dell’Auditorium. La Parco della Musica Records è riuscita a raggiungere in pochi anni una posizione di prestigio nel mondo discografico guadagnando consensi sempre più positivi da parte della critica nazionale e internazionale e ottenendo numerosi premi e riconoscimenti.

Franco D’Andrea – “Intervals I”, “Intervals II”, “A Light Day”
Franco D’Andrea è artista di caratura mondiale cosicché ogni suo album viene giustamente considerato un evento. Figuratevi quando di album, a distanza pochi mesi, ne escono addirittura tre. Attivo sin dai primi anni Sessanta, il pianista di Merano, come si diceva in apertura, è oggi considerato una punta di diamante del jazz globalmente inteso grazie alla sua classe, alla sua originalità e soprattutto alla sua ansia di ricerca che non conosce pause ad onta dei 78 anni suonati. D’altro canto chi lo conosce personalmente sa benissimo quanto Franco sia ancora fresco nel suo entusiasmo, gentile, disponibile, capace, suonando, di entusiasmarsi, di emozionarsi come un ragazzino alle prime armi. I primi due CD, significativamente intitolati «Intervals», evidenziano appieno quell’ansia di ricerca del pianista che si esercita sull’intervallo, ossia sulla distanza che separa due suoni, intervallo che può essere melodico o armonico. In questa puntigliosa e trascinante disamina D’Andrea è accompagnato da un ottetto di cui fa parte il suo sestetto ormai storico (Andrea Ayassot ai sassofoni, Daniele D’Agaro al clarinetto, Mauro Ottolini al trombone, Aldo Mella al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria), ai quali si aggiungono la chitarra elettrica di Enrico Terragnoli e l’elettronica di Luca Roccatagliati, in arte DJ Rocca, elementi che risulteranno determinanti per arricchire la tavolozza timbrica del gruppo. “Intervals I” contiene la registrazione integrale del concerto tenuto il 21 marzo 2017 all’Auditorium Parco della Musica di Roma, mentre “Intervals II” contiene brani registrati durante le prove per il concerto del 21…Descrivere la musica contenuta nei due album è impresa praticamente impossibile (e forse anche inutile) data la varietà di situazioni e combinazioni che l’artista propone. Comunque una qualche differenziazione – non facile da cogliere – tra i due CD esiste nel senso che il primo volume è più strutturato, in cui è abbastanza facile scorgere i diversi input che hanno contribuito a rendere così particolare e articolato il linguaggio di D’Andrea (si ascolti, al riguardo ‘Intervals 3 / Old Jazz’ e ‘Traditions N.2’). Meno omogeneo il secondo volume, ancora più aperto in quanto, come spiega lo stesso D’Andrea, contiene situazioni estreme sperimentate durante le prove ma poi non confluite nel concerto. Altro aspetto importante che viene in primo piano e che accomuna ambedue i CD è la ricchezza della tavolozza timbrica, arricchita da una sorta di “sezione elettronica”, che contribuisce notevolmente a creare un nuovo suono di gruppo.
A differenza degli altri due album, “A Light Day” è un doppio CD in cui ancora una volta Franco D’Andreea affronta la dimensione, per lui assai congeniale, del piano-solo. In programma parecchie composizioni dello stesso D’Andrea, affiancate a riletture di alcuni storici brani Dixieland. Il risultato è ancora una volta entusiasmante. Come su accennato il piano solo è per D’Andrea un contesto che lo ha già visto indiscusso protagonista. Questa ulteriore produzione discografica ci restituisce un artista semplicemente sontuoso dal punto di vista sia esecutivo sia compositivo. Chi conosce il musicista di Merano sa bene quanto lo stesso sia legato al jazz del passato pur rinnovandolo e rivisitandolo alla luce della sua sensibilità di musicista moderno. Di qui un jazz originale, in cui la ricerca sul materiale si combina perfettamente con quella sul suono e sulla combinazione di elementi derivati sia dal primo jazz sia dal free; e non crediamo di esagerare affermando che D’Andrea è uno dei pochissimi artisti al mondo capace di operare una tale sintesi giungendo a risultati sempre – e sottolineamo sempre – di assoluta originalità e di grande valore artistico.

