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Greg BurkSala piena alla Casa del Jazz di Roma il 21 novembre per il Greg Burk Trio, giunto nella Capitale dopo un tour italiano ricco di date e formazioni: al “Padova Jazz Festival” dal 12 al 17, con Stefano Senni ed Enzo Carpintieri, ed al “Bologna Jazz Festival” il 19-20 con Jonathan Robinson al contrabbasso e Gerald Cleaver alla batteria (la formazione che si è esibita a Roma).

Il pianista americano, da tempo residente in Italia, sta vivendo un periodo di fervida attività che lo ha visto in ottobre girare per Svizzera, Francia e Germania con la Global Unit del sassofonista finlandese Pekka Pyllkanen mentre il 7 e l’8 dicembre il suo quintetto italiano Edge presenterà all’Alexanderplatz di Roma il nuovo album “Self Determination” (dodicilune).

Il recital alla Casa del Jazz è stata l’occasione per ascoltare dal vivo il repertorio che l’empatetico trio con Robinson e Cleaver ha cristallizzato nell’album “The Path Here” (482 Music). Come ha spiegato il pianista nei brevi quanto efficaci interventi “vocali”, l’amicizia con il contrabbassista risale a vent’anni fa quando entrambi frequentavano a New York un corso universitario tenuto da Archie Shepp (“che voleva dire suonare fino allo sfinimento pezzi di Charlie Parker…”) mentre quella con il batterista iniziò a Detroit. Del resto i tre avevano già al loro attivo un album per la Soul Note del 2004, “Carpe Momentum”.

La musica nasce in gran parte dalla penna del pianista, anche se “Winter Always Ending” è firmata da Robinson e “Ropes” da Cleaver (non eseguite dal vivo); è comunque tutto il trio a renderla viva e palpitante, a farla vibrare nella sua dimensione che è, al contempo, modernissima e consapevole del linguaggio storico del jazz, attenta agli impasti timbrici quanto alla varietà ed all’energia ritmica, ricca di melodia e di improvvisazione. Il concerto ha visto, nella sua parte iniziale, una suite ottenuta dal montaggio tra il minimalistico-modale “Look to the Asteroid” e “Lost Time / Tonos”, dai caratteri più riflessivi e melodici. “For George Russell” è un pezzo scritto in onore del compositore e toerico del “Lydian Chromatic Concept of Tonal Organization”, con cui Greg Burk ha studiato e suonato: un pezzo che riflette, soprattutto a livello armonico, le idee di Russell che hanno avuto un ruolo fondamentale nel jazz moderno. Trascinante ed eufonica “Song fo Iaia” ispirata e dedicata alle figlie dal pianista che con Robinson e Cleaver ha giganteggiato in ispirazione improvvisativa ed impatto ritmico.

Il concerto ha visto la partecipazione di un pubblico partecipe ed attento, composto in parte dai molti allievi che Greg Burk ha avuto ed ha nella sua apprezzato opera di didatta (tra l’altro al Conservatorio di Frosinone). Il finale ha messo in evidenza le anime complementari  della poetica di Burk e compagni: quella estroversa, scattante e post-bop di “Blues in O” (O come Obama, il nuovo presidente Usa) e quella più meditativa, rarefatta e coloristica di “Serena”.

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