Riccardo Del Fra – “Moving People”
“Per me, comporre vuol dire trasmettere un significato”; cosí il contrabbassista Riccardo Del Fra inizia la breve presentazione del compact “Moving People”. Trattasi di una suite che il medesimo compositore non esita a definire basata sui canoni di “motion and emotion”, movimento ed emozioni che ne determinano lo sviluppo, l’andamento, le sequenze armoniche. C’è una sottotraccia, nel lavoro commissionatogli dalla Fondazione Genshagen di Berlino, un mandato ispirato all’amicizia fra i popoli: il genere umano in marcia, il suo moto perpetuo, visto nell’attuale momento storico in cui incalza il problema dell’immigrazione con i conseguenti nodi politici da sciogliere. Del Fra assembla per l’occasione una formazione cosmopolita, in rappresentanza di cinque Paesi: ” mette insieme e dirige diversi background stilistici creando un risultato sorprendente” annota Ted Panken mentre Jen Paul Ricard, sempre all’interno della cover, ne sottolinea la bellezza del mondo melodico. Caratteristica del resto tipica anche del precedente disco “My Chet My Song”, inciso per la stessa label, in cui la componente “motoemotiva” era già presente nelle prestazioni di questo contrabbassista lirico, abituato a lavorare in profondità sulle corde per estrarne l’anima, alimentare la fantasia, impregnare in concreto l’interpretazione. La scelta dei partners pare misurata per realizzare al meglio le dieci composizioni dell’album sulla base di quanto programmato, lasciando ampio spazio ora all’improvvisazione (‘Ressac’, ‘Street Scenes’), ora all’immaginazione (‘The Sea Behind’, ‘Around The Fire’), ora alla percezione effimera (‘Ephemeral Refractions’) ora alla spinta ritmica (‘Children Walking Through A Minefield’), al dialogo fra strumenti (‘Wind On An Open Book II’), infine ad ampie aperture (‘Cieli sereni’); in un progetto che i (sette) jazzisti, artisti in cammino e musicisti “d’incontro” per definizione, applicano doviziosamente. Sono il trombettista polacco Tomasz Dabrowski, il sassofonista tedesco Jan Prax, i francesi Rémi Fox al baritono e soprano e Cart-Henry Morisset al pianoforte, e gli americani Jason Brown alla batteria e l’ospite Kurt Rosenwinkel alla chitarra. Il tema principale, “Moving People”, è di quelli che ritornano in mente per merito di una melodia delicata ed iterata che penetra, lasciando una sensazione indefinita di viaggio, intrisa di pathos intenso ed intime suggestioni. (Amedeo Furfaro)

Martux_m – “Apollo 11 Reloaded”
La musica elettronica non ci entusiasma: di qui lo scetticismo con cui ci siamo posti ad ascoltare questo album. Per fortuna le cose sono andate meglio del previsto. Intendiamoci: non è che ci abbia entusiasmato, ma siamo riusciti ad ascoltarlo sino alla fine senza problema alcuno, anzi apprezzando particolarmente i due brani in cui figura Francesco Bearzatti. Ciò perché Martux_m è artista maturo, consapevole delle proprie possibilità, che usa l’elettronica come linguaggio, come mezzo di comunicazione al di là di qualsivoglia intento edonistico. Come si può facilmente evincere dal titolo, il progetto nasce in occasione delle celebrazioni dei 50 anni dello sbarco del primo uomo sulla luna. Assecondando la sua straordinaria fantasia, Martux_m ha inteso, attraverso la sua musica, descrivere le varie fasi della missione Apollo 11, dalla partenza con il primo brano “Lift Off”, al rientro sulla terra con l’ultimo brano “Return”. In mezzo, tra l’altro, due brani particolarmente legati a quello specifico periodo storico: “Us and them” dei Pink Floyd tratto dall’indimenticabile “The dark side of the moon” e “Space Oddity” di David Bowie. In apertura accennavamo alla maturità artistica di Martux_m e a conferma di ciò da segnalare la validità dei collaboratori che il musicista ha scelto per questa nuova impresa discografica: sul piano dell’organico ecco inseriti Giulio Maresca all’elettronica in tutti i brani e il sax di Francesco Bearzatti in “Us And Them” e “Space Oddity”. Ma non basta ché ritroviamo Danilo Rea in veste di compositore dell’ultimo brano “Return”, e arrangiatore (nei due brani in cui si ascolta Bearzatti), il compositore cinematografico Pasquale Catalano (autore di “Sightseeing on the Moon”). Il risultato è, come si accennava, più che soddisfacente, in grado, cioè, di farsi ascoltare da un pubblico che va al di là dei soli appassionati di elettronica.

Fabrizio Sferra, Costanza Alegiani – “Grace in Town”
Conosciamo Fabrizio da qualche decennio, da quando cominciò ad interessarsi di jazz suonando nel ‘West Trio’ assieme al fratello Aldo, eccellente chitarrista. E siamo stati tra i primissimi giornalisti a notarlo e farlo conoscere al popolo del jazz. Di qui il nostro stupore quando ci siamo trovati fra le mani questo album in cui Fabrizio ha abbandonato bacchette e spazzole per reinventarsi compositore e interprete canoro di dieci nuove composizioni da lui stesso scritte con i testi della compagna di viaggio Costanza Alegiani (cui si è aggiunta nel brano di chiusura Sarah Victoria Barberis). Ma perché questo cambio di rotta così radicale? L’album, spiega Sferra in una recente intervista “nasce dalla voglia di riprendere una pratica abituale della fanciullezza e dell’adolescenza (prima cioè di cominciare a dedicarmi, all’età di diciotto anni, allo studio della batteria e all’avventura del jazz, sviluppata poi in questi ultimi quarant’anni), quella cioè del cantare e scrivere canzoni. Quindi è nato, a livello musicale, come un gioco: il ritrovarsi intimo con una vecchia, semplice passione: mettere insieme il canto di una linea melodica con degli accordi, e lasciarsi trasportare nello sviluppo di una forma”. Risultato: un album delicato, a tratti coinvolgente, in cui l’anima jazzistica di Fabrizio Sferra si fonde con la voce di Costanza Alegiani a disegnare un’oretta di buona musica impreziosita da un organico orchestrale di tutto rispetto con Alessandro Gwis al piano e tastiere, Francesco Diodati alla chitarra elettrica, Francesco Ponticelli al basso e Federico Scettri alla batteria in sei dei dieci brani in programma (negli altri alla batteria torna Sferra). Ben calibrato è anche il ricorso all’elettronica che conferisce al progetto un sound assolutamente attuale attraversando territori i più svariati: dal rock al blues, dal moderno allo sperimentalismo, il tutto mantenendosi ad una certa distanza da quel linguaggio jazzistico da cui Sferra proviene.

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Poll Winners Records

E’ un’etichetta specializzata nelle riedizione in CD di molti titoli che possiamo considerare dei veri e propri classici della storia del jazz, titoli che si sono meritati le ‘cinque stelle’ nelle recensioni di “Down Beat”. Caratteristica di queste riedizioni l’aggiunta, oltre all’album originale, di contenuti extra.

Duke Ellington – “Ellington Uptown • The Liberian Suite • Masterpieces By Ellington”
Ancora un doppio cd di grande valore storico; vi ritroviamo tutte le registrazioni effettuate durante le sessioni da cui sono stati tratti gli album di Duke Ellington: “Ellington Uptown” (Columbia ML4639 / CL830), “The Liberian Suite” (Columbia CL848) e “Masterpieces by Ellington” (Columbia ML4418). In particolare “Ellington Uptown” era stato originariamente pubblicato in due diverse versioni, la prima contenente anche “The Harlem Suite” e la seconda con al posto della “Harlem Suite” la “Controversial Suite”. “The Liberian Suite” è stata prima pubblicata come un LP 10 pollici e poi come LP 12 pollici con l’aggiunta di “The Harlem Suite”. Tutte queste registrazioni sono riunite qui con l’aggiunta di un brano (“Come on Home”) che completa le sessioni di “Ellington Uptown”, e quattro rare versioni alternative de “The Liberian Suite” registrate nel corso della stessa sessione. Come ulteriore bonus una versione del brano “The Tattooed Bride” registrato dal vivo alla Carnegie Hall il 13 novembre del 1948. Chi conosce la musica del “Duca” sa che ci troviamo dinnanzi ad una delle migliori formazioni assemblate da Ellington, con tutti i migliori solisti in primo piano, da Cat Anderson a Clak Terry, da Juan Tizol a Britt Woodman, da Russell Procope a Johnny Hodges … tanto per citarne alcuni. La musica è semplicemente straordinaria: non a caso su questi pezzi di Ellington sono stati versati fiumi di inchiostro. Si pensi solo a “The Harlem Suite” ovvero “A Tone Parallel To Harlem” una composizione di 14 minuti in cui Ellington supera i confini del jazz propriamente inteso per assurgere a livelli di assoluta grandezza, al di là di qualsivoglia genere.

Dizzy Gillespie, Charlie Parker – “Diz ‘n’ Bird. The Beginning”
L’album “Diz ‘n’ Bird – The Beginning” (Roost-SK-106) venne pubblicato nel 1959, cinque anni dopo la morte di Charlie Parker, e conteneva rare registrazioni degli albori del bebop. L’album riuniva alcune registrazioni provenienti da un concerto in quintetto del 1947 di Parker e Gillespie alla Carnegie Hall (con John Lewis al piano, Al McKibbon al basso e Joe Harris alla batteria), e da un concerto del quintetto di Gillespie del 1953 alla Salle Pleyel di Parigi (con Bill Graham sax baritono, Wade Legge piano, Lou Hackney basso, Al Jones batteria, Joe Carroll e Sarah Vaughan voce) accoppiandole con registrazioni di Bird per la Dial del 1947 (con Miles Davis, J.J. Johnson trombone, Duke Jordan piano, Tommy Potter basso e Max Roach batteria). Questa nuova edizione in doppio cd include il concerto completo alla Carnegie Hall del 1947, più l’intero concerto alla Salle Pleyel, insieme alle tracce di Dial incluse nell’LP originale; come bonus sono state aggiunte delle registrazioni radiofoniche effettuate al club Birdland nel 1951 dai due in sestetto con Bud Powell piano, Tommy Potter basso, Roy Haynes batteria e Symphony Sid Torin alla conduzione radiofonica). Basterebbero queste semplici elencazioni per capire che si tratta di un album che tutti gli appassionati di jazz dovrebbero possedere. In effetti, oltre al valore storico, si tratta di registrazioni che illustrano tutta la carica dirompente di questi straordinari musicisti che a metà degli anni ’40 irruppero in un panorama jazzistico fino ad allora dominato dalle orchestre swing. Ed è davvero opportuno, consigliabile un ascolto attento soprattutto da parte dei più giovani che si avvicinano al jazz saltando a piè pari i primi 50 anni di questa straordinaria musica.

Django Reinhardt – “Djangology”
Django Reinhardt fu non solo uno dei più grandi jazzisti del secolo scorso, ma per lunga pezza l’unico musicista europeo in grado di competere ad armi pari con i colleghi d’oltre oceano. Il suo stile chitarristico, in effetti, era influenzato molto più dalle correnti europee che non dagli input che avevano formato e fatto crescere il jazz statunitense. Ricordiamo, al riguardo, il celeberrimo quintetto dell’Hot Club di Francia costituito nel 1934 da Django con il violinista Stephane Grappelli, anch’egli europeo. Tutto ciò risalta evidente anche da questo album che contiene innanzitutto il completo lp “Djangology” registrato nel 1949 da Reinhardt e Grappelli a Roma con una sezione ritmica locale con Gianni Safred al piano, Carlo Pecori al contrabbasso e Aurelio De Carolis alla batteria. L’album venne pubblicato dalla RCA Victor nel 1961, quindi dieci anni dopo la scomparsa del chitarrista. Adesso questo CD riporta in luce il “vecchio” lp con l’aggiunta, come bonus, di dodici tracce tratte dalle stesse sessioni del 1949. Quanto alla qualità della musica c’è veramente poco da aggiungere. Anche se accompagnati da una sezione ritmica con cui non avevano molta dimestichezza, chitarrista e violinista esplicano appieno la loro arte con una intensità e una passione che ancora oggi colpiscono a 70 anni dalla loro registrazione. Ritroviamo, così alcuni capolavori assoluti quali “Minor Swing” che non a caso apre il CD, “The Man I Love” che altrettanto non casualmente lo chiude, e poi in mezzo “Lover Man”, “Swing 42”, “Daphné”…Insomma un album che sicuramente non stupirà chi già conosce questo straordinario artista ma che aprirà orizzonti fin ora sconosciuti a quei tanti giovani che mai hanno ascoltato qualcosa di Django Reinhardt